La sismologia strumentale ai tempi del terremoto del 1980: colloquio con Edoardo Del Pezzo

Ricorre il quarantesimo anniversario del terremoto del 1980, che avvenne mentre la sismologia osservazionale stava compiendo un passaggio epocale. Accanto ai ricordi delle distruzioni e della tragedia non vanno dimenticati gli sforzi, il coraggio e la dedizione della comunità scientifica, e in particolare di quanti si trovarono a operare in prima linea, negli osservatori sismologici e sul campo.  Abbiamo chiesto di ricordare quel periodo a Edoardo Del Pezzo, che nel 1980 ha fatto parte del nucleo di ricercatori che ha gestito l’emergenza legata al terremoto e in particolare la raccolta e alla analisi delle registrazioni sismometriche.
Napoletano, sismologo e vulcanologo, Edoardo ha iniziato la sua attività presso l’Osservatorio Vesuviano (Napoli). Nel seguito ha operato presso l’Istituto Internazionale di Vulcanologia (Catania), l’Istituto per la Geofisica della Litosfera (Milano), l’Università di Catania, l’Università di Salerno per poi tornare all’Osservatorio Vesuviano. Quando quest’ultimo è confluito nell’INGV è stato componente del consiglio direttivo dell’ente dal 2001 al 2005. In pensione da alcuni anni collabora, oltre che con INGV, con l’Università di Granada e con l’azienda vinicola della moglie, nel beneventano.

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Edoardo, tu hai operato nel punto focale delle operazioni di analisi dei dati sismometrici dopo il terremoto del 1980, presso l’Osservatorio Vesuviano (OV). Ne parliamo più avanti. Prima però vorrei ricordare con te lo stato della sismologia strumentale prima del terremoto. Accanto a una rete sismica nazionale gestita dall’ING con strumenti abbastanza obsoleti, erano fiorite una serie di reti locali più moderne che, in ambito PFG, si erano costituite in una struttura federata per inviare a ING i dati delle proprie stazioni. Nel 1979, in occasione del terremoto di Norcia, questa struttura coordinò l’istallazione e la gestione di una rete temporanea. I metodi di localizzazione erano in alcuni casi ancora abbastanza primitivi; addirittura nel 1978 il PFG organizzò un seminario per mettere a confronto questi metodi. Nel 1981 venne organizzato un seminario sul calcolo della magnitudo. La Commissione CNEN-ENEL aveva avviato la gestione di una rete accelerometrica. Puoi aggiungere qualche ricordo?

Che ruolo svolgevi prima del terremoto? Ci puoi raccontare la situazione dell’OV quando avvenne il terremoto, e quale fu la risposta immediata?

Come detto più sopra, mi occupavo della raccolta dati della rete delle isole Eolie, che aveva il duplice scopo di una rete di “sorveglianza” dei vulcani (Stromboli, Lipari-Vulcano) e di studio della sismicità del basso Tirreno: un compito che col senno del poi avrei giudicato immane, data l’importanza dell’area nella tettonica del Mediterraneo, ma che al momento affrontavo con la spavalderia di un ventisettenne e con le risorse che “passava il convento”. Tra capo e collo ad aprile del 1978 un terremoto nel golfo di Patti (M5.5) mise a dura prova sia la strumentazione (che rispose alla grande per fortuna mia e di tutta la comunità sismologica), sia la capacità di analisi che i miei colleghi ed io avevamo acquisito fino ad allora (anche in questo caso la risposta fu positiva). In quel periodo lavoravo tra Lipari (l’Osservatorio Geofisico del CNR) e l’Osservatorio Vesuviano di Napoli, dove ero distaccato 15 giorni al mese per l’analisi dei dati e le collaborazioni scientifiche. Questa situazione durò fino al 23 novembre del 1980, quando l’evento che avrebbe cambiato la sismologia in Italia, e ridimensionato gran parte della mia spavalderia, ebbe luogo in Irpinia.

I sismologi che operavano in quegli anni vivevano una transizione molto rapida dalla sismologia basata sullo studio dei singoli sismogrammi (a volte registrati ancora su carta affumicata), volto alla comprensione dell’interno della Terra nelle sue strutture a larga scala alla sismologia basata sui dati raccolti da “reti” di sismometri, a volte centralizzati via radio ad un “osservatorio” , che permetteva di mettere a fuoco strutture geologiche a “scala minore”, come per esempio le strutture sismogenetiche. In questa transizione il riferimento culturale era nelle università statunitensi più importanti (la Columbia University ed il Lamont Observatory, MIT, Caltech). Giocoforza si “adottarono” anche in Italia, per lo studio dei dati delle reti temporanee, paradigmi e metodi provenienti dagli Stati Uniti. “Hypo 71” era il codice standard del calcolo ipocentrale. Il seminario tenuto a Milano (IGL) sul calcolo ipocentrale fu un’occasione per i “gestori” delle reti per scambiarsi informazioni e per mettere a fuoco, in uno schema culturale consono ai Fisici ed ai geologi che iniziavano la loro attività in quegli anni, le basi matematiche del calcolo ipocentrale. Ricordo che a quel seminario parteciparono un gruppo di matematici dell’Università di Milano, che chiarirono a tutti che il calcolo ipocentrale rientra nei i processi di ottimizzazione matematica, ben noti a chi aveva seguito i corsi universitari di matematica avanzata. Per me e qualche collega quel seminario fu un momento rassicurante, in cui capimmo che ci saremmo mossi in binari già tracciati e conosciuti.
L’elettronica tedesca (Lennartz) ci aiutò molto in quel difficile momento di crescita, mettendo a disposizione, a prezzi ragionevoli, strumentazione molto affidabile e robusta. Grazie alle stazioni sismiche prodotte da Lennartz, il divario tecnologico con gli Stati Uniti (e forse anche con il Giappone) iniziava a restringersi. Alcuni colleghi si dedicarono allo studio degli strumenti come loro attività primaria, costituendo il nucleo degli “strumentisti” che avrebbe formato in seguito generazioni di tecnologi. Con i finanziamenti del PFG furono acquistate molte stazioni sismiche Lennartz, alcune dotate di trasmissione (analogica) radio. Nel mio ruolo di allora (responsabile della rete sismica delle isole Eolie) acquistai anch’io, grazie a questi finanziamenti, un piccolo numero di stazioni Lennartz che andarono a sostituire un’elettronica poco affidabile di produzione americana su cui si basava la rete sismica che “ereditai” quando presi servizio.

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Paolo Scandone: uno dei “Grandi” del Progetto Finalizzato Geodinamica e del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (di Massimiliano Stucchi e Dario Slejko)

Quattro anni fa ci ha lasciati Paolo Scandone, una figura centrale nello sviluppo della geologia e delle ricerche nel settore della difesa dai terremoti in Italia a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. Lo ricordano qui Massimiliano Stucchi e Dario Slejko i quali con Paolo – tra le altre cose – misero le basi per una delle prime valutazioni di stampo moderno della pericolosità sismica del territorio italiano.
Lo ricordano con il rammarico che riconoscimenti e belle parole andrebbero offerti alla persona cui sono destinati quando la persona stessa è ancora in vita e li può apprezzare.

MS. Ho conosciuto Paolo Scandone all’avvio del Progetto Finalizzato Geodinamica (PFG) del CNR, nel 1976. Era responsabile del Sottoprogetto “Modello Strutturale”, al quale contribuivano moltissimi geologi di numerose università e istituti di ricerca. Era una persona dotata di notevole carisma e al tempo stesso di grande umanità, con il quale veniva istintivo cercare il dialogo e il confronto su temi scientifici, politici e più in generale della vita. Continua a leggere

Enzo Boschi, un anno dopo (colloquio fra Massimiliano Stucchi e Tullio Pepe)

Introduzione. Da un anno Enzo Boschi non è più con noi, e già questo sembra un paradosso: quando gli si parlava, il futuro sembrava sempre molto vicino, tutto sembrava possibile, in una vita abbastanza “spericolata” che sembrava comunque praticamente illimitata, come la crescita dell’ING prima e dell’INGV poi, attraverso lo sfruttamento delle occasioni che si presentavano (terremoti, eruzioni) e l’impegno consapevole di gran parte dei ricercatori che ne avevano beneficiato. Continua a leggere

Come (e quando) nacque l’INGV… (di Massimiliano Stucchi)

Premessa. A dispetto del fatto che in questi giorni si voglia celebrare il ventesimo anniversario della nascita dell’INGV, l’INGV nacque invece il 10 gennaio 2001. Nel 1999 uscì il Decreto Legislativo 381/1999, che stabilì il percorso e le modalità di costituzione dell’INGV. Fino al 10 gennaio 2001 l’INGV non esisteva; esistevano al suo posto gli istituti che vi sarebbero confluiti, con i loro presidenti, direttori e organi di governo. Come ha commentato un ex-collega, celebrare la nascita dell’INGV nell’anniversario del suo decreto istitutivo, che aveva fissato anche l’itinerario per la nascita vera e propria, è un po’ come “anticipare la celebrazione del compleanno al giorno del concepimento” (cit.). Ma comunque.
Pensavo quindi di avere un po’ di tempo per preparare un ricordo circostanziato, magari assieme a Tullio Pepe e altri; questo anticipo mi costringe a essere un po’ approssimativo, e mi scuso con chi ha vissuto le esperienze che descrivo se non troverà la narrazione perfettamente corrispondente a come si svolsero i fatti. Comunque mi è piaciuto scriverlo: commenti benvenuti e…rimedierò nel 2021.

Correva l’anno 1999 e, come ci ha ricordato un altro ex-collega, a Erice (Trapani), alto luogo della ricerca scientifica, si tenne in luglio una sessione un po’ particolare della “School of Geophysics”, diretta da Enzo Boschi. Si riunirono infatti, in prevalenza, ricercatori italiani afferenti agli istituti di ricerca del settore geofisico, sismologico e vulcanologico (ING, CNR, Osservatorio Vesuviano, Osservatorio Geofisico Sperimentale di Trieste), oltre a docenti universitari di varie discipline afferenti alla geofisica. Era presente anche qualche docente di ambito geologico. Continua a leggere

How (and when) INGV was born (by Massimiliano Stucchi)

translated from https://terremotiegrandirischi.com/2019/09/26/come-e-quando-nacque-lingv-di-massimiliano-stucchi/ by googletranslate, revised

Premise. In spite of the fact that these days the twentieth anniversary of the birth of INGV is going to be celebrated, INGV was actually born on January 10th 2001. In 1999, Legislative Decree 381/1999 was published, which established the path and methods of establishing the INGV. Until January 10, 2001, INGV did not exist; in its place there existed the institutes that would have merged there later, with their presidents, directors and governing boards.
As one former colleague commented, celebrating the birth of INGV on the anniversary of his institutional decree, is a bit like “anticipating the birthday celebration to the day of conception ”(cit.). Anyhow.
I therefore thought I had some time to prepare a detailed account, perhaps with Tullio Pepe and others; this advance forces me to be a bit approximate, and I apologize to those who have lived through the experiences I describe if they will not find my narrative perfectly corresponding to how the events took place. However I liked writing it: comments are welcome and … I’ll fix it in 2021.
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La vulnerabilità dimenticata (colloquio con Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, del Dipartimento Terremoti, INGV, Roma, è sismologo di formazione geologica, dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: http://diss.rm.ingv.it/diss/).  Ha dedicato oltre 30 anni della sua carriera a esplorare i rapporti tra tettonica attiva e sismicità storica, con l’obiettivo di fondere le osservazioni geologiche con l’evidenza disponibile sui grandi terremoti del passato. Di recente, con altri colleghi ha pubblicato un lavoro che propone una sorta di graduatoria di vulnerabilità dei comuni appenninici. Gli abbiamo chiesto di illustrarcelo.

Luca, tu sei un geologo del terremoto. Ti occupi di faglie attive, di sorgenti sismogenetiche, di terremoti del passato, di pericolosità sismica. Di recente ti sei avventurato, con altri colleghi, nel tema della vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio italiano[1],[2]. Come mai questa scelta? Continua a leggere

The forgotten vulnerability (interview with Gianluca Valensise)


Gianluca Valensise, of the Earthquake Department of INGV, Rome, is a seismologist with a geological background, an INGV research manager, and the author of numerous studies on active faults in Italy and other countries. In particular he is the “founder” of Italy’s Database of Individual Seismogenic Sources (DISS, http://diss.rm.ingv.it/diss/). He has spent over 30 years of his career exploring the relationships between active tectonics and historical seismicity, with the goal of merging geological observations with the available evidence on the largest earthquakes of the past.
Recently, with other colleagues, he published a work that proposes a sort of vulnerability ranking of Apennines municipalities. We discuss it below.

Luca, you are an earthquake geologist. You deal with active faults, seismogenic sources, past earthquakes, seismic hazard. Recently, with other colleagues, you have ventured into the theme of seismic vulnerability of the Italian building heritage. How come this choice? Continua a leggere

Belice 1968: 50 anni dopo – Belice 1968, 50 years after (Massimiliano Stucchi)

Si ringraziano Renato Fuchs, Maurizio Ferrini e Andrea Moroni

English version below

Il terremoto – o meglio la sequenza sismica – del Belice (i parametri sismologici si possono trovare in https://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/ arrivò nel gennaio del 1968, quando il “Sessantotto” non era ancora cominciato. Non si era “abituati” ai terremoti come lo siamo ai giorni nostri: sei anni prima c’era stato quello del Sannio-Irpinia e per avere un altro M6 bisognava risalire al 1930, anche se, nel frattempo, non erano mancati terremoti capaci di produrre danni.
I terremoti del Belice annunziarono in un certo senso il decennio sismico degli anni 70: 1971 Tuscania, 1972 Ancona, 1976 Friuli, 1978 Golfo di Patti, 1979 Norcia e Cascia, 1980 Irpinia e Basilicata. E il dopo-terremoto divenne simbolo di spopolamento, emigrazione, rapine di fondi pubblici, follie urbanistiche e quant’altro.

All’epoca studiavo fisica, con interessi prevalenti rivolti alla fisica cosmica. In occasione di un soggiorno a Palermo nel 1969 raccolsi le descrizioni di amici e parenti che avevano vissuto il periodo sismico. Scoprii Segesta e partecipai alla mattanza a Favignana ma non andai nel Belice. Visitai per la prima volta il Belice nel 1977, in autostop, in coda alla mia prima scuola di Geofisica di Erice, dopo aver partecipato alle celebrazioni del trentennale della strage di Portella della Ginestra. Si stava costruendo: diverse località – secondo tradizione – venivano ricostruite altrove, e le rovine di Gibellina non erano ancora state sigillate dal Cretto di Burri. 

Ci ritornai altre volte con la benemerita Scuola di Geofisica diretta da Enzo Boschi, sempre diretto alla mia preferita – e ancora viva – Poggioreale ormai “antica”.

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“Ricostruire…dove, come?” Un opuscolo del 1981 – “Reconstructing … where, how?” A 1981 booklet (by M. Stucchi)

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Come già ricordato, il terremoto del 1980 trovò la comunità scientifica (sismologi, geologi, ingegneri, vulcanologi) impegnata nel Progetto Finalizzato Geodinamica (PFG) del CNR che stava volgendo al termine (avviato nel 1976 il PFG aveva incontrato i terremoti del Friuli, 1976; Patti, 1978; Norcia, 1979).

Lo sforzo fu enorme. Oltre alle osservazioni strumentali coordinate dall’Osservatorio Vesuviano, che consentirono in seguito una delle prime ricostruzioni “moderne” della sorgente sismica, furono svolte indagini macrosismiche e geologiche. Continua a leggere

Ischia, Torre Annunziata, percezione del rischio e magnitudo (M. Stucchi + 8 commenti)

L’Italia si stava avviando a ricordare l’anniversario del terremoto di Amatrice (24 agosto 2016) con modalità diverse, ovviamente, quando il terremoto di Ischia ha riaperto drammaticamente il problema della cosiddetta prevenzione, di cui tanto si è parlato e si parla. La mattina del 21, giorno del terremoto, il Ministro Del Rio aveva parlato al meeting di Rimini. Del Rio è ministro di un paio di governi che non mi piacciono, ma fra i tanti è una persona che stimo. Dopo aver (purtroppo) riproposto una “perla” che deve essergli rimasta in tasca dai tempi dei terremoti del 2012 (“la zona non era conosciuta come sismica”, ignorando il lavorio fatto dalla Regione Emilia e Romagna per ritardare il più possibile l’inserimento in zona sismica della gran parte del suo territorio), ha ricordato, illustrato e difeso il “sismabonus” e le iniziative di “Casa Italia”, ricordando anche che la soluzione dei problemi non è per domani. Stimolato da qualche interlocutore si è anche spinto più in là, parlando della necessità del fascicolo di fabbricato e di eventuali demolizioni, ove necessario. Ohibò! Continua a leggere