La vicenda processuale alla prova del romanzo. Luci e ombre del volume “La causalità psichica nei reati colposi” di Marco Billi (di Cecilia Valbonesi)

Cecilia Valbonesi è Dottore di ricerca in Diritto penale presso l’Università degli Studi di Firenze e Avvocato del Foro di Firenze. Per motivi scientifici ha seguito e commentato il cosiddetto  processo Grandi Rischi. In ultimo si veda “Terremoti colposi e terremoto della colpa: riflessioni a margine  della sentenza “Grandi Rischi”, in Rivista Italiana di Diritto e Procedura Penale, 2016, n. 3, p. 1498.
Le abbiamo chiesto un commento al volume – uscito lo scorso marzo – del Giudice di primo grado del processo stesso, Marco Billi.

Di recente, il copioso panorama letterario sulla vicenda giudiziaria relativa alle responsabilità della c.d. Commissione Grandi Rischi si è arricchito di un nuovo volume dal titolo “La causalità psichica nei reati colposi”.
L’ambizioso progetto reca la firma del Giudice estensore della prima sentenza di merito (Tribunale di L’Aquila, 22/10/2012, n. 380) che, accogliendo pienamente le prospettazioni accusatorie, ha condannato per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose i sette scienziati i quali, a suo giudizio, “componevano la Commissione Grandi Rischi” della Protezione civile nella riunione del 31 marzo 2009. The L’Aquila Seven  furono ritenuti responsabili di quella scorretta valutazione e informazione sul rischio sismico che avrebbe cagionato la morte ed il ferimento di 29 cittadini (13 secondo la Corte d’Appello e la Corte di Cassazione)  rimasti schiacciati sotto le macerie delle proprie case.

Giova ricordare, sin dalle prime battute, come la sentenza di primo grado sia stata parzialmente riformata  dalla Corte d’Appello di L’Aquila la quale ha assolto sei dei sette imputati perché il fatto non sussiste. Analizzando la metodologia di convocazione degli scienziati e la composizione della riunione del 31 marzo 2006, la Corte ha ritenuto che in quell’occasione non si fosse validamente costituita la Commissione Grandi Rischi. Piuttosto, i partecipanti dovevano qualificarsi come esperti della Protezione Civile, chiamati a esprimere una valutazione tecnica sul terremoto che era in corso in quei giorni (come prescrive il comma 10 dell’art. 3 DPCM n. 2358 del 2006). Al venir meno degli asseriti obblighi di comunicazione legati all’appartenenza ad un collegio non validamente formatosi si accompagna, inoltre, una valutazione in termini di correttezza delle affermazioni esternate dagli imputati nel corso della riunione.
La Corte d’Appello sottolinea come non sia emerso dalle parole degli scienziati alcun profilo di rassicurazione e offre la prova scientifica che le considerazioni dubitative espresse erano e sono tutt’oggi esatte. Parimenti, i giudici di seconde cure negano la sussistenza di un dovere di comunicazione delle risultanze scientifiche alla popolazione la quale, infatti, non avrebbe avuto in alcun modo contezza dei contenuti della riunione proprio per l’assenza di un comunicato stampa finale.
La Corte d’Appello conferma invece il rimprovero a carico del Vice Capo del DPC per la morte di tredici delle trecentonove vittime.
Queste statuizioni sono state infine avallate dalla Suprema Corte di Cassazione la quale ha messo fine a questa oltremodo tragica vicenda umana e giudiziaria.

Queste brevi note desiderano orientare il lettore nel processo di comprensione dei complessi temi trattati dal libro, chiarendo, se possibile, la portata di alcuni passaggi cruciali del contributo.

In prima battuta giova esplicitare come l’opera presenti un tratto assolutamente peculiare: poco noti in letteratura sono i casi nei quali un Giudice scrive un libro per difendere la propria sentenza. A fronte di una dilagante produzione letteraria offertaci dai magistrati-scrittori che si cimentano, soprattutto nel periodo estivo, nella scrittura di gialli da spiaggia, mi pare che mai l’estensore di una sentenza si fosse spinto sino a diffondere le motivazioni della stessa in un contesto irrituale quale la carta stampata.
A chi scrive, il gesto pare quanto meno poco opportuno. Il giudice, che in virtù dell’art. 101, comma 2, della Costituzione è “soggetto soltanto alla legge”, esprime il suo sapere e le sue convinzioni unicamente attraverso le motivazioni della sentenza. Credo sia importante che la prassi rimanga tale per almeno due motivi: 1. Nell’epoca nella quale incauti personaggi danno in pasto alla stampa notizie di reato illegittimamente carpite dagli uffici giudiziari, il magistrato deve rimanere fedele alla ritualità del processo penale che gli impone di non uscire dai canoni di comunicazione ufficiali; 2. La vicenda umana sottesa al processo “Grandi Rischi” presenta dei contorni di singolare tragicità per le vittime e per gli imputati coinvolti. La pubblicazione di un libro sul tema rappresenta in sé un fattore idoneo a determinare una  recrudescenza  degli animi. Mi chiedo se ve ne fosse bisogno e se sia opportuno che un uomo che rappresenta lo Stato, un uomo istituzionalmente chiamato a ius dicere, si faccia autore di una potenziale rinnovata frattura sociale.
Questo nel metodo. Nel merito vi è da dire ben di più.

Il volume ripercorre la vicenda dei tre gradi di giudizio offrendo, come ovvio, un punto di vista conservativo delle scelte effettuate in prima istanza. L’autore difende le proprie statuizioni e valorizza la perdurante validità delle stesse nella sentenza d’Appello e di Cassazione. All’obiettivo resoconto dei mutamenti subiti dall’assetto delle responsabilità relative a sei dei sette imputati, la narrazione affianca alcuni tratti che non evidenziano con la dovuta incisività lo stravolgimento di molti assunti, sia in punto di fatto che di diritto, riscontrabile nelle successive fasi del processo.
È forse utile, dunque, soffermarsi su due passaggi fondamentali per meglio esplicitare la loro reale portata e il loro obiettivo corso processuale.

Muoviamo proprio dalla causalità psichica, oggetto precipuo della disamina offerta dal volume. Non vi è dubbio che sia la Corte d’Appello che la Cassazione continuino a fondare il profilo oggettivo del rimprovero a De Bernardinis sulla sussistenza di un nesso causale così peculiarmente atteggiato. La sentenza, infatti, ribadisce come l’intervista rilasciata dall’imputato costituisca fattore causale determinante in ordine alla decisione delle vittime di dismettere i consueti comportamenti prudenziali e di rimanere a casa la notte del terremoto, trovandovi la morte. Questo, in sintesi, lo schema della rassicurazione fatale, penalmente rilevante.
Ma di cosa parliamo quando facciamo riferimento alla causalità psichica? Nel dibattito giuridico si sostiene spesso che nel caso in cui la determinazione adottata da un soggetto origini dall’errata od omessa informazione di un rischio, verrebbe in rilievo il paradigma della c.d. “causalità psichica” la quale si identifica in una ““relazione fra le azoni di due persone che “passa attraverso la psiche” di una di esse”” . Con la locuzione “causalità psichica” si individua, infatti, quella categoria in cui “un’azione umana esercita un influsso di carattere psicologico su di un altro soggetto”. Si tratta pertanto di una “causalità delle relazioni interpersonali” che, per loro natura, non presentano sequenze regolari. Come sottolinea un Autore, la causalità psichica si caratterizza per un forte contenuto di “ambiguità” che si incentra proprio sulla possibilità stessa di accreditarla nell’ambito delle vere e proprie relazioni causali.

La dottrina risulta infatti profondamente divisa quanto alla possibilità di utilizzare tale paradigma a fondamento di un rimprovero penale. Chi scrive aderisce alla tesi di quegli Autori i quali non ritengano possibile ricondurre la causalità psichica nel  paradigma della causalità naturalistica. All’ assimilazione fra “induzione ad un’azione e causazione di un accadimento fisico” osterebbe l’impossibilità di configurare una regolarità tra azioni umane, in ragione della “natura sostanzialmente libera del volere e del carattere irripetibile degli accadimenti psichici”.  Essendo impossibile affermare e dimostrare che la stessa persona nella medesima situazione, sarebbe tornata ad agire nello stesso modo (ovvero che chiunque altro avrebbe fatto nello stesso modo a parità di condizioni), si conclude per l’insussistenza di un paradigma nomologico, ancorché di natura statistica, nel quale sussumere i rapporti condizionati di natura psichica.
Poco condivisibile risulta, dunque, la strenua valorizzazione della causalità psichica quale parametro fondante il rimprovero nei confronti dell’allora Vice capo della Protezione Civile. La difesa del parametro oggettivo dell’imputazione risulta in sé fallace poiché si tratta di un modello causale i cui presupposti applicativi appaiono decontestualizzati e oggetto di numerose, fondate e autorevoli critiche.

Ma vi è di più. Per il riconoscimento della sussistenza del nesso causale occorre che vi sia una legge scientifica di copertura o un massima di esperienza, ove tale legge non possa essere enucleabile. Abbiamo visto come la causalità psichica, proprio perché stabilisce una relazione afferente ad una sfera così personale e difficilmente sondabile appare in sé insuscettibile di ripetibilità. Alla irripetibilità di un fenomeno si correla l’impossibilità di enucleare una legge scientifica, anche probabilistica, che spiega i meccanismi di funzionamento del fenomeno stesso.
Appare dunque singolare come la sentenza di primo grado abbia affidato la conferma del nesso di causalità ad una c.d. legge scientifica di copertura, denominata “Teoria delle rappresentazioni sociali”. La legge pare il frutto di un adattamento al caso concreto di una risalente teoria che poco ha a che vedere con il contesto in esame. Pertanto, è importante rimarcare come i successivi gradi di giudizio abbiano abbandonato questa “legge scientifica di copertura” a favore dell’adozione di massime di esperienza asseritamente fondanti la responsabilità del Vice capo della Protezione Civile.

A ben vedere, tuttavia, il mutamento radicale del panorama logico – imputativo in nulla giova alla bontà delle sentenze dei successivi gradi di giudizio e questo per due motivi parimenti stringenti: 1. Se il processo di condizionamento che intercorre fra l’affermazione di un soggetto e il comportamento di un altro non è suscettibile di una regolarizzazione codificabile attraverso una legge statistica, tanto meno lo sarà attraverso una massima di esperienza che non può certo esprimere in modo univoco una correlazione impossibile da stabilire a priori; 2. L’insufficienza di qualsivoglia struttura scientifica o esperienziale posta alla base della ricostruzione del nesso di causalità è confermata dalla circostanza secondo al quale nei tre gradi di giudizio il fattore sul quale i giudici fondano realmente la loro decisone accusatoria risiede nella c.d. probabilità logica, la probabilità del caso concreto.  Con maggiore sforzo esplicativo si deve evidenziare come l’ultima parola sul riconoscimento del profilo oggettivo – causale della responsabilità l’hanno avuta le testimonianze dei familiari delle vittime, i quali hanno riferito come esse abbiano mutato il loro comportamento prudenziale dopo ed a seguito della rassicurazione asseritamente derivata dall’intervista rilasciata dal De Bernardinis.
Il pur opportuno superamento della c.d. “Teoria delle rappresentazioni sociali” se da un lato restituisce alle decisioni una maggiore ortodossia, dall’altro non impedisce comunque che le stesse siano fondate su presupposti oggetto di serrata critica.

Un ulteriore aspetto, la cui fragilità poco emerge nelle pieghe del libro, risiede nel ruolo dell’intervista rilasciata da De Bernardinis alla Tv locale. La Corte d’Appello di L’Aquila e la Corte di Cassazione, abbandonata la tesi secondo la quale vi sarebbe stata una riunione della Commissione Grandi Rischi, nel corso della quale partecipanti avrebbero adottato una condotta rassicurativa della popolazione, fondano il rimprovero dell’unico imputato riconosciuto colpevole proprio sul contenuto delle dichiarazioni propalate alla stampa locale. Giova innanzi tutto ricordare i tratti salienti dell’intervista sulla quale si fonda il riconoscimento a suo carico di una condanna  per omicidio colposo plurimo. A parere dell’imputato lo sciame sismico in corso costituiva “ una situazione favorevole […] uno scarico di energia continuo” (Amato e Galadini, 2013:7). Inoltre, sollecitato dal giornalista egli concludeva l’intervista assentendo sull’opportunità di bere un bicchiere di vino prodotto nella zona.

A parere di chi scrive il pur errato contenuto scientifico e tecnico dell’intervista non è sufficiente a fondare oltre ogni ragionevole dubbio la responsabilità penale dell’imputato. Questo per  almeno tre ragioni. In primo luogo, l’intervista è stata rilasciata prima della riunione della c.d. Commissione Grandi Rischi. Sebbene nel libro non se ne dia sufficientemente conto, è necessario ricordare come la trasmissione dell’intervista in una fase successiva alla suddetta riunione sia stata una scelta dell’emittente televisiva la quale non ha dato conto della reale collocazione cronologica. Molto sarebbe cambiato se si fosse ben rappresentato che le opinioni espresse non erano né connesse né conseguenti ad una riunione di scienziati.
In secondo luogo, lo strumento di propalazione di una notizia non può non rilevare, specie in una situazione di emergenza come quella che si stava vivendo nel 2009. Le tesi accusatorie ignorano che un impatto diversamente cogente (causalità psichica) deve essere riconosciuto da fonti ufficiali di comunicazione rispetto a fonti divulgative quali un’intervista. Lo scenario sarebbe decisamente mutato se la dichiarazione errata fosse stata propalata attraverso una comunicazione ufficiale della Protezione Civile oppure attraverso un’ordinanza sindacale. E di questo fattore non vi è traccia né nel libro, né, quel che è peggio, nelle sentenze.

Infine, occorre in ogni modo sottolineare come la popolazione non fosse in alcun modo addestrata ad affrontare il rischio sismico e come quegli atteggiamenti che sono stati ritenuti salvifici dalle  Corti (abbandonare la casa in caso di scossa) in realtà non hanno una portata scientificamente impeditiva dell’evento morte. Quindi, in assenza di una reale ed efficace cautela, quale ruolo può avere una informazione vagamente rassicurante? Nessuno. Nonostante le risultanze processuali affermano il contrario.

Molto vi sarebbe da dire ancora sulle scelte processuali e sulle ricadute editoriali che ne sono scaturite. Ci si consenta solo di chiudere la riflessione con il rinnovato auspicio che la pubblicazione di un libro volto a corroborare alcune delle scelte adottate nel contesto processuale rimanga un unicum, o per lo meno una rarità, nel panorama italiano.

 

Dopo i terremoti: alloggi provvisori e ricostruzione consapevole (di Renato Fuchs)

Da varie settimane si assiste a un crescendo di proteste per i ritardi con cui vengono portati avanti i piani di ricostruzione dei paesi colpiti dai terremoti del 2016, il cui numero si è esteso a seguito degli eventi del gennaio 2017. Di recente, lo stesso Commissario Straordinario Vasco Errani ha sostenuto che poco è stato fatto.
E’ bene precisare, tuttavia, che si tratta di ritardi riferiti alla fase di assistenza post-terremoto, e non di ricostruzione vera e propria, della quale non si conoscono ancora i piani definitivi.
Abbiamo posto alcune domande a Renato Fuchs, di Eucentre, che ha svolto un importante ruolo organizzativo nell’ambito del “Progetto CASE” (L’Aquila, 2009) ed è ora responsabile del sistema informativo di supporto alla gestione delle necessità di assistenza alla popolazione a seguito delle recenti emergenze in Centro Italia, realizzato in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile (DPC).

Con quali strumenti è stata gestita la fase di prima assistenza, per assicurare ai terremotati un alloggio provvisorio dopo il periodo trascorso nelle tendopoli?
Ai cittadini colpiti dagli ultimi terremoti sono state offerte le seguenti forme di assistenza:
– Container collettivi: sono soluzioni “ponte” tra le tende e le altre sistemazioni, consistenti in edifici prefabbricati di grandi dimensioni, in ciascuno dei quali vengono ospitate 20-30 persone;
– CAS (Contributo di Autonoma Sistemazione): un contributo economico mensile alla famiglia che intenda alloggiare a proprie spese. L’importo dipende dal numero di componenti il nucleo famigliare e dalla presenza nello stesso di anziani, disabili o portatori di handicap. Tale importo, inizialmente fissato in 200 euro a persona al mese, è stato aumentato a partire dal 15 novembre 2016 a 300 euro a persona;
– Alloggio in strutture ricettive: è stata stipulata una convenzione con le associazioni di categoria, in base alla quale per ogni giornata di presenza di un cittadino presso una struttura ricettiva, viene riconosciuto alla stessa un importo di 40, 35 o 25 euro in funzione del trattamento ricevuto (rispettivamente pensione completa, mezza pensione o camera e colazione);
– SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza): sono edifici prefabbricati, realizzati dalle ditte che si sono aggiudicate nel 2014 una gara CONSIP, di diverse metrature in funzione della numerosità del nucleo familiare, generalmente “a schiera”. Le tempistiche per la loro disponibilità dipendono anche dall’individuazione delle aree e dalla realizzazione dei necessari lavori di fondazione e di urbanizzazione;
– MAPRE (Moduli Abitativi Provvisori Rurali Emergenziali): si tratta di edifici prefabbricati singoli, installati in prossimità di stalle o fattorie, destinati ad ospitare gli allevatori/agricoltori che abbiano la necessità di rimanere vicini ai propri luoghi di lavoro.

Ora è prevista l’installazione delle SAE, come avvenuto peraltro in occasione di altri terremoti e in particolare del terremoto dell’Aquila del 2009, con l’eccezione del Comune dell’Aquila, come vedremo nel seguito. Ci puoi spiegare che cosa è previsto e quali possono essere le cause dei ritardi?
In questa occasione quelli che a L’Aquila venivano chiamati MAP (Moduli Abitativi Provvisori) sono stati denominati SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza). Come accennato in precedenza, prevedono moduli da 40, 60 e 80 metri quadri, per poter accogliere le famiglie con diverso numero di componenti. Il costo a metro quadrato è di circa 1050 euro e comprende, oltre alla realizzazione e installazione, anche il servizio di progettazione delle opere di urbanizzazione e fondazione e la fornitura di arredi ed elettrodomestici.
I tempi stimati per la realizzazione delle SAE – come riporta il sito del Dipartimento della Protezione Civile (DPC) – sono di circa sette mesi, comprendenti sia la progettazione e realizzazione previste dal contratto, sia tutte le attività propedeutiche all’inizio dei lavori: individuazione e valutazione di idoneità delle aree, procedure di frazionamento ed esproprio, urbanizzazioni, ma anche quantificazione dei moduli necessari per accogliere le famiglie sulla base delle diverse tipologie e metrature disponibili.
Pare purtroppo evidente che queste tempistiche non siano state rispettate, visto che il numero di SAE disponibili ad oggi è una frazione delle necessità1.
Credo che l’allungamento dei tempi sia dovuto ad un insieme di fattori: difficoltà per ciascun Comune di individuare le aree, problemi idro-geologici delle stesse, effettuazione delle gare per i lavori di urbanizzazione, tempi degli stessi…
Personalmente credo che opere di questo tipo debbano essere gestite a livello commissariale e con poteri eccezionali, in deroga alle normative esistenti. Ovviamente questo comporta dei rischi in termini di trasparenza, ma penso che lo Stato debba avere la forza ed il coraggio di far comprendere ai cittadini che un’emergenza lo è sotto ogni aspetto. Ovviamente i controlli sulla legittimità e correttezza della struttura commissariale devono essere rigorosi, come puntuale deve essere la rendicontazione dei costi sostenuti e la pubblicazione delle ditte coinvolte.
Mi pare inoltre un errore quello di avere, nell’attuale emergenza, due diversi soggetti chiamati a gestirla: da un lato il Capo del DPC, Fabrizio Curcio, e dall’altro il Commissario alla Ricostruzione, Vasco Errani. Questo dualismo non può che generare confusione e conflitti, con scarico di responsabilità ed, alla fine, scarsi risultati. La dimostrazione mi pare si trovi proprio nelle recenti affermazioni di Errani, che ha criticato aspramente i metodi di gestione dell’emergenza, affermando che non rientrava nelle sue competenze occuparsi delle “casette”.

Figg. 1 e 2 – Viste esterna ed interna di un modulo SAE recentemente installato

Che cosa è necessario per installare le SAE? Come sono state individuate le ditte produttrici? Per quanto tempo sono garantite?
Per l’installazione della singola SAE è necessaria la realizzazione di una platea di calcestruzzo. Ovviamente, essendo le SAE installate a gruppi, devono essere contestualmente realizzate le necessarie opere di urbanizzazione (collegamenti stradali, elettrici, idraulici, ecc.) a servizio dell’intera area, nonché gli allacciamenti di ogni SAE alle varie reti tecnologiche.
Le ditte produttrici sono state individuate attraverso una gara, promossa dal DPC e gestita da Consip, inizialmente nel 2012 – ed andata deserta – e riproposta nell’aprile 2014. Divisa in tre lotti (Nord-Centro-Sud), con una base d’asta di 1 miliardo e 188 milioni di euro, è stata aggiudicata il 5 agosto 2015 e, a seguito di tutte le necessarie verifiche, i contratti sono stati sottoscritti il 25 maggio 2016.
Per le regioni dell’Italia Centrale gli aggiudicatari sono: Primo classificato, il Raggruppamento temporaneo d’impresa (Rti) tra il Consorzio Nazionale Servizi società cooperativa e Cogeco7 Srl. L’Rti si è impegnato a fornire, secondo necessità, fino a un massimo di 850 moduli in sei mesi. Secondo classificato, il Consorzio stabile Arcale (con un massimo di 780 soluzioni abitative in sei mesi). Terzo, il Raggruppamento temporaneo di imprese costituito da Modulcasa Line Spa, Ames Spa, Nav system Spa per una capacità massima semestrale di 225 SAE.
La prima e la seconda ditta classificata hanno offerto una garanzia di quattro anni, mentre la terza di tre.
Questi termini di garanzia ritengo si riferiscano agli aspetti non strutturali (impianti, finiture, ecc.) visto che circa i danni strutturali maggiori prevalgono quelli di legge, validi per 10 anni2.

Nel 2009, a seguito del terremoto che colpì l’aquilano, prese il via il Progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili), che realizzò la maggior parte delle abitazioni destinate ai residenti nel Comune di L’Aquila e che fu criticata da più parti. Puoi darne una breve descrizione?
Il Progetto C.A.S.E. ha visto la realizzazione di 185 edifici sismicamente isolati, ciascuno comprendente in media 24 appartamenti, destinati ad accogliere un’importante frazione delle famiglie aquilane che avevano perso la propria abitazione a causa del sisma del 6 aprile 2009. I lavori, iniziati l’8 giugno, hanno portato alla consegna dei primi 300 appartamenti il 29 settembre: in seguito ne sono stati mediamente ultimati e consegnati circa 150 a settimana, raggiungendo un totale di 4.449 appartamenti (per oltre 15.600 persone alloggiate) a fine marzo 2010.
Quel tipo di intervento si era reso necessario per diversi motivi:

  • Il fatto che il terremoto avesse colpito una città di medie dimensioni ed in particolare il suo centro storico, densamente abitato;
  • La distribuzione sul territorio delle numerose frazioni di L’Aquila interessate, con la necessità di realizzare le abitazioni in prossimità di quelle danneggiate;
  • La previsione di tempi lunghi per la ricostruzione definitiva;
  • L’elevato numero di residenti da alloggiare, con la conseguente necessità di realizzare molte abitazioni provvisorie senza, peraltro, occupare eccessivo territorio;
  • Le condizioni climatiche dell’area, che imponevano di contenere i tempi di realizzazione per far sì che il maggior numero di persone potesse disporre dei nuovi alloggi in pochi mesi, possibilmente entro la fine del 2009;
  • L’elevata pericolosità sismica della zona, che richiedeva la realizzazione di edifici il più possibile sicuri.

La straordinarietà di tale progetto è consistita, soprattutto, nei ridotti tempi di realizzazione dovuti all’idea geniale di realizzare delle “basi”, sismicamente isolate (costituite da due “piastre” di calcestruzzo di circa 60 x 20 m, la superiore poggiata su 40 isolatori montati su altrettanti pilastri), sopra le quali costruire gli edifici.

Non sono mancate le critiche, è vero. C’è chi ha parlato di “casette”, chi di “new town”, chi di operazione mediatica.
Di sicuro casette non sono. Mi pare una forzatura anche parlare di new town, in quanto le 19 aree in cui sono stati realizzati questi edifici si trovano in prossimità dei luoghi dove gli assegnatari degli appartamenti risiedevano in precedenza: certamente questo non vale per il centro storico, dove lo spazio disponibile ha consentito di realizzare una sola area.
Sicuramente le tragedie e la gestione delle loro conseguenze attirano l’attenzione e, quindi, i media: il Progetto CASE è stato quindi sfruttato da chi voleva mostrarsi al pubblico ma non mi pare che questo possa definirlo “operazione mediatica”.

Fig. 3 – Vista esterna di un edificio del Progetto CASE – Si notino le due piastre, di cui la superiore appoggiata agli isolatori sismici

Nel 2014 si verificarono dei problemi al Progetto CASE (il caso dei famosi “balconi”), che fecero molto scalpore e per i quali venne anche avviata una inchiesta giudiziaria. Di chi è oggi la proprietà degli edifici, e da quando? A chi spetta il compito della manutenzione?
Il DPC ha effettuato, a fine marzo 2010, il passaggio di consegne dell’intero Progetto CASE al Comune di L’Aquila.
Per quell’occasione fu redatto un apposito documento che illustrava dettagliatamente la consistenza di quanto realizzato, indicando le problematiche ancora aperte e le attività di manutenzione cui gli edifici avrebbero dovuto periodicamente essere soggetti.
In particolare, veniva specificato che, per tutti i 185 edifici, erano stati redatti i regolamenti condominiali e le tabelle millesimali ed erano stati individuati gli amministratori condominiali provvisori, che avrebbero potuto essere successivamente sostituiti dalle assemblee condominiali.
Inoltre era stata affidata, per quattro anni, la manutenzione e la pulizia delle parti comuni degli edifici alla Manutencoop, sulla base di una gara Consip, con costi a carico del DPC.
Successivamente la manutenzione è stata affidata ad altre ditte, riducendone i compensi (e quindi le prestazioni).
Per quanto ne so, non fu mai dato corso alla costituzione delle assemblee condominiali e, ad oggi, non sono stati nominati gli amministratori.
Questa mancanza è, a mio parere, particolarmente grave perché, in assenza di un amministratore, il singolo edificio non ha avuto nessun responsabile che si occupasse di verificarne lo stato, di segnalarne i problemi né, tantomeno, di gestirli e risolverli.
Gli edifici e le loro pertinenze ne risentono pesantemente. Già all’inizio del 2011, quindi meno di un anno dopo il passaggio di consegne al Comune, in occasione di un viaggio a L’Aquila, feci un sopralluogo in alcuni edifici e trovai una situazione sconfortante: recinti per cani e depositi di materiali nei garages, quasi tutti gli estintori mancanti o svuotati, ascensori danneggiati, lampadine negli androni rubate, locali caldaia lasciati aperti alla mercé di chiunque…
Segnalai la cosa al DPC, che mise al corrente il Sindaco. Ovviamente senza risultati.
Riguardo ai problemi ai balconi, i collaudatori tecnico-amministrativi degli edifici cui appartengono segnalarono una serie di problematiche che portarono all’applicazione di penali importanti che furono dedotte dagli importi dovuti e versate al Comune: non mi risulta che questo le abbia impiegate per risolvere i problemi segnalati.
In ogni caso, tutti sanno che lasciare qualsiasi edificio abbandonato a sé stesso non può che provocarne il degrado: ciò è particolarmente vero per edifici in legno – come quelli dei “balconi” – che richiedono una manutenzione particolare ed un’attenzione maggiore rispetto a quelli realizzati con altri materiali di costruzione.
La vicenda giudiziaria relativa ai balconi crollati è tuttora in corso ed è recentissima la notizia che è stato disposto il trasferimento del processo a Piacenza, dove ha sede la ditta costruttrice e dove sarebbero stati commessi i maggiori reati (truffa aggravata e frode nelle pubbliche forniture).
Resta la mia convinzione circa il fatto che le carenze di attenzione e manutenzione siano state e continuino ad essere gravi e colpevoli: la notizia di apertura del 16 marzo 2017 sul “Centro”, quotidiano abruzzese, è “Furti a raffica nel Progetto CASE – sciacalli portano via cucine e frigo. Denuncia del Comune”… A me pare che sia il Comune a dover essere denunciato, per l’evidente inerzia ed incapacità di gestire un patrimonio immenso che, con un minimo di volontà e capacità, avrebbe potuto costituire un reddito e non un peso3.

Risulta che un discreto numero di edifici del Progetto CASE siano vuoti, per svariati motivi. Non potrebbero essere utilizzati per i terremotati? Risulta che questo sia avvenuto in piccola parte e che le persone che vi si sono trasferite siano particolarmente contente, e che altre ne invochino la possibilità. Vero?
Sul sito del Comune di L’Aquila4 viene detto che, al 28 febbraio 2017, le famiglie assegnatarie di alloggi nel Progetto CASE erano 3.356, per un totale di 8.627 persone.
Sui 4.449 appartamenti realizzati ve ne sono quindi poco meno di 1.100 liberi, da cui vanno dedotti quelli in manutenzione o chiusi per altri motivi. Purtroppo dallo stesso sito non è possibile sapere quanti siano effettivamente liberi, in quanto viene riportata la dicitura “Per quanto riguarda gli alloggi liberi, si precisa che quelli attualmente disponibili sono destinati alle assegnazioni emergenziali conseguenti al sisma del 18.01.2017, alle ordinanze di sgombero di Arischia e San Gregorio e agli esiti dei sopralluoghi sulle abitazioni già classificate A”.
Al 31 dicembre 2016, dallo stesso sito, risulta che il numero di appartamenti liberi era 372: francamente lo trovo inspiegabilmente basso.
In ogni caso, è evidente come sarebbe opportuno assegnare questi appartamenti a chi è rimasto senza casa a seguito degli ultimi terremoti, sia per contenere i costi a carico della comunità sia perché ben diverso è disporre di una casa propria rispetto ad alloggiare in albergo.
E difatti circa cento famiglie, in particolare provenienti dai Comuni colpiti dalle scosse del 24 agosto 2016 – Amatrice ed Accumoli – si sono sin da allora trasferite in questi edifici e recenti notizie sui media ne testimoniano la soddisfazione.
Singolare poi è la situazione di Arischia, una frazione di L’Aquila in cui sono stati realizzati 4 edifici del Progetto CASE, per un totale di 90 appartamenti, tutti dalla ITER, quella dei “balconi crollati”. Questi edifici, quindi, sono stati oggetto di ordinanza di sgombero, con lo spostamento degli assegnatari in altre aree del Progetto.
Ora i cittadini di Arischia5, che è stata ulteriormente danneggiata dal terremoto del 18 gennaio scorso, stanno chiedendo a gran voce al Comune di “effettuare i pochi lavori di manutenzione necessari” per la riapertura delle CASE, consentendone nuovamente l’utilizzo.
Recentissima, poi, è la notizia della presentazione di un progetto6, da parte del Comune di L’Aquila, nel quale è previsto l’utilizzo di alcuni degli edifici CASE per giovani o anziani che si occupino direttamente della loro manutenzione e gestione oppure per attività sportive, formative e culturali.

A L’Aquila, nel 2009, erano stati realizzati anche i MAP? Possono rappresentare una buona soluzione?
I MAP sono stati realizzati nei Comuni del cosiddetto “cratere”. Si tratta in genere di edifici monopiano (solo qualche insediamento è composto da edifici su due piani), adatti ad ospitare ciascuno una famiglia. L’occupazione di territorio risulta ovviamente maggiore rispetto alle CASE ed inoltre la loro durata stimata è di pochi anni: per tali motivi a L’Aquila ne sono stati costruiti pochi. Ma nel caso di piccoli centri, di un numero relativamente piccolo di persone da alloggiare e di tempi previsti per la ricostruzione relativamente contenuti, questa soluzione è certamente preferibile.
Quindi gli odierni MAP, le SAE, nel caso dei terremoti recenti in Centro Italia, che hanno colpito molti piccoli paesi distribuiti su un territorio vasto, possono effettivamente costituire la migliore soluzione.

Le SAE quindi rappresentano soluzioni provvisorie. La ricostruzione “vera” è certo più lontana. Pur rispettando le speranze di chi vorrebbe poter tornare ad abitare la propria terra nel più breve tempo possibile, non ti sembra che – in generale – a livello di popolazione e di amministrazioni locali vi sia una pressoché totale inconsapevolezza degli effetti drammatici, a breve e lungo termine, che un terremoto può provocare?
Definire se le costruzioni realizzate in emergenza debbano avere carattere provvisorio o definitivo è complesso: qual è, infatti, il confine tra l’uno e l’altro? E chi stabilisce tale confine, ed in funzione di cosa?
La Corte dei Conti Europea ebbe modo di criticare il Progetto CASE per la sua caratteristica di definitività. Ma se quegli edifici fossero stati provvisori, quindi destinati a durare ad esempio 4 anni, dove alloggerebbero ora le migliaia di persone che ci abitano?
E’ di questi giorni la notizia7 dello stanziamento di fondi per la realizzazione di interventi di riqualificazione delle aree attualmente occupate dalle baracche realizzate a Messina per ospitare i terremotati del 1908: nel 2013 – 105 anni dopo! – erano oltre 13.000 le persone che ci vivevano8. Si trattava certamente di costruzioni provvisorie, ma credo che la storia ne dimostri il carattere definitivo.
Di ricostruzione “vera” per ora si parla poco e, forse, è un bene: perché ci si prenda il tempo di capire e far capire che l’unico modo per continuare a vivere con tranquillità in questi splendidi borghi appenninici è realizzare degli edifici in grado di sopportare le azioni sismiche.
Lo spero davvero: negli scorsi anni ho dovuto constatare di persona come Sindaci di Comuni in zona 1 ignorino totalmente tale fatto, per quanto, come sappiamo, siano i responsabili della protezione civile del proprio Comune. Possiamo quindi immaginare il grado di informazione e consapevolezza dei loro amministrati.
Sono convinto che l’ “informazione sismica” dovrebbe essere al primo posto nelle priorità dello Stato, con attività nelle scuole – fino dalle elementari – e verso la popolazione, al fine di dare indicazioni chiare e trasparenti sia sulla pericolosità dell’area sia dello stato degli edifici pubblici e privati in cui vive.
Questo porterebbe certamente ad un miglioramento complessivo delle condizioni dell’edificato, con una parallela riduzione delle perdite e, quindi, dei costi sociali.
Finora mi pare si sia scelto invece, consciamente od inconsciamente, di tacere e tacersi il problema, “rimuovendolo” alla radice. Salvo, poi e purtroppo inevitabilmente, quando il terremoto arriva, piangere e disperarsi per i morti ed i danni, cercando affannosamente i colpevoli.
Certo, bisogna evitare al contrario di creare un allarmismo costante ed un allontanamento da tutte le aree ad elevata pericolosità sismica: aumentando la conoscenza, anche di come costruire o adeguare gli edifici, crescerà la consapevolezza che viverci in sicurezza è possibile.

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NOTE:

1 – Al momento le SAE ordinate alle ditte aggiudicatrici sono circa 1.500: 640 saranno destinate ai Comuni del Lazio, altrettante nelle Marche e 190 in Umbria. In Umbria sono state consegnate lo scorso 19 febbraio le prime 18 soluzioni abitative realizzate nelle frazione di San Pellegrino di Norcia. Ad Amatrice sono terminati il 15 marzo i lavori per ultimare le opere di urbanizzazione intorno alle 25 casette installate: gli assegnatari hanno quindi potuto iniziare ad utilizzarle.
Le aree individuate per la realizzazione delle SAE sono poco più di 100 mentre i cantieri attualmente aperti sono 19: 15 nel Lazio (13 ad Amatrice e 2 ad Accumoli), 1 nelle Marche (a Pescara del Tronto ad Arquata) e 3 in Umbria, tutte a Norcia, dove i lavori sono in stato avanzato. Così come ad Amatrice dove le SAE sono già state installate su un’area, mentre i lavori sono in fase avanzata su due ulteriori aree. (fonte: DPC, 12 marzo 2017)

2 – La legge – articolo 1669 del Codice Civile – tutela, infatti, il proprietario dichiarando che: “Quando si tratta di edifici o di altre cose immobili destinate per la loro natura a lunga durata, se, nel corso di dieci anni dal compimento, l’opera, per vizio del suolo o per difetto della costruzione, rovina in tutto o in parte, ovvero presenta evidente pericolo di rovina o gravi difetti, l’appaltatore è responsabile nei confronti del committente e dei suoi aventi causa, purché sia fatta la denunzia entro un anno dalla scoperta.”

Terremoti e faglie nell’Appennino centrale, tra prevedibilità e sorprese (di Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, sismologo di formazione geologica, dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: http://diss.rm.ingv.it/diss/).
Qualche settimana fa ha rilasciato una intervista sul potenziale sismico della faglia del Gorzano, interessata dai terremoti del 18 gennaio 2017, i cui contenuti non coincidevano esattamente con il comunicato del Dipartimento della Protezione Civile (DPC), che riassumeva il parere della Commissione Grandi Rischi (CGR).
La materia è complessa e le valutazioni sul potenziale sismogenetico di una faglia, prima e dopo un evento sismico importante, sono particolarmente difficili. Abbiamo chiesto a Gianluca di offrirci il suo punto di vista, per aumentare la nostra capacità di comprensione, senza per questo volerlo porre in contrapposizione ad altri pareri, in particolare a quelli “ufficiali”.

Gli eventi del 18 gennaio 2017 non possono essere analizzati a prescindere dalla sequenza di eventi iniziata il 24 agosto 2016. Qual’è la tua opinione su questa sequenza, lunga e dolorosa?

La mia opinione, che dettaglierò meglio nella risposta alla domanda seguente, è che le sequenze lunghe e articolate siano una caratteristica connaturata con l’essenza stessa dell’Appennino. Le rocce che formano la crosta terrestre al di sotto dell’Appennino sono sempre sotto tensione, più o meno “cariche” e più o meno vicine al punto di non ritorno, ovvero al terremoto. Ma il terremoto può accadere “in un’unica soluzione”, come avvenne ad esempio in Irpinia nel 1980, quando una devastante scossa di magnitudo prossima a 7.0 fu seguita da un corteo di repliche trascurabile rispetto a quello che abbiamo visto negli ultimi sei mesi, o può avvenire per scosse successive di dimensioni grossolanamente confrontabili, come è successo con i tre terremoti di Amatrice (24 agosto, M 6.0), Visso (26 ottobre, M 5.9), e Norcia (30 ottobre, M 6.5: si veda l’immagine allegata); i quali, tra l’altro, hanno rilasciato una energia complessiva che è ancora inferiore a quella rilasciata dal solo terremoto del 1980.

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Distribuzione delle scosse principali (magnitudo 5.4 e superiori) della sequenza del 2016-2017. L’immagine è stata tratta dal sito INGVTerremoti ed è aggiornata al 23 gennaio scorso: risultano quindi in piena evidenza le quattro forti scosse del 18 gennaio e le successive repliche (https://ingvterremoti.wordpress.com/2017/01/23/sequenza-in-italia-centrale-aggiornamento-del-23-gennaio-ore-1100/).

La differenza la fanno le caratteristiche geodinamiche della regione in cui il terremoto avviene, un aspetto su cui l’uomo non può certo incidere e che costituisce una caratteristica del pianeta su scale di milioni di anni. E purtroppo la fisica dei terremoti ci dice anche che un terremoto di magnitudo 6.0 può generare accelerazioni confrontabili con quelle di un terremoto di magnitudo 7.0, anche se per una durata di tempo più breve (pochi secondi contro alcune decine di secondi).
Il dramma di questa sequenza è tutto nello stile del rilascio sismico, con scosse principali forti e cadenzate che hanno progressivamente sbriciolato sia le case, sia il morale della popolazione, e un gran numero di repliche al di sopra di magnitudo 4.0 – circa 70 fino ad oggi – dando la sensazione di un “castigo infinito” che si vive ormai da sei mesi. Finirà, speriamo presto, e per molte generazioni a venire quei luoghi dell’Appennino centrale dovrebbero tornare a essere luoghi relativamente tranquilli.

Nonostante si tratti di una sequenza molto complessa, non è certamente stata la prima in Italia, e nemmeno nella zona in questione. Che cosa puoi dire in proposito?

In effetti quella di cui siamo testimoni diretti è solo una delle tante sequenze che hanno colpito l’Italia attraverso la storia. Senza scomodare le catastrofi sismiche di portata biblica di cui ci parla la nostra lunga storia sismica, basterebbe ripensare alla “sequenza di sequenze” che ha investito l’Appennino centrale e settentrionale nel secondo decennio del secolo scorso: iniziata con il forte terremoto di Avezzano del 1915, con le sue immani distruzioni e le oltre 30.000 vittime, e proseguita nel 1916 nella zona di Rimini, nel 1917 tra Monterchi e Citerna, nell’alta valle del Tevere, nel 1918 a Santa Sofia, nell’Appennino Romagnolo, nel 1919 nel Mugello e nel 1920 in Alta Garfagnana: tutti terremoti con magnitudo compresa tra circa 6.0 e circa 7.0. Vi è da chiedersi come l’Italia, che nella prima parte di quei sei anni maledetti si trovò anche a combattere un conflitto mondiale sanguinosissimo, sia riuscita a risollevarsi da quella catastrofe. Ce la faranno anche i nostri concittadini residenti nelle zone dell’Appenino centrale martoriate da questi terremoti, a patto che resistano alla tentazione di completare lo spopolamento di quelle zone, purtroppo già in atto da tempo per ragioni principalmente economiche. La differenza la faranno le istituzioni: e sarà la differenza tra la crisi sismica del 1915-1920, essenzialmente non gestita se non sotto il profilo puramente emergenziale, e la crisi odierna, che grazie ai media ha avuto quantomeno il merito di accendere i riflettori su una delle aree più marginali ma allo stesso tempo più affascinanti del nostro paese.

DPC, tramite la CGR, ha sostenuto che rimane la possibilità di un evento sismico molto importante, corrispondente, immagino, al massimo terremoto ipotizzabile nell’area. Tu ritieni viceversa che gli eventi del 18 gennaio abbiano in qualche misura ridotto questa possibilità e che sia ipotizzabile al più l’accadimento ulteriore, lungo la faglia di Campotosto, di uno o più eventi con una magnitudo simile a quella del 18 gennaio. Corretto?

Si, la CGR ha verosimilmente considerato la possibilità di una ripetizione del terremoto del 1703: un’altra “sequenza infinita” che con una serie di scosse fino a magnitudo 6.9 ha devastato almeno 80 km di Appennino tra Norcia e L’Aquila. La mia impressione tuttavia è che quella sequenza sia stata generata da un sistema di faglie diverso da quello che ha causato i terremoti del 2016-2017, come suggerisce la non coincidenza nella distribuzione del danno tra il 1703 e oggi: ritengo che allora si sia attivato un sistema di faglie pendenti verso nord-est, invece che verso sud-ovest come nei terremoti di questi mesi, e poste in posizione più occidentale, forse come proseguimento meridionale del grande sistema di faglie noto come “Etrurian Fault System”: un sistema che si allinea al di sotto della media e alta valle del Tevere, fino a Sansepolcro, e poi prosegue verso nord-ovest al di sotto del Casentino, del Mugello, della Garfagnana e della Lunigiana. Ebbene, io ritengo da un lato irrealistico che le faglie del lato occidentale, quelle che hanno causato i terremoti del 1703, siano già pronte per nuove forti scosse, semplicemente perché sono passati appena tre secoli a fronte di tempi di ricorrenza che sappiamo essere millenari. Dall’altro annoto che la porzione meridionale del sistema orientale, quella responsabile dei terremoti del 18 gennaio scorso (e di un terremoto di M 5.3 che avvenne il 9 aprile 2009), è molto frammentata ed è composta da faglie che riteniamo avere un limitato sviluppo sia in lunghezza, sia in larghezza del piano di rottura. Questa caratteristica spiegherebbe il verificarsi entro poche ore l’una dall’altra di quattro scosse di magnitudo non molto diversa (tra 5.0 e 5.5) il 18 gennaio scorso, e al tempo stesso avvalorerebbe la tesi che quelle faglie non siano in grado di “coalizzarsi” per dare un terremoto più forte, riproducendo su scala più piccola la differenza già rimarcata tra il terremoto del 1980 e la sequenza del 2016-2017.

Forse va ribadito che non stiamo parlando “previsioni” di terremoti, ma del possibile evolvere di una sequenza sismica complicata. Da questo punto di vista, cosa puoi dirci per quanto riguarda le zone immediatamente a sud e a nord dell’area coperta dalle repliche?

Certamente. Non stiamo certo facendo previsioni ma solo cercando di portare alle estreme conseguenze due dei principali ragionamenti che abbiamo sviluppato negli ultimi 20-25 anni.

Il primo ha un carattere dinamico e fa riferimento al trasferimento di sforzo tra una faglia che ha appena generato un forte terremoto e le faglie adiacenti: sforzo che sia aggiunge a quello che certamente già caratterizza queste ultime, potenzialmente spingendole alla rottura. Sappiamo che nei sistemi estensionali come quello che esiste lungo l’asse dell’Appennino questo trasferimento è massimamente efficiente nei confronti delle faglie allineate con quella che si è mossa per prima, e quindi ci aspettiamo che succeda esattamente quello che abbiamo visto tra il 24 agosto, il 26 e il 30 ottobre e il 18 gennaio, ovvero la progressiva attivazione di faglie simili e allineate (si veda l’immagine in allegato). Qualcosa che avevamo già visto nel 1997, con le due scosse di Colfiorito del 26 settembre e la successiva di Sellano del 14 ottobre; un meccanismo che possiamo pensare sia analogo a quello che ha controllato la sequenza delle tre forti scosse del 1832, 1854 e 1878 nella Valle Umbra, tra Bevagna, Foligno e Bastia; delle almeno tre forti scosse della già ricordata sequenza del 1703 tra Umbria, Lazio e Abruzzo; delle cinque forti scosse del febbraio-marzo 1783 in Calabria, e di innumerevoli altre sequenze. Oggi sono in molti a ritenere che in effetti il fenomeno non vada spiegato solo con un trasferimento di sforzo tra faglie adiacenti, ma anche con un trasferimento di fluidi. La ricerca su questo tema prosegue, ma il fatto che le faglie “si parlino” è lì, sotto i nostri occhi, anche se è opportuno non banalizzarlo con metafore giornalistiche del tipo “effetto domino” o peggio ancora “contagio sismico”, che ne negano i fondamenti fisici facendolo apparire solo come un capriccio del destino.

Il secondo ha un carattere descrittivo-reologico*, e prende le mosse dal fatto che oggi siamo in grado di ricostruire i grandi sistemi di faglia nella loro tridimensionalità. In modo approssimato, ovviamente, ma sufficiente a mettere in evidenza quanto siano grandi i volumi di roccia non fratturata, e quindi fratturabili da una faglia sismogenetica. Queste conoscenze, che spesso sono poco più di una semplice ipotesi, o meglio di una “educated guess”, come dicono i nostri colleghi di lingua anglosassone, ci possono aiutare a sostenere che nella zona X, ad esempio nella Marsica, le grandi faglie possono “pescare” fino a 12 km di profondità, mentre nella zona Y, ad esempio nell’area di Colfiorito, si arriva appena a 8 km. Sapendo poi che la lunghezza di un piano di faglia di norma è proporzionale alla sua larghezza, e che la magnitudo è proporzionale all’area del piano di faglia, ecco che le limitate dimensioni che si ritiene possano avere le faglie che si trovano al di sotto del Lago di Campotosto giustificano il fatto che in quell’area io non mi attenda terremoti di magnitudo superiore a 6.0.

* La reologia è la scienza che studia gli equilibri raggiunti nella materia deformata per effetto di sollecitazioni.

Tutta l’attenzione è oggi concentrata sulla zona colpita e sulle aree limitrofe. Ovviamente non possiamo dimenticare che in numerose zone d’Italia esiste, non tanto remota, la possibilità che avvengano terremoti anche forti, che non siamo in grado di prevedere in modo deterministico.

Purtroppo è proprio così. In Italia esistono centinaia di faglie sismogenetiche: poniamo per un attimo che quelle in grado di dare terremoti distruttivi, intendendo quelli da M 5.5 in su, siano 300. Se anche ognuna di esse si attiva anche solo ogni 1000 o 2000 anni, che è quello che in molti pensiamo, un banale calcolo mostra che ci possiamo aspettare che almeno una di esse si attivi ogni tre-sei anni. E in effetti la storia sismica italiana ci parla di terremoti da M 5.5 in su ogni 4-5 anni in media. Quindi non una possibilità remota, ma al contrario una eventualità molto concreta. Dove, quanto forte, quando? Sul dove e sul quanto forte ci stiamo attrezzando, devo dire, anche se saranno i posteri a valutare quanto bene abbiamo operato. Sul quando ovviamente non so esprimermi, anche perché essendo un umile geologo non ho la cultura che serve a cogliere quei segnali che potremmo scoprire essere prodromi di un forte terremoto. Una cosa però è certa: prevedere i terremoti è già difficile, ma sarà ancora più difficile se non continueremo a lavorare per capire “l’impalcatura sismica” dell’Italia; perché osservare fenomeni precursori sapendo di essere sulla verticale del punto in cui potrà innescarsi la rottura di una grande faglia sarà sempre più promettente che fare la stessa cosa in un qualunque altro punto del territorio.

Terremoti e grandirischi: ci risiamo? (di M. Stucchi)

Una doverosa premessa: di seguito commento quanto letto su “social” e stampa, fonti che – come è noto – devono essere prese con il beneficio di inventario.

Il 18 gennaio 2017 alcuni terremoti di media magnitudo hanno interessato la zona a sud di Amatrice, già in parte colpita dalla sequenza sismica iniziata il 24 ottobre 2016, nella quale si trova il bacino d’acqua di Campotosto. Ai terremoti è seguita la valanga che ha sepolto l’hotel Rigopiano.
Il 20 gennaio si è riunita la Commissione Grandi Rischi, organo consultivo del Dipartimento della Protezione Civile (DPC) che – secondo le procedure in uso dopo la ridefinizione dei suoi compiti seguita alla vicenda aquilana del 2009 – ha rilasciato le proprie valutazioni mediante un verbale destinato a DPC. Continua a leggere

Terremoti, esposizione e assicurazioni (di P. Feletig e A. Boschi)

Di tutti paesi dell’Europa l’Italia è il paese più esposto alle catastrofi. Terremoti, alluvioni, frane, maremoti, avversità atmosferiche eccezionali di ogni sorta, colpiscono regolarmente il Belpaese che deve mettere in conto dai 3-3,5 miliardi annui  di danni materiali. In media, perché se succede “the Big One”, ovvero l’evento con ricorrenza ogni 200 anni allora le perdite economiche causate da calamità schizzano molto in alto.

Per esempio, incrociando la storia sismica nazionale con gli strumenti parametrici di sofisticati modelli si ricavano proiezioni da brivido. Secondo una simulazione della società svizzera di riassicurazione Swiss Re, un terremoto di magnitudo 6.2 (come quello di Amatrice) nell’area di Parma potrebbe causare perdite per 53 miliardi di euro. A titolo di confronto, considerate che gli 8 rilevanti terremoti (escluso quello dell’ultima settimana) avvenuti negli ultimi 40 anni sulla Penisola hanno totalizzato danni per 60 miliardi di euro circa.
Per completare queste fosche statistiche bisogna sapere che, dal 1970 ad oggi, 7 dei 10 terremoti  più costosi d’Europa si sono verificati in Italia paese doppiamente esposto sia per la vulnerabilità del suo patrimonio artistico che per le costruzioni edificate in assenza o in barba alla normativa antisisimica. Aspetto che dovrebbe far riflettere sulla concessione  del governo di assicurare il risarcimento a tutti, comunque e nonostante le responsabilità precise di taluni, pubblico o privato che siano.

L’indesiderabile primato italiano di esposizione alle catastrofi naturali si accompagna di un’aggravante: risarcire costerà sempre di più. Si accresce il valore concentrato su ogni metro quadro. E’ un trend in accelerazione confermano nel settore assicurativo. Del resto basta paragonare i macchinari di una filanda con quelli di una fabbrica 4.0 di oggi; ma più semplicemente, basta il confronto tra la concentrazione edilizia ai tempi dei nostri nonni e quella di adesso o, ancora, tra gli elettrodomestici contenuti nella casa dei genitori e le apparecchiature elettroniche mediamente possedute oggi.
E’ evidente che con questo aumento vertiginoso dell’esposizione, indennizzare con il solo intervento dello Stato non può reggere alla lunga. Non sono solo le casse pubbliche a non farcela ma finisce per azzopparsi l’intero sistema paese con ripercussioni sulle valutazioni delle società di rating. Si calcola che un evento catastrofale con ritorno, ossia che avviene statisticamente ogni 250 anni può arrivare a produrre una retrocessione di quasi un punto.

C’è poi una prospettiva macro che va tenuta in considerazione. “Le misure di prevenzione e gli interventi strutturali antisismici sono fondamentali e imprescindibili ma neppure così il rischio può essere completamente annullato, in particolare quello di natura economico-finanziaria. Una grande calamità catastrofale, inoltre, sconvolge il sistema economico produttivo del Paese, mette a dura prova la sua resilienza, impatta sul PIL. Magari salviamo la vita ma perdiamo casa e lavoro: di qui l’importanza di una gestione del rischio ex-ante combinando prevenzione anti-sismica e copertura finanziaria-assicurativa” spiega Marco Coletta a capo di una compagnia di riassicurazione con 150 anni di attività alle spalle, sottolineando il deficit di protezione assicurativa in Italia.
Le PMI (Piccole e Medie Imprese) sono largamente sottoassicurate contro catastrofi naturali e poco più di 1% degli immobili residenziali è coperto. La penetrazione assicurativa del ramo danni non-auto misurata in volume dei premi danni non auto in rapporto al PIL in Italia è pari a 0,9%, in Francia a 2,4%, in Germania a 2,5% e mediamente sopra 2% in tutti gli altri paesi europei dove il meccanismo di mutualità permette di correggere l’incidenza economica del premio sul portatore di rischio più alto. Pagando tutti, pagheremmo molto meno.
“Con una penetrazione superiore a 90% si avrebbero premi medi di 100 euro l’anno. Ma c’è un problema culturale” riconoscono alcuni assicuratori che non nascondono la difficoltà di far accettare un concetto di obbligatorietà a consumatori già guardinghi con l’obbligo del RC auto e professionali e auspica una campagna di sensibilizzazione promossa dal governo. Singolare la modesta attenzione del legislatore alla funzione sociale della copertura assicurativa contro inondazioni e terremoti in un paese come l’Italia. Non godono di nessun incentivo fiscale: non sono deducibili nella dichiarazione dei redditi (come invece avviene per le polizze vita) e l’Iva è alta ( 22,25%). Gli schemi di copertura potrebbero prevedere una cooperazione tra pubblico e privato. Lo Stato potrebbe assumere il ruolo di riassicuratore in ultima istanza, dove per esempio le compagnie private coprono fino a concorrenza di un importo alto, oltre a quella soglia (caso meno probabile) interverrebbe lo Stato che potrebbe, per esempio, coprirsi con operazioni di cartolarizzazione di immobili pubblici.

Se il terremoto dell’Irpinia dove i primi soccorritori ad arrivare sul posto furono operai specializzati inviati dal sindacato, ha portato alla nascita della Protezione Civile, possiamo sperare che questi ultimi sismi in Centro Italia, portino a soluzioni efficienti e finanziariamente sostenibili di risarcimento dei danni economici da calamità naturali?

La ricostruzione, ovvero: il grande condono? (di M. Stucchi)

Premessa. In questo post si parlerà dei costi della ricostruzione del terremoto.  Si parlerà soprattutto di come i benefici vengano erogati: a favore di chi, a carico di chi. Senza che la solidarietà umana per chi ha perso la casa venga meno, e senza negare la necessità dei soccorsi e dei primi aiuti, ci si interrogherà sulla logica che presiede, tradizionalmente, alla ricostruzione post-sismica. E si cercherà di capire perché, a differenza di altri casi, in questo non si accertino eventuali responsabilità specifiche, ovvero perché tali responsabilità non costituiscano elemento discriminatorio per l’accesso ai benefici. E perchè non venga incentivato il ricorso alla assicurazione, argomento in parte affrontato in questo blog dal post di P. Feletig e Enzo Boschi (https://terremotiegrandirischi.com/2016/10/12/i-danni-dei-terremoti-chi-paga-di-p-feletig-e-e-boschi/).

Il Decreto per la ricostruzione. Il Presidente del Consiglio ha chiesto alla UE qualche decimo di maggiore “flessibilità” del deficit per la ricostruzione degli edifici danneggiati dal terremoto di Amatrice e dintorni. Si dovrebbe essere contenti se questa richiesta verrà accolta: un po’ come quando si dovrebbe essere contenti perché la Borsa è in positivo (l’andamento della Borsa occupa ormai uno spazio di poco inferiore a quello occupato dal meteo), come se fosse un segnale positivo per tutti – e così non è. Nel caso della flessibilità, qualche decimo in più significa un debito pubblico ancora maggiore. Continua a leggere

I danni dei terremoti: chi paga? (di P. Feletig e E. Boschi) + 2 commenti

Patrizia Feletig (laureata in economia, esegue analisi accurate della politica energetica, delle ricadute economiche delle moderne tecnologie  e dei grandi temi della moderna società come i disastri naturali e non. Scrive su importanti giornali nazionali e internazionali come free lance); e
Enzo Boschi (geofisico, già professore ordinario all’Università di Bologna, a lungo Presidente dell’INGV. Non ha bisogno di ulteriori presentazioni);

intervengono a proposito dei costi delle catastrofi, che tradizionalmente in Italia si riversano sullo Stato e quindi su tutti noi, in modo quasi automatico. Il recente Decreto per la ricostruzione porta questi temi ancora più in evidenza.

Una percentuale molto consistente del nostro grande debito pubblico è ascrivibile ai disastri naturali, sopratutto terremoti ed alluvioni, che frequentemente colpiscono il nostro fragile territorio (nella tabella sono riassunti i costi dei terremoti).

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Questo ci mette in una situazione di inferiorità economica rispetto ad altri Paesi geologicamente stabili.
Può forse sembrare paradossale ma i terremoti che nell’ultima decina di anni hanno funestato l’Italia sono da considerare moderati. Potrebbero verificarsi situazioni molto più devastanti che potrebbero mettere letteralmente in ginocchio l’economia del Paese.
È assolutamente necessario correre ai ripari: un passaggio assolutamente necessario è il ricorso intelligente alle Assicurazioni in modo da ottenere contemporaneamente il coinvolgimento informato dei cittadini e i contributi dello Stato, evitando gli enormi e assurdi sprechi degli ultimi cinquant’anni.

D’accordo: ma che cosa proponete allora?

Il ragionamento che qui proponiamo è stimolato dalle scene di disperazione e di distruzione che, ancora una volta, abbiamo dovuto vedere il 24 agosto e che tutti si augurano, ancora una volta, di non vedere più. E’ arrivato il decreto sulla ricostruzione delle zone colpite, che contiene l’impegno di risarcire tutti i proprietari di case danneggiati anche quelli di seconde case.
I danni si aggirano sui 4 miliardi di euro ma si tratta di una prima stima da aggiornare dopo la valutazione definitiva che arriverà a metà novembre assieme alla richiesta all’UE di un dossier per l’attivazione del fondo emergenze.
Benvenuto, il decreto, ma non risolutivo della questione: come risarcire i danni? questione che si ripropone puntualmente all’indomani di una calamità naturale.
Qual è il modo meno impegnativo per le casse pubbliche di coprire i sinistri da emergenze ambientali? Non sono bazzecole; secondo lo studio di Cineas le sole alluvioni comportano costi annui pari allo 0,2% del PIL.

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La mappa di pericolosità sismica (parte seconda); usi, abusi, fraintendimenti (di Massimiliano Stucchi)

Nella prima parte abbiamo analizzato la mappa MPS04 dal punto di vista scientifico: che cosa descrive, che cosa non descrive, come è stata compilata, ecc.
Le reazioni di chi ha commentato su Twitter sono interessanti: la maggior parte ha confermato però l’aspetto “iconico” che la mappa riveste oggi. Ci torneremo.
In questa seconda parte parliamo delle sue applicazioni: la materia non è semplice e neppure troppo semplificabile; ci ho provato e mi scuso se non ci sono riuscito del tutto.

6) A chi spetta il compito di aggiornare l’elenco dei comuni inseriti in zona sismica?
Fino al 1999 spettava allo Stato il potere/compito di dichiarare “sismico” un dato Comune, associandolo a una zona sismica, o categoria: prima, seconda, e terza solo dal 1981. La zona sismica determinava il livello di severità delle azioni sismiche da considerare in sede di progetto: tre livelli in tutto, quindi. Segnaliamo comunque una caratteristica tutta italiana, e cioè il fatto che alcuni Comuni, dopo essere stati inseriti in zona sismica a seguito di alcuni terremoti, hanno chiesto e ottenuto di esserne esclusi dopo pochi anni “in quanto non erano venuti più terremoti”. Continua a leggere

Il fatto che non sussiste non è stato commesso (di Giacomo Cavallo)

Con l’assoluzione del Dott. Bertolaso, anche in attesa delle motovazioni, spero che finalmente si possa dire conclusa la vicenda “processuale” della riunione di esperti che ha preceduto il Terremoto dell’Aquila – a meno che i colpevolisti non si ostinino a buttare via tempo e denaro per creare processi che non hanno ragion d’essere, con il compito di giudicare reati inesistenti, dimenticando le sentenze della Corte di Cassazione e soprattutto d’Appello, ma anche parte della sentenza di primo grado. Continua a leggere

Che cos’è la mappa di pericolosità sismica? Prima parte (di Massimiliano Stucchi)

Premessa
Fino al 2009, la mappa di pericolosità (MPS04) se la sono filata in pochi.

mps04

Era stata compilata fra il 2003 e il 2004, in meno di un anno – ovvero in un tempo brevissimo per questo tipo di elaborati – e senza finanziamenti ad hoc da un gruppetto di ricercatori coordinati da INGV, su richiesta della Commissione Grandi Rischi (CGR) per adempiere a quanto previsto dalla Ordinanza Presidenza del Consiglio dei Ministri (PCM) 3274/2003. Tuttavia era stata: Continua a leggere