Earthquakes and Great Risks: a blog 2014-2015 (M. Stucchi)

https://terremotiegrandirischi.com/english/

“Earthquakes and Great Risks” è stato, a partire dall’ottobre 2014, il cugino di lingua inglese di questo blog. E’ nato soprattutto per fornire al lettore internazionale la versione “corretta” dei fatti legati al processo “Grandi Rischi”, a fronte di una diffusione impressionante di informazioni e interpretazioni che possiamo definire inesatte – nel migliore dei casi.
Il blog ha contenuto una ventina di post, parte dei quali – a cura di G. Cavallo e di M. Stucchi – dedicati a fare chiarezza su quanto sopra, e parte a fornire una cronaca, quasi in diretta, del processo d’Appello.
E’ stato letto da qualche migliaia di lettori provenienti da 98 nazioni (vedi  mappa).

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Rileggendolo oggi, a parte le imprecisioni e gli inevitabili errori di lingua, si ha l’impressione che abbia fornito una analisi attenta e circostanziata – forse più che in questo stesso blog – dei principali “pitfalls” riguardanti il processo sulla base dei quali sono stati costruiti numerosi articoli internazionali, anche su riviste “peer reviewed”, scritti anche da illustri colleghi. Questo sforzo è stato riconosciuto da diversi lettori.

Per non perdere questi contenuti il blog, che verrà chiuso a breve, è stato  salvato nella sezione “English material”.

La vicenda processuale alla prova del romanzo. Luci e ombre del volume “La causalità psichica nei reati colposi” di Marco Billi (di Cecilia Valbonesi)

Cecilia Valbonesi è Dottore di ricerca in Diritto penale presso l’Università degli Studi di Firenze e Avvocato del Foro di Firenze. Per motivi scientifici ha seguito e commentato il cosiddetto  processo Grandi Rischi. In ultimo si veda “Terremoti colposi e terremoto della colpa: riflessioni a margine  della sentenza “Grandi Rischi”, in Rivista Italiana di Diritto e Procedura Penale, 2016, n. 3, p. 1498.
Le abbiamo chiesto un commento al volume – uscito lo scorso marzo – del Giudice di primo grado del processo stesso, Marco Billi.

Di recente, il copioso panorama letterario sulla vicenda giudiziaria relativa alle responsabilità della c.d. Commissione Grandi Rischi si è arricchito di un nuovo volume dal titolo “La causalità psichica nei reati colposi”.
L’ambizioso progetto reca la firma del Giudice estensore della prima sentenza di merito (Tribunale di L’Aquila, 22/10/2012, n. 380) che, accogliendo pienamente le prospettazioni accusatorie, ha condannato per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose i sette scienziati i quali, a suo giudizio, “componevano la Commissione Grandi Rischi” della Protezione civile nella riunione del 31 marzo 2009. The L’Aquila Seven  furono ritenuti responsabili di quella scorretta valutazione e informazione sul rischio sismico che avrebbe cagionato la morte ed il ferimento di 29 cittadini (13 secondo la Corte d’Appello e la Corte di Cassazione)  rimasti schiacciati sotto le macerie delle proprie case.

Giova ricordare, sin dalle prime battute, come la sentenza di primo grado sia stata parzialmente riformata  dalla Corte d’Appello di L’Aquila la quale ha assolto sei dei sette imputati perché il fatto non sussiste. Analizzando la metodologia di convocazione degli scienziati e la composizione della riunione del 31 marzo 2006, la Corte ha ritenuto che in quell’occasione non si fosse validamente costituita la Commissione Grandi Rischi. Piuttosto, i partecipanti dovevano qualificarsi come esperti della Protezione Civile, chiamati a esprimere una valutazione tecnica sul terremoto che era in corso in quei giorni (come prescrive il comma 10 dell’art. 3 DPCM n. 2358 del 2006). Al venir meno degli asseriti obblighi di comunicazione legati all’appartenenza ad un collegio non validamente formatosi si accompagna, inoltre, una valutazione in termini di correttezza delle affermazioni esternate dagli imputati nel corso della riunione.
La Corte d’Appello sottolinea come non sia emerso dalle parole degli scienziati alcun profilo di rassicurazione e offre la prova scientifica che le considerazioni dubitative espresse erano e sono tutt’oggi esatte. Parimenti, i giudici di seconde cure negano la sussistenza di un dovere di comunicazione delle risultanze scientifiche alla popolazione la quale, infatti, non avrebbe avuto in alcun modo contezza dei contenuti della riunione proprio per l’assenza di un comunicato stampa finale.
La Corte d’Appello conferma invece il rimprovero a carico del Vice Capo del DPC per la morte di tredici delle trecentonove vittime.
Queste statuizioni sono state infine avallate dalla Suprema Corte di Cassazione la quale ha messo fine a questa oltremodo tragica vicenda umana e giudiziaria.

Queste brevi note desiderano orientare il lettore nel processo di comprensione dei complessi temi trattati dal libro, chiarendo, se possibile, la portata di alcuni passaggi cruciali del contributo.

In prima battuta giova esplicitare come l’opera presenti un tratto assolutamente peculiare: poco noti in letteratura sono i casi nei quali un Giudice scrive un libro per difendere la propria sentenza. A fronte di una dilagante produzione letteraria offertaci dai magistrati-scrittori che si cimentano, soprattutto nel periodo estivo, nella scrittura di gialli da spiaggia, mi pare che mai l’estensore di una sentenza si fosse spinto sino a diffondere le motivazioni della stessa in un contesto irrituale quale la carta stampata.
A chi scrive, il gesto pare quanto meno poco opportuno. Il giudice, che in virtù dell’art. 101, comma 2, della Costituzione è “soggetto soltanto alla legge”, esprime il suo sapere e le sue convinzioni unicamente attraverso le motivazioni della sentenza. Credo sia importante che la prassi rimanga tale per almeno due motivi: 1. Nell’epoca nella quale incauti personaggi danno in pasto alla stampa notizie di reato illegittimamente carpite dagli uffici giudiziari, il magistrato deve rimanere fedele alla ritualità del processo penale che gli impone di non uscire dai canoni di comunicazione ufficiali; 2. La vicenda umana sottesa al processo “Grandi Rischi” presenta dei contorni di singolare tragicità per le vittime e per gli imputati coinvolti. La pubblicazione di un libro sul tema rappresenta in sé un fattore idoneo a determinare una  recrudescenza  degli animi. Mi chiedo se ve ne fosse bisogno e se sia opportuno che un uomo che rappresenta lo Stato, un uomo istituzionalmente chiamato a ius dicere, si faccia autore di una potenziale rinnovata frattura sociale.
Questo nel metodo. Nel merito vi è da dire ben di più.

Il volume ripercorre la vicenda dei tre gradi di giudizio offrendo, come ovvio, un punto di vista conservativo delle scelte effettuate in prima istanza. L’autore difende le proprie statuizioni e valorizza la perdurante validità delle stesse nella sentenza d’Appello e di Cassazione. All’obiettivo resoconto dei mutamenti subiti dall’assetto delle responsabilità relative a sei dei sette imputati, la narrazione affianca alcuni tratti che non evidenziano con la dovuta incisività lo stravolgimento di molti assunti, sia in punto di fatto che di diritto, riscontrabile nelle successive fasi del processo.
È forse utile, dunque, soffermarsi su due passaggi fondamentali per meglio esplicitare la loro reale portata e il loro obiettivo corso processuale.

Muoviamo proprio dalla causalità psichica, oggetto precipuo della disamina offerta dal volume. Non vi è dubbio che sia la Corte d’Appello che la Cassazione continuino a fondare il profilo oggettivo del rimprovero a De Bernardinis sulla sussistenza di un nesso causale così peculiarmente atteggiato. La sentenza, infatti, ribadisce come l’intervista rilasciata dall’imputato costituisca fattore causale determinante in ordine alla decisione delle vittime di dismettere i consueti comportamenti prudenziali e di rimanere a casa la notte del terremoto, trovandovi la morte. Questo, in sintesi, lo schema della rassicurazione fatale, penalmente rilevante.
Ma di cosa parliamo quando facciamo riferimento alla causalità psichica? Nel dibattito giuridico si sostiene spesso che nel caso in cui la determinazione adottata da un soggetto origini dall’errata od omessa informazione di un rischio, verrebbe in rilievo il paradigma della c.d. “causalità psichica” la quale si identifica in una ““relazione fra le azoni di due persone che “passa attraverso la psiche” di una di esse”” . Con la locuzione “causalità psichica” si individua, infatti, quella categoria in cui “un’azione umana esercita un influsso di carattere psicologico su di un altro soggetto”. Si tratta pertanto di una “causalità delle relazioni interpersonali” che, per loro natura, non presentano sequenze regolari. Come sottolinea un Autore, la causalità psichica si caratterizza per un forte contenuto di “ambiguità” che si incentra proprio sulla possibilità stessa di accreditarla nell’ambito delle vere e proprie relazioni causali.

La dottrina risulta infatti profondamente divisa quanto alla possibilità di utilizzare tale paradigma a fondamento di un rimprovero penale. Chi scrive aderisce alla tesi di quegli Autori i quali non ritengano possibile ricondurre la causalità psichica nel  paradigma della causalità naturalistica. All’ assimilazione fra “induzione ad un’azione e causazione di un accadimento fisico” osterebbe l’impossibilità di configurare una regolarità tra azioni umane, in ragione della “natura sostanzialmente libera del volere e del carattere irripetibile degli accadimenti psichici”.  Essendo impossibile affermare e dimostrare che la stessa persona nella medesima situazione, sarebbe tornata ad agire nello stesso modo (ovvero che chiunque altro avrebbe fatto nello stesso modo a parità di condizioni), si conclude per l’insussistenza di un paradigma nomologico, ancorché di natura statistica, nel quale sussumere i rapporti condizionati di natura psichica.
Poco condivisibile risulta, dunque, la strenua valorizzazione della causalità psichica quale parametro fondante il rimprovero nei confronti dell’allora Vice capo della Protezione Civile. La difesa del parametro oggettivo dell’imputazione risulta in sé fallace poiché si tratta di un modello causale i cui presupposti applicativi appaiono decontestualizzati e oggetto di numerose, fondate e autorevoli critiche.

Ma vi è di più. Per il riconoscimento della sussistenza del nesso causale occorre che vi sia una legge scientifica di copertura o un massima di esperienza, ove tale legge non possa essere enucleabile. Abbiamo visto come la causalità psichica, proprio perché stabilisce una relazione afferente ad una sfera così personale e difficilmente sondabile appare in sé insuscettibile di ripetibilità. Alla irripetibilità di un fenomeno si correla l’impossibilità di enucleare una legge scientifica, anche probabilistica, che spiega i meccanismi di funzionamento del fenomeno stesso.
Appare dunque singolare come la sentenza di primo grado abbia affidato la conferma del nesso di causalità ad una c.d. legge scientifica di copertura, denominata “Teoria delle rappresentazioni sociali”. La legge pare il frutto di un adattamento al caso concreto di una risalente teoria che poco ha a che vedere con il contesto in esame. Pertanto, è importante rimarcare come i successivi gradi di giudizio abbiano abbandonato questa “legge scientifica di copertura” a favore dell’adozione di massime di esperienza asseritamente fondanti la responsabilità del Vice capo della Protezione Civile.

A ben vedere, tuttavia, il mutamento radicale del panorama logico – imputativo in nulla giova alla bontà delle sentenze dei successivi gradi di giudizio e questo per due motivi parimenti stringenti: 1. Se il processo di condizionamento che intercorre fra l’affermazione di un soggetto e il comportamento di un altro non è suscettibile di una regolarizzazione codificabile attraverso una legge statistica, tanto meno lo sarà attraverso una massima di esperienza che non può certo esprimere in modo univoco una correlazione impossibile da stabilire a priori; 2. L’insufficienza di qualsivoglia struttura scientifica o esperienziale posta alla base della ricostruzione del nesso di causalità è confermata dalla circostanza secondo al quale nei tre gradi di giudizio il fattore sul quale i giudici fondano realmente la loro decisone accusatoria risiede nella c.d. probabilità logica, la probabilità del caso concreto.  Con maggiore sforzo esplicativo si deve evidenziare come l’ultima parola sul riconoscimento del profilo oggettivo – causale della responsabilità l’hanno avuta le testimonianze dei familiari delle vittime, i quali hanno riferito come esse abbiano mutato il loro comportamento prudenziale dopo ed a seguito della rassicurazione asseritamente derivata dall’intervista rilasciata dal De Bernardinis.
Il pur opportuno superamento della c.d. “Teoria delle rappresentazioni sociali” se da un lato restituisce alle decisioni una maggiore ortodossia, dall’altro non impedisce comunque che le stesse siano fondate su presupposti oggetto di serrata critica.

Un ulteriore aspetto, la cui fragilità poco emerge nelle pieghe del libro, risiede nel ruolo dell’intervista rilasciata da De Bernardinis alla Tv locale. La Corte d’Appello di L’Aquila e la Corte di Cassazione, abbandonata la tesi secondo la quale vi sarebbe stata una riunione della Commissione Grandi Rischi, nel corso della quale partecipanti avrebbero adottato una condotta rassicurativa della popolazione, fondano il rimprovero dell’unico imputato riconosciuto colpevole proprio sul contenuto delle dichiarazioni propalate alla stampa locale. Giova innanzi tutto ricordare i tratti salienti dell’intervista sulla quale si fonda il riconoscimento a suo carico di una condanna  per omicidio colposo plurimo. A parere dell’imputato lo sciame sismico in corso costituiva “ una situazione favorevole […] uno scarico di energia continuo” (Amato e Galadini, 2013:7). Inoltre, sollecitato dal giornalista egli concludeva l’intervista assentendo sull’opportunità di bere un bicchiere di vino prodotto nella zona.

A parere di chi scrive il pur errato contenuto scientifico e tecnico dell’intervista non è sufficiente a fondare oltre ogni ragionevole dubbio la responsabilità penale dell’imputato. Questo per  almeno tre ragioni. In primo luogo, l’intervista è stata rilasciata prima della riunione della c.d. Commissione Grandi Rischi. Sebbene nel libro non se ne dia sufficientemente conto, è necessario ricordare come la trasmissione dell’intervista in una fase successiva alla suddetta riunione sia stata una scelta dell’emittente televisiva la quale non ha dato conto della reale collocazione cronologica. Molto sarebbe cambiato se si fosse ben rappresentato che le opinioni espresse non erano né connesse né conseguenti ad una riunione di scienziati.
In secondo luogo, lo strumento di propalazione di una notizia non può non rilevare, specie in una situazione di emergenza come quella che si stava vivendo nel 2009. Le tesi accusatorie ignorano che un impatto diversamente cogente (causalità psichica) deve essere riconosciuto da fonti ufficiali di comunicazione rispetto a fonti divulgative quali un’intervista. Lo scenario sarebbe decisamente mutato se la dichiarazione errata fosse stata propalata attraverso una comunicazione ufficiale della Protezione Civile oppure attraverso un’ordinanza sindacale. E di questo fattore non vi è traccia né nel libro, né, quel che è peggio, nelle sentenze.

Infine, occorre in ogni modo sottolineare come la popolazione non fosse in alcun modo addestrata ad affrontare il rischio sismico e come quegli atteggiamenti che sono stati ritenuti salvifici dalle  Corti (abbandonare la casa in caso di scossa) in realtà non hanno una portata scientificamente impeditiva dell’evento morte. Quindi, in assenza di una reale ed efficace cautela, quale ruolo può avere una informazione vagamente rassicurante? Nessuno. Nonostante le risultanze processuali affermano il contrario.

Molto vi sarebbe da dire ancora sulle scelte processuali e sulle ricadute editoriali che ne sono scaturite. Ci si consenta solo di chiudere la riflessione con il rinnovato auspicio che la pubblicazione di un libro volto a corroborare alcune delle scelte adottate nel contesto processuale rimanga un unicum, o per lo meno una rarità, nel panorama italiano.

 

Terremoti, esposizione e assicurazioni (di P. Feletig e A. Boschi)

Di tutti paesi dell’Europa l’Italia è il paese più esposto alle catastrofi. Terremoti, alluvioni, frane, maremoti, avversità atmosferiche eccezionali di ogni sorta, colpiscono regolarmente il Belpaese che deve mettere in conto dai 3-3,5 miliardi annui  di danni materiali. In media, perché se succede “the Big One”, ovvero l’evento con ricorrenza ogni 200 anni allora le perdite economiche causate da calamità schizzano molto in alto.

Per esempio, incrociando la storia sismica nazionale con gli strumenti parametrici di sofisticati modelli si ricavano proiezioni da brivido. Secondo una simulazione della società svizzera di riassicurazione Swiss Re, un terremoto di magnitudo 6.2 (come quello di Amatrice) nell’area di Parma potrebbe causare perdite per 53 miliardi di euro. A titolo di confronto, considerate che gli 8 rilevanti terremoti (escluso quello dell’ultima settimana) avvenuti negli ultimi 40 anni sulla Penisola hanno totalizzato danni per 60 miliardi di euro circa.
Per completare queste fosche statistiche bisogna sapere che, dal 1970 ad oggi, 7 dei 10 terremoti  più costosi d’Europa si sono verificati in Italia paese doppiamente esposto sia per la vulnerabilità del suo patrimonio artistico che per le costruzioni edificate in assenza o in barba alla normativa antisisimica. Aspetto che dovrebbe far riflettere sulla concessione  del governo di assicurare il risarcimento a tutti, comunque e nonostante le responsabilità precise di taluni, pubblico o privato che siano.

L’indesiderabile primato italiano di esposizione alle catastrofi naturali si accompagna di un’aggravante: risarcire costerà sempre di più. Si accresce il valore concentrato su ogni metro quadro. E’ un trend in accelerazione confermano nel settore assicurativo. Del resto basta paragonare i macchinari di una filanda con quelli di una fabbrica 4.0 di oggi; ma più semplicemente, basta il confronto tra la concentrazione edilizia ai tempi dei nostri nonni e quella di adesso o, ancora, tra gli elettrodomestici contenuti nella casa dei genitori e le apparecchiature elettroniche mediamente possedute oggi.
E’ evidente che con questo aumento vertiginoso dell’esposizione, indennizzare con il solo intervento dello Stato non può reggere alla lunga. Non sono solo le casse pubbliche a non farcela ma finisce per azzopparsi l’intero sistema paese con ripercussioni sulle valutazioni delle società di rating. Si calcola che un evento catastrofale con ritorno, ossia che avviene statisticamente ogni 250 anni può arrivare a produrre una retrocessione di quasi un punto.

C’è poi una prospettiva macro che va tenuta in considerazione. “Le misure di prevenzione e gli interventi strutturali antisismici sono fondamentali e imprescindibili ma neppure così il rischio può essere completamente annullato, in particolare quello di natura economico-finanziaria. Una grande calamità catastrofale, inoltre, sconvolge il sistema economico produttivo del Paese, mette a dura prova la sua resilienza, impatta sul PIL. Magari salviamo la vita ma perdiamo casa e lavoro: di qui l’importanza di una gestione del rischio ex-ante combinando prevenzione anti-sismica e copertura finanziaria-assicurativa” spiega Marco Coletta a capo di una compagnia di riassicurazione con 150 anni di attività alle spalle, sottolineando il deficit di protezione assicurativa in Italia.
Le PMI (Piccole e Medie Imprese) sono largamente sottoassicurate contro catastrofi naturali e poco più di 1% degli immobili residenziali è coperto. La penetrazione assicurativa del ramo danni non-auto misurata in volume dei premi danni non auto in rapporto al PIL in Italia è pari a 0,9%, in Francia a 2,4%, in Germania a 2,5% e mediamente sopra 2% in tutti gli altri paesi europei dove il meccanismo di mutualità permette di correggere l’incidenza economica del premio sul portatore di rischio più alto. Pagando tutti, pagheremmo molto meno.
“Con una penetrazione superiore a 90% si avrebbero premi medi di 100 euro l’anno. Ma c’è un problema culturale” riconoscono alcuni assicuratori che non nascondono la difficoltà di far accettare un concetto di obbligatorietà a consumatori già guardinghi con l’obbligo del RC auto e professionali e auspica una campagna di sensibilizzazione promossa dal governo. Singolare la modesta attenzione del legislatore alla funzione sociale della copertura assicurativa contro inondazioni e terremoti in un paese come l’Italia. Non godono di nessun incentivo fiscale: non sono deducibili nella dichiarazione dei redditi (come invece avviene per le polizze vita) e l’Iva è alta ( 22,25%). Gli schemi di copertura potrebbero prevedere una cooperazione tra pubblico e privato. Lo Stato potrebbe assumere il ruolo di riassicuratore in ultima istanza, dove per esempio le compagnie private coprono fino a concorrenza di un importo alto, oltre a quella soglia (caso meno probabile) interverrebbe lo Stato che potrebbe, per esempio, coprirsi con operazioni di cartolarizzazione di immobili pubblici.

Se il terremoto dell’Irpinia dove i primi soccorritori ad arrivare sul posto furono operai specializzati inviati dal sindacato, ha portato alla nascita della Protezione Civile, possiamo sperare che questi ultimi sismi in Centro Italia, portino a soluzioni efficienti e finanziariamente sostenibili di risarcimento dei danni economici da calamità naturali?

Il fatto che non sussiste non è stato commesso (di Giacomo Cavallo)

Con l’assoluzione del Dott. Bertolaso, anche in attesa delle motovazioni, spero che finalmente si possa dire conclusa la vicenda “processuale” della riunione di esperti che ha preceduto il Terremoto dell’Aquila – a meno che i colpevolisti non si ostinino a buttare via tempo e denaro per creare processi che non hanno ragion d’essere, con il compito di giudicare reati inesistenti, dimenticando le sentenze della Corte di Cassazione e soprattutto d’Appello, ma anche parte della sentenza di primo grado. Continua a leggere

Terremoti e grandi rischi: si continua

Stavamo aspettando la fine del processo a Bertolaso per concludere l’attività di questo blog. Poi è sopravvenuto il terremoto “di Amatrice” del 24 agosto: nessuna critica per mancate previsioni o rassicurazioni, questa volta (per ora), ma la consueta alluvione di bufale, presunzioni, valutazioni “fai da te”, disinformazione.
Quindi è venuto spontaneo decidere di mantenere in vita il blog, aggiornandone la “missione”: informare, discutere, commentare gli aspetti sismologici, ingegneristici e legali del terremoto, le ipotesi per la ricostruzione, le possibili strategie per ridurre il rischio sismico.

Il blog mantiene il suo titolo iniziale in quanto sembra comunque pertinente. Invitiamo a proporre interventi (brevi), che potranno essere presentate anche come interviste, sulle tematiche riassunte più sopra. Buona lettura.

Una lettura della sentenza della Cassazione (Giacomo Cavallo)

Come già in occasione delle Motivazioni delle precedenti sentenze, Giacomo Cavallo ha formulato una lettura critica anche della Motivazione della sentenza della Corte di Cassazione, che vi proponiamo nel seguito.

Abbreviazioni:
CdA: Corte di Appello
CdC: Corte di Cassazione
CGR: Commissione Grandi Rischi

In data 24 marzo 2016 sono state depositate le motivazioni della Sentenza di Cassazione del cosiddetto “Processo Grandi Rischi” (1). Se è futile per un non giurista una discussione su una sentenza che non potrà più essere cambiata, non è invece futile leggere le motivazioni che, in un linguaggio anche più specialistico di quello della CdA, in qualche modo parrebbero gettare luce sulla domanda più volte avanzata, soprattutto da coloro che erano rimasti scontenti della sentenza della CdA, cioè perché ci siano volute dieci ore di discussione in CdC per giungere ad un risultato apparentemente scontato e ad una sentenza il cui testo fu detto “ricalcare” quello della sentenza di Appello. Continua a leggere

Che cosa resta del processo “Grandi Rischi”? (Massimiliano Stucchi)

Dopo la sentenza della Cassazione, questa domanda se la pongono in molti, in privato e in pubblico. Molti si chiedono come sia stato possibile che si siano spesi quasi quattro anni di – costose – attività giudiziarie; di ferite profonde agli imputati; di aspettative frustrate da parte dei parenti delle vittime e di quanti sono scesi in campo al loro fianco; di discussioni infinite su aspetti pseudoscientifici; di prese di posizione dettate da infinita sicurezza e presunzione.
Ci vorrà del tempo per meditare, con sufficiente distacco, sulla vicenda “Grandi Rischi”: su come sia stato possibile farla nascere, portarla avanti, crederci davvero. Sicuramente sarà utile leggere anche le Motivazioni della Cassazione. Tuttavia, da oggi è già possibile tentare di mettere insieme qualche considerazione, con una premessa: esprimere le proprie idee sul processo non significa mancare di rispetto alle vittime e ai loro parenti. Gli imputati e tutti quelli che operano nella ricerca scientifica e nella protezione civile hanno sempre rispettato le vittime, di questo terremoto come di tutti gli altri in occasione dei quali si sono trovato a operare. Continua a leggere

Iniziata l’udienza in Corte di Cassazione

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Il Giudice Dovere ha effettuato un lungo ma molto circostanziato riassunto degli argomenti principali della sentenza di primo grado, della sentenza di secondo grado e dei ricorsi presentati alla Cassazione da De Bernardinis, dalla Presidenza del Consiglio per il Dipartimento della Protezione Civile, dalla Procura dell’Aquila e dalle parti civili.
In particolare, i temi principali toccati dalla Procura dell’Aquila hanno riguardato il fatto che la riunione del 31 marzo 2009 debba essere considerata una riunione della CGR, il fatto che gli imputati abbiano effettuato un esame generico della situazione eludendo le aspettative della popolazione e che abbiano fatto circolare senza smentirla la tesi dello scarico di energia. Continua a leggere

Ancora sul rischio sismico – parte seconda (Massimiliano Stucchi)

Questo post fa seguito alla parte prima, con lo stesso titolo, che inizia così:

“La condanna in primo grado dei sette imputati al processo dell’Aquila ha determinato, nell’opinione pubblica come in molti intellettuali, alcune convinzioni che l’assoluzione di sei di essi in secondo grado non ha contribuito, almeno per il momento, a modificare, e che hanno implicazioni importanti per il futuro della riduzione del rischio sismico.
Si tratta in particolare delle tesi che:

  1. gli imputati fossero stati condannati per non aver valutato “correttamente” il rischio sismico;
  2. gli eventi di cui al processo dell’Aquila siano stati determinati da una errata comunicazione del rischio.”

 Le conclusioni della prima parte erano che:

  1. il rischio sismico in una larga porzione di Italia è – oggi – alto;
  2. non aumenta in modo significativo a causa di sequenze sismiche non distruttive, quale era quella dell’aquilano al 31 marzo 2009;
  3. l’emergenza sismica non è iniziata con la sequenza del 2009. Era già iniziata (da sempre), ed è permanente, anche se la maggior parte degli italiani non se ne vuole convincere;
  4. quest’ultimo è il vero problema, e dovrebbe essere il cuore della comunicazione del rischio.

In questa seconda parte si discute la tesi b).

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E veniamo alla comunicazione del rischio.
Una premessa. Il rischio sismico nell’aquilano era indiscutibilmente elevato ben prima dell’inizio della sequenza sismica, a causa dell’alta pericolosità sismica e dell’alta vulnerabilità; tuttavia pochi ne parlavano, non vi si dedicavano volumi, articoli, blog, interviste. Zero comunicazione del rischio a fronte di alto rischio? Nessuno andava in cattedra perché ne aveva parlato. Giaceva nei cassetti – poco diffuso – qualche report di convegni promossi dalle Amministrazioni locali a scopo essenzialmente catartico, come spesso avviene. Solo qualcuno portava avanti con fatica interventi di educazione nelle scuole. Continua a leggere