Achille e la tartaruga, ovvero la riduzione di vulnerabilità e rischio sismico in Italia (colloquio con Gian Michele Calvi)

Come dopo ogni terremoto distruttivo in Italia, anche dopo la sequenza sismica del 2016-2017 si sono risvegliati i dibattiti sul rischio sismico, sulla messa in sicurezza degli edifici, i relativi costi, ecc.
Ne discutiamo con Gian Michele Calvi, professore allo IUSS di Pavia e Adjunct Professor alla North Carolina State University. Calvi è stato il fondatore della Fondazione Eucentre e della ROSE School a Pavia; è attualmente uno dei Direttori della International Association of Earthquake Engineering. Ha coordinato, fra le altre cose, il Gruppo di Lavoro che ha redatto il testo dell’Ordinanza PCM 3274 del 2003, che ha innovato il sistema della normativa sismica in Italia. È stato presidente e componente della Commissione Grandi Rischi, sezione rischio sismico. È stato imputato, e successivamente assolto “perché il fatto non sussiste”, nel cosiddetto “Processo Grandi Rischi”.

Ha sempre lavorato ad innovare la progettazione sismica, concentrandosi inizialmente sulle strutture in muratura e sui ponti, l’isolamento e la progettazione basata sugli spostamenti negli ultimi vent’anni. Ha pubblicato un gran numero di articoli sull’argomento e ricevuto vari riconoscimenti internazionali.

C’è qualcosa di nuovo all’orizzonte, secondo te?

Sai bene quanto me che si tratta di risvegli a carattere cronico, che si ripetono in modo analogo da più di un secolo. Nel caso specifico mi pare che ci siano ancora più chiacchiere e meno fatti. Incluso la fantomatica “Casa Italia” di cui confesso di non capire nulla, obiettivi strategia tattica risultati.
Gli unici momenti in cui ho percepito fatti veri, in modo diretto o attraverso lo studio della cronaca sono stati:

  • l’incredibile sviluppo scientifico e tecnico che ha seguito il terremoto di Messina del 1908;
  • la strategia di ricostruzione dopo il Friuli, in cui si è privilegiato il settore produttivo rispetto al residenziale;
  • la rivoluzione di norme e mappa di pericolosità dopo il terremoto di San Giuliano di Puglia del 2002;
  • la costruzione di 186 edifici isolati in poco più di sei mesi dopo il terremoto di L’Aquila.

So bene che gli ultimi due casi possono apparire come auto citazioni, ma ciò non toglie nulla ai fatti. Quello che ora mi piacerebbe vedere è un cambiamento della politica di intervento dopo un evento, con la creazione di incentivi che favoriscano l’azione dei privati ed il progressivo passaggio dallo Stato al sistema assicurativo della copertura delle perdite.
Spero, senza ottimismo.

Per quanto riguarda il costruito, il problema principale sembra essere la difficoltà di conoscere la vulnerabilità, ovvero la situazione di fatto, di ciascun edificio. Il Comune di Milano, zona a pericolosità moderata, ha reso obbligatorio il certificato di idoneità statica per gli edifici più vecchi di 50 anni. Questo certificato ha qualcosa a che vedere anche con il problema sismico? Inoltre, dopo la tragedia di Torre Annunziata nella quale un edificio è collassato senza terremoto, il Ministro Del Rio ha annunciato di voler riproporre l’istituzione del “fascicolo di fabbricato”. Che cosa ci puoi dire in proposito?

Non mi preoccuperei della parola statica o dinamica: è possibile fare una verifica sismica che confronti una domanda ed una capacità calcolate entrambe senza dipendenza dal tempo, quindi “statiche”.
Mi rendo conto che parlare di domanda e capacità possa apparire misterioso. In realtà tutti i metodi di progetto o di valutazione si basano su confronti di questo tipo. Ad esempio, si possono confrontare resistenza della struttura e forza d’inerzia equivalente all’azione sismica, capacità e domanda globale di spostamento, capacità di rotazione di una cerniera plastica con rotazione indotta dal moto, ecc. Il problema forse sta nel fatto che, appunto, una verifica impone il confronto di una capacità e di una domanda, che in qualche caso (quello sismico in particolare) non sono indipendenti tra loro.
Il ministro, e molti altri, tecnici e non tecnici, sembrano sempre riferirsi alla sola capacità, senza domandarsi quali sono le azioni con cui deve essere confrontata. Solo in casi patologicamente estremi questo può funzionare, cioè quando risultino capacità così basse da risultare comunque inadeguate, non importa a confronto di cosa. Credo invece che quando si interviene su un edificio per migliorarne la risposta sismica attesa sia giusto e possibile chiedere che venga dichiarato quali danni ci si attende in funzione di un parametro di intensità del moto. Oggi il parametro usato nella generalità dei casi è la massima accelerazione al terreno, che non si presta particolarmente allo scopo, visto che la correlazione tra danno atteso e accelerazione al terreno è piuttosto modesta. Tuttavia, tanto per cominciare partiamo pure da qui: chiediamo che ogni progetto, ogni valutazione, ogni intervento di miglioramento o adeguamento comprendano un diagramma che correli PGA e danno atteso, in percentuale di un costo di ricostruzione.
Questo è il “certificato” che vorrei e che consentirebbe, in un sistema virtuoso, di definire in modo appropriato i premi assicurativi da versare, chiunque li paghi.

Perché questo certificato, che non ami, dovrebbe essere reso obbligatorio solo in caso di compravendita o stipula di un nuovo contratto di affitto)?

Credo che innanzitutto questo certificato dovrebbe essere reso obbligatorio quando ci sia un concorso di risorse pubbliche nell’effettuazione dell’intervento. Lo Stato finanzia, lo Stato deve pretendere di conoscere l’efficacia con cui i propri fondi vengono spesi. Poi credo che in tal caso lo Stato debba anche pretendere la stipula di un assicurazione contro i danni attesi, almeno per azioni non superiori a quelle previste con una certa probabilità di superamento.In un contesto di questo genere, lo Stato manterrebbe il suo attuale ruolo di fatto di “assicuratore ultimo”, ma solo quando si verificassero eventi con probabilità talmente bassa da non potere coperte dal sistema assicurativo.
Circa la compravendita, credo dovrebbe essere l’acquirente a pretendere di sapere cosa compera, ed essere disponibile a sostenerne almeno in parte il costo.
Circa l’affitto, credo che in un contesto in cui queste valutazioni diventassero diffuse, la presenza del certificato potrebbe diventare un elemento vantaggioso per concludere un contratto, potrebbero essere i potenziali inquilini a richiederlo.

Per quanto riguarda gli aspetti sismici, il problema riguarda maggiormente gli edifici costruiti in assenza di normativa sismica, oppure la totalità degli edifici?

Direi che riguarda i primi in maniera più specifica, ma anche tutti gli altri. Le norme sono sempre state focalizzate su un solo aspetto: la probabilità di collasso, associata in modo più diretto con la probabilità di causare vittime. Questo va bene, e dovrebbe garantire, se tutto fosse stato fatto bene, di avere un numero di vittime molto contenuto.
D’altra parte, la correlazione tra collasso e danno atteso in caso di un moto al terreno più debole, con probabilità di superamento molto più alta, è in generale bassa, talché si potrebbe ipotizzare una situazione paradossale in cui nessun edificio crolla, ma nessun edificio è abitabile dopo un evento e tutti richiedano costi e tempi importanti per essere riparati e rimessi in funzione.
Ci potremmo trovare con edifici, ponti ed infrastrutture in genere, che non sono crollati ma non sono utilizzabili né facilmente riparabili, cioè con perdite immense e non gestibili, con un sistema produttivo impossibilitato a funzionare, con la perdita di ogni capacità competitiva nell’industria e nel commercio.

Veniamo al cosiddetto “Sismabonus”. Come precisato da diversi colleghi tu sei stato l’ispiratore di questa proposta. Mi risulta sia stata predisposta una proposta operativa che poi è rimasta nei cassetti del Ministro fino al 24 agosto 2016. E’ così?

Le prime bozze del documento sono state certamente ispirate ed in larga misura scritte da me nell’autunno del 2013, nell’ambito di un Gruppo di Lavoro costituito dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti con Decreto n. 0000378 del 17 ottobre 2013. Non oserei però sostenere che la proposta fosse “operativa”: necessitava di perfezionamenti e verifiche, soprattutto sul piano dei rapporti con la pratica professionale e costruttiva.

In seguito al terremoto di Amatrice e a quelli successivi la proposta è stata estratta dai cassetti e finalizzata con una certa velocità. Come vedi la sua traduzione in legge operativa? Ci sono reali probabilità di successo?

Il documento che è uscito non è perfetto, e non poteva esserlo. È anche diverso da quello che io avrei voluto, ma è certamente utile e segna la strada giusta. Il problema è che venga capito, recepito e utilizzato in modo responsabile. Intendo dire comprendendone la logica, non applicandolo in modo strumentale per ottenere dei benefici fiscali ingiustificati.
La patetica incapacità di una frazione importante dei professionisti (ingegneri, architetti, geometri, geologi, ecc.) di capire realmente i problemi da affrontare, induce spesso a giocare a nascondino: servono i disegni, servono le prove, servono le caratteristiche di questo e di quello. Spesso le conclusioni instillano dubbi anziché dare risposte. In questo contesto certo non aiuta la progressiva enfatizzazione di aspetti di responsabilità penale, anziché aspetti di competenza professionale e responsabilità morale.

Un aspetto poco chiaro, per il pubblico, è in che cosa consista – nei fatti – la diminuzione di una o più classi rischio sismico: ossia, di quanto aumenti la “sicurezza” dell’edificio. Innanzitutto credo che non sia chiaro a tutti che le attuali norme sismiche prevedano – e quindi ammettano – la possibilità di collasso di un edificio, sia pure con probabilità bassa. Un utente comune si chiede perché – ovvero a quale prezzo – questa possibilità non venga eliminata.

Intanto occorre distinguere tra probabilità di collasso (correlata alla “sicurezza” dell’edificio) e perdite attese, che possono essere ingenti anche per un edificio “sicuro”.
È importante comprendere che un edificio “sicuro” non è tale in quanto il collasso è impossibile, ma solo nel senso che la probabilità che esso si verifichi è più bassa di una soglia definita. Associare il collasso ad una probabilità zero è scientificamente impossibile, quindi l’evento collasso è sempre messo in conto, sia pure con bassa probabilità. Anche il valore di tale probabilità non può essere abbassato in modo indefinito, perché i costi associati sarebbero socialmente insostenibili. È un concetto che si applica a qualsiasi settore: perché non si costruiscano automobile che garantiscano la protezione della vita degli occupanti in caso di qualsiasi tipo di incidente?

Un valore minimo di probabilità di collasso dovrebbe essere indicato dalle norme (non lo è in modo esplicito) e garantito in sede di intervento di adeguamento; è di fatto un valore convenzionale oggetto di una sorta di “patto sociale”.  Per esempio, in Olanda è convenzionalmente stabilito che la probabilità annua di avere una vittima causata dal crollo di una diga debba essere inferiore ad una su centomila.
Quale sia tale probabilità in Italia per effetto di eventi sismici è oggetto di studi, ma non è stabilito in modo esplicito in nessun documento. Come dicevo, peraltro, è su questo aspetto che sono focalizzate le norme, che dovrebbero quindi garantire la sicurezza corrispondente al patto sociale di cui parlavo.

Ciò che non necessariamente garantiscono è la limitazione di danni e perdite. Su questo un privato dovrebbe investire, garantendosi un ritorno economico entro un termine temporale ragionevole. Su questo lo Stato dovrebbe sviluppare politiche di incentivazione, garantendosi minori costi nel tempo a fronte di modesti esborsi iniziali. Il passaggio di una o più classi si riferisce alle perdite attese. Per quanto riguarda i benefici fiscali, se le perdite attese, che possono riferirsi anche a problemi non strutturali, diminuiscono, si passa ad una classe migliore. È evidente che collasso e perdite sono caratterizzate da parametri correlati, quindi migliorando l’uno si migliora anche l’altro, ma da un punto di vista logico i due temi possono essere trattati in modo indipendente.
Il concetto di perdite attese può forse essere meglio inteso facendo riferimento al tema delle politiche energetiche. La classe energetica di un edificio si riferisce al costo annuo atteso per climatizzarlo. La classe sismica potrebbe riferirsi al costo medio sostenuto per riparare i danni e per o costi indiretti da essi derivanti. La differenza sta nel fatto che mentre la spesa energetica varia poco di anno in anno, quella sismica può essere pari a zero per anni o per decenni e poi in un certo anno essere molto elevata. Parlare di perdite annue medie significa sostanzialmente dividere i costi riferiti a quel solo anno su tutti gli anni precedenti in cui non si sono verificati moti al terreno significativi.

Ricordo che c’è molta confusione attorno a come vengono recepiti i termini “adeguamento” e “miglioramento” sismico. Ci puoi spiegare?

“Adeguamento” e “miglioramento” si riferiscono alla probabilità di collasso, che nel primo caso diventa almeno pari a quanto previsto dalle norme per edifici di nuova costruzione, mentre nel secondo caso può essere superiore, deve solo essere inferiore a quella che caratterizzava l’edificio prima dell’intervento.

In altre parole, per quanto riguarda norme e probabilità di collasso:

  • la probabilità di collasso accettata è fissata dalle norme
  • se a seguito di un intervento la probabilità scende sotto tale valore si ha adeguamento
  • se la probabilità scende ma non raggiunge tale valore si ha miglioramento.

Dopo ogni terremoto vengono presentate stime di quante risorse occorrerebbero per “mettere in sicurezza tutte le abitazioni del paese”. Io ne sento da dopo il 1980 almeno. Dopo le stime si apre il dibattito (subito chiuso) sul come reperire le risorse. Non dovrebbero essere anche i proprietari a occuparsene? Eppure proprietari ritengono che se ne debba occupare lo Stato, e quest’ultimo sembra non dire di no. Sensi di colpa? E, caso mai, per quale colpa?

Hai perfettamente ragione, sono tutte parole al vento.
Temo che il problema fondamentale risieda nella comune percezione dello stato come assicuratore ultimo, senza limiti di capacità, e soprattutto ugualmente generoso con chi ha operato bene e con chi non si è minimamente preoccupato del problema, addirittura con chi ha costruito abusivamente o senza rispettare le norme.
Io vedrei uno schema logico di questo tipo:

  • Lo Stato definisce importanti benefici fiscali per chi migliora il comportamento atteso della sua proprietà
  • In coincidenza con l’ottenimento dei benefici fiscali, lo Stato richiede la definizione di una correlazione tra parametro di moto e perdite attese
  • Contestualmente, obbliga chi ottiene il beneficio a contrarre un assicurazione, caratterizzata da un costo prefissato in funzione delle perdite attese, che preveda in caso di evento un pagamento corrispondente alle perdite previste

In un contesto di questo genere, lo Stato potrebbe anche concordare schemi di mutui agevolati, in cui le banche recepirebbero direttamente i benefici fiscali ottenuti dai cittadini.
Ai sensi di colpa dei politici non credo, al loro desiderio di operare per ottenere un consenso immediato piuttosto che con logiche lungimiranti, si.

Il problema del “fascicolo di fabbricato” o del “certificato statico” viene riproposto – more solito in Italia – dopo un qualche crollo (es. Torre Annunziata) o catastrofe (Ischia). Il Ministro Del Rio ha ammesso che c’è una lobby contraria a iniziative di questo tipo. Si tratta della stessa lobby che si oppone da anni all’introduzione della assicurazione contro i danni da terremoto, come avviene in tutti i paesi civili, o si tratta di un’altra lobby?

Non credo alle lobbies, ai grandi vecchi, ai poteri forti né a nessuna formula giornalistica di comodo. È solo questione di intelligenza e determinazione.
Mi pare di avere già risposto: si tratta solo di ricerca di voti, di miopia, di mancanza di senso civico e di stupidità.
Anche circa l’obbligatorietà dell’assicurazione mi sono già espresso: la stiamo già pagando tutti, con le tasse che versiamo all’Assicuratore – Stato. La renderei obbligatoria solo in caso di benefici fiscali. D’altra parte, chiarirei che lo Stato interverrà solo quando il parametro del moto registrato alla base di un edificio (oggi la massima accelerazione al terreno) sia stata superiore al valore previsto dalle norme, maggiorato di una soglia di tolleranza che potrebbe essere definita nell’ordine del venti per cento.
Come ho già sottolineato, tale valore corrisponde ad un patto sociale, con cui si cerca un ragionevole compromesso tra le risorse che si possono investire e la sicurezza dell’edificio. Qualsiasi valore di accelerazione di progetto venga fissato può essere superato da un punto di vista probabilistico, ma all’aumentare del valore i costi possono crescere in modo irragionevole, ovvero in modo incompatibile con la spesa sostenibile.

Mi sembra di capire che dai per scontato che lo Stato debba comunque farsi carico di una quota consistente dei costi di ricostruzione. In genere però si tende a credere che tale copertura derivi dalle tasse “ordinarie”, mentre invece questi costi aggravano, e non di poco, il deficit nazionale. Perché non sperare in un cambiamento che ci metta al pari delle nazioni più “civili”?

Ogni imposizione di verifiche in questo paese è intesa come una forma di tassa, un costo aggiuntivo, ingiustificato e inutile, un obolo a tecnici incapaci. Lo Stato dovrebbe agire favorendo politiche di riduzione dei costi attesi, comprendendo di essere il reale beneficiario ultimo di un Paese più resiliente, meno soggetto a danni e perdite. Occorre sviluppare politiche di incentivazione di comportamenti virtuosi, creando emulazione.

In definitiva, quali sono gli argomenti che mancano per una politica di riduzione del rischio sismico, e quali speranze abbiamo?

Ho scritto diverse risposte. Poi le ho cancellate, una dopo l’altra.
Temo che non si possa parlare di nessuna speranza sociale, solo di individui responsabili.
Non è una questione culturale: è una questione morale, come diceva Enrico Berlinguer.

 

 

 

 

 

Achilles and the Turtle, or the reduction of vulnerability and seismic risk in Italy (interview with Gian Michele Calvi

(translated from the Italian by Google Translate, reviewed)

As after every destructive earthquake in Italy, the sequence of 2016-2017 has awakened the debates on seismic risk, on the safety of buildings, the relative costs, etc.
We discuss this with Gian Michele Calvi, who is professor at the IUSS of Pavia and Adjunct professor at North Carolina State University. He was the founder of the Eucentre Foundation and the ROSE School in Pavia; he is currently one of the directors of the International Association of Earthquake Engineering.
He coordinated, among other initiatives, the working group that drew up the text of the Ordinance PCM 3274 of 2003, which innovated the system of the seismic building code in Italy. He was president and member of the Commission of Major Risks, seismic risk section. He was accused, and subsequently acquitted “because the fact does not exist”, in the so-called “Great risks” or L’Aquila trial.
He has always worked to innovate the seismic design, concentrating mainly on masonry structures and bridges, isolation and design based on displacements over the last twenty years. He has published a large number of articles on the subject and received various international recognitions.

Is there something new on the horizon, according to you?

You know as well as me that there are chronic awakenings, which are repeated in a similar way since more than a century. In the specific case it seems to me that there is even more talking and less facts. Including the fancy “Casa Italia”, of which I confess I do not understand anything: tactics, strategy, goals.
The only moments in which I perceived real facts, directly or through the study of the history were:

  • the incredible scientific and technical development that followed the Messina earthquake of 1908;·
  • the rebuilding strategy after Friuli, where the production sector was more privileged than the residential one;
  • the revolution of codes and seismichazard maps the earthquake of San Giuliano of Puglia in 2002;
  • the construction of 186 isolated buildings in just over six months after the earthquake in L’Aquila.I know that the last two cases may appear as self-quotes, but that does not detract from the facts.
    What I would like to see now is a change in the policy of intervention after an event, creating incentives for private action and progressive transition from the state to the loss coverage insurance system.
    Hope, without optimism.

As for the built environment, the main problem seems to be the difficulty of knowing the vulnerability, or the factual situation, of each building. The City of Milan, a moderate danger zone, has made the static “fitness certificate” for buildings older than 50 years compulsory. Does this certificate have anything to do with the seismic problem as well? Moreover, after the tragedy of Torre Annunziata last summer, in which a building collapsed without an earthquake, Minister Del Rio announced that he wanted to re-launch the establishment of the so called “building folder”. What can you say about it?

I would not worry about the static or dynamic word: it is possible to do a seismic verification that compares a demand and a calculated capability both without time dependence, so “static”.
I realize that talking about demand and ability may seem mysterious. In fact all project or evaluation methods are based on comparisons of this type. For example, I can compare the strength of the structure and the force of inertia equivalent to seismic action, capacity and global demand for displacement, rotation capacity of a plastic hinge with motor-induced rotation, and so on. The problem is perhaps that, in fact, verification requires a comparison of a capacity and a question, which in some cases (the seismic in particular) are not independent of each other.
The minister, and many others, technicians and non-technicians, always seem to refer to the capacity alone, without wondering which actions they are to be confronted with. Only in extreme pathological cases this can work, i.e. when buildings have such low capacity to be inadequate, no matter in comparison to what.
I think instead that when you intervene on a building to improve its expected seismic response, it is right and possible to ask what damage is expected as a function of a motion intensity parameter. Today, the parameter used in the general case is the maximum acceleration of the ground (PGA), which is not particularly suitable for the purpose, as the correlation between expected damage and ground acceleration is rather modest. However, to begin with, we can also start from here: we can ask that each project, each evaluation, any improvement or adaptation action do include a diagram that correlates with PGA and expected damage, in terms of a percentage of the cost of reconstruction.
This is the “certificate” I would like and which would allow, in a virtuous system, to properly define the insurance premiums to pay, whoever pays them.

Why it is said that this certificate, which you do not like, should be made compulsory only in the case of a sale or hire of a new rent?

I believe that this certificate should first be made mandatory when there is a public resource contest in the intervention. The State finances, the State must ask to know the effectiveness with which its funds are spent.
Then I think that in such a case the State must also claim the insurance of the expected damages, at least for ground motions not exceeding those expected with a certain probability of overcoming. In such a context, the State would maintain its current role as a “last insurer”, but only when events with such low probability occur that could not be covered by the insurance system.
About buying, I think it should be the buyer to pretend to know what he buys, and be available to support at least part of the cost.
With regard to the rent, I believe that in a context where these assessments become widespread, the presence of such a certificate could become a beneficial element in concluding a contract: potential tenants could be asking for it.
With regard to the seismic aspects, is the problem mostly concerning  the buildings without seismic design, or the whole of the buildings?

I would say that the first is more specific, but also all the others.
Standard codes have always been focused on one aspect: the probability of collapse, more directly associated with the probability of casualties. This is fine, and it should guarantee, if all was done well, that there will be a very small number of victims.
On the other hand, the correlation between collapse and expected damage in the case of a weaker ground motion, with a much higher probability of occurrence, is generally low, so that one could hypothesize a paradoxical situation in which no building collapses, but no building is habitable after an event and all require significant costs and time to be repaired and put into operation.
We could find it with buildings, bridges and infrastructures in general that have not collapsed but cannot be used or easily repaired, that is, with immense and unmanageable losses, with a production system unable to function, with the loss of any competitive capacity in the industry and in commerce.
We come now to the so-called “Sismabonus”. As pointed out by several colleagues, you have been the inspirator of this proposal. It seems to me that an operational proposal has been set up and that i remained in the drawers of the Minister until August 24, 2016. Is that so?

The first drafts of the document were certainly inspired and largely written by me in the autumn of 2013, as part of a Working Group made up of the Minister of Infrastructure and Transportation by Decree no. 0000378 of October 17, 2013. However, I would not dare to argue that the proposal was “operational”: it needed improvements and verifications, especially in terms of relation with professional and constructive practice.

Following the earthquake of Amatrice and the subsequent earthquakes the document was extracted from drawers and finalized at a high speed. How do you see its translation into operational law? Are there any real chances of success?

The document that came out is not perfect, and it could not be. It is also different from what I would have liked but it is certainly useful and marks the right path. The problem is how it is understood, transposed and used responsibly. What I mean is understanding its logic, not by applying it instrumentally to obtain unjustified tax benefits.
The pathetic inability of an important fraction of professionals (engineers, architects, geologists, geologists, etc.) to really understand the problems to be faced often induces to play hide-and-seek: designs are needed, evidence is needed, the characteristics of this and of that is needed. Often the conclusions cast doubts rather than give answers.
In this context it certainly does not help the progressive emphasis on aspects of criminal liability, rather than aspects of professional competence and moral responsibility.

An unclear aspect for the public is in what is – in fact – what actually represents one or more seismic risk classes less, that is, how much it increases the “security” of the building. First of all, I think it is not clear to everyone that the current earthquake building codes foresee – and thus admit – the possibility of collapse of a building, even with low probability. A common user wonders why – or at what price – this possibility is not eliminated.

First, there is a need to distinguish between probability of collapse (related to the “building security”) and expected losses, which can also be significant for a “safe” building. It is important to understand that a “safe” building is not so because collapse is impossible, but only in the sense that the probability that it will occur is lower than a defined threshold. Associating collapse to a zero probability is scientifically impossible, so the collapse event is always taken into account, albeit with low probability.
Even the value of this probability cannot be lowered indefinitely, because the associated costs would be socially unsustainable. It is a concept that applies to any sector: why do not you build cars that guarantee the lives of occupants in case of any kind of accident?
A minimum probability of collapse should be indicated by the codes (not explicitly) and guaranteed during the retroft intervention; is in fact a conventional value that is the subject of a sort of “social pact”. For example, in Holland it is conventionally established that the annual chance of having a victim caused by the collapse of a dam should be less than one in ten thousand.
Whatever this probability in Italy is due to seismic events is the subject of studies, but is not explicitly set forth in any document. As I said, it is on this point that standards are being focused, which should ensure the safety corresponding to the social pact I spoke about.
What they do not necessarily guarantee is the limitation of damages and losses. On this a private person should invest, guaranteeing a return on the economy within a reasonable time. On this, the state should develop incentive policies, guaranteeing lower costs over time with modest initial expense.
Moving one or more classes refers to expected losses. With regard to tax benefits, if expected losses, which may also refer to non-structural problems, decrease, you go to a better class. Clearly, collapse and losses are characterized by related parameters, so improving one improves the other, but from a logical point of view the two themes can be handled independently.
The concept of expected losses may perhaps be better understood by referring to the theme of energy policies. The energy class of a building refers to the annual cost expected for heating and air conditioning. The seismic risk class could refer to the average cost incurred to repair the damages and indirect or indirect costs they incur. The difference lies in the fact that while energy spending varies little year on year, that seismic can be zero for years or decades and then in a certain year to be very high. Talking about average annual losses means substantially dividing the costs related to that one year on all the previous years when no significant ground motives occurred.

I remember that there is a lot of confusion around how the seismic “retrofit” and “improvement” terms are adopted. Can you explain it?

“Retrofit” and “improvement” refer to the probability of collapse, which in the first case becomes at least equal to what is foreseen by the rules for newly built buildings, while in the latter case it may be higher, it must only be less than that which characterizes the “building before the intervention.
In other words, regarding rules and chances of collapse:
• The accepted probability of collapse is set by the codes
• if, after an intervention, the probability falls below this value, it is retrofitted
• If the probability drops but does not reach that value, there is improvement.
After each earthquake, estimates of how much resources would be needed to “secure all the country’s homes” are presented. I listened to it since 1980 at least. After the estimates the debate (immediately closed) comes on how to find the resources. Should not the owners also take care of it? Yet owners feel that they the State should take care, and the latter does not seem to say no. Guilt feelings? And for what fault?

You’re perfectly right, they’re all words in the wind.
I fear that the fundamental problem lies in the common perception of the State as the ultimate insurer, without capacity constraints, and above all equally generous with those who worked well and with those who were not concerned about the problem, even with those who built abusively or without respecting the standards.
I would see a logical scheme of this kind:
• The State defines important tax benefits for those who improve the expected behavior   of their property
• In conjunction with obtaining tax benefits, the state requires the definition of a correlation between ground motion parameter and expected losses
• At the same time, it obliges those who get the benefit to contract an insurance, characterized by a predetermined cost based on the expected losses, which provides for a payment corresponding to the expected losses.

In such a context, the State could also agree on soft loan schemes where banks would directly benefit from the tax benefits of citizens.
I do not believe that politicians feel guilty: on their desire to work for immediate consensus rather than with far-sighted logic, yes, I do believe.

The issue of the “building folder” or the “static certificate” is repeated – more commonly in Italy – after some collapse (eg Torre Annunziata) or catastrophe (Ischia). Minister Del Rio admitted that there is a lobby opposed to such initiatives. Is it the same lobby that has been opposing for years since the introduction of earthquake damage insurance, as in all “most civilized” countries, or is it another lobby?

I do not believe in lobbies, big old people, strong powers, or any convenient newspaper formula. It’s just a question of intelligence and determination. It seems to me that I have already answered: it is only about seeking vows, myopia, lack of civic sense and stupidity.
Also about the insurance obligation I have already expressed: everyone is already paying it, with the taxes we pay to the Insurer-State. I would make it compulsory only in the case of tax benefits. On the other hand, I would clarify that the state will intervene only when the ground motion parameter recorded at the base of a building (today’s maximum acceleration on the ground) has been higher than the standard value, plus a tolerance threshold that could be defined in the order of twenty percent.
As I have already pointed out, this value should correspond to a social pact, which seeks a reasonable compromise between the resources that can be invested and the security of the building. Any project acceleration value is fixed can be exceeded from a probabilistic point of view, but as the value increases, costs can grow unreasonably, or in a way incompatible with sustainable expenditure.

It seems to me that that you accept the idea that the State still has to bear a substantial share of the reconstruction costs. In general, however, it tends to believe that such coverage is derived from “ordinary” taxes, while these costs make heavier, and not least, the national deficit. Why not hope for a change that puts us at the same level as the most “civil” nations?

Any imposition of checks in this country is understood as a form of tax, an additional, unjustified and unnecessary cost, an inconvenience to incapable technicians.
The State should act by promoting expected cost reduction policies, understanding that it is directly the ultimate beneficiary of a more resilient country, less susceptible to damages and losses.
We need to develop incentive policies for virtuous behaviors, creating emulation.

Finally, what are the missing arguments for a seismic risk reduction policy, and what are our hopes?

I wrote several responses. Then I deleted them, one after the other.
I fear that we cannot speak of any social hope, only of responsible individuals.
It’s not a cultural question, it’s a moral question, as Enrico Berlinguer said, time ago.

 

 

Che cosa vuol dire “antisismico”? What does “anti-seismic” mean? (Intervista a Rui Pinho)

English version below

Il termine “antisismico” è entrato da qualche tempo a far parte del linguaggio corrente dei media: si legge ad esempio che “il 70% degli edifici italiani non è antisismico”; “9 scuole su 10 non sono antisismiche” (si veda ad esempio un recente articolo pubblicato dall’Espresso che fornisce la possibilità di interrogare il database delle scuole italiane, gestito dal MIUR, ottenendo la risposta al quesito se la singola scuola sia o meno antisismica – ne discutiamo più avanti). Il termine, tuttavia, assume differenti significati a seconda di chi lo usa: l’immaginario collettivo lo percepisce, più o meno, come una sorta di sistema binario che si risolve per l’appunto in un sì o un no (antisismico uguale “a prova di terremoto”): l’ingegnere lo intende in un modo un po’ diverso, e preferisce parlare ad esempio di “quanto antisismico”.
Ne discutiamo con Rui Pinho, ingegnere sismico, professore associato all’Università di Pavia, per cinque anni segretario generale dell’iniziativa internazionale GEM (Global Earthquake Model) e che svolge ora l’incarico di Direttore Scientifico della Fondazione Eucentre di Pavia. Continua a leggere

Sopra i nostri piedi – Above our feet (di M. Stucchi)

(english version below)

Questo titolo prende manifestamente spunto da quello del bellissimo volume di Alessandro Amato: “Sotto i nostri piedi”, arrivato alla seconda ristampa (con integrazione sulla sequenza sismica del 2016 in Centro Italia) e in distribuzione nelle edicole con “Le Scienze”, dopo che l’autore è stato finalista del Premio Letterario Galileo 2017.

Il volume di Amato tratta di sismologia, previsione dei terremoti, aspetti scientifici, culturali e politici. I sismologi si occupano di descrivere, nel miglior modo possibile, come si generano i terremoti e come le onde sismiche si propagano nella Terra; il tutto, appunto, sotto i nostri piedi. Alcuni sismologi si occupano, in una specie di terra di confine dove operano anche alcuni ingegneri, di descrivere come le onde sismiche interagiscono con la superficie del terreno e con gli edifici: quindi, di fornire la descrizione del moto del suolo nelle modalità più adatte all’ingegneria sismica. Questa terra di confine si chiama in inglese “engineering seismology”, le cui possibili traduzioni italiane suonano tutte male. Una Sezione dell’INGV, quella di Milano, si occupa in prevalenza di questi aspetti ed era denominata “Sismologia Applicata”; tempo fa aveva ricercato una collaborazione stretta, istituzionale, con la Fondazione Eucentre di Pavia, alla cui costituzione INGV aveva peraltro contribuito come socio fondatore, sia pure con poco merito e ancor meno investimento. Continua a leggere

Ricordo di Nanni Bignami – Remembering Nanni Bignami (di/by Giacomo Cavallo)

Il 25 maggio scorso la comunità scientifica italiana è stata privata  di una delle sue maggiori, e, possiamo dire, più simpatiche figure.  Giovanni – “Nanni” per gli amici, ed erano moltissimi –  Bignami  è improvvisamente mancato in un Hotel di Madrid, dove si trovava per un Congresso Scientifico.  Dopo lo shock iniziale, alla sua scomparsa hanno fatto seguito i necrologi, le commemorazioni, i ricordi, che continuano tuttora.   Il ricordo che ne fu fatto davanti ad una numerosa assemblea al Museo della Scienza di Milano è disponibile in rete http://gallery.media.inaf.it/main.php/v/video/conferenze/20170601-saluto-nanni.mp4.html.
Uno degli scritti più accorati e sinceri è comparso come Obituary su  Nature Astronomy del  24 luglio 2017 , a firma del Prof. Pietro Ubertini, e contiene forse la più completa raccolta delle realizzazioni di  Nanni Bignami, uomo di straordinaria energia ed attività (http://rdcu.be/uroi). Continua a leggere

Ischia, Torre Annunziata, perception of risk and magnitude (M. Stucchi)

This is a quick translation from the Italian version, with the help of Google. Sorry for the imperfect English. Thanks to Ina Cecic for her prompt review.

Italy was beginning to remember the anniversary of Amatrice’s earthquake (August 24, 2016) in different ways, of course, when the Ischia earthquake dramatically reopened the problem of so-called prevention, of which so much has been said and spoken about.
On the morning of the 21st, the day of the earthquake, Minister Del Rio had spoken at the Rimini (Comunione and Liberazione) meeting. Del Rio is a Minister of a couple of governments I do not like, but among the many is a person I trust. After (unfortunately) reproposing a “pearl” that must have remained in his pocket since the earthquakes of 2012 (“the area was not known as seismic“, ignoring the work done by the Emilia and Romagna Region to delay as much as possible the affiliation to a seismic zone of much of its territory), he recalled, illustrated and defended the so-called “sismabonus” and the initiatives of “Casa Italia”, also reminding that the solution of the problems is not for tomorrow. Stimulated by some interlocutors, he also pushed further on, talking about the necessity of the “building dossier” and of demolitions, where necessary. Ohibò! Continua a leggere

Ischia, Torre Annunziata, percezione del rischio e magnitudo (M. Stucchi + 8 commenti)

L’Italia si stava avviando a ricordare l’anniversario del terremoto di Amatrice (24 agosto 2016) con modalità diverse, ovviamente, quando il terremoto di Ischia ha riaperto drammaticamente il problema della cosiddetta prevenzione, di cui tanto si è parlato e si parla. La mattina del 21, giorno del terremoto, il Ministro Del Rio aveva parlato al meeting di Rimini. Del Rio è ministro di un paio di governi che non mi piacciono, ma fra i tanti è una persona che stimo. Dopo aver (purtroppo) riproposto una “perla” che deve essergli rimasta in tasca dai tempi dei terremoti del 2012 (“la zona non era conosciuta come sismica”, ignorando il lavorio fatto dalla Regione Emilia e Romagna per ritardare il più possibile l’inserimento in zona sismica della gran parte del suo territorio), ha ricordato, illustrato e difeso il “sismabonus” e le iniziative di “Casa Italia”, ricordando anche che la soluzione dei problemi non è per domani. Stimolato da qualche interlocutore si è anche spinto più in là, parlando della necessità del fascicolo di fabbricato e di eventuali demolizioni, ove necessario. Ohibò! Continua a leggere

Earthquakes and Great Risks: a blog 2014-2015 (M. Stucchi)

https://terremotiegrandirischi.com/english/

“Earthquakes and Great Risks” è stato, a partire dall’ottobre 2014, il cugino di lingua inglese di questo blog. E’ nato soprattutto per fornire al lettore internazionale la versione “corretta” dei fatti legati al processo “Grandi Rischi”, a fronte di una diffusione impressionante di informazioni e interpretazioni che possiamo definire inesatte – nel migliore dei casi.
Il blog ha contenuto una ventina di post, parte dei quali – a cura di G. Cavallo e di M. Stucchi – dedicati a fare chiarezza su quanto sopra, e parte a fornire una cronaca, quasi in diretta, del processo d’Appello.
E’ stato letto da qualche migliaia di lettori provenienti da 98 nazioni (vedi  mappa).

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Rileggendolo oggi, a parte le imprecisioni e gli inevitabili errori di lingua, si ha l’impressione che abbia fornito una analisi attenta e circostanziata – forse più che in questo stesso blog – dei principali “pitfalls” riguardanti il processo sulla base dei quali sono stati costruiti numerosi articoli internazionali, anche su riviste “peer reviewed”, scritti anche da illustri colleghi. Questo sforzo è stato riconosciuto da diversi lettori.

Per non perdere questi contenuti il blog, che verrà chiuso a breve, è stato  salvato nella sezione “English material”.

La vicenda processuale alla prova del romanzo. Luci e ombre del volume “La causalità psichica nei reati colposi” di Marco Billi (di Cecilia Valbonesi)

Cecilia Valbonesi è Dottore di ricerca in Diritto penale presso l’Università degli Studi di Firenze e Avvocato del Foro di Firenze. Per motivi scientifici ha seguito e commentato il cosiddetto  processo Grandi Rischi. In ultimo si veda “Terremoti colposi e terremoto della colpa: riflessioni a margine  della sentenza “Grandi Rischi”, in Rivista Italiana di Diritto e Procedura Penale, 2016, n. 3, p. 1498.
Le abbiamo chiesto un commento al volume – uscito lo scorso marzo – del Giudice di primo grado del processo stesso, Marco Billi.

Di recente, il copioso panorama letterario sulla vicenda giudiziaria relativa alle responsabilità della c.d. Commissione Grandi Rischi si è arricchito di un nuovo volume dal titolo “La causalità psichica nei reati colposi”.
L’ambizioso progetto reca la firma del Giudice estensore della prima sentenza di merito (Tribunale di L’Aquila, 22/10/2012, n. 380) che, accogliendo pienamente le prospettazioni accusatorie, ha condannato per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose i sette scienziati i quali, a suo giudizio, “componevano la Commissione Grandi Rischi” della Protezione civile nella riunione del 31 marzo 2009. The L’Aquila Seven  furono ritenuti responsabili di quella scorretta valutazione e informazione sul rischio sismico che avrebbe cagionato la morte ed il ferimento di 29 cittadini (13 secondo la Corte d’Appello e la Corte di Cassazione)  rimasti schiacciati sotto le macerie delle proprie case. Continua a leggere