“Non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che si decide sia vero” (Claudio Moroni, cit.). Di Massimiliano Stucchi

Parte 1: passaggio a L’Aquila, per un altro processo.
Il giorno 9 settembre 2019 sono stato convocato, in qualità di testimone, da un avvocato difensore di alcuni cittadini che hanno avviato, credo nel lontano 2010, una causa civile contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri (PCM) per risarcimenti – pare multimilionari – ai parenti di alcune  vittime del terremoto del 6 aprile 2009, di nuovo in relazione alla riunione di esperti del 31 marzo 2009. Il colpevole sarebbe la PCM, in quanto le attività degli esperti vennero svolte a favore del Dipartimento della Protezione Civile, che dipende dalla PCM. L’accusa, sempre la solita: avere rassicurato le vittime, inducendole a non uscire di casa prima del terremoto distruttivo.
Si tratta in sostanza di un processo parallelo a quello più famoso, penale, cosiddetto “Grandi Rischi”, nel quale sei dei sette accusati vennero prima condannati e poi assolti in Appello e in Cassazione “perché il fatto non sussiste”. Ma evidentemente quelle conclusioni non hanno fatto giurisprudenza e nel nostro ordinamento giudiziario sembra sia lecito istruire un nuovo processo, sia pure civile, sullo stesso argomento.
E – fatto poco spiegabile almeno per me – tirarlo in lungo per quasi dieci anni; con parte dei relativi costi (tribunale, giudici, cancellieri, ecc.) a carico di tutti noi.

Nella lettera di convocazione nessuna spiegazione, solo la minaccia di multa in caso di no show. Un amico avvocato mi dice che, avendo già mancato la prima convocazione (ero all’estero), se non mi presento ora la prossima volta mi vengono a prendere i carabinieri.
Chiamo l’avvocato che mi ha convocato, dopo avergli già scritto senza ottenere risposta. Riesco a parlare dopo varie chiamate e mi viene spiegato che “deve essere per un articolo che ha scritto”. “Quale?” “Non mi ricordo, le faccio sapere”. Naturalmente non richiama. “E’ previsto un rimborso”? chiedo. “Ma lei svolge un servizio pubblico“. So what, risponderebbe un inglese. Non mi sembra che gli avvocati viaggino gratis.

Udienza nell’ufficio del Giudice: i testimoni non possono sentire gli altri testimoni (fra cui una ex-collega INGV e un indagato al processo maggiore, pensa!). 20 minuti ciascuno i primi due. Entro io: leggo la formula di rito, scritta su un cartoncino plastificato (con un errore di grammatica corretto a pennarello). Non so chi siano quella decina di persone sedute sui tavoli o in piedi: non so se siano presenti giornalisti o parenti delle vittime. Mi viene chiesto, semplicemente, se confermo di avere scritto, nel 2009, un articolo a nome mio e di altri colleghi INGV (uno di questi già convocato con le medesime modalità più di un anno fa), che parla di terremoti storici e pericolosità sismica nell’area aquilana (1). L’avvocato legge un brano: chiedo di vederlo. Non mi viene chiesto di spiegare l’articolo: solo di confermare di averlo scritto (confremare che cosa, è stampato….). Confermo. “Grazie può andare”. L’avvocato difensore dello Stato non si palesa e quindi non vengo controinterrogato. Qualche considerazione si impone:

  1. Si convocano dei tizi da Milano, o da Firenze, Napoli ecc., a loro spese (e quindi gratis per chi convoca), per chiedergli se conferma di avere scritto un brano di un articolo pubblicato a stampa nel 2009. L’accusa ne può convocare quanti ne vuole, non ci si può opporre. E’ normale, o logico, tutto questo? E il Giudice, è proprio tenuto a ammetterli tutti? Ci potrebbero essere altri mezzi (che ne so, teleconferenza), o altre richieste meno banali? E’ proprio necessaria questa arroganza, per l’esercizio del potere giudiziario?
  2. Potrebbero forse questi tizi dare una risposta diversa, tipo: “no, non confermo, l’hanno scritto gli altri e hanno messo il mio nome di nascosto, non me ne ero accorto in questi dieci anni, grazie di avermelo fatto notare, adesso li querelo questi sciagurati….”? No: quindi a che cosa serve l’audizione?
  3. Siamo (anzi sono, loro) ancora qui, a costruire (verosimilmente) le accuse e (speriamo di no) le sentenze ritagliando spezzoni di articoli scientifici e giustapponendoli in modo da costruire una verità di comodo? Vedremo. Vedremo cioè se hanno fatto scuola i due protagonisti del processo “Grandi Rischi” di primo grado, campioni del “taglia e incolla”, PM Picuti e Giudice Billi (quello che dopo che la sentenza di Appello che gli ha dato torto su tutta la linea e gli ha anche dato una alzata professionale mica male, ha ribadito che la sentenza la riscriverebbe uguale).

Parte 2. Come si costruisce una menzogna.
Il Messaggero dell’11 settembre riferisce l’udienza di cui sopra con molta enfasi, con il titolo “il sisma del 2009 non fu un evento eccezionale”. Con enfasi e a modo suo: sostiene infatti che “a domande esplicite” avrei confermato, come del resto la ex-collega D’Amico, come “sulla base dei dati a disposizione ecc. ecc…(si veda il testo dell’articolo del giornale).

Marcello Ianni
Si tratta ovviamente di una maldestra rielaborazione di quanto scritto nell’articolo scientifico in questione, di cui mi è solo stato chiesto di confermare la paternità (il testo è stato letto dall’avvocato). Ma non è finita qui.

Mentre in apertura compare un banner, tanto falso quanto odioso, che recita “gli allarmi mancati”, nel seguito il cronista conclude: “l’immane tragedia è perfettamente aderente a quanto ci si poteva aspettare [a dire il vero non si è parlato di tragedia ma solo di parametri sismologici….]. Una conferma che in qualche modo stona con l’approccio [sic!] e le conclusioni [quali? dove?] cui erano giunti i sette esperti della Commissione Grandi Rischi [arridaje……], i quali proprio per le rassicurazioni promanate [sic!] il 31 marzo di dieci anni fa, attraverso le dichiarazioni del De Bernardinis [rilasciate prima della riunione incriminata] indussero i residenti a restare a casa” [falso, come prova la sentenza di Appello].

Il cronista ha costruito una menzogna. Sostiene che l’articolo che mi vede fra gli autori, scritto DOPO il terremoto per spiegare il medesimo alla luce dello stato delle conoscenze, contraddice le conclusioni della riunione incriminata, che si è tenuta PRIMA del terremoto. Cerca in sostanza di far credere che, dichiarando che le caratteristiche del terremoto fossero compatibili con il quadro della sismicità, gli autori sostengano anche che il terremoto fosse di fatto prevedibile. Certo: un terremoto di quelle caratteristiche era possibile; non per nulla la zona era classificata come sismica di seconda categoria a partire dal 1915, e questo avrà pure voluto dire qualcosa. Ma che potesse avvenire il giorno dopo, una settimana, un mese, un anno o dieci anni dopo non lo sapeva nessuno e nessuno avrebbe potuto dirlo.
Forse sarebbe bene ricordare più spesso, a tutti, che essere in zona sismica significa che può verificarsi un terremoto, stasera, domattina, fra un po’ di tempo. Punto. Si deve sapere e basta (lo sanno avvocati, giudici, giornalisti che vivono o operano a L’Aquila), senza bisogno di convocare una riunione ad hoc prima o – dopo – di andare a ripescare tutti gli articoli scientifici scritta in materia, pretendendo di capirli, ritagliarne brani e tirare conclusioni alla “sismologo fai-da-te”.

Riporto qui, prendendoli a prestito dai colleghi che li hanno formulati, alcuni commenti all’articolo del Messagero che mi sembrano particolarmente calzanti:

Mentana direbbe che chi ha scritto ha lasciato il cervello in vacanza”.

“Il titolo avrebbe potuto essere: sismologi inchiodano la CGR. Era tutto previsto, sapevano ma hanno taciuto.”

“Non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che si decide sia vero, o comunque si finge di passare come verità”.

Ecco, l’ultimo commento – da cui è tratto il titolo del post – è tanto realistico quanto preoccupante. Il giornalista sembra al servizio della tesi dell’accusa, e non sarebbe certo il primo caso a proposito del terremoto di L’Aquila; definisce infatti la mia testimonianza (ovvero l’articolo di cui sono co-autore) come “testimonianza a favore” (dell’accusa, ovvio). Davvero si sta cercando, in un film parallelo a quello precedente, di costruire conclusioni opposte a quelle del processo penale “Grandi Rischi”?
Il fatto non sussiste, ma qualcuno ci sta provando ancora.

(1) Stucchi, C. Meletti, A. Rovida, V. D’Amico, A.A. Gomez Capera. Terremoti storici e pericolosità sismica dell’area aquilana. Progettazione Sismica, 3, 23-33 https://drive.google.com/file/d/134KHJrfRohBHG37RD6nG0qDTcZdafa4L/

 

La colpa è dei modelli di pericolosità sismica? (di Massimiliano Stucchi)

Premessa. In questi giorni si discutono problemi ben più gravi e urgenti. Tuttavia l’apparizione di un articolo, su l’Espresso, che approfitta della ricorrenza del terremoto di Amatrice del 2016 per gettare discredito sul modello di pericolosità sismica corrente e sulle norme dello Stato, utilizzando fake news e argomenti inconsistenti mi ha mandato in bestia.

Ce lo si poteva aspettare. Cosa meglio di una ricorrenza di un terremoto (Amatrice, 2016) e delle sue vittime per tornare a accusare terremoti e sismologia? Dopo L’Aquila c’era stato addirittura un processo (anzi, più di uno; uno – civile – ancora in corso, al quale sono stato convocato per testimoniare in settembre, senza spiegazione alcuna, dalla parte che accusa lo Stato e chiede risarcimenti).
Dopo Amatrice e Norcia 2016 nulla di così grave, anche se qualche polemichetta era uscita da parte di chi pretende di leggere i dati e gli elaborati sismologici come se fosse il suo pane quotidiano. Ora però (25 agosto 2019, L’Espresso http://m.espresso.repubblica.it/plus/articoli/2019/08/26/news/terremoto-calcoli-sbagliati-1.338128?fbclid=IwAR2G7stT6dZRMqJfipfldqSy7Y4e5RS1rYGmoqzxCso3k1J3d6Q2PvTyxws esce con un “j’accuse” formale: il modello in vigore (quello che supporta la tanto celebrata mappa di pericolosità sismica) “ha sottostimato i pericoli sismici ma, incredibilmente, è ancora in vigore”.

Ci avevano già provato dopo L’Aquila 2009, e avevamo dimostrato che avevano fatto male i conti (1). Ci hanno riprovato dopo l’Emilia-Romagna del 2012; anche in quel caso avevano fatto male i conti, confrontando le registrazioni su terreno di consistenza media con quelle previste su roccia (2). E lo ripropongono paro paro anche nell’articolo citato: una autentica fake news.
Nel caso del 2016 invece è successo: sì, in alcuni punti, e per alcune scosse, le accelerazioni registrate hanno superato i valori proposti dal modello di pericolosità (con il 10% di probabilità di superamento in 50 anni).

Questo significa dunque che il modello ha sottostimato? Facciamo a capirci. Prima di tutto, adottare una certa probabilità di superamento significa ammettere che i valori proposti possano essere superati, qualche volta: non rappresentano dunque il massimo possibile e sotto vediamo perché. Poi: il modello di pericolosità sismica offre svariate elaborazioni relative a diverse probabilità di superamento in diversi intervalli di tempo (complicato, lo so: ma se uno ci si mette ce la può fare). Ad esempio, alcuni valori di picco registrati nel 2016 sono di poco superiori a quelli relativi al 2% di probabilità di superamento in 50 anni, ma sono inferiori a quelli relativi all’1% di probabilità di superamento nello stesso intervallo. Dunque?

Occorre poi ricordare che il confronto andrebbe fatto (se del caso; ma ci sono buone ragioni per sostenere che non ha molto significato) su tutti i valori dello spettro di risposta e non solo sul valore di accelerazione di picco, valore che tra l’altro non viene utilizzato nella progettazione. Ovvero, può succedere che la accelerazione al suolo superi quella proposta dalla normativa in piccole porzioni dello spettro stesso, magari non interessanti per alcuni tipi di costruzione.

Il problema, comunque, risiede principalmente nella scelta dell’intervallo e della probabilità di superamento adottati dalla normativa, appunto il 10% in 50 anni – ovvero periodo di ritorno 475 anni. Questa scelta la fa lo Stato (parliamo di normativa, appunto), sulla base di una consuetudine abbastanza condivisa a livello internazionale. Le ragioni di questa scelta dovrebbero essere spiegate meglio dagli ingegneri; con le mie parole dico che questa scelta significa garantire, se la costruzione è fatta bene, che non crolli, accettando più o meno implicitamente che si possa danneggiare in modo ragionevolmente riparabile. Perché? questione di ottimizzazione del rapporto costi-benefici. Gli ingegneri che leggono potranno inserire commenti e correzioni, che saranno benvenuti.

Vanno poi aggiunte altre considerazioni. La prima è che l’eventuale superamento delle accelerazioni proposte dalla normativa non determina automaticamente il crollo della costruzione; anche in questo caso gli ingegneri potrebbero spiegare meglio di me.
Non sono a conoscenza di alcun crollo recente avvenuto solamente per tale, eventuale superamento, e mi chiedo: perché invece di accuse teoriche non viene presentato un caso, almeno uno?
Sono a conoscenza, viceversa, di crolli avvenuti per difetti di costruzione, nemmeno lievi, tali da chiedersi come funzioni la catena progetto-controllo. Sono anche a conoscenza di edifici che hanno sopportato le accelerazioni “eccedenti” senza crollare.
La seconda – repetita juvant – è che la normativa stabilisce un valore minimo delle azioni di progetto ma non vieta certo di progettare per azioni superiori, se il proprietario e il progettista lo desiderano e sono disposti a spendere di più. Ma anche su questo c’è scarsa informazione.
La terza, più importante, è che la maggior parte degli edifici crollati per causa dei terremoti era stata costruita prima dell’entrata in vigore della normativa (NTC08, entrata in vigore nel giugno 2009), quindi con riferimento ad altre azioni sismiche e soprattutto ad altra norma costruttiva. L’articolo dice che la ricostruzione di Norcia post-1997 è stata fatta sulla base della mappa probabilistica, che uscì solo nel 2004, pensa te! E per attirare l’attenzione mostra la Basilica di San Benedetto, costruita qualche tempo prima, credo…..
Ancora una volta si confrontano mele con pere e si propongono fake news.

L’articolo in questione ripropone il confronto fra metodo probabilistico e deterministico. Anche questo  confronto è mal posto. L’approccio deterministico privilegia il massimo evento (scuotimento) possibile (evidentemente con la presunzione di poterlo determinare con esattezza). E’ bene ricordare che i valori ottenuti con questo metodo – tradotti in termini ingegneristici, ossia spettri – sono del tutto confrontabili con quelli offerti dal metodo probabilistico per probabilità di superamento più basse e intervalli di tempo più elevati rispetto a quelli previsti dalla normativa in vigore.

Perché non adottare come riferimento il “massimo”, ovvero un periodo di riferimento più lungo? Ovunque nel mondo le scelte in materia le fanno gli ingegneri, che hanno scelto ovunque il probabilistico. Tocca a loro spiegare perché, soprattutto al pubblico e ai media che ne avrebbero molto bisogno (come sempre per i media l’Italia è più avanti: prevede i terremoti con i vari autodidatti, ha i metodi migliori per diminuire i danni da terremoto, ecc.; il tutto a opera di minoranze oppresse e inascoltate).
Sicuramente costruire secondo il “massimo” scuotimento atteso costerebbe di più e non è detto che i benefici varrebbero lo sforzo; ma questo è un paese in cui prima del terremoto si minimizza e si risparmia, dopo il terremoto si protesta e si sarebbe pronti a scialare (in teoria).

Alla serie di fake news e di imprecisioni contenute in questo articolo, provenienti da un gruppo molto ristretto di ricercatori (gruppo che ha vari, lontani nel tempo e poco nobili motivi di astio con il fondatore dell’INGV), dovrebbe rispondere il Governo, visto che parliamo di accuse gravi a leggi dello Stato e non a “papers” scientifici; magari tramite il Ministro delle Infrastrutture e/o il Dipartimento della Protezione Civile, che sono di fatto i gestori della materia (Casa Italia dà scarsi segni di vita. Possibilmente in modo diverso da quanto  fece il Ministro dell’Ambiente del Governo Monti nel 2012, che disse che le “mappe di rischio sono forse da rivedere” (come no, se ci sono stati dei crolli devono essere sbagliate le mappe….).
Ma in questi giorni vi sono cose più importanti.

Ricorrenze a parte, ci vuole un bel coraggio a cercare di scaricare ancora le responsabilità di crolli e morti sulle mappe di pericolosità e comunque sul terremoto, come fa l’articolo terminando con il ricordo di San Giuliano di Puglia, 2002. Vergogna!
Sarebbe veramente ora che dalla comunità ingegneristica si alzino voci forti e chiare in proposito. Le scelte in materia di protezione dai terremoti sono ingegneristiche; i modelli di pericolosità sismica non decidono proprio niente, offrono i materiali per tutte le possibili scelte.

Prima o poi uscirà il nuovo modello di pericolosità INGV, che ha avuto tutte le verifiche, battesimi e riconoscimenti scientifici possibili. C’è grande attesa. Si tratterà di capirlo, prima di tutto, e usarlo come si deve. Qualche numeretto cambierà e – temo – inizierà la solita solfa che i valori precedenti erano sbagliati, ecc. Ad esempio, chi ha calcolato con il modello precedente l’indice di sicurezza di un edificio così come previsto dalla normativa, potrà ricalcolarlo con il nuovo modello e, senza che la vulnerabilità dell’edificio sia stata modificata di una virgola, potrebbe d’incanto ritrovarsi con un valore dell’indice un po’ maggiore (o anche minore), ovvero con un edificio teoricamente un  po’ più sicuro (o anche meno).

Via, su; cerchiamo di fare i seri, guardiamo la luna e non il dito. Le mappe di pericolosità sono il dito, mentre la luna sono, in questo caso, le nostre case, con il loro deficit di sicurezza accumulato in anni di normativa non applicata, controlli mancati, usura, modifiche strutturali (e non) eseguite senza criterio, frodi, condoni, abusivismo.
La colpa dei disastri non è dei modelli di pericolosità sismica!

 

(1) Crowley, H. et al, 2009. Uno sguardo agli spettri delle NTC08 in relazione al terremoto de L’Aquila, https://drive.google.com/file/d/134KHJrfRohBHG37RD6nG0qDTcZdafa4L/view

(2) Stucchi, M. et al. 2012. I terremoti del maggio 2012 e la pericolosità sismica dell’area: che cosa è stato sottostimato? https://drive.google.com/file/d/1yh3R_rg_39cyUYmja-MSTfke-fS8HbLQ/view

 

Do seismic hazard models kill? (by Massimiliano Stucchi)

Introduction. The appearance of an article, on the weekly magazine L’Espresso (http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2019/08/26/news/terremoto-calcoli-sbagliati-1.338128?ref=HEF_RULLO&preview=true), which took advantage of the 2016 Amatrice earthquake anniversary to discredit the Italian seismic hazard model and the national building code, based on it, using fake news and inconsistent arguments made me angry.
What follows is a comment written for the benefit of the international readers.
The original version in Italian which can be found here (https://terremotiegrandirischi.com/2019/08/27/la-colpa-e-dei-modelli-di-pericolosita-sismica-di-massimiliano-stucchi/), which can easily be translated by means of the improved https://translate.google.com/.

As in many countries, since 2008 the Italian building code (NTC08 and now NTC18) makes reference to design spectra; they are taken from the results of the 2004 PSHA model (1). A new PSHA assessment is been published soon.

On the other hand, since a few years a very small group of Italian researchers proposes a so called alternative method for the evaluation of seismic hazard, based on the neo-deterministic approach. No problem, it is a current scientific discussion. Things became more complex when this group claims that their method should be taken as a basis for the building code; it becomes boorish when, like in the above mentioned article, they claim that the seismic actions proposed by the PSHA model, adopted by the building code, have been overcome in recent earthquakes, and that casualties are due to that “wrong” seismic actions, by making use of “fake news”.
Let’s see.

The article repeats, once again, the fake news that recorded PGA overcame the PGA estimated by the PSHA model, in the occasion of 2009 (L’Aquila) and 2012 (Emilia-Romagna) earthquakes. It has been proved that the above statement is not true (2) (3); simply, comparison are wrongly made between soft ground recordings and hard ground estimates!
In the case of the 2016 Amatrice and Norcia earthquakes, yes, recorded PGA did overcome PSHA estimated PGA. Does it mean that the model did underestimate?

It must first be considered that estimated PGA comes with some % probability of being exceeded in xx years (the most common figures being 10% and 50 years). Moreover, the comparison should be made (if really needed) on the whole design spectrum, not on PGA which is not used for building design; but such comparisons are not recommendable (4). Finally,  the main point is that the PSHA model is a model; it offers various elaborations related to different probabilities of exceedance in different time-intervals. For example, some peak values recorded in 2016 are slightly higher than those related to the 2% probability of exceeding in 50 years, but are lower than those related to the 1% probability of exceeding in the same interval.

So the matter comes back to the main point: do we need to design against the maximum expected shaking (and how to assess it?), or to a shaking with a lower probability of exceedance with respect to the adopted one which, by the way, is adopted in many countries of the world?

This is not a seismological – nor a SHA – problem. SHA models offer a variety of possible solutions and then someone decides. It is a political decision which, usually, is in fact taken by engineers (cost-benefits analysis); unfortunately, this often happens without or with little explanation. We know for instance that source of the “475 return period” is close to casual, but it seems to represent a “satisfactory” compromise. Would be nice if it was explained better, however, so to allow that part of the public, which is not ready to follow scandal claims, to understand by itself.

Are the detractors of the PSHA model and the building code able to provide one example, only one, of a building, designed according the NTC08 without executions mistakes, which collapsed because the design spectra values were overcome by the recorded ones? It would be a good, practical case history, instead of a theoretical clash. This question was already asked for, without getting an answer.
And, even more important: why to give the wrong idea to the public that, as soon as design spectra are exceeded, buildings collapse?

The article, and the scientists behind, quotes the reconstruction of Norcia after the 1979 earthquake and the San Benedetto Basilica (which did stood it); both have little to do with NTC08 and related design spectra. The worst, however, comes with the reference to the collapse of the school in San Giuliano di Puglia (2002), “renovated according to inadequate criteria”. Shame on you, who mix this event with your crusade against PSHA and NTC08! That school was restored in the absence – at that time – of the building code (responsibility of the Ministries which delayed the expansion of the building code to all Italy with all their power), and according to a questionable design.

Seismic hazard models do not kill; buildings do, with the help of fake news!

La vicenda processuale alla prova del romanzo. Luci e ombre del volume “La causalità psichica nei reati colposi” di Marco Billi (di Cecilia Valbonesi)

Cecilia Valbonesi è Dottore di ricerca in Diritto penale presso l’Università degli Studi di Firenze e Avvocato del Foro di Firenze. Per motivi scientifici ha seguito e commentato il cosiddetto  processo Grandi Rischi. In ultimo si veda “Terremoti colposi e terremoto della colpa: riflessioni a margine  della sentenza “Grandi Rischi”, in Rivista Italiana di Diritto e Procedura Penale, 2016, n. 3, p. 1498.
Le abbiamo chiesto un commento al volume – uscito lo scorso marzo – del Giudice di primo grado del processo stesso, Marco Billi.

Di recente, il copioso panorama letterario sulla vicenda giudiziaria relativa alle responsabilità della c.d. Commissione Grandi Rischi si è arricchito di un nuovo volume dal titolo “La causalità psichica nei reati colposi”.
L’ambizioso progetto reca la firma del Giudice estensore della prima sentenza di merito (Tribunale di L’Aquila, 22/10/2012, n. 380) che, accogliendo pienamente le prospettazioni accusatorie, ha condannato per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose i sette scienziati i quali, a suo giudizio, “componevano la Commissione Grandi Rischi” della Protezione civile nella riunione del 31 marzo 2009. The L’Aquila Seven  furono ritenuti responsabili di quella scorretta valutazione e informazione sul rischio sismico che avrebbe cagionato la morte ed il ferimento di 29 cittadini (13 secondo la Corte d’Appello e la Corte di Cassazione)  rimasti schiacciati sotto le macerie delle proprie case. Continua a leggere

Il fatto che non sussiste non è stato commesso (di Giacomo Cavallo)

Con l’assoluzione del Dott. Bertolaso, anche in attesa delle motovazioni, spero che finalmente si possa dire conclusa la vicenda “processuale” della riunione di esperti che ha preceduto il Terremoto dell’Aquila – a meno che i colpevolisti non si ostinino a buttare via tempo e denaro per creare processi che non hanno ragion d’essere, con il compito di giudicare reati inesistenti, dimenticando le sentenze della Corte di Cassazione e soprattutto d’Appello, ma anche parte della sentenza di primo grado. Continua a leggere

Spigolature

In questo periodo, come spesso accade dopo un terremoto, vengono resi disponibili su web un certo numero di interventi interessanti che riguardano vari aspetti.
Senza pretesa di esaustività, di seguito proponiamo alcuni link, con brevi introduzioni.

Dov’era, com’era. Quando il terremoto distrugge tutto, anche il senso critico
(di Elena Granata e Fiore de Lettera)

In questo saggio viene coraggiosamente affrontato il problema della richiesta popolare che si genera subito dopo un terremoto di ricostruire subito “dov’era, com’era”. Si afferma tra l’altro:

Dopo ogni evento catastrofico, il Paese – nei suoi politici e nei suoi mezzi di informazione – tende rapidamente a convergere intorno ad una posizione semplice e rassicurante. Non c’è tempo per il pensiero e per il dubbio. Più un fatto è complesso e difficile da risolvere e più sono immediate e semplici le ricette proposte”. Continua a leggere

Che cosa resta del processo “Grandi Rischi”? (Massimiliano Stucchi)

Dopo la sentenza della Cassazione, questa domanda se la pongono in molti, in privato e in pubblico. Molti si chiedono come sia stato possibile che si siano spesi quasi quattro anni di – costose – attività giudiziarie; di ferite profonde agli imputati; di aspettative frustrate da parte dei parenti delle vittime e di quanti sono scesi in campo al loro fianco; di discussioni infinite su aspetti pseudoscientifici; di prese di posizione dettate da infinita sicurezza e presunzione.
Ci vorrà del tempo per meditare, con sufficiente distacco, sulla vicenda “Grandi Rischi”: su come sia stato possibile farla nascere, portarla avanti, crederci davvero. Sicuramente sarà utile leggere anche le Motivazioni della Cassazione. Tuttavia, da oggi è già possibile tentare di mettere insieme qualche considerazione, con una premessa: esprimere le proprie idee sul processo non significa mancare di rispetto alle vittime e ai loro parenti. Gli imputati e tutti quelli che operano nella ricerca scientifica e nella protezione civile hanno sempre rispettato le vittime, di questo terremoto come di tutti gli altri in occasione dei quali si sono trovato a operare. Continua a leggere

Ancora sul rischio sismico – parte prima (Massimiliano Stucchi)

La condanna in primo grado dei sette imputati al processo dell’Aquila ha determinato, nell’opinione pubblica come in molti intellettuali, alcune convinzioni che l’assoluzione di sei di essi in secondo grado non ha contribuito, almeno per il momento, a modificare, e che hanno implicazioni importanti per il futuro della riduzione del rischio sismico.
Si tratta in particolare delle tesi secondo cui:

  1. gli imputati sono stati condannati per non aver valutato “correttamente” il rischio sismico;
  2. gli eventi di cui al processo dell’Aquila sono stati determinati da una errata comunicazione del rischio.

Questi due aspetti sono strettamente interconnessi, anche perché hanno a che vedere entrambi con il concetto di rischio; questo concetto, come è noto, assume connotati variegati e spesso determinati dall’immaginario di chi ne tratta. A riprova del desiderio di fissarne i contorni in modo sempre più personale si può osservare l’apparizione, in volumi recenti e meno recenti, del concetto di “nuova rischiosità del rischio” (nella società dell’irresponsabilità), così come il titolo “oltre il rischio sismico”. Continua a leggere

“Mi sarei inventato tutto”. Ehm, mi sa di sì….(M. Stucchi) + 8 commenti

Nelle ultime settimane la grancassa dei colpevolisti ha ripreso a tuonare, forse per cercare di ricordare ai giudici del processo di appello l’infelice frase dell’allora Procuratore Rossini “Speriamo di arrivare ad un risultato conforme a quello che la gente si aspetta”. Non poteva certo mancare il (neo) prof. A. Ciccozzi,

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/27/sentenza-grandi-rischi-sacralita-della-scienza-o-impunita-istituzionale/1174531/

che già aveva risposto in modo quanto meno aggressivo a G. Cavallo su Lettera 43, perchè gli aveva ricordato alcuni momenti del processo evidentemente non graditi. E infatti eccolo che risponde alle obiezioni dei difensori con il consueto stile, associandosi d’ufficio Pubblici Ministeri e addirittura “i miei concittadini”. Continua a leggere

Rassicurazione? al contrario…..

Il 4 giugno 2010, all’indomani della chiusura delle indagini preliminari, il Sindaco Cialente rilasciò a La Stampa l’intervista allegata,  oggi forse “vintage” ma molto eloquente e purtroppo dimenticata

https://tegris2013.files.wordpress.com/2014/10/04062010_cialente_lastampa.pdf

nella quale espresse chiaramente il messaggio principale che riportò dalla riunione degli esperti della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009: Boschi disse  “sapete che siete un area a rischio, prima o poi un forte sisma arriverà” (la Motivazione della Sentenza non ne fa cenno. PG, Giudice e la maggior parte dei commentatori usano solo le evidenze a supporto della tesi della “rassicurazione”).
Altro che “rassicurazione” da parte degli scienziati, dunque: quella, caso mai, venne da altre fonti.