Il 18 gennaio 2017 nella località di Rigopiano nel comune di Farindola (Pescara), una valanga di grosse proporzioni (stimata in circa 120.000 tonnellate) ha travolto l’Hotel Rigopiano – Gran Sasso Resort. La massa di neve, staccatasi dal Monte Siella a una velocità superiore ai 100 km/h, ha spostato l’intera struttura di decine di metri, seppellendo le 40 persone che si trovavano all’interno. La vicenda ha colpito profondamente l’opinione pubblica poiché l’hotel era un luogo di vacanza dove gli ospiti rimasero bloccati a causa della nevicata eccezionale (oltre 3 metri di neve caduti in 72 ore) che aveva reso impraticabile l’unica via di fuga.
Foto di Marta Viola tratta da Mountain Wilderness.
Il bilancio finale è stato drammatico: 29 vittime e 11 sopravvissuti. I primi soccorritori sono riusciti a raggiungere il sito solo all’alba del 19 gennaio, dopo aver percorso l’ultimo tratto con gli sci a causa delle strade bloccate, trovando uno scenario di distruzione totale.
Lo stesso giorno ci furono 5 scosse di elevata magnitudo, quattro delle quali superiori a magnitudo 5, che interessarono la zona fra Campotosto, Montereale e Capitignano: magnitudo 5.3 alle 10:25; 5.4 alle 11:14; 5.3 alle 11:25; 5.1 alle 14:33; 4.3 alle 16:16.
l distacco è avvenuto alle ore 16:41 mentre l’albergo è stato investito alle ore 16:43. Sono state avanzate ipotesi circa una possibile correlazione tra gli eventi sismici occorsi e il distacco di quella valanga.
A seguito delle indagini sono state rinviate a giudizio 30 persone. Tra gli imputati figuravano l’ex prefetto di Pescara, l’ex presidente della Provincia, il sindaco di Farindola, dirigenti regionali e provinciali, oltre ai responsabili della gestione dell’hotel. I capi di accusa riguardavano essenzialmente gli aspetti legati alla (mancata) prevenzione e quelli legati ai soccorsi. In questa intervista ci occupiamo essenzialmente dei primi.
Il processo di primo grado è iniziato il 16 luglio 2019 e si è concluso il 23 febbraio 2023 presso il Tribunale di Pescara. La sentenza ha visto 25 assoluzioni e 5 condanne. Tra i condannati figuravano il sindaco di Farindola (2 anni e 8 mesi) e i dirigenti provinciali (3 anni e 4 mesi ciascuno). Il processo di secondo grado si è concluso il 14 febbraio 2024 presso la Corte d’Appello dell’Aquila. La sentenza ha parzialmente ribaltato l’esito del processo di primo grado, portando le condanne a 8 e le assoluzioni a 22. Tra le nuove condanne figurano quella dell’ex prefetto di Pescara (1 anno e 8 mesi), e del tecnico comunale. Dopo un passaggio in Cassazione a fine 2024 il cammino giudiziario si è ulteriormente evoluto con un processo di Appello bis, conclusosi l’11 febbraio 2026 con 3 condanne e 5 assoluzioni.
Alessandro Venieri, geologo, ha lavorato per sei anni al Magistrato per il Po di Parma occupandosi di sistemazioni idrauliche e servizi di piena. Ha fatto parte del gruppo di lavoro per la messa in sicurezza idraulica di Asti e Alessandria dopo l’alluvione del Piemonte del 1994; successivamente ha lavorato per le Opere Marittime di Ancona e, quindi, per 15 anni alla Provincia di Teramo curando, in materia di Protezione Civile, il Programma Provinciale di Previsione e Prevenzione dei Rischi (che contiene gli studi prodotti dall’INGV, a seguito della convenzione con la Provincia per gli aspetti legati al rischio simico). Dal 2015 ad aprile del 2022, ha lavorato presso la Regione Abruzzo occupandosi di concessioni di derivazioni d’acque e aree demaniali e, a maggio del 2022, è stato trasferito presso l’Agenzia Regionale di Protezione Civile, sempre della Regione Abruzzo.
Alessandro, dal tuo punto di osservazione, in un certo senso un po’ speciale, non hai condiviso alcune immediate considerazioni che hanno dato luogo ad alcune discussioni, soprattutto tra i geologi, avvenute pubblicamente sia attraverso i social network che attraverso articoli di giornale.
Prima di tutto mi preme ricordare che in quella settimana terribile di nevicata ed eventi sismici ci fu una intera regione messa in ginocchio, quasi 200.000 utenze senza luce e riscaldamento, 80.000 senza acqua, quasi tutte le frazioni montane, soprattutto nel teramano, completamente isolate anche dalla telefonia. In totale le vittime furono 43, 29 della tragedia dell’albergo e altre 14 nei giorni seguenti.
Il grande quantitativo di neve oltre ad aver distrutto un ingente patrimonio boschivo con le numerose valanghe (105 valanghe nell’area del Gran Sasso in soli 3 giorni), successivamente allo sciogliersi generò una serie impressionante di frane che hanno coinvolto interi paesi nel teramano: Ponzano (40 ettari e 35 famiglie evacuate), Ripe di Civitella, Castelnuovo di Campli, le frane di Atri, di Canzano ecc.., ecc. persone evacuate e intere frazioni distrutte, per non parlare della viabilità.
Dopo eventi di tale portata, accompagnati da numerose vittime, ho sempre ritenuto inopportune alcune immediate dichiarazioni rilasciate pubblicamente a vario titolo da professionisti, ricercatori, o comunque persone qualificate, che in maniera superficiale rappresentassero le cause della tragedia individuando, tra l’altro, precise responsabilità. L’albergo di Rigopiano lo conoscevo bene, spesso mi recavo da quelle parti per alcune passeggiate fermandomi al vicino Rifugio Tito Acerbo.
Ciò che mi ha colpito è che in molti hanno affermato l’evidenza di una possibile valanga che potesse coinvolgere l’albergo in quanto posizionato alla fine di un vallone. L’altro aspetto che ha riguardato più che altro i colleghi geologi è che nella carta del Piano di Assetto Idrogeologico l’albergo era collocato dove è presente un conoide alluvionale, pertanto una zona molto pericolosa per le valanghe.
Bene, per quanto riguarda la prima considerazione è vero che la posizione dell’albergo era allo sbocco di un vallone (Grava di Valle Bruciata), però non proprio lungo il proseguimento finale della linea di impluvio e lungo tale vallone si estendeva una fitta faggeta per circa un chilometro dall’albergo verso monte. Ricordo che in molte zone alpine abbiamo non singoli edifici ma bensì interi paesi collocati allo sbocco di valloni con superfici del bacino idrografico molto più grandi (Fig. 2).
Per quanto riguarda invece la presenza del conoide alluvionale o di deiezione è possibile affermare che la genesi di questi non è sempre associabile ad eventi valanghivi. Successivamente sono stati eseguiti dei sondaggi nei pressi della collocazione dell’albergo che hanno constatato come l’albergo fosse collocato parzialmente nella porzione marginale di tale conoide (Fig.1). Dall’analisi dei sedimenti si è potuto stabilire che si tratta di depositi fini e stratificati, tipici del trasporto lento dovuto all’acqua piovana o a piccoli flussi fangosi e non da depositi disposti in maniera caotica costituiti da massi, detrito grossolano, legname, ecc. che caratterizzano maggiormente i depositi di valanghe come quella che ha investito l’albergo. Anche in questo caso si hanno molti esempi di paesi alpini edificati sopra conoidi simili che ci fanno capire quanto poco finora è stato associato al pericolo valanghe la presenza di tali depositi (Fig.2).

Fig. 1 – A sinistra la Carta Geomorfologica del PAI (da: Regione Abruzzo – 2008), con l’ubicazione (cerchio rosso) dell’Hotel Rigopiano posto sul bordo del conoide alluvionale. I “canali di valanga”, ubicati a nord-ovest ed a sud dell’Hotel, sono rappresentati con colore celeste e frecce posizionate nel verso di movimento delle masse nevose, a destra Carta Geomorfologica e del Dissesto – Regione Abruzzo (da: AQUATER – 1992), con l’ubicazione (cerchio rosso) dell’Hotel Rigopiano posizionato sul margine del conoide alluvionale interessato. Anche in questo caso i “canali di valanga” (aree evidenziate a NW ed a S dell’Hotel) sono rappresentati dalle frecce posizionate nel verso del movimento delle masse nevose.

Fig. 2 – Nella prima immagine in alto, tratta dal foglio 90 AOSTA della Carta Geologica d’Italia (Progetto CARG), è possibile notare come interi paesi o frazioni (Morgex, La Salle), in zona alpina, poggino su conoidi alluvionali o misti. Nell’immagine sottostante, tratta da Google Earth, è possibile osservare come tali paesi siano posti allo sbocco di valloni la cui superficie del bacino idrografico è maggiore di quella del vallone (Grava di Valle Bruciata) da cui è partita la valanga di Rigopiano.
Un altro aspetto che ha dato luogo a discussioni è stato quello legato alla possibile correlazione tra gli eventi sismici e l’innesco della valanga. C’è chi ha sostenuto non esserci alcuna correlazione e chi invece ha legato la possibilità che l’evento sia stato scatenato dai terremoti di quel giorno.
Si, è vero, un altro motivo di discussione è stato proprio questo ed è avvenuto anche a suon di pubblicazioni scientifiche. Quello che emerge da queste è che a priori non è possibile escludere l’effetto legato ai terremoti mentre qualcuno, anche in questo caso, si è affrettato ad affermare il contrario. A prescindere dalla distanza degli epicentri sappiamo bene che le accelerazioni al suolo dipendono da vari fattori, tra cui anche la direttività della rottura della faglia o dai classici fattori di amplificazione locale, dovuti ad esempio alla morfologia, così come illustrati nella pubblicazione di Ferdinando Totani (Topographic seismic effects and avalanche hazard: A case study of Mount Siella – L’Aquila, Central Italy-. Journal of Mountain Science – 2024). Certo non è possibile dire anche con certezza che siano stati gli eventi sismici a causare questa valanga, dato il quantitativo di neve accumulato e la presenza accertata di un livello soffice. Forse sarebbe venuta giù comunque, forse il giorno dopo.
Una cosa che però mi ha colpito è la distribuzione delle valanghe in rapporto agli eventi sismici del 18 gennaio. Prendendo in considerazione i giorni 18, 19 e 20 gennaio, nell’area del Gran Sasso e Monti della Laga (ad esclusione di 17 valanghe che si sono sviluppate ad Isola del Gran Sasso) si sono verificate in totale 86 valanghe di cui ben 73 il giorno 18 gennaio, le altre 13 valanghe si sono verificate nei due giorni successivi tra il 19 e il 20 gennaio (cfr. Barbolini-Gasperini 2024 “Back-analysis of the january 2017 earthquake-avalanche cycle”). In sostanza l’85% delle valanghe che si sono sviluppate in quei tre giorni è avvenuto il giorno in cui nell’area del Gran Sasso ci sono stati i 4 eventi sismici di magnitudo superiore a 5 ed uno superiore a 4.
Solo questo quadro della distribuzione temporale delle valanghe e degli eventi sismici a mio parere non può fare affermare che si possa escludere la correlazione fra l’innesco della valanga che ha investito l’albergo con gli eventi sismici, anche se con termini quali: improbabile (ossia con il 33% di probabilità) come affermato nella pubblicazione di Barbolini-Gasperini (“Back-analysis of the january 2017 earthquake-avalanche cycle”), molto improbabile (quindi con il solo 10% di probabilità) come affermato nella pubblicazione di Nicola M. Pugno- (On the controversial role of earthquake triggering of the Rigopiano avalanche) o addirittura “..in nessun modo può avere inciso il terremoto..” ovvero con lo 0% di probabilità affermato da Igor Chiambretti (esperto nivologo e consulente tecnico della Procura di Pescara), in una intervista rilasciata al quotidiano il Centro del 2 febbraio 2017.

Fig. 3 – (Da Barbolini-Gasperini 2024 “Back-analysis of the january 2017 earthquake-avalanche cycle”). Distribuzione spaziale e temporale delle valanghe registrate sui Monti della Laga e del Gran Sasso nel periodo 18-20/01/2017 (dati adattati dall’Allegato C di Piacentini et. al., 2020).
La sentenza più recente ha ricondotto la colpa per dolo legata alla mancata redazione e aggiornamento della Carta di Localizzazione dei Pericoli da Valanga (CLPV); in sostanza secondo i Giudici l’adempimento di questo obbligo di pianificazione avrebbe evidenziato l’estrema pericolosità del sito, escludendo la possibilità che l’Hotel potesse operare in quella posizione o imponendo misure di sicurezza drastiche che avrebbero evitato la strage.
Nel rispetto della sentenza, nutro comunque qualche dubbio su tale motivazione. Innanzi tutto bisogna capire cos’è la CLPV e su che basi viene costruita. Nella premessa della relazione della carta approvata con D.G.R. n. 559 il 13 settembre 2021 è specificato che “la carta contiene solo quanto conosciuto al momento della sua redazione e non fornisce indicazioni sulla frequenza e sull’intensità dei fenomeni: essa è un prodotto cartografico destinato unicamente alla perimetrazione delle aree potenzialmente pericolose e non è in alcun modo un documento destinato alla previsione del grado di rischio valanghivo.” Pertanto non è una vera e propria carta della pericolosità o del rischio valanga.
Come scritto nella relazione generale, la sua costruzione avviene tramite una prima fase di foto interpretazione seguita da indagini sul terreno. Nella prima fase dall’esame stereoscopico di serie di fotogrammi derivati da riprese aeree estive, il fotointerprete riporta in carta tutte le aree che a suo giudizio risultano interessate da fenomeni di tipo valanghivo o presentano caratteristiche tali da poter essere indicate come potenzialmente valanghive. Indizi in tal senso sono forniti dalla valutazione dell’acclività dei versanti, dall’individuazione di tracce penetranti all’interno della copertura forestale, dalla presenza di vegetazione non coetanea o costituita da essenze particolari, dal riconoscimento di conoidi detritici accumulati senza selezione. La posizione dell’albergo era a margine di un conoide alluvionale o misto (parte alta più detritica per via della pendenza e quindi dell’energia di trasporto), la cui fondazione poggiava su depositi fini classati o selezionati con organizzazione interna e stratificati, in cui l’acqua seleziona i granelli dando un “ordine” visibile al deposito. Sia nei quaderni che nelle linee guida AINEVA (Associazione Interregionale Neve e Valanghe), prima del 18 gennaio 2017, il criterio di individuazione del sito valanghivo non era quello della perimetrazione dei conoidi alluvionali o misti.
Successivamente alla fotointerpretazione, che permette di rilevare fenomeni valanghivi avvenuti nel passato di cui non esistono testimonianze storiche, viene condotta, come fase di completamento al lavoro, l’inchiesta in situ, che consiste nel riconoscimento dei siti valanghivi e nel reperimento di notizie storiche relative a fenomeni verificatisi anche molto tempo addietro. In questa fase ci si avvale di persone con particolare conoscenza del territorio ed una “memoria storica” quanto più possibile estesa nel passato. I sopralluoghi sono pertanto condotti dall’estensore della carta in stretta collaborazione con testimoni possibilmente anziani in grado di fornire notizie e particolari precisi sui limiti massimi raggiunti dai fenomeni osservati e, se possibile, sulle condizioni nivometeorologiche ad essi associate.
Pertanto anche se le carte storiche delle valanghe approvate dal CO.RE.NE.VA. (Comitato Regionale Neve e Valanghe) segnalavano alcune valanghe che in passato dal Monte Siella o Vado di Siella si erano staccate, non si ha comunque notizia del fatto che queste possano mai aver interessato a valle la zona in cui era ubicato l’albergo (i sondaggi eseguiti lo hanno anche dimostrato) e pertanto, anche sulla base del fatto che l’albergo fu costruito dove prima c’era un rifugio del CAI risalente agli anni cinquanta e ancor prima un insediamento monastico di età medievale (chiesa benedettina di S. Cecilia), ritengo improbabile che una CLPV approvata prima del 2017 potesse in qualche modo individuare il luogo in cui era posizionato l’albergo come sito valanghivo su cui adottare misure di prevenzione che avrebbero scongiurato la tragedia e cioè a mio avviso è difficile giustificare un tale nesso causale tanto più che una condanna dovrebbe essere emessa senza l’ombra del ragionevole dubbio.
Con il terremoto aquilano del 2009 e la vicenda giudiziaria che ne è seguita, in questo blog abbiamo più volte discusso la tendenza all’individuazione immediata del ovvero dei responsabili, prima ancora di capire cosa fosse realmente accaduto. Hai avuto la stessa impressione seguendo la vicenda di Rigopiano?
Sì, ho avuto la stessa sensazione, addirittura a partire da quando mi occupai del disastro che colpì il Piemonte nel 1994. Da geologo mi occupai degli aspetti tecnici legati alle opere di messa in sicurezza, ma non potevo anche non seguire gli sviluppi di quelli giudiziari. Mi ha colpito ad esempio come dopo il disastro della valanga di Galtur del 1999 in Austria, dove morirono 38 persone all’interno di edifici ed hotel collocati nella zona verde (a pericolosità bassa della carta della pericolosità valanghe), il processo sia durato solo due anni e gli imputati furono tutti assolti; in compenso l’analisi dell’evento servì a capire cosa fosse accaduto al fine di migliorare la sicurezza delle zone montane suscettibili al rischio valanghe. Questo evento è un po’ datato ma stiamo parlando di zone in cui la cultura della montagna e dei rischi connessi è stata sempre molto sviluppata rispetto a quella che si può trovare nell’Appennino Centrale
Ho letto che ad esempio per eventi simili nei paesi di common law, come il Regno Unito, l’Irlanda, l’Australia e il Canada si procede diversamente dopo una catastrofe. Solitamente si apre una Public Inquiry il cui obiettivo è accertare i fatti in modo trasparente per trarne lezioni sistemiche. Spesso le testimonianze rese durante un’inchiesta pubblica non possono essere usate direttamente come prove in un processo penale contro chi le rilascia. Questo incentiva la verità tecnica rispetto alla difesa legale. Il risultato è volto al miglioramento delle procedure di sicurezza e non alla punizione. Solo dopo l’inchiesta, se emergono prove di negligenza grave, interviene la giustizia penale (Crown Prosecution Service).
Il risultato è che abbiamo in Italia fenomeni come la medicina difensiva o la burocrazia difensiva oggetto di molti dibattiti tramite convegni e pubblicazioni scientifiche. Dopo il terremoto dell’Aquila nel 2009, come altri eventi successivamente hanno dimostrato, è difficile che una commissione di esperti si possa riunire per poter esprimere un parere o dare delle indicazioni utili su un evento in corso o sul suo possibile evolversi. Questo, oltre che ad ingessare una nazione, va inevitabilmente a diminuire la sicurezza dei propri cittadini.

Grazie. Mi premeva mettere in evidenza anche questo atteggiamento, che ritengo sia purtroppo un problema di natura culturale. Con tutto il rispetto per gli autori delle pubblicazioni scientifiche citate, che hanno svolto un ottimo lavoro, la sensazione è che l’obiettivo della ricerca sia stato, in qualche modo, condizionato da questo tipo di comportamento.
La stampa, inoltre, tende a esaltare tali aspetti e credo che persino la Magistratura ne venga influenzata. A tal proposito, non si può non ricordare l’affermazione del Procuratore Capo Alfredo Rossini riguardo al terremoto dell’Aquila del 2009: ”Speriamo di arrivare ad un risultato conforme a quello che la gente si aspetta”.
Di positivo, tuttavia, vedo che le inchieste giudiziarie puntano sempre più spesso sulle mancate azioni di prevenzione. Spero che, col tempo, si arrivi a evidenziare anche le carenze delle politiche di prevenzione e una necessaria responsabilizzazione degli organi di informazione.
Ho letto con interesse questo post, che ho trovato informativo, ponderato ed incisivo, soprattutto nelle sue considerazioni conclusive. Complimenti quindi ad intervistatore ed intervistato, con cui condivido pienamente che la cultura dell’istantanea deresponsabilizzazione del proprio e dell’altrettanto immediata colpevolizzazione del terzo, che in Italia regna soprana, non fa altro che tenere il paese sempre fermo, sempre indietro gli altri, sempre più trascinato verso il basso.