Sismabonus: qualche spiegazione dedicata a chi abita gli edifici (colloquio con Alessandro Grazzini)

I problemi legati alla pandemia Covid-19 hanno messo in secondo piano quelli legati alla sicurezza sismica. Tuttavia, in modo apparentemente sorprendente il Governo ha deciso di sostenere l’iniziativa del Sismabonus aumentando addirittura al 110% il valore del contributo dello Stato sotto forma di credito di imposta, abbassando il periodo di recupero del credito e agevolando la possibilità di cederlo a banche o imprese che possono farsi promotori delle ristrutturazioni.
L’iniziativa del Sismabonus nacque quando un Governo – come vedremo – cercò di rendere operativo il concetto secondo il quale è meglio spendere soldi per ridurre i danni piuttosto che per ripararli; ma, e questa fu la novità, introdusse il concetto che il problema non riguarda solo lo Stato, ossia la collettività, ma anche – almeno in parte – i proprietari. Da questo concetto, semplificando, proviene il Sismabonus.
La comunicazione al pubblico su questo argomento non è mai stata molto dettagliata. Vi sono molti articoli tecnici che ne parlano, ma è difficile trovare materiale che spieghi in modo chiaro i vantaggi. Spesso i proprietari di casa si affidano agli ingegneri in un modo simile a come un malato si affida al chirurgo che gli consiglia la soluzione migliore, che poi la praticherà nei fatti. Ora, un paziente non deve certo studiare medicina per capire ma è giusto che richieda qualche spiegazione e qualche alternativa. Questo dovrebbe avvenire anche nel caso del Sismabonus.

Ne parliamo oggi con Alessandro Grazzini, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria Strutturale Edile e Geotecnica del Politecnico di Torino, esperto in consolidamento e miglioramento sismico degli edifici storici in muratura, che ha scritto diversi interventi in materia che vengono ripresi nelle sue risposte. Alla formulazione delle domande ha contribuito Carlo Fontana.

Quando è nata l’iniziativa del Sismabonus e come si è sviluppata in questi anni? Sono disponibili dati relativi all’utilizzo?

Lo strumento del Sismabonus nasce con la Legge di Bilancio del 2017, subito dopo il terremoto del Centro Italia, per sensibilizzare maggiormente i cittadini sul tema della sicurezza delle loro case e fornire loro uno strumento tecnico-finanziario che incentivi gli interventi privati per la riduzione del rischio sismico. Questo rischio, a volte non così avvertito diffusamente dall’opinione pubblica, dipende sia dalla frequenza e intensità con cui accadono i terremoti in determinate aree ben identificate sulla mappa sismica italiana, sia dall’elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio. Esiste ancora oggi un gran numero di edifici antichi che non rispondono ai minimi requisiti di sicurezza in caso di forte terremoto.
Mentre i costi sociali e in perdite di vite umane rimarranno incalcolabili, limitare i danni in caso di terremoto significa salvare un maggior numero di vite umane e gestire in tempi più brevi la riparazione, limitando anche i disagi socio-economici. Per arrivare a questo risultato occorre partire da una base indispensabile: ovvero avere edifici esistenti molto più resistenti al sisma, quasi come quelli di nuova progettazione. Gli edifici privati di Norcia, precedentemente rinforzati in modo efficiente dopo il sisma del 1997, hanno dimostrato che investire in questa direzione conviene. Sono nuovamente inagibili. Ma non rasi al suolo come quelli di Amatrice. La comunità che li abitava potrà ritornare ad insediarsi nei medesimi luoghi di origine con costi inferiori a quelli della completa demolizione e ricostruzione. Significa salvare vite umane.
Per questo il legislatore ha scelto di intraprendere una strada battuta con successo affidandosi al già collaudato meccanismo delle detrazioni fiscali. Tuttavia, l’esordio del Sismabonus è stato molto timido malgrado le alte percentuali di detrazione fiscale offerte. Le pratiche sono state fino ad oggi inferiori, anche come ordine di grandezza, rispetto a quelle più gettonate delle ristrutturazioni edilizie e dell’Ecobonus, già conosciute e ampiamente utilizzate dall’opinione pubblica.

Quali sono i motivi?

I motivi sono molteplici. Complessità del progetto strutturale, che comporta oneri e tempi maggiori rispetto a quello di una semplice coibentazione. Per valutare il rischio sismico di un edificio occorre spesso una modellazione al computer molto complessa, oltre all’esecuzione di prove diagnostiche per la caratterizzazione delle resistenze meccaniche e della qualità degli elementi portanti.  Ancora scarsa sensibilità dell’opinione pubblica al tema della sicurezza del patrimonio immobiliare, contestualmente alla crisi economica che porta ad investire somme ridotte sull’abitazione, e spesso più propense all’Ecobonus o alle semplici ristrutturazioni. Inoltre mettere in sicurezza l’edificio comporta a volte cantieri più lunghi con lavori incompatibili con la presenza delle persone all’interno, pertanto può sussistere in alcuni casi anche il disagio di affrontare un trasloco temporaneo del nucleo familiare. Tuttavia resta evidente che questa è la strada principale da percorrere. Se vogliamo vivere più sicuri nelle proprie abitazioni, i cittadini prima di tutti devono prendere coscienza del rischio sismico e, con l’aiuto dello Stato, attivare i cantieri della messa in sicurezza; il prima possibile.

La “classificazione sismica” degli edifici (termine discutibile, che forse non a caso viene confuso con la zonazione di competenza regionale), ovvero la valutazione del rischio singolo del singolo edificio, è in uso ormai da qualche tempo. È possibile dare un’idea sintetica, ovviamente semplificata, di come le varie tipologie costruttive (cemento armato, muratura, misto etc.) ed epoche di costruzione sono state prevalentemente classificate? Probabilmente ad un addetto ai lavori ogni classe fa venire in mente un tipo di edificio. Gli utenti potrebbero trovare utile un primo riferimento di massima di questo tipo. 

La classificazione è funzione delle vulnerabilità dell’edificio, senza specifici riferimenti alla tipologia strutturale. Deriva dalla qualità degli elementi portanti, come la tessitura muraria, le resistenze, gli schemi di armatura degli elementi in cemento armato, la presenza o assenza di collegamenti tra solai e pareti, l’efficacia del comportamento scatolare, ecc. La classificazione è specifica per ogni singolo edificio. Così si può anche trovare un edificio in muratura ben costruito in una classe inferiore (lettere più “alte”) rispetto ad uno in cemento armato progettato prima del 1971 e magari mal costruito, per esempio. Gli utenti devono comunque considerare che un edificio di nuova progettazione, verificato ai minimi requisiti richiesti per la sicurezza sismica, si attesta all’incirca nella classe B, e non in A+.
Ovviamente molti edifici esistenti, soprattutto quelli costruiti prima delle prime norme antisismiche o mal costruiti/mantenuti, si posizionano allo stato di fatto nelle classi F o al più E. Senza distinzione di tipologia costruttiva. Se costruiti senza dettagli antisismici o soggetti a forte degrado, risiedono tutti nelle classi più alte (lettere più “basse”). Un po’ come accade per la certificazione energetica di un edificio datato, privo di coibentazioni, con caldaia e serramenti vecchi: si attesta inequivocabilmente nella classe a più alto consumo energetico.

Uno dei maggiori elementi di diffidenza, per quello che ho potuto percepire da persone sensibili al problema della sicurezza sismica e anche disponibili ad affrontare costi e disagi, è la scarsa comprensibilità, in termini di scala della sicurezza sismica, dei vari livelli “di rischio” previsti dal Sismabonus. Il pubblico non è certo in grado di decifrare concetti abbastanza astrusi quali le perdite annue medie (PAM), che inducono a credere che in ogni anno si verifichino danni sismici. In definitiva, che cosa vuol dire in concreto in termini di sicurezza sismica – ad esempio – diminuire di due classi il rischio sismico di un edificio?

La classificazione è uno strumento efficace per offrire al cittadino una valutazione facilmente comprensibile del rischio sismico della sua abitazione, sulla falsa riga di quanto già fatto con la certificazione energetica dove le classi contrassegnate con le lettere e le graduazioni di colore ad esse associate favoriscono al cittadino un’idea qualitativa del consumo energetico della propria abitazione. Qui è la stessa situazione. Provo a spiegare brevemente i due parametri su cui si basa la classificazione sismica. Il primo è la Perdita Annuale Media attesa (PAM), ossia quanto sarebbe l’onere economico da sborsare ogni qual volta l’edificio si danneggi in modo grave dopo una grossa scossa di terremoto. Chiaramente, più l’edificio è vulnerabile, maggiore sarà questo costo, che rappresenta appunto una perdita economica che lo Stato, insieme al cittadino, vogliono limitare in caso di forte evento sismico. L’altro parametro è più ingegneristico, e rappresenta un indice di sicurezza che attesta quanto sia vicina o distante la resistenza sismica del fabbricato se paragonata con quella di una casa di nuova costruzione progettata con gli attuali requisiti di sicurezza sismica dettati dalle recenti norme tecniche.
Nella grande maggioranza degli edifici esistenti questo indice è inferiore ad 1 perché l’accelerazione che potrebbe sopportare la struttura (in termini di capacità) è inferiore rispetto a quella prescritta dalle norme tecniche (in termini di domanda di sicurezza). I motivi sono molteplici, prima fra tutti la constatazione che moltissimi fabbricati esistenti sono stati progettati e costruiti prima delle norme antisismiche. Tengo a precisare che, sebbene non sia sempre possibile negli edifici esistenti (per ragioni economiche e/o tecniche) raggiungere un’uguaglianza tra capacità e domanda di sicurezza, tuttavia il miglioramento della capacità rappresenta già un buon risultato per ottenere un edificio più sicuro e meno danneggiabile. Il caso degli edifici di Norcia, consolidati ad un 60% della domanda, conferma la validità dell’intervento nel tempo.
Chiaramente, all’aumentare dell’indici di sicurezza, si abbasserà il PAM, ossia i costi legati alle riparazioni perché l’edificio maggiormente consolidato si danneggerà di meno, in modo meno grave, e quindi con tempi di inagibilità e recupero più brevi.

Che relazione c’è fra le classi di rischio del Sismabonus e altri due concetti abbastanza difficili per il pubblico, quali i cosiddetti “miglioramento sismico” e “adeguamento sismico”, dei quali già poco era chiaro il termine di aumento di sicurezza?

L’ “adeguamento sismico” consiste in una serie di interventi, a volte molto invasivi e sicuramente più costosi, per raggiungere gli stessi livelli di sicurezza di un edificio di nuova progettazione. Significa arrivare ad avere l’indice di rischio pari ad 1. Tuttavia, soprattutto in edifici storici o comunque di pregio, questo significherebbe devastarli e perdere i loro connotati storico-architettonici. All’adeguamento, spesso è preferibile attuare un “miglioramento sismico”, ossia non raggiungo l’unità nell’indice di sicurezza ma incremento comunque la capacità della struttura, ovvero l’accelerazione sismica che può sopportare. E questo, a mio modo di vedere, rappresenta già un bel passo in avanti, soprattutto nei casi (molteplici) in cui si parte con vulnerabilità molto elevate e una capacità quasi tendente a zero. (https://www.ediltecnico.it/72186/miglioramento-sismico-edifici-storici-sicurezza-conservazione/).
In un edificio esistente, per esempio in muratura, occorrerà prima di tutto intervenire sulla legatura dei suoi elementi portanti (solai e pareti), in modo da ottenere un buon comportamento d’insieme durante la scossa sismica ed evitare che singole pareti ribaltino a terra. Questo può essere ottenuto anche con semplici interventi puntuali e non invasivi, come l’inserimento delle catene e il rinforzo dei solai esistenti. Se si ha in previsione di rifare il tetto, procedere all’inserimento di presidi antisismici come il cordolo sommitale e preferire schemi di copertura non spingente. Sono tutti dettagli che poi faranno la differenza al momento opportuno. (https://www.ediltecnico.it/78440/sismabonus-come-detrazione-interventi-locali/).
Se sarà necessario intervenire anche sulle resistenze delle pareti o dei telai in cemento armato, a questo punto si passerà a lavori più onerosi che garantiranno un miglioramento sismico più consistente. (https://www.ediltecnico.it/78805/sismabonus-intervento-esteso-riduzione-rischio-detrazioni/; https://www.ingenio-web.it/26439-analisi-criteri-e-suggerimenti-per-scegliere-la-tecnica-di-rinforzo-adeguata-alledificio-esistente).
Ricordo, cosa non trascurabile, che molti rischi per l’incolumità delle persone derivano all’interno delle proprie abitazioni da tutta una serie di elementi non strutturali ma la cui caduta può comportare gravi danni alle persone: controsoffitti, pareti di tamponamento, mobili. Anche su di essi occorre intervenire. (https://www.ingegneri.cc/verifiche-elementi-non-strutturali.html).
Molti interventi di adeguamento sismico normati e suggeriti a partire dagli anni 70-80, consistenti in pesanti protesi in c.a., sostituzione degli originali solai e tetti in legno con strutture pesanti in c.a., hanno in alcuni casi fallito dopo le successive grandi scosse sismiche, se inseriti su strutture murarie già molto compromesse e non adeguatamente consolidate. La finalità dell’intervento sismico non deve stravolgere l’originario schema strutturale, portando ad un ibrido non facilmente interpretabile, bensì migliorarlo nei punti di vulnerabilità. Spesso è sufficiente intervenire con tecniche tradizionali, o riviste con materiali moderni, ma sempre compatibili con l’originaria tecnica costruttiva del fabbricato.

Gli interventi di riduzione del rischio, o comunque della vulnerabilità sismica, richiedono risorse, competenze e tempi di esecuzione. A meno che gli interventi vengano realizzati durante una ristrutturazione completa dell’immobile o di sua parte (come avvenne ad esempio nel mio caso, pre-Sismabonus purtroppo…..) è possibile che gli inquilini debbano spostarsi e vivere in un alloggio diverso. Questa eventualità accresce le difficoltà ad accettare l’iniziativa. Hai qualche informazione relativa a casi reali?

Rappresenta sicuramente il limite logistico più forte, se l’intervento viene eseguito su un edificio già abitato. Tuttavia, molti lavori di rinforzo possono essere anche solo puntuali, come l’inserimento di tiranti, il consolidamento di un solaio, le cuciture di lesioni, il rifacimento di una copertura con dettagli antisismici, per fare solo alcuni esempi, che al limite potrebbero richiedere delle inagibilità parziali (nel tempo e nello spazio) compatibili con la convivenza di persone all’interno dell’abitazione. Poi ci sono interventi più estesi (e maggiormente performanti per diminuire le classi di rischio), che riguardano l’aumento delle resistenze degli elementi portanti dell’intero scheletro strutturale della casa (murature o elementi in cemento armato), che potrebbero richiedere l’allontanamento dall’abitazione per alcune settimane. Molti interventi possono essere pianificati nel tempo a più riprese, magari in concomitanza con periodi di vacanza fuori dall’abitazione principale.

Il salto di due classi non ha lo stesso costo in tutte le zone italiane, ma il beneficio economico è uguale. Capisco che sia un problema nel problema, ma mi piacerebbe avere la tua idea in proposito.

È vero, sicuramente migliorare la sicurezza di un edificio destinato a subire terremoti di maggiore intensità e frequenza data la sua ubicazione in un’area ad alto rischio, non avrà il medesimo onere economico di una abitazione posizionata in un’area a basso rischio. Il legislatore dovrà probabilmente rivalutare i massimali a disposizione per le detrazioni fiscali, prevedendo un tetto di importo più alto per le zone ad alto rischio sismico. Oppure meccanismi fiscali più vantaggiosi.

Adesso ti pongo domande maturate da mie riflessioni, che riguardano più la strategia globale che non il Sismabonus propriamente detto.
Prima di tutto, il Sismabonus “vede” un edificio come unità minima di intervento, ma anche massima. MI spiego: io posso benissimo chiederlo per ristrutturare un immobile nel centro storico di una certa località; arriva un terremoto e danneggia gravemente il centro storico a eccezione del mio edificio che si conserva benissimo. A quel punto io sarò costretto comunque a sloggiare come gli altri abitanti per molto tempo e forse per sempre. Non è stato un buon affare né per me né per lo Stato (cioè noi) che ci ha messo i soldi….

 È un problema, hai ragione, ed è già successo in molti crateri sismici. Tuttavia, se ognuno non inizia a mettere nella collettività il proprio contributo, non si raggiungerà mai un risultato collettivo efficace ed esteso. La sicurezza degli aggregati edilizi è complessa. Ho visto unità strutturali consolidate rimanere integre ma martellare e distruggere, a causa della loro maggiore rigidezza, l’unità adiacente non rinforzata. Col risultato, come dici tu, che anche quella rimasta in piedi è diventata inagibile a causa del pericolo derivante dai crolli circostanti. O addirittura rischiare la demolizione, anche se la struttura è salva, perché l’intero borgo verrà ricostruito altrove. Provo a risponderti con un paragone medico di stretta attualità sanitaria: se si vaccinano in pochi, non si otterrà mai l’immunità di gregge. Credo che la stessa considerazione possa essere estesa alla sicurezza sismica degli aggregati edilizi. Difficile mettere d’accordo proprietari diversi, con differenti disponibilità economiche. Però, magari eseguendo lavori distinti differenziati nel tempo, si può ambire a raggiungere una resilienza collettiva che non faccia più correre il pericolo della dislocazione dei borghi.

Nel nostro paese la casa è sacra e ciascuno è abbastanza libero di costruire in barba alle regole, arrivando fino all’abusivismo. Una situazione come quella che si verifica in alcune città degli Stati Uniti, in cui certi edifici vengono definiti “pericolosi” e pertanto “inabitabili” o anche da demolire è pressoché impensabile. È logico/accettabile che il Sismabonus (risorse della comunità) venga concesso, ad esempio, a edifici che avrebbero dovuto essere costruiti secondo le norme sismiche e non lo sono, oppure hanno subito ristrutturazioni inopportune/illegali, o addirittura edifici abusivi?
E, parallelamente, è logico che lo Stato rimborsi il 50% per una ristrutturazione non “sismica” (non Sismabonus) di un edificio in zona sismica?

Sicuramente una buona parte della grande vulnerabilità sismica del patrimonio immobiliare deriva da interventi scellerati di ampliamento, elevazione, parti abusive costruite in barba ai criteri di sicurezza. È un problema complesso, che necessita di risposte ad hoc dal punto di vista amministrativo. Sarebbe opportuno non concedere l’incentivo fiscale, prima almeno di aver condonato l’abusivismo con una ammenda ad esso proporzionale. Per fare questo, occorre rendere obbligatoria una verifica strutturale per ogni edificio esistente che individui anche le parti non costruite a norma di legge. Si ritorna al dibattuto tema del certificato di idoneità statica per il costruito esistente. Sicuramente auspicabile, ma anche in questo caso da incentivare fiscalmente perché oneroso per complessità e responsabilità del tecnico incaricato.
Riguardo la semplice ristrutturazione, concordo con te che almeno nelle aree a maggior pericolosità sismica l’accesso allo strumento delle detrazioni fiscali in generale dovrebbe avvenire contestualmente all’obbligo di far eseguire almeno una verifica della vulnerabilità sismica per rendere il proprietario cosciente del rischio della casa in cui vive. Il buon senso vorrebbe che si intraprendessero prima gli interventi di messa in sicurezza strutturale, e poi, se ci sono ancora disponibilità economiche, anche la ristrutturazione edilizia e la coibentazione. E non viceversa.
Ho già espresso le mie perplessità sul bonus facciate, non perché non sia utile, anzi, ma il rischio è di offrire al cittadino tante possibilità di detrazione fiscale e di lavori da poter eseguire con essi, senza aiutarlo a comprendere che esistono alcune priorità, che riguardano prima di tutto la sicurezza delle persone che vivono all’interno delle proprie abitazioni. Il rischio è di rifare la facciata perché il cittadino tiene molto all’estetica, senza essersi minimamente preoccupato se quella parete offra la necessaria sicurezza sismica in caso di terremoto (https://www.ediltecnico.it/76133/detrazioni-fiscali-edilizia-incremento-ristrutturazione-sicurezza/)

Supponiamo che un edificio abbia diminuito la sua classe di rischio di qualche unità usufruendo del Sismabonus. Domani viene un terremoto e succede che l’edificio si danneggia “più del previsto”. Che cosa deve succedere a questo punto? Paga sempre lo Stato?

Sappiamo bene che una struttura, anche consolidata, sarà comunque soggetta ad una probabilità che il suo danneggiamento vada oltre i limiti previsti. Fa parte del calcolo probabilistico su cui si basa la moderna ingegneria sismica. Oggi le norme per le nuove costruzioni in zone sismiche prevedono che gli edifici non si danneggino per terremoti di bassa intensità, non abbiano danni strutturali per terremoti di media intensità e non crollino in occasione di terremoti forti, pur potendo subire gravi danni.
Aver migliorato sismicamente il proprio edificio, aderendo al Sismabonus, significa che, in caso di una forte scossa di terremoto, diminuisce il rischio di morire sotto il crollo e nello stesso tempo riduce l’entità dei danni con costi di ricostruzione ridotti, che probabilmente saranno o ad onere sempre dello Stato, oppure, se il legislatore lo riterrà opportuno, a carico di un’assicurazione. Il cui costo potrà essere proporzionale alla classe di rischio sismico, per esempio. Ma queste scelte sono di carattere politico e legislativo. Da ingegnere, ritengo che riuscire a migliorare la resilienza collettiva del costruito esistente sia un’impresa enorme in cui tuttavia credo fortemente. Per non contare più morti, ma solo danni riparabili in poco tempo. Niente più chiese interamente crollate. Comunità trasferite per breve tempo. Un’economia locale che riparte dopo pochi mesi. In questo diverso scenario, qualsiasi intervento economico di ricostruzione diventerebbe più facile e attuabile da diversi attori, senza chiedere più nulla al cittadino che ha già fatto prima la sua parte.

Naturalmente lo speriamo; ti chiedo che cosa è necessario, a tuo parere, per incentivare l’utilizzo del “Sismabonus”, sempre che le risorse dello Stato siano sufficienti: Ti chiedo anche se, a parer tuo, fra Sismabonus, estensione della normativa sismica a tutto il territorio, aumento delle competenze ecc. il rischio sismico del nostro paese è minore o no rispetto, ad esempio, a 30 anni fa.

 Per incentivare l’utilizzo del Sismabonus a mio avviso è necessaria molta informazione da dare ai cittadini, in modo da sensibilizzarli riguardo al rischio e contestualmente offrire loro valide soluzioni tecniche di intervento. Ritengo che se ci fosse un incentivo iniziale per la sola valutazione della vulnerabilità, magari da rendere obbligatorio per accedere alle detrazioni fiscali dei successivi lavori sulla casa, sarebbe già un’occasione importante per discutere insieme al cittadino dei risultati di analisi sulla propria abitazione e quindi renderlo sensibile al tema. Poi deciderà lui (ci auguriamo di sì) se proseguire con gli incentivi e i relativi interventi del Sismabonus. Riguardo la progettazione ed esecuzione di importanti opere di consolidamento strutturale, ribadisco che solamente un tecnico esperto in ingegneria sismica e ditte specializzate possono offrire le adeguate competenze affinché questi interventi siano realizzati in modo efficace.
La normativa tecnica attuale è molto stringente e ci sta già garantendo nuovi edifici più sicuri. Ma, come ripetuto, resta un immenso patrimonio edilizio esistente che rappresenta la maggior parte della vulnerabilità collettiva. Qui sarà il Sismabonus, promosso dalla voglia dei cittadini di costruirsi un nido familiare più sicuro, a ridurre la differenza di sicurezza tra nuove costruzioni e quelle esistenti.

 

 

 

 

 

Norme tecniche per le costruzioni, modelli di pericolosità sismica e sicurezza degli edifici (colloquio con Antonio Occhiuzzi)

Anche se l’interesse maggiore di questi tempi è ovviamente per l’emergenza Covid, abbiamo ritenuto utile proporre una interessante analisi sul problema della sicurezza sismica degli edifici in relazione alle norme tecniche e ai modelli di pericolosità sismica.

Antonio Occhiuzzi, napoletano e tifoso del Napoli, è professore di Tecnica delle Costruzioni presso l’Università Parthenope. E’ laureato in ingegneria a Napoli e al MIT di Boston, ha un dottorato di ricerca in ingegneria delle strutture, materia cui si dedica da sempre.
Dal 2014 dirige l’Istituto per le Tecnologie della Costruzione (ITC), ossia la struttura del CNR che si occupa di costruzioni, con sedi a Milano, Padova, L’Aquila, Bari e Napoli.

Caro Antonio, tempo fa avevi commentato un mio post di risposta a un articolo dell’Espresso in cui veniva riproposta, come avviene periodicamente, la questione del superamento dei valori di progetto in occasione dei terremoti recenti e, di conseguenza, la presunta fallacia dei modelli di pericolosità e delle normative basate su di essi, quasi che entrambi fossero responsabili dei crolli e delle vittime. https://terremotiegrandirischi.com/2019/08/27/la-colpa-e-dei-modelli-di-pericolosita-sismica-di-massimiliano-stucchi/

Poichè in questa problematica si intrecciano aspetti sismologici e ingegneristici, ti ho invitato a approfondire la tematica. Continua a leggere

Parlare di terremoti e di pericolosità sismica, oggi?

Meglio di no, certo. Ci sono ben altri problemi, oggi; anche se, inevitabilmente, qualcuno azzarda paragoni con l’epidemia, a volte azzeccati, a volte maldestri.
Anche la puntata di “Presa Diretta”, che doveva continuare l’opera di critica nei confronti del modello di pericolosità sismica adottato dalla Normativa Tecnica per le Costruzioni, già rinfocolata da L’Espresso lo scorso agosto e ripresa addirittura da una indagine della Corte dei Conti (!), è stata rinviata.

Rimandare alla fase 2? La fase 3? Ma quando comincia la fase 2, e soprattutto come sarà questa fase 2? Molti si ingegnano a cercare il “picco” attraverso modelli più o meno complessi, che cercano di utilizzare dati abbastanza farlocchi. Altri protestano perché non viene spiegata in dettaglio la fase 2; altri ancora se la prendono con i “trasgressori” del lockdown, che impediscono la discesa della curva. Si aprono inchieste, giuste ma forse non prioritarie, quando si pensa ai degenti del Triulzio o di altre RSA ancora vivi, da proteggere (vogliamo parlare di che cosa si fa per loro, oggi?).

E da parte dei media continua, imperterrita, la ricerca del parere degli esperti, più spesso per evidenziare eventuali disaccordi che non per fornire al pubblico elementi di informazione e di conoscenza. Come nel caso di terremoti, appunto.

Nell’autunno scorso, con Carlo Meletti, avevamo scritto un articolo che voleva fare il punto sul modello di pericolosità sismica MPS04 e cercava di smontare bufale e fake news in proposito.
Anzi, cercava di fare di più: di ragionare sul problema.

Questo articolo sta per essere pubblicato sul prossimo numero di “Progettazione Sismica”, che ringrazio per aver reso disponibile una preview al seguente link

https://drive.google.com/file/d/1bFNXPSqZL2K6I6njQJlFy9tu_a7EyJDe/view

Ho pensato di renderlo disponibile comunque.

In aggiunta, succede che mercoledì 15 aprile, alle ore 12, parlerò proprio di questi temi nel corso di un Webinar organizzato dalla Università di Camerino, in particolare da Emanuele Tondi, che è anche direttore della locale sede INGV.

Doveva essere un seminario per studenti, in loco: le circostanze l’hanno trasformato in un webinar aperto a tutti, che potrà essere seguito da questo link

https://unicam.webex.com/meet/emanuele.tondi

Niente di speciale, cose forse già dette. Per studenti che vogliono continuare a studiare, capire e prepararsi alle prossime fasi.

La colpa è dei modelli di pericolosità sismica? (di Massimiliano Stucchi)

Premessa. In questi giorni si discutono problemi ben più gravi e urgenti. Tuttavia l’apparizione di un articolo, su l’Espresso, che approfitta della ricorrenza del terremoto di Amatrice del 2016 per gettare discredito sul modello di pericolosità sismica corrente e sulle norme dello Stato, utilizzando fake news e argomenti inconsistenti mi ha mandato in bestia.

Ce lo si poteva aspettare. Cosa meglio di una ricorrenza di un terremoto (Amatrice, 2016) e delle sue vittime per tornare a accusare terremoti e sismologia? Dopo L’Aquila c’era stato addirittura un processo (anzi, più di uno; uno – civile – ancora in corso, al quale sono stato convocato per testimoniare in settembre, senza spiegazione alcuna, dalla parte che accusa lo Stato e chiede risarcimenti). Continua a leggere

Do seismic hazard models kill? (by Massimiliano Stucchi)

Introduction. The appearance of an article, on the weekly magazine L’Espresso (http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2019/08/26/news/terremoto-calcoli-sbagliati-1.338128?ref=HEF_RULLO&preview=true), which took advantage of the 2016 Amatrice earthquake anniversary to discredit the Italian seismic hazard model and the national building code, based on it, using fake news and inconsistent arguments made me angry.
What follows is a comment written for the benefit of the international readers.
The original version in Italian which can be found here (https://terremotiegrandirischi.com/2019/08/27/la-colpa-e-dei-modelli-di-pericolosita-sismica-di-massimiliano-stucchi/), which can easily be translated by means of the improved https://translate.google.com/.

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La vulnerabilità dimenticata (colloquio con Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, del Dipartimento Terremoti, INGV, Roma, è sismologo di formazione geologica, dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: http://diss.rm.ingv.it/diss/).  Ha dedicato oltre 30 anni della sua carriera a esplorare i rapporti tra tettonica attiva e sismicità storica, con l’obiettivo di fondere le osservazioni geologiche con l’evidenza disponibile sui grandi terremoti del passato. Di recente, con altri colleghi ha pubblicato un lavoro che propone una sorta di graduatoria di vulnerabilità dei comuni appenninici. Gli abbiamo chiesto di illustrarcelo.

Luca, tu sei un geologo del terremoto. Ti occupi di faglie attive, di sorgenti sismogenetiche, di terremoti del passato, di pericolosità sismica. Di recente ti sei avventurato, con altri colleghi, nel tema della vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio italiano[1],[2]. Come mai questa scelta? Continua a leggere

The forgotten vulnerability (interview with Gianluca Valensise)


Gianluca Valensise, of the Earthquake Department of INGV, Rome, is a seismologist with a geological background, an INGV research manager, and the author of numerous studies on active faults in Italy and other countries. In particular he is the “founder” of Italy’s Database of Individual Seismogenic Sources (DISS, http://diss.rm.ingv.it/diss/). He has spent over 30 years of his career exploring the relationships between active tectonics and historical seismicity, with the goal of merging geological observations with the available evidence on the largest earthquakes of the past.
Recently, with other colleagues, he published a work that proposes a sort of vulnerability ranking of Apennines municipalities. We discuss it below.

Luca, you are an earthquake geologist. You deal with active faults, seismogenic sources, past earthquakes, seismic hazard. Recently, with other colleagues, you have ventured into the theme of seismic vulnerability of the Italian building heritage. How come this choice? Continua a leggere

Tutti sulla stessa faglia: un’esperienza di riduzione del rischio sismico a Sulmona. Intervista a Carlo Fontana

Carlo Fontana è un ingegnere meccanico che vive a Sulmona, e quindi nei pressi di una delle faglie appenniniche più pericolose: quella del Morrone. Lavora nel settore industriale e fino al 2009 non ha considerato il rischio sismico come rilevante nella sua vita. Con lui abbiamo discusso della sua esperienza di riduzione della vulnerabilità sismica della sua casa e di impegno pubblico sul tema della prevenzione nel suo territorio.

Ci racconti come era – dal punto di vista sismico – l’edificio in cui vivevi ?

L’edificio in questione è la casa paterna di mia moglie, che abbiamo deciso di ristrutturare dopo il matrimonio per renderla bifamiliare. Era composto da un nucleo originario in muratura calcarea tipica della zona, primi anni del 900, a cui è stato affiancato un raddoppio negli anni  ‘60 con muratura in blocchi di cemento semipieni. Solai in profili metallici e tavelle, scala in muratura e tetto in legno. E’ stata danneggiata e resa parzialmente inagibile dai terremoti del 7 e 11 maggio 1984. Nel 2008 era ancora in attesa del contributo per un intervento di riparazione progettato a ridosso del sisma.

Fig01

Qual è stata la molla che è scattata per indurti a rivedere il progetto relativo alla tua abitazione? Continua a leggere

August notes, with another trial at L’Aquila
 (by Massimiliano Stucchi)

translated by Google, revised

Since at least a couple years  August gives us death and damage: Amatrice in 2016, Ischia in 2017, this year the highways, the Pollino flood and a seismic sequence (Molise) that so far has produced only minor damage. And other news that is worth commenting on.

On the Morandi bridge in Genoa everything and even more was said. There is little to add, if not the reflection that bridges of that type, and also of another type, are vulnerable both to wear and possible external impacts (airplanes, drones, attacks, etc.). These bridges are designed to withstand a given external event that is never the maximum possible, also because in these cases this maximum is not known. So, like many things, they keep a level of risk. To be know. Continua a leggere

Verso il nuovo modello di pericolosità sismica per l’Italia (colloquio con Carlo Meletti)

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https://terremotiegrandirischi.com/2018/07/03/towards-the-new-seismic-hazard-model-of-italy-interview-with-carlo-meletti/

Nel 2004 un piccolo gruppo di ricerca, coordinato da INGV, rilasciò la Mappa di Pericolosità Sismica del territorio italiano (MPS04), compilata secondo quanto prescritto dalla Ordinanza n. 3274 del Presidente del Consigli dei Ministri (PCM) del 2003. La mappa doveva servire come riferimento per le Regioni, cui spetta il compito di aggiornare la classificazione sismica dei rispettivi territori. La mappa fui poi resa “ufficiale” dalla Ordinanza n. 3519 del Presidente del Consiglio dei Ministri (28 aprile 2006) e dalla conseguente pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (n. 108 del 11 maggio 2006).
Nel seguito, utilizzando lo stesso impianto concettuale, alla mappa furono aggiunti altri elaborati che andarono a costituire il primo modello di pericolosità sismica per l’Italia. In particolare per la prima volta furono rilasciate stime per diversi periodi di ritorno e per svariate accelerazioni spettrali. Questo modello divenne poi la base per la normativa sismica contenuta nelle Norme Tecniche 2008 (NTC08), divenute operative nel 2008 ed è stato adottato anche dalle Norme Tecniche 2018.
Caratteristiche e vicende legate al successo di MPS04 sono descritte, tra l’altro, in due post di questo blog: 

https://terremotiegrandirischi.com/2016/09/26/che-cose-la-mappa-di-pericolosita-sismica-prima-parte-di-massimiliano-stucchi/

https://terremotiegrandirischi.com/2016/10/05/la-mappa-di-pericolosita-sismica-parte-seconda-usi-abusi-fraintendimenti-di-massimiliano-stucchi/

Come avviene in molti paesi sismici, da qualche anno un gruppo di ricerca sta compilando un nuovo modello di pericolosità, che utilizzi dati e tecniche aggiornate.
Massimiliano Stucchi ne discute con Carlo Meletti il quale, dopo aver contribuito in modo importante a MPS04, coordina la nuova iniziativa attraverso il Centro di Pericolosità Sismica dell’INGV.

MPS04, pur compilata abbastanza “di fretta” per soddisfare le esigenze dello Stato, ha avuto un notevole successo, sia in campo tecnico-amministrativo sia – dopo qualche anno – a livello di pubblico. Che cosa spinge alla compilazione di un nuovo modello?

C’è la consapevolezza che dopo oltre 10 anni siamo in grado di descrivere meglio la pericolosità sismica in Italia. Un modello di pericolosità è la sintesi di conoscenze, dati e approcci disponibili al momento della sua compilazione. Nel frattempo abbiamo accumulato tantissimi dati nuovi o aggiornati (non solo un importante revisione del catalogo storico dei terremoti, ma anche del database delle faglie e sorgenti sismogenetiche, nonché tutte le registrazioni accelerometriche dei terremoti forti italiani degli ultimi 10 anni).
Abbiamo pertanto ritenuto di dover verificare quanto cambia la definizione della pericolosità. E’ una prassi normale nei paesi più evoluti (ogni 6 anni negli Stati Uniti, ogni 5 in Canada, ogni 10 in Nuova Zelanda). Noi siamo partiti da un’esigenza di tipo scientifico, ma anche il Dipartimento della Protezione Civile ha sostenuto questa iniziativa per verificare il possibile impatto sulla normativa sismica (classificazione dei comuni e norme per le costruzioni).

Ci puoi riassumere brevemente le fasi di questa nuova iniziativa e anticipare, se possibile, la data di rilascio nel nuovo modello? Continua a leggere