Tutti sulla stessa faglia: un’esperienza di riduzione del rischio sismico a Sulmona. Intervista a Carlo Fontana

Carlo Fontana è un ingegnere meccanico che vive a Sulmona, e quindi nei pressi di una delle faglie appenniniche più pericolose: quella del Morrone. Lavora nel settore industriale e fino al 2009 non ha considerato il rischio sismico come rilevante nella sua vita. Con lui abbiamo discusso della sua esperienza di riduzione della vulnerabilità sismica della sua casa e di impegno pubblico sul tema della prevenzione nel suo territorio.

Ci racconti come era – dal punto di vista sismico – l’edificio in cui vivevi ?

L’edificio in questione è la casa paterna di mia moglie, che abbiamo deciso di ristrutturare dopo il matrimonio per renderla bifamiliare. Era composto da un nucleo originario in muratura calcarea tipica della zona, primi anni del 900, a cui è stato affiancato un raddoppio negli anni  ‘60 con muratura in blocchi di cemento semipieni. Solai in profili metallici e tavelle, scala in muratura e tetto in legno. E’ stata danneggiata e resa parzialmente inagibile dai terremoti del 7 e 11 maggio 1984. Nel 2008 era ancora in attesa del contributo per un intervento di riparazione progettato a ridosso del sisma.

Fig01

Qual è stata la molla che è scattata per indurti a rivedere il progetto relativo alla tua abitazione?

La definizione del progetto come realizzato ha avuto varie fasi.
L’intervento è stato ipotizzato nel 2008, in “tempo di pace”. Inizialmente l’idea era semplicemente di sbloccare l’iter amministrativo del contributo sismico 1984, eseguendo quei lavori con le modifiche aggiuntive necessarie a creare due unità abitative indipendenti, senza velleità antisismiche. Avevo un vincolo importante da rispettare per non perdere il contributo 1984: impronta a terra, cubatura e altezza precedenti non dovevano essere superati.
Ben presto mi sono reso conto che quel progetto di riparazione, mantenendo invariata la struttura portante, non si addiceva alla ridistribuzione degli spazi e degli usi che volevamo ottenere. Allora ho valutato una parziale demolizione: abbassare di un piano e ricostruirlo, sovrapposto al restante, con altro materiale. Pensavo al legno.

Fig02Due step ulteriori e decisivi, sempre nel 2008,  sono stati una valutazione preliminare del Genio Civile di Sulmona, che mi consigliava di arrivare a terra con le nuove opere e un seminario del prof. Marco Imperadori sui suoi lavori di edilizia stratificata a secco. L’acciaio sembrava la strada giusta. Sono un ingegnere meccanico ed ho sempre operato in aziende metalmeccaniche, quindi avevo familiarità con questo materiale.

Ci racconti in breve in che cosa consiste il progetto?

Il progetto consiste nella demolizione quasi totale dell’esistente, mantenendo solo le murature del piano terra. All’interno di esse sono state realizzate le fondazioni della nuova struttura, a telaio in acciaio e solai in lamiera grecata e getto in calcestruzzo. Il tetto è in legno. Anche le tamponature ed i tramezzi sono a struttura metallica, con profili formati a freddo e pannelli di chiusura.

Fig03Fig04Fig05Fig06Fig07Per quanto riguarda le azioni sismiche di progetto, hai seguito le prescrizioni della normativa (che, è bene ricordarlo, definiscono una soglia minima) o ti sei posto il problema di adottare un livello più elevato? E se sì, puoi dirci quanto ha inciso sulla spesa questo aumento?

 Il progetto iniziale, di riparazione, non arrivava all’adeguamento. La nuova struttura è adeguata a NTC 2008 e non poteva essere altrimenti. Ho voluto aggiungere dei margini portando la categoria del terreno da “A” (da relazione geologica) a “B” ed impiegando tamponature leggere e duttili. Ho sostituito il massetto dei pavimenti con una pannellatura equivalente ma più leggera. Con le economie dovute al mio contributo sia nella fase progettuale che esecutiva il costo totale è rimasto entro i 750 euro/mq.

Un discorso a parte merita il piano terra; per le strutture preesistenti non c’è obbligo di miglioramento e nella prima fase mi sono limitato ad un cordolo sommitale senza intenzione di ulteriori rinforzi, anche perché non avevano più funzione portante. Poi c’è stato il terremoto di Amatrice, con i drammatici esempi di dissolvimento delle murature non consolidate ed ho deciso di fare ulteriori lavori, intervenendo con l’acciaio anche su di esse. Lavorandoci direttamente mi sono reso conto che le nostre murature storiche sono poco più che a secco, con malte ormai inesistenti, che si polverizzano ai primi modesti cicli di sollecitazione. La sensazione di fragilità che si ha toccandole con mano è realmente allarmante.

Fig08Spero che i dolorosi fatti di Amatrice, ancor più che L’Aquila, rendano più consapevoli i proprietari e più cauti i tecnici nel trattare le murature ordinarie premoderne: l’intonaco o molti decenni di vita possono dare una falsa sensazione di sicurezza rispetto alle azioni cicliche. Anche vedere spesso queste murature esistenti modellate come prismi omogenei e isotropi dotati di caratteristiche meccaniche definite e costanti, mi lascia molto perplesso.
Avendo aumentato le mie conoscenze e la mia consapevolezza durante ad anche dopo la costruzione, ho in mente altre azioni di aumento della sicurezza, che questo sistema strutturale consente.
I livelli di prestazione al danno ed alla salvaguardia della vita che ho in mente si sono modificati nel tempo: all’inizio erano quelli di legge, ora sto lavorando su uno scenario preciso: M6.5 sulla faglia del Morrone. Il comportamento di Norcia durante un evento paragonabile mi conferma si può avere danni limitati o nulli anche in questi casi.

Hai determinato un coefficiente di vulnerabilità (o di rischio) secondo i criteri del “sismabonus” per l’edificio?

I lavori strutturali sono terminati e non avrò accesso al sismabonus, comunque ci tengo a fare la classificazione sismica. Essendo adeguata a NTC08 parto sicuramente da “B”.
Sono in corso indagini per valutare l’edificio come costruito, a partire dalla risposta vibrazionale vera (periodo proprio, smorzamento, forme modali) che ritengo una caratteristica fondamentale per la prestazione sismica. Le stime di progetto possono oggi diventare misure ed avvicinare molto il modello alla realtà costruita.

Usufruisci di rimborsi fiscali di qualche tipo?

 Il contributo del sisma 1984, non più rivalutato, ha coperto il 20% dei costi. Dopo il terremoto del 2009, avvenuto prima dell’inizio dei lavori, la casa risultava “bi-terremotata”. Era possibile “cambiare terremoto”, rinunciare al contributo 1984 ed accedere alla ricostruzione 2009 (categoria “E”) con lavori finanziati al 100%. L’idea era allettante, ma i tempi incerti. Ero appena riuscito a sbloccare fondi dopo 24 anni e l’idea di rimettermi in mano alla burocrazia intollerabile. Abbiamo rinunciato, usando tutti gli strumenti fiscali disponibili: ristrutturazione al 50% per le opere strutturali ed ecobonus al 55% e 65% per involucro e impianti. Ricevo ogni anno il rimborso di tutta l’IRPEF, sufficiente a coprire le rate del mutuo, che di fatto paga lo Stato. Senza questa agevolazione il progetto sarebbe stato irrealizzabile.

 La tua iniziativa è isolata oppure nasce in un contesto di consapevolezza “diffusa”

 Nel 2008 sicuramente isolata. Allora, in valle Peligna, nessuno pensava al terremoto. Il 1984 era un ricordo sbiadito e per molti era stata un’occasione per fare lavori gratis (di ogni tipo).Come tanti sono cresciuto ai piedi del Morrone, interrogandomi fin da bambino su quella lunga “scogliera” che vedevo sotto la cresta del monte. Lo stesso progetto che ho illustrato, nel 2008, suscitava perplessità anche negli addetti ai lavori e non aveva precedenti nella zona.

Il risveglio, nel 2009, è stato traumatico e ognuno si è trovato da un giorno all’altro a gestire un nuovo rischio. Ricordo, per esempio, che il Piano di Protezione Civile di Sulmona è stato approvato in tutta fretta la mattina del 6 aprile, tra scosse continue, plausibilmente per paura di non essere inclusi nel “cratere”. Il 6 aprile avevo un progetto in gestazione ed è stato relativamente semplice spingerlo verso caratteristiche di protezione sismica adeguate, almeno alle norme vigenti.

Come si vive nella tua zona la possibilità che si verifichi un terremoto forte? Vi sono iniziative individuali e/o collettive?

Oramai la “candida inconsapevolezza” è stata superata dagli eventi e dall’accesso diffuso a informazioni qualificate. Esistono due minoranze: i fatalisti e gli attivi. I primi percepiscono l’evento come raro nell’arco di tempo di loro interesse e coerentemente non ritengono opportuno investire risorse. I secondi (di cui faccio parte) sono di avviso opposto e cercano di provvedere per non doversi preoccupare in futur

La grande maggioranza tende a vivere il rischio come qualcosa che sarebbe opportuno ridurre ma considera il problema irrisolvibile, per i motivi più vari. Per questa fascia lo scenario ideale sarebbe costituito da una affidabile previsione a breve (da cui l’interesse per lo pseudo-determinismo) seguito ricostruzione pubblica, con minimo impegno e massimo risultato.
E’ sconfortante vedere che di questa maggioranza fanno parte anche esponenti delle amministrazioni locali, con alcune fortunate eccezioni. Non è un caso che il sindaco di Amatrice sia molto più famoso di quello di Norcia…

In generale permane un atteggiamento di delega ad altri del problema sismico, semplicemente perché finora ci ha sempre pensato qualcun altro (INGV, Commissione Grandi Rischi, Protezione Civile, Uffici della ricostruzione), come se le faglie fossero proprietà dello Stato, che è tenuto a rispondere dei danni da esse provocate.
E’ qui che secondo me si gioca la partita della mediazione culturale e della crescita della consapevolezza, su un piano che è evidentemente tutt’altro che sismologico. Al cittadino non è mai stato chiesto di fare la propria parte, appena inizia la scossa anche gli edifici diventano tutti di proprietà dello Stato.

Sarebbe auspicabile un graduale disimpegno del pubblico da questo ricorrente scenario di “proprietà privata-rischio pubblico”, con le forme ed i tempi opportuni e bilanciando ogni passo indietro con strumenti temporanei di supporto, che però necessitano di istruzioni per l’uso e formazione di tutti gli attori. Ricorderai il miliardo di euro in 6 anni che fu destinato alla Prevenzione Sismica nel 2009; a Sulmona sono stati assegnati più di 2 milioni per numeri interventi privati ma neanche un euro è stato ancora speso, per inerzia amministrativa locale.

Le iniziative collettive presenti sul territorio sono di due tipi.
Da un lato ci sono quelle della Protezione Civile (anche nazionale, come “Io non Rischio”) per il classico rischio “non strutturale” e quelle dei tecnici locali che hanno aderito alla giornata nazionale per il Sismabonus ed hanno anche avviato una mappatura della vulnerabilità a scala urbana che ha lo scopo di supportare ed attrarre risorse per eventuali progetti statali mirati, tipo Casa Italia o suoi futuri sviluppi. Insieme queste stanno contribuendo comunque ad allargare la platea dei consapevoli.

Dall’altro lato ci sono varie iniziative di sollecito all’amministrazione locale per la grande quantità di risorse (decine di milioni) destinate alla ricostruzione 2009 per privati e scuole e che non hanno ancora generato cantieri. Una parte della sfiducia dei singoli purtroppo viene anche dalla manifesta incapacità degli enti locali di attrarre e spendere le risorse.
Io cerco di dare visibilità alla mia esperienza (e ringrazio di questo spazio) semplicemente per dimostrare che anche una normale famiglia monoreddito può farcela con gli strumenti a sua disposizione, se pone questo problema come prioritario. Ho creato “Progetto M6.5”, una iniziativa, anche social (https://www.facebook.com/groups/126134850746150/), con cui a livello locale provo a fare mediazione culturale tra il mondo dei tecnici (ingegneri e sismologi/geologi) e i cittadini che ora il rischio non possono più ignorarlo, ma francamente non sempre hanno “istruzioni per l’uso” per gestirlo razionalmente. Spero di generare al minimo riflessione ed al massimo emulazione. I riscontri non sono molti, ma ci sono e mi ripagano del tempo che vi dedico.

Qual’è il livello di attenzione/speranza risposto in tecniche di previsione/forecasting? Adesempio, si segue Giuliani? si conosce l’OEF?

 Personalmente nullo. La cosa più difficile, nel mio percorso personale, è stata convincersi che il nostro “big one” può verificarsi in qualsiasi momento, senza preavviso. L’iniziativa OEF non è nota alla popolazione, probabilmente perché si muove in ambiti accademici ed ha una platea di addetti ai lavori. Più insidiose sono le presenze sui social network, che arrivano direttamente al cittadino senza alcun filtro e con sfacciate promesse di salvare vite.

All’inizio era normale mettere a confronto Giuliani e Galadini che proponevano argomenti così diversi; poi con il tempo e le evidenze è emerso che lo pseudo-determinismo basato su una sola grandezza indiretta o addirittura fondato completamente sulla statistica è illusorio e poco utile per un capofamiglia che vuole ridurre il proprio rischio. Necessita un atto di fede, confermato dall’espressione ricorrente “Credo in Giuliani”. Amen.

L’alternativa è la scienza vera. Sono Galadini, Galli, Gori che studiano da anni le nostre faglie direttamente e che continuano ad aggiornare le conoscenze vere e le rendono disponibili, anche di persona, alla popolazione. Sono i ricercatori dell’INGV, che hanno sintetizzato secoli di studi ed informazioni in una  mappa sismica che parla da sola a chi la vuol ascoltare e continuano a promuoverla e migliorarla. Sono gli ingegneri che, con le nostre ottime Norme Tecniche, permettono di gestire il rischio nell’unico modo possibile: costruendo o rinforzando col miglior rapporto costi/benefici.

Grazie alla loro attività divulgativa in campo molti sono riusciti ad affrontare questo rischio in maniera più razionale. Alla fine nella testa resta un concetto semplice: una faglia di resistenza e stress noti solo approssimativamente, che si vorrebbe muovere di quasi un millimetro l’anno ma è bloccata da più di 1800. Poiché difficilmente può fare scatti superiori ai due metri, il prossimo non può essere lontano.

Ma non mi illudo: il ridimensionamento della popolarità dei previsori a breve è dovuto alla fase di calma sismica che stiamo attraversando, almeno dalle mie parti. Al primo sciame sarà normale cercare delle risposte a breve e torneranno in auge. D’altro canto il messaggio, corretto, che  il problema sismico è posto dai sismologi ma può essere risolto solo da proprietari ed ingegneri può “passare” solo in tempo di pace. In una fase di rischio percepito crescente corre il pericolo concreto di apparire inutile.

Per finire: dalle tue parti ci si assicura contro il terremoto?

Darei due risposte.
La prima, personale, è: purtroppo no. Si considera ancora il terremoto raro e l’intervento pubblico certo. Io e qualcun altro in questo territorio consideriamo più probabile lo scenario opposto. Ritengo che l’assicurazione sia il perfetto “complemento a 1” della propria strategia antisismica, ovvero può coprire il rischio residuo che resta dopo l’iniziale investimento in prevenzione, che ha comunque un vincolo di budget e quindi difficilmente può garantire l’invulnerabilità, almeno dalle mie parti.

La seconda, provocatoria e diffusa, è: perché dovremmo? Non ti salva la vita né evita alcun danno. Per tutto il resto c’è il “cratere” pubblico, che non chiede premio né perizie; ma ti dà visibilità politica, lavoro, case migliori di prima e molto altro; pare che funzioni bene anche da condono fiscale ed edilizio. Siamo rimasti esclusi dal cratere aquilano, ma prima o poi ce la faremo….

 

Dopo i terremoti: alloggi provvisori e ricostruzione consapevole (di Renato Fuchs)

Da varie settimane si assiste a un crescendo di proteste per i ritardi con cui vengono portati avanti i piani di ricostruzione dei paesi colpiti dai terremoti del 2016, il cui numero si è esteso a seguito degli eventi del gennaio 2017. Di recente, lo stesso Commissario Straordinario Vasco Errani ha sostenuto che poco è stato fatto.
E’ bene precisare, tuttavia, che si tratta di ritardi riferiti alla fase di assistenza post-terremoto, e non di ricostruzione vera e propria, della quale non si conoscono ancora i piani definitivi.
Abbiamo posto alcune domande a Renato Fuchs, di Eucentre, che ha svolto un importante ruolo organizzativo nell’ambito del “Progetto CASE” (L’Aquila, 2009) ed è ora responsabile del sistema informativo di supporto alla gestione delle necessità di assistenza alla popolazione a seguito delle recenti emergenze in Centro Italia, realizzato in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile (DPC).

Con quali strumenti è stata gestita la fase di prima assistenza, per assicurare ai terremotati un alloggio provvisorio dopo il periodo trascorso nelle tendopoli?
Ai cittadini colpiti dagli ultimi terremoti sono state offerte le seguenti forme di assistenza:
– Container collettivi: sono soluzioni “ponte” tra le tende e le altre sistemazioni, consistenti in edifici prefabbricati di grandi dimensioni, in ciascuno dei quali vengono ospitate 20-30 persone;
– CAS (Contributo di Autonoma Sistemazione): un contributo economico mensile alla famiglia che intenda alloggiare a proprie spese. L’importo dipende dal numero di componenti il nucleo famigliare e dalla presenza nello stesso di anziani, disabili o portatori di handicap. Tale importo, inizialmente fissato in 200 euro a persona al mese, è stato aumentato a partire dal 15 novembre 2016 a 300 euro a persona;
– Alloggio in strutture ricettive: è stata stipulata una convenzione con le associazioni di categoria, in base alla quale per ogni giornata di presenza di un cittadino presso una struttura ricettiva, viene riconosciuto alla stessa un importo di 40, 35 o 25 euro in funzione del trattamento ricevuto (rispettivamente pensione completa, mezza pensione o camera e colazione);
– SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza): sono edifici prefabbricati, realizzati dalle ditte che si sono aggiudicate nel 2014 una gara CONSIP, di diverse metrature in funzione della numerosità del nucleo familiare, generalmente “a schiera”. Le tempistiche per la loro disponibilità dipendono anche dall’individuazione delle aree e dalla realizzazione dei necessari lavori di fondazione e di urbanizzazione;
– MAPRE (Moduli Abitativi Provvisori Rurali Emergenziali): si tratta di edifici prefabbricati singoli, installati in prossimità di stalle o fattorie, destinati ad ospitare gli allevatori/agricoltori che abbiano la necessità di rimanere vicini ai propri luoghi di lavoro. Continua a leggere

Terremoti e faglie nell’Appennino centrale, tra prevedibilità e sorprese (di Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, sismologo di formazione geologica, dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: http://diss.rm.ingv.it/diss/).
Qualche settimana fa ha rilasciato una intervista sul potenziale sismico della faglia del Gorzano, interessata dai terremoti del 18 gennaio 2017, i cui contenuti non coincidevano esattamente con il comunicato del Dipartimento della Protezione Civile (DPC), che riassumeva il parere della Commissione Grandi Rischi (CGR).
La materia è complessa e le valutazioni sul potenziale sismogenetico di una faglia, prima e dopo un evento sismico importante, sono particolarmente difficili. Abbiamo chiesto a Gianluca di offrirci il suo punto di vista, per aumentare la nostra capacità di comprensione, senza per questo volerlo porre in contrapposizione ad altri pareri, in particolare a quelli “ufficiali”.

Gli eventi del 18 gennaio 2017 non possono essere analizzati a prescindere dalla sequenza di eventi iniziata il 24 agosto 2016. Qual’è la tua opinione su questa sequenza, lunga e dolorosa?

La mia opinione, che dettaglierò meglio nella risposta alla domanda seguente, è che le sequenze lunghe e articolate siano una caratteristica connaturata con l’essenza stessa dell’Appennino. Le rocce che formano la crosta terrestre al di sotto dell’Appennino sono sempre sotto tensione, più o meno “cariche” e più o meno vicine al punto di non ritorno, ovvero al terremoto. Ma il terremoto può accadere “in un’unica soluzione”, come avvenne ad esempio in Irpinia nel 1980, quando una devastante scossa di magnitudo prossima a 7.0 fu seguita da un corteo di repliche trascurabile rispetto a quello che abbiamo visto negli ultimi sei mesi, o può avvenire per scosse successive di dimensioni grossolanamente confrontabili, come è successo con i tre terremoti di Amatrice (24 agosto, M 6.0), Visso (26 ottobre, M 5.9), e Norcia (30 ottobre, M 6.5: si veda l’immagine allegata); i quali, tra l’altro, hanno rilasciato una energia complessiva che è ancora inferiore a quella rilasciata dal solo terremoto del 1980.

Valensise_sequenza 2016-2017

Distribuzione delle scosse principali (magnitudo 5.4 e superiori) della sequenza del 2016-2017. L’immagine è stata tratta dal sito INGVTerremoti ed è aggiornata al 23 gennaio scorso: risultano quindi in piena evidenza le quattro forti scosse del 18 gennaio e le successive repliche (https://ingvterremoti.wordpress.com/2017/01/23/sequenza-in-italia-centrale-aggiornamento-del-23-gennaio-ore-1100/).

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Terremoti e grandirischi: ci risiamo? (di M. Stucchi)

Una doverosa premessa: di seguito commento quanto letto su “social” e stampa, fonti che – come è noto – devono essere prese con il beneficio di inventario.

Il 18 gennaio 2017 alcuni terremoti di media magnitudo hanno interessato la zona a sud di Amatrice, già in parte colpita dalla sequenza sismica iniziata il 24 ottobre 2016, nella quale si trova il bacino d’acqua di Campotosto. Ai terremoti è seguita la valanga che ha sepolto l’hotel Rigopiano.
Il 20 gennaio si è riunita la Commissione Grandi Rischi, organo consultivo del Dipartimento della Protezione Civile (DPC) che – secondo le procedure in uso dopo la ridefinizione dei suoi compiti seguita alla vicenda aquilana del 2009 – ha rilasciato le proprie valutazioni mediante un verbale destinato a DPC. Continua a leggere

La ricostruzione, ovvero: il grande condono? (di M. Stucchi)

Premessa. In questo post si parlerà dei costi della ricostruzione del terremoto.  Si parlerà soprattutto di come i benefici vengano erogati: a favore di chi, a carico di chi. Senza che la solidarietà umana per chi ha perso la casa venga meno, e senza negare la necessità dei soccorsi e dei primi aiuti, ci si interrogherà sulla logica che presiede, tradizionalmente, alla ricostruzione post-sismica. E si cercherà di capire perché, a differenza di altri casi, in questo non si accertino eventuali responsabilità specifiche, ovvero perché tali responsabilità non costituiscano elemento discriminatorio per l’accesso ai benefici. E perchè non venga incentivato il ricorso alla assicurazione, argomento in parte affrontato in questo blog dal post di P. Feletig e Enzo Boschi (https://terremotiegrandirischi.com/2016/10/12/i-danni-dei-terremoti-chi-paga-di-p-feletig-e-e-boschi/).

Il Decreto per la ricostruzione. Il Presidente del Consiglio ha chiesto alla UE qualche decimo di maggiore “flessibilità” del deficit per la ricostruzione degli edifici danneggiati dal terremoto di Amatrice e dintorni. Si dovrebbe essere contenti se questa richiesta verrà accolta: un po’ come quando si dovrebbe essere contenti perché la Borsa è in positivo (l’andamento della Borsa occupa ormai uno spazio di poco inferiore a quello occupato dal meteo), come se fosse un segnale positivo per tutti – e così non è. Nel caso della flessibilità, qualche decimo in più significa un debito pubblico ancora maggiore. Continua a leggere

I danni dei terremoti: chi paga? (di P. Feletig e E. Boschi) + 2 commenti

Patrizia Feletig (laureata in economia, esegue analisi accurate della politica energetica, delle ricadute economiche delle moderne tecnologie  e dei grandi temi della moderna società come i disastri naturali e non. Scrive su importanti giornali nazionali e internazionali come free lance); e
Enzo Boschi (geofisico, già professore ordinario all’Università di Bologna, a lungo Presidente dell’INGV. Non ha bisogno di ulteriori presentazioni);

intervengono a proposito dei costi delle catastrofi, che tradizionalmente in Italia si riversano sullo Stato e quindi su tutti noi, in modo quasi automatico. Il recente Decreto per la ricostruzione porta questi temi ancora più in evidenza.

Una percentuale molto consistente del nostro grande debito pubblico è ascrivibile ai disastri naturali, sopratutto terremoti ed alluvioni, che frequentemente colpiscono il nostro fragile territorio (nella tabella sono riassunti i costi dei terremoti).

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Questo ci mette in una situazione di inferiorità economica rispetto ad altri Paesi geologicamente stabili.
Può forse sembrare paradossale ma i terremoti che nell’ultima decina di anni hanno funestato l’Italia sono da considerare moderati. Potrebbero verificarsi situazioni molto più devastanti che potrebbero mettere letteralmente in ginocchio l’economia del Paese.
È assolutamente necessario correre ai ripari: un passaggio assolutamente necessario è il ricorso intelligente alle Assicurazioni in modo da ottenere contemporaneamente il coinvolgimento informato dei cittadini e i contributi dello Stato, evitando gli enormi e assurdi sprechi degli ultimi cinquant’anni.

D’accordo: ma che cosa proponete allora?

Il ragionamento che qui proponiamo è stimolato dalle scene di disperazione e di distruzione che, ancora una volta, abbiamo dovuto vedere il 24 agosto e che tutti si augurano, ancora una volta, di non vedere più. E’ arrivato il decreto sulla ricostruzione delle zone colpite, che contiene l’impegno di risarcire tutti i proprietari di case danneggiati anche quelli di seconde case.
I danni si aggirano sui 4 miliardi di euro ma si tratta di una prima stima da aggiornare dopo la valutazione definitiva che arriverà a metà novembre assieme alla richiesta all’UE di un dossier per l’attivazione del fondo emergenze.
Benvenuto, il decreto, ma non risolutivo della questione: come risarcire i danni? questione che si ripropone puntualmente all’indomani di una calamità naturale.
Qual è il modo meno impegnativo per le casse pubbliche di coprire i sinistri da emergenze ambientali? Non sono bazzecole; secondo lo studio di Cineas le sole alluvioni comportano costi annui pari allo 0,2% del PIL.

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La mappa di pericolosità sismica (parte seconda); usi, abusi, fraintendimenti (di Massimiliano Stucchi)

Nella prima parte abbiamo analizzato la mappa MPS04 dal punto di vista scientifico: che cosa descrive, che cosa non descrive, come è stata compilata, ecc.
Le reazioni di chi ha commentato su Twitter sono interessanti: la maggior parte ha confermato però l’aspetto “iconico” che la mappa riveste oggi. Ci torneremo.
In questa seconda parte parliamo delle sue applicazioni: la materia non è semplice e neppure troppo semplificabile; ci ho provato e mi scuso se non ci sono riuscito del tutto.

6) A chi spetta il compito di aggiornare l’elenco dei comuni inseriti in zona sismica?
Fino al 1999 spettava allo Stato il potere/compito di dichiarare “sismico” un dato Comune, associandolo a una zona sismica, o categoria: prima, seconda, e terza solo dal 1981. La zona sismica determinava il livello di severità delle azioni sismiche da considerare in sede di progetto: tre livelli in tutto, quindi. Segnaliamo comunque una caratteristica tutta italiana, e cioè il fatto che alcuni Comuni, dopo essere stati inseriti in zona sismica a seguito di alcuni terremoti, hanno chiesto e ottenuto di esserne esclusi dopo pochi anni “in quanto non erano venuti più terremoti”. Continua a leggere

Che cos’è la mappa di pericolosità sismica? Prima parte (di Massimiliano Stucchi)

Premessa
Fino al 2009, la mappa di pericolosità (MPS04) se la sono filata in pochi.

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Era stata compilata fra il 2003 e il 2004, in meno di un anno – ovvero in un tempo brevissimo per questo tipo di elaborati – e senza finanziamenti ad hoc da un gruppetto di ricercatori coordinati da INGV, su richiesta della Commissione Grandi Rischi (CGR) per adempiere a quanto previsto dalla Ordinanza Presidenza del Consiglio dei Ministri (PCM) 3274/2003. Tuttavia era stata: Continua a leggere

La prevenzione sismica come problema di risk governance (di Andrea Cerase)

A un mese esatto dal sisma di Amatrice, oltre al drammatico bilancio in termini di vite umane (al momento della pubblicazione il conteggio è fermo a 297 vittime accertate) c’è l’evidenza degli errori, anche involontari, emersi sin dalle prime analisi sui crolli, dell’inadeguatezza delle tipologie costruttive e, insieme, l’indignazione (legittima) per il denaro pubblico speso in interventi di adeguamento in seguito rivelatisi inefficaci e persino controproducenti. Le notizie sulle inchieste giudiziarie hanno avuto un peso rilevante, ma certamente non hanno monopolizzato la discussione com’è invece accaduto per il sisma dell’Aquila e, in misura minore, per quello dell’Emilia. Continua a leggere

Spigolature

In questo periodo, come spesso accade dopo un terremoto, vengono resi disponibili su web un certo numero di interventi interessanti che riguardano vari aspetti.
Senza pretesa di esaustività, di seguito proponiamo alcuni link, con brevi introduzioni.

Dov’era, com’era. Quando il terremoto distrugge tutto, anche il senso critico
(di Elena Granata e Fiore de Lettera)

In questo saggio viene coraggiosamente affrontato il problema della richiesta popolare che si genera subito dopo un terremoto di ricostruire subito “dov’era, com’era”. Si afferma tra l’altro:

Dopo ogni evento catastrofico, il Paese – nei suoi politici e nei suoi mezzi di informazione – tende rapidamente a convergere intorno ad una posizione semplice e rassicurante. Non c’è tempo per il pensiero e per il dubbio. Più un fatto è complesso e difficile da risolvere e più sono immediate e semplici le ricette proposte”. Continua a leggere