Dopo i terremoti: alloggi provvisori e ricostruzione consapevole (di Renato Fuchs)

Da varie settimane si assiste a un crescendo di proteste per i ritardi con cui vengono portati avanti i piani di ricostruzione dei paesi colpiti dai terremoti del 2016, il cui numero si è esteso a seguito degli eventi del gennaio 2017. Di recente, lo stesso Commissario Straordinario Vasco Errani ha sostenuto che poco è stato fatto.
E’ bene precisare, tuttavia, che si tratta di ritardi riferiti alla fase di assistenza post-terremoto, e non di ricostruzione vera e propria, della quale non si conoscono ancora i piani definitivi.
Abbiamo posto alcune domande a Renato Fuchs, di Eucentre, che ha svolto un importante ruolo organizzativo nell’ambito del “Progetto CASE” (L’Aquila, 2009) ed è ora responsabile del sistema informativo di supporto alla gestione delle necessità di assistenza alla popolazione a seguito delle recenti emergenze in Centro Italia, realizzato in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile (DPC).

Con quali strumenti è stata gestita la fase di prima assistenza, per assicurare ai terremotati un alloggio provvisorio dopo il periodo trascorso nelle tendopoli?
Ai cittadini colpiti dagli ultimi terremoti sono state offerte le seguenti forme di assistenza:
– Container collettivi: sono soluzioni “ponte” tra le tende e le altre sistemazioni, consistenti in edifici prefabbricati di grandi dimensioni, in ciascuno dei quali vengono ospitate 20-30 persone;
– CAS (Contributo di Autonoma Sistemazione): un contributo economico mensile alla famiglia che intenda alloggiare a proprie spese. L’importo dipende dal numero di componenti il nucleo famigliare e dalla presenza nello stesso di anziani, disabili o portatori di handicap. Tale importo, inizialmente fissato in 200 euro a persona al mese, è stato aumentato a partire dal 15 novembre 2016 a 300 euro a persona;
– Alloggio in strutture ricettive: è stata stipulata una convenzione con le associazioni di categoria, in base alla quale per ogni giornata di presenza di un cittadino presso una struttura ricettiva, viene riconosciuto alla stessa un importo di 40, 35 o 25 euro in funzione del trattamento ricevuto (rispettivamente pensione completa, mezza pensione o camera e colazione);
– SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza): sono edifici prefabbricati, realizzati dalle ditte che si sono aggiudicate nel 2014 una gara CONSIP, di diverse metrature in funzione della numerosità del nucleo familiare, generalmente “a schiera”. Le tempistiche per la loro disponibilità dipendono anche dall’individuazione delle aree e dalla realizzazione dei necessari lavori di fondazione e di urbanizzazione;
– MAPRE (Moduli Abitativi Provvisori Rurali Emergenziali): si tratta di edifici prefabbricati singoli, installati in prossimità di stalle o fattorie, destinati ad ospitare gli allevatori/agricoltori che abbiano la necessità di rimanere vicini ai propri luoghi di lavoro. Continua a leggere

Terremoti e faglie nell’Appennino centrale, tra prevedibilità e sorprese (di Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, sismologo di formazione geologica, dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: http://diss.rm.ingv.it/diss/).
Qualche settimana fa ha rilasciato una intervista sul potenziale sismico della faglia del Gorzano, interessata dai terremoti del 18 gennaio 2017, i cui contenuti non coincidevano esattamente con il comunicato del Dipartimento della Protezione Civile (DPC), che riassumeva il parere della Commissione Grandi Rischi (CGR).
La materia è complessa e le valutazioni sul potenziale sismogenetico di una faglia, prima e dopo un evento sismico importante, sono particolarmente difficili. Abbiamo chiesto a Gianluca di offrirci il suo punto di vista, per aumentare la nostra capacità di comprensione, senza per questo volerlo porre in contrapposizione ad altri pareri, in particolare a quelli “ufficiali”.

Gli eventi del 18 gennaio 2017 non possono essere analizzati a prescindere dalla sequenza di eventi iniziata il 24 agosto 2016. Qual’è la tua opinione su questa sequenza, lunga e dolorosa?

La mia opinione, che dettaglierò meglio nella risposta alla domanda seguente, è che le sequenze lunghe e articolate siano una caratteristica connaturata con l’essenza stessa dell’Appennino. Le rocce che formano la crosta terrestre al di sotto dell’Appennino sono sempre sotto tensione, più o meno “cariche” e più o meno vicine al punto di non ritorno, ovvero al terremoto. Ma il terremoto può accadere “in un’unica soluzione”, come avvenne ad esempio in Irpinia nel 1980, quando una devastante scossa di magnitudo prossima a 7.0 fu seguita da un corteo di repliche trascurabile rispetto a quello che abbiamo visto negli ultimi sei mesi, o può avvenire per scosse successive di dimensioni grossolanamente confrontabili, come è successo con i tre terremoti di Amatrice (24 agosto, M 6.0), Visso (26 ottobre, M 5.9), e Norcia (30 ottobre, M 6.5: si veda l’immagine allegata); i quali, tra l’altro, hanno rilasciato una energia complessiva che è ancora inferiore a quella rilasciata dal solo terremoto del 1980.

schermata-2017-03-02-a-17-52-17

Distribuzione delle scosse principali (magnitudo 5.4 e superiori) della sequenza del 2016-2017. L’immagine è stata tratta dal sito INGVTerremoti ed è aggiornata al 23 gennaio scorso: risultano quindi in piena evidenza le quattro forti scosse del 18 gennaio e le successive repliche (https://ingvterremoti.wordpress.com/2017/01/23/sequenza-in-italia-centrale-aggiornamento-del-23-gennaio-ore-1100/).

La differenza la fanno le caratteristiche geodinamiche della regione in cui il terremoto avviene, un aspetto su cui l’uomo non può certo incidere e che costituisce una caratteristica del pianeta su scale di milioni di anni. E purtroppo la fisica dei terremoti ci dice anche che un terremoto di magnitudo 6.0 può generare accelerazioni confrontabili con quelle di un terremoto di magnitudo 7.0, anche se per una durata di tempo più breve (pochi secondi contro alcune decine di secondi).
Il dramma di questa sequenza è tutto nello stile del rilascio sismico, con scosse principali forti e cadenzate che hanno progressivamente sbriciolato sia le case, sia il morale della popolazione, e un gran numero di repliche al di sopra di magnitudo 4.0 – circa 70 fino ad oggi – dando la sensazione di un “castigo infinito” che si vive ormai da sei mesi. Finirà, speriamo presto, e per molte generazioni a venire quei luoghi dell’Appennino centrale dovrebbero tornare a essere luoghi relativamente tranquilli.

Nonostante si tratti di una sequenza molto complessa, non è certamente stata la prima in Italia, e nemmeno nella zona in questione. Che cosa puoi dire in proposito?

In effetti quella di cui siamo testimoni diretti è solo una delle tante sequenze che hanno colpito l’Italia attraverso la storia. Senza scomodare le catastrofi sismiche di portata biblica di cui ci parla la nostra lunga storia sismica, basterebbe ripensare alla “sequenza di sequenze” che ha investito l’Appennino centrale e settentrionale nel secondo decennio del secolo scorso: iniziata con il forte terremoto di Avezzano del 1915, con le sue immani distruzioni e le oltre 30.000 vittime, e proseguita nel 1916 nella zona di Rimini, nel 1917 tra Monterchi e Citerna, nell’alta valle del Tevere, nel 1918 a Santa Sofia, nell’Appennino Romagnolo, nel 1919 nel Mugello e nel 1920 in Alta Garfagnana: tutti terremoti con magnitudo compresa tra circa 6.0 e circa 7.0. Vi è da chiedersi come l’Italia, che nella prima parte di quei sei anni maledetti si trovò anche a combattere un conflitto mondiale sanguinosissimo, sia riuscita a risollevarsi da quella catastrofe. Ce la faranno anche i nostri concittadini residenti nelle zone dell’Appenino centrale martoriate da questi terremoti, a patto che resistano alla tentazione di completare lo spopolamento di quelle zone, purtroppo già in atto da tempo per ragioni principalmente economiche. La differenza la faranno le istituzioni: e sarà la differenza tra la crisi sismica del 1915-1920, essenzialmente non gestita se non sotto il profilo puramente emergenziale, e la crisi odierna, che grazie ai media ha avuto quantomeno il merito di accendere i riflettori su una delle aree più marginali ma allo stesso tempo più affascinanti del nostro paese.

DPC, tramite la CGR, ha sostenuto che rimane la possibilità di un evento sismico molto importante, corrispondente, immagino, al massimo terremoto ipotizzabile nell’area. Tu ritieni viceversa che gli eventi del 18 gennaio abbiano in qualche misura ridotto questa possibilità e che sia ipotizzabile al più l’accadimento ulteriore, lungo la faglia di Campotosto, di uno o più eventi con una magnitudo simile a quella del 18 gennaio. Corretto?

Si, la CGR ha verosimilmente considerato la possibilità di una ripetizione del terremoto del 1703: un’altra “sequenza infinita” che con una serie di scosse fino a magnitudo 6.9 ha devastato almeno 80 km di Appennino tra Norcia e L’Aquila. La mia impressione tuttavia è che quella sequenza sia stata generata da un sistema di faglie diverso da quello che ha causato i terremoti del 2016-2017, come suggerisce la non coincidenza nella distribuzione del danno tra il 1703 e oggi: ritengo che allora si sia attivato un sistema di faglie pendenti verso nord-est, invece che verso sud-ovest come nei terremoti di questi mesi, e poste in posizione più occidentale, forse come proseguimento meridionale del grande sistema di faglie noto come “Etrurian Fault System”: un sistema che si allinea al di sotto della media e alta valle del Tevere, fino a Sansepolcro, e poi prosegue verso nord-ovest al di sotto del Casentino, del Mugello, della Garfagnana e della Lunigiana. Ebbene, io ritengo da un lato irrealistico che le faglie del lato occidentale, quelle che hanno causato i terremoti del 1703, siano già pronte per nuove forti scosse, semplicemente perché sono passati appena tre secoli a fronte di tempi di ricorrenza che sappiamo essere millenari. Dall’altro annoto che la porzione meridionale del sistema orientale, quella responsabile dei terremoti del 18 gennaio scorso (e di un terremoto di M 5.3 che avvenne il 9 aprile 2009), è molto frammentata ed è composta da faglie che riteniamo avere un limitato sviluppo sia in lunghezza, sia in larghezza del piano di rottura. Questa caratteristica spiegherebbe il verificarsi entro poche ore l’una dall’altra di quattro scosse di magnitudo non molto diversa (tra 5.0 e 5.5) il 18 gennaio scorso, e al tempo stesso avvalorerebbe la tesi che quelle faglie non siano in grado di “coalizzarsi” per dare un terremoto più forte, riproducendo su scala più piccola la differenza già rimarcata tra il terremoto del 1980 e la sequenza del 2016-2017.

Forse va ribadito che non stiamo parlando “previsioni” di terremoti, ma del possibile evolvere di una sequenza sismica complicata. Da questo punto di vista, cosa puoi dirci per quanto riguarda le zone immediatamente a sud e a nord dell’area coperta dalle repliche?

Certamente. Non stiamo certo facendo previsioni ma solo cercando di portare alle estreme conseguenze due dei principali ragionamenti che abbiamo sviluppato negli ultimi 20-25 anni.

Il primo ha un carattere dinamico e fa riferimento al trasferimento di sforzo tra una faglia che ha appena generato un forte terremoto e le faglie adiacenti: sforzo che sia aggiunge a quello che certamente già caratterizza queste ultime, potenzialmente spingendole alla rottura. Sappiamo che nei sistemi estensionali come quello che esiste lungo l’asse dell’Appennino questo trasferimento è massimamente efficiente nei confronti delle faglie allineate con quella che si è mossa per prima, e quindi ci aspettiamo che succeda esattamente quello che abbiamo visto tra il 24 agosto, il 26 e il 30 ottobre e il 18 gennaio, ovvero la progressiva attivazione di faglie simili e allineate (si veda l’immagine in allegato). Qualcosa che avevamo già visto nel 1997, con le due scosse di Colfiorito del 26 settembre e la successiva di Sellano del 14 ottobre; un meccanismo che possiamo pensare sia analogo a quello che ha controllato la sequenza delle tre forti scosse del 1832, 1854 e 1878 nella Valle Umbra, tra Bevagna, Foligno e Bastia; delle almeno tre forti scosse della già ricordata sequenza del 1703 tra Umbria, Lazio e Abruzzo; delle cinque forti scosse del febbraio-marzo 1783 in Calabria, e di innumerevoli altre sequenze. Oggi sono in molti a ritenere che in effetti il fenomeno non vada spiegato solo con un trasferimento di sforzo tra faglie adiacenti, ma anche con un trasferimento di fluidi. La ricerca su questo tema prosegue, ma il fatto che le faglie “si parlino” è lì, sotto i nostri occhi, anche se è opportuno non banalizzarlo con metafore giornalistiche del tipo “effetto domino” o peggio ancora “contagio sismico”, che ne negano i fondamenti fisici facendolo apparire solo come un capriccio del destino.

Il secondo ha un carattere descrittivo-reologico*, e prende le mosse dal fatto che oggi siamo in grado di ricostruire i grandi sistemi di faglia nella loro tridimensionalità. In modo approssimato, ovviamente, ma sufficiente a mettere in evidenza quanto siano grandi i volumi di roccia non fratturata, e quindi fratturabili da una faglia sismogenetica. Queste conoscenze, che spesso sono poco più di una semplice ipotesi, o meglio di una “educated guess”, come dicono i nostri colleghi di lingua anglosassone, ci possono aiutare a sostenere che nella zona X, ad esempio nella Marsica, le grandi faglie possono “pescare” fino a 12 km di profondità, mentre nella zona Y, ad esempio nell’area di Colfiorito, si arriva appena a 8 km. Sapendo poi che la lunghezza di un piano di faglia di norma è proporzionale alla sua larghezza, e che la magnitudo è proporzionale all’area del piano di faglia, ecco che le limitate dimensioni che si ritiene possano avere le faglie che si trovano al di sotto del Lago di Campotosto giustificano il fatto che in quell’area io non mi attenda terremoti di magnitudo superiore a 6.0.

* La reologia è la scienza che studia gli equilibri raggiunti nella materia deformata per effetto di sollecitazioni.

Tutta l’attenzione è oggi concentrata sulla zona colpita e sulle aree limitrofe. Ovviamente non possiamo dimenticare che in numerose zone d’Italia esiste, non tanto remota, la possibilità che avvengano terremoti anche forti, che non siamo in grado di prevedere in modo deterministico.

Purtroppo è proprio così. In Italia esistono centinaia di faglie sismogenetiche: poniamo per un attimo che quelle in grado di dare terremoti distruttivi, intendendo quelli da M 5.5 in su, siano 300. Se anche ognuna di esse si attiva anche solo ogni 1000 o 2000 anni, che è quello che in molti pensiamo, un banale calcolo mostra che ci possiamo aspettare che almeno una di esse si attivi ogni tre-sei anni. E in effetti la storia sismica italiana ci parla di terremoti da M 5.5 in su ogni 4-5 anni in media. Quindi non una possibilità remota, ma al contrario una eventualità molto concreta. Dove, quanto forte, quando? Sul dove e sul quanto forte ci stiamo attrezzando, devo dire, anche se saranno i posteri a valutare quanto bene abbiamo operato. Sul quando ovviamente non so esprimermi, anche perché essendo un umile geologo non ho la cultura che serve a cogliere quei segnali che potremmo scoprire essere prodromi di un forte terremoto. Una cosa però è certa: prevedere i terremoti è già difficile, ma sarà ancora più difficile se non continueremo a lavorare per capire “l’impalcatura sismica” dell’Italia; perché osservare fenomeni precursori sapendo di essere sulla verticale del punto in cui potrà innescarsi la rottura di una grande faglia sarà sempre più promettente che fare la stessa cosa in un qualunque altro punto del territorio.

Terremoti e grandirischi: ci risiamo? (di M. Stucchi)

Una doverosa premessa: di seguito commento quanto letto su “social” e stampa, fonti che – come è noto – devono essere prese con il beneficio di inventario.

Il 18 gennaio 2017 alcuni terremoti di media magnitudo hanno interessato la zona a sud di Amatrice, già in parte colpita dalla sequenza sismica iniziata il 24 ottobre 2016, nella quale si trova il bacino d’acqua di Campotosto. Ai terremoti è seguita la valanga che ha sepolto l’hotel Rigopiano.
Il 20 gennaio si è riunita la Commissione Grandi Rischi, organo consultivo del Dipartimento della Protezione Civile (DPC) che – secondo le procedure in uso dopo la ridefinizione dei suoi compiti seguita alla vicenda aquilana del 2009 – ha rilasciato le proprie valutazioni mediante un verbale destinato a DPC. Continua a leggere

La ricostruzione, ovvero: il grande condono? (di M. Stucchi)

Premessa. In questo post si parlerà dei costi della ricostruzione del terremoto.  Si parlerà soprattutto di come i benefici vengano erogati: a favore di chi, a carico di chi. Senza che la solidarietà umana per chi ha perso la casa venga meno, e senza negare la necessità dei soccorsi e dei primi aiuti, ci si interrogherà sulla logica che presiede, tradizionalmente, alla ricostruzione post-sismica. E si cercherà di capire perché, a differenza di altri casi, in questo non si accertino eventuali responsabilità specifiche, ovvero perché tali responsabilità non costituiscano elemento discriminatorio per l’accesso ai benefici. E perchè non venga incentivato il ricorso alla assicurazione, argomento in parte affrontato in questo blog dal post di P. Feletig e Enzo Boschi (https://terremotiegrandirischi.com/2016/10/12/i-danni-dei-terremoti-chi-paga-di-p-feletig-e-e-boschi/).

Il Decreto per la ricostruzione. Il Presidente del Consiglio ha chiesto alla UE qualche decimo di maggiore “flessibilità” del deficit per la ricostruzione degli edifici danneggiati dal terremoto di Amatrice e dintorni. Si dovrebbe essere contenti se questa richiesta verrà accolta: un po’ come quando si dovrebbe essere contenti perché la Borsa è in positivo (l’andamento della Borsa occupa ormai uno spazio di poco inferiore a quello occupato dal meteo), come se fosse un segnale positivo per tutti – e così non è. Nel caso della flessibilità, qualche decimo in più significa un debito pubblico ancora maggiore. Continua a leggere

I danni dei terremoti: chi paga? (di P. Feletig e E. Boschi) + 2 commenti

Patrizia Feletig (laureata in economia, esegue analisi accurate della politica energetica, delle ricadute economiche delle moderne tecnologie  e dei grandi temi della moderna società come i disastri naturali e non. Scrive su importanti giornali nazionali e internazionali come free lance); e
Enzo Boschi (geofisico, già professore ordinario all’Università di Bologna, a lungo Presidente dell’INGV. Non ha bisogno di ulteriori presentazioni);

intervengono a proposito dei costi delle catastrofi, che tradizionalmente in Italia si riversano sullo Stato e quindi su tutti noi, in modo quasi automatico. Il recente Decreto per la ricostruzione porta questi temi ancora più in evidenza.

Una percentuale molto consistente del nostro grande debito pubblico è ascrivibile ai disastri naturali, sopratutto terremoti ed alluvioni, che frequentemente colpiscono il nostro fragile territorio (nella tabella sono riassunti i costi dei terremoti).

schermata-2016-10-12-a-17-28-19

Questo ci mette in una situazione di inferiorità economica rispetto ad altri Paesi geologicamente stabili.
Può forse sembrare paradossale ma i terremoti che nell’ultima decina di anni hanno funestato l’Italia sono da considerare moderati. Potrebbero verificarsi situazioni molto più devastanti che potrebbero mettere letteralmente in ginocchio l’economia del Paese.
È assolutamente necessario correre ai ripari: un passaggio assolutamente necessario è il ricorso intelligente alle Assicurazioni in modo da ottenere contemporaneamente il coinvolgimento informato dei cittadini e i contributi dello Stato, evitando gli enormi e assurdi sprechi degli ultimi cinquant’anni.

D’accordo: ma che cosa proponete allora?

Il ragionamento che qui proponiamo è stimolato dalle scene di disperazione e di distruzione che, ancora una volta, abbiamo dovuto vedere il 24 agosto e che tutti si augurano, ancora una volta, di non vedere più. E’ arrivato il decreto sulla ricostruzione delle zone colpite, che contiene l’impegno di risarcire tutti i proprietari di case danneggiati anche quelli di seconde case.
I danni si aggirano sui 4 miliardi di euro ma si tratta di una prima stima da aggiornare dopo la valutazione definitiva che arriverà a metà novembre assieme alla richiesta all’UE di un dossier per l’attivazione del fondo emergenze.
Benvenuto, il decreto, ma non risolutivo della questione: come risarcire i danni? questione che si ripropone puntualmente all’indomani di una calamità naturale.
Qual è il modo meno impegnativo per le casse pubbliche di coprire i sinistri da emergenze ambientali? Non sono bazzecole; secondo lo studio di Cineas le sole alluvioni comportano costi annui pari allo 0,2% del PIL.

Continua a leggere

La mappa di pericolosità sismica (parte seconda); usi, abusi, fraintendimenti (di Massimiliano Stucchi)

Nella prima parte abbiamo analizzato la mappa MPS04 dal punto di vista scientifico: che cosa descrive, che cosa non descrive, come è stata compilata, ecc.
Le reazioni di chi ha commentato su Twitter sono interessanti: la maggior parte ha confermato però l’aspetto “iconico” che la mappa riveste oggi. Ci torneremo.
In questa seconda parte parliamo delle sue applicazioni: la materia non è semplice e neppure troppo semplificabile; ci ho provato e mi scuso se non ci sono riuscito del tutto.

6) A chi spetta il compito di aggiornare l’elenco dei comuni inseriti in zona sismica?
Fino al 1999 spettava allo Stato il potere/compito di dichiarare “sismico” un dato Comune, associandolo a una zona sismica, o categoria: prima, seconda, e terza solo dal 1981. La zona sismica determinava il livello di severità delle azioni sismiche da considerare in sede di progetto: tre livelli in tutto, quindi. Segnaliamo comunque una caratteristica tutta italiana, e cioè il fatto che alcuni Comuni, dopo essere stati inseriti in zona sismica a seguito di alcuni terremoti, hanno chiesto e ottenuto di esserne esclusi dopo pochi anni “in quanto non erano venuti più terremoti”. Continua a leggere

Che cos’è la mappa di pericolosità sismica? Prima parte (di Massimiliano Stucchi)

Premessa
Fino al 2009, la mappa di pericolosità (MPS04) se la sono filata in pochi.

mps04

Era stata compilata fra il 2003 e il 2004, in meno di un anno – ovvero in un tempo brevissimo per questo tipo di elaborati – e senza finanziamenti ad hoc da un gruppetto di ricercatori coordinati da INGV, su richiesta della Commissione Grandi Rischi (CGR) per adempiere a quanto previsto dalla Ordinanza Presidenza del Consiglio dei Ministri (PCM) 3274/2003. Tuttavia era stata: Continua a leggere

La prevenzione sismica come problema di risk governance (di Andrea Cerase)

A un mese esatto dal sisma di Amatrice, oltre al drammatico bilancio in termini di vite umane (al momento della pubblicazione il conteggio è fermo a 297 vittime accertate) c’è l’evidenza degli errori, anche involontari, emersi sin dalle prime analisi sui crolli, dell’inadeguatezza delle tipologie costruttive e, insieme, l’indignazione (legittima) per il denaro pubblico speso in interventi di adeguamento in seguito rivelatisi inefficaci e persino controproducenti. Le notizie sulle inchieste giudiziarie hanno avuto un peso rilevante, ma certamente non hanno monopolizzato la discussione com’è invece accaduto per il sisma dell’Aquila e, in misura minore, per quello dell’Emilia. Continua a leggere

Spigolature

In questo periodo, come spesso accade dopo un terremoto, vengono resi disponibili su web un certo numero di interventi interessanti che riguardano vari aspetti.
Senza pretesa di esaustività, di seguito proponiamo alcuni link, con brevi introduzioni.

Dov’era, com’era. Quando il terremoto distrugge tutto, anche il senso critico
(di Elena Granata e Fiore de Lettera)

In questo saggio viene coraggiosamente affrontato il problema della richiesta popolare che si genera subito dopo un terremoto di ricostruire subito “dov’era, com’era”. Si afferma tra l’altro:

Dopo ogni evento catastrofico, il Paese – nei suoi politici e nei suoi mezzi di informazione – tende rapidamente a convergere intorno ad una posizione semplice e rassicurante. Non c’è tempo per il pensiero e per il dubbio. Più un fatto è complesso e difficile da risolvere e più sono immediate e semplici le ricette proposte”. Continua a leggere

L’importanza dei controlli e del ruolo dello Stato nella riduzione del rischio sismico (Alessandro Venieri)

E’ vero: sono pienamente d’accordo con l’articolo di Massimiliano Stucchi “le colpe degli altri”, non bisogna sempre piangersi addosso e delegare agli altri, allo Stato in genere, compiti a cui lo Stato stesso non riesce poi ad assolvere. Sicuramente è soprattutto un problema di carattere culturale, quindi di lunga e difficile risoluzione, ma il problema rimane, i terremoti ci saranno e alcuni saranno ancora più forti di quello dell’Aquila, dell’Emilia e di Amatrice, perciò un cambiamento dovremo pur farlo pensando ai nostri figli e alle future generazioni. Continua a leggere