Una lettura della sentenza della Cassazione (Giacomo Cavallo)

Come già in occasione delle Motivazioni delle precedenti sentenze, Giacomo Cavallo ha formulato una lettura critica anche della Motivazione della sentenza della Corte di Cassazione, che vi proponiamo nel seguito.

Abbreviazioni:
CdA: Corte di Appello
CdC: Corte di Cassazione
CGR: Commissione Grandi Rischi

In data 24 marzo 2016 sono state depositate le motivazioni della Sentenza di Cassazione del cosiddetto “Processo Grandi Rischi” (1). Se è futile per un non giurista una discussione su una sentenza che non potrà più essere cambiata, non è invece futile leggere le motivazioni che, in un linguaggio anche più specialistico di quello della CdA, in qualche modo parrebbero gettare luce sulla domanda più volte avanzata, soprattutto da coloro che erano rimasti scontenti della sentenza della CdA, cioè perché ci siano volute dieci ore di discussione in CdC per giungere ad un risultato apparentemente scontato e ad una sentenza il cui testo fu detto “ricalcare” quello della sentenza di Appello.

Una lettura dell’indice della motivazione, a pag.168, ed una conta del numero delle pagine dedicate ai vari argomenti, potrebbero suggerire quali aspetti della sentenza la CdC intendesse sottolineare.
Dopo una succinta presentazione delle vicende processuali e dei ricorsi per cassazione, chiara ed esauriente, per chi ovviamente non sia digiuno del processo (pagg. 1-38), si passa alla Parte II (pagg. 38 – 117), discussione dei ricorsi concernenti la posizione di Bernardo de Bernardinis. La discussione è divisa in due parti, la prima e più corposa, nelle sezioni 1-23 (pagg. 38-107), riguardanti il ricorso presentato dallo stesso De Bernardinis e dal rappresentante civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri contro la condanna dell’imputato a due anni di detenzione con sospensione della pena; la seconda, nelle sezioni 24-32 (pagg. 107-117) riguardante i ricorsi delle parti civili che erano state escluse dai risarcimenti, non avendo la CdA riconosciuto la sussistenza oltre ogni ragionevole dubbio di un nesso causale tra le esternazioni del De Bernardinis ed il decesso delle vittime rappresentate dai ricorrenti. Nella Parte III (pagg. 117-165) vengono quindi esaminati i ricorsi del PG e delle parti civili contro l’assoluzione degli altri sei imputati (Barberi, Boschi, Calvi, Dolce, Eva, Selvaggi). Anche questa parte può essere divisa in due sezioni: una prima sezione, generale, in cui sono discussi gli elementi comuni dei ricorsi del PG e delle varie parti civili (sez. 1-7, pagg. 117-146), ed una seconda parte in cui si esaminano specificamente sei ricorsi, per primo quello del PG, che viene brutalmente liquidato in una quarantina di righe, superato in questo solo dal ricorso Cinque, liquidato in quindici righe (ma in questo caso, trattato per ultimo, valevano diversi commenti fatti riguardo ai precedenti ricorsi).
La Parte IV, Statuizioni, è in tre pagine (165-167), e conclude la motivazione.

La lettura dell’indice indicherebbe che il caso De Bernardinis è stato quello che più attirò l’attenzione dei Giudici, e ciò per due possibili ragioni, una pratica e una teorica. È possibile che il primo punto da discutere (come dichiarato a suo tempo dal PG Como), sia stato in sostanza quello di stabilire se la responsabilità della colpa fosse da attribuirsi all’istituzione dello Stato, o personalmente a De Bernardinis.
Lo “Stato” (cioè il responsabile civile della Presidenza del Consiglio) era stato chiamato in causa, sebbene non dalla totalità delle parti civili, fin dal processo di primo grado, ed era stato poi condannato ad una pena pecuniaria con la motivazione di aver commesso una “culpa in vigilando”, cioè per non aver verificato la correttezza dell’operato degli imputati, pur potendolo fare. La “culpa in vigilando” (e non altro) viene mantenuta in CdA solo a riguardo dell’imputato De Bernardinis, e viene confermata dalla Cassazione. In altre parole, neanche la Cassazione assegna l’intera colpa a un funzionario dello Stato o allo Stato. A questo proposito c’è da chiedersi se il processo in corso all’allora capo del Dipartimento della Protezione Civile, richiesto come ultima risorsa dai colpevolisti, possa andare molto al di là di un’accusa di “culpa in vigilando”, già discussa e condannata. Altre accuse, come quella di aver voluto un’operazione “mediatica”, parola che grazie a questo processo ha assunto una connotazione delittuosa, sono state brevemente discusse in Corte d’Appello, senza portare per il momento ad ulteriori seguiti.

La lettura della Motivazione suggerirebbe tuttavia che, una volta discussa ed approvata all’unanimità la risposta da darsi al ricorso, un secondo aspetto abbia attirato l’attenzione dei Giudici, cioè che essi abbiano voluto approfittare di questa occasione per stilare lo schema di quello che in sede di Motivazione sarebbe poi diventato un testo sperabilmente destinato a rimanere nel tempo e ad essere eventualmente citato nelle sentenze future, su un punto delicato ed dibattuto della moderna giurisprudenza, cioè una discussione approfondita del cosiddetto “nesso causale” e del legame dialettico tra “probabilità” e “certezza al di là di ogni ragionevole dubbio”. Lungi da me l’idea di confutare le tesi della CdC. Osservo però che ovunque si invochi una probabilità, sia statistica che logica, diversa da uno (il che equivarrebbe ad una certezza), ciò che entra fra l’altro tanto nel processo logico di induzione quanto in quello di abduzione, entrambi chiamati in causa dalla CdC, la certezza è per definizione esclusa, e quindi, per penoso o inaccettabile che possa apparire, il nesso causale che invochi una probabilità di qualsiasi tipo non dovrebbe essere sufficiente a condannare il reo (“favor rei”). Tuttavia, queste non sono le conclusioni della Cassazione, ed io mi inchino.

Contestualmente, al termine della Sez.8 (La ‘comunicazione sociale’ del rischio nel contesto della Protezione civile), pag. 54, la Cassazione sancisce che “l’organo della Protezione civile, che provvede a fornire informazioni alla pubblica opinione circa la previsione, l’entita’ o la natura di paventati eventi rischiosi per la pubblica incolumita’, esercita una concreta funzione operativa di prevenzione e di protezione, ed e’ a tal fine tenuto ad adeguare il contenuto della comunicazione pubblica a un livello ottimale di trasparenza e correttezza scientifica delle informazioni diffuse, e ad adattare il linguaggio comunicativo ai canoni della chiarezza, oggettiva comprensibilita’ e inequivocita’ espressiva” (il corsivo è nella sentenza). Ogni parola di questo periodo, come notato anche da altri commentatori, è pesata, e, per chi voglia intendere, serve tanto a gettare luce sul passato quanto sul futuro.

Dopo la sentenza di Cassazione, non solo la sentenza di primo grado non esiste più: potremmo ora finalmente aggiungere che il processo non avrebbe dovuto aver luogo (perché il fatto non sussiste). Va inoltre sottolineato che, una volta stabilito che la riunione era una riunione non pubblica di esperti, la CdC fa un’affermazione importante in fine del punto 4, Parte III, Il dovere di diligenza, le regole cautelari, l’analisi dei rischi. A pag. 134 troviamo scritto:

“Non può sfuggire che il Tribunale, e con esso i ricorrenti, hanno avanzato la pretesa di costruire una camicia di contenzione al processo di conoscenza, forse per il riflesso della distorcente assimilazione dell’attività cognitiva a quella informativa. . Ben diversamente, l’esplorazione intellettuale deve vedersi riconosciuto uno statuto di piena libertà; la responsabilità sociale dello scienziato inizia laddove il prodotto del suo operare diviene pubblico; inizia con la comunicazione sociale della scienza” (mio il grassetto).

E’ questo a parer mio il culmine della sentenza di Cassazione, una potente ed autorevole difesa della scienza, o almeno del processo conoscitivo scientifico, di cui gli scienziati di ogni campo, lungi dal pensare a complotti della Magistratura ai loro danni, debbono essere grati alla nostra Magistratura, sapendosi protetti in futuro dall’essere accusati in tribunale per tutti gli eventuali errori da loro commessi nel corso della ricerca della verità in ambito scientifico. Di più: il brano citato potrebbe essere interpretato nel senso che di fatto, ad onta di tutti i dinieghi contenuti nella Motivazione del Tribunale, e ripresi ad infinitum dai colpevolisti, la CdC non esclude che una sorta di “processo alla scienza” sia stato tentato nel Tribunale di Primo Grado (come più volte ripetuto in questo blog). Ancor peggio, i sostenitori della tesi che il “processo alla Scienza” non ci fu, dovrebbero concludere dalla lettura della sentenza di CdC che in tal caso la “scienza” sarebbe stata condannata alla “camicia di contenzione” (come dire al manicomio criminale) senza processo. Bisogna allora che gli oppositori della sentenza di Appello si decidano: preferiscono ammettere che c’è effettivamente stato un “processo alla scienza”, o affermare che si è tentato di condannare la scienza senza processo?

Non voglio cadere nella trappola di discutere una Sentenza che non esiste più, ma   pur senza discuterne i dettagli, si possono nondimeno sottolineare alcune conseguenze, che illustrano quanto male inutile essa abbia fatto allo Stato Italiano. Il male fatto ai cittadini italiani è già stato discusso da M. Stucchi su questo stesso blog, nel suo intervento “Che cosa resta del processo grandi rischi?”. E paradossalmente si potrebbe dire che mentre la CdA e la CdC hanno sfatato l’accusa di “rassicurazionismo a breve termine” di cui sarebbero colpevoli i sismologi partecipanti alla riunione del 31 marzo 2009, dalle parole di M. Stucchi (in particolare dal secondo e dal quarto degli ultimi punti elencati alla fine del suo intervento), emerge un’accusa di “rassicurazionismo a lungo termine” perpetrato dalla defunta sentenza del Tribunale. Speriamo di non doverne riparlare mai.

Per quanto riguarda lo Stato, la sentenza ha creato aspettative ingiustificate nella mente di diverse persone, illudendole prima e convincendole poi che l’assoluzione in Appello e Cassazione sarebbero un ulteriore esempio di mala giustizia, di asservimento della Magistratura al potere politico e via dicendo. Tutto questo è assurdo. Appello e Cassazione hanno corretto un non-senso giudiziario.
Inoltre, la condanna di De Bernardinis significherebbe che “lo Stato ammette di aver sbagliato”.   Su questo punto, come si è detto, allo Stato è effettivamente riconosciuta la “culpa in vigilando” applicata al solo De Bernardinis, e null’altro, colpa senz’altro, ma relativamente minore. E comunque, colpa e non dolo, distinzione ben nota a coloro che sanno un poco di Diritto. Bisognerà attendere gli sviluppi del processo in corso contro l’allora capo del DPC, per vedere se egli potrà essere accusato e condannato per più gravi reati, tanto più che, come si è detto, a questi si è già brevemente accennato in sede di Appello.

Tutto questo si riassume in una sola frase: con la sua malaugurata sentenza, il Giudice di Primo Grado, ha creato ed alimentato in un certo numero di cittadini la sfiducia nello Stato. Ce n’era giusto bisogno. Resta difficile da spiegare come questo stesso Giudice, di cui fino ad ora avevo ammirato il dignitoso silenzio e l’imperturbabilità, sotto il fuoco dei nemici e quello mal indirizzato degli amici, il primo di febbraio di quest’anno 2016 abbia potuto rilasciare una intervista (2), che la stampa riprese col titolo “Riscriverei la sentenza Grandi Rischi”, riportando anche tra virgolette le parole del Giudice stesso “…quella sentenza la riscriverei mille volte”. Se le sue parole sono state fedelmente riportate, ci sarebbe da rimanere sbalorditi e, come cittadini, quanto meno allarmati. Nell’intervista, il Giudice sembra sostenere la tesi che il fatto che lui abbia opinioni diverse da quelle della Corte di Appello e di Cassazione, sia “il normale e fisiologico funzionamento del processo penale in Italia”. Proprio come la tesi di uno scolaretto che abbia preso tre in una versione di latino e dica “Quella versione la ritradurrei mille volte allo stesso modo”, o sostenga che su un problema di aritmetica lui, vari suoi compagni variamente dotati per l’ aritmetica, e il suo insegnante possano avere opinioni diverse. Ora è normale e fisiologico che ci siano opinioni diverse sul risultato di un problema di aritmetica, ma si dà il caso che una sola sia corretta. O forse dobbiamo credere che se a riguardo di un processo ci sono due opinioni diametralmente opposte, l’assoluzione e la condanna siano legate al caso? Una cosa è certa, quello scolaretto non imparerà mai il latino o l’aritmetica.

(1) http://www.giurisprudenzapenale.com/wp-content/uploads/2016/04/terremoto-sentenza.pdf  (Questo testo manca delle prime cinque pagine, che però non sono parte della motivazione).
(2) http://ilcentro.gelocal.it/regione/2016/02/01/news/riscriverei-la-sentenza-grandi-rischi-1.12882658?refresh_ce

 

 

Che cosa resta del processo “Grandi Rischi”? (Massimiliano Stucchi)

Dopo la sentenza della Cassazione, questa domanda se la pongono in molti, in privato e in pubblico. Molti si chiedono come sia stato possibile che si siano spesi quasi quattro anni di – costose – attività giudiziarie; di ferite profonde agli imputati; di aspettative frustrate da parte dei parenti delle vittime e di quanti sono scesi in campo al loro fianco; di discussioni infinite su aspetti pseudoscientifici; di prese di posizione dettate da infinita sicurezza e presunzione.
Ci vorrà del tempo per meditare, con sufficiente distacco, sulla vicenda “Grandi Rischi”: su come sia stato possibile farla nascere, portarla avanti, crederci davvero. Sicuramente sarà utile leggere anche le Motivazioni della Cassazione. Tuttavia, da oggi è già possibile tentare di mettere insieme qualche considerazione, con una premessa: esprimere le proprie idee sul processo non significa mancare di rispetto alle vittime e ai loro parenti. Gli imputati e tutti quelli che operano nella ricerca scientifica e nella protezione civile hanno sempre rispettato le vittime, di questo terremoto come di tutti gli altri in occasione dei quali si sono trovato a operare. Continua a leggere

Iniziata l’udienza in Corte di Cassazione

english at http://eagris2014.com/

Il Giudice Dovere ha effettuato un lungo ma molto circostanziato riassunto degli argomenti principali della sentenza di primo grado, della sentenza di secondo grado e dei ricorsi presentati alla Cassazione da De Bernardinis, dalla Presidenza del Consiglio per il Dipartimento della Protezione Civile, dalla Procura dell’Aquila e dalle parti civili.
In particolare, i temi principali toccati dalla Procura dell’Aquila hanno riguardato il fatto che la riunione del 31 marzo 2009 debba essere considerata una riunione della CGR, il fatto che gli imputati abbiano effettuato un esame generico della situazione eludendo le aspettative della popolazione e che abbiano fatto circolare senza smentirla la tesi dello scarico di energia. Continua a leggere

Ancora sul rischio sismico – parte seconda (Massimiliano Stucchi)

Questo post fa seguito alla parte prima, con lo stesso titolo, che inizia così:

“La condanna in primo grado dei sette imputati al processo dell’Aquila ha determinato, nell’opinione pubblica come in molti intellettuali, alcune convinzioni che l’assoluzione di sei di essi in secondo grado non ha contribuito, almeno per il momento, a modificare, e che hanno implicazioni importanti per il futuro della riduzione del rischio sismico.
Si tratta in particolare delle tesi che:

  1. gli imputati fossero stati condannati per non aver valutato “correttamente” il rischio sismico;
  2. gli eventi di cui al processo dell’Aquila siano stati determinati da una errata comunicazione del rischio.”

 Le conclusioni della prima parte erano che:

  1. il rischio sismico in una larga porzione di Italia è – oggi – alto;
  2. non aumenta in modo significativo a causa di sequenze sismiche non distruttive, quale era quella dell’aquilano al 31 marzo 2009;
  3. l’emergenza sismica non è iniziata con la sequenza del 2009. Era già iniziata (da sempre), ed è permanente, anche se la maggior parte degli italiani non se ne vuole convincere;
  4. quest’ultimo è il vero problema, e dovrebbe essere il cuore della comunicazione del rischio.

In questa seconda parte si discute la tesi b).

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E veniamo alla comunicazione del rischio.
Una premessa. Il rischio sismico nell’aquilano era indiscutibilmente elevato ben prima dell’inizio della sequenza sismica, a causa dell’alta pericolosità sismica e dell’alta vulnerabilità; tuttavia pochi ne parlavano, non vi si dedicavano volumi, articoli, blog, interviste. Zero comunicazione del rischio a fronte di alto rischio? Nessuno andava in cattedra perché ne aveva parlato. Giaceva nei cassetti – poco diffuso – qualche report di convegni promossi dalle Amministrazioni locali a scopo essenzialmente catartico, come spesso avviene. Solo qualcuno portava avanti con fatica interventi di educazione nelle scuole. Continua a leggere

Ancora sul rischio sismico – parte prima (Massimiliano Stucchi)

La condanna in primo grado dei sette imputati al processo dell’Aquila ha determinato, nell’opinione pubblica come in molti intellettuali, alcune convinzioni che l’assoluzione di sei di essi in secondo grado non ha contribuito, almeno per il momento, a modificare, e che hanno implicazioni importanti per il futuro della riduzione del rischio sismico.
Si tratta in particolare delle tesi secondo cui:

  1. gli imputati sono stati condannati per non aver valutato “correttamente” il rischio sismico;
  2. gli eventi di cui al processo dell’Aquila sono stati determinati da una errata comunicazione del rischio.

Questi due aspetti sono strettamente interconnessi, anche perché hanno a che vedere entrambi con il concetto di rischio; questo concetto, come è noto, assume connotati variegati e spesso determinati dall’immaginario di chi ne tratta. A riprova del desiderio di fissarne i contorni in modo sempre più personale si può osservare l’apparizione, in volumi recenti e meno recenti, del concetto di “nuova rischiosità del rischio” (nella società dell’irresponsabilità), così come il titolo “oltre il rischio sismico”. Continua a leggere

Commento a ciò che è noto del ricorso in Cassazione del PG R. Como (Giacomo Cavallo)

Sigle:
MST: Motivazione della Sentenza del Tribunale (di Primo Grado);
MSC: Motivazione della Sentenza della Corte di Appello.

Il ricorso del PG Romolo Como non è pubblico in toto, e quindi se ne può commentare solo quel che se ne sa dai media. Esso consta di venti pagine, quindi piuttosto scarno, e quello che se ne può sapere sembra essere contenuto in due testi:

1) il tema generale, che fu subito riportato su vari giornali appena dopo la presentazione del ricorso;
2) un riassunto, con squarci del testo, presentato dal giornale “Il Messaggero – Edizione Abruzzo” del 17 marzo 2015.

Anzitutto, occorre premettere che non è chiaro dalla stampa contro cosa ricorra il PG, cioè se contro l’intera sentenza di Corte d’Appello, o soltanto contro la parte che assolve i sei imputati (quindi escludendo la porzione di sentenza che riguarda De Bernardinis), inclusa la revocazione delle pene accessorie, come richiesto al PG stesso in sede processuale Continua a leggere

Verso la Cassazione (Massimiliano Stucchi)

L’udienza del processo “Grandi Rischi” è stata fissata per il 19 novembre p.v.

Agli occhi dei più, il ricorso del Procuratore Generale di L’Aquila, Romolo Como, presentato il 13 marzo 2015, si presenta abbastanza debole, riproponendo in larga parte concetti e argomenti già sconfitti dalla sentenza di appello (Il ricorso verrà analizzato in un prossimo post). Il succo della richiesta del PG è di annullare la parte di sentenza di appello che assolve gli imputati Barberi, Boschi, Selvaggi, Calvi, Eva e Dolce, che nella vicenda avrebbero avuto – secondo lui – lo stesso ruolo di De Bernardinis (e quindi meriterebbero la stessa condanna, sembrerebbe lecito ipotizzare). Il fatto è che per annullare quella parte di sentenza occorrerebbe dimostrare inconsistente tutta la analisi che la sostiene, cosa che al PG – nelle 20 pagine di ricorso – non riesce proprio. Un avvocato di parte civile sostiene che sia comunque già positivo il fatto che il ricorso sia stato ammesso. Continua a leggere

Qualche considerazione sulla sentenza di Appello (di Giacomo Cavallo)

GIACOMO CAVALLO

Giacomo Cavallo, ricercatore astrofisico, si è appassionato alla vicenda del processo “Grandi Rischi” e ha eseguito nel 2014 una analisi molto rigorosa e approfondita della sentenza di primo grado, pubblicata sia su questo blog https://tegris2013.files.wordpress.com/2014/03/saggio_cavallo.pdf che su quello dell’INGV http://ingvterremoti.wordpress.com/2014/03/20/unanalisi-della-sentenza-del-processo-a-laquila-di-giacomo-cavallo/
Gli abbiamo chiesto un commento alla sentenza d’appello.

MSC:Motivazioni Sentenza Corte
MST: Motivazioni Sentenza Tribunale

 a) Un po’ di storia
La mia analisi risale a circa un anno e mezzo fa ed eventualmente comparve su Internet nel marzo del 2014. Da allora, visto che il mio lavoro, per quanto dilettantesco, era stato abbastanza ben ricevuto e che nessuno – che io sappia – ne aveva mai confutato un solo punto, pur non riparmiandomi qualche calunnia e qualche insulto, io ho continuato a studiare il caso, trovando vari – non molti – possibili nuovi argomenti. Ora è comparsa una sentenza di Appello con cui mi sento in piena sintonia. Ovviamente l’analisi della Corte è professionale, più completa ed infinitamente più autorevole, ed io non presumo tanto da paragonare il mio modesto lavoro con essa. Tuttavia mi resta la soddisfazione di notare che l’obiettivo, cioè la confutazione parola per parola della sentenza di primo grado, è necessariamente lo stesso che mi ero proposto anch’io, l’architettura della confutazione che ne deriva è quindi assai simile, si parva licet componere magnis, e le conclusioni sono quasi inevitabilmente le stesse, perché dopo tutto c’è una sola verità. Continua a leggere

Depositate le motivazioni della Sentenza d’Appello

Le motivazioni della Sentenza di Appello sono disponibili, in quattro parti, su https://processoaquila.wordpress.com/

Sono state depositate a L’Aquila le motivazioni della Sentenza d’Appello. Dell’intero documento ne è stato rilasciato solo un frammento di una dozzina di pagine (p. 165 – 176), che contiene comunque gli argomenti principali.
Si legge nel frammento che “la Corte ritiene che la pur imponente istruttoria dibattimentale non abbia consentito di raggiungere un sicuro convincimento in ordine alla stessa sussistenza (sic!) del fatto contestato ai sei accusato prosciolti dall’accusa“. Il documento procede poi sostenendo che la riunione del 31 Marzo 2009 non “risponda a nessuno dei criteri legali che valgono a identificarla come riunione della Commissione Nazionale Grandi Rischi”, che va pertanto ricondotta al paradigma delle ricognizioni, verifiche e indagini che il Capo del DPC può disporre . Dimostra poi come l’oggetto della riunione non possa essere desunto che dalla lettera di convocazione (“attenta disamina degli aspetti…relativi alla sequenza in atto”), in contraddizione con quanto sostenuto nella imputazione. Continua a leggere