Tutti sulla stessa faglia: un’esperienza di riduzione del rischio sismico a Sulmona. Intervista a Carlo Fontana

Carlo Fontana è un ingegnere meccanico che vive a Sulmona, e quindi nei pressi di una delle faglie appenniniche più pericolose: quella del Morrone. Lavora nel settore industriale e fino al 2009 non ha considerato il rischio sismico come rilevante nella sua vita. Con lui abbiamo discusso della sua esperienza di riduzione della vulnerabilità sismica della sua casa e di impegno pubblico sul tema della prevenzione nel suo territorio.

Ci racconti come era – dal punto di vista sismico – l’edificio in cui vivevi ?

L’edificio in questione è la casa paterna di mia moglie, che abbiamo deciso di ristrutturare dopo il matrimonio per renderla bifamiliare. Era composto da un nucleo originario in muratura calcarea tipica della zona, primi anni del 900, a cui è stato affiancato un raddoppio negli anni  ‘60 con muratura in blocchi di cemento semipieni. Solai in profili metallici e tavelle, scala in muratura e tetto in legno. E’ stata danneggiata e resa parzialmente inagibile dai terremoti del 7 e 11 maggio 1984. Nel 2008 era ancora in attesa del contributo per un intervento di riparazione progettato a ridosso del sisma.

Fig01

Qual è stata la molla che è scattata per indurti a rivedere il progetto relativo alla tua abitazione?

La definizione del progetto come realizzato ha avuto varie fasi.
L’intervento è stato ipotizzato nel 2008, in “tempo di pace”. Inizialmente l’idea era semplicemente di sbloccare l’iter amministrativo del contributo sismico 1984, eseguendo quei lavori con le modifiche aggiuntive necessarie a creare due unità abitative indipendenti, senza velleità antisismiche. Avevo un vincolo importante da rispettare per non perdere il contributo 1984: impronta a terra, cubatura e altezza precedenti non dovevano essere superati.
Ben presto mi sono reso conto che quel progetto di riparazione, mantenendo invariata la struttura portante, non si addiceva alla ridistribuzione degli spazi e degli usi che volevamo ottenere. Allora ho valutato una parziale demolizione: abbassare di un piano e ricostruirlo, sovrapposto al restante, con altro materiale. Pensavo al legno.

Fig02Due step ulteriori e decisivi, sempre nel 2008,  sono stati una valutazione preliminare del Genio Civile di Sulmona, che mi consigliava di arrivare a terra con le nuove opere e un seminario del prof. Marco Imperadori sui suoi lavori di edilizia stratificata a secco. L’acciaio sembrava la strada giusta. Sono un ingegnere meccanico ed ho sempre operato in aziende metalmeccaniche, quindi avevo familiarità con questo materiale.

Ci racconti in breve in che cosa consiste il progetto?

Il progetto consiste nella demolizione quasi totale dell’esistente, mantenendo solo le murature del piano terra. All’interno di esse sono state realizzate le fondazioni della nuova struttura, a telaio in acciaio e solai in lamiera grecata e getto in calcestruzzo. Il tetto è in legno. Anche le tamponature ed i tramezzi sono a struttura metallica, con profili formati a freddo e pannelli di chiusura.

Fig03Fig04Fig05Fig06Fig07Per quanto riguarda le azioni sismiche di progetto, hai seguito le prescrizioni della normativa (che, è bene ricordarlo, definiscono una soglia minima) o ti sei posto il problema di adottare un livello più elevato? E se sì, puoi dirci quanto ha inciso sulla spesa questo aumento?

 Il progetto iniziale, di riparazione, non arrivava all’adeguamento. La nuova struttura è adeguata a NTC 2008 e non poteva essere altrimenti. Ho voluto aggiungere dei margini portando la categoria del terreno da “A” (da relazione geologica) a “B” ed impiegando tamponature leggere e duttili. Ho sostituito il massetto dei pavimenti con una pannellatura equivalente ma più leggera. Con le economie dovute al mio contributo sia nella fase progettuale che esecutiva il costo totale è rimasto entro i 750 euro/mq.

Un discorso a parte merita il piano terra; per le strutture preesistenti non c’è obbligo di miglioramento e nella prima fase mi sono limitato ad un cordolo sommitale senza intenzione di ulteriori rinforzi, anche perché non avevano più funzione portante. Poi c’è stato il terremoto di Amatrice, con i drammatici esempi di dissolvimento delle murature non consolidate ed ho deciso di fare ulteriori lavori, intervenendo con l’acciaio anche su di esse. Lavorandoci direttamente mi sono reso conto che le nostre murature storiche sono poco più che a secco, con malte ormai inesistenti, che si polverizzano ai primi modesti cicli di sollecitazione. La sensazione di fragilità che si ha toccandole con mano è realmente allarmante.

Fig08Spero che i dolorosi fatti di Amatrice, ancor più che L’Aquila, rendano più consapevoli i proprietari e più cauti i tecnici nel trattare le murature ordinarie premoderne: l’intonaco o molti decenni di vita possono dare una falsa sensazione di sicurezza rispetto alle azioni cicliche. Anche vedere spesso queste murature esistenti modellate come prismi omogenei e isotropi dotati di caratteristiche meccaniche definite e costanti, mi lascia molto perplesso.
Avendo aumentato le mie conoscenze e la mia consapevolezza durante ad anche dopo la costruzione, ho in mente altre azioni di aumento della sicurezza, che questo sistema strutturale consente.
I livelli di prestazione al danno ed alla salvaguardia della vita che ho in mente si sono modificati nel tempo: all’inizio erano quelli di legge, ora sto lavorando su uno scenario preciso: M6.5 sulla faglia del Morrone. Il comportamento di Norcia durante un evento paragonabile mi conferma si può avere danni limitati o nulli anche in questi casi.

Hai determinato un coefficiente di vulnerabilità (o di rischio) secondo i criteri del “sismabonus” per l’edificio?

I lavori strutturali sono terminati e non avrò accesso al sismabonus, comunque ci tengo a fare la classificazione sismica. Essendo adeguata a NTC08 parto sicuramente da “B”.
Sono in corso indagini per valutare l’edificio come costruito, a partire dalla risposta vibrazionale vera (periodo proprio, smorzamento, forme modali) che ritengo una caratteristica fondamentale per la prestazione sismica. Le stime di progetto possono oggi diventare misure ed avvicinare molto il modello alla realtà costruita.

Usufruisci di rimborsi fiscali di qualche tipo?

 Il contributo del sisma 1984, non più rivalutato, ha coperto il 20% dei costi. Dopo il terremoto del 2009, avvenuto prima dell’inizio dei lavori, la casa risultava “bi-terremotata”. Era possibile “cambiare terremoto”, rinunciare al contributo 1984 ed accedere alla ricostruzione 2009 (categoria “E”) con lavori finanziati al 100%. L’idea era allettante, ma i tempi incerti. Ero appena riuscito a sbloccare fondi dopo 24 anni e l’idea di rimettermi in mano alla burocrazia intollerabile. Abbiamo rinunciato, usando tutti gli strumenti fiscali disponibili: ristrutturazione al 50% per le opere strutturali ed ecobonus al 55% e 65% per involucro e impianti. Ricevo ogni anno il rimborso di tutta l’IRPEF, sufficiente a coprire le rate del mutuo, che di fatto paga lo Stato. Senza questa agevolazione il progetto sarebbe stato irrealizzabile.

 La tua iniziativa è isolata oppure nasce in un contesto di consapevolezza “diffusa”

 Nel 2008 sicuramente isolata. Allora, in valle Peligna, nessuno pensava al terremoto. Il 1984 era un ricordo sbiadito e per molti era stata un’occasione per fare lavori gratis (di ogni tipo).Come tanti sono cresciuto ai piedi del Morrone, interrogandomi fin da bambino su quella lunga “scogliera” che vedevo sotto la cresta del monte. Lo stesso progetto che ho illustrato, nel 2008, suscitava perplessità anche negli addetti ai lavori e non aveva precedenti nella zona.

Il risveglio, nel 2009, è stato traumatico e ognuno si è trovato da un giorno all’altro a gestire un nuovo rischio. Ricordo, per esempio, che il Piano di Protezione Civile di Sulmona è stato approvato in tutta fretta la mattina del 6 aprile, tra scosse continue, plausibilmente per paura di non essere inclusi nel “cratere”. Il 6 aprile avevo un progetto in gestazione ed è stato relativamente semplice spingerlo verso caratteristiche di protezione sismica adeguate, almeno alle norme vigenti.

Come si vive nella tua zona la possibilità che si verifichi un terremoto forte? Vi sono iniziative individuali e/o collettive?

Oramai la “candida inconsapevolezza” è stata superata dagli eventi e dall’accesso diffuso a informazioni qualificate. Esistono due minoranze: i fatalisti e gli attivi. I primi percepiscono l’evento come raro nell’arco di tempo di loro interesse e coerentemente non ritengono opportuno investire risorse. I secondi (di cui faccio parte) sono di avviso opposto e cercano di provvedere per non doversi preoccupare in futur

La grande maggioranza tende a vivere il rischio come qualcosa che sarebbe opportuno ridurre ma considera il problema irrisolvibile, per i motivi più vari. Per questa fascia lo scenario ideale sarebbe costituito da una affidabile previsione a breve (da cui l’interesse per lo pseudo-determinismo) seguito ricostruzione pubblica, con minimo impegno e massimo risultato.
E’ sconfortante vedere che di questa maggioranza fanno parte anche esponenti delle amministrazioni locali, con alcune fortunate eccezioni. Non è un caso che il sindaco di Amatrice sia molto più famoso di quello di Norcia…

In generale permane un atteggiamento di delega ad altri del problema sismico, semplicemente perché finora ci ha sempre pensato qualcun altro (INGV, Commissione Grandi Rischi, Protezione Civile, Uffici della ricostruzione), come se le faglie fossero proprietà dello Stato, che è tenuto a rispondere dei danni da esse provocate.
E’ qui che secondo me si gioca la partita della mediazione culturale e della crescita della consapevolezza, su un piano che è evidentemente tutt’altro che sismologico. Al cittadino non è mai stato chiesto di fare la propria parte, appena inizia la scossa anche gli edifici diventano tutti di proprietà dello Stato.

Sarebbe auspicabile un graduale disimpegno del pubblico da questo ricorrente scenario di “proprietà privata-rischio pubblico”, con le forme ed i tempi opportuni e bilanciando ogni passo indietro con strumenti temporanei di supporto, che però necessitano di istruzioni per l’uso e formazione di tutti gli attori. Ricorderai il miliardo di euro in 6 anni che fu destinato alla Prevenzione Sismica nel 2009; a Sulmona sono stati assegnati più di 2 milioni per numeri interventi privati ma neanche un euro è stato ancora speso, per inerzia amministrativa locale.

Le iniziative collettive presenti sul territorio sono di due tipi.
Da un lato ci sono quelle della Protezione Civile (anche nazionale, come “Io non Rischio”) per il classico rischio “non strutturale” e quelle dei tecnici locali che hanno aderito alla giornata nazionale per il Sismabonus ed hanno anche avviato una mappatura della vulnerabilità a scala urbana che ha lo scopo di supportare ed attrarre risorse per eventuali progetti statali mirati, tipo Casa Italia o suoi futuri sviluppi. Insieme queste stanno contribuendo comunque ad allargare la platea dei consapevoli.

Dall’altro lato ci sono varie iniziative di sollecito all’amministrazione locale per la grande quantità di risorse (decine di milioni) destinate alla ricostruzione 2009 per privati e scuole e che non hanno ancora generato cantieri. Una parte della sfiducia dei singoli purtroppo viene anche dalla manifesta incapacità degli enti locali di attrarre e spendere le risorse.
Io cerco di dare visibilità alla mia esperienza (e ringrazio di questo spazio) semplicemente per dimostrare che anche una normale famiglia monoreddito può farcela con gli strumenti a sua disposizione, se pone questo problema come prioritario. Ho creato “Progetto M6.5”, una iniziativa, anche social (https://www.facebook.com/groups/126134850746150/), con cui a livello locale provo a fare mediazione culturale tra il mondo dei tecnici (ingegneri e sismologi/geologi) e i cittadini che ora il rischio non possono più ignorarlo, ma francamente non sempre hanno “istruzioni per l’uso” per gestirlo razionalmente. Spero di generare al minimo riflessione ed al massimo emulazione. I riscontri non sono molti, ma ci sono e mi ripagano del tempo che vi dedico.

Qual’è il livello di attenzione/speranza risposto in tecniche di previsione/forecasting? Adesempio, si segue Giuliani? si conosce l’OEF?

 Personalmente nullo. La cosa più difficile, nel mio percorso personale, è stata convincersi che il nostro “big one” può verificarsi in qualsiasi momento, senza preavviso. L’iniziativa OEF non è nota alla popolazione, probabilmente perché si muove in ambiti accademici ed ha una platea di addetti ai lavori. Più insidiose sono le presenze sui social network, che arrivano direttamente al cittadino senza alcun filtro e con sfacciate promesse di salvare vite.

All’inizio era normale mettere a confronto Giuliani e Galadini che proponevano argomenti così diversi; poi con il tempo e le evidenze è emerso che lo pseudo-determinismo basato su una sola grandezza indiretta o addirittura fondato completamente sulla statistica è illusorio e poco utile per un capofamiglia che vuole ridurre il proprio rischio. Necessita un atto di fede, confermato dall’espressione ricorrente “Credo in Giuliani”. Amen.

L’alternativa è la scienza vera. Sono Galadini, Galli, Gori che studiano da anni le nostre faglie direttamente e che continuano ad aggiornare le conoscenze vere e le rendono disponibili, anche di persona, alla popolazione. Sono i ricercatori dell’INGV, che hanno sintetizzato secoli di studi ed informazioni in una  mappa sismica che parla da sola a chi la vuol ascoltare e continuano a promuoverla e migliorarla. Sono gli ingegneri che, con le nostre ottime Norme Tecniche, permettono di gestire il rischio nell’unico modo possibile: costruendo o rinforzando col miglior rapporto costi/benefici.

Grazie alla loro attività divulgativa in campo molti sono riusciti ad affrontare questo rischio in maniera più razionale. Alla fine nella testa resta un concetto semplice: una faglia di resistenza e stress noti solo approssimativamente, che si vorrebbe muovere di quasi un millimetro l’anno ma è bloccata da più di 1800. Poiché difficilmente può fare scatti superiori ai due metri, il prossimo non può essere lontano.

Ma non mi illudo: il ridimensionamento della popolarità dei previsori a breve è dovuto alla fase di calma sismica che stiamo attraversando, almeno dalle mie parti. Al primo sciame sarà normale cercare delle risposte a breve e torneranno in auge. D’altro canto il messaggio, corretto, che  il problema sismico è posto dai sismologi ma può essere risolto solo da proprietari ed ingegneri può “passare” solo in tempo di pace. In una fase di rischio percepito crescente corre il pericolo concreto di apparire inutile.

Per finire: dalle tue parti ci si assicura contro il terremoto?

Darei due risposte.
La prima, personale, è: purtroppo no. Si considera ancora il terremoto raro e l’intervento pubblico certo. Io e qualcun altro in questo territorio consideriamo più probabile lo scenario opposto. Ritengo che l’assicurazione sia il perfetto “complemento a 1” della propria strategia antisismica, ovvero può coprire il rischio residuo che resta dopo l’iniziale investimento in prevenzione, che ha comunque un vincolo di budget e quindi difficilmente può garantire l’invulnerabilità, almeno dalle mie parti.

La seconda, provocatoria e diffusa, è: perché dovremmo? Non ti salva la vita né evita alcun danno. Per tutto il resto c’è il “cratere” pubblico, che non chiede premio né perizie; ma ti dà visibilità politica, lavoro, case migliori di prima e molto altro; pare che funzioni bene anche da condono fiscale ed edilizio. Siamo rimasti esclusi dal cratere aquilano, ma prima o poi ce la faremo….

 

August notes, with another trial at L’Aquila
 (by Massimiliano Stucchi)

translated by Google, revised

Since at least a couple years  August gives us death and damage: Amatrice in 2016, Ischia in 2017, this year the highways, the Pollino flood and a seismic sequence (Molise) that so far has produced only minor damage. And other news that is worth commenting on.

On the Morandi bridge in Genoa everything and even more was said. There is little to add, if not the reflection that bridges of that type, and also of another type, are vulnerable both to wear and possible external impacts (airplanes, drones, attacks, etc.). These bridges are designed to withstand a given external event that is never the maximum possible, also because in these cases this maximum is not known. So, like many things, they keep a level of risk. To be know. Continua a leggere

Verso il nuovo modello di pericolosità sismica per l’Italia (colloquio con Carlo Meletti)

English version at

https://terremotiegrandirischi.com/2018/07/03/towards-the-new-seismic-hazard-model-of-italy-interview-with-carlo-meletti/

Nel 2004 un piccolo gruppo di ricerca, coordinato da INGV, rilasciò la Mappa di Pericolosità Sismica del territorio italiano (MPS04), compilata secondo quanto prescritto dalla Ordinanza n. 3274 del Presidente del Consigli dei Ministri (PCM) del 2003. La mappa doveva servire come riferimento per le Regioni, cui spetta il compito di aggiornare la classificazione sismica dei rispettivi territori. La mappa fui poi resa “ufficiale” dalla Ordinanza n. 3519 del Presidente del Consiglio dei Ministri (28 aprile 2006) e dalla conseguente pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (n. 108 del 11 maggio 2006).
Nel seguito, utilizzando lo stesso impianto concettuale, alla mappa furono aggiunti altri elaborati che andarono a costituire il primo modello di pericolosità sismica per l’Italia. In particolare per la prima volta furono rilasciate stime per diversi periodi di ritorno e per svariate accelerazioni spettrali. Questo modello divenne poi la base per la normativa sismica contenuta nelle Norme Tecniche 2008 (NTC08), divenute operative nel 2008 ed è stato adottato anche dalle Norme Tecniche 2018.
Caratteristiche e vicende legate al successo di MPS04 sono descritte, tra l’altro, in due post di questo blog: 

https://terremotiegrandirischi.com/2016/09/26/che-cose-la-mappa-di-pericolosita-sismica-prima-parte-di-massimiliano-stucchi/

https://terremotiegrandirischi.com/2016/10/05/la-mappa-di-pericolosita-sismica-parte-seconda-usi-abusi-fraintendimenti-di-massimiliano-stucchi/

Come avviene in molti paesi sismici, da qualche anno un gruppo di ricerca sta compilando un nuovo modello di pericolosità, che utilizzi dati e tecniche aggiornate.
Massimiliano Stucchi ne discute con Carlo Meletti il quale, dopo aver contribuito in modo importante a MPS04, coordina la nuova iniziativa attraverso il Centro di Pericolosità Sismica dell’INGV.

MPS04, pur compilata abbastanza “di fretta” per soddisfare le esigenze dello Stato, ha avuto un notevole successo, sia in campo tecnico-amministrativo sia – dopo qualche anno – a livello di pubblico. Che cosa spinge alla compilazione di un nuovo modello?

C’è la consapevolezza che dopo oltre 10 anni siamo in grado di descrivere meglio la pericolosità sismica in Italia. Un modello di pericolosità è la sintesi di conoscenze, dati e approcci disponibili al momento della sua compilazione. Nel frattempo abbiamo accumulato tantissimi dati nuovi o aggiornati (non solo un importante revisione del catalogo storico dei terremoti, ma anche del database delle faglie e sorgenti sismogenetiche, nonché tutte le registrazioni accelerometriche dei terremoti forti italiani degli ultimi 10 anni).
Abbiamo pertanto ritenuto di dover verificare quanto cambia la definizione della pericolosità. E’ una prassi normale nei paesi più evoluti (ogni 6 anni negli Stati Uniti, ogni 5 in Canada, ogni 10 in Nuova Zelanda). Noi siamo partiti da un’esigenza di tipo scientifico, ma anche il Dipartimento della Protezione Civile ha sostenuto questa iniziativa per verificare il possibile impatto sulla normativa sismica (classificazione dei comuni e norme per le costruzioni).

Ci puoi riassumere brevemente le fasi di questa nuova iniziativa e anticipare, se possibile, la data di rilascio nel nuovo modello? Continua a leggere

Belice 1968: 50 anni dopo – Belice 1968, 50 years after (Massimiliano Stucchi)

Si ringraziano Renato Fuchs, Maurizio Ferrini e Andrea Moroni

English version below

Il terremoto – o meglio la sequenza sismica – del Belice (i parametri sismologici si possono trovare in https://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/ arrivò nel gennaio del 1968, quando il “Sessantotto” non era ancora cominciato. Non si era “abituati” ai terremoti come lo siamo ai giorni nostri: sei anni prima c’era stato quello del Sannio-Irpinia e per avere un altro M6 bisognava risalire al 1930, anche se, nel frattempo, non erano mancati terremoti capaci di produrre danni.
I terremoti del Belice annunziarono in un certo senso il decennio sismico degli anni 70: 1971 Tuscania, 1972 Ancona, 1976 Friuli, 1978 Golfo di Patti, 1979 Norcia e Cascia, 1980 Irpinia e Basilicata. E il dopo-terremoto divenne simbolo di spopolamento, emigrazione, rapine di fondi pubblici, follie urbanistiche e quant’altro.

All’epoca studiavo fisica, con interessi prevalenti rivolti alla fisica cosmica. In occasione di un soggiorno a Palermo nel 1969 raccolsi le descrizioni di amici e parenti che avevano vissuto il periodo sismico. Scoprii Segesta e partecipai alla mattanza a Favignana ma non andai nel Belice. Visitai per la prima volta il Belice nel 1977, in autostop, in coda alla mia prima scuola di Geofisica di Erice, dopo aver partecipato alle celebrazioni del trentennale della strage di Portella della Ginestra. Si stava costruendo: diverse località – secondo tradizione – venivano ricostruite altrove, e le rovine di Gibellina non erano ancora state sigillate dal Cretto di Burri. 

Ci ritornai altre volte con la benemerita Scuola di Geofisica diretta da Enzo Boschi, sempre diretto alla mia preferita – e ancora viva – Poggioreale ormai “antica”.

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