Terremoti e grandirischi: ci risiamo? (di M. Stucchi)

Una doverosa premessa: di seguito commento quanto letto su “social” e stampa, fonti che – come è noto – devono essere prese con il beneficio di inventario.

Il 18 gennaio 2017 alcuni terremoti di media magnitudo hanno interessato la zona a sud di Amatrice, già in parte colpita dalla sequenza sismica iniziata il 24 ottobre 2016, nella quale si trova il bacino d’acqua di Campotosto. Ai terremoti è seguita la valanga che ha sepolto l’hotel Rigopiano.
Il 20 gennaio si è riunita la Commissione Grandi Rischi, organo consultivo del Dipartimento della Protezione Civile (DPC) che – secondo le procedure in uso dopo la ridefinizione dei suoi compiti seguita alla vicenda aquilana del 2009 – ha rilasciato le proprie valutazioni mediante un verbale destinato a DPC.
A questo atto hanno fatto seguito un certo numero di azioni e di omissioni che hanno dimostrato tutta l’inadeguatezza della catena di informazione e di gestione. DPC ha pubblicato sul proprio sito web un riassunto del verbale, senza commenti; i media – more solito – hanno pescato dal riassunto alcune frasi, le hanno virgolettate e pubblicate come parere della CGR; il presidente della CGR si è sostituito a DPC nel compito di informare il pubblico, sintetizzando – mediante interviste contradditorie – il messaggio principale, peraltro confermato dal presidente dell’INGV e da altri sismologi (“potrebbero prodursi terremoti fino a M 6.5”); i social media hanno rilanciato le informazioni; alcuni sindaci hanno protestato per le modalità di comunicazione, e hanno reagito in modo plateale, innescando una discutibile polemica con DPC. Come risultato, parte della popolazione interessata, e anche di quella che abita più distante, si è spaventata.
Si è poi sostenuto, da parte di alcuni, che la comunicazione è stata poco accorta, e si sono invocate le dimissioni dei responsabili; che CGR e DPC avrebbero messo “le mani avanti” per pararsi il c. in caso di forte terremoto, dopo che nel 2009 sarebbe avvenuto il contrario, per non incorrere in un nuovo processo; che la possibilità di un terremoto forte non sarebbe suffragata dalle evidenze scientifiche. Si ipotizza addirittura la possibilità di denunce per ”procurato allarme”, ovviamente nel caso che non si verifichi un terremoto di qui a breve.
La vicenda sollecita qualche commento.

Sul piano scientifico, CGR (e DPC che riprende) non hanno detto niente di più e niente di meno di quello che già si sapeva, e cioè che un terremoto forte, M6.5, con origine nella zona in questione è possibile. Quello che non hanno ricordato, viceversa, è che tale terremoto era possibile anche prima del 24 agosto, nei mesi successivi, oggi, domani e dopo. Gli eventi del 2016 possono avere lievemente accelerato o lievemente ritardato tale terremoto, senza che tale effetto si possa misurare; gli eventi del 18 gennaio – che non possono essere classificati come precursori – non hanno modificato di quantità apprezzabili la probabilità di un terremoto forte, secondo i modelli disponibili.

Tuttavia, con quella comunicazione, CGR e DPC hanno rilanciato surrettiziamente il messaggio che ci si trovi ora in una situazione di emergenza sismica, il cui inizio e la cui fine non sono ben chiari. Il fatto è che sì, siamo in emergenza sismica: ma lo siamo allo stesso modo da sempre, in quella zona così come in tutte quelle dove ci si aspetta un terremoto medio/forte, e lo saremo sempre. Rinforzo degli edifici, piani di emergenza, controllo delle dighe, preparazione della popolazione non devono essere predisposti solo perché ci sono stati dei terremoti di media energia. Questo è il punto principale: si deve evitare che si affermi l’infelice costruzione mentale secondo la quale le vicende sismiche si compongono di un periodo verde (quiescenza), uno giallo (attenzione) e uno rosso (emergenza). Questo paradigma è stato sviluppato in riferimento ad altri fenomeni (es.: eruzioni vulcaniche, piogge, inondazioni) ma non vale per i terremoti: per questi siamo sempre in rosso!

Ecco perché la comunicazione è stata infelice. Nei termini in cui è stata proposta aveva tutte le caratteristiche di comunicare una emergenza incombente, senza far seguire nessuna disposizione pratica. E questa, eventualmente, spetta alle massime autorità, che si sono ben guardate dal procedere in questo senso, DPC in primis. Osservo peraltro che, in occasione dei terremoti del 2012 e della presunta, possibile attivazione del “terzo segmento” fu il presidente del Consiglio (Monti) a metterci la faccia in prima persona, sia pure senza far seguire disposizioni concrete. In questo caso, DPC e Governo hanno ripreso a delegare la comunicazione alla CGR ed esperti (ecco perché titolo “ci risiamo”): il comunicato DPC riassume il parere degli esperti, senza dire che fare; le interviste balbettano e provocano confusione. Ma chi dovrebbe gestire l’eventuale emergenza? Ah ecco la soluzione, Gentiloni dice: più poteri a Curcio e Errani (cioè esattamente quello che si contestava a Bertolaso)!

Insomma, il solito, ennesimo scaricabarile, cui i sindaci non sono estranei quando fingono di essere presi alla sprovvista. E’ il caso di Cialente, che aspetta questa occasione per polemizzare sulle difficoltà di gestione dei parametri di sicurezza delle scuole; o del sindaco di Leonessa, che chiude le scuole a tempo indeterminato perché “ha saputo” che ci potrà essere un terremoto forte. Alla buon’ora, Sindaco: il suo Comune è classificato in prima categoria! E come stavano le sue scuole ieri?

Possiamo invocare le dimissioni di chiunque: ma siamo sicuri che i sostituti sarebbero migliori? Ci possiamo chiedere se serva davvero una CGR: oppure se non sarebbe meglio che si limiti a interloquire con l’organo di cui è consulente (DPC), lasciando a questo il pieno incarico della comunicazione. Certo non si può impedire a qualsiasi ricercatore di rilasciare una intervista né ai giornali di cercarla: e così avremo sempre un docente locale che dirà la sua, possibilmente in contrapposizione a quella CGR di cui vorrebbe tanto far parte. Il fatto è che il pericolo di un terremoto, a Campotosto come altrove, rimane, e su questo ci si dovrebbe concentrare: tutto il resto è rumore di fondo, nel quale molti si tuffano forse perché preferiscono rifiutare il problema.

Vivere in zona sismica (cioè in tutta l’Italia: tutti i comuni appartengono a una delle 4 zone sismiche) è pericoloso: ma è la realtà, inutile nasconderla o rifiutarla. E’ fastidioso, certo, e provoca apprensioni: ma non è colpa di nessuno (problemi edilizi a parte). Da un lato vorremmo rassicurazioni, dall’altro non vorremmo allarmismi: pretendiamo impossibili certezze. Certo sarebbe bello sapere quando verrà il terremoto forte: prepararsi per tempo, se prossimo, oppure lasciare l’onere a chi viene dopo di noi. Non è così, purtroppo, in nessuna parte del mondo, a dispetto di quanto sostengono, con alcune intermittenze, alcuni profeti nostrani.

Prevenzione! Prevenzione! Prevenzione!” Questo mantra esce dai numerosi convegni post-terremoto: veri e propri riti di espiazione collettiva, al termine dei quali i partecipanti si sentono un po’ migliori e si continua come se nulla fosse. Anzi no, qualcosa si fa: si invoca l’intervento dello Stato, sostituto terreno di figure divine:  “è impossibile”, “costa molto” “non ci sono le risorse”, “deve provvedere lo Stato”. Lo sento dire da 45 anni almeno: da altrettanti sento fare conti.

Lo Stato siamo tutti noi, le case sono le nostre. Sì, ci sono grosse responsabilità per i ritardi e le modalità con cui le varie norme sismiche sono state applicate; analogamente, per il ritardo con cui gli edifici pubblici (non) vengono sottoposti a verifica sismica; allo stesso modo ancora, per il ritardo con cui (non) viene deliberata l’istituzione del fascicolo di edificio e resa obbligatoria la verifica sismica di quest’ultimo.
Ma questa verifica è nel nostro interesse: se lo Stato ritarda niente ci vieta di farla in proprio, è nel nostro interesse: potremmo anche scoprire che l’edificio è discretamente sicuro e vivere meno in ansia.
Cominciamo da questo piccolo passo: quanto è sicura la casa in cui abitiamo?

PS – Sul concetto di inizio dell’emergenza sismica vedi anche https://terremotiegrandirischi.com/2014/05/20/quando-comincia-lemergenza-sismica-m-stucchi/

Terremoti, esposizione e assicurazioni (di P. Feletig e A. Boschi)

Di tutti paesi dell’Europa l’Italia è il paese più esposto alle catastrofi. Terremoti, alluvioni, frane, maremoti, avversità atmosferiche eccezionali di ogni sorta, colpiscono regolarmente il Belpaese che deve mettere in conto dai 3-3,5 miliardi annui  di danni materiali. In media, perché se succede “the Big One”, ovvero l’evento con ricorrenza ogni 200 anni allora le perdite economiche causate da calamità schizzano molto in alto.


Per esempio, incrociando la storia sismica nazionale con gli strumenti parametrici di sofisticati modelli si ricavano proiezioni da brivido. Secondo una simulazione della società svizzera di riassicurazione Swiss Re, un terremoto di magnitudo 6.2 (come quello di Amatrice) nell’area di Parma potrebbe causare perdite per 53 miliardi di euro. A titolo di confronto, considerate che gli 8 rilevanti terremoti (escluso quello dell’ultima settimana) avvenuti negli ultimi 40 anni sulla Penisola hanno totalizzato danni per 60 miliardi di euro circa.
Per completare queste fosche statistiche bisogna sapere che, dal 1970 ad oggi, 7 dei 10 terremoti  più costosi d’Europa si sono verificati in Italia paese doppiamente esposto sia per la vulnerabilità del suo patrimonio artistico che per le costruzioni edificate in assenza o in barba alla normativa antisisimica. Aspetto che dovrebbe far riflettere sulla concessione  del governo di assicurare il risarcimento a tutti, comunque e nonostante le responsabilità precise di taluni, pubblico o privato che siano.

L’indesiderabile primato italiano di esposizione alle catastrofi naturali si accompagna di un’aggravante: risarcire costerà sempre di più. Si accresce il valore concentrato su ogni metro quadro. E’ un trend in accelerazione confermano nel settore assicurativo. Del resto basta paragonare i macchinari di una filanda con quelli di una fabbrica 4.0 di oggi; ma più semplicemente, basta il confronto tra la concentrazione edilizia ai tempi dei nostri nonni e quella di adesso o, ancora, tra gli elettrodomestici contenuti nella casa dei genitori e le apparecchiature elettroniche mediamente possedute oggi.
E’ evidente che con questo aumento vertiginoso dell’esposizione, indennizzare con il solo intervento dello Stato non può reggere alla lunga. Non sono solo le casse pubbliche a non farcela ma finisce per azzopparsi l’intero sistema paese con ripercussioni sulle valutazioni delle società di rating. Si calcola che un evento catastrofale con ritorno, ossia che avviene statisticamente ogni 250 anni può arrivare a produrre una retrocessione di quasi un punto.

C’è poi una prospettiva macro che va tenuta in considerazione. “Le misure di prevenzione e gli interventi strutturali antisismici sono fondamentali e imprescindibili ma neppure così il rischio può essere completamente annullato, in particolare quello di natura economico-finanziaria. Una grande calamità catastrofale, inoltre, sconvolge il sistema economico produttivo del Paese, mette a dura prova la sua resilienza, impatta sul PIL. Magari salviamo la vita ma perdiamo casa e lavoro: di qui l’importanza di una gestione del rischio ex-ante combinando prevenzione anti-sismica e copertura finanziaria-assicurativa” spiega Marco Coletta a capo di una compagnia di riassicurazione con 150 anni di attività alle spalle, sottolineando il deficit di protezione assicurativa in Italia.
Le PMI (Piccole e Medie Imprese) sono largamente sottoassicurate contro catastrofi naturali e poco più di 1% degli immobili residenziali è coperto. La penetrazione assicurativa del ramo danni non-auto misurata in volume dei premi danni non auto in rapporto al PIL in Italia è pari a 0,9%, in Francia a 2,4%, in Germania a 2,5% e mediamente sopra 2% in tutti gli altri paesi europei dove il meccanismo di mutualità permette di correggere l’incidenza economica del premio sul portatore di rischio più alto. Pagando tutti, pagheremmo molto meno.
“Con una penetrazione superiore a 90% si avrebbero premi medi di 100 euro l’anno. Ma c’è un problema culturale” riconoscono alcuni assicuratori che non nascondono la difficoltà di far accettare un concetto di obbligatorietà a consumatori già guardinghi con l’obbligo del RC auto e professionali e auspica una campagna di sensibilizzazione promossa dal governo. Singolare la modesta attenzione del legislatore alla funzione sociale della copertura assicurativa contro inondazioni e terremoti in un paese come l’Italia. Non godono di nessun incentivo fiscale: non sono deducibili nella dichiarazione dei redditi (come invece avviene per le polizze vita) e l’Iva è alta ( 22,25%). Gli schemi di copertura potrebbero prevedere una cooperazione tra pubblico e privato. Lo Stato potrebbe assumere il ruolo di riassicuratore in ultima istanza, dove per esempio le compagnie private coprono fino a concorrenza di un importo alto, oltre a quella soglia (caso meno probabile) interverrebbe lo Stato che potrebbe, per esempio, coprirsi con operazioni di cartolarizzazione di immobili pubblici.

Se il terremoto dell’Irpinia dove i primi soccorritori ad arrivare sul posto furono operai specializzati inviati dal sindacato, ha portato alla nascita della Protezione Civile, possiamo sperare che questi ultimi sismi in Centro Italia, portino a soluzioni efficienti e finanziariamente sostenibili di risarcimento dei danni economici da calamità naturali?

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La ricostruzione, ovvero: il grande condono (di Massimiliano Stucchi)

Premessa. In questo post si parlerà dei costi della ricostruzione del terremoto.  Si parlerà soprattutto di come i benefici vengano erogati: a favore di chi, a carico di chi. Senza che la solidarietà umana per chi ha perso la casa venga meno, e senza negare la necessità dei soccorsi e dei primi aiuti, ci si interrogherà sulla logica che presiede, tradizionalmente, alla ricostruzione post-sismica. E si cercherà di capire perché, a differenza di altri casi, in questo non si accertino eventuali responsabilità specifiche, ovvero perché tali responsabilità non costituiscano elemento discriminatorio per l’accesso ai benefici. E perchè non venga incentivato il ricorso alla assicurazione, argomento in parte affrontato in questo blog dal post di P. Feletig e Enzo Boschi (https://terremotiegrandirischi.com/2016/10/12/i-danni-dei-terremoti-chi-paga-di-p-feletig-e-e-boschi/).

Il Decreto per la ricostruzione. Il Presidente del Consiglio ha chiesto alla UE qualche decimo di maggiore “flessibilità” del deficit per la ricostruzione degli edifici danneggiati dal terremoto di Amatrice e dintorni. Si dovrebbe essere contenti se questa richiesta verrà accolta: un po’ come quando si dovrebbe essere contenti perché la Borsa è in positivo (l’andamento della Borsa occupa ormai uno spazio di poco inferiore a quello occupato dal meteo), come se fosse un segnale positivo per tutti – e così non è. Nel caso della flessibilità, qualche decimo in più significa un debito pubblico ancora maggiore.
Il Decreto per la ricostruzione è comunque stato varato; è stato presentato con un insieme di slides, nelle quali si legge tra l’altro che:

  • i beneficiari dei contributi saranno: “ Tutti i cittadini delle Regioni Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria che hanno subito un danno documentato su abitazioni e attività produttive a causa del sisma del 24 agosto 2016”;
  • i territori più colpiti (tradizionalmente chiamati “cratere”) sono stati suddivisi in 5 ambiti territoriali per un totale di 62 Comuni);
  • per le “aree interne al sisma” (?!?) i contributi saranno del 100% per abitazioni principali (prima casa), attività produttive e abitazioni non principali (seconda casa);
  • fuori da queste aree, per tutti i danni “puntuali” (?!?) verranno risarcite al 100% le abitazioni principali, quelle non principali nei centri storici e nei “borghi caratteristici“, e le attività produttive; al 50% le abitazioni non principali diverse da quelle descritte in precedenza;
  • saranno integralmente coperti i costi relativi agli edifici e le opere pubbliche, i beni culturali e gli edifici di culto;
  • sono previste misure di sostegno al sistema economico e ai lavoratori.

Un primo e un secondo interrogativo. Se da un lato in apparenza ci sarebbe da essere soddisfatti per questa prova di efficacia da parte del Governo, dall’altro ci si possono porre alcuni interrogativi.

Prima di tutto, il rimborso del 100% del valore delle seconde case non ha precedenti – se non vado errato – negli analoghi decreti che hanno riguardato terremoti. Il motivo è stato indicato nella scelta di evitare lo spopolamento delle aree colpite, e risponde forse anche allo slogan “Dov’era, com’era”, lanciato emozionalmente dopo il terremoto (magari proprio com’era no, visto come è andata….) e analizzato con saggezza, ad esempio, da Elena Granata e Fiore de Lettera (https://terremotiegrandirischi.com/2016/09/14/spigolature/).

Ma la questione centrale, che ritorna a ogni evento, è – almeno per chi scrive – la concessione indiscriminata del risarcimento in assenza di qualsiasi verifica/analisi sulle condizioni degli edifici colpiti; ovvero, se fossero anche solo minimamente in regola con le norme edilizie e urbanistiche in generale e con le norme sismiche (in vigore da sempre, è bene ricordarlo, nelle zone di Amatrice, Accumoli, Norcia, etc., e dal 1984 nelle zone di Arquata del Tronto, tra le altre).
In altre parole, risarcimento completo anche a chi ha costruito o ristrutturato in barba alle norme; a chi, per capirci, ha eseguito sopraelevazioni discutibili e/o abusive, ha rimosso pilastri per allargare il garage o ha indebolito pareti portanti, ad esempio per fare passare cavi, nascondere cassette dell’acqua etc. Il tutto con o senza una SCIA, con o senza l’approvazione del Comune e/o dell’ex Genio Civile. Il tutto, ancora, mentre la Magistratura ha aperto inchieste su un numero elevato di crolli, indipendentemente dalla presenza di vittime.

Solidarietà, responsabilità o senso di colpa? Ci si può chiedere – visto che è sempre andata così – da dove venga questa tradizione in cui prevale la “solidarietà” pubblica dello Stato (ovvero di tutti noi), sulla considerazione delle responsabilità dei singoli.
Quasi sicuramente questa consuetudine trae origine dalla percezione storica che le catastrofi sismiche avrebbero cause prevalentemente naturali. Evidentemente questa percezione sopravvive ancora oggi, nonostante sia sempre più chiaro – persino ai Vescovi – che non è il terremoto che fa danni e vittime ma le costruzioni dell’uomo.

O forse proviene dal fatto che lo Stato (chiamiamo così per brevità la somma delle Amministrazioni Pubbliche) – che comunque è direttamente responsabile gli edifici pubblici – prova dei sensi di colpa perché in taluni casi qualche amministrazione ha ritardato l’applicazione delle norme sismiche; o perché pensa che le norme di quarant’anni fa non erano del tutto efficienti; o perché è consapevole che i controlli esercitati non sono adeguati, oppure perché non è stato dedicato lo sforzo necessario alla formazione in questo settore. Oppure, infine, perché una parte degli edifici in questione erano stati condonati, e quindi lo Stato – complice – aveva incassato il (sicuramente misero) corrispettivo della mancata messa in sicurezza.

Certo, sarebbe interessante sapere che cosa pagheremo: ovvero, avere un’idea di quanti edifici crollati o danneggiati erano stati condonati; quanti erano stati costruiti in assenza di normativa sismica; quanti erano stati ristrutturati secondo una procedura non trasparente; quanti usufruivano del bonus edilizio al 50% (anche dopo il crollo?), eccetera. Difficile ma non impossibile: certo, il “fascicolo di fabbricato” aiuterebbe.

Questo Decreto non sembra porsi questi problemi e sembra rinunciare a priori alla individuazione di qualsiasi responsabilità come elemento di valutazione per la concessione dei benefici. E’ vero che il Presidente del Consiglio ha parlato anche di eventuali responsabilità per le vittime e i danni causati dal terremoto:

“La magistratura farà la sua parte, noi siamo totalmente a disposizione dei vari uffici giudiziari che stanno indagando. Il nostro compito è ricostruire a regola d’arte con il massimo coinvolgimento di tutte le strutture che possono evitare sperperi che in alcune vicende del passato ci sono stati. Siamo pronti a fare la nostra parte con grande determinazione”.

Ma questo c’entra poco: ci mancherebbe anche che non si ricostruisse a regola d’arte.

Le responsabilità. Il problema è che cosa dovrebbe seguire all’eventuale accertamento di responsabilità. Facciamo degli esempi: se un automobilista provoca un incidente in stato di ebbrezza, o se l’automezzo non è stato sottoposto alla revisione, l’assicurazione può non pagare tutti i danni che ha provocato. Più in generale, chiunque determini un danno per trascuratezza, disattenzione, mancata manutenzione ecc., ne è in qualche modo responsabile.
Nel caso del terremoto sembrerebbe di no. Chi ha costruito o ristrutturato senza considerare le norme di sicurezza, e/o senza che qualcuno gliele abbia fatte rispettare, subisce un danno che gli viene riconosciuto come se dipendesse da un destino cinico e baro.
Non solo, ma in molti casi ha anche determinato un danno aggiuntivo (es.: crollo di elementi del proprio edificio su altre costruzioni – si veda ad esempio il caso del campanile di Accumoli; costi di rimozione della macerie, etc.), che ricade solo sulla collettività. Un po’, se volete, come nel caso di un camion con rimorchio che si ribalta in autostrada per eccesso di velocità, e costringe migliaia di persone, nei loro automezzi, a ritardare il viaggio, gli impegni, il riposo, eccetera.

E la prevenzione? Il secondo aspetto negativo, consequenziale al primo, è la mancata determinazione di un indirizzo, in termini di responsabilità, per il futuro; la mancanza di un altolà. Peggio, la proposizione di un indirizzo nemmeno tanto occulto: continuate pure a costruire come vi pare, tanto poi al prossimo terremoto interviene comunque lo Stato.
Con la conseguenza di disincentivare proprio quella politica di prevenzione che tutti – a parole – reclamano e che, per il momento, viene lasciata ai solo incentivi fiscali (sismabonus: dal 2017 all’85%, effetto Amatrice…) per coloro che – potendo ristrutturare – intendono avvalersene in modo volontario (chi scrive ha cercato di rinforzare casa propria con l’inserimento di dodici tiranti, ancor prima dell’introduzione del bonus del 65%; il Comune che ha visionato la pratica ha raccomandato che non venisse compromessa l’estetica della facciata….).

Inoltre, con la conseguenza di disincentivare completamente i tentativi di introdurre, in modo generalizzato, l’assicurazione sul rischio sismico, questione che vede l’Italia in una posizione di singolare arretratezza nel panorama delle nazioni cosiddette più avanzate. L’acquisto di una polizza sul rischio sismico, spesso associata a altri rischi anche “non naturali”, contribuirebbe a sgravare la spesa pubblica di una parte considerevole delle spese di ricostruzione.
Solo una sparuta minoranza di italiani ritiene oggi di adempiere a questa sorta di dovere civico, senza che la polizza stessa sia nemmeno parzialmente detraibile dalle imposte e senza per questo venire esentati dalla partecipazione ai costi di ricostruzione.
Quindi, in altre parole, soprattutto dopo questo decreto, chi ce lo fa fare?
Di fatto lo Stato, ovvero tutti noi, fa in prima persona l’assicuratore del rischio sismico, con i soldi della comunità. Sarebbe interessante valutare la spesa pro-capite di questa “assicurazione”, e capire se è inferiore o superiore a quella di una eventuale polizza.

Certo, parallelamente si parla di “Casa Italia” e della messa in sicurezza dell’Italia in tempi rapidi, altro slogan lanciato – in piena campagna elettorale – in assenza di una chiara visione di tempi e risorse necessarie (e, ancora una volta, senza ancora l’individuazione di chi deve farsi carico di che cosa). E di questo riparleremo.
Ma intanto questo decreto resta, e con esso quello che di fatto rappresenta: un grande, enorme condono, assolutamente tombale, di migliaia di opere edilizie scadenti e in parte fraudolente. Un condono molto particolare che i beneficiari non sono nemmeno tenuti a pagare: che lo Stato paga per loro aggiungendone i costi ad altri costi che lo Stato stesso ha già sostenuto, magari in parte per gli stessi edifici.

I danni dei terremoti: chi paga? (di P. Feletig e E. Boschi) + 2 commenti

Patrizia Feletig (laureata in economia, esegue analisi accurate della politica energetica, delle ricadute economiche delle moderne tecnologie  e dei grandi temi della moderna società come i disastri naturali e non. Scrive su importanti giornali nazionali e internazionali come free lance); e
Enzo Boschi (geofisico, già professore ordinario all’Università di Bologna, a lungo Presidente dell’INGV. Non ha bisogno di ulteriori presentazioni);

intervengono a proposito dei costi delle catastrofi, che tradizionalmente in Italia si riversano sullo Stato e quindi su tutti noi, in modo quasi automatico. Il recente Decreto per la ricostruzione porta questi temi ancora più in evidenza.

Una percentuale molto consistente del nostro grande debito pubblico è ascrivibile ai disastri naturali, sopratutto terremoti ed alluvioni, che frequentemente colpiscono il nostro fragile territorio (nella tabella sono riassunti i costi dei terremoti).

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Questo ci mette in una situazione di inferiorità economica rispetto ad altri Paesi geologicamente stabili.
Può forse sembrare paradossale ma i terremoti che nell’ultima decina di anni hanno funestato l’Italia sono da considerare moderati. Potrebbero verificarsi situazioni molto più devastanti che potrebbero mettere letteralmente in ginocchio l’economia del Paese.
È assolutamente necessario correre ai ripari: un passaggio assolutamente necessario è il ricorso intelligente alle Assicurazioni in modo da ottenere contemporaneamente il coinvolgimento informato dei cittadini e i contributi dello Stato, evitando gli enormi e assurdi sprechi degli ultimi cinquant’anni.

D’accordo: ma che cosa proponete allora?

Il ragionamento che qui proponiamo è stimolato dalle scene di disperazione e di distruzione che, ancora una volta, abbiamo dovuto vedere il 24 agosto e che tutti si augurano, ancora una volta, di non vedere più. E’ arrivato il decreto sulla ricostruzione delle zone colpite, che contiene l’impegno di risarcire tutti i proprietari di case danneggiati anche quelli di seconde case.
I danni si aggirano sui 4 miliardi di euro ma si tratta di una prima stima da aggiornare dopo la valutazione definitiva che arriverà a metà novembre assieme alla richiesta all’UE di un dossier per l’attivazione del fondo emergenze.
Benvenuto, il decreto, ma non risolutivo della questione: come risarcire i danni? questione che si ripropone puntualmente all’indomani di una calamità naturale.
Qual è il modo meno impegnativo per le casse pubbliche di coprire i sinistri da emergenze ambientali? Non sono bazzecole; secondo lo studio di Cineas le sole alluvioni comportano costi annui pari allo 0,2% del PIL.

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La mappa di pericolosità sismica (parte seconda); usi, abusi, fraintendimenti (di Massimiliano Stucchi)

Nella prima parte abbiamo analizzato la mappa MPS04 dal punto di vista scientifico: che cosa descrive, che cosa non descrive, come è stata compilata, ecc.
Le reazioni di chi ha commentato su Twitter sono interessanti: la maggior parte ha confermato però l’aspetto “iconico” che la mappa riveste oggi. Ci torneremo.
In questa seconda parte parliamo delle sue applicazioni: la materia non è semplice e neppure troppo semplificabile; ci ho provato e mi scuso se non ci sono riuscito del tutto.

6) A chi spetta il compito di aggiornare l’elenco dei comuni inseriti in zona sismica?
Fino al 1999 spettava allo Stato il potere/compito di dichiarare “sismico” un dato Comune, associandolo a una zona sismica, o categoria: prima, seconda, e terza solo dal 1981. La zona sismica determinava il livello di severità delle azioni sismiche da considerare in sede di progetto: tre livelli in tutto, quindi. Segnaliamo comunque una caratteristica tutta italiana, e cioè il fatto che alcuni Comuni, dopo essere stati inseriti in zona sismica a seguito di alcuni terremoti, hanno chiesto e ottenuto di esserne esclusi dopo pochi anni “in quanto non erano venuti più terremoti”. Continua a leggere

Il fatto che non sussiste non è stato commesso (di Giacomo Cavallo)

Con l’assoluzione del Dott. Bertolaso, anche in attesa delle motovazioni, spero che finalmente si possa dire conclusa la vicenda “processuale” della riunione di esperti che ha preceduto il Terremoto dell’Aquila – a meno che i colpevolisti non si ostinino a buttare via tempo e denaro per creare processi che non hanno ragion d’essere, con il compito di giudicare reati inesistenti, dimenticando le sentenze della Corte di Cassazione e soprattutto d’Appello, ma anche parte della sentenza di primo grado. Continua a leggere

Che cos’è la mappa di pericolosità sismica? Prima parte (di Massimiliano Stucchi)

Premessa
Fino al 2009, la mappa di pericolosità (MPS04) se la sono filata in pochi.

mps04

Era stata compilata fra il 2003 e il 2004, in meno di un anno – ovvero in un tempo brevissimo per questo tipo di elaborati – e senza finanziamenti ad hoc da un gruppetto di ricercatori coordinati da INGV, su richiesta della Commissione Grandi Rischi (CGR) per adempiere a quanto previsto dalla Ordinanza Presidenza del Consiglio dei Ministri (PCM) 3274/2003. Tuttavia era stata: Continua a leggere

La prevenzione sismica come problema di risk governance (di Andrea Cerase)

A un mese esatto dal sisma di Amatrice, oltre al drammatico bilancio in termini di vite umane (al momento della pubblicazione il conteggio è fermo a 297 vittime accertate) c’è l’evidenza degli errori, anche involontari, emersi sin dalle prime analisi sui crolli, dell’inadeguatezza delle tipologie costruttive e, insieme, l’indignazione (legittima) per il denaro pubblico speso in interventi di adeguamento in seguito rivelatisi inefficaci e persino controproducenti. Le notizie sulle inchieste giudiziarie hanno avuto un peso rilevante, ma certamente non hanno monopolizzato la discussione com’è invece accaduto per il sisma dell’Aquila e, in misura minore, per quello dell’Emilia. Continua a leggere

Spigolature

In questo periodo, come spesso accade dopo un terremoto, vengono resi disponibili su web un certo numero di interventi interessanti che riguardano vari aspetti.
Senza pretesa di esaustività, di seguito proponiamo alcuni link, con brevi introduzioni.

Dov’era, com’era. Quando il terremoto distrugge tutto, anche il senso critico
(di Elena Granata e Fiore de Lettera)

In questo saggio viene coraggiosamente affrontato il problema della richiesta popolare che si genera subito dopo un terremoto di ricostruire subito “dov’era, com’era”. Si afferma tra l’altro:

Dopo ogni evento catastrofico, il Paese – nei suoi politici e nei suoi mezzi di informazione – tende rapidamente a convergere intorno ad una posizione semplice e rassicurante. Non c’è tempo per il pensiero e per il dubbio. Più un fatto è complesso e difficile da risolvere e più sono immediate e semplici le ricette proposte”. Continua a leggere

L’importanza dei controlli e del ruolo dello Stato nella riduzione del rischio sismico (Alessandro Venieri)

E’ vero: sono pienamente d’accordo con l’articolo di Massimiliano Stucchi “le colpe degli altri”, non bisogna sempre piangersi addosso e delegare agli altri, allo Stato in genere, compiti a cui lo Stato stesso non riesce poi ad assolvere. Sicuramente è soprattutto un problema di carattere culturale, quindi di lunga e difficile risoluzione, ma il problema rimane, i terremoti ci saranno e alcuni saranno ancora più forti di quello dell’Aquila, dell’Emilia e di Amatrice, perciò un cambiamento dovremo pur farlo pensando ai nostri figli e alle future generazioni. Continua a leggere