Enzo Boschi, un anno dopo (colloquio fra Massimiliano Stucchi e Tullio Pepe)

Introduzione. Da un anno Enzo Boschi non è più con noi, e già questo sembra un paradosso: quando gli si parlava, il futuro sembrava sempre molto vicino, tutto sembrava possibile, in una vita abbastanza “spericolata” che sembrava comunque praticamente illimitata, come la crescita dell’ING prima e dell’INGV poi, attraverso lo sfruttamento delle occasioni che si presentavano (terremoti, eruzioni) e l’impegno consapevole di gran parte dei ricercatori che ne avevano beneficiato.
Parlare oggi di Boschi o, addirittura, cercare di tratteggiarne l’opera e la figura, è come iniziare a scalare una montagna di cui non vedi la cima: non ti senti attrezzato, le giri intorno alla ricerca di un accesso e un minimo di pendio e non lo trovi. E quando pensi di averla trovata ti chiedi che cosa ne penserebbe, e ti vien voglia di lasciar perdere…
In questo colloquio due persone che l’hanno frequentato per molti anni hanno cercato di tratteggiare alcuni ricordi della sua vicenda umana e professionale: Massimiliano Stucchi (MS), che lo conobbe nel 1973 e divenne poi suo “dipendente” in INGV dal 2001, e Tullio Pepe (TP), che ne vide l’arrivo all’ING come commissario straordinario nel 1982. Solo alcuni ricordi: perché in realtà per delineare un quadro completo ci vorrebbero diversi volumi.

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Prima parte, fino al 2001

MS. Conobbi Boschi nel 1973 ad Ancona, dove era da poco professore incaricato: io ero un ricercatore CNR e collaboravo a installare la rete sismica del mio Istituto per la Geofisica della Litosfera. Mi chiese se fossi un sismologo, mettendomi subito in imbarazzo (“adesso che cosa gli rispondo?”). Mi spiegò che, dalle misure geodetiche effettuate dalla rete installata dal gruppo bolognese, avevano calcolato che si era già immagazzinata energia corrispondente a un terremoto di M3.5. Mi venne da dire: ”ah però…”. Poi compresi che cercava sempre di stupirti e di metterti in soggezione, anche se bonariamente; e ci riusciva.
Dal 1976 al 1982 facemmo parte entrambi della struttura dirigente del Progetto Finalizzato Geodinamica del CNR e della prima edizione del GNDT, lui come responsabile di gruppi di lavoro o linee di ricerca sulla previsione dei terremoti (!) in cui a quei tempi credeva molto. Fu un periodo di grande fervore nella comunità scientifica sismologica, geologica e ingegneristica; si collaborava e ci si scontrava. Alcuni scontri avvenuti nella sala convegni del CNR rimasero memorabili: ovviamente Boschi vi partecipò attivamente.
Una volta diventato commissario straordinario e poi presidente dell’ING, si dedicò a sviluppare l’ING, ossia la geofisica e la sismologia, e si allontanò dal GNDT, non senza avermi candidato, fra lo stupore generale, a Direttore del medesimo (“non c’è rosa senza spine”, disse sogghignando).
Mantenemmo sempre un buon un rapporto, un legame solido. Nel 1990, in occasione del Workshop per il decennale del terremoto dell’Irpinia, mi regalò il distintivo dell’ING, che conservo religiosamente.

TP. Sono un ex dirigente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, l’ente di ricerca di fatto fondato da Enzo Boschi e da lui presieduto fino al 2011. Fui assunto in Istituto nel 1980; Boschi sbarcò in Istituto nel 1982: perciò, Enzo Boschi è stato il mio Presidente per quasi un trentennio.
Quando arrivò tra noi nei primi anni ottanta del secolo scorso, aveva quarant’anni e sembrava un ragazzo. Ancora non vestiva Caraceni né portava camicie BrookS Brothers e cravatte di Marinella ma indossava completi Principe di Galles che accentuavano la sua aria di enfant prodige dell’università e della geofisica in Italia.
L’Istituto (all’epoca era l’ING, la V sarebbe arrivata una ventina d’anni più tardi) era dignitoso ma molto piccolo e un poco sonnolento; l’arrivo di Boschi ebbe l’effetto di scuoterlo dalle fondamenta, attraversandolo come un cavo elettrico ad alta tensione.
Per prima cosa organizzò il servizio di sorveglianza sismica h24 del territorio nazionale di concerto con Giuseppe Zamberletti, il padre della Protezione Civile italiana, allestendo una prima rudimentale sala operativa, nella quale affluivano i dati rilevati dalle poche stazioni della rete sismica, nella nostra sede di Monte Porzio Catone, in un’ala dell’Osservatorio astronomico che avevamo in subaffitto, con i marinai precettati da Zamberletti che fissavano tutta la notte i rulli dei sismografi e avvertivano il sismologo reperibile al minimo oscillare dei pennini…
Qualche tempo dopo, la sala operativa, presidiata ormai dai nostri ricercatori e tecnici, fu trasferita nella sede ING di Roma, nel quartiere Esquilino, in un appartamento alquanto malandato al secondo piano di un villino bello ma un poco sinistro. Una volta venne a trovarci il conduttore del TG2 La Volpe per un servizio sul terremoto di San Donato Val Comino (quindi, doveva essere l’ottantaquattro) e non riusciva a credere che il cuore di un servizio così importante come quello di sorveglianza sismica fosse alloggiato in quelle stanze spoglie; a un certo punto disse a qualcuno: “mi sembra di stare in una sede sotto copertura della CIA!”.
Il suo grande merito fu quello di sprovincializzare l’Istituto e, a cascata, la geofisica italiana, ad esempio trovando le risorse finanziarie per mandare i ricercatori in missione presso i centri di ricerca più avanzati nel mondo,
Da allora cominciammo una cavalcata frenetica verso il successo, una cavalcata disordinata ma impetuosa, terribilmente seria ma divertente, perché Enzo anche nei momenti più importanti, anche nei passaggi più difficili non rinunciava mai al suo spirito dissacrante, al gusto per la provocazione, al piacere della battuta; il suo slogan era “Comunque sarà un successo!” e noi lo seguivamo senza problemi; d’altra parte eravamo giovani, gratificati, un poco arroganti, guidati da capi rassicuranti come Cesidio Lippa e Renato Funiciello e, soprattutto, da un leader carismatico come lui, esigente ma disposto a favorire le progressioni di carriera di tutti e a non negare opportunità a nessuno.
Una fase di sviluppo formidabile, insomma, che sfociò all’alba del nuovo millennio in una svolta storica per il nostro mondo: l’ING confluisce nel nuovo INGV assieme ai vulcanologi vesuviani ed etnei, ai geochimici palermitani, ai sismologi milanesi e ai qualificati precari dei Gruppi Nazionali per la Difesa dai Terremoti e per la Vulcanologia che avevano raccolta l’eredità del glorioso Progetto “Geodinamica” diretto da Franco Barberi. E il Presidente del nuovo Ente non può che essere lui: il più brillante, il più spregiudicato, il più lungimirante, il più visionario (e anche il più fragile); lui che ha cominciato a essere leader praticamente da bambino e che non ha mai smesso di esserlo: Enzo Boschi.
Ma la nascita dell’INGV merita qualche ulteriore ricordo e tu, Max, puoi ben dire di aver partecipato alla “genesi” dell’Istituto.

MS. Direi proprio di si e ne ho parlato a lungo in un altro post dello scorso settembre.

https://terremotiegrandirischi.com/2019/09/26/come-e-quando-nacque-lingv-di-massimiliano-stucchi/

Ricordo che la svolta si registrò a Erice, alto luogo della ricerca scientifica, dove si tenne presso il Centro “Ettore Majorana” di Antonino Zichichi una delle “School of Geophysics” dirette da Boschi. Anche di questa ho raccontato nel post citato più sopra.

TP. Scusa Max, ti interrompo un attimo perché sono molto affezionato, pur non essendo un ricercatore, a Erice e al suo Centro, dove negli anni ottanta, perdurando ancora la guerra fredda, si incontravano i russi e gli americani e – secondo la leggenda – personaggi come Teller e Velikov tenevano i colloqui più riservati nel mare magnifico di San Vito Lo Capo, in costume da bagno, immersi in acqua fino alla vita, essendo così sicuri di non avere cimici intorno…: un posto veramente magico oltre che centrale per la società scientifica internazionale.

MS. A Erice Boschi era quasi sempre allegro. Era un piacere essere invitati al suo tavolo. Scherzava su molte cose, compresa la politica (vedi foto).

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Da buon direttore della Scuola restava quasi sempre per tutta la durata e seguiva le lezioni. Nella foto siamo insieme in occasione della Scuola dedicata alla Sismologia Storica, che ebbi l’onore di dirigere assieme a colleghi di altri paesi.

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TP. Torniamo all’INGV. Il Decreto Legislativo 29 settembre 1999, n. 381, stabilì definitivamente il perimetro del riordino prevedendo, come già ricordato, la confluenza nel costituendo ente di ING, di OV, di tre Istituti del CNR e dei Gruppi Nazionali del settore.
Io c’ero quel pomeriggio del 10 gennaio 2001 nello studio del Ministro della Ricerca pro tempore Ortensio Zecchino, alle 5 della sera!, quando l’INGV fu formalmente costituito con Enzo Boschi Presidente e al contempo il Ministro, con gesto teatrale, firmò il decreto che approvava in favore dell’Istituto il cosiddetto Progetto “Irpinia”, un affare da sessanta miliardi del vecchio conio: erano decisamente altri tempi!
Il successivo 1 febbraio 2001 Cesidio Lippa viene nominato Direttore Generale.
Nello stesso periodo vennero nominati i Direttori delle Sezioni nelle quali si articolava l’INGV: Napoli (Osservatorio Vesuviano), Milano, Palermo, Catania (oggi Catania – Osservatorio Etneo), Roma 1, Roma 2, Centro Nazionale Terremoti (oggi Osservatorio Nazionale Terremoti) e l’Amministrazione Centrale. Più tardi verranno istituite le Sezioni di Bologna e Pisa.
E qui Max, farà piacere anche a te ricordare i primi Direttori di Sezione: oltre a te e a me, Gianni Macedonio, Rocco Favara, Gianni Frazzetta, al quale subentrò presto Alessandro Bonaccorso, Massimo Cocco, Bruno Zolesi, Alessandro Amato, e poi, Andrea Morelli e Augusto Neri. Con tutti loro condividemmo – guidati da capi carismatici e rassicuranti come Enzo Boschi e Cesidio Lippa – una stagione caratterizzata da un forte sviluppo di tutte le attività istituzionali e da notevoli risultati scientifici e gestionali e anche l’emozione dell’avvio di un’avventura professionale e umana densa di speranze e di senso di appartenenza, in un clima generale di entusiasmo che negli anni successivi non sempre è stato possibile ricreare.

Seconda parte, dopo il 2001

TP. Nella storia dell’INGV le emergenze sismiche o vulcaniche hanno sempre costituito momenti di forte aggregazione. Ebbene, nel periodo immediatamente successivo alla nascita dell’Ente ci fu una incredibile concentrazione di emergenze. Tralasciando la tristissima emergenza legata al terremoto di San Giuliano di Puglia del 2002, un terremoto piccolo ma che portò a una tragedia immane, ricordo che tra il 2001 e il 2003 si registrarono due eruzioni dell’Etna, una eruzione dello Stromboli particolarmente spettacolare con tanto di tsunami allegato e perfino emissioni gassose al largo dell’isola di Panarea! Queste emergenze comportarono la mobilitazione non solo della Sezione di Catania ma di molte componenti dell’INGV; decine di ricercatori e tecnici provenienti da tutte le Sezioni si alternarono in Sicilia in un clima di grande collaborazione e unitarietà.
Il buon lavoro svolto, peraltro, non mancò di migliorare i rapporti con il DPC e con il MIUR: per alcuni anni vennero stipulate con il Dipartimento della Protezione Civile convenzioni particolarmente favorevoli all’Istituto e, sempre nei primi anni duemila, il MIUR finanziò un progetto dell’Istituto molto ricco e ambizioso che non a caso fu denominato “Progetto Fumo”!

MS. E non solo. Il terremoto di San Giuliano di Puglia del 2002, che tu hai ricordato, ebbe conseguenze importanti per l’INGV, per la Sezione di Milano che all’epoca dirigevo e soprattutto per la normativa sismica italiana.
Boschi, anche se considerava almeno all’inizio i temi della pericolosità e del rischio sismico come temi applicativi e non proprio scientifici, ne intuiva le potenzialità. Questa dell’intuito, del fiuto, era peraltro una delle sue qualità più spiccate.
Sta di fatto che venne il terremoto di San Giuliano di Puglia; era il 31 ottobre 2002 e il sisma fece particolare scalpore per via della tragedia nella scuola e per il fatto che la zona non era inserita in zona sismica. E qui Boschi fece uno dei suoi capolavori; convinse Gianni Letta, ai tempi potente Sottosegretario del governo Berlusconi, a indire subito dopo il terremoto, a Palazzo Chigi, una riunione con sismologi e ingegneri (i nomi li concordammo al telefono), oltre al Ministro per le Infrastrutture e alcuni funzionari.
Ne uscì una commissione che a tempo di record produsse una nuova normativa per le costruzioni da estendere, soprattutto, a tutto il territorio nazionale diviso in 4 zone sismiche: la celebre Ordinanza n. 3724, che richiedeva tra le altre cose la compilazione di una mappa di pericolosità. Quando la Commissione Grandi Rischi ne richiese la compilazione, Boschi si gettò sull’occasione, forte anche degli elaborati di prova che la Sezione di Milano gli aveva preparato, e fece assegnare l’incarico a INGV. Il resto è noto. Meno noto è che Boschi si trovò ad affermare, più tardi, che la mappa era stato uno dei migliori risultati scientifici dell’INGV, che con essa il mondo sismologico aveva saldato il suo “debito” nei confronti della ricerca sul rischio sismico, e che le cose più importanti vengono pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale e non sulle riviste.

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Non sono mai riuscito a convincerlo, tuttavia, del fatto che il cambiamento più importante di cui è stato il principale promotore fu la mappa di classificazione sismica allegata all’Ordinanza del 2003, che estese le zone sismiche a tutto il territorio nazionale.

TP: Poi, nel 2009, ci fu il tragico terremoto di L’Aquila con il suo carico di dolore, di rovine, di polemiche e di seguiti giudiziari. Nel 2010 iniziò il processo “Grandi Rischi”: Boschi lo visse come un calvario, come un’ingiustizia; una vicenda che lo segnò profondamente nel fisico e nello spirito, che cambiò il suo umore e il suo atteggiamento nei confronti degli altri; questo condizionò pesantemente l’ultimo segmento della sua presidenza: anche fargli sentire la vicinanza non fu semplice per nessuno di noi.

MS L’aspetto per lui beffardo della vicenda è che nel 2008 scadeva il suo secondo e ultimo mandato di presidente INGV (2000 – 2004 e 2004 – 2008) e, come è noto, Boschi fece di tutto per continuare in regime di proroga a tempo indeterminato. Ci riuscì, sfruttando lo stallo prodotto dall’ennesimo provvedimento legislativo di riordino degli Enti Pubblici di Ricerca vigilati dal MIUR nel frattempo intervenuto; non ci fosse riuscito avrebbe evitato il calvario del processo.
Non voglio addentrarmi qui sulla questione del processo, cui peraltro questo blog è stato dedicato inizialmente, se non per ricordare alcuni episodi.
Il giorno stesso del terremoto (6 aprile) convocò una riunione a Roma, per partecipare alla quale i sismologi non romani dovettero scapicollarsi, e propose subito di fare un volume scientifico. Notai però, e non solo io, che era molto preoccupato (sapevamo poco o nulla della riunione del 30 marzo).
Quando fu incriminato, in un’altra riunione disse più o meno: “abbiamo combattuto tante battaglie, combatteremo anche questa”. Si batté come un leone in tutte le sedi, compresi i social cui cominciò ad affacciarsi. Si preoccupava molto per Giulio Selvaggi, che aveva coinvolto nella riunione, come sua abitudine, sia per essere aiutato (era lì come Presidente INGV, non come esperto individuale), sia per lasciare il merito a chi dirigeva la sorveglianza sismica.
Ricevette un invito a incontrare, al Quirinale, il Presidente Giorgio Napolitano che già conosceva di persona. Fece in modo che l’invito venne esteso a diversi dirigenti dell’INGV, fra cui lo stesso Giulio e anche noi due.

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La sera della sentenza di primo grado (condanna), faceva finta di nulla, fingeva di stupirsi dei messaggi di solidarietà che gli pervenivano…
La sera della sentenza di appello (assoluzione) era molto commosso, abbracciava tutti, piangeva.
Più tardi maturò una sua versione di come andarono le cose prima e subito dopo quella riunione e divenne cattivo verso persone che secondo lui l’avevano incastrato e anche verso quelle che non si erano schierate decisamente dalla sua parte. E, beninteso, anche verso quelli che stavano dalla sua parte ma non fornivano esattamente la versione che lui voleva/sapeva. Più volte gli proposi di scrivere assieme un articolo e anche di più; ma lui voleva solo raccontare la sua verità e combattere quelli che considerava i suoi nemici.

TP. L’assoluzione definitiva, nel 2015, rappresentò per lui una soddisfazione grande e la fine di un incubo, ma non cancellò certe amarezze.
Nel frattempo, dopo un periodo veramente buio, un po’ per tutti, nel 2011 si concluse il suo mandato di Presidente. Un giorno di agosto, lo accompagnai alla fine della giornata di lavoro nel parcheggio dell’Istituto dove la macchina di servizio lo attendeva per portarlo a prendere l’areo per tornare a Bologna, per l’ultima volta come Presidente, e poi lo guardai mentre si allontanava. Quando risalii nella mia stanza ebbi fortissima la percezione della fine di un’epoca.

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MS. Per lui l’uscita di scena rappresentò una specie di partenza per l’esilio. Credo non capisse come mai non c’era stata una “insurrezione popolare” per farlo restare.
Nel 2013 partecipò, come sempre da protagonista, al piccolo convegno che avevo organizzato a Milano per celebrare il mio pensionamento. La sera prima cenammo insieme a molti colleghi.

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Il giorno dopo arrivò, nel bel mezzo del convegno, il testo delle motivazioni della sentenza di primo grado, di cui furono letti e commentati alcuni passaggi.
A fine giornata salutammo insieme i colleghi come Boschi aveva detto di voler fare: come i calciatori a fine carriera, che vanno a centrocampo e salutano.

TP. In quel periodo intervenne un fatto nuovo: una sua ex ricercatrice e amica fedele lo aveva introdotto nel mondo dei social network. Dopo alcuni impacci iniziali, Enzo aveva acquisito totale padronanza del mezzo, come un ragazzo, come un nativo digitale! Parlando, con il suo stile colto e provocatorio, rigoroso e dissacrante, di scienza ma anche di politica, di ambiente, di letteratura e soprattutto di arte, in poco tempo ha radunato oltre ventisettemila followers adoranti, diventando una specie di influencer. Una volta lessi una sua intervista nella quale diceva che Twitter gli aveva salvato la vita. In effetti, una volta in pensione, senza più cariche pubbliche e con l’incubo del processo aquilano sulle spalle, Twitter gli ha consentito di continuare a svolgere un ruolo importante nel Paese e di non smettere di essere protagonista Il suo profilo è ancora raggiungibile, fermo agli ultimi retweet dell’autunno 2018.

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MS. Si, è vero, più o meno dalla seconda metà del 2012 di dedicò ai “social”: su twitter coltivava anche interessi artistici: si veda ad esempio questo suo tweet, ripreso recentemente da un follower.

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E anche Facebook e soprattutto “Il foglietto della Ricerca”, dove gestiva una rubrica chiamata “L’angolo di Boschi”. Vale la pena di ricordare ad esempio uno dei tanti interventi, pubblicato a proposito della nuova ipotesi chiamata dei “gravimoti”, di cui questo blog si è occupato in questi giorni

https://ilfoglietto.it/l-angolo-di-boschi/5051-sara-tre-volte-natale-e-festa-tutto-il-giorno?fbclid=IwAR0PSIOb8r_xz0zkAV-LdznSRCfHNn1yYOA_2HlzJsv6ex9XGPxpc7qpKb0

Aveva molto seguito, come dici tu, ma devo aggiungere che verso la fine tendeva a raccattare soprattutto gli umori “populisti”. Passava facilmente dal consenso anche esagerato a “scazzi” furibondi. Rompemmo via social almeno tre volte; per fortuna ricomponemmo prima della sua scomparsa. Apprezzava questo blog e a volte “retweettava” il link dei nuovi contributi, facendo salire di molto il numero dei lettori.
Ma il suo obiettivo era bombardare il quartiere generale INGV: non digerì mai, invece di esserne fiero, che il suo posto fosse stato preso da due suoi allievi, con i quali era in buoni termini prima. Su alcune critiche aveva forse ragione, su altre era troppo severo.

TP. E qui devo dire che – secondo me – la sua maggiore responsabilità è stata proprio quella di non accettare mai di affrontare il problema della sua successione. A me, molto spesso ha dato l’impressione di essere uno di quei leader che non concepiscono un futuro senza di loro. Se qualcuno di noi cercava di avviare una discussione seria sulla questione, fatalmente incorreva, nella migliore delle ipotesi, nel suo sarcasmo; nella peggiore, diventava suo nemico. E bersaglio della sua cattiveria tutta toscana…

MS. Hai detto “uno di quei leader”…: me ne viene in mente uno a caso, di Cuba… Ho sempre trovato delle analogie fra Fidel e Boschi, al punto che mi veniva spontaneo pensarlo non come il Presidente ma come il “Comandante”. Non so se gli sarebbe piaciuto; non ho mai osato chiamarlo così in pubblico. Ricordo a questo proposito che Boschi esigeva che gli si desse del tu, cosa che non sempre risulta immediata. Però quando ti chiamava al telefono, soprattutto dall’INGV (quando non passava dalla segreteria), diceva “sono Boschi”. A me risultava difficile rivolgersi dicendo “Enzo”; mi veniva più semplice, soprattutto nelle riunioni, dirgli “Presidente”.
Anche mentre costruiva l’INGV e la rete scientifica collegata, il Comandante sembrava trarre energia dal fatto di essere sempre in conflitto con qualcosa o qualcuno. Spesso ci prendeva, altre volte no. E qui lasciami dire che una parte della comunità scientifica che era stata diciamo “maltrattata” da Boschi non perse l’occasione di cercare di “fargliela pagare” quando si presentò l’occasione, fornita dal processo. Un gruppetto di costoro, costituitosi in associazione, oltre a assistere le parti civili al processo “Grandi Rischi”, lasciò tracce indelebili nella requisitoria della accusa e nelle motivazioni della sentenza di primo grado.

TP. La cosa che mi dispiace è che in questa fase, caratterizzato dall’obiettivo che tu hai definito di “bombardare il quartier generale”, ha travolto con la sua vis polemica anche alcune “sue creature”: ricercatori con i quali ha condiviso anni di collaborazione, intesa umana e professionale, complicità scientifica, ecc.; ha manifestatamente strumentalizzato persone emerse e situazioni venutesi a creare sotto le nuove gestioni, sempre allo stesso fine: dimostrare che “dopo di me il diluvio”.

MS. Vero. A volte poi era difficile seguirlo. Non va però dimenticato che parte delle “sue creature”, in particolare molte di quelle che avevano ottimi motivi e mille ragioni di debito per dargli una mano, gli voltarono le spalle in occasione del già citato processo.
Forse anche per questo, e per il fatto che il personale INGV non si batté perché restasse alla guida dell’INGV (!?), nei primi anni dopo l’uscita non volle che si parlasse di una cerimonia INGV di ringraziamento. Gli restarono fedeli e vicini, sia pure spesso in modo critico, persone con cui aveva un legame personale solido, rinforzatosi attraverso diversità di opinione e anche conflitti momentanei.

TP. Enzo Boschi, in definitiva, è stata una figura discussa, spregiudicata, divisiva; negli anni successivi alcune sue scelte non hanno mancato di suscitare perplessità anche in chi – come me – gli è stato sempre vicino. Ma, se posso portare un ricordo personale, per molti anni ho visto all’opera un dirigente di alto livello, trascinante, capace di una visione, esigente ma sensibile alle aspettative del Personale. Una figura che ha recitato un ruolo fondamentale per le fortune dell’INGV e di moltissimi di noi.
Per questo motivo auspico che la sua memoria resti ben viva in tutti noi.

MS. Mi associo. E aggiungo che la complessità della sua figura ha fatto sì che in un anno si sia tenuta una sola occasione di ricordo (Gruppo Nazionale per la Geofisica della Terra Solida, 12 novembre 2019), organizzata dalla sensibilità del Direttore Alessandro Rebez all’interno di una manifestazione che peraltro Boschi non aveva mai “prediletto”.

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Le commemorazioni scritte si contano sulla punta delle dita di una mano. Per fortuna, alcuni ricercatori stanno organizzando, proprio in quella Erice che citavi prima, una “School of Geophysics” dedicata a Boschi, dal titolo “Frontiers in Geophysics for the third Millennium” (16-20 marzo 2020).

TP. E ora vorrei chiudere con un ricordo particolare.
Il 21 dicembre 2018 l’Istituto ha stabilizzato centoquarantanove precari, molti dei quali assunti durante la sua lunga presidenza. E’ stata una giornata di festa ed Enzo Boschi ha aspettato che si concludesse prima di lasciarci per sempre, il giorno dopo. Io, nel firmare gli atti che concludevano finalmente quella lunga, defatigante vicenda, non ho potuto fare a meno di ricordare una riunione di dieci anni fa in Funzione Pubblica, a Palazzo Vidoni, organizzata dal Ministro pro tempore della Funzione Pubblica Brunetta, con i presidenti e i direttori di tutti gli enti pubblici di ricerca, peraltro nei giorni in cui si apriva la grande crisi finanziaria che ci avrebbe attanagliato negli anni successivi. Quel pomeriggio, per la prima volta si affrontava in maniera organica il problema del precariato nei nostri enti e il Presidente che si prese ben presto la scena per spendersi più di ogni altro per la causa dei precari fu lui, parlando a braccio, con voce strozzata, davanti a un Brunetta quasi attonito, spiegando a tutti, senza troppi riferimenti normativi (e quei pochi anche un po’ confusi…) ma con le ragioni della ricerca scientifica, che il precariato nella ricerca non era una zavorra, ma una risorsa che il Paese non doveva disperdere.

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Come (e quando) nacque l’INGV… (di Massimiliano Stucchi)

Premessa. A dispetto del fatto che in questi giorni si voglia celebrare il ventesimo anniversario della nascita dell’INGV, l’INGV nacque invece il 10 gennaio 2001. Nel 1999 uscì il Decreto Legislativo 381/1999, che stabilì il percorso e le modalità di costituzione dell’INGV. Fino al 10 gennaio 2001 l’INGV non esisteva; esistevano al suo posto gli istituti che vi sarebbero confluiti, con i loro presidenti, direttori e organi di governo. Come ha commentato un ex-collega, celebrare la nascita dell’INGV nell’anniversario del suo decreto istitutivo, che aveva fissato anche l’itinerario per la nascita vera e propria, è un po’ come “anticipare la celebrazione del compleanno al giorno del concepimento” (cit.). Ma comunque.
Pensavo quindi di avere un po’ di tempo per preparare un ricordo circostanziato, magari assieme a Tullio Pepe e altri; questo anticipo mi costringe a essere un po’ approssimativo, e mi scuso con chi ha vissuto le esperienze che descrivo se non troverà la narrazione perfettamente corrispondente a come si svolsero i fatti. Comunque mi è piaciuto scriverlo: commenti benvenuti e…rimedierò nel 2021.

Correva l’anno 1999 e, come ci ha ricordato un altro ex-collega, a Erice (Trapani), alto luogo della ricerca scientifica, si tenne in luglio una sessione un po’ particolare della “School of Geophysics”, diretta da Enzo Boschi. Si riunirono infatti, in prevalenza, ricercatori italiani afferenti agli istituti di ricerca del settore geofisico, sismologico e vulcanologico (ING, CNR, Osservatorio Vesuviano, Osservatorio Geofisico Sperimentale di Trieste), oltre a docenti universitari di varie discipline afferenti alla geofisica. Era presente anche qualche docente di ambito geologico. Continua a leggere

“Non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che si decide sia vero” (Claudio Moroni, cit.). Di Massimiliano Stucchi

Parte 1: passaggio a L’Aquila, per un altro processo.
Il giorno 9 settembre 2019 sono stato convocato, in qualità di testimone, da un avvocato difensore di alcuni cittadini che hanno avviato, credo nel lontano 2010, una causa civile contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri (PCM) per risarcimenti – pare multimilionari – ai parenti di alcune  vittime del terremoto del 6 aprile 2009, di nuovo in relazione alla riunione di esperti del 31 marzo 2009. Il colpevole sarebbe la PCM, in quanto le attività degli esperti vennero svolte a favore del Dipartimento della Protezione Civile, che dipende dalla PCM. L’accusa, sempre la solita: avere rassicurato le vittime, inducendole a non uscire di casa prima del terremoto distruttivo. Continua a leggere

Scuole e sicurezza sismica: colloquio con Edoardo Cosenza

Il problema della sicurezza sismica delle scuole è molto grande, in Italia come in altri paesi. Periodicamente si leggono sui media rapporti più o meno generali, ma sempre abbastanza negativi, sullo stato delle scuole in Italia. A volte il problema finisce davanti al giudice, nelle cui sentenze si discetta di “indice di sicurezza”, di probabilità di accadimento di terremoti e anche della loro prevedibilità.
Per cercare di fare il punto sulla questione, a beneficio dei non-ingegneri, abbiamo rivolto alcune domande a Edoardo Cosenza, professore di Tecnica delle Costruzioni nell’Università di Napoli Federico II, membro di numerosi Comitati che operano per la definizione delle normative e che è stato anche Assessore ai Lavori Pubblici della Regione Campania (https://www.docenti.unina.it/webdocenti-be/allegati/contenuti/1440218).
Da qualche tempo è molto attivo sui “social”, dove contribuisce egregiamente alla spiegazione degli aspetti ingegneristici ai non informati.
(Nota: le domande sono state formulate con la collaborazione di Carlo Fontana).

Il problema della sicurezza sismica delle scuole è molto sentito in Italia, forse anche a seguito del crollo della scuola di San Giuliano di Puglia nel quale, nel 2002, morirono 26 fra studenti e insegnanti. La situazione è davvero grave, nel suo complesso? Quali sono le ragioni? Continua a leggere

L’Aquila, 31 March 2009: ten years ago (by Massimiliano Stucchi)

Translated by google translate, reviewed

On March 31, 2009, an earthquake expert meeting convened by the Head of Civil Protection, G. Bertolaso, took place in L’Aquila; the consequences of it were the subject of countless discussions, articles, volumes, and a famous trial.
It is not my intention to take up those arguments, which still see a flourishing of interventions, as always not completely updated.
I just want to remember how it came to that meeting.

Continua a leggere

Zamberletti e la gestione del post-terremoto del Friuli (1976-1977)

Di recente è scomparso Giuseppe Zamberletti, considerato con buona ragione il padre della Protezione Civile in Italia. Vogliamo ricordarlo qui pubblicando un estratto da un suo articolo, pubblicato in inglese su un numero speciale del Bollettino di Geofisica Teorica e Applicata (Pdf).

È interessante leggere questo bilancio dell’intervento dello Stato relativo ai terremoti del 1976 in Friuli, scritto dal principale protagonista. In particolare, colpisce la descrizione della situazione alla data finale dell’intervento diretto dello Stato, meno di un anno dopo il primo terremoto: il confronto con gli eventi recenti è impietoso.

 

http://www.eucentre.it/friuli-1976-1977-la-gestione-dellemergenza-in-relazione-ai-terremoti-di-maggio-e-di-settembre-di-giuseppe-zamberletti/

Earthquake risk education: a partial statement for Italy (interview with Romano Camassi)

Translated by Google Translate, revised

Romano Camassi is a researcher at INGV (Department of Bologna). ‘Seismologist’ of eccentric training (a degree in Pedagogy, a thesis in modern history), engaged for more than three decades in historical research on earthquakes. Co-author of the main catalogues of Italian earthquakes. For over 15 years he has dedicated a part of his work to seismic risk education projects.

After every destructive earthquake, in Italy as elsewhere, the need to improve the earthquake education the seismic risk education, or even to introduce it at various levels, is recalled. It is true that, albeit not generally, there have been and there are several initiatives in this area. Can you give us an idea, and maybe refer to some publication that summarizes them?
It is true: after every major earthquake, everyone invokes more information, preparation, risk education in schools, information campaigns, exercises. More: it is frequent that at every change of minister (or undersecretary), or just before its decadence, announcements are made, protocols are signed, even, which then have no real following: of this there are very recent examples. The initiatives that in the last decades have set themselves, in various ways, the objective of education to seismic risk have been innumerable, impossible to make an inventory (nor is there a publication that has done so). I refer to initiatives of scientific dissemination on the earthquake, training for schools, awareness of the population. Many local administrations – individual municipalities, provinces, regions – sometimes in a totally impromptu manner, other times in a more organized and continuous way, have promoted initiatives of this kind. The same have been done by individual civil protection associations, or national orders: I remember a beautiful pamphlet of the National Council of Architects, distributed in September 2001 by “Famiglia Cristiana”, or even recent initiatives by geologists and engineers. Could not mention them all.
The problem is that, in many cases (not all), they were short-term initiatives, which often responded to temporary needs, in which the visibility of the promoter was to prevail. Everything is useful, many accomplished things have certainly been of good quality: but the problem is that of sensitization, of risk education, is an essential, fundamental part of that fundamental task of the National Service of Civil Protection summarized by the term, which seems to me almost worn out, of prevention. How can there be prevention, that is to say precise choices, actions that reduce the risk, without people being aware, informed, ‘activated’ to make those choices, every day? And I do not speak so much about the correct behaviours in an emergency, on which we often stop to stop the attention, but of the choices that reduce immediately or in time the vulnerability (not structural and structural) of the environment in which we live. Continua a leggere

Come ridurre una volta per tutte il rischio sismico in Italia (di Patrizia Feletig e Enzo Boschi)

In un articolo sul Corriere della Sera lunedì 19 marzo, Milena Gabanelli scrive di copertura assicurativa contro i terremoti ipotizzando un intervento dello Stato come avviene in alcuni paesi esteri, quale alternativa finanziariamente più sostenibile rispetto al risarcimento finanziato con varie “tasse sulla disgrazia”.
Giusto, anche perché i costi per la ricostruzione inseguono una parabola incontrollabile considerato l’aumento della concentrazione di ricchezza per metro quadro. Ma soprattutto con la diffusione di un sistema di copertura assicurativa, gli edifici verrebbero per forza sottoposti a collaudi strutturali. Come dovrebbe essere per attuare la famosa “carta d’identità del fabbricato” rimasta lettera morta. Mentre negli altri paesi europei un fabbricato senza una validazione strutturale non ottiene l’allacciamento di luce, acqua, ecc. in Italia, ci si limita alla verifica formale della sola certificazione energetica del fabbricato in occasione di vendita o locazione!

Una polizza potrebbe allora diventare un incentivo alla prevenzione con la responsabilizzazione delle istituzioni come testimonia la copertura da rischio contro catastrofi naturali francese a partecipazione mista stato-mercato in vigore dal 1982 e incresciosamente non citato nell’articolo! Per non discriminare tra aree ad alto rischio e quelle poco esposte, il premio è fisso, varia invece la franchigia a secondo se il comune dove risiede il fabbricato ha adottato provvedimenti come dei lavori di contenimento di corsi d’acqua o adeguamenti alle norme antisismiche, per contenere la propria esposizione ad alluvioni, terremoti, eruzioni vulcaniche.
Considerando gli otto terremoti più forti che hanno colpito la Penisola negli ultimi 42 anni, non si può non convenire che una polizza contro il sisma sia una misura più che necessaria. Deplorevole che se ne discuta da un quarto di secolo (il primo disegno di legge risale al 1993) e sebbene a volte la proposta sia anche riuscita a spuntare in qualche Finanziaria, è stata velocemente stralciata come fosse l’ennesima gabella impossibile da fare ingoiare al popolo dei proprietari di case.

Ma proprio la politica è doppiamente colpevole.
Primo per il suo irresponsabile fatalismo a ritenere di poter continuare ribaltare sull’iniziativa del singolo la messa in sicurezza delle abitazioni recentemente “incentivata” con la detraibilità fiscale. Il sisma bonus è un lodevole strumento fortemente voluto da Ermete Realacci ma la cui efficacia si scontra con il cronico vizio dei lavori edili in nero.
Secondo, se il 70% del patrimonio immobiliare di un territorio sismico come l’Italia, risulta inadeguato a scosse di medie magnitudo, è anche grazie alla sconsideratezza con la quale gli amministratori locali spesso, non hanno vietato l’edificabilità in aree a rischio. Casamicciola è solo l’ultimo dei tanti casi. Lo stesso vale quando nelle nuove costruzioni o negli interventi di riqualificazione, non hanno fatto rispettare le leggi sulla prevenzione sismica.
Il sindaco di Amatrice è indagato proprio per il crollo di una palazzina che nel 2009 venne evacuata a seguito delle scosse dell’Aquila e, in seguito degli interventi di ripristino, dichiarata dal comune agibile salvo franare la notte del 24 agosto 2016 causando la morte dei suoi abitanti.

Decisamente scellerata poi è la piaga dei condoni, la cui madre di tutte le regolarizzazioni dell’abusivismo è la legge 47 del 1985 del governo Berlusconi. Una sanatoria per la quale grande fu la protesta affinché almeno i territori dichiarati sismici fossero esclusi da questa delittuosa fittizia idoneità assegnata per default all’edificazione precaria, fuori norma, illecita. Sì delittuoso, perché la natura è matrigna ma le vittime dei terremoti sono attribuibili all’abusivismo, alle irregolarità, alla sciatteria, che hanno molti corresponsabili. In un tragico intreccio dove i colpevoli magari finiscono anche per essere loro stessi vittime delle loro azioni o omissioni. Ma questa non è giustizia.

Masonry buildings to the test of Italian earthquakes (interview with Guido Magenes)

…..This comparison with medicine fits very well, there are really many similarities between the work of the technician who has to understand what to do with an existing building and that of the doctor who tries to make a diagnosis and to find a correct therapy for a patient…..


versione italiana qui: Gli edifici in muratura alla prova dei terremoti italiani (colloquio con Guido Magenes)


Guido Magenes is Professor of Structural Engineering at the University of Pavia and IUSS Pavia. He is also the coordinator of the Masonry Structures division of the EUCENTRE Foundation. His area of ​​greatest competence is the seismic behavior of masonry buildings and for this reason he has also participated and still participates in numerous Italian and European technical-regulatory committees.
We discussed with him the behavior of masonry buildings in Italy, with particular reference to what happened during the last earthquakes.

1. The earthquakes of 2016 have determined a sequence of shaking that has put a strain on the buildings of the affected area, especially those in masonry. The effects seen in the field are very different: next to the buildings already heavily damaged by the earthquake of August 24th, there are others that have seen their condition worsen after the shock in October, and others that seem not to have suffered serious damage in all the sequence. Do you have an explanation for this?

 The masonry buildings stock in our country has very variable characteristics and qualities, depending on the era of construction, the materials and construction criteria that were used, the type and architectural form (ordinary buildings or churches, palaces, towers, etc … ), any maintenance and reinforcement or tampering and weakening processes that may have occurred over time. Certainly there are recurrent types of problems, but the diversity of the behavior of masonry buildings, apart from the severity of the shaking (or the different ground motion in the various sites), is  essentially due to this great variability.
Therefore, in the specific case of the seismic sequence of central Italy, which involved a very large area and a considerable variety of buildings, we observed what you say: from the recently built building, of a few storeys, in great part or fully compliant with the modern design and construction criteria, which did not show significant damage, to historic buildings with large spans and heights, such as churches, which tend to be more vulnerable and have therefore suffered great damage and collapse because of their dimensions, geometric ratios and their structural organization. In many if not most cases, also the poor quality of the materials has further worsened the situation.

2. In all the municipalities affected, seismic regulations were in force, with various years of enforcement (the extremes are represented by Amatrice and Accumoli, 1927, and Arquata del Tronto, 1984). The distribution of the damage does not seem to be influenced by these differences; is there a reason?Schermata 2018-02-05 alle 20.44.50Not all regulations are equally effective: a 1927 standard is obviously very different, under many points of view, from a rule of the 1980s or the years 2000s and, as I mentioned above, the buildings built in compliance with the latest rules behaved generally well (constructed with artificial blocks and mortars of good strength, or even stone buildings demolished and rebuilt with good quality mortars). Therefore, I would not say that the distribution of damage is not at all influenced by the regulatory context. It depends on what was written in the norm and how many buildings were built or repaired or reinforced after the introduction of the norm (in the affected centers a significant percentage of the buildings had been built before the seismic regulations that you mentioned).

The rules and design criteria are not necessarily born perfect and they have to adjust, to evolve based on the experience of earthquakes. For example, it is only fifteen or twenty years that we began to recognize that certain types of interventions proposed and widely applied after the earthquakes of Friuli and Basilicata can be harmful or plainly ineffective (think of the infamous reinforced concrete ring beams “in breccia” inserted at intermediate floors in an existing building in stone masonry: in Umbria-Marche ’97 we have begun to see its shortcomings).
In the areas in which the presence of a regulation or a seismic classification seems to have had no effect, it must also be taken into account that the on-site control of the quality of construction and execution, in particular for masonry buildings, were inexistent or ineffective at least until the more recent regulations. The use of a very bad mortar is a recurrent element in many of the old masonry buildings collapsed or damaged in the last seismic sequence. In centers like Accumoli and Amatrice it seems that even where interventions had been carried out on buildings, replacing old floors, for example, or inserting some ties, the problem of poor quality of the masonry had been greatly overlooked, ultimately making the interventions ineffective. We can add that a large part of those areas suffered a considerable depopulation since the early 1900s, with inevitable consequences on the maintenance of buildings, which has led to an increase in widespread vulnerability.

Then there are some particular cases in which historical norms and more recent norms seem to have had a positive effect. Take Norcia’s example: without going into the details of the measurements of the characteristics of the ground motion, it is a fact that Norcia in the last sequence suffered strong shaking, comparable to those of Amatrice and Accumoli but with a much lower damage to buildings. In the history of Norcia there were two very significant events that may have affected  the response of the buildings in the 2016 sequence, one before and one following the 1962 regulations. In 1859 a strong earthquake caused numerous collapses and victims in some areas of the historical center, and following this the Papal State issued a quite effective regulation that gave a series of provisions for repairs and reconstructions: on geometry, in particular on the maximum height of the buildings (two floors), on the construction details, on the quality of materials. Then, in 1979 there was another earthquake in Valnerina, after which other parts of the historic center were damaged, followed by a series of systematic reinforcement measures on many buildings. In many of these buildings the reinforcement of the vertical walls (even with the controversial technique of the reinforced plaster) has remedied one of the main elements of vulnerability, i.e. the weakness/poor quality of the masonry walls. If for a moment we leave aside the elements that can go against the use of reinforced plaster (such as the durability of the intervention), and we see it simply as a technique that has remedied a factor of great vulnerability, we can say that for Norcia there has been a positive combined effect of pre-modern and more recent regional regulations, stemming from the direct experience of seismic events.

3. Let’s  talk about seismic regulations and in particular of their engineering aspects. We hear that they have changed a lot over time, and that perhaps the non-recent ones were not entirely effective. Is it true, and if so why?

As for the engineering component of the regulation, what we now know about the structural and seismic behavior of buildings, in masonry and other structural systems, is the result of a continuous evolution through the experience of earthquakes in Italy and in other parts of the world. In Italy the engineering study of masonry buildings has resumed life, after decades of almost total abandonment, after the 1976 earthquake in Friuli. The first norms/codes that give indications on how to “calculate” a masonry building in Italy date back to the early 80s (to “calculate” I mean “quantitatively assess the level of safety”). Although “calculation” is not the only component of the design, this fact gives the idea of ​​how only the very recent rules have a technical-scientific basis aligned with current knowledge. I would like to say that the absence of calculation in a project does not necessarily imply that the building is unsafe: in the past we followed geometric and constructive rules of an empirical type, based on the experience and intuition of the mechanical behavior, although not explicated in detailed calculations. Even today, for the design of a simple and regular masonry building, it is possible to follow codified geometrical and constructive rules that avoid detailed or complex calculations, but still achieve an adequate level of safety.
The experience of the earthquakes of Irpinia, Umbria-Marche, until the most recent in central Italy, have been a continuous test and a source of knowledge. For example, as mentioned in my answer to the previous question, the Umbria-Marche 1997 earthquake, besides highlighting the great vulnerability of churches and of certain historical structures, has been an important test for strengthening criteria and techniques on masonry buildings that were proposed and developed following the Italian earthquakes of the late ’70s, showing how some techniques are not very effective or can even be harmful if applied indiscriminately and without awareness

To conclude my answer with my opinion on current technical standards, I think that as regards the design of new buildings we are really at a very advanced state of progress, which effectively attains the levels of safety that today are considered adequate. I think there are more uncertainties on the assessment and strengthening of existing buildings, even if it is not so much a regulatory problem but rather of scientific knowledge and of the correct identification of strategies and techniques for the intervention. It is certainly easier to design and build a seismic-resistant building from scratch, than to assess and intervene on an existing building.

4. How much – and how – does the construction and detailing of a building affect its seismic safety, beyond the design?

The question gives me the opportunity to dwell a little more on what is meant by “design”, which is something different from the mere “calculation”. The design includes all aspects of overall conception, choice and organization of the structure, choice of materials and construction techniques (with the awareness of how they can and should be executed in situ), performance verification calculations in terms of safety against collapse and of satisfactory behavior in normal operation, prescriptions on construction details. In modern seismic design it is also necessary to take into account, when relevant, the seismic response of the non-structural parts of the construction. There must also be a check that what is prescribed in the design is actually implemented during construction.

The calculation is therefore only a component of the design. It is interesting to note that most of the existing masonry buildings were not calculated, at least as we understand structural calculations now. The first Italian national technical standard on masonry constructions with a sufficiently detailed description of the calculations for the structural verification dates back to 1987. Technical standards with indications for the seismic calculation, were issued after the earthquake of Friuli 1976 and in subsequent times. Before those norms, a technical literature and manuals existed, with reference to the principles of mechanics, as well as a building tradition. I would like to clarify that here I am talking about regulations/norms that tell how to calculate the resistance of a masonry building, subject to seismic or non-seismic actions. Just to give an example, the Royal Decree of 1909 (post earthquake of Messina), a historical milestone as regards seismic regulations, gives criteria to define the seismic action, gives constructive and geometric rules but does not tell how to calculate the resistance (the capacity, according to the modern technical language) of a masonry building.

The constructive tradition based on the respect of the “rule of art” always had in mind the importance of construction details, of the quality of the materials, of how the building is built, and this has allowed and allows well-constructed buildings (but not “calculated”, i.e. non-engineered) to withstand even very violent seismic shocks. In modern buildings, the compliance during construction site of the execution rules, the control of the quality of the materials, is equally important, although this holds for masonry as for the other types of construction. The sensitivity of the structure to constructional defects is a function of the level of robustness of the structural system. A masonry box-like construction, strongly hyperstatic (i.e. where the number of resistant elements is higher than the minimum necessary to ensure equilibrium under the applied loads) could in principle be less sensitive to construction defects than an isostatic prefabricated structure (i.e. where the number of resistant elements is just equal to the minimum necessary to ensure equilibrium under the applied loads, so that the failure of a single element is sufficient to generate a collapse). Obviously we are talking about local defects and not generalized over the whole construction. If all materials are poor quality throughout the construction, then it is a great problem, but not necessarily a masonry building is more sensitive to such problem than, say, a reinforced concrete frame, in which also defects in the reinforcement detailing are possible (for instance in beam-column joints or in lap splices or in anchorage of rebars and so forth).

5. Many surveyors in post-earthquake reconnaissance activities have found traces of interventions that have allegedly weakened the structures. Do you agree?

In post-earthquake surveys, carried out quickly in emergency conditions, it is not always possible to clearly understand the history of the building and what changes have been made, in what time and modalities, but sometimes it is clear that some modifications to the construction have been detrimental to safety. Often these are interventions that were made with total unawareness of the effects on structural safety and purely for the purpose of use and redistribution of space. In other cases, more rare, there are also interventions made with “structural” purposes, perhaps even with the idea of ​​achieving an increase in safety, but which in reality were harmful or ineffective. A classic example, often discussed in the literature also on the basis of the Italian post-earthquake recognitions from Umbria-Marche 1997 onwards, is the insertion of new, rigid and heavy structural elements (such as the replacement of a wooden floor with a reinforced concrete floor) in a building with very weak masonry (for example masonry made of irregular stones with poor mortar), without the masonry being properly consolidated. There was a period, following the earthquakes of Friuli and Irpinia, where much emphasis was given to the fact that rigid diaphragms (i.e. the floors and roofs) increase the hyperstaticity, hence the robustness of the construction and the so-called “box behaviour”, by which engineers tried to replicate in existing structures something that is relatively simple to implement, and whose effects are well controllable, in new constructions, but which in an existing construction has great problems of practical implementation (particularly in the connection between new elements and existing elements) and of potentially negative structural effects (increase of stresses in an already weak masonry). It is important to note that the effectiveness of the interventions is tested by earthquakes that take place in later times, and in some areas of central Italy it has been possible to draw indications of this kind. In the earthquake of Umbria-Marche in 1997 it was possible to observe various problematic situations in buildings where the existing floors had been replaced by heavier and more rigid slabs.

Allow me, however, to add a further comment. From the scientific point of view, the fact that an intervention is “harmful” or weakens the structure compared to the non-intervention is verifiable experimentally only if there is a confirmation of what would happen to the building without intervening and what would happen following the intervention . This type of comparison in the vast majority of practical cases  is not possible, except for very fortunate cases of almost identical buildings built on the same ground where one was reinforced and the other not, or that were reinforced with different methods. Or through laboratory experiments, comparing specimens tested on a “shaking table” (earthquake simulator). So, in general I am always rather skeptical of interpretations given on the basis of purely visual rapid surveys, without the necessary in-depth study of the details and without a quantitative analysis carried out in a competent and thorough manner.
I can say (and I know that many colleagues have a similar opinion) that in many cases seen in central Italy the collapse of the construction would have taken place regardless of the type of floor, light or heavy, rigid or flexible, by virtue of the bad quality of the masonry, which appeared to be the main problem.

6. How did the repetition of the strong shocks play in the aggravation of the damage (where it occurred)? Is it something that is implicitly foreseen, and taken care of, by the seismic norms? On the other hand, how do you explain the numerous cases of almost total absence of damage?

The repeated shaking aggravates the damage, the more the damage caused by the previous shock is serious. It seems a rather obvious statement, but essentially it is what happens. For example, if a first shock on a masonry building generates only a few cracks, not very wide and of a certain type (for example horizontal cracks, which close after the shock due to selfweight), the building has not lost much of its resistance; so if it is subjected to repeated shaking, less intense than the first shock, it is possible that the damage does not get too much worse, and if it is subjected to a shaking stronger than the first shock it will have a resistance equal to or slightly less than it would have if the first shock had not been there. On the other hand, if a shock leads to the development of diagonal cracks (so-called “shear cracks”) or vertical cracks with spalling, the damaged part has lost a significant portion of its ability to resist and subsequent repeated shaking can lead to progressive degradation and collapse, even if the subsequent shocks suffered by the building, individually, are perhaps less strong than the first one. This is something visible and reproducible also in the laboratory.

That said, there are types of constructions and structural elements that are more or less sensitive to the repetition of the seismic action. When seismic engineers speak of “ductility” of the structure or of a mechanism, they also refer to the ability of a structure to resist repeated loading cycles well beyond the threshold of the first crack or the first visible damage, without reaching collapse. A well-designed modern reinforced concrete construction is a structure of this type, for example. Unreinforced masonry, on the other hand, is more susceptible to damage induced by the repetition of loading cycles beyond cracking. As a consequence, existing masonry buildings, once damaged by a first shock, are more vulnerable to subsequent shocks. On the other hand, if the first shock does not cause significant damage, the safety of the building remains, in most cases, more or less unchanged and this accounts for the fact that numerous masonry constructions have also resisted repeated shocks. Unfortunately, sometimes the damage may not be clearly visible. Damage in masonry originates in the form of micro-cracks (not visible to the naked eye) which then develop into macro-cracks. If in a laboratory test a sample of masonry is pushed to a condition very close to the onset of the macro-cracks but the load is removed just before they develop, it may happen that in a subsequent loading phase the macro-cracks develop at a load level lower than that achieved in the first phase. It may therefore happen that a building that has resisted a violent shock without apparent damage is visibly damaged by a subsequent shock less violent than the first.

You ask me if the behavior of the structure under repeated shocks is implicitly considered in the seismic norms: the answer is yes, at least for certain aspects. For example, the respect of certain construction details in reinforced concrete and the application of certain rules in the sizing of the sections and of the reinforcement have this purpose: to make the structure less susceptible to damage under repeated actions. Moreover, less ductile structures, such as those in unreinforced masonry, are designed with higher seismic “loads” than the more ductile structures, also to compensate their greater susceptibility to degradation due to repeated action. However, there are some aspects of the problem of resistance and accumulation of damage under repeated shaking that remain to be explored and are still cutting-edge research topics. In particular, if it is true that theoretical models are becoming available to assess how the risk (i.e. the probability of collapse or damage) evolves in a building or a group of buildings as time passes and seismic shocks occur, these models must still be refined to give results that are quantitatively reliable.

7. It seems to me that the variety of masonry buildings, at least in Italy, is really large: so large that knowing them requires an approach similar to that of medicine, where each case has its own peculiarities. Therefore, there is perhaps no universal therapy, every case requires a specific care: is it correct? And if so, given that the building and construction techniques and quality of different areas of the Apennines (and others) are similar to those of the areas affected in 2016, should a similar destruction be expected to repeat again?

This comparison with medicine fits very well, there are really many similarities between the work of the technician who has to understand what to do with an existing building and that of the doctor who tries to make a diagnosis and to find a correct therapy for a patient. From the technical point of view there is no universal therapy and no (good) doctor would be able to apply a therapeutic protocol without the anamnesis, the objective examination, any necessary instrumental or laboratory tests and the formulation of a diagnosis (which tells us what is the patient’s disease / health status, and then defines what he needs, the therapy). The good technician follows a similar path to arrive at the evaluation of safety and possible hypotheses of intervention (or not intervention). Of course it is possible and necessary, as is the case for medicine and public health, to define strategies and policies for prioritization and allocation of resources to ensure that the overall seismic risk in our country decreases. Certainly, where the old buildings have not been subject to maintenance, or just to aesthetic and functional maintenance without structural reinforcement, we can expect destructions similar to those seen in 2016 on the occasion of future earthquakes of comparable magnitude. This applies to both public and private buildings.

Where instead we have intervened or will intervene in a conscious way, paying attention to the problem of seismic safety, the level of damage to be expected is  lower, as the experience of the past earthquakes teaches us.
Allow me to conclude this interview with some non-purely technical engineering comments. The possibility of reducing the seismic risk in Italy depends on many factors, ranging from how politics govern the problem of natural hazards, to how technicians, individually and collectively, interact and communicate with politics, to how the presence of risk is communicated to the population, to how, as a consequence,  the citizen makes his choices when he buys or takes decisions to maintain a property. In my opinion it is necessary to progressively evolve into a system in which the citizen recognizes that it is in his own interest to pursue a higher seismic safety, initially spending a little more, because he will have a return in the future not only in terms of safety but also of economic benefit, for example in the market value of his property. The “Sismabonus” initiative is certainly a first step in this direction, but other steps will have to be taken. The goal, certainly not easy to achieve, should be that the safety level of a building has a clear and recognized economic market value, and I think this would work for both the small owner and for real estate investors. I know that some are scared by this perspective, but personally I think that, at least for what concerns privately owned real estate and facilities, there are no other ways to achieve, within a few decades, a substantial and widespread reduction of seismic risk in Italy.

 

Sopra i nostri piedi – Above our feet (di M. Stucchi)

(english version below)

Questo titolo prende manifestamente spunto da quello del bellissimo volume di Alessandro Amato: “Sotto i nostri piedi”, arrivato alla seconda ristampa (con integrazione sulla sequenza sismica del 2016 in Centro Italia) e in distribuzione nelle edicole con “Le Scienze”, dopo che l’autore è stato finalista del Premio Letterario Galileo 2017.

Il volume di Amato tratta di sismologia, previsione dei terremoti, aspetti scientifici, culturali e politici. I sismologi si occupano di descrivere, nel miglior modo possibile, come si generano i terremoti e come le onde sismiche si propagano nella Terra; il tutto, appunto, sotto i nostri piedi. Alcuni sismologi si occupano, in una specie di terra di confine dove operano anche alcuni ingegneri, di descrivere come le onde sismiche interagiscono con la superficie del terreno e con gli edifici: quindi, di fornire la descrizione del moto del suolo nelle modalità più adatte all’ingegneria sismica. Questa terra di confine si chiama in inglese “engineering seismology”, le cui possibili traduzioni italiane suonano tutte male. Una Sezione dell’INGV, quella di Milano, si occupa in prevalenza di questi aspetti ed era denominata “Sismologia Applicata”; tempo fa aveva ricercato una collaborazione stretta, istituzionale, con la Fondazione Eucentre di Pavia, alla cui costituzione INGV aveva peraltro contribuito come socio fondatore, sia pure con poco merito e ancor meno investimento. Continua a leggere