Norme tecniche per le costruzioni, modelli di pericolosità sismica e sicurezza degli edifici (colloquio con Antonio Occhiuzzi)

Anche se l’interesse maggiore di questi tempi è ovviamente per l’emergenza Covid, abbiamo ritenuto utile proporre una interessante analisi sul problema della sicurezza sismica degli edifici in relazione alle norme tecniche e ai modelli di pericolosità sismica.

Antonio Occhiuzzi, napoletano e tifoso del Napoli, è professore di Tecnica delle Costruzioni presso l’Università Parthenope. E’ laureato in ingegneria a Napoli e al MIT di Boston, ha un dottorato di ricerca in ingegneria delle strutture, materia cui si dedica da sempre.
Dal 2014 dirige l’Istituto per le Tecnologie della Costruzione (ITC), ossia la struttura del CNR che si occupa di costruzioni, con sedi a Milano, Padova, L’Aquila, Bari e Napoli.

Caro Antonio, tempo fa avevi commentato un mio post di risposta a un articolo dell’Espresso in cui veniva riproposta, come avviene periodicamente, la questione del superamento dei valori di progetto in occasione dei terremoti recenti e, di conseguenza, la presunta fallacia dei modelli di pericolosità e delle normative basate su di essi, quasi che entrambi fossero responsabili dei crolli e delle vittime. https://terremotiegrandirischi.com/2019/08/27/la-colpa-e-dei-modelli-di-pericolosita-sismica-di-massimiliano-stucchi/

Poichè in questa problematica si intrecciano aspetti sismologici e ingegneristici, ti ho invitato a approfondire la tematica.

 Caro Max, l’avevo commentato perché ero assolutamente d’accordo con te. L’articolo dell’Espresso, rivolto al grande pubblico, risulta ingannevole per il non addetto ai lavori perché vengono mescolate considerazioni ragionevoli a clamorose inesattezze. Il giornalista si basa su di un’intervista a un geofisico, la figura professionale più credibile per studiare i fenomeni fisici del nostro pianeta: tuttavia, quando poi si passa agli effetti di tali fenomeni sulle costruzioni, il geofisico diventa, come lo sarebbe un medico o un letterato, un incompetente, perché si “entra” nei temi dell’ingegneria strutturale e, in particolare, di quella antisismica. Temi che non fanno parte degli studi e delle esperienze di geologi, fisici, medici e letterati (tra i tanti).

Le mappe, o meglio I modelli, di pericolosità sismica vengono compilati – nella maggior parte delle nazioni e anche dei progetti internazionali – secondo un approccio probabilistico, poiché questo viene “richiesto” dagli utilizzatori dei modelli stessi, ovvero dagli ingegneri progettisti. Ci puoi spiegare perché?

La progettazione strutturale e antisismica è, in tutto il mondo evoluto, basata su concetti probabilistici, anche per quanto concerne le azioni, incluse quelle sismiche. E questo approccio non è in discussione nella comunità mondiale dell’ingegneria strutturale (e antisismica). Il motivo, che spesso sfugge a chi non è del mestiere, è che la progettazione strutturale è dominata dalle incertezze: incertezze nella definizione delle azioni, sui modelli utilizzati, sulle resistenze dei materiali. Per tale motivo, la progettazione strutturale è convenzionale: nessuno al mondo pensa che nei solai di abitazione ci sia un carico variabile uniformemente distribuito pari a 2 kN/mq, che sarebbe a dire che in ogni stanza della casa c’è un allagamento con l’acqua alta 20 cm. Tuttavia, praticamente tutte le case del mondo sono progettate secondo questo tipo di ipotesi, per la quale gli effetti dei carichi che possono realmente interessare gli ambienti di una casa sono probabilisticamente minori di quelli corrispondenti a quella specie di “piscina” di cui parlavo prima. L’approccio probabilistico cerca di coniugare accuratezza e fattibilità operativa: in alternativa, ad esempio, un progettista dovrebbe prevedere, nell’ambito di un soggiorno, quale possa mai essere la disposizione dell’arredo e la posizione degli occupanti, eseguire i calcoli e imporre di non spostare divani, tavoli e pianoforte e di sedersi sempre tutti allo stesso posto. Sarebbe la “maximum credible furniture position”, concetto analogo a quello di “maximum credible earthquake” descritto nell’articolo dell’Espresso. In entrambi i casi, inutilizzabile per l’ingegneria antisismica: ti assicuro che prima o poi il pianoforte lo spostano e che il prossimo terremoto che arriva in un’area avrà caratteristiche che ai fini della sicurezza delle costruzioni saranno differenti da quelle previste: occorre progettare senza avere la presunzione di “sapere tutto”, ma gestendo “probabilisticamente” le incertezze.

Per inciso, è corretto dire che le azioni proposte dalla normativa rappresentano un valore minimo, obbligatorio, ma che se un proprietario decide di adottare valori superiori per ottenere una sicurezza maggiore è libero di farlo?

E’ corretto. Il “minimo obbligatorio” è frutto di un compromesso tra esigenze diverse e “contrastanti”. Nell’ambito delle costruzioni, due esigenze contrastanti sono la “resistenza al crollo” e il “danneggiamento delle componenti non strutturali”. Aumentare l’intensità delle azioni corrisponde a costruzioni più resistenti e più rigide: questo corrisponde ad accelerazioni ai piani più elevate e, di conseguenza, a danneggiamenti più elevati per partizioni esterne e interne, impianti, finiture, etc. Se diminuisce l’intensità delle azioni attese, la costruzione è meno resistente, meno rigida e durante un terremoto subisce accelerazioni ai piani più modeste: meno danni, ma aumenta il “rischio crollo” (per semplificare). Il “punto di equilibrio”, basato sull’esperienza, è – per ora – quel 10% in 50 anni.
Se però io avessi un minuto da dedicare a ciascun proprietario di casa, lo utilizzerei dicendogli di non fare soppalchi abusivi, non nascondere i radiatori realizzando nicchie nelle murature portanti, non tagliare o comunque danneggiare travi e pilastri in calcestruzzo armato per fare spazio agli impianti tecnologici, di risparmiare e poi spendere qualche soldo per le verifiche strutturali e per il consolidamento strutturale. Il minuto sarebbe finito e non sarei pentito di non avere avuto il tempo di parlargli dell’ultimo dei problemi, ossia la modifica di dettaglio dell’intensità dell’azione sismica rispetto a una definizione che va già sostanzialmente bene.

E’ però vero che in alcuni paesi si cominciano a adottare azioni con probabilità di superamento più basse, così come avviene, per inciso, per opere pubbliche di particolare rilevanza. E qualcuno spinge per adottare il massimo terremoto atteso, sempre ammesso che lo si sappia valutare.

Mi perdonerai la franchezza, ma questo è un falso problema. Ti racconto un aneddoto. Alla fine del 2008 partecipai alla progettazione di un nuovo padiglione dell’ospedale di Fivizzano, in Garfagnana. Proposi subito l’adozione delle allora recenti NTC 2008: tutti, committente, tecnici, persino i colleghi del locale Genio Civile mi dicevano “siamo nel periodo transitorio, perché non vai con le norme del 1996?”. Insistetti, e l’edificio fu realizzato secondo le NTC 2008, forse uno dei primi in Italia, all’inizio del 2009, prima del terremoto di L’Aquila. Nel giugno 2013 accadde un terremoto, non un evento epocale (M=5.1), ma con epicentro molto prossimo a Fivizzano. Nel plesso ospedaliero c’è una stazione accelerometrica della rete nazionale: guardando PGA e spettro di risposta in accelerazione ricavati dal segnale registrato, mi accorsi che si trovavano ben al di sopra dello spettro di progetto allo SLD e al di sotto di quello allo SLU. Un sopralluogo permise di constatare che gli unici danni rilevati nel nuovo padiglione riguardarono due piccole lesioni nei componenti non strutturali di partizione esterna. La riparazione durò mezza giornata. Voglio dire che mentre ci sono testimonianze empiriche, come quella che ti ho raccontato, del fatto che la scelta di utilizzare una certa probabilità di superamento in un dato periodo “ha funzionato”, non esiste alcun caso reale, per edifici progettati e realizzati secondo le norme attuali (dalle NTC 2008 in poi), che mostri che le scelte alla base di tali normative sono sbagliate.

Uno degli argomenti più usati – strumentalmente – per attaccare modelli di pericolosità e normativa sismica basata su di essi è l’avvenuto superamento dei valori di progetto in occasione di terremoti recenti. Premesso che, a parte gli svarioni che vengono commessi nell’effettuare questi confronti,  i valori adottati per la progettazione sono “superabili” per definizione se si accetta un x% di probabilità di superamento in x anni, l’idea che viene trasmessa al pubblico è che se le azioni sismiche superano quelle di progetto la costruzione crolla. E’ così?

 In generale non è così. Come dicevamo prima, l’approccio attuale dell’ingegneria antisismica mondiale è fondato su basi probabilistiche. Questo significa che l’impostazione normativa prevede esplicitamente che non sia nota, ad esempio, l’entità dell’azione sismica (ovviamente in un certo, ragionevole intervallo). Per esemplificare, se la PGA di progetto allo Stato Limite Ultimo (SLU) è, per un dato sito, pari a 0,27g, puoi star sicuro che un edificio correttamente progettato avrà il comportamento previsto anche per valori superiori della PGA. Naturalmente, se impattiamo un asteroide e il moto del suolo arriva a punte di accelerazione molto maggiori, ad esempio 10 volte maggiori, questo discorso non vale più. Ma per una data area, l’attuale impostazione progettuale tiene in considerazione il fatto che le azioni possano essere ragionevolmente superiori a quelle di progetto senza che la sicurezza della costruzione ne risenta significativamente. A tale risultato si perviene per due strade principali.
La prima concerne i coefficienti di sicurezza (parziali) previsti dalle norme vigenti, che riguardano le azioni, le resistenze e i modelli di valutazione. La questione è un po’ sottile, per addetti ai lavori: i coefficienti parziali sono parzialmente esplicitati nelle norme, ma sono spesso invisibili ai “non specialisti” e pertanto applicati spesso senza che progettisti ed esecutori ne abbiano esatta contezza. Semplificando in maniera estrema, e perdendo quindi in rigore scientifico, posso dirti che l’effetto globale dei coefficienti parziali (espliciti e nascosti) comporta per una costruzione in calcestruzzo armato un margine di sicurezza compreso tra 2,5 e 3, che aumenta nel caso di meccanismi di rottura fragile (di nuovo, roba da super-specialisti). Questo significa che azioni, modelli e resistenze previste in progetto possono essere sbagliati – complessivamente – fino al 150-200% prima di causare un crollo. Può sembrare tanto, ma al momento in tutto il mondo questa è più o meno la riserva di resistenza che viene ritenuta necessaria.
La seconda è il concetto di duttilità. Secondo le attuali norme di progettazione e di esecuzione, gli organismi strutturali sono in grado di resistere ad azioni maggiori di quelle previste in progetto utilizzando meccanismi di duttilità e di dissipazione energetica e purché non insorgano meccanismi di rottura fragile (accuratamente evitati mediante l’applicazione di coefficienti parziali di modello e del concetto di “gerarchia delle resistenze”). Aggiungo, inoltre, che le costruzioni moderne dispongono di “riserve di resistenza” aggiuntive delle quali non si tiene conto nella progettazione, ma che comunque esistono.
Per quanto detto, quindi, la tesi che accelerazioni sismiche effettive alla base superiori a quelle convenzionali di progetto (di quanto: 10, 20, 50%?) siano in qualche modo un problema che riguarda la sicurezza delle costruzioni è priva di qualsiasi riscontro nel mondo dell’ingegneria antisismica.

Tornando al problema principale, possiamo affermare che i crolli che riscontriamo in occasione di molti terremoti non sono dovuti al superamento delle azioni di progetto? Sei a conoscenza di casi in cui questo si sia verificato in modo dimostrato?

Le costruzioni realizzate a partire delle recenti normative antisismiche (dall’Ordinanza PCM del 2003 in poi) hanno un grado di sicurezza nei riguardi delle azioni sismiche molto elevato (la sicurezza “assoluta” non esiste!). Quelle che hanno “sofferto” e soffriranno per i terremoti sono sostanzialmente costruzioni non realizzate secondo criteri antisismici o oggetto di manomissioni operate con poco scrupolo. Sintetizzando, fino ad oggi hanno fatto più morti i soppalchi e le aperture abusive che la PGA.

Qui ovviamente si apre la questione del come mai questo avvenga. Che crollino alcune costruzioni non realizzate secondo criteri antisismici, ad esempio prima che il relativo Comune venisse inserito nelle zone sismiche, ci può stare: tuttavia ci sono fior di costruzioni di quel tipo che hanno superato in maniera decente la prova del terremoto. Come mai avviene questo?

L’ingegneria antisismica è una disciplina relativamente moderna. Fino agli anni ’80 è rimasta confinata nei dipartimenti (allora erano istituti) universitari, la prima generazione di laureati in ingegneria civile con l’esame di costruzioni in zona sismica nel libretto è apparsa sul mercato del lavoro nella decade a cavallo del nuovo millennio. I crolli registrati in Italia in corrispondenza dei terremoti sono riferiti, nella stragrande maggioranza dei casi, a costruzioni in muratura non ingegnerizzate o a edifici in calcestruzzo armato non progettati e realizzati secondo criteri antisismici. Anche per questo tipo di costruzioni, però, esiste una capacità, ancorché limitata, di resistere alle azioni sismiche. Una muratura regolare, ben conservata, con aperture geometricamente ordinate può essere in grado di sostenere azioni orizzontali significative anche se chi l’ha realizzata non lo sapeva.

Anche senza tirare in ballo probabilità di superamento, argomento sempre ostico e scivoloso ad ogni semplificazione, si può dire che il modello di pericolosità ha fornito alcuni “terremoti” di riferimento di entità crescente, per ogni località Italiana. Le NTC hanno deciso di usare (per civile abitazione) due di questi, richiedendo ai progettisti di superarne uno senza danni e l’altro senza crolli.  Alla luce delle esperienze degli ultimi anni, ritieni ancora questa assegnazione la migliore (per lo Stato e per il proprietario) o c’è spazio per un passaggio dall’approccio “salva vite” a quello “limitazione del danno”, per avere in futuro crateri ancora più piccoli e meno danneggiati?”

Caro Max, devo dire che ancora una volta siamo “fuori fuoco”. Le vite perdute e i danni occorsi durante i terremoti italiani delle ultime decadi sono dovuti a due diversi fattori, tra i quali certamente non c’è la scelta operata in sede di NTC. Il primo è che morti e danni hanno riguardato costruzioni precedenti all’attuale assetto normativo. Sotto questo profilo è fuorviante associare i danni e le tragedie che osserviamo al telegiornale con l’attuale norma tecnica. Il secondo è che morti e danni hanno riguardato molto spesso costruzioni malamente manipolate e per questo indebolite nei riguardi della sicurezza strutturale e antisismica (ricordi la “casa dello studente” di L’Aquila? O le foto di Amatrice con le murature portanti “tagliate” in corrispondenza di improbabili soppalchi?). Ovviamente, tutto è migliorabile, anche le mappe di pericolosità e l’uso che se ne fa nell’ingegneria antisismica: tuttavia, questi aspetti oggi sono molto meno importanti del dramma di avere in tutto il Paese una maggioranza di costruzioni irrispettose di qualsiasi criterio antisismico anche minimo.

A volte, perdonami la franchezza, mi sembra che il dibattito scada nel paradossale osservando che una diversa modellazione delle azioni sismiche porta a oscillare il rapporto tra capacità e domanda (ossia il livello di sicurezza antisismica) tra 0,9 e 1,1 mentre la stragrande maggioranza delle costruzioni italiane delle zone sismiche 1 e 2, ivi incluse scuole, tribunali, edifici sportivi e case, ha valori prossimi a 0,3, offrendo quindi una sicurezza strutturale pari a circa un terzo di quella che viene richiesta oggi alle nuove costruzioni!

 

 

Parlare di terremoti e di pericolosità sismica, oggi?

Meglio di no, certo. Ci sono ben altri problemi, oggi; anche se, inevitabilmente, qualcuno azzarda paragoni con l’epidemia, a volte azzeccati, a volte maldestri.
Anche la puntata di “Presa Diretta”, che doveva continuare l’opera di critica nei confronti del modello di pericolosità sismica adottato dalla Normativa Tecnica per le Costruzioni, già rinfocolata da L’Espresso lo scorso agosto e ripresa addirittura da una indagine della Corte dei Conti (!), è stata rinviata.

Rimandare alla fase 2? La fase 3? Ma quando comincia la fase 2, e soprattutto come sarà questa fase 2? Molti si ingegnano a cercare il “picco” attraverso modelli più o meno complessi, che cercano di utilizzare dati abbastanza farlocchi. Altri protestano perché non viene spiegata in dettaglio la fase 2; altri ancora se la prendono con i “trasgressori” del lockdown, che impediscono la discesa della curva. Si aprono inchieste, giuste ma forse non prioritarie, quando si pensa ai degenti del Triulzio o di altre RSA ancora vivi, da proteggere (vogliamo parlare di che cosa si fa per loro, oggi?).

E da parte dei media continua, imperterrita, la ricerca del parere degli esperti, più spesso per evidenziare eventuali disaccordi che non per fornire al pubblico elementi di informazione e di conoscenza. Come nel caso di terremoti, appunto.

Nell’autunno scorso, con Carlo Meletti, avevamo scritto un articolo che voleva fare il punto sul modello di pericolosità sismica MPS04 e cercava di smontare bufale e fake news in proposito.
Anzi, cercava di fare di più: di ragionare sul problema.

Questo articolo sta per essere pubblicato sul prossimo numero di “Progettazione Sismica”, che ringrazio per aver reso disponibile una preview al seguente link

https://drive.google.com/file/d/1bFNXPSqZL2K6I6njQJlFy9tu_a7EyJDe/view

Ho pensato di renderlo disponibile comunque.

In aggiunta, succede che mercoledì 15 aprile, alle ore 12, parlerò proprio di questi temi nel corso di un Webinar organizzato dalla Università di Camerino, in particolare da Emanuele Tondi, che è anche direttore della locale sede INGV.

Doveva essere un seminario per studenti, in loco: le circostanze l’hanno trasformato in un webinar aperto a tutti, che potrà essere seguito da questo link

https://unicam.webex.com/meet/emanuele.tondi

Niente di speciale, cose forse già dette. Per studenti che vogliono continuare a studiare, capire e prepararsi alle prossime fasi.

La colpa è dei modelli di pericolosità sismica? (di Massimiliano Stucchi)

Premessa. In questi giorni si discutono problemi ben più gravi e urgenti. Tuttavia l’apparizione di un articolo, su l’Espresso, che approfitta della ricorrenza del terremoto di Amatrice del 2016 per gettare discredito sul modello di pericolosità sismica corrente e sulle norme dello Stato, utilizzando fake news e argomenti inconsistenti mi ha mandato in bestia.

Ce lo si poteva aspettare. Cosa meglio di una ricorrenza di un terremoto (Amatrice, 2016) e delle sue vittime per tornare a accusare terremoti e sismologia? Dopo L’Aquila c’era stato addirittura un processo (anzi, più di uno; uno – civile – ancora in corso, al quale sono stato convocato per testimoniare in settembre, senza spiegazione alcuna, dalla parte che accusa lo Stato e chiede risarcimenti). Continua a leggere

Do seismic hazard models kill? (by Massimiliano Stucchi)

Introduction. The appearance of an article, on the weekly magazine L’Espresso (http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2019/08/26/news/terremoto-calcoli-sbagliati-1.338128?ref=HEF_RULLO&preview=true), which took advantage of the 2016 Amatrice earthquake anniversary to discredit the Italian seismic hazard model and the national building code, based on it, using fake news and inconsistent arguments made me angry.
What follows is a comment written for the benefit of the international readers.
The original version in Italian which can be found here (https://terremotiegrandirischi.com/2019/08/27/la-colpa-e-dei-modelli-di-pericolosita-sismica-di-massimiliano-stucchi/), which can easily be translated by means of the improved https://translate.google.com/.

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La vulnerabilità dimenticata (colloquio con Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, del Dipartimento Terremoti, INGV, Roma, è sismologo di formazione geologica, dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: http://diss.rm.ingv.it/diss/).  Ha dedicato oltre 30 anni della sua carriera a esplorare i rapporti tra tettonica attiva e sismicità storica, con l’obiettivo di fondere le osservazioni geologiche con l’evidenza disponibile sui grandi terremoti del passato. Di recente, con altri colleghi ha pubblicato un lavoro che propone una sorta di graduatoria di vulnerabilità dei comuni appenninici. Gli abbiamo chiesto di illustrarcelo.

Luca, tu sei un geologo del terremoto. Ti occupi di faglie attive, di sorgenti sismogenetiche, di terremoti del passato, di pericolosità sismica. Di recente ti sei avventurato, con altri colleghi, nel tema della vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio italiano[1],[2]. Come mai questa scelta? Continua a leggere

The forgotten vulnerability (interview with Gianluca Valensise)


Gianluca Valensise, of the Earthquake Department of INGV, Rome, is a seismologist with a geological background, an INGV research manager, and the author of numerous studies on active faults in Italy and other countries. In particular he is the “founder” of Italy’s Database of Individual Seismogenic Sources (DISS, http://diss.rm.ingv.it/diss/). He has spent over 30 years of his career exploring the relationships between active tectonics and historical seismicity, with the goal of merging geological observations with the available evidence on the largest earthquakes of the past.
Recently, with other colleagues, he published a work that proposes a sort of vulnerability ranking of Apennines municipalities. We discuss it below.

Luca, you are an earthquake geologist. You deal with active faults, seismogenic sources, past earthquakes, seismic hazard. Recently, with other colleagues, you have ventured into the theme of seismic vulnerability of the Italian building heritage. How come this choice? Continua a leggere

Tutti sulla stessa faglia: un’esperienza di riduzione del rischio sismico a Sulmona. Intervista a Carlo Fontana

Carlo Fontana è un ingegnere meccanico che vive a Sulmona, e quindi nei pressi di una delle faglie appenniniche più pericolose: quella del Morrone. Lavora nel settore industriale e fino al 2009 non ha considerato il rischio sismico come rilevante nella sua vita. Con lui abbiamo discusso della sua esperienza di riduzione della vulnerabilità sismica della sua casa e di impegno pubblico sul tema della prevenzione nel suo territorio.

Ci racconti come era – dal punto di vista sismico – l’edificio in cui vivevi ?

L’edificio in questione è la casa paterna di mia moglie, che abbiamo deciso di ristrutturare dopo il matrimonio per renderla bifamiliare. Era composto da un nucleo originario in muratura calcarea tipica della zona, primi anni del 900, a cui è stato affiancato un raddoppio negli anni  ‘60 con muratura in blocchi di cemento semipieni. Solai in profili metallici e tavelle, scala in muratura e tetto in legno. E’ stata danneggiata e resa parzialmente inagibile dai terremoti del 7 e 11 maggio 1984. Nel 2008 era ancora in attesa del contributo per un intervento di riparazione progettato a ridosso del sisma.

Fig01

Qual è stata la molla che è scattata per indurti a rivedere il progetto relativo alla tua abitazione? Continua a leggere

August notes, with another trial at L’Aquila
 (by Massimiliano Stucchi)

translated by Google, revised

Since at least a couple years  August gives us death and damage: Amatrice in 2016, Ischia in 2017, this year the highways, the Pollino flood and a seismic sequence (Molise) that so far has produced only minor damage. And other news that is worth commenting on.

On the Morandi bridge in Genoa everything and even more was said. There is little to add, if not the reflection that bridges of that type, and also of another type, are vulnerable both to wear and possible external impacts (airplanes, drones, attacks, etc.). These bridges are designed to withstand a given external event that is never the maximum possible, also because in these cases this maximum is not known. So, like many things, they keep a level of risk. To be know. Continua a leggere

Verso il nuovo modello di pericolosità sismica per l’Italia (colloquio con Carlo Meletti)

English version at

https://terremotiegrandirischi.com/2018/07/03/towards-the-new-seismic-hazard-model-of-italy-interview-with-carlo-meletti/

Nel 2004 un piccolo gruppo di ricerca, coordinato da INGV, rilasciò la Mappa di Pericolosità Sismica del territorio italiano (MPS04), compilata secondo quanto prescritto dalla Ordinanza n. 3274 del Presidente del Consigli dei Ministri (PCM) del 2003. La mappa doveva servire come riferimento per le Regioni, cui spetta il compito di aggiornare la classificazione sismica dei rispettivi territori. La mappa fui poi resa “ufficiale” dalla Ordinanza n. 3519 del Presidente del Consiglio dei Ministri (28 aprile 2006) e dalla conseguente pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (n. 108 del 11 maggio 2006).
Nel seguito, utilizzando lo stesso impianto concettuale, alla mappa furono aggiunti altri elaborati che andarono a costituire il primo modello di pericolosità sismica per l’Italia. In particolare per la prima volta furono rilasciate stime per diversi periodi di ritorno e per svariate accelerazioni spettrali. Questo modello divenne poi la base per la normativa sismica contenuta nelle Norme Tecniche 2008 (NTC08), divenute operative nel 2008 ed è stato adottato anche dalle Norme Tecniche 2018.
Caratteristiche e vicende legate al successo di MPS04 sono descritte, tra l’altro, in due post di questo blog: 

https://terremotiegrandirischi.com/2016/09/26/che-cose-la-mappa-di-pericolosita-sismica-prima-parte-di-massimiliano-stucchi/

https://terremotiegrandirischi.com/2016/10/05/la-mappa-di-pericolosita-sismica-parte-seconda-usi-abusi-fraintendimenti-di-massimiliano-stucchi/

Come avviene in molti paesi sismici, da qualche anno un gruppo di ricerca sta compilando un nuovo modello di pericolosità, che utilizzi dati e tecniche aggiornate.
Massimiliano Stucchi ne discute con Carlo Meletti il quale, dopo aver contribuito in modo importante a MPS04, coordina la nuova iniziativa attraverso il Centro di Pericolosità Sismica dell’INGV.

MPS04, pur compilata abbastanza “di fretta” per soddisfare le esigenze dello Stato, ha avuto un notevole successo, sia in campo tecnico-amministrativo sia – dopo qualche anno – a livello di pubblico. Che cosa spinge alla compilazione di un nuovo modello?

C’è la consapevolezza che dopo oltre 10 anni siamo in grado di descrivere meglio la pericolosità sismica in Italia. Un modello di pericolosità è la sintesi di conoscenze, dati e approcci disponibili al momento della sua compilazione. Nel frattempo abbiamo accumulato tantissimi dati nuovi o aggiornati (non solo un importante revisione del catalogo storico dei terremoti, ma anche del database delle faglie e sorgenti sismogenetiche, nonché tutte le registrazioni accelerometriche dei terremoti forti italiani degli ultimi 10 anni).
Abbiamo pertanto ritenuto di dover verificare quanto cambia la definizione della pericolosità. E’ una prassi normale nei paesi più evoluti (ogni 6 anni negli Stati Uniti, ogni 5 in Canada, ogni 10 in Nuova Zelanda). Noi siamo partiti da un’esigenza di tipo scientifico, ma anche il Dipartimento della Protezione Civile ha sostenuto questa iniziativa per verificare il possibile impatto sulla normativa sismica (classificazione dei comuni e norme per le costruzioni).

Ci puoi riassumere brevemente le fasi di questa nuova iniziativa e anticipare, se possibile, la data di rilascio nel nuovo modello? Continua a leggere

Belice 1968: 50 anni dopo – Belice 1968, 50 years after (Massimiliano Stucchi)

Si ringraziano Renato Fuchs, Maurizio Ferrini e Andrea Moroni

English version below

Il terremoto – o meglio la sequenza sismica – del Belice (i parametri sismologici si possono trovare in https://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/ arrivò nel gennaio del 1968, quando il “Sessantotto” non era ancora cominciato. Non si era “abituati” ai terremoti come lo siamo ai giorni nostri: sei anni prima c’era stato quello del Sannio-Irpinia e per avere un altro M6 bisognava risalire al 1930, anche se, nel frattempo, non erano mancati terremoti capaci di produrre danni.
I terremoti del Belice annunziarono in un certo senso il decennio sismico degli anni 70: 1971 Tuscania, 1972 Ancona, 1976 Friuli, 1978 Golfo di Patti, 1979 Norcia e Cascia, 1980 Irpinia e Basilicata. E il dopo-terremoto divenne simbolo di spopolamento, emigrazione, rapine di fondi pubblici, follie urbanistiche e quant’altro.

All’epoca studiavo fisica, con interessi prevalenti rivolti alla fisica cosmica. In occasione di un soggiorno a Palermo nel 1969 raccolsi le descrizioni di amici e parenti che avevano vissuto il periodo sismico. Scoprii Segesta e partecipai alla mattanza a Favignana ma non andai nel Belice. Visitai per la prima volta il Belice nel 1977, in autostop, in coda alla mia prima scuola di Geofisica di Erice, dopo aver partecipato alle celebrazioni del trentennale della strage di Portella della Ginestra. Si stava costruendo: diverse località – secondo tradizione – venivano ricostruite altrove, e le rovine di Gibellina non erano ancora state sigillate dal Cretto di Burri. 

Ci ritornai altre volte con la benemerita Scuola di Geofisica diretta da Enzo Boschi, sempre diretto alla mia preferita – e ancora viva – Poggioreale ormai “antica”.

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