Sopra i nostri piedi – Above our feet (di M. Stucchi

(english version below)

Questo titolo prende manifestamente spunto da quello del bellissimo volume di Alessandro Amato: “Sotto i nostri piedi”, arrivato alla seconda ristampa (con integrazione sulla sequenza sismica del 2016 in Centro Italia) e in distribuzione nelle edicole con “Le Scienze”, dopo che l’autore è stato finalista del Premio Letterario Galileo 2017.

Il volume di Amato tratta di sismologia, previsione dei terremoti, aspetti scientifici, culturali e politici. I sismologi si occupano di descrivere, nel miglior modo possibile, come si generano i terremoti e come le onde sismiche si propagano nella Terra; il tutto, appunto, sotto i nostri piedi. Alcuni sismologi si occupano, in una specie di terra di confine dove operano anche alcuni ingegneri, di descrivere come le onde sismiche interagiscono con la superficie del terreno e con gli edifici: quindi, di fornire la descrizione del moto del suolo nelle modalità più adatte all’ingegneria sismica. Questa terra di confine si chiama in inglese “engineering seismology”, le cui possibili traduzioni italiane suonano tutte male. Una Sezione dell’INGV, quella di Milano, si occupa in prevalenza di questi aspetti ed era denominata “Sismologia Applicata”; tempo fa aveva ricercato una collaborazione stretta, istituzionale, con la Fondazione Eucentre di Pavia, alla cui costituzione INGV aveva peraltro contribuito come socio fondatore, sia pure con poco merito e ancor meno investimento.

Bene, i danni si verificano sopra i nostri piedi, quando le onde sismiche interagiscono coi manufatti (in parte anche con masse rocciose, nel caso di frane sismo-indotte, e con masse liquide, nel caso degli tsunami). Mentre i sismologi discutono, a volte in maniera forsennata, di meccanismi di sorgente e di parametri dei terremoti, il dibattito a proposito dei danni – e più in generale nel campo dell’ingegneria sismica – sembra meno evidente, forse perché avviene con modalità diverse e molto meno mediatiche. Ne consegue che, a fronte di un crescente numero di sedicenti, autoproclamati esperti sismologi, sui social – tanto per fare un esempio – vi sono molto meno autoproclamati esperti di ingegneria e rischio sismico, e questo è un vantaggio. Quelli veri lavorano e discutono poco. Non mancano certo luoghi di approfondimento e aggiornamento (siti web, riviste online, etc.), ma il tutto sembra sostanzialmente confinato all’interno della categoria degli addetti ai lavori.

Questo blog si è occupato inizialmente del Processo dell’Aquila, nel quale gli aspetti sismologici e di valutazione del rischio sismico hanno occupato uno spazio importante. Nel seguito ha ospitato interventi su aspetti sismologici e di gestione del rischio sismico, prima e dopo i terremoti. Ora vuole dedicare una attenzione crescente alle problematiche della riduzione della vulnerabilità e del rischio sismico, partendo da una considerazione: così come a livello pubblico si sa poco di sismologia, data la scarsità di didattica scolastica a riguardo, altrettanto poco si sa di ingegneria sismica e degli aspetti legati alla sicurezza degli edifici, essenzialmente per lo stesso motivo. E questa attenzione ci sembra particolarmente dovuta dopo che i terremoti del 2016 in Appennino Centrale hanno avviato alcune iniziative che hanno a che vedere con la riduzione del rischio sismico: a) “Casa Italia”, ovvero un programma molto ambizioso per valutare la fattibilità e programmare la messa in sicurezza di tutti gli edifici italiani; b) il cosiddetto “sismabonus”, ovvero un sistema di incentivi fiscali volti favorire l’aumento della resistenza degli edifici ai terremoti.

Una delle conseguenze della scarsa conoscenza del comportamento sismico degli edifici è la assoluta ignoranza delle dimensioni del problema “rischio sismico” e delle possibilità reali e tecniche di ridurlo. Ignorato o addirittura esorcizzato nelle cosiddette fasi di “quiete” (ovvero quando il terremoto deve ancora avvenire), il problema viene amplificato – spesso senza basi realistiche – dopo un terremoto forte. Allora riprendono vita i vari “si dovrebbe fare questo e quest’altro”, “ci vogliono tot miliardi di euro in tot anni”, che poi tendono a spegnersi col passar del tempo mentre altri problemi diventano più impellenti. Purtroppo, la amplificazione indiscriminata genera senso di impotenza nei singoli e, assieme alla solita buona dose di opportunismo, genera l’invocazione, pressoché costante, della responsabilità e dell’intervento dello Stato (che poi siamo tutti noi) quale unico attore possibile. Lo Stato, individuato come il responsabile di tutti i mali, dovrebbe azzerare il rischio all’istante; evitare le catastrofi; rimuovere le macerie in tempi rapidi; ricostruire rapidamente – possibilmente “com’era e dov’era”, per rifare un’altra frittata fra qualche decina o centinaia di anni; provvedere all’aumento della sicurezza sismica di tutti edifici esistenti, sia economicamente sia operativamente, come se fossero di sua proprietà; e, perché no, provvedere magari a diramare per tempo degli allarmi sismici affidabili quando non – addirittura – un bollettino giornaliero.

Non che il problema del rischio sismico non sia grave, ed enorme, come da decine di anni si afferma in vari i modi. Quando ero un giovane sismologo ascoltai, con sorpresa e disappunto, un Presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici affermare in un congresso che, fintanto che fossero rimasti in uso gli edifici “vecchi”, il “flagello del terremoto” avrebbe continuato a colpire: qualcosa di culturalmente connesso, in modo stretto, con l’invocazione “A flagello terremotus libera nos, Domine” (Rogazioni minori, dette anche Litanie minori) che veniva recitata – fino a qualche tempo fa, e forse ancora adesso – nelle chiese (peraltro edifici vulnerabili per eccellenza). Ma questo avveniva circa 40 anni fa, quando già si parlava di un costo di 40.000 miliardi per mettere in sicurezza l’edificato nazionale; da allora il quadro edilizio dovrebbe essere ringiovanito e quindi migliorato, e il “flagello” dovrebbe colpire di meno, in teoria (se nel 2009 mi era sembrato che si fosse andati in questa direzione, nel 2016 non ho avuto la stessa impressione). Il fatto è che non si hanno strumenti per valutare se il rischio sismico italiano complessivo stia diminuendo o aumentando.

Il problema è grave ed enorme, ma dobbiamo provare a capire quanto grande, e ad affrontarlo. Dobbiamo capire che il terremoto non è un evento sovrannaturale, e che la resistenza degli edifici ai terremoti non dipende dal destino. Dobbiamo capire cosa funziona e che cosa non funziona degli edifici in cui abitiamo, lavoriamo, studiamo, etc. Sì, è vero che le scuole rappresentano un insieme particolarmente vulnerabile (non più di chiese o altri edifici pubblici); ma mentre qualcuno pensa di non mandare i figli a scuola perché non ritiene l’edifico scolastico non sicuro, dovrebbe anche provare a valutare anche quanto sia sicuro l’edificio in cui vive, dove passa il numero di ore più elevato in assoluto.

La vulnerabilità degli edifici, e in particolare i danni che possiamo aspettarci, possono essere ridotti: non azzerati completamente, in quanto il comportamento di un edificio in relazione a un dato terremoto non è descrivibile con assoluta certezza. La riduzione della vulnerabilità non può e non deve essere delegata completamente a quello Stato che peraltro che non è riuscito nemmeno a verificare gli edifici di uso pubblico, come prescritto nel 2003 da una sua stessa legge (verificare, nemmeno rafforzare). Non si tratta solo un problema di sensibilità politica o di malgoverno; si tratta di ripianare un enorme deficit di sicurezza sismica accumulatosi in decine di anni di ignoranza, disinteresse, incompetenza, speculazione, corruzione, omertà, condoni; e anche di interventi “fai da te” a volte devastanti, di furberie, di piccole e grandi frodi individuali commesse da un gran numero di cittadini, molti dei quali sono poi i primi a lamentarsi contro quello Stato (e cioè la collettività) cui per tradizione tocca porre rimedio. Un deficit che, al pari del debito pubblico, si è formato ed è stato alimentato con il concorso di molti.

La riduzione della vulnerabilità richiede interventi puntuali, dei quali ciascuno di noi può e deve essere protagonista, con il concorso dello Stato ove possibile. Invece delle miriadi di convegni sulla riduzione del rischio sismico che si tengono con la stessa frequenza degli “aftershocks” dei terremoti forti (dopo i terremoti, per l’appunto), è indispensabile che chi abita e lavora negli edifici (tutti noi insomma) cerchi prima di tutto di capire meglio come si comporta un edificio scosso dalle onde sismiche, da che cosa dipenda la sua sicurezza, che livelli di sicurezza possieda, che caratteristiche debba avere per raggiungere un livello di sicurezza maggiore, ecc.

Non preoccupatevi, non uscirà certo un volume dal titolo “Sopra i nostri piedi” scritto da un sismologo.
Questo blog ha predisposto una serie di interviste a qualificati esperti del settore, che risponderanno a domande riguardanti i dubbi e le incertezze più comuni: quelle che ho raccolto fra conoscenti, ex-colleghi, lettori; domande che spesso sono anche le mie che, a dispetto di 40 anni di frequentazione, di ingegneria ne so poco o niente. A ciascuna delle interviste sarà possibile sottoporre commenti e quesiti. In aggiunta, sarebbe molto utile che i lettori propongano essi stessi delle domande, qualora non comprese fra quelle proposte dal blog, in modo da poter allargare il panorama degli argomenti trattati.

La prima intervista tratterà dell’argomento “Che cosa vuol dire antisismico?” A seguire “il problema degli edifici in muratura” e “Tecniche e strategie per ridurre la vulnerabilità sismica”. E possibilmente altri ancora.

 

Above our feet (by M. Stucchi)
(the following translation is by google, reviewed)

This title is clearly inspired by that of the beautiful volume of Alessandro Amato: “Under our feet”, arrived at the second reprint (with integration on the seismic sequence of 2016 in Central Italy), now being sold in the newsstands together with the journal “Le Scienze”, after the author was one of the finalists of the Galileo Literary Prize 2017.
Amato’s volume deals with seismology, earthquake forecast, scientific, cultural and political aspects. Seismologists are concerned with describing, the best they can, how earthquakes are generated and how seismic waves propagate in the Earth; the whole thing, just under our feet. Some seismologists, in some sort of boundary land where some engineers also work, describe how seismic waves interact with the surface of the ground and the buildings, providing in such a way the description of the motion of the ground in the most appropriate terms for earthquake engineering. This land is called “engineering seismology”, the Italian translations of which are all bad. A section of the INGV (National Institute of Geophysics and Volcanology), based in Milan, deals mainly with these aspects and was called “Applied Seismology” in the past; long ago it had sought close, institutional cooperation with the Eucentre Foundation of Pavia, to the constitution of which INGV had also contributed as a founding partner, albeit with little merit and even less investment.

Well, damage occurs above our feet when seismic waves interact with buildings (partly with rocky masses, in the case of landslides, and with liquid masses in the case of tsunamis). While seismologists sometimes fiercely discuss the source mechanisms and parameters of earthquakes, the debate about damage – and more generally in the field of earthquake engineering – seems less intense, perhaps because it occurs in different ways and much less media. Consequently, contrary to a growing number of self-proclaimed seismologists, on the social media – just to give an example – there are far less self-proclaimed engineering experts, and this is an advantage. True engineers do work and discuss little. There are in-depth and up-to-date websites, online magazines, etc., but everything seems to be largely confined to the category of insiders.

This blog first dealt with the L’Aquila Trial, in which the seismological aspects and seismic risk assessment took an important space. In the following it hosted interventions on seismological aspects and seismic risk management, before and after earthquakes.
Now it will dedicate increasing attention to vulnerability and seismic risk reduction, starting from a consideration: as well as seismology is poorly known at a public level, given the scarcity of school teaching in this regard, little is known about earthquake engineering and the security aspects of buildings, essentially for the same reason. This attention seems to us overdue particularly after the 2016 earthquakes in the Central Apennines have started some initiatives that have to do with the reduction of seismic risk: a) “Casa Italia”, a very ambitious program for assessing feasibility and increasing the safety of all Italian buildings; b) the so-called “sismabonus”, which is a system of tax incentives designed to improve the resistance of buildings to earthquakes.

One of the consequences of poor knowledge of the seismic behavior of buildings is the absolute ignorance of the dimension of the “seismic risk” problem and the real and technical possibilities of reducing it. Ignored or even exorcised in the so-called “quiet” phases (i.e. when the earthquake seems fa away), the problem is amplified – often without realistic bases – after a severe earthquake. Then the various “things should do this and this one“, “it takes tons of billions of euros in xx years”, come to life again, although they tend to go out as time passes, while other problems become more urgent. Unfortunately, such an indiscriminate amplification creates the opposite effects, that is, a sense of helplessness in individuals and, together with the usual good dose of opportunism, generates almost constant invocation of the responsibility and intervention of the State (which we all of us are) as the only possible actor. The state, identified as the leader of all evils, should immediately clear the risk; avoid catastrophes; remove the rubble quickly; reconstruct quickly – possibly “as it was and where it was”, to make another mess in a few decades or hundreds of years; increasing earthquake safety of all existing buildings, both economically and operationally, as if they were their property; and why not, perhaps provide timely and reliable seismic alarms when not – or even – a daily bulletin.

Not that the problem of seismic risk is not serious and enormous, as it has been said for decades in various ways. When I was a young seismologist, I listened with surprise and disappointment to a chairman of the Superior Council of Public Works affirming at a conference that, as long as the “old” buildings were in use, the “scourge of the earthquake” would continue to strike: something of culturally connected, strictly, with the invocation “A flagello terremotus libera nos, Domine” (Minor Rogations, also known as Lesser Litany) that was recited – until recently, and perhaps still, in the churches (though buildings vulnerable to excellence). But this was about 40 years ago, when we already talked about a cost of 40,000 billion Liras to secure the buildings of Italy; since then the building framework should be rejuvenated and improved, and the “scourge” should hit less, in theory (if in 2009 it seemed to me that it had gone this way, in 2016 I did not have the same feeling). The fact is that there are no tools to assess whether the total Italian seismic risk is decreasing or increasing.

The problem is serious and huge, but we must try to understand how great it is to face it. We must understand that earthquake is not a supernatural event, and that the resistance of buildings to earthquakes does not depend on destiny. We need to understand what works and what does not work in the buildings where we live, work, study, etc. Yes, it is true that schools represent a particularly vulnerable set (although no more than churches or other public buildings); but while someone considers not sending their children to school because the school building may be unsafe, he/she should also try and evaluate how safe the building they live in, where the highest number of hours are spent.

The vulnerability of buildings, and in particular the damage we can expect, can be reduced: not completely to zero, as the behavior of a building in relation to a given earthquake cannot be described with absolute certainty. Reducing the vulnerability can not and should not be fully delegated to that State, as it has not even been able to test public buildings, as stipulated in 2003 by its own law (test, not even strengthen). This is not just a matter of political sensitivity or of bad administration; it is a question of restoring a huge seismic safety deficit accumulated in decades of ignorance, disinterest, incompetence, speculation, corruption, code of silence, amnesty; and even do-it-yourself technical intervention, sometimes devastating; small and large individual frauds committed by a large number of citizens, many of whom are the first to complain about that State (i.e. our community) which traditionally in charge of restoring. A deficit that, in the same way as public debt, has been formed and has been fueled by the contribution of many.
Reducing the vulnerability requires precise interventions, for which each of us can and must be the actor, with the State contribution where possible. Instead of the myriad of convention meetings on earthquake risk reduction, which are held at the same frequency as the “aftershocks” of an earthquake (after the earthquakes, namely), it is indispensable for those who live and work in buildings (all of us) first of all to better understand how a building is shaken by seismic waves, on what depends its safety, what safety level it possesses, what features it must have to reach a higher level of safety, etc.

Do not worry, there will not certainly be a volume entitled “Above Our Feet” written by a seismologist.
This blog has prepared a series of interviews with qualified experts who will answer questions about the most common doubts and uncertainties – those I collected from acquaintances, former colleagues and readers; questions that are often my own questions, as in spite of 40 years of engineering, I know little or nothing about that.
To each of the interviews it will be possible to submit comments and questions. In addition, it would be very useful for readers to ask questions themselves, if they do not include the ones proposed by the blog, so that they can broaden the view of the topics discussed.
The first interview will cover the topic “What does it mean Aseismic?” Next, “The Problem of Masonry Buildings” and “Techniques and Strategies to Reduce Seismic Vulnerability”. And possibly others.

 

 

Ricordo di Nanni Bignami – Remembering Nanni Bignami (di/by Giacomo Cavallo)

Il 25 maggio scorso la comunità scientifica italiana è stata privata  di una delle sue maggiori, e, possiamo dire, più simpatiche figure.  Giovanni – “Nanni” per gli amici, ed erano moltissimi –  Bignami  è improvvisamente mancato in un Hotel di Madrid, dove si trovava per un Congresso Scientifico.  Dopo lo shock iniziale, alla sua scomparsa hanno fatto seguito i necrologi, le commemorazioni, i ricordi, che continuano tuttora.   Il ricordo che ne fu fatto davanti ad una numerosa assemblea al Museo della Scienza di Milano è disponibile in rete http://gallery.media.inaf.it/main.php/v/video/conferenze/20170601-saluto-nanni.mp4.html.
Uno degli scritti più accorati e sinceri è comparso come Obituary su  Nature Astronomy del  24 luglio 2017 , a firma del Prof. Pietro Ubertini, e contiene forse la più completa raccolta delle realizzazioni di  Nanni Bignami, uomo di straordinaria energia ed attività (http://rdcu.be/uroi). Continua a leggere

Ischia, Torre Annunziata, perception of risk and magnitude (M. Stucchi)

This is a quick translation from the Italian version, with the help of Google. Sorry for the imperfect English. Thanks to Ina Cecic for her prompt review.

Italy was beginning to remember the anniversary of Amatrice’s earthquake (August 24, 2016) in different ways, of course, when the Ischia earthquake dramatically reopened the problem of so-called prevention, of which so much has been said and spoken about.
On the morning of the 21st, the day of the earthquake, Minister Del Rio had spoken at the Rimini (Comunione and Liberazione) meeting. Del Rio is a Minister of a couple of governments I do not like, but among the many is a person I trust. After (unfortunately) reproposing a “pearl” that must have remained in his pocket since the earthquakes of 2012 (“the area was not known as seismic“, ignoring the work done by the Emilia and Romagna Region to delay as much as possible the affiliation to a seismic zone of much of its territory), he recalled, illustrated and defended the so-called “sismabonus” and the initiatives of “Casa Italia”, also reminding that the solution of the problems is not for tomorrow. Stimulated by some interlocutors, he also pushed further on, talking about the necessity of the “building dossier” and of demolitions, where necessary. Ohibò! Continua a leggere

Ischia, Torre Annunziata, percezione del rischio e magnitudo (M. Stucchi + 8 commenti)

L’Italia si stava avviando a ricordare l’anniversario del terremoto di Amatrice (24 agosto 2016) con modalità diverse, ovviamente, quando il terremoto di Ischia ha riaperto drammaticamente il problema della cosiddetta prevenzione, di cui tanto si è parlato e si parla. La mattina del 21, giorno del terremoto, il Ministro Del Rio aveva parlato al meeting di Rimini. Del Rio è ministro di un paio di governi che non mi piacciono, ma fra i tanti è una persona che stimo. Dopo aver (purtroppo) riproposto una “perla” che deve essergli rimasta in tasca dai tempi dei terremoti del 2012 (“la zona non era conosciuta come sismica”, ignorando il lavorio fatto dalla Regione Emilia e Romagna per ritardare il più possibile l’inserimento in zona sismica della gran parte del suo territorio), ha ricordato, illustrato e difeso il “sismabonus” e le iniziative di “Casa Italia”, ricordando anche che la soluzione dei problemi non è per domani. Stimolato da qualche interlocutore si è anche spinto più in là, parlando della necessità del fascicolo di fabbricato e di eventuali demolizioni, ove necessario. Ohibò! Continua a leggere

Earthquakes and Great Risks: a blog 2014-2015 (M. Stucchi)

https://terremotiegrandirischi.com/english/

“Earthquakes and Great Risks” è stato, a partire dall’ottobre 2014, il cugino di lingua inglese di questo blog. E’ nato soprattutto per fornire al lettore internazionale la versione “corretta” dei fatti legati al processo “Grandi Rischi”, a fronte di una diffusione impressionante di informazioni e interpretazioni che possiamo definire inesatte – nel migliore dei casi.
Il blog ha contenuto una ventina di post, parte dei quali – a cura di G. Cavallo e di M. Stucchi – dedicati a fare chiarezza su quanto sopra, e parte a fornire una cronaca, quasi in diretta, del processo d’Appello.
E’ stato letto da qualche migliaia di lettori provenienti da 98 nazioni (vedi  mappa).

Schermata 2017-08-02 alle 15.44.13

Rileggendolo oggi, a parte le imprecisioni e gli inevitabili errori di lingua, si ha l’impressione che abbia fornito una analisi attenta e circostanziata – forse più che in questo stesso blog – dei principali “pitfalls” riguardanti il processo sulla base dei quali sono stati costruiti numerosi articoli internazionali, anche su riviste “peer reviewed”, scritti anche da illustri colleghi. Questo sforzo è stato riconosciuto da diversi lettori.

Per non perdere questi contenuti il blog, che verrà chiuso a breve, è stato  salvato nella sezione “English material”.

La vicenda processuale alla prova del romanzo. Luci e ombre del volume “La causalità psichica nei reati colposi” di Marco Billi (di Cecilia Valbonesi)

Cecilia Valbonesi è Dottore di ricerca in Diritto penale presso l’Università degli Studi di Firenze e Avvocato del Foro di Firenze. Per motivi scientifici ha seguito e commentato il cosiddetto  processo Grandi Rischi. In ultimo si veda “Terremoti colposi e terremoto della colpa: riflessioni a margine  della sentenza “Grandi Rischi”, in Rivista Italiana di Diritto e Procedura Penale, 2016, n. 3, p. 1498.
Le abbiamo chiesto un commento al volume – uscito lo scorso marzo – del Giudice di primo grado del processo stesso, Marco Billi.

Di recente, il copioso panorama letterario sulla vicenda giudiziaria relativa alle responsabilità della c.d. Commissione Grandi Rischi si è arricchito di un nuovo volume dal titolo “La causalità psichica nei reati colposi”.
L’ambizioso progetto reca la firma del Giudice estensore della prima sentenza di merito (Tribunale di L’Aquila, 22/10/2012, n. 380) che, accogliendo pienamente le prospettazioni accusatorie, ha condannato per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose i sette scienziati i quali, a suo giudizio, “componevano la Commissione Grandi Rischi” della Protezione civile nella riunione del 31 marzo 2009. The L’Aquila Seven  furono ritenuti responsabili di quella scorretta valutazione e informazione sul rischio sismico che avrebbe cagionato la morte ed il ferimento di 29 cittadini (13 secondo la Corte d’Appello e la Corte di Cassazione)  rimasti schiacciati sotto le macerie delle proprie case. Continua a leggere

Dopo i terremoti: alloggi provvisori e ricostruzione consapevole (di Renato Fuchs)

Da varie settimane si assiste a un crescendo di proteste per i ritardi con cui vengono portati avanti i piani di ricostruzione dei paesi colpiti dai terremoti del 2016, il cui numero si è esteso a seguito degli eventi del gennaio 2017. Di recente, lo stesso Commissario Straordinario Vasco Errani ha sostenuto che poco è stato fatto.
E’ bene precisare, tuttavia, che si tratta di ritardi riferiti alla fase di assistenza post-terremoto, e non di ricostruzione vera e propria, della quale non si conoscono ancora i piani definitivi.
Abbiamo posto alcune domande a Renato Fuchs, di Eucentre, che ha svolto un importante ruolo organizzativo nell’ambito del “Progetto CASE” (L’Aquila, 2009) ed è ora responsabile del sistema informativo di supporto alla gestione delle necessità di assistenza alla popolazione a seguito delle recenti emergenze in Centro Italia, realizzato in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile (DPC).

Con quali strumenti è stata gestita la fase di prima assistenza, per assicurare ai terremotati un alloggio provvisorio dopo il periodo trascorso nelle tendopoli?
Ai cittadini colpiti dagli ultimi terremoti sono state offerte le seguenti forme di assistenza:
– Container collettivi: sono soluzioni “ponte” tra le tende e le altre sistemazioni, consistenti in edifici prefabbricati di grandi dimensioni, in ciascuno dei quali vengono ospitate 20-30 persone;
– CAS (Contributo di Autonoma Sistemazione): un contributo economico mensile alla famiglia che intenda alloggiare a proprie spese. L’importo dipende dal numero di componenti il nucleo famigliare e dalla presenza nello stesso di anziani, disabili o portatori di handicap. Tale importo, inizialmente fissato in 200 euro a persona al mese, è stato aumentato a partire dal 15 novembre 2016 a 300 euro a persona;
– Alloggio in strutture ricettive: è stata stipulata una convenzione con le associazioni di categoria, in base alla quale per ogni giornata di presenza di un cittadino presso una struttura ricettiva, viene riconosciuto alla stessa un importo di 40, 35 o 25 euro in funzione del trattamento ricevuto (rispettivamente pensione completa, mezza pensione o camera e colazione);
– SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza): sono edifici prefabbricati, realizzati dalle ditte che si sono aggiudicate nel 2014 una gara CONSIP, di diverse metrature in funzione della numerosità del nucleo familiare, generalmente “a schiera”. Le tempistiche per la loro disponibilità dipendono anche dall’individuazione delle aree e dalla realizzazione dei necessari lavori di fondazione e di urbanizzazione;
– MAPRE (Moduli Abitativi Provvisori Rurali Emergenziali): si tratta di edifici prefabbricati singoli, installati in prossimità di stalle o fattorie, destinati ad ospitare gli allevatori/agricoltori che abbiano la necessità di rimanere vicini ai propri luoghi di lavoro. Continua a leggere

Terremoti e faglie nell’Appennino centrale, tra prevedibilità e sorprese (di Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, sismologo di formazione geologica, dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: http://diss.rm.ingv.it/diss/).
Qualche settimana fa ha rilasciato una intervista sul potenziale sismico della faglia del Gorzano, interessata dai terremoti del 18 gennaio 2017, i cui contenuti non coincidevano esattamente con il comunicato del Dipartimento della Protezione Civile (DPC), che riassumeva il parere della Commissione Grandi Rischi (CGR).
La materia è complessa e le valutazioni sul potenziale sismogenetico di una faglia, prima e dopo un evento sismico importante, sono particolarmente difficili. Abbiamo chiesto a Gianluca di offrirci il suo punto di vista, per aumentare la nostra capacità di comprensione, senza per questo volerlo porre in contrapposizione ad altri pareri, in particolare a quelli “ufficiali”.

Gli eventi del 18 gennaio 2017 non possono essere analizzati a prescindere dalla sequenza di eventi iniziata il 24 agosto 2016. Qual’è la tua opinione su questa sequenza, lunga e dolorosa?

La mia opinione, che dettaglierò meglio nella risposta alla domanda seguente, è che le sequenze lunghe e articolate siano una caratteristica connaturata con l’essenza stessa dell’Appennino. Le rocce che formano la crosta terrestre al di sotto dell’Appennino sono sempre sotto tensione, più o meno “cariche” e più o meno vicine al punto di non ritorno, ovvero al terremoto. Ma il terremoto può accadere “in un’unica soluzione”, come avvenne ad esempio in Irpinia nel 1980, quando una devastante scossa di magnitudo prossima a 7.0 fu seguita da un corteo di repliche trascurabile rispetto a quello che abbiamo visto negli ultimi sei mesi, o può avvenire per scosse successive di dimensioni grossolanamente confrontabili, come è successo con i tre terremoti di Amatrice (24 agosto, M 6.0), Visso (26 ottobre, M 5.9), e Norcia (30 ottobre, M 6.5: si veda l’immagine allegata); i quali, tra l’altro, hanno rilasciato una energia complessiva che è ancora inferiore a quella rilasciata dal solo terremoto del 1980.

schermata-2017-03-02-a-17-52-17

Distribuzione delle scosse principali (magnitudo 5.4 e superiori) della sequenza del 2016-2017. L’immagine è stata tratta dal sito INGVTerremoti ed è aggiornata al 23 gennaio scorso: risultano quindi in piena evidenza le quattro forti scosse del 18 gennaio e le successive repliche (https://ingvterremoti.wordpress.com/2017/01/23/sequenza-in-italia-centrale-aggiornamento-del-23-gennaio-ore-1100/).

La differenza la fanno le caratteristiche geodinamiche della regione in cui il terremoto avviene, un aspetto su cui l’uomo non può certo incidere e che costituisce una caratteristica del pianeta su scale di milioni di anni. E purtroppo la fisica dei terremoti ci dice anche che un terremoto di magnitudo 6.0 può generare accelerazioni confrontabili con quelle di un terremoto di magnitudo 7.0, anche se per una durata di tempo più breve (pochi secondi contro alcune decine di secondi).
Il dramma di questa sequenza è tutto nello stile del rilascio sismico, con scosse principali forti e cadenzate che hanno progressivamente sbriciolato sia le case, sia il morale della popolazione, e un gran numero di repliche al di sopra di magnitudo 4.0 – circa 70 fino ad oggi – dando la sensazione di un “castigo infinito” che si vive ormai da sei mesi. Finirà, speriamo presto, e per molte generazioni a venire quei luoghi dell’Appennino centrale dovrebbero tornare a essere luoghi relativamente tranquilli.

Nonostante si tratti di una sequenza molto complessa, non è certamente stata la prima in Italia, e nemmeno nella zona in questione. Che cosa puoi dire in proposito?

In effetti quella di cui siamo testimoni diretti è solo una delle tante sequenze che hanno colpito l’Italia attraverso la storia. Senza scomodare le catastrofi sismiche di portata biblica di cui ci parla la nostra lunga storia sismica, basterebbe ripensare alla “sequenza di sequenze” che ha investito l’Appennino centrale e settentrionale nel secondo decennio del secolo scorso: iniziata con il forte terremoto di Avezzano del 1915, con le sue immani distruzioni e le oltre 30.000 vittime, e proseguita nel 1916 nella zona di Rimini, nel 1917 tra Monterchi e Citerna, nell’alta valle del Tevere, nel 1918 a Santa Sofia, nell’Appennino Romagnolo, nel 1919 nel Mugello e nel 1920 in Alta Garfagnana: tutti terremoti con magnitudo compresa tra circa 6.0 e circa 7.0. Vi è da chiedersi come l’Italia, che nella prima parte di quei sei anni maledetti si trovò anche a combattere un conflitto mondiale sanguinosissimo, sia riuscita a risollevarsi da quella catastrofe. Ce la faranno anche i nostri concittadini residenti nelle zone dell’Appenino centrale martoriate da questi terremoti, a patto che resistano alla tentazione di completare lo spopolamento di quelle zone, purtroppo già in atto da tempo per ragioni principalmente economiche. La differenza la faranno le istituzioni: e sarà la differenza tra la crisi sismica del 1915-1920, essenzialmente non gestita se non sotto il profilo puramente emergenziale, e la crisi odierna, che grazie ai media ha avuto quantomeno il merito di accendere i riflettori su una delle aree più marginali ma allo stesso tempo più affascinanti del nostro paese.

DPC, tramite la CGR, ha sostenuto che rimane la possibilità di un evento sismico molto importante, corrispondente, immagino, al massimo terremoto ipotizzabile nell’area. Tu ritieni viceversa che gli eventi del 18 gennaio abbiano in qualche misura ridotto questa possibilità e che sia ipotizzabile al più l’accadimento ulteriore, lungo la faglia di Campotosto, di uno o più eventi con una magnitudo simile a quella del 18 gennaio. Corretto?

Si, la CGR ha verosimilmente considerato la possibilità di una ripetizione del terremoto del 1703: un’altra “sequenza infinita” che con una serie di scosse fino a magnitudo 6.9 ha devastato almeno 80 km di Appennino tra Norcia e L’Aquila. La mia impressione tuttavia è che quella sequenza sia stata generata da un sistema di faglie diverso da quello che ha causato i terremoti del 2016-2017, come suggerisce la non coincidenza nella distribuzione del danno tra il 1703 e oggi: ritengo che allora si sia attivato un sistema di faglie pendenti verso nord-est, invece che verso sud-ovest come nei terremoti di questi mesi, e poste in posizione più occidentale, forse come proseguimento meridionale del grande sistema di faglie noto come “Etrurian Fault System”: un sistema che si allinea al di sotto della media e alta valle del Tevere, fino a Sansepolcro, e poi prosegue verso nord-ovest al di sotto del Casentino, del Mugello, della Garfagnana e della Lunigiana. Ebbene, io ritengo da un lato irrealistico che le faglie del lato occidentale, quelle che hanno causato i terremoti del 1703, siano già pronte per nuove forti scosse, semplicemente perché sono passati appena tre secoli a fronte di tempi di ricorrenza che sappiamo essere millenari. Dall’altro annoto che la porzione meridionale del sistema orientale, quella responsabile dei terremoti del 18 gennaio scorso (e di un terremoto di M 5.3 che avvenne il 9 aprile 2009), è molto frammentata ed è composta da faglie che riteniamo avere un limitato sviluppo sia in lunghezza, sia in larghezza del piano di rottura. Questa caratteristica spiegherebbe il verificarsi entro poche ore l’una dall’altra di quattro scosse di magnitudo non molto diversa (tra 5.0 e 5.5) il 18 gennaio scorso, e al tempo stesso avvalorerebbe la tesi che quelle faglie non siano in grado di “coalizzarsi” per dare un terremoto più forte, riproducendo su scala più piccola la differenza già rimarcata tra il terremoto del 1980 e la sequenza del 2016-2017.

Forse va ribadito che non stiamo parlando “previsioni” di terremoti, ma del possibile evolvere di una sequenza sismica complicata. Da questo punto di vista, cosa puoi dirci per quanto riguarda le zone immediatamente a sud e a nord dell’area coperta dalle repliche?

Certamente. Non stiamo certo facendo previsioni ma solo cercando di portare alle estreme conseguenze due dei principali ragionamenti che abbiamo sviluppato negli ultimi 20-25 anni.

Il primo ha un carattere dinamico e fa riferimento al trasferimento di sforzo tra una faglia che ha appena generato un forte terremoto e le faglie adiacenti: sforzo che sia aggiunge a quello che certamente già caratterizza queste ultime, potenzialmente spingendole alla rottura. Sappiamo che nei sistemi estensionali come quello che esiste lungo l’asse dell’Appennino questo trasferimento è massimamente efficiente nei confronti delle faglie allineate con quella che si è mossa per prima, e quindi ci aspettiamo che succeda esattamente quello che abbiamo visto tra il 24 agosto, il 26 e il 30 ottobre e il 18 gennaio, ovvero la progressiva attivazione di faglie simili e allineate (si veda l’immagine in allegato). Qualcosa che avevamo già visto nel 1997, con le due scosse di Colfiorito del 26 settembre e la successiva di Sellano del 14 ottobre; un meccanismo che possiamo pensare sia analogo a quello che ha controllato la sequenza delle tre forti scosse del 1832, 1854 e 1878 nella Valle Umbra, tra Bevagna, Foligno e Bastia; delle almeno tre forti scosse della già ricordata sequenza del 1703 tra Umbria, Lazio e Abruzzo; delle cinque forti scosse del febbraio-marzo 1783 in Calabria, e di innumerevoli altre sequenze. Oggi sono in molti a ritenere che in effetti il fenomeno non vada spiegato solo con un trasferimento di sforzo tra faglie adiacenti, ma anche con un trasferimento di fluidi. La ricerca su questo tema prosegue, ma il fatto che le faglie “si parlino” è lì, sotto i nostri occhi, anche se è opportuno non banalizzarlo con metafore giornalistiche del tipo “effetto domino” o peggio ancora “contagio sismico”, che ne negano i fondamenti fisici facendolo apparire solo come un capriccio del destino.

Il secondo ha un carattere descrittivo-reologico*, e prende le mosse dal fatto che oggi siamo in grado di ricostruire i grandi sistemi di faglia nella loro tridimensionalità. In modo approssimato, ovviamente, ma sufficiente a mettere in evidenza quanto siano grandi i volumi di roccia non fratturata, e quindi fratturabili da una faglia sismogenetica. Queste conoscenze, che spesso sono poco più di una semplice ipotesi, o meglio di una “educated guess”, come dicono i nostri colleghi di lingua anglosassone, ci possono aiutare a sostenere che nella zona X, ad esempio nella Marsica, le grandi faglie possono “pescare” fino a 12 km di profondità, mentre nella zona Y, ad esempio nell’area di Colfiorito, si arriva appena a 8 km. Sapendo poi che la lunghezza di un piano di faglia di norma è proporzionale alla sua larghezza, e che la magnitudo è proporzionale all’area del piano di faglia, ecco che le limitate dimensioni che si ritiene possano avere le faglie che si trovano al di sotto del Lago di Campotosto giustificano il fatto che in quell’area io non mi attenda terremoti di magnitudo superiore a 6.0.

* La reologia è la scienza che studia gli equilibri raggiunti nella materia deformata per effetto di sollecitazioni.

Tutta l’attenzione è oggi concentrata sulla zona colpita e sulle aree limitrofe. Ovviamente non possiamo dimenticare che in numerose zone d’Italia esiste, non tanto remota, la possibilità che avvengano terremoti anche forti, che non siamo in grado di prevedere in modo deterministico.

Purtroppo è proprio così. In Italia esistono centinaia di faglie sismogenetiche: poniamo per un attimo che quelle in grado di dare terremoti distruttivi, intendendo quelli da M 5.5 in su, siano 300. Se anche ognuna di esse si attiva anche solo ogni 1000 o 2000 anni, che è quello che in molti pensiamo, un banale calcolo mostra che ci possiamo aspettare che almeno una di esse si attivi ogni tre-sei anni. E in effetti la storia sismica italiana ci parla di terremoti da M 5.5 in su ogni 4-5 anni in media. Quindi non una possibilità remota, ma al contrario una eventualità molto concreta. Dove, quanto forte, quando? Sul dove e sul quanto forte ci stiamo attrezzando, devo dire, anche se saranno i posteri a valutare quanto bene abbiamo operato. Sul quando ovviamente non so esprimermi, anche perché essendo un umile geologo non ho la cultura che serve a cogliere quei segnali che potremmo scoprire essere prodromi di un forte terremoto. Una cosa però è certa: prevedere i terremoti è già difficile, ma sarà ancora più difficile se non continueremo a lavorare per capire “l’impalcatura sismica” dell’Italia; perché osservare fenomeni precursori sapendo di essere sulla verticale del punto in cui potrà innescarsi la rottura di una grande faglia sarà sempre più promettente che fare la stessa cosa in un qualunque altro punto del territorio.

Terremoti e grandirischi: ci risiamo? (di M. Stucchi)

Una doverosa premessa: di seguito commento quanto letto su “social” e stampa, fonti che – come è noto – devono essere prese con il beneficio di inventario.

Il 18 gennaio 2017 alcuni terremoti di media magnitudo hanno interessato la zona a sud di Amatrice, già in parte colpita dalla sequenza sismica iniziata il 24 ottobre 2016, nella quale si trova il bacino d’acqua di Campotosto. Ai terremoti è seguita la valanga che ha sepolto l’hotel Rigopiano.
Il 20 gennaio si è riunita la Commissione Grandi Rischi, organo consultivo del Dipartimento della Protezione Civile (DPC) che – secondo le procedure in uso dopo la ridefinizione dei suoi compiti seguita alla vicenda aquilana del 2009 – ha rilasciato le proprie valutazioni mediante un verbale destinato a DPC. Continua a leggere