La colpa è dei modelli di pericolosità sismica? (di Massimiliano Stucchi)

Premessa. In questi giorni si discutono problemi ben più gravi e urgenti. Tuttavia l’apparizione di un articolo, su l’Espresso, che approfitta della ricorrenza del terremoto di Amatrice del 2016 per gettare discredito sul modello di pericolosità sismica corrente e sulle norme dello Stato, utilizzando fake news e argomenti inconsistenti mi ha mandato in bestia.

Ce lo si poteva aspettare. Cosa meglio di una ricorrenza di un terremoto (Amatrice, 2016) e delle sue vittime per tornare a accusare terremoti e sismologia? Dopo L’Aquila c’era stato addirittura un processo (anzi, più di uno; uno – civile – ancora in corso, al quale sono stato convocato per testimoniare in settembre, senza spiegazione alcuna, dalla parte che accusa lo Stato e chiede risarcimenti).
Dopo Amatrice e Norcia 2016 nulla di così grave, anche se qualche polemichetta era uscita da parte di chi pretende di leggere i dati e gli elaborati sismologici come se fosse il suo pane quotidiano. Ora però (25 agosto 2019, L’Espresso http://m.espresso.repubblica.it/plus/articoli/2019/08/26/news/terremoto-calcoli-sbagliati-1.338128?fbclid=IwAR2G7stT6dZRMqJfipfldqSy7Y4e5RS1rYGmoqzxCso3k1J3d6Q2PvTyxws esce con un “j’accuse” formale: il modello in vigore (quello che supporta la tanto celebrata mappa di pericolosità sismica) “ha sottostimato i pericoli sismici ma, incredibilmente, è ancora in vigore”.

Ci avevano già provato dopo L’Aquila 2009, e avevamo dimostrato che avevano fatto male i conti (1). Ci hanno riprovato dopo l’Emilia-Romagna del 2012; anche in quel caso avevano fatto male i conti, confrontando le registrazioni su terreno di consistenza media con quelle previste su roccia (2). E lo ripropongono paro paro anche nell’articolo citato: una autentica fake news.
Nel caso del 2016 invece è successo: sì, in alcuni punti, e per alcune scosse, le accelerazioni registrate hanno superato i valori proposti dal modello di pericolosità (con il 10% di probabilità di superamento in 50 anni).

Questo significa dunque che il modello ha sottostimato? Facciamo a capirci. Prima di tutto, adottare una certa probabilità di superamento significa ammettere che i valori proposti possano essere superati, qualche volta: non rappresentano dunque il massimo possibile e sotto vediamo perché. Poi: il modello di pericolosità sismica offre svariate elaborazioni relative a diverse probabilità di superamento in diversi intervalli di tempo (complicato, lo so: ma se uno ci si mette ce la può fare). Ad esempio, alcuni valori di picco registrati nel 2016 sono di poco superiori a quelli relativi al 2% di probabilità di superamento in 50 anni, ma sono inferiori a quelli relativi all’1% di probabilità di superamento nello stesso intervallo. Dunque?

Occorre poi ricordare che il confronto andrebbe fatto (se del caso; ma ci sono buone ragioni per sostenere che non ha molto significato) su tutti i valori dello spettro di risposta e non solo sul valore di accelerazione di picco, valore che tra l’altro non viene utilizzato nella progettazione. Ovvero, può succedere che la accelerazione al suolo superi quella proposta dalla normativa in piccole porzioni dello spettro stesso, magari non interessanti per alcuni tipi di costruzione.

Il problema, comunque, risiede principalmente nella scelta dell’intervallo e della probabilità di superamento adottati dalla normativa, appunto il 10% in 50 anni – ovvero periodo di ritorno 475 anni. Questa scelta la fa lo Stato (parliamo di normativa, appunto), sulla base di una consuetudine abbastanza condivisa a livello internazionale. Le ragioni di questa scelta dovrebbero essere spiegate meglio dagli ingegneri; con le mie parole dico che questa scelta significa garantire, se la costruzione è fatta bene, che non crolli, accettando più o meno implicitamente che si possa danneggiare in modo ragionevolmente riparabile. Perché? questione di ottimizzazione del rapporto costi-benefici. Gli ingegneri che leggono potranno inserire commenti e correzioni, che saranno benvenuti.

Vanno poi aggiunte altre considerazioni. La prima è che l’eventuale superamento delle accelerazioni proposte dalla normativa non determina automaticamente il crollo della costruzione; anche in questo caso gli ingegneri potrebbero spiegare meglio di me.
Non sono a conoscenza di alcun crollo recente avvenuto solamente per tale, eventuale superamento, e mi chiedo: perché invece di accuse teoriche non viene presentato un caso, almeno uno?
Sono a conoscenza, viceversa, di crolli avvenuti per difetti di costruzione, nemmeno lievi, tali da chiedersi come funzioni la catena progetto-controllo. Sono anche a conoscenza di edifici che hanno sopportato le accelerazioni “eccedenti” senza crollare.
La seconda – repetita juvant – è che la normativa stabilisce un valore minimo delle azioni di progetto ma non vieta certo di progettare per azioni superiori, se il proprietario e il progettista lo desiderano e sono disposti a spendere di più. Ma anche su questo c’è scarsa informazione.
La terza, più importante, è che la maggior parte degli edifici crollati per causa dei terremoti era stata costruita prima dell’entrata in vigore della normativa (NTC08, entrata in vigore nel giugno 2009), quindi con riferimento ad altre azioni sismiche e soprattutto ad altra norma costruttiva. L’articolo dice che la ricostruzione di Norcia post-1997 è stata fatta sulla base della mappa probabilistica, che uscì solo nel 2004, pensa te! E per attirare l’attenzione mostra la Basilica di San Benedetto, costruita qualche tempo prima, credo…..
Ancora una volta si confrontano mele con pere e si propongono fake news.

L’articolo in questione ripropone il confronto fra metodo probabilistico e deterministico. Anche questo  confronto è mal posto. L’approccio deterministico privilegia il massimo evento (scuotimento) possibile (evidentemente con la presunzione di poterlo determinare con esattezza). E’ bene ricordare che i valori ottenuti con questo metodo – tradotti in termini ingegneristici, ossia spettri – sono del tutto confrontabili con quelli offerti dal metodo probabilistico per probabilità di superamento più basse e intervalli di tempo più elevati rispetto a quelli previsti dalla normativa in vigore.

Perché non adottare come riferimento il “massimo”, ovvero un periodo di riferimento più lungo? Ovunque nel mondo le scelte in materia le fanno gli ingegneri, che hanno scelto ovunque il probabilistico. Tocca a loro spiegare perché, soprattutto al pubblico e ai media che ne avrebbero molto bisogno (come sempre per i media l’Italia è più avanti: prevede i terremoti con i vari autodidatti, ha i metodi migliori per diminuire i danni da terremoto, ecc.; il tutto a opera di minoranze oppresse e inascoltate).
Sicuramente costruire secondo il “massimo” scuotimento atteso costerebbe di più e non è detto che i benefici varrebbero lo sforzo; ma questo è un paese in cui prima del terremoto si minimizza e si risparmia, dopo il terremoto si protesta e si sarebbe pronti a scialare (in teoria).

Alla serie di fake news e di imprecisioni contenute in questo articolo, provenienti da un gruppo molto ristretto di ricercatori (gruppo che ha vari, lontani nel tempo e poco nobili motivi di astio con il fondatore dell’INGV), dovrebbe rispondere il Governo, visto che parliamo di accuse gravi a leggi dello Stato e non a “papers” scientifici; magari tramite il Ministro delle Infrastrutture e/o il Dipartimento della Protezione Civile, che sono di fatto i gestori della materia (Casa Italia dà scarsi segni di vita. Possibilmente in modo diverso da quanto  fece il Ministro dell’Ambiente del Governo Monti nel 2012, che disse che le “mappe di rischio sono forse da rivedere” (come no, se ci sono stati dei crolli devono essere sbagliate le mappe….).
Ma in questi giorni vi sono cose più importanti.

Ricorrenze a parte, ci vuole un bel coraggio a cercare di scaricare ancora le responsabilità di crolli e morti sulle mappe di pericolosità e comunque sul terremoto, come fa l’articolo terminando con il ricordo di San Giuliano di Puglia, 2002. Vergogna!
Sarebbe veramente ora che dalla comunità ingegneristica si alzino voci forti e chiare in proposito. Le scelte in materia di protezione dai terremoti sono ingegneristiche; i modelli di pericolosità sismica non decidono proprio niente, offrono i materiali per tutte le possibili scelte.

Prima o poi uscirà il nuovo modello di pericolosità INGV, che ha avuto tutte le verifiche, battesimi e riconoscimenti scientifici possibili. C’è grande attesa. Si tratterà di capirlo, prima di tutto, e usarlo come si deve. Qualche numeretto cambierà e – temo – inizierà la solita solfa che i valori precedenti erano sbagliati, ecc. Ad esempio, chi ha calcolato con il modello precedente l’indice di sicurezza di un edificio così come previsto dalla normativa, potrà ricalcolarlo con il nuovo modello e, senza che la vulnerabilità dell’edificio sia stata modificata di una virgola, potrebbe d’incanto ritrovarsi con un valore dell’indice un po’ maggiore (o anche minore), ovvero con un edificio teoricamente un  po’ più sicuro (o anche meno).

Via, su; cerchiamo di fare i seri, guardiamo la luna e non il dito. Le mappe di pericolosità sono il dito, mentre la luna sono, in questo caso, le nostre case, con il loro deficit di sicurezza accumulato in anni di normativa non applicata, controlli mancati, usura, modifiche strutturali (e non) eseguite senza criterio, frodi, condoni, abusivismo.
La colpa dei disastri non è dei modelli di pericolosità sismica!

 

(1) Crowley, H. et al, 2009. Uno sguardo agli spettri delle NTC08 in relazione al terremoto de L’Aquila, https://drive.google.com/file/d/134KHJrfRohBHG37RD6nG0qDTcZdafa4L/view

(2) Stucchi, M. et al. 2012. I terremoti del maggio 2012 e la pericolosità sismica dell’area: che cosa è stato sottostimato? https://drive.google.com/file/d/1yh3R_rg_39cyUYmja-MSTfke-fS8HbLQ/view

 

Do seismic hazard models kill? (by Massimiliano Stucchi)

Introduction. The appearance of an article, on the weekly magazine L’Espresso (http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2019/08/26/news/terremoto-calcoli-sbagliati-1.338128?ref=HEF_RULLO&preview=true), which took advantage of the 2016 Amatrice earthquake anniversary to discredit the Italian seismic hazard model and the national building code, based on it, using fake news and inconsistent arguments made me angry.
What follows is a comment written for the benefit of the international readers.
The original version in Italian which can be found here (https://terremotiegrandirischi.com/2019/08/27/la-colpa-e-dei-modelli-di-pericolosita-sismica-di-massimiliano-stucchi/), which can easily be translated by means of the improved https://translate.google.com/.

As in many countries, since 2008 the Italian building code (NTC08 and now NTC18) makes reference to design spectra; they are taken from the results of the 2004 PSHA model (1). A new PSHA assessment is been published soon.

On the other hand, since a few years a very small group of Italian researchers proposes a so called alternative method for the evaluation of seismic hazard, based on the neo-deterministic approach. No problem, it is a current scientific discussion. Things became more complex when this group claims that their method should be taken as a basis for the building code; it becomes boorish when, like in the above mentioned article, they claim that the seismic actions proposed by the PSHA model, adopted by the building code, have been overcome in recent earthquakes, and that casualties are due to that “wrong” seismic actions, by making use of “fake news”.
Let’s see.

The article repeats, once again, the fake news that recorded PGA overcame the PGA estimated by the PSHA model, in the occasion of 2009 (L’Aquila) and 2012 (Emilia-Romagna) earthquakes. It has been proved that the above statement is not true (2) (3); simply, comparison are wrongly made between soft ground recordings and hard ground estimates!
In the case of the 2016 Amatrice and Norcia earthquakes, yes, recorded PGA did overcome PSHA estimated PGA. Does it mean that the model did underestimate?

It must first be considered that estimated PGA comes with some % probability of being exceeded in xx years (the most common figures being 10% and 50 years). Moreover, the comparison should be made (if really needed) on the whole design spectrum, not on PGA which is not used for building design; but such comparisons are not recommendable (4). Finally,  the main point is that the PSHA model is a model; it offers various elaborations related to different probabilities of exceedance in different time-intervals. For example, some peak values recorded in 2016 are slightly higher than those related to the 2% probability of exceeding in 50 years, but are lower than those related to the 1% probability of exceeding in the same interval.

So the matter comes back to the main point: do we need to design against the maximum expected shaking (and how to assess it?), or to a shaking with a lower probability of exceedance with respect to the adopted one which, by the way, is adopted in many countries of the world?

This is not a seismological – nor a SHA – problem. SHA models offer a variety of possible solutions and then someone decides. It is a political decision which, usually, is in fact taken by engineers (cost-benefits analysis); unfortunately, this often happens without or with little explanation. We know for instance that source of the “475 return period” is close to casual, but it seems to represent a “satisfactory” compromise. Would be nice if it was explained better, however, so to allow that part of the public, which is not ready to follow scandal claims, to understand by itself.

Are the detractors of the PSHA model and the building code able to provide one example, only one, of a building, designed according the NTC08 without executions mistakes, which collapsed because the design spectra values were overcome by the recorded ones? It would be a good, practical case history, instead of a theoretical clash. This question was already asked for, without getting an answer.
And, even more important: why to give the wrong idea to the public that, as soon as design spectra are exceeded, buildings collapse?

The article, and the scientists behind, quotes the reconstruction of Norcia after the 1979 earthquake and the San Benedetto Basilica (which did stood it); both have little to do with NTC08 and related design spectra. The worst, however, comes with the reference to the collapse of the school in San Giuliano di Puglia (2002), “renovated according to inadequate criteria”. Shame on you, who mix this event with your crusade against PSHA and NTC08! That school was restored in the absence – at that time – of the building code (responsibility of the Ministries which delayed the expansion of the building code to all Italy with all their power), and according to a questionable design.

Seismic hazard models do not kill; buildings do, with the help of fake news!

Tutti sulla stessa faglia: un’esperienza di riduzione del rischio sismico a Sulmona. Intervista a Carlo Fontana

Carlo Fontana è un ingegnere meccanico che vive a Sulmona, e quindi nei pressi di una delle faglie appenniniche più pericolose: quella del Morrone. Lavora nel settore industriale e fino al 2009 non ha considerato il rischio sismico come rilevante nella sua vita. Con lui abbiamo discusso della sua esperienza di riduzione della vulnerabilità sismica della sua casa e di impegno pubblico sul tema della prevenzione nel suo territorio.

Ci racconti come era – dal punto di vista sismico – l’edificio in cui vivevi ?

L’edificio in questione è la casa paterna di mia moglie, che abbiamo deciso di ristrutturare dopo il matrimonio per renderla bifamiliare. Era composto da un nucleo originario in muratura calcarea tipica della zona, primi anni del 900, a cui è stato affiancato un raddoppio negli anni  ‘60 con muratura in blocchi di cemento semipieni. Solai in profili metallici e tavelle, scala in muratura e tetto in legno. E’ stata danneggiata e resa parzialmente inagibile dai terremoti del 7 e 11 maggio 1984. Nel 2008 era ancora in attesa del contributo per un intervento di riparazione progettato a ridosso del sisma.

Fig01

Qual è stata la molla che è scattata per indurti a rivedere il progetto relativo alla tua abitazione? Continua a leggere

Dopo i terremoti: alloggi provvisori e ricostruzione consapevole (di Renato Fuchs)

Da varie settimane si assiste a un crescendo di proteste per i ritardi con cui vengono portati avanti i piani di ricostruzione dei paesi colpiti dai terremoti del 2016, il cui numero si è esteso a seguito degli eventi del gennaio 2017. Di recente, lo stesso Commissario Straordinario Vasco Errani ha sostenuto che poco è stato fatto.
E’ bene precisare, tuttavia, che si tratta di ritardi riferiti alla fase di assistenza post-terremoto, e non di ricostruzione vera e propria, della quale non si conoscono ancora i piani definitivi.
Abbiamo posto alcune domande a Renato Fuchs, di Eucentre, che ha svolto un importante ruolo organizzativo nell’ambito del “Progetto CASE” (L’Aquila, 2009) ed è ora responsabile del sistema informativo di supporto alla gestione delle necessità di assistenza alla popolazione a seguito delle recenti emergenze in Centro Italia, realizzato in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile (DPC).

Con quali strumenti è stata gestita la fase di prima assistenza, per assicurare ai terremotati un alloggio provvisorio dopo il periodo trascorso nelle tendopoli?
Ai cittadini colpiti dagli ultimi terremoti sono state offerte le seguenti forme di assistenza:
– Container collettivi: sono soluzioni “ponte” tra le tende e le altre sistemazioni, consistenti in edifici prefabbricati di grandi dimensioni, in ciascuno dei quali vengono ospitate 20-30 persone;
– CAS (Contributo di Autonoma Sistemazione): un contributo economico mensile alla famiglia che intenda alloggiare a proprie spese. L’importo dipende dal numero di componenti il nucleo famigliare e dalla presenza nello stesso di anziani, disabili o portatori di handicap. Tale importo, inizialmente fissato in 200 euro a persona al mese, è stato aumentato a partire dal 15 novembre 2016 a 300 euro a persona;
– Alloggio in strutture ricettive: è stata stipulata una convenzione con le associazioni di categoria, in base alla quale per ogni giornata di presenza di un cittadino presso una struttura ricettiva, viene riconosciuto alla stessa un importo di 40, 35 o 25 euro in funzione del trattamento ricevuto (rispettivamente pensione completa, mezza pensione o camera e colazione);
– SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza): sono edifici prefabbricati, realizzati dalle ditte che si sono aggiudicate nel 2014 una gara CONSIP, di diverse metrature in funzione della numerosità del nucleo familiare, generalmente “a schiera”. Le tempistiche per la loro disponibilità dipendono anche dall’individuazione delle aree e dalla realizzazione dei necessari lavori di fondazione e di urbanizzazione;
– MAPRE (Moduli Abitativi Provvisori Rurali Emergenziali): si tratta di edifici prefabbricati singoli, installati in prossimità di stalle o fattorie, destinati ad ospitare gli allevatori/agricoltori che abbiano la necessità di rimanere vicini ai propri luoghi di lavoro. Continua a leggere

Terremoti e faglie nell’Appennino centrale, tra prevedibilità e sorprese (di Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, sismologo di formazione geologica, dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: http://diss.rm.ingv.it/diss/).
Qualche settimana fa ha rilasciato una intervista sul potenziale sismico della faglia del Gorzano, interessata dai terremoti del 18 gennaio 2017, i cui contenuti non coincidevano esattamente con il comunicato del Dipartimento della Protezione Civile (DPC), che riassumeva il parere della Commissione Grandi Rischi (CGR).
La materia è complessa e le valutazioni sul potenziale sismogenetico di una faglia, prima e dopo un evento sismico importante, sono particolarmente difficili. Abbiamo chiesto a Gianluca di offrirci il suo punto di vista, per aumentare la nostra capacità di comprensione, senza per questo volerlo porre in contrapposizione ad altri pareri, in particolare a quelli “ufficiali”.

Gli eventi del 18 gennaio 2017 non possono essere analizzati a prescindere dalla sequenza di eventi iniziata il 24 agosto 2016. Qual’è la tua opinione su questa sequenza, lunga e dolorosa?

La mia opinione, che dettaglierò meglio nella risposta alla domanda seguente, è che le sequenze lunghe e articolate siano una caratteristica connaturata con l’essenza stessa dell’Appennino. Le rocce che formano la crosta terrestre al di sotto dell’Appennino sono sempre sotto tensione, più o meno “cariche” e più o meno vicine al punto di non ritorno, ovvero al terremoto. Ma il terremoto può accadere “in un’unica soluzione”, come avvenne ad esempio in Irpinia nel 1980, quando una devastante scossa di magnitudo prossima a 7.0 fu seguita da un corteo di repliche trascurabile rispetto a quello che abbiamo visto negli ultimi sei mesi, o può avvenire per scosse successive di dimensioni grossolanamente confrontabili, come è successo con i tre terremoti di Amatrice (24 agosto, M 6.0), Visso (26 ottobre, M 5.9), e Norcia (30 ottobre, M 6.5: si veda l’immagine allegata); i quali, tra l’altro, hanno rilasciato una energia complessiva che è ancora inferiore a quella rilasciata dal solo terremoto del 1980.

Valensise_sequenza 2016-2017

Distribuzione delle scosse principali (magnitudo 5.4 e superiori) della sequenza del 2016-2017. L’immagine è stata tratta dal sito INGVTerremoti ed è aggiornata al 23 gennaio scorso: risultano quindi in piena evidenza le quattro forti scosse del 18 gennaio e le successive repliche (https://ingvterremoti.wordpress.com/2017/01/23/sequenza-in-italia-centrale-aggiornamento-del-23-gennaio-ore-1100/).

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Terremoti e grandirischi: ci risiamo? (di M. Stucchi)

Una doverosa premessa: di seguito commento quanto letto su “social” e stampa, fonti che – come è noto – devono essere prese con il beneficio di inventario.

Il 18 gennaio 2017 alcuni terremoti di media magnitudo hanno interessato la zona a sud di Amatrice, già in parte colpita dalla sequenza sismica iniziata il 24 ottobre 2016, nella quale si trova il bacino d’acqua di Campotosto. Ai terremoti è seguita la valanga che ha sepolto l’hotel Rigopiano.
Il 20 gennaio si è riunita la Commissione Grandi Rischi, organo consultivo del Dipartimento della Protezione Civile (DPC) che – secondo le procedure in uso dopo la ridefinizione dei suoi compiti seguita alla vicenda aquilana del 2009 – ha rilasciato le proprie valutazioni mediante un verbale destinato a DPC. Continua a leggere

La ricostruzione, ovvero: il grande condono? (di M. Stucchi)

Premessa. In questo post si parlerà dei costi della ricostruzione del terremoto.  Si parlerà soprattutto di come i benefici vengano erogati: a favore di chi, a carico di chi. Senza che la solidarietà umana per chi ha perso la casa venga meno, e senza negare la necessità dei soccorsi e dei primi aiuti, ci si interrogherà sulla logica che presiede, tradizionalmente, alla ricostruzione post-sismica. E si cercherà di capire perché, a differenza di altri casi, in questo non si accertino eventuali responsabilità specifiche, ovvero perché tali responsabilità non costituiscano elemento discriminatorio per l’accesso ai benefici. E perchè non venga incentivato il ricorso alla assicurazione, argomento in parte affrontato in questo blog dal post di P. Feletig e Enzo Boschi (https://terremotiegrandirischi.com/2016/10/12/i-danni-dei-terremoti-chi-paga-di-p-feletig-e-e-boschi/).

Il Decreto per la ricostruzione. Il Presidente del Consiglio ha chiesto alla UE qualche decimo di maggiore “flessibilità” del deficit per la ricostruzione degli edifici danneggiati dal terremoto di Amatrice e dintorni. Si dovrebbe essere contenti se questa richiesta verrà accolta: un po’ come quando si dovrebbe essere contenti perché la Borsa è in positivo (l’andamento della Borsa occupa ormai uno spazio di poco inferiore a quello occupato dal meteo), come se fosse un segnale positivo per tutti – e così non è. Nel caso della flessibilità, qualche decimo in più significa un debito pubblico ancora maggiore. Continua a leggere

I danni dei terremoti: chi paga? (di P. Feletig e E. Boschi) + 2 commenti

Patrizia Feletig (laureata in economia, esegue analisi accurate della politica energetica, delle ricadute economiche delle moderne tecnologie  e dei grandi temi della moderna società come i disastri naturali e non. Scrive su importanti giornali nazionali e internazionali come free lance); e
Enzo Boschi (geofisico, già professore ordinario all’Università di Bologna, a lungo Presidente dell’INGV. Non ha bisogno di ulteriori presentazioni);

intervengono a proposito dei costi delle catastrofi, che tradizionalmente in Italia si riversano sullo Stato e quindi su tutti noi, in modo quasi automatico. Il recente Decreto per la ricostruzione porta questi temi ancora più in evidenza.

Una percentuale molto consistente del nostro grande debito pubblico è ascrivibile ai disastri naturali, sopratutto terremoti ed alluvioni, che frequentemente colpiscono il nostro fragile territorio (nella tabella sono riassunti i costi dei terremoti).

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Questo ci mette in una situazione di inferiorità economica rispetto ad altri Paesi geologicamente stabili.
Può forse sembrare paradossale ma i terremoti che nell’ultima decina di anni hanno funestato l’Italia sono da considerare moderati. Potrebbero verificarsi situazioni molto più devastanti che potrebbero mettere letteralmente in ginocchio l’economia del Paese.
È assolutamente necessario correre ai ripari: un passaggio assolutamente necessario è il ricorso intelligente alle Assicurazioni in modo da ottenere contemporaneamente il coinvolgimento informato dei cittadini e i contributi dello Stato, evitando gli enormi e assurdi sprechi degli ultimi cinquant’anni.

D’accordo: ma che cosa proponete allora?

Il ragionamento che qui proponiamo è stimolato dalle scene di disperazione e di distruzione che, ancora una volta, abbiamo dovuto vedere il 24 agosto e che tutti si augurano, ancora una volta, di non vedere più. E’ arrivato il decreto sulla ricostruzione delle zone colpite, che contiene l’impegno di risarcire tutti i proprietari di case danneggiati anche quelli di seconde case.
I danni si aggirano sui 4 miliardi di euro ma si tratta di una prima stima da aggiornare dopo la valutazione definitiva che arriverà a metà novembre assieme alla richiesta all’UE di un dossier per l’attivazione del fondo emergenze.
Benvenuto, il decreto, ma non risolutivo della questione: come risarcire i danni? questione che si ripropone puntualmente all’indomani di una calamità naturale.
Qual è il modo meno impegnativo per le casse pubbliche di coprire i sinistri da emergenze ambientali? Non sono bazzecole; secondo lo studio di Cineas le sole alluvioni comportano costi annui pari allo 0,2% del PIL.

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La mappa di pericolosità sismica (parte seconda); usi, abusi, fraintendimenti (di Massimiliano Stucchi)

Nella prima parte abbiamo analizzato la mappa MPS04 dal punto di vista scientifico: che cosa descrive, che cosa non descrive, come è stata compilata, ecc.
Le reazioni di chi ha commentato su Twitter sono interessanti: la maggior parte ha confermato però l’aspetto “iconico” che la mappa riveste oggi. Ci torneremo.
In questa seconda parte parliamo delle sue applicazioni: la materia non è semplice e neppure troppo semplificabile; ci ho provato e mi scuso se non ci sono riuscito del tutto.

6) A chi spetta il compito di aggiornare l’elenco dei comuni inseriti in zona sismica?
Fino al 1999 spettava allo Stato il potere/compito di dichiarare “sismico” un dato Comune, associandolo a una zona sismica, o categoria: prima, seconda, e terza solo dal 1981. La zona sismica determinava il livello di severità delle azioni sismiche da considerare in sede di progetto: tre livelli in tutto, quindi. Segnaliamo comunque una caratteristica tutta italiana, e cioè il fatto che alcuni Comuni, dopo essere stati inseriti in zona sismica a seguito di alcuni terremoti, hanno chiesto e ottenuto di esserne esclusi dopo pochi anni “in quanto non erano venuti più terremoti”. Continua a leggere

Che cos’è la mappa di pericolosità sismica? Prima parte (di Massimiliano Stucchi)

Premessa
Fino al 2009, la mappa di pericolosità (MPS04) se la sono filata in pochi.

mps04

Era stata compilata fra il 2003 e il 2004, in meno di un anno – ovvero in un tempo brevissimo per questo tipo di elaborati – e senza finanziamenti ad hoc da un gruppetto di ricercatori coordinati da INGV, su richiesta della Commissione Grandi Rischi (CGR) per adempiere a quanto previsto dalla Ordinanza Presidenza del Consiglio dei Ministri (PCM) 3274/2003. Tuttavia era stata: Continua a leggere