Le “tradizionali precauzioni”: uscire di casa dopo una scossa di terremoto? (di Alessandro Venieri)

Le vicende processuali relative al terremoto dell’Aquilano del 2009 non sono ancora terminate. Esauriti i processi penali, e in particolare quello denominato “Grandi Rischi” che si è concluso – è bene ricordarlo – con la assoluzione di tutti gli imputati tranne uno “perché il fatto non sussiste”, restano ancora in essere alcuni processi civili. Di recente ha fatto scalpore una sentenza in cui il giudice ha individuato una parziale corresponsabilità negli inquilini – deceduti – per non avere abbandonato l’edificio secondo le presunte “consuetudini”. Nella stampa e nei social si è molto ironizzato su questa “corresponsabilità” invocando paragoni arditi e a volte infelici. La stampa stessa e alcune delle sue fonti locali non hanno esitato a ricordare il processo “Grandi Rischi”, ignorando o mistificandone le conclusioni ricordate più sopra.
Nell’intervento Alessandro Venieri analizza in dettaglio alcuni aspetti della sentenza, le cui motivazioni non sono ancora disponibili. Seguono commenti di Alessandro Amato e Rui Pinho.


Alessandro Venieri, geologo, ha lavorato per sei anni al Magistrato per il Po di Parma occupandosi di sistemazioni idrauliche e servizi di piena; poi un breve periodo alle Opere Marittime di Ancona e quindi per 15 anni alla Provincia di Teramo curando in materia di Protezione Civile il Programma Provinciale di Previsione e Prevenzione dei Rischi (che contiene gli studi prodotti dall’INGV a seguito della convenzione con la Provincia per gli aspetti legati al rischio simico). Dal 2015 ad aprile del 2022 ha lavorato presso la Regione Abruzzo occupandosi di concessioni di derivazioni d’acque e aree demaniali e a maggio del 2022 è stato trasferito presso l’Agenzia Regionale di Protezione Civile, sempre della Regione Abruzzo.


Nei giorni scorsi ha destato clamore a livello nazionale, con articoli di giornali e servizi televisivi, la sentenza definita da molti “choc” del Tribunale civile dell’Aquila riferita al crollo del palazzo di via Campo di Fossa all’Aquila, la tragica notte del 6 aprile 2009, dove morirono 24 persone.

Proteste
Il passaggio che ha destato clamore e proteste, con manifestazioni all’Aquila, è il seguente:

E’ infatti fondata l’eccezione di concorso di colpa delle vittime ai sensi dell’art. 1227 I comma c.c., costituendo obiettivamente una condotta incauta quella di trattenersi a dormire – così privandosi della possibilità di allontanarsi immediatamente dall’edificio al verificarsi della scossa – nonostante il notorio verificarsi di due scosse nella serata del 5 aprile e poco dopo la mezzanotte del 6 aprile, concorso che, tenuto conto dell’affidamento che i soggetti poi defunti potevano riporre nella capacità dell’edificio di resistere al sisma per essere lo stesso in cemento armato e rimasto in piedi nel corso dello sciame sismico da mesi in atto, può stimarsi nella misura del 30 per cento (dell’art. 1227 I comma c.c.), con conseguente proporzionale riduzione del credito risarcitorio degli odierni attori. Ne deriva che la responsabilità ascrivibile a ciascun Ministero è del 15 per cento ciascuno e per il residuo 40% in capo agli Eredi del costruttore Del Beato”.

https://www.tgcom24.mediaset.it/2022/video/l-aquila-sit-in-piazza-dopo-la-sentenza-shock_56018883-02k.shtml

Dalla pagina dell’Avvenire:

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/terremoto-l-aquila-sentenza-tribunale

“La richiesta di risarcimento da parte dell’Avvocatura dello Stato verso i proprietari degli appartamenti del palazzo di via Campo di Fossa a l’Aquila dove, a causa del crollo imputabile al sisma – avvenuto nell’aprile 2009 – morirono 24 persone, è stata accolta dalla sentenza del giudice del tribunale civile dell’Aquila Monica Croci.
Dopo la tragedia gli eredi delle vittime avendo dalla loro parte perizie che attestavano irregolarità in fase di realizzazione dell’immobile e una “grave negligenza del Genio civile nello svolgimento del proprio compito di vigilanza sull’osservanza delle norme poste dalla legge vigente, in tutte le fasi in cui detta vigilanza era prevista”, hanno citato in giudizio (per milioni di euro di danni) Ministero dell’Interno e Ministero delle Infrastrutture e Trasporti per le responsabilità della Prefettura e del Genio Civile per i mancati controlli durante la costruzione, il Comune dell’Aquila per responsabilità analoghe e gli eredi del costruttore per le responsabilità in fase di costruzione. I ministeri hanno chiamato in causa il condominio imputandogli una responsabilità oggettiva, cioè senza colpa, ma derivante solo dal fatto di essere proprietario della costruzione.”

Pertanto, ai sensi del comma 1 dell’art. 1227 del Codice Civile

Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate”,

è anche colpa delle vittime, rimaste sotto le macerie del crollo, per non essere uscite di casa dopo due scosse di terremoto non molto forti, appartenenti ad una sequenza sismica che durava da mesi.

Se si rileggono le motivazioni delle sentenze (Appello e Cassazione) di condanna del prof. Bernardo De Bernardinis relative al cosiddetto processo “Grandi Rischi”, per la morte di 13 persone – fra quelle che avevano presentato ricorso – si trova che in effetti le “tradizionali precauzioni” adottate dalla popolazione, consistenti nell’uscire dalle proprie abitazioni ad ogni scossa percepita, rappresentino una condizione essenziale per potersi mettersi in salvo da un terremoto. A pag. 12 si legge infatti:

Stralcio-cassazione-pag-12

Pertanto, se non si esegue tale azione, da una parte potresti essere ritenuto corresponsabile della tua morte e dall’altra di omicidio colposo se induci, indirettamente attraverso la tua autorità, altre persone a non adottare tali “tradizionali precauzioni”.

Nel ricorso in Cassazione i legali del prof. Bernardo De Bernardinis, per tale aspetto, fecero presente l’inesistenza di una regola che consenta di individuare con sufficiente certezza la durata dell’allontanamento dalla propria abitazione, in occasione di scosse sismiche, al fine di scongiurare un rientro prematuro. A pag. 14 si legge:

Stralcio-cassazione-pag-14

Il ricorso, come noto, è stato rigettato e la condanna a due anni è stata confermata.

Quindi per i magistrati che hanno emesso tali sentenze le “tradizionali precauzioni”, che consistono nell’uscire di casa ad ogni scossa di terremoto, costituiscono una procedura di sicurezza fondamentale da rispettare; sia di giorno che di notte, che faccia freddo o meno (quella notte all’Aquila faceva freddo), che si abbia o meno un posto dove rimanere al sicuro, sia se si è giovani o anziani, sia se si è stanchi o riposati e soprattutto a prescindere dalla durata di permanenza fuori dall’edificio.
Ricordiamo che la notte tra il 5 e il 6 aprile le scosse prese a riferimento per determinare il comportamento da seguire, cioè uscire fuori dalla propria abitazione, sono avvenute alle ore 22.48 (magnitudo 3.9) e alle ore 00.39 (magnitudo 3.5). In sostanza, quando il sonno gioca un ruolo determinante e può avere il sopravvento, quando fuori fa freddo e dormire in auto o all’addiaccio impone una buona forza di volontà che può essere dettata o da una estrema paura del terremoto scollegata da un aumento del rischio o da una effettiva condizione di reale aumento del rischio (cosa che sappiano non essere avvenuta), dopo una lunga sequenza dove non sempre è stato accertato se ad ogni scossa e in ogni condizione (notte o giorno) le vittime uscissero dalle proprie abitazioni o da qualsiasi altro edificio in cui si fossero trovati che sia il luogo di lavoro, di studio o di svago.

Come noto, peraltro, le due scosse di terremoto in questione non mutarono certo il rischio sismico per la città dell’Aquila, che all’epoca del terremoto era sempre alto, così come lo è tuttora.

Non entrando nello specifico delle sentenze, che sono molto articolate e vanno sicuramente rispettate, tutto ciò, a mio parere, ha una unica ragione logica e cioè ammettere che quelle due scosse, a cui fanno riferimento le sentenze (e solo a queste due scosse), possano essere considerate premonitrici di un evento catastrofico, come poi è avvenuto, e che le “tradizionali precauzioni” adottate dai cittadini aquilani includessero tale conoscenza.
Ma questo non è stato confermato dagli studi scientifici eseguiti a posteriori, perché solo a posteriori può essere valutata la probabilità di accadimento del mainschock, che tra l’altro hanno dato delle probabilità molto basse di accadimento.

Infatti, come si può leggere anche sulla pagina internet istituzionale dell’INGV:

allo stato attuale non esistono leggi note capaci di fornire indicazioni sull’evoluzione delle sequenze sismiche. Ogni sequenza ha delle caratteristiche proprie che possono essere studiate solo dopo che la sequenza sia senza ombra di dubbio terminata. In particolare, non c’è nessuna legge o indicazione che possa dirci se il culmine massimo della sequenza sia stato raggiunto oppure no”.

https://ingvterremoti.com/2014/11/09/linizio-e-la-fine-della-sequenza-sismica-dellaquila/

Altrimenti, mi viene da aggiungere, i terremoti sarebbero prevedibili…

Commento di Alessando Amato
Grazie Alessandro, e grazie Max. Peraltro aggiungerei che quello dell’uscita di casa in caso di sciame (?), scossetta/e (quante? quanto forte?), scossa, ecc., è un comportamento sbagliato, altro che “precauzione tradizionale”. Se uno vive in zona sismica e sa che la casa resiste non deve uscire! Se invece sa o teme che la sua casa non sia a norma e possa danneggiarsi o crollare, una volta uscito per la paura (lecita) non deve rientrare fintanto che non abbia adeguato la casa. Un M6 può arrivare sempre, con o senza scosse o sciami prima, come dimostra il terremoto di Amatrice del 24 agosto 2016.
Inoltre, mi verrebbe da chiedere alla giudice: in caso di terremoto distruttivo, quante ore o giorni bisognerebbe andare a ritroso per ritenerlo co-responsabile? Se il terremoto del 6 aprile fosse avvenuto il 7 o l’8 potremmo ancora ritenere irresponsabili coloro i quali fossero usciti la notte e poi rientrati la mattina dopo?

Commento di Rui Pinho

“Prima di venirci ad abitare presi alcune informazioni sulla tipologia della struttura, sull’anno di costruzione, sul progettista, parlai con il titolare dell’impresa che eseguì i lavori e diedi anche una occhiata alla relazione geologica geotecnica allegata al progetto” – esempio perfetto di quello che dovremo fare tutti noi, grazie!
Questo è il tipo di buona pratica (a mio avviso del tutto equivalente ad allacciare la cintura di sicurezza ogni volta che si sale in auto) che dovrebbe essere ripetutamente ricordata e ribadita dai media, al posto delle dannose chiacchiere su previsioni, mappe, preavvisi e tradizionali precauzioni.

La nuova versione di DISS, il database delle sorgenti sismogenetiche (colloquio con Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, sismologo di formazione geologica, dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: https://diss.ingv.it). Gli abbiamo chiesto di commentare l’ultima versione, pubblicata di recente.

Gianluca, puoi spiegare ai non addetti ai lavori in che cosa consiste questo database?

Il Database of Individual Seismogenic Sources, o DISS, è uno strumento ideato per censire le sorgenti sismogenetiche, ovvero le faglie in grado di generare forti terremoti che esistono su uno specifico territorio, esplorandone le dimensioni, la geometria e il comportamento atteso, espresso dallo slip rate e dalla magnitudo degli eventi più forti che tali faglie possono generare. Presenta delle somiglianze con un catalogo/database della sismicità storica, nella misura in cui fornisce informazione georeferenziata sul verificarsi dei forti terremoti, potendo fungere da base di partenza per l’elaborazione di modelli di pericolosità sismica a varie scale spaziali e temporali; tuttavia se ne differenzia per due ragioni fondamentali. La prima è quella di essere principalmente basato su informazione geologica, geofisica e sismometrica, e in parte anche storica. La seconda, che ne rappresenta la vera forza, e quella di “guardare in avanti” in modo esplicito, proponendo dove potrebbero accadere i terremoti del futuro e con quali caratteristiche. Anche un catalogo storico può essere utilizzato con le stesse finalità, sulla base del principio-cardine della Geologia per cui è possibile “ribaltare sul futuro” gli eventi naturali che abbiamo visto nel passato; ma l’immagine del futuro che potrà derivare da quest’operazione è certamente meno nitida di quella che si può ottenere ipotizzando l’attivazione futura di sorgenti sismogenetiche delle quali, almeno nell’ambito di incertezze anche ampie, riteniamo di conoscere le caratteristiche fondamentali, come lunghezza, profondità, cinematica e magnitudo del terremoto più forte che possono generare. Continua a leggere

Il ruolo dei tecnici nell’emergenza post-sisma: l’importanza della cultura della prevenzione sismica nella formazione scolastica e universitaria (di Michele Galizia)

Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo contributo sul tema delle verifiche degli edifici a seguito di un terremoto

Michele Galizia si è laureato in ingegneria civile edile a Padova nel 1980. E’ stato allievo del prof. Alberto Bernardini, il coordinatore del Gruppo di lavoro, costituito dal Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti del CNR e dal Servizio Sismico Nazionale del Dipartimento della Protezione Civile, che ha redatto la prima scheda AeDES (Agibilità e Danno Emergenza Sismica) dopo 3 anni di lavoro nel 2000. Ha esercitato la libera professione a Padova e a Venezia.
Come ingegnere volontario ha effettuato le verifiche degli edifici colpiti dal sisma in Irpinia nel 1980, in Abruzzo nel 2009, in Emilia nel 2012 e in Centro Italia nel 2016 e 2017.
Dalla primavera 2021 è in pensione.

Il rischio sismico in Italia è elevato e diffuso.
I recenti e devastanti terremoti che hanno colpito l’Abruzzo nel 2009, l’Emilia nel 2012 e il Centro Italia nel 2016 hanno causato danni elevati a territori molto vasti, con decine di Comuni colpiti, centinaia di morti e decine di migliaia di cittadini coinvolti.
Sono ingegnere civile edile e ho fatto le verifiche degli edifici colpiti dal sisma in Irpinia nel 1980, in Abruzzo nel 2009, in Emilia nel 2012 e in Centro Italia nel 2016 e nel 2017.
Durante le verifiche, a cui assistevano in sicurezza i proprietari degli edifici, ho visto nei loro volti e nelle loro parole la sofferenza e la paura causate dal terremoto. Queste persone alloggiavano temporaneamente da parenti, o nella seconda casa lontana dalla zona colpita, o in albergo oppure in tenda. Dai loro sguardi e dalle loro parole ho compreso che lasciare la propria abitazione colpita dal terremoto e iniziare una altra vita, dove si dipende in tutto e per tutto dagli altri, è una delle peggiori disgrazie che possano capitare.

Allora il compito di noi tecnici era quello di fare prima possibile la verifica dell’immobile, mediante la compilazione della scheda AeDES (Agibilità e Danno Emergenza Sismica, https://tegris2013.files.wordpress.com/2022/03/scheda-aedes.pdf), per stabilire se era agibile e quindi permettere alle persone di tornare alle loro abitazioni e a una vita normale, oppure inagibile o agibile parzialmente per attivare le procedure dello Stato per ridare una abitazione a questi nostri sfortunati connazionali. In sintesi: fare presto e fare bene. E’ importante rilevare che si tratta di un compito di grande responsabilità umana e professionale, perché “La valutazione di agibilità in emergenza post-sismica è una valutazione temporanea e speditiva – vale a dire formulata sulla base di un giudizio esperto e condotta in tempi limitati, in base alla semplice analisi visiva ed alla raccolta di informazioni facilmente accessibili – volta a stabilire se, in presenza di una crisi sismica in atto, gli edifici colpiti dal terremoto possano essere utilizzati restando ragionevolmente protetta la vita umana. L’esito Agibile va scelto, quindi, se si soddisfa pienamente la precedente definizione”. In media il sopralluogo con esame visivo esterno e interno dell’edificio e la compilazione della scheda AeDES (3 pagine + 1 di istruzioni) impegnavano la squadra composta da 2 tecnici per circa 60 minuti.

In Emilia, colpita il 20 e il 29 maggio 2012, sono stati impegnati circa 1.000 tecnici volontari in turni settimanali con oltre 90.000 verifiche AeDES che hanno permesso in 10 settimane, dall’inizio di giugno ai primi di agosto 2012, di verificare tutti gli edifici colpiti dal sisma.
Dopo questa emergenza sismica nazionale, Il Dipartimento Nazionale di Protezione Civile, con il DPCM dell’8 luglio 2014, ha stabilito che le verifiche di agibilità (compilazione della scheda AeDES) sia compito di tecnici appositamente formati con corsi specifici a livello regionale e organizzati nel Nucleo Tecnico Nazionale.

Il DPCM nelle premesse dice: “Considerato che durante la gestione dell’emergenza post-sismica, nell’ambito delle attività di assistenza alla popolazione, è necessario effettuare speditamente il rilievo del danno e la valutazione di agibilità delle costruzioni, finalizzati al rientro tempestivo della popolazione nelle proprie abitazioni ed alla salvaguardia della pubblica incolumità, con l’obiettivo di ridurre i disagi dei cittadini e gli ulteriori possibili danni; Considerata l’esigenza, maturata in seguito agli eventi sismici degli ultimi anni, di migliorare il sistema di gestione delle operazioni
tecniche di rilievo del danno e valutazione dell’agibilità degli edifici nella fase di emergenza post-sisma, mediante la creazione di un sistema strutturato che preveda l’istituzione di un elenco di tecnici appositamente formati;…”

La prima considerazione che mi venne in mente allora fu che mancava una disposizione transitoria, da utilizzare in una emergenza sismica di rilievo nazionale come l’Emilia. Da tener presente che trattandosi di tecnici volontari, che potrebbero essere non disponibili per vari motivi (lavorativi, familiari, personali) è necessario avere una potenziale disponibilità almeno doppia di quella necessaria, quindi 2.000 – 2.500 tecnici, oltre qualche centinaio di tecnici di supporto come Data Entry. Ma sarebbero stati necessari circa 6 anni, al ritmo di 5-6 corsi con 60 partecipanti all’anno.

Il 24 agosto e il 30 ottobre 2016 c’è stato il terremoto in Italia Centrale. Il Dipartimento Nazionale della Protezione Civile si è trovato con un numero insufficiente di tecnici abilitati AeDES. Nella mia Regione Veneto c’erano in totale 44 ingegneri abilitati AeDES. E coloro che non avevano potuto partecipare al corso AeDES per lo scarso numero di posti a disposizione o per impegni di lavoro, non sono stati utilizzati nella prima fase dell’emergenza. Ma le verifiche da fare erano circa 200.000 e bisognava trovare una soluzione. Mi sarei aspettato una norma transitoria che permettesse di utilizzare i tecnici che avevano fatto le verifiche AeDES in Emilia nel 2012 e in Abruzzo nel 2009.

La soluzione è stata di approvare rapidamente una nuova scheda, la FAST (Fabbricati Agibilità Sintetica post-Terremoto, ALL. 2), che poteva essere compilata da tecnici che dichiaravano ”di aver frequentato il corso AeDES oppure di aver operato come verificatore per precedenti esperienze sismiche oppure di essere esperto in ambito strutturale senza esperienza sul campo”. Da tener presente che la scheda FAST (1 pagina + 1 di istruzioni) è una sintesi della scheda AeDES con gli stessi criteri di valutazione:

” Esito FAST Finale: va scelta una sola delle opzioni riportate. Il giudizio va emesso tenendo conto che: la valutazione di agibilità in emergenza post-sismica è una valutazione temporanea e speditiva – vale a dire formulata sulla base di un giudizio esperto e condotta in tempi limitati, in base alla semplice analisi visiva ed alla raccolta di informazioni facilmente accessibili – volta a stabilire se, in presenza di una crisi sismica in atto, gli edifici colpiti dal terremoto possano essere utilizzati restando ragionevolmente protetta la vita umana. Il giudizio «Agibile» significa che a seguito di una scossa successiva, di intensità non superiore a quella per cui è richiesta la verifica, sia ragionevole supporre che non ne derivi un incremento significativo del livello di danneggiamento generale. L’esito «Edificio agibile» va scelto, quindi, se si soddisfa pienamente la precedente definizione. Invece, se le condizioni di rischio derivanti dallo stato di danneggiamento dello stesso edificio non sono considerabili basse, si opterà per l’esito «Edificio non utilizzabile».“

L’esito ‘edificio non utilizzabile’ comportava che poi l’edificio doveva ulteriormente essere verificato dai tecnici AeDES, che ne accertavano l’inagibilità totale o parziale e quindi dare inizio all’iter per la ricostruzione da parte dello Stato. In media il sopralluogo con esame visivo esterno e interno dell’edificio e la compilazione della scheda FAST impegnava la squadra composta da 2 tecnici per circa 40 minuti. Quindi centinaia di tecnici volontari, me compreso, sono state impegnate per le verifiche FAST. Se la verifica con la scheda FAST dava esito di edificio agibile il cittadino rientrava a casa e la pratica era conclusa. Se la verifica FAST dava esito di edificio non utilizzabile il cittadino restava nella soluzione abitativa provvisoria (parenti, seconda casa o albergo sulla costa marchigiana) e doveva attendere laverifica dei tecnici AeDES, a seguito della quale sarebbe iniziato l’iter della ricostruzione da parte dello Stato.
Quindi allungamento dei tempi del ritorno alla normalità e i cittadini amareggiati per il fatto che la loro abitazione non veniva verificata dai tecnici AEDES, ma dai tecnici FAST. Ho fatto 3 turni settimanali di verifica FAST in Centro Italia (dicembre 2016 nelle Marche, febbraio 2017 in Umbria e maggio 2017 nelle Marche) e in ogni turno di 30 tecnici volontari c’erano 4-6 tecnici AeDES e 24-26 tecnici FAST.
E ogni collega AeDES mi confermava che nella sua regione i tecnici AeDES erano poche decine.

La necessità di aumentare le verifiche AeDES è stata risolta in questo modo: il cittadino si doveva rivolgere ad un tecnico di sua fiducia, per la compilazione della scheda AeDES e la presentazione dell’istanza per la ricostruzione. Il costo del tecnico veniva aggiunto nelle spese rimborsate dallo Stato. Da notare che prima in tutti i terremoti tutti gli interventi di verifica di agibilità sono stati fatti da tutti i tecnici a titolo volontario e gratuito. Tanti di noi hanno anche rinunciato al rimborso delle spese dell’auto e del vitto. Da notare anche che è venuta a mancare la terzietà del tecnico, perché ai tecnici AeDES è fatto divieto, per ovvi motivi, di lavorare nella provincia dove hanno fatto le verifiche.
Questa situazione di mancanza di tecnici AeDES è continuata negli anni successivi.
Recentemente, a seguito di una circolare dell’11 novembre 2021 della STN (Struttura Tecnica Nazionale, cioè l’insieme dei Consigli Nazionali degli ingegneri, degli architetti, dei geologi, dei geometri e dei periti agrari) la FOIV (Federazione Ordine Ingegneri del Veneto) ha comunicato agli Ordini provinciali degli ingegneri del Veneto l’attivazione di un corso AeDES di 60 ore per 60 partecipanti nel mese di febbraio 2022.

Siamo ancora lontani dalla lettera e dallo spirito del DPCM dell’8 luglio 2014 e dalle Indicazioni Operative del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile del 29 ottobre 2020:
“Le esperienze anche recenti di gestione delle emergenze sismiche su base nazionale e regionale ha confermato che l’esigenza prioritaria è quella di poter disporre di numeri elevati di tecnici formati per il rilievo con schede Aedes.”
La mia modesta opinione è che sia necessario che la cultura della prevenzione sismica e la compilazione della scheda AeDES siano parte integrante dei programmi delle facoltà universitarie di ingegneria civile, di architettura, di geologia, e dagli istituti superiori per geometri e periti agrari. In tal modo in emergenza sismica ci sarebbe il numero adeguato di tecnici AeDES per la verifica in tempi rapidi di tutti gli edifici colpiti dal sisma, in modo da far rientrare la popolazione nelle proprie abitazioni in caso di agibilità e, in caso di inagibilità, di attivare rapidamente l’iter per la ricostruzione.

80 anni fa nasceva Enzo Boschi. Ricordi di Alessandra Stefàno, Dante De Paz intervistato da Patrizia Feletig e Massimiliano Stucchi

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Sono pochi, se non pochissimi, i tentativi di riassumere in poche pagine la vita, la carriera, le peculiarità e le intuizioni di Enzo Boschi. Meglio immaginarlo come una sorta di “apeirogon”, un poligono con un numero illimitato di lati, che da lontano sembra rotondo ma non lo è (Boschi era tutto fuorché rotondo). Per questo motivo questo blog gli ha dedicato un mosaico di ricordi

https://terremotiegrandirischi.com/2020/12/22/un-mosaico-per-enzo-boschi-a-cura-di-alcuni-colleghi-e-amici/

e ora gliene dedica altri tre.


Alessandra Stefàno
Il primo impatto con il prof. Boschi? Un po’ di soggezione nei suoi confronti, ovviamente a me già noto come uno dei massimi esperti di sismologia e vulcanologia. Appariva un po’ burbero, ma a me suscitò simpatia.
Sempre molto serio, ma anche molto turbato perché, come tutti gli imputati di quel processo, non riusciva a capacitarsi delle accuse che gli venivano contestate. Dialogava un po’ con tutti, cercava il contatto con tutti, rivendicando le proprie ragioni e ribadendo che lui, alla famosa riunione del 30 marzo, lo aveva detto a chiare lettere al Sindaco: prima o poi ci sarà un forte terremoto! A volte durante le udienze non riusciva a trattenere il disappunto e borbottava, sbuffando spesso, al punto da essere ‘ripreso’, seppur bonariamente, dal giudice.
Un episodio particolare, che non potrò mai dimenticare, furono le sue lacrime alla fine del processo d’appello. La Corte lo aveva, giustamente, assolto. Dal fondo dell’aula una parte del pubblico iniziò ad inveire contro la Corte, urlando la disapprovazione per il ribaltamento della sentenza di primo grado. Alcuni carabinieri ci accompagnarono fuori dall’aula in un piccolo corridoio, in attesa che la situazione si tranquillizzasse un po’. Fu lì che lo vidi piangere e mi abbracciò commosso e sollevato, finalmente. Fu l’ultima volta che lo vidi.
Per me è stato un onore conoscerlo. Mi spiace che abbia molto sofferto per quel processo.


Dante De Paz, intervistato da Patrizia Feletig
Quando Enzo Boschi entrava in negozio era una persona completamente diversa dal personaggio pubblico”, ricorda Dante De Paz, proprietario del negozio di abbigliamento maschile più iconico di Bologna. Anni di frequentazione dei felpati interni della boutique nella centrale via Ugo Bassi, e questo cliente esigente in fatto di gusti ma simpatico e spendaccione, diventa un amico del titolare suo coetaneo.
“Ci frequentava quasi fossimo un club. Veniva a scegliere stoffe per un abito sartoriale che andava ad arricchire la sua collezione di oltre 150 capi. Gessati, flanelle, il prof Boschi era molto classico nello stile con una spiccata inclinazione per i tessuti british; debolezza forse contratta durante la sua permanenza all’Università di Cambridge. Aveva imparato a riconoscere ad occhio sicuro le stoffe. Era preparatissimo sui fabbricanti. Pretendeva forniture da Coopers o da Hardy Minnis. Oppure entrava e mi chiedeva imperioso un metraggio di Seersucker ma solo se è della tessitura Solbiati” racconta De Paz.
Quando gli chiedevo dove trovasse il tempo per imparare queste cose, rispondeva che gli capitava di sfogliare le mazzette di tessuti dal suo sarto. Nell’atelier di Caraceni, dietro via Veneto,  tra i ritratti autografati dei grandi e potenti del mondo c’è anche la foto del prof. sorridente e scanzonato.

Sempre con la battuta pronta, da noi si divertiva lasciando sfogando il suo modo molto schietto di essere aretino. Interpellava i commessi con uno faceto “Bischero” ma trattava tutti sempre con rispetto e signorilità” riconosce il signor Dante. “Con lui si facevano grandi chiacchierate su tutto, tranne sui terremoti. Viaggi, politica, film e libri e a volte qualche confidenza più intima. Si capiva che per Enzo era liberatorio venire qui”.
Diventava una pausa spensierata quando era all’apice del successo e dei riconoscimenti. E poi divenne un approdo rassicurante quando, nel 2009 dopo il terremoto dell’Aquila, all’improvviso onori e incarichi gli furono strappati via, a seguito dell’accusa di omicidio colposo che fece insorgere e schierarsi a suo fianco gli scienziati di mezzo mondo.
“Nel penultimo inverno s’incapricciò di una pezza di British Warm, un doppio tessuto da 1.000 grammi al metro. Un articolo praticamente invendibile in Italia. Si fece confezionare un cappotto e le rare volte che la meteo gli concesse di indossarlo, scherzava sostenendo che era come marciare con lo zaino zavorrato di un alpino”.

Indossare i panni (letteralmente!) del geofisico che ha conquistato l’Olimpo dei sismologi non è inverosimile. “Dopo la sua scomparsa, sua moglie venne ad offrirmi la collezione di abiti di Enzo. Ora sono in vendita nell’outlet e catturano sempre l’attenzione. Ma le misure sono difficilmente compatibili. Enzo era molto alto e al seguito di un incidente giovanile in moto, che gli rese inservibile il braccio destro, usava particolari imbottiture sulla spalla.”


Massimiliano Stucchi
In quel negozio di Bologna ebbi modo di entrare anche io. Boschi portava spesso giacche di tonalità verde e io mi lamentavo con lui di non riuscire a trovarne. Un giorno ci incontrammo a Bologna e con una scusa mi portò al negozio e mi fece scegliere un tessuto. “Lovat” mi disse, “tienilo a mente”. Lovat Harris Tweed. Mi presero le misure e dopo qualche settimana un amico mi portò a Milano una giacca che conservo religiosamente e uso per le ormai poche grandi occasioni.
Non la potei indossare quando riuscì a farci ricevere con un gruppo di colleghi dal Presidente Napolitano al Quirinale, il 9 settembre 2010. Era prescritto un abito scuro. Non era la prima volta che Boschi veniva ricevuto ma quella volta volle farsi accompagnare da una delegazione dell’INGV. Boschi era già stato incriminato per gli eventi dell’Aquila, e Giulio Selvaggi con lui; scherzò con Napolitano che gli garantì che in caso di condanna sarebbe andato a trovarlo in carcere o quanto meno gli avrebbe fatto avere le arance. Mi aveva suggerito di portare con me una copia della Gazzetta Ufficiale del 2006 che aveva reso Legge dello Stato la mappa di pericolosità sismica, che definiva “uno dei lavori più importanti dell’INGV”. A me sembrava brutto portare la Gazzetta Ufficiale proprio a colui che firmava leggi e decreti che la popolavano; Napolitano invece apprezzò e si ricordò che era stata l’ultima OPCM del Governo Berlusconi.

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Non sono cresciuto nella scuola di Boschi e nemmeno nell’ING. Pure ci hanno sempre legato rispetto e simpatia, dal primo incontro ad Ancona nel 1973 a tutti gli episodi in cui, magari da parti separate e anche in conflitto, abbiamo collaborato a mettere in posto una serie di mattoni di quello che oggi è l’INGV. Ho fatto parte per anni dell’area “avversaria” (CNR, GNDT) ma riconosceva la mia indipendenza di giudizio. Aveva apprezzato che fossi stato uno dei pochi di quell’area a esprimergli solidarietà quando un noto giornalista televisivo aveva accennato alla sua persona sottolineando in malo modo la sua menomazione fisica.
Nel gennaio 2013 organizzai un evento scientifico per “festeggiare” il mio pensionamento (naturalmente indossavo la giacca di Lovat).

Schermata 2022-02-23 alle 10.34.11Venne a Milano e vi pernottò; era già in pensione. Durante l’evento, che coincise per puro caso con la giornata in cui vennero pubblicate le motivazioni della sentenza di condanna di primo grado del processo dell’Aquila, fece un paio di numeri come suo solito. Poi lo chiamai con me per il saluto finale, ricordandogli che aveva suggerito lui stesso che un giorno saremmo andati insieme al centro del campo a salutare il pubblico come fanno i calciatori quando si ritirano. Non se lo aspettava, forse non si sentiva pronto. Ma lo facemmo insieme e mi abbracciò forte, commosso.

Schermata 2022-02-26 alle 23.39.20

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L’anniversariodella nascita di Enzo Boschi è stato ricordato anche dagli amici de “Il Foglietto”

https://ilfoglietto.it/il-foglietto/6757-enzo-boschi-oggi-avrebbe-compiuto-80-anni-un-ricordo-del-foglietto

 

“Le tre velocità”: la cultura del terremoto in Abruzzo. Colloquio con Fabrizio Galadini

Dopo aver presentato in questo blog, lo scorso anno, il volume “Tracce ondulanti di terremoto” di Fabrizio Galadini (https://terremotiegrandirischi.com/2021/03/15/tracce-ondulanti-di-terremoto-colloquio-con-fabrizio-galadini/, è ora il turno del recentissimo, fresco di stampa, “Le tre velocità” (https://www.alepheditrice.it/prodotto/le-tre-velocita/) del medesimo autore, con il quale parliamo dei contenuti.

Copertina

Fabrizio Galadini è dirigente di ricerca dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ed è stato ricercatore del Cnr presso l’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria. Insegna Geologia per il rischio sismico all’Università Roma Tre. Svolge ricerche geologiche, geomorfologiche, archeosismologiche e storiche sulle faglie attive, sugli effetti dei terremoti del passato e sulle risposte antropiche alle criticità ambientali.

Questo tuo libro viene a valle di altri (recentemente, Tracce ondulanti di terremoto e la curatela di Marsica 1915-L’Aquila 2009. Un secolo di ricostruzioni) e, come affermi nella introduzione, rappresenta la sintesi della personale esperienza in rapporto a un concetto generale di cultura del terremoto. Ci puoi spiegare?

Il libro nasce da riflessioni su attività e personali esperienze di comunicazione della scienza negli anni seguenti al sisma aquilano del 2009. Mi riferisco, quindi, al secondo decennio di questo secolo che, in Abruzzo, è stato anche scandito dalle numerose manifestazioni legate al centenario del terremoto del 1915 e al decennale, appunto, di quello aquilano; in mezzo, la sequenza sismica del 2016-2017. Fino al 2009, svolgendo l’attività di ricerca nel campo delle Scienze della Terra, per me “cultura del terremoto” aveva senso quasi esclusivamente in riferimento al fenomeno fisico, alle sue evidenze geologiche, ai suoi effetti sul costruito, ai danni del passato ecc. Parlare di una storia della conoscenza, di evoluzione della cultura, poteva significare guardare a ciò che avevano scritto cento anni fa geologi e sismologi e confrontarlo con quanto sappiamo adesso.
Le urgenze del 2009, la necessità di un rapporto più stretto con i residenti nei territori sismici, di solito portatori di una conoscenza astratta o idealizzata dell’accaduto, l’impegno con i colleghi per la comprensione delle molteplici sfaccettature del “Processo Grandi Rischi” mi hanno costretto a un ampliamento dell’orizzonte. Quindi, nel tempo ho prestato attenzione anche a come la conoscenza scientifica fosse recepita in altri contesti, ad esempio al livello della società civile, delle amministrazioni territoriali e dei governi centrali che di quella dovrebbero essere specchio. “Cultura del terremoto”, nel libro, include certamente le conquiste scientifiche, ma anche le loro traduzioni in atti normativi cui si informa l’azione del cittadino e, soprattutto, la consapevolezza da parte di chi vive nei territori sismici di cosa sia e possa comportare un terremoto con effetti al di sopra della soglia del danno.

Il titolo del volume solleva una immediata curiosità. Puoi riassumere quali siano le tre velocità, in che relazione stanno fra di loro e il perché dell’uso di questo termine?

Se guardo alla cultura del terremoto nel senso ampio che ho detto, estremizzando, posso distinguere i tre aspetti prima richiamati, tenendo comunque presente che sono tra loro strettamente legati: i) l’avanzamento della conoscenza scientifica e la sua divulgazione, cioè l’esito del lavoro dei ricercatori; ii) la traduzione normativa delle acquisizioni scientifiche perché aggiornamenti e modifiche delle norme misurano il cambiamento della conoscenza, l’evoluzione di una cultura del decisore, oltre che il mutamento delle condizioni della società; iii) la cultura del cittadino in relazione a “sismicità”, “pericolosità sismica”, “vulnerabilità”, “riduzione del rischio sismico” ecc., temi rispetto ai quali, considerate le ricadute, proprio i cittadini dovrebbero rappresentare i principali portatori di interesse. Alle componenti che costituiscono questo sistema riferisco l’artificio delle tre velocità perché diversamente si evolvono la ricerca scientifica, l’azione dei decisori nei governi centrali e la sensibilità per la difesa dai terremoti da parte dei cittadini e di chi li rappresenta a livello locale.
Nonostante periodi più o meno fortunati, l’evoluzione della ricerca è caratterizzata da un andamento piuttosto costante. Anche la traduzione della conoscenza scientifica in atti normativi – il secondo elemento del sistema – è vincolata, sebbene dipendente dalla mediazione politica che stabilisce le priorità nei vari ambiti di intervento per la crescita del Paese. Il vincolo, in questo caso, è legato allo stesso progresso della scienza che il legislatore non può ignorare. In sintesi, come desumibile dalla storia della difesa dai terremoti nell’arco di un secolo, è accaduto che l’avanzamento della conoscenza scientifica sia stata non immediatamente tradotta sul piano delle politiche governative, ma in generale è impossibile non rilevare la consistente evoluzione. È il terzo elemento che compone il sistema, l’aggiornamento degli atteggiamenti culturali di coloro che vivono nei territori sismici, a procedere a rilento. Ed è una criticità non trascurabile, considerando che un aspetto come la riduzione del rischio necessita anche del convinto impegno del cittadino.
Le tre velocità, quindi, sintetizza una evoluzione della conoscenza scientifica che si attua con maggiore costanza rispetto a come avviene il suo recepimento sul piano normativo. Per entrambi gli aspetti si può comunque parlare di progresso assai più consistente della crescita della sensibilità per la difesa dai terremoti e della consapevolezza del rischio nei cittadini che, in ultima analisi, del cambiamento dovrebbero beneficiare.

La prima velocità, cui sono dedicati due capitoli, riguarda essenzialmente la geologia e in particolare le sorgenti dei terremoti. Possiamo dire che proponi uno sguardo particolare a questi aspetti?

Sì, diciamo per comodità, visto che si tratta del campo di ricerca nel quale ho lavorato per più di tre decenni. È stato più agevole guardare allo sviluppo della conoscenza sul rapporto tra faglie e terremoti. Per questa prima velocità, inizio con Federico Sacco, 1907: lo schema dell’Abruzzo con i colori tipici di una carta geologica, ma senza faglie. Queste sono riportate in una tavola a parte. La divisione, la geologia con le sue distinzioni stratigrafiche separata dallo Schema delle principali fratture degli Abruzzi (questo il titolo), fa capire che non era del tutto chiaro il ruolo dei movimenti delle faglie nell’evoluzione geologica di un territorio, come non lo erano le conseguenze in termini di sismicità. Se si paragona questa sintesi alle conoscenze rappresentate nei moderni schemi di faglie sismogenetiche, mettendo in fila tutte le tappe intermedie, si possono tangibilmente apprezzare gli enormi passi avanti della ricerca geologica in poco più di un secolo.

Figura_Sacco“Schema delle principali fratture degli Abruzzi” realizzato da Federico Sacco nel 1907 e pubblicato sul Bollettino della Società Geologica Italiana.

La seconda velocità riguarda la storia della cosiddetta “classificazione sismica”, ovvero della distribuzione delle aree (Comuni) nelle quali sono state adottate normative sismiche per la costruzione degli edifici. A questo proposito proponi anche qualche riflessione sul rapporto fra scienza e normativa. Argomento attuale e complesso, giusto?

Per una ricostruzione storica della classificazione sismica, ho riletto più volte i tanti atti normativi emanati nell’arco temporale di più di un secolo e ho fatto riferimento a quanto pubblicato in proposito, soprattutto i tuoi lavori con Carlo Meletti [es., Meletti et al., 2006; 2014]. Poi, ho approfondito il caso dell’Abruzzo, che di fatto ben si inserisce nel più ampio orizzonte dell’Italia sismica. Complessivamente, è facile cogliere il consistente progresso, nonostante interruzioni e qualche retromarcia (leggi declassificazione: comuni precedentemente classificati che non sono più considerati sismici o comuni in prima categoria che vengono posti in seconda). L’impostazione dei primordi, per cui la classificazione interessava territori per aggiunte di abitati terremotati, dopo singoli accadimenti particolarmente distruttivi (es. 1908, 1915) o insieme di eventi (es. quelli dell’Appennino settentrionale tra 1917 e 1920), ha comunque consentito avanzamenti anche significativi: i territori sismici soggetti a normativa per le costruzioni aumentavano, anche se i vincoli imposti avevano la prospettiva limitata del “già terremotato” e non quella delle conseguenze degli scuotimenti futuri in altre aree. L’impianto era sostanzialmente amministrativo, per aggiunte di liste di abitati danneggiati. Poi, a un certo punto, soprattutto dalla fine degli anni Settanta e in maniera più determinante dopo il terremoto del 1980, la conoscenza scientifica ha assunto un peso più determinante, con le ipotesi dell’epoca sulle aree sismiche, non definite solo sulla base di accadimenti degli anni precedenti. Non si è trattato esattamente dell’avvio di un sistema virtuoso; il ricorso alla conoscenza scientifica per aggiornamenti, modifiche, avanzamenti sostanziali in materia di classificazione e riferimenti normativi, come noto, è stato influenzato anche negli ultimi decenni dagli eventi sismici. Così, se c’è una costanza del progresso scientifico, all’impatto sul fronte dei vincoli per la società può attribuirsi l’andamento a singhiozzo: la necessità di fare il punto, tenendo conto dell’avanzamento della conoscenza, non è avvenuto fisiologicamente, ma è stato stimolato dall’evento esterno e luttuoso.

Class. AbruzzoA sinistra, la attuale classificazione sismica dell’Abruzzo. A destra, le tappe della classificazione del territorio. L’ultima tappa è del 2003.

La terza velocità riguarda il tentativo di leggere la consapevolezza del rischio sismico nella cittadinanza attraverso la mediazione dei programmi amministrativi per le elezioni in Abruzzo. In pratica, cerchi di analizzare se e come il tema della riduzione del rischio sismico sia presente nei propositi di liste e candidati delle varie tornate elettorali abruzzesi. Si tratta di un argomento piuttosto originale. Come mai hai scelto questa chiave di indagine?

Nelle realtà demograficamente contenute, come è il caso della maggior parte dei comuni abruzzesi, la politica ha un rapporto assai diretto con l’elettorato. In pratica, chi è eletto conosce bene necessità e desiderata di chi vota. Le visioni personali di un politico o le impostazioni generali di area politica, ammesso che ce ne siano, contano meno che nelle grandi e medie città. Allora, se ci sono priorità, esigenze, urgenze, più facilmente queste vengono incamerate e fatte proprie dai candidati e fissate nei programmi amministrativi. Ciò detto, in una regione negli ultimi anni colpita dai terremoti, ci si aspetterebbe che i residenti, cioè gli elettori, ponessero il tema della mitigazione del rischio al centro del dibattito politico e delle iniziative di governo locale. Perciò ho letto i programmi di tutte le liste e dei vari sindaci candidati in Abruzzo del 2015, 2016 e 2017: nel complesso, più di 3200 pagine, in verità non molto incoraggianti. A parte pochi casi virtuosi, che puntualmente richiamo, emerge la tendenza a non considerare il potenziale effetto di un terremoto come un problema prioritario. Si ravvisa un consistente disinteresse per l’argomento, oppure la tendenza ad affrontarlo in maniera inappropriata, su basi tecniche e culturali errate. Paradossalmente, nella regione in cui per anni si è parlato delle scosse sismiche e delle varie conseguenze sociali, emerge una maggiore attenzione per il rischio idrogeologico. Ecco la terza velocità: questo tipo di cultura del terremoto si evolve (se si evolve) col passo della lumaca.

Qua e là nel testo dedichi molta attenzione ai rapporti, diretti e mediati con la popolazione. Sembra di evincere che si tratta di un argomento complesso e controverso…

Della costante collaborazione tra esperti e cittadini dei territori sismici, a seguito del terremoto del 2009, sono prova le tante e multiformi iniziative e manifestazioni cui ho avuto modo di partecipare o assistere. Il carattere multiforme è, appunto, legato alle varie possibilità comunicative: si va dai seminari alle conferenze per platee selezionate, ai vari tipi di interventi nelle scuole, fino alle mostre, all’impegno nelle piazze con stand dedicati, alle visite guidate, alle escursioni geologiche e agli interventi sulla rete. Ho potuto constatare che ogni modalità ha positivi effetti, posto che si abbia la capacità di proporsi con rappresentazioni e linguaggio adeguati. Personalmente ho utilizzato con costanza, sperimentandone l’efficacia, immagini dal paesaggio fisico e dagli spazi edificati per trasmettere messaggi sulla storia sismica locale e sugli effetti delle manifestazioni della natura. Un versante montuoso su cui sia visibile l’emergenza di una faglia attiva, ruderi, edifici tipicamente riconducibili alle ricostruzioni post sisma, cesure nelle tessiture murarie, iscrizioni che ricordano l’evento distruttivo o celebrano l’avvenuta riedificazione – insomma tutto ciò che fa parte del quotidiano di chi vive in un certo luogo, e che però è legato alla natura sismica del territorio, può acquisire una forte valenza educativa. Del resto, questa potenziale funzione del paesaggio non è una mia scoperta.

Figura_Albe_colori

Resti dell’antico abitato di Albe distrutto dal terremoto del 1915, emersi a seguito degli scavi archeologici del primo decennio di questo secolo.

Gli argomenti trattati sono molto vasti; per certi versi potresti avere scoperchiato il classico vaso di Pandora, come già capitato ad altri. E, come d’obbligo, cerchi di proporre delle conclusioni. Quali, se è possibile sintetizzarle? In particolare, hai la sensazione che la cultura del terremoto sia aumentata in Abruzzo rispetto a cinquant’anni fa, e che di conseguenza il rischio sismico si stia riducendo?

C’è anzitutto la risposta alla seconda domanda, in pratica il punto di partenza. Il quadro della cultura del terremoto in Abruzzo, se ci si riferisce alla sensibilità e alla consapevolezza di chi vi abita, non è particolarmente confortante. È comunque per me difficile dire se la cultura media sia uguale o superiore a quella di cinquant’anni fa. A parte queste considerazioni, è evidente la non priorità della difesa dai terremoti per chi risiede nella regione. Le conseguenze di questo atteggiamento non investono soltanto chi vive nelle zone interne, se si considera che i territori costieri sono stati a lungo non classificati e quindi sono oggi caratterizzati da un significativo deficit di sicurezza sismica. L’obiettivo di chi dedica una parte del suo tempo alla divulgazione, indipendentemente dai modelli adottati, è semplice a dirsi e tante volte espresso: fare in modo che si passi da una sorta di aggiramento dei problemi da parte della maggioranza di residenti e proprietari a una maggiore attenzione e sensibilità, soprattutto considerando gli odierni strumenti per intervenire sul costruito che lo Stato mette a disposizione del cittadino.
Certo, le ragioni dell’inerzia su questo fronte sono molteplici. Ad esempio: l’enorme numero di seconde case, praticamente disabitate, di cui è costituito il tessuto di molti centri abitati non favorisce l’atteggiamento positivo dei proprietari. Può anche darsi che l’impegno per la divulgazione non sia stato ancora sufficiente a far sì che nei paesi ci siano più cantieri di quanti se ne vedono ora. Comunque, a fronte dei limitati interventi, piacerebbe almeno che i proprietari fossero più consapevoli delle caratteristiche dei loro immobili in termini di sicurezza sismica. Ciò sulla base di perizie determinate, ove possibile, anche attraverso azioni delle amministrazioni – ci sono un paio di casi di comuni “virtuosi” al proposito – oppure volute dagli stessi residenti più sensibili al problema di quanto non lo fossero in passato. Quindi, che siano disponibili le diagnosi, che siano note a chi usufruisce di un fabbricato e a chi lo possiede, che questi documenti siano un passaggio verso la responsabilizzazione, che non si debba sentire, a giochi fatti, a danni subiti “io non sapevo”. Ciò aprirebbe poi a scenari di altro tipo: forse lo Stato riparatore potrebbe avere uno strumento di misura per la sua azione.

In definitiva, riassumendo: la cultura del terremoto si sviluppa in Abruzzo secondo tre percorsi le cui velocità non sono sincrone, giusto? E adesso che hai concluso questo tuo libro, hai programmi per una successiva tappa?

Sulle velocità è come dici tu e credo che l’Abruzzo sia una sorta di parte per il tutto, in riferimento all’intero Paese. Con il pregio che valutare le tendenze in questa regione può essere di un certo interesse, in considerazione della peculiarità dei numerosi terremoti recenti e di ciò che a essi è seguito. Su un binario c’è l’impegno di chi fa ricerca e divulga la conoscenza, su un altro la traduzione di questa sul piano normativo e amministrativo, su un terzo la consapevolezza, la sensibilità e la cultura di chi vive nei territori sismici. Sembra che i tre percorsi, pur intersecandosi ogni tanto, soprattutto nei frangenti emergenziali, abbiano avuto per il resto una certa indipendenza e assai diverse siano state le velocità dei tre convogli portatori delle categorie culturali sopra citate.

Infine, uno sguardo al futuro: da un lato, personalmente, continuerò ad approfondire le potenzialità del paesaggio in funzione educativa. Anche riflettendo, criticamente, se sia opportuno o meno insistere sull’utilizzo di uno strumento come questo. Poi, mi piacerebbe ragionare e confrontarmi su una questione più alta: se a distanza di quasi tredici anni dal sisma dell’Aquilano stia cambiando qualcosa o meno al livello dei riferimenti su cui è stata finora incardinata la difesa dai terremoti. È chiaro che un qualsiasi cambiamento avrebbe per conseguenza la modifica del messaggio rivolto a chi vive nelle zone sismiche.

Riferimenti

Meletti C., Stucchi M., Boschi E., 2006. Dalla classificazione sismica del territorio nazionale alle zone sismiche secondo la nuova normativa sismica. In: D. Guzzoni (a cura di), Norme tecniche per le costruzioni, Milano, pp. 139-160, https://www.researchgate.net/publication/235960327_Dalla_classificazione_sismica_del_territorio_nazionale_alle_zone_sismiche_secondo_la_nuova_normativa_sismica

Meletti C., Stucchi M., Calvi G.M., 2014. La classificazione sismica in Italia, oggi. Progettazione sismica, 5 (3), pp. 13-23. https://bookstore.eucentre.it/progettazione-sismica/archivio-numeri/progettazione-sismica-2014/

Sacco F., 1907. Gli Abruzzi. Bollettino della Società Geologica Italiana, 26 (3), pp. 377-460.

 

Enzo Boschi e il Foglietto: una storia da raccontare. Colloquio con Adriana Spera e Rocco Tritto

In questi giorni ricorre il terzo anniversario della scomparsa di Enzo Boschi. Questo blog ha ospitato diversi suoi contributi e commenti, oltre che i ricordi lasciati da amici e colleghi.
Quest’anno abbiamo pensato di ricordare alcune vicende che lo hanno coinvolto dopo il termine della presidenza dell’INGV e dopo il pensionamento.
Il primo colloquio riguarda la sua lunga collaborazione con il “Foglietto della Ricerca”, che mantiene online, in bella evidenza, la sezione denominata “L’angolo di Boschi”, di cui si parla più sotto.
Da questa sezione abbiamo tratto l’icona dell’INGV, quale è rimasta fino al 2017. Boschi spiega le sottili e meditate ragioni di quel logo, successivamente semplificato fino ad apparire ai suoi occhi una sorta di “pallone da spiaggia”, nel post

https://ilfoglietto.it/l-angolo-di-boschi/5575-il-logo-dell-invg-e-la-tettonica-a-placche


Il “Foglietto della Ricerca”, settimanale on line fondato nel 2004 da Adriana Spera, che ne è direttrice responsabile, e da Rocco Tritto, per oltre un quarto di secolo segretario nazionale del sindacato Usi-Ricerca (che è editore dello stesso Foglietto), entrambi funzionari dell’Istat ora in quiescenza, che per 18 anni ha dedicato migliaia di articoli al variegato mondo della Ricerca ed anche dell’Università.

Come nacque la collaborazione di Boschi al Foglietto?

All’indomani del terremoto di L’Aquila del 6 aprile 2009 e delle vicende giudiziarie che ne seguirono, che lo videro ingiustamente accusato di omicidio colposo plurimo, Boschi cadde in uno stato di profonda prostrazione. In molti gli voltarono le spalle, in gran parte persone che riteneva amiche e che forse tanto, se non tutto, gli dovevano, sposando evidentemente la tesi, accolta nel primo grado di giudizio, conclusosi il 22 ottobre 2012 con la sentenza di condanna a 6 anni di reclusione, ma travolta sia in appello (10 novembre 2014) che innanzi alla Suprema Corte di Cassazione (21 novembre 2015). Ritenendo prive di consistenza le accuse mossegli – sia alla luce della normativa vigente, che demandava la comunicazione alla Protezione Civile, sia tenuto conto che Boschi, come confermato in dibattimento dal Sindaco di L’Aquila, Massimo Cialente, durante la riunione della Commissione Grandi Rischi incriminata, non aveva affatto tranquillizzato, anzi aveva lanciato l’allarme sui rischi derivanti dalle continue scosse telluriche che da mesi si ripetevano in città – il nostro giornale invitò, con rispettosa insistenza, l’ex presidente dell’INGV a scrivere degli articoli a tema libero per il Foglietto.
Solo a distanza di molti mesi dalla sentenza di condanna emessa dal Tribunale di L’Aquila, egli ci comunicò la sua disponibilità.

In quale arco di tempo si svolse la collaborazione? quanti pezzi scrisse?

Il primo editoriale di Enzo Boschi apparve sul Foglietto, dopo la sosta estiva, sul numero del 3 settembre 2013; l’ultimo, il 20 settembre 2018, tre mesi prima della sua prematura scomparsa. Complessivamente, nell’arco di 5 anni, per il nostro giornale Boschi scrisse 217 articoli.

Era principalmente Boschi che sceglieva gli argomenti, oppure ci sono state sollecitazioni di qualche tipo?

Nessuna sollecitazione, gli argomenti degli editoriali che settimanalmente ci proponeva venivano scelti da lui e, una volta pubblicati sul Foglietto, raccolti nella rubrica “L’angolo di Boschi”.

E’ possibile suddividere in sub-categorie gli argomenti trattati, e dare le relative percentuali?

Crediamo di no, perché gli editoriali di Boschi erano a tema libero, anche se con prevalenza scientifica.

Una delle caratteristiche degli interventi di Boschi era la franchezza del linguaggio, a volte anche aspro. Immagino che abbiate avuto il vostro bel da fare per rendere pubblicabile qualche pezzo…..

Quando il 3 settembre del 2013 comunicammo ai nostri lettori che Enzo Boschi entrava a far parte della famiglia dl Foglietto, egli ci pregò di aggiungere questa sua dichiarazione:

Ringrazio Il Foglietto per questa opportunità. Parlerò di cose che conosco: di Geofisica e di coloro che la fanno, principalmente. Ma anche di altro. Esprimerò le mie opinioni, consapevole di poter sbagliare e sempre pronto a ricredermi e a scusarmi”

I suoi articoli, che abbiamo avuto il privilegio di leggere in anteprima, sì a volte contenevano qualche espressione “forte”, che forse avrebbe potuto urtare la suscettibilità di qualche personaggio con la coda di paglia. Ma, quando glielo facevamo notare, non faceva resistenza alcuna ed era semplice per tutti trovare un sinonimo più elegante e, spesso, più efficace.
E poi dai suoi articoli c’era sempre qualcosa da imparare, come accade solo quando a scrivere sono degli scienziati veri.

Sentite la mancanza di Boschi?

Sì, enormemente. Ci mancano innanzitutto le sue telefonate quotidiane, che puntualmente iniziavano con uno stentoreo “Come va?”, cui seguivano i suoi lucidi e quasi sempre condivisibili commenti sui fatti del giorno. Tra noi e Boschi si era solidificato un rapporto di grande stima reciproca, per non dire di amicizia, che derivava da quanto accadde al nostro primo incontro, in occasione di una trattativa sindacale, quando provò ad offrirci un caffè e si sentì rispondere: “Grazie, ma dalla controparte neppure un bicchiere d’acqua”. Dai successivi incontri sindacali, il caffè lo prendemmo al bar dell’ente, ma abbiamo sempre preteso, nonostante le sue resistenze, di essere noi a pagare.

Da parte nostra, la grande stima nei suoi confronti nacque nel 2007 quando, ancora al vertice dell’Ingv, unico presidente nel variegato mondo della ricerca – un universo sempre pronto a denunciare la penuria di finanziamenti – ci chiamò al sindacato (Usi Ricerca, ndr) per chiederci di suggerirgli una soluzione per cercare di agevolare il processo di stabilizzazione del personale precario presente nell’ente, problema che gli toglieva letteralmente il sonno e lo faceva soffrire. Nonostante i blocchi di legge, che si perpetuavano da anni, che impedivano l’ampliamento della pianta organica e, quindi, le assunzioni, riuscimmo a condurre in porto, per una decina di assegnisti, grazie anche ai nostri legali, una storica conciliazione innanzi alla Direzione Provinciale del Lavoro, a costo zero per l’ente, che a distanza di tempo ha permesso la stabilizzazione degli stessi.
L’operazione, incredibilmente, venne aspramente contrastata e condannata da talune sigle sindacali.

La rubrica “L’angolo di Boschi” è tutt’ora presente sul sito del Foglietto. Immagino che vi siano ancora accessi giornalieri. E’ così?

Certamente. Come abbiamo scritto in passato, i 217 editoriali scritti dal professor Boschi per Il Foglietto rappresentano un “unicum”, un vero e proprio “tesoretto” che appartiene a tutti e che continueremo per sempre a mettere a disposizione di tutti. Mentre lui, il grande e insuperato geofisico, continuerà ad essere nei nostri cuori e nei nostri indelebili ricordi. 

https://ilfoglietto.it/l-angolo-di-boschi

Che cosa rimane della vicenda giudiziaria “Grandi Rischi” (di Claudio Moroni)

Introduzione di M. Stucchi.
Ogni tanto appaiono “aftershocks” del cosiddetto processo “Grandi Rischi”: in genere dalla parte dell’accusa e del giudizio di primo grado, ovvero di chi non si rassegna al fatto che le successive sentenze hanno demolito il castello accusatorio. Ad esempio, proprio in questi giorni alcuni media hanno rifritto un po’ di aria in relazione alla nomina di Mauro Dolce a Assessore della Regione Calabria.
Ma parliamo di cose più importanti.  
l giudice del processo di primo grado, Marco Billi, nel 2017 pubblicò un libro dal titolo “La causalità psichica nei reati colposi”, sottotitolo “Il caso del processo alla Commissione Grandi Rischi”. Nel volume, in realtà dedicato quasi integralmente al sottotitolo (peraltro errato, come provato dalle sentenze successive alla sua) e nelle occasioni in cui l’ha presentato, l’autore sostiene fra le altre cose che “riscriverebbe” oggi la stessa sentenza (in parte lo fa, appunto), frase che fa rabbrividire e addirittura dubitare della Giustizia. Per fare un paragone, gli arbitri di calcio che manifestamente fanno errori importanti vengono sospesi, anche se le partite non vengono rigiocate. In questo caso no: la Corte d’Appello ha letteralmente fatto a pezzi la sentenza di primo grado e l’accusa su cui si basava, e Billi può continuare a pensare di essere nel giusto e affermarlo in giro. Peraltro, è persona impegnata e sensibile, dato che ha pubblicato un volume sul problema del “fine vita”.
Di recente, il giornalista Alberto Orsini ha pubblicato un volume che raccoglie gli articoli da lui pubblicati su “abruzzoweb.it” nel corso della lunga vicenda giudiziaria. Un volume senza dubbio utile come antologia, con l’aggiunta di chiose dell’autore ai suoi stessi articoli, chiose meditate a vicenda conclusa: peccato solo per il titolo e l’iconografia. In una delle prefazioni, così come in una delle presentazioni in pubblico, il giudice Billi sostiene che sia giusto che lo Stato possa processare se stesso. Concordo, ma aggiungo: se vi sono le ragioni per farlo. Se si costruisce un impianto accusatorio a dir poco farlocco e la Corte d’Appello e la Corte di Cassazione concludono che per sei dei sette imputati “il fatto non sussiste”, di che cosa stiamo parlando? Questo blog tornerà sull’argomento con un prossimo post. Nel frattempo pubblichiamo un articolo rimasto in archivio per lungo tempo, dal 2017, scusandoci con l’autore per il ritardo.

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Claudio Moroni, ingegnere. Opera da sempre nel campo delle strutture, con particolare riferimento alla riduzione del rischio sismico, sia nell’ambito della ricerca numerica e sperimentale, sia in quello della diffusione della conoscenza e delle applicazioni reali sul campo. Fa, ed ha fatto parte, di numerose commissioni per la redazione di norme, linee guida ed istruzioni.

Premessa. Una fortuita ricerca di redazione ha rispolverato un pezzo ormai quasi dimenticato che, riletto oggi, è più che mai attuale. Si potrebbe dire che negli ultimi anni, con la questione “Palamara”, la cronaca ha acclarato che i riscontri sul campo relativi alle non rare distorsioni del sistema inquirente, e talvolta anche giudicante, in alcuni casi costituiscono persino la regola, invece che l’eccezione. Ciò, per contro, non muta di una virgola la sostanza di quanto, con riferimento al “processo Grandi Rischi”, era stato analizzato con il dovuto distacco di tempo dagli eventi e che, nel seguito, si riporta integralmente.

E’ passato qualche anno da quando, in attesa della sentenza d’appello, rimettevo la mia speranza in una magistratura capace di analizzare i fatti senza pregiudizio e con il dovuto distacco razionale che dovrebbe caratterizzare chi ha il compito di giudicare. Come sono poi andati i fatti è cosa nota all’intero mondo e, data la riforma della sentenza, sembrerebbe ovvio che possa considerarmi felice e tutto sia tornato a posto. Non è così, o almeno credo non potrà mai più essere esattamente come prima, così come non potrà esserlo per coloro che, erroneamente, sono stati definiti, e talvolta essi stessi si sono definiti, “parte” avversa. Un procedimento giudiziario, soprattutto quando penale, ha un effetto devastante sia per gli imputati, che quando innocenti non possono che considerarsi giustamente vessati da una abnorme ingiustizia, sia per le parti civili che, logicamente, devono dedurre che se una Procura richiede il rinvio a giudizio, necessariamente siano stati individuati elementi di colpevolezza tali che il Giudice chiamato ad analizzarli non potrà che confermarli nei diversi gradi previsti dal sistema giudiziario. Quest’ultimo aspetto è ciò che ho sempre pensato da cittadino estraneo alle vicende che di volta in volta la cronaca raccontava. Non vedo perché i parenti delle vittime, peraltro provati da un terribile dolore, ancor più insopportabile se relativo alla perdita di un parente o, peggio, di un figlio, dovrebbero riuscire ad averne una visione diversa.

Mio malgrado, seguendo il procedimento “Grandi Rischi”, ho imparato che è abissale la distanza tra la percezione che ne ha il cittadino comune e la realtà del sistema giudiziario. Ero fermamente contrario ai termini di prescrizione e convinto che fossero l’escamotage voluto dai malfattori per sfuggire alle loro responsabilità. Consideravo l’operato dei Pubblici Ministeri (PM) pressoché identico a quello dei Giudici e non sopportavo che un individuo rinviato a giudizio potesse asserire di essere una persona non solo innocente ma, addirittura, estranea ai fatti, in spregio al fatto che ben due magistrati, PM e Giudici dell’Udienza Preliminare (GUP), avevano ritenuto di imputarlo, magari a fronte di un fascicolo che i mezzi d’informazione comunicavano essere di migliaia di pagine.

Ho imparato che anche il mondo giudiziario, come qualsiasi settore, ha le sue regole, le sue prassi e non è affatto privo di storture. Ho dovuto apprendere che, se i cittadini avessero un’adeguata preparazione in materia, basterebbe analizzare quanto lunghi siano i termini di prescrizione italiani per comprendere che sono sintomatici di un sistema malfunzionante, quasi medievale e tutt’altro che assolutorio. Che il GUP non è chiamato a valutare se l’indagato è colpevole o innocente ma, esagerando, quasi solo a “ratificare” il rinvio a giudizio chiesto dal PM. Che i faldoni sono pieni di articoli di giornali (!?!!), fotocopie di missioni della Polizia Giudiziaria che esegue le indagini, richieste di missioni, autorizzazioni alle missioni, ricevute di buoni pasto, ecc., e che dei fatti oggetto delle indagini se ne parla spesso in poche pagine, al massimo ritrascritte o fotocopiate più volte. Che se sei veramente innocente, ed hai ragioni da vendere, l’avvocato ti consiglia di non raccontarlo praticamente mai, onde evitare che il PM si adoperi per forzare qualche elemento così da nascondere, o quanto meno rendere meno evidenti, le tue ragioni al Giudice. Peraltro, più l’innocente sta zitto, più il procedimento non ha tecnicamente modo di fermarsi (considerando che talvolta i PM si adoperano a trovare i pochi elementi a favore dell’indagato solo per confutarli e non per analizzarli a sua discolpa), cosa che ovviamente finisce con l’accrescere la parcella dell’avvocato ed aumentare la convinzione collettiva che sia stato individuato il colpevole.

La cosa per me più sconcertante è che analizzando il sistema non riesco ad individuare una colpa specifica in qualcuno. Certamente si potrebbe dire che le Procure dovrebbero operare con più diligenza. Ma quanti rischi corrono? I PM sarebbero da classificare santi già solo quando decidono di svolgere quel ruolo. E quante migliaia di pratiche hanno? Allora si appoggiano molto alla Polizia Giudiziaria, a cui di fatto viene affidata l’indagine. Allora sono questi ultimi i responsabili? Persone che con spirito di servizio passano il tempo a leggere carte, cercare di capire fatti di cui non hanno nessuna competenza, il tutto incrociandolo con una conoscenza giuridica spesso sommaria. Certo, qualche volta qualcuno di loro si esalta, sentendosi padrone della verità e giustiziere dei cattivi, forse talvolta inconsciamente considerati tali ancor di più se c’è un divario di ruoli o di stipendio, calpestando buon senso e diritto. Ma, per contro, se non trovassero un individuo a cui attribuire una colpa, i giornali griderebbero allo scandalo millantando che gli inquirenti non sanno fare il loro dovere. In fondo è dai tempi dei romani che, soprattutto l’italiano, trova piacere nel vedere qualcuno sbranato. Ieri si andava al Colosseo, oggi c’è l’informazione che ci solleva nel sapere che ci sono tanti cattivi/ladri/malfattori in giro per l’Italia a cui attribuire le malefatte ed il malfunzionamento del nostro Paese. Questo fornisce l’indulgenza plenaria alla nostra coscienza che possiamo così continuare a considerare candida e pulita, anche se magari delle otto ore di lavoro, una la passiamo a leggere sul giornale le presunte malefatte altrui e, altre due, a commentarle con i colleghi delle altre stanze.

Insomma, ho imparato tanto, a cominciare dal fatto che, soprattutto quando si cerca di operare seriamente e coscienziosamente, bisogna avere la fortuna di stare lontani da eventi mediatici che possano calamitare l’attenzione morbosa degli “spettatori”, e conseguentemente del sistema giudiziario (in particolare delle Procure per il tramite di consulenti d‘ufficio ansiosi di raccontare le loro ascetiche visioni dei fatti), e, soprattutto, della politica il cui gioco delle parti l’ha ridotta, più o meno consapevolmente, ad un altoparlante del sistema giudiziario, al solo fine di millantare le potenziali malefatte della controparte, rimanendo così imbrigliata in un gioco perverso dove non è più possibile distinguere la vittima dal carnefice. In sintesi potrei dire che ho appreso, in modo pieno e consapevole, quanto asserito da qualcuno molto lungimirante circa l’importanza di formare gli Italiani. Temo che tutt’ora sia una battaglia così impegnativa che difficilmente potrà essere realizzata in pochi anni.

Correttamente molti parenti delle vittime speravano che le loro battaglie giudiziarie potessero almeno portare ad un innalzamento generalizzato della prevenzione dagli effetti del sisma. Non posso che associarmi all’ambizione che le vite umane spezzatesi quel 6 aprile, come in altri casi, continuino a vivere, anche se in un’altra forma, specchiandosi in tutti quei processi virtuosi in grado di portare ad una riduzione del rischio. Avrei avuto, e credo avrei, l’identica aspirazione dei parenti sopravvissuti. Per contro ritengo che, proprio per perseguire questa strada, servirebbe la forza e la capacità di aggregare e costruire processi virtuosi, che sappiano fare tesoro della dialettica e del confronto competente di tutti i maggiori esperti della materia, a cominciare da quelli che sono stati visti, almeno da alcuni, come gli antagonisti. Talvolta mi è sembrato di non rilevare queste finalità. Ho persino constatato, di volta in volta e forse nella maggior parte dei casi in buona fede, attacchi rivolti a persone che sono estranee ad ogni addebito, anche in termini giudiziari (oggi che ho conosciuto il mondo giudiziario mi sentirei di aggiungere fortunatamente), quali coloro che erano stati individuati come imputati. Temo purtroppo che non potrò essere compreso da molti ma, così come sono consapevole che il dolore dei parenti, che uccide dentro e quotidianamente, lo puoi conoscere, purtroppo, solo se hai la disgrazia di provarlo dal vero, anche il male che si prova ad essere accusati ingiustamente si può capire solo quando lo si vive.

Qualche tempo fa era uscita la notizia che uno dei politici che più si era speso per dare solidarietà ai parenti delle vittime era stato indagato per corruzione. Anche per lui (un lui indicativo del politico, il sesso invece può restare indefinito), nonostante abbia avuto modo di rilevarne la cordialità e l’ondivaga agilità del pensiero, vale quanto ho detto sopra circa il sistema giudiziario, sebbene in questo caso sembrerebbe che ci sia un’accusa fatta direttamente da chi ha cacciato i soldi. Ciò che posso dire è che in questa vicenda “Grandi Rischi” l’unica cosa che mi è parsa, alla luce di quanto emerso nell’aula del Tribunale, è che molti di coloro che più si sono adoperati per portare accuse, e che non erano parenti delle vittime, per un motivo o per un altro probabilmente avevano piacere che l’attenzione si focalizzasse sui sette imputati. In fondo incitare a scagliare la pietra è sempre facile e riduce la possibilità che qualcuno miri altrove.

Concludo questo sfogo con un dettaglio, per me emblematico, che gli avvocati raccontavano senza remora alcuna, indipendentemente dal ruolo di difensore o di parte civile, il giorno in cui venne emessa la sentenza finale. Data la rilevanza dell’evento, infatti, rimasero ad attendere la lettura del dispositivo della Corte contrariamente all’approccio solito per il quale è prassi lasciare qualche euro di mancia al personale delle cancellerie affinché, all’esito della decisione, si venga poi chiamati la sera a casa per conoscere quale sia stata la statuizione. Nel solito paese civile ritengo che, nell’era dei computer, nella Suprema Corte di Cassazione il dispositivo della sentenza dovrebbe essere redatto dalla Corte con strumenti informatici in grado di renderlo automaticamente pubblico. Non la sera stessa, ma un attimo dopo che sia stato sottoscritto. E’ invece prassi ammessa, consolidata e accettata, in primo luogo proprio in quel “santuario” dove operano i magistrati che impersonano la più alta rappresentazione della giustizia della nazione, che le cose vadano così. Solo alcuni anni fa emerse che anche diversi magistrati nel medesimo ambiente fossero sensibili al denaro. Mi domando come possa, il genitore di un figlio deceduto, avere la lucidità per credere all’innocenza di coloro che inizialmente un qualche magistrato ha persino condannato. Allo stesso tempo, però, c’è da chiedersi chi possa capire la grande ingiustizia subita dall’innocente che, suo malgrado, è stato sottoposto ad un meccanismo così perverso che, in spregio ad una sentenza di piena assoluzione, deve supinamente accettare che chiunque, nella finzione del dovere d’informazione ed appoggiandosi ai titoloni (vecchi e nuovi) dei giornali, possa a proprio piacimento in qualsiasi momento ritirare fuori dal cilindro vicende passate e chiuse, finendo di fatto con l’addossargliele nuovamente, come se il povero malcapitato di turno (passivo spettatore di un erroneo inziale coinvolgimento in inchieste poi finite diversamente) debba quasi essere nuovamente processato per appurare di nuovo i fatti, prima su base popolare e poi, “auspicabilmente”, di nuovo giudiziaria.

L’ossessione della mappa di pericolosità sismica (di Massimiliano Stucchi)

Questo post è il seguito di “Ferma restando l’autonomia scientifica”
https://terremotiegrandirischi.com/2021/11/09/ferma-restando-lautonomia-scientifica-di-massimiliano-stucchi
in cui si è analizzato il tentativo di INGV di “sganciarsi” dal controllo che DPC eserciterebbe sull’ente tramite la gestione di una parte dei suoi finanziamenti, limitandone così l’autonomia scientifica, senza che sia emersa alcuna evidenza di come questa limitazione si sia fin qui manifestata.
In questo post si dimostra che, se un lettore attento cerca nei documenti citati i motivi che mettono a repentaglio l’autonomia scientifica delle attività svolte da INGV per DPC trova ben poco. Trova solo critiche non nuove, inconsistenti e mal documentate, alla mappa di pericolosità sismica prodotta dall’INGV nel 2004: una vera e propria ossessione del suo attuale Presidente.

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“Ferma restando l’autonomia scientifica …..” (di Massimiliano Stucchi)

Dove si commenta lo scontro, a colpi di emendamenti, fra INGV e DPC, con la discesa in campo di Presidente e Presidente emerito dell’Accademia dei Lincei a tutela della autonomia scientifica dell’INGV, evidentemente minacciata o addirittura compromessa.

Davvero c’era bisogno di inserire la frase “ferma restando l’autonomia scientifica dell’INGV” (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) in una legge dello Stato, anzi nella legge istitutiva dell’INGV stesso? Se lo sono chiesti in molti, lo scorso luglio, leggendo un emendamento bi-partisan (primo firmatario l’On. Trancassini, FdI) al Decreto “Sostegni bis”, poi approvato dal Parlamento. Una frase di questo tipo è ambigua e pericolosa, perché “restando” si riferisce a qualcosa che c’è già, ma che forse è in procinto di essere compromessa; e perché proprio nel caso dell’INGV, visto che altri enti che compongono il Servizio Nazionale di Protezione Civile (SNPC) non lo richiedono?

Colpiva tra l’altro il fatto che una modifica dei rapporti fra enti che collaborano da decenni nell’interesse pubblico non fosse stata discussa e pianificata da entrambi gli attori e che invece fosse stata promossa da uno degli enti e demandata, unilateralmente e all’insaputa dell’altro, a un emendamento ad un Decreto Legge del Governo. Che cosa stava succedendo?

L’emendamento in questione modificava addirittura come segue il Decreto Legislativo 381/1999 che istituì l’INGV sostituendo la frase:

“svolte in regime di convenzione con il Dipartimento della protezione civile”

con la seguente:

“svolte in coordinamento con il Dipartimento della protezione civile, ferma restando l’autonomia scientifica dell’INGV”.

Lo stesso emendamento assegnava poi 15 ML annui direttamente a INGV, sottraendoli al fondo del Dipartimento della Protezione Civile (DPC) per la prevenzione. Una semplificazione amministrativa, venne spiegato: l’eliminazione di un’inutile partita di giro. Certo, l’emendamento evitava quella noiosa pratica della rendicontazione, amministrativa e scientifica, cioè quella modalità con cui le Amministrazioni Pubbliche “rendono conto” appunto delle risorse ricevute.

Ne seguì una severa critica da parte del Presidente della Repubblica riguardo all’uso spregiudicato dei Decreti tipo “omnibus” (https://www.quirinale.it/elementi/59260) e, soprattutto, una fiera reazione da parte del DPC stesso, e anche da parte di altri enti che compongono, al pari di INGV, il SNPC. Questa reazione si tradusse in una sorta di contro-modifica del Governo inserita in un Decreto Legge (Disposizioni per il contrasto degli incendi boschivi e altre misure urgenti di protezione civile), appena approvato dal Parlamento (legge 8 novembre 2011 n. 155), senza che questa parte sia stata modificata.

In questa modifica viene reintrodotto il regime di convenzione con DPC (le attività verranno “svolte nel quadro di accordi pluriennali attuati mediante convenzioni di durata almeno biennale con il Dipartimento della Protezione Civile”) e viene mantenuta la frase “ferma restando l’autonomia scientifica dell’INGV”. I finanziamenti diventano “non meno di 7.5 ML per le attività in convenzione con DPC”; a questi si aggiungono, a partire dal 2022, 7.5 milioni di euro annui ottenuti da una corrispondente riduzione del Fondo per interventi strutturali di politica economica di cui all’articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307, che recita:

“Al fine di agevolare il perseguimento degli obiettivi di finanza pubblica, anche mediante interventi volti alla riduzione della pressione fiscale, nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze è istituito un apposito «Fondo per interventi strutturali di politica economica», alla cui costituzione concorrono le maggiori entrate, valutate in 2.215,5 milioni di euro per l’anno 2005, derivanti dal comma 1

Tutto sommato non male per l’INGV, anche se ci si può chiedere a che titolo il MEF gli conceda 7.5 ML annui. Invece, subito dopo la pubblicazione del DL si è assistito a un virulento attacco di alcuni esponenti scientifici contro Governo e Dipartimento della Protezione Civile (DPC), colpevoli a loro dire di minacciare l’autonomia scientifica dell’INGV. Non più dunque, o non solo, un problema di semplificazione amministrativa, ma evidentemente un problema di ordine superiore.

Digressione
Il rapporto fra DPC e enti di ricerca ha una storia complessa; risale addirittura agli inizi degli anni ’80 quando, dopo il terremoto di Irpinia e Basilicata del 1980, la Protezione Civile di Zamberletti, nel vuoto di iniziativa di Ministero della Ricerca e CNR, per fare in modo che le competenze accumulate nel Progetto Finalizzato Geodinamica del CNR non andassero disperse, promosse l’istituzione – e il relativo finanziamento – del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (GNDT) prima e, successivamente del Gruppo Nazionale per la Vulcanologia (GNV) e di altri Gruppi Nazionali.

Che la ricerca scientifica nel settore dei terremoti (attenzione: Il GNDT era una struttura di ricerca, non di monitoraggio) venisse finanziata dalla Protezione Civile invece che dal Ministero competente costituiva una anomalia che, in modo tipicamente italico, conveniva a tutte le parti: i) al mondo della ricerca sismologica e ingegneristica, prevalentemente universitaria, che poteva attingere a una fonte di finanziamento altrimenti molto ridotta o quasi, ii) al Ministero della ricerca e al Consiglio Nazionale delle Ricerche, che vedevano in questo modo sgravati i rispettivi bilanci dalle spese per il settore. La ricerca finanziata dal GNDT era un misto di ricerca “di base” e “applicata”; la gestione era affidata al CNR, anche se la Oritezione Civile manteneva la possibilità di indirizzo verso i prodotti applicativi di maggior interesse, così come una supervisione sulla organizzazione del GNDT stesso. Anche se a molti ricercatori stava (ideologicamente) stretto il fatto che la ricerca sui terremoti e sulle loro conseguenze non fosse finanziata attraverso i normali canali (Ministero e CNR), non ricordo episodi o denunce di limitazione della autonomia scientifica.

GNDT e GNV confluirono nell’INGV alla sua nascita; il GNDT aveva già subito una sorta di “major revision”, trasformandosi da una struttura semi-permanente in una serie di progetti cofinanziati da DPC, aperti alla partecipazione di Università e Centri di Ricerca. Lo stesso avvenne poi anche per il GNV. Anche in questo caso DPC mantenne una supervisione costante sulle ricerche, senza che in nessun caso venissero segnalati problemi di limitazione della autonomia scientifica.

Diverso è il caso del monitoraggio sismico, che è sempre stati oggetto di convenzioni ad-hoc, prima con ING e poi con INGV, che prevedevano sia le spese di funzionamento, comprensive di quelle per parte del personale, che una certa somma da dedicare allo sviluppo tecnologico.

Come è normale nei rapporti fra enti pubblici non tutto si è svolto in modo semplice nei rapporti fra INGV e Protezione Civile, ma questo ci può stare. Diversi funzionari del DPC sono di estrazione scientifica e quindi hanno le loro rispettabili opinioni, e anche questo ci sta. Ci possono essere stati degli screzi con DPC, che a volte sottolineava – forse eccessivamente – il proprio ruolo di finanziatore più che di committente. La opportunità di un aggiustamento dei rapporti ci può stare ma, fra enti pubblici non mancano certo le occasioni e i tavoli di confronto. Viceversa, una iniziativa unilaterale – destinata facilmente a lasciare ferite nei rapporti – si poteva giustificare, o almeno capire, solo in presenza di un conflitto conclamato, ovvero di questioni forti, irrisolte, messe in chiaro pubblicamente. Ma di ragioni di questo tipo non vi era pubblica traccia: che io ricordi, in tutti questi anni nessuno dei tanti ricercatori che hanno partecipato alle attività in convenzione con DPC ha mai denunciato una situazione insostenibile né – per questo motivo – ha mai rinunciato a parteciparvi.

Autonomia scientifica?
Qualcosa di più si è potuto capire solo più tardi, quando cioè, poco dopo la pubblicazione del DL di settembre, sono scesi in campo nientemeno che il Presidente e il Presidente Emerito dell’Accademia dei Lincei, Roberto Antonelli e Giorgio Parisi (giusto alla vigilia del conferimento del Nobel per la Fisica a quest’ultimo, ma questa è solo una coincidenza).

In un intervento dal titolo ‘acchiappa-lettori’: “La ‘libertà’ dell’INGV è durata quanto la vita di una farfalla”  (!)

https://www.huffingtonpost.it/entry/la-liberta-dellingv-e-durata-quanto-la-vita-di-una-farfalla-di-r-antonelli-g-parisi_it_61557414e4b05025422edf27

i due sostengono che in luglio il Parlamento avesse votato l’autonomia economica e quindi (sic!) scientifica dell’INGV dal DPC; come se, in sostanza, fino ad allora INGV non fosse stato autonomo scientificamente e come se questa autonomia passasse automaticamente da quella economica. Nel seguito sostengono che il Governo, in settembre, “ha costretto INGV a tornare in gran parte (sic!) sotto il controllo finanziario del DPC”. Sostengono anche, erroneamente, che “dei 15 milioni di finanziamenti in autonomia gliene è rimasta la metà”. Evidentemente non hanno letto bene il Decreto di settembre, o forse non hanno capito bene – come molti peraltro – da dove provengano gli altri 7.5 ML; o forse ancora sono semplicemente stati male informati. Certo che parlare di fine della libertà, sia pure fra virgolette, sembra veramente grossa….

Viene da chiedersi se e come – al di là delle dei massimi principi – l’autonomia scientifica dell’INGV nell’esercizio del monitoraggio sismico, cui negli ultimi anni è dedicata la stragrande maggioranza dei finanziamenti DPC, fosse negata o compromessa dalla gestione della convenzione. Ma di fatti concreti, di esempi non si trova traccia: si trovano solo paroloni (terzietà, libertà, imparzialità). Colpisce poi l’affermazione, molto pesante:

“Lobby culturali possono determinare conflitti d’interesse quando la scienza viene messa sotto controllo, di fatto influenzando la direzione e la qualità della ricerca. Il caso dell’INGV è paradigmatico di questo corto circuito, probabilmente ereditato da stratificazioni organizzative iniziate a crearsi nei decenni passati”

Frase criptica, allusiva (quale sarebbe il caso paradigmatico? le stratificazioni organizzative?).
E quali sarebbero le “lobby culturali”? Fa sorridere che questo termine venga usato dai maggiori esponenti di quella che è a tutti gli effetti una lobby culturale, una specie di Superlega nella quale si entra solo per cooptazione.

A Curcio, capo del DPC, che aveva risposto ai Lincei, ha poi replicato il presidente INGV

https://www.huffingtonpost.it/entry/doglioni-la-protezione-civile-vuole-gestire-i-finanziamenti-dellingv-per-poterne-controllare-le-attivita_it_615c09d0e4b075408bdb42c9

con una affermazione: “È in gioco la incontestabile autonomia scientifica” tanto grave quanto non documentata. Nel seguito ha addirittura affermato:

“ciò dimostra in realtà che la Protezione Civile vuole gestire i finanziamenti dell’INGV per poterne controllare le attività, contraddicendo la incontestabile autonomia scientifica”

quasi che i finanziamenti di cui si parla fossero “dell’INGV” a priori e non il corrispettivo per un servizio da svolgere in un determinato ambito e con determinate caratteristiche, al punto poi da spingere l’intervistatore a chiedere addirittura:

“in caso di mancata autonomia dell’INGV c’è un rischio sicurezza per i cittadini?”

cui il Presidente risponde con giri di parole.

Più recentemente è stata organizzata, all’interno dell’INGV, una petizione (https://chng.it/DRgt5bzxfR) in cui si ribadiscono i concetti di cui sopra e addirittura

“si chiede al Senato di intervenire per assicurare la completa autonomia economica e quindi scientifica dell’INGV”

Evidentemente la materia del contendere è ancora la quota, sia pure dimezzata rispetto a prima, che la legge assegna a INGV per attività da svolgere in convenzione con DPC; ma soprattutto la presunta, mancata autonomia scientifica di cui non vengono prodotte le prove, forse perché non esistono.
L’unica traccia possibile sono le recentissime dimissioni del Presidente INGV dalla Commissione Grandi Rischi del DPC, una posizione che occupava ai sensi dello statuto della medesima.

(continua)

Quando le azioni sismiche di progetto vengono superate: colloquio con Iunio Iervolino

La stampa riporta, con attenzione crescente, informazioni sull’avvenuto superamento – in occasione di terremoti forti in Italia – delle azioni sismiche di progetto previste dalla normativa sismica. Il confronto fra le azioni sismiche di progetto, previste dalle attuali NTC, e i valori registrati in occasione di terremoti forti in Italia ha una storia abbastanza recente. Questo confronto è reso possibile dal fatto che le azioni sismiche di progetto sono espresse oggi in termini direttamente confrontabili con quelli delle registrazioni stesse, per esempio mediante spettri di risposta, cosa che non avveniva in passato.
Spesso l’informazione sui superamenti è accompagnata – nella stampa o da commenti inesperti – da un giudizio sommario di inadeguatezza delle norme sismiche e, a volte, dei modello di pericolosità sismica sui quali si appoggiano. Questo giudizio rischia di gettare un’ombra anche sulla sicurezza degli edifici costruiti secondo quelle norme.
Ne parliamo oggi con Iunio Iervolino, ingegnere, professore ordinario per il settore scientifico-disciplinare Tecnica delle Costruzioni presso l’Università Federico II di Napoli, dove coordina anche il dottorato di ricerca in Ingegneria Strutturale, Geotecnica e Rischio Sismico. Tra le altre cose ha conseguito un dottorato in Rischio Sismico ed è stato allievo di C. Allin Cornell alla Stanford University in California. Da circa vent’anni si occupa di ricerca nel campo della pericolosità e del rischio sismico delle costruzioni. Ha recentemente scritto, per Hoepli, Dinamica delle Strutture e Ingegneria Sismica.

Da diversi anni ti sei occupato dei problemi di cui al titolo di questo colloquio. Ricordo un tuo lavoro in cui sostenevi che il confronto fra lo spettro di una singola registrazione con gli spettri della normativa non fosse “lecito”. In altri lavori, pubblicati con i tuoi collaboratori, hai analizzato le caratteristiche e la distribuzione dei “superamenti” in occasione dei terremoti più recenti, il cui numero è aumentato nel 2016 anche a seguito dell’aumento del numero di registrazioni (si veda l’esempio, ormai classico, delle registrazioni di Amatrice). Se non vado errato tu concludi che è impossibile evitare che si verifichino tali superamenti.

La figura è tratta da: Iervolino I., Giorgio M. (2017). È possibile evitare il superamento delle azioni di progetto nell’area epicentrale di terremoti forti? Progettazione Sismica, 8 (3), https://drive.google.com/file//1lAcn0GMlBhvSeYEjgT7U0rdRbFuhsA8x/view

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Tracce ondulanti di terremoto: colloquio con Fabrizio Galadini

Fabrizio Galadini è dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ed è stato ricercatore del Cnr presso l’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria. Insegna geologia per il rischio sismico all’Università Roma Tre. Svolge ricerche sulle faglie attive, sugli effetti dei terremoti del passato e sulle risposte antropiche alle criticità ambientali, mediante indagini geologiche, geomorfologiche, archeosismologiche e di geologia storica.

1-Copertina Tracce ondulanti di terremoto_Tegris

Fabrizio, tu ti occupi prevalentemente di studio delle faglie attive e più in generale di geologia del terremoto anche in riferimento a eventi sismici storici. Su questi argomenti hai scritto articoli scientifici, saggi divulgativi e hai anche curato l’edizione di volumi per un pubblico più vasto, citati più sotto in bibliografia.
Questo volume è qualcosa di diverso. Il titolo del libro è particolarmente evocativo; ci puoi spiegare il progetto del libro e le ragioni del titolo?

I motivi della scrittura del libro e la ragione del titolo necessitano di chiarire un percorso personale che, come tu ricordi, parte dall’esperienza geologica. La geologia dei territori sismici ti porta a capire quanto le forme del paesaggio fisico siano manifestazione delle locali storie sismiche. Nell’attività divulgativa, ho spesso “utilizzato” il paesaggio del determinato territorio nel quale mi trovavo in quel momento per spiegare a chi vi risiede che le stesse immagini della quotidianità, in luoghi caratterizzati da elevata pericolosità sismica, testimoniano dei parossismi del passato. Col tempo ho ampliato la gamma delle immagini, utilizzando anche (e a un certo punto soprattutto) riferimenti agli spazi costruiti, le tracce delle distruzioni sismiche del passato e quelle delle ricostruzioni, mai assenti nei territori sismici, facendo vedere che sono gli stessi paesi a raccontarci la loro storia di danni, anche con i residui murari di un abbandono, e di rinascite, spesso con i macroscopici esempi di edificazione “altrove” di nuovi centri.
L’insieme di manifestazioni della sismicità negli ambienti naturali e negli spazi costruiti contribuisce a generare un paesaggio. Non invento granché… basta leggere il Codice dei beni culturali, art. 131: «Per paesaggio si intende una parte omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni». Ecco il paesaggio come costruzione di eventi del passato o come palinsesto di memorie (volendo citare Eugenio Turri). Se in quanto ci circonda si individua un portato informativo, ne consegue che anche immagini dei luoghi della quotidianità possono essere viste in funzione del loro potenziale didattico. Nel tentativo di migliorare la rappresentazione di questo paesaggio legato alla sismicità di un territorio, ho a un certo punto pensato di utilizzare anche la produzione letteraria, casualmente, durante una rilettura di Vino e pane di Ignazio Silone, riflettendo su un passaggio che faceva riferimento ai paesi che a distanza di decenni ancora recavano i segni del terremoto (quello che nel 1915 colpì la Marsica), rappresentati come alveari spaccati, diroccati, solo in parte ricostruiti. Immagine assai forte ma emblematica di una regione intera. A quel punto ho riletto l’intero Silone, alla ricerca di ulteriori richiami agli effetti di lungo periodo del terremoto, puntualmente trovati in quasi tutti i suoi romanzi e nella produzione di diverso genere. Ho quindi cominciato a citarlo insieme ad altri riferimenti letterari “sismici” relativi all’Abruzzo nei miei interventi pubblici, anche per far capire che non è necessario essere esperti di sismologia per leggere un paesaggio in funzione dei parossismi che hanno contribuito a generarlo, come accade in Silone, Laudomia Bonanni, Mario Pomilio, Massimo Lelj, per citare alcuni che hanno catturato tracce sismiche della regione.
Poi ho allargato lo sguardo all’intero territorio nazionale, riprendendo autori che sospettavo sensibili alle criticità naturali dei territori utilizzati come sfondi delle loro rappresentazioni. Data la mole del materiale letterario disponibile, ho cominciato a scriverci sopra per mettere ordine, trovare un filo logico.
Così è nato il libro. Il titolo, quelle strane tracce ondulanti, è la citazione di Edward Lear, il noto paesaggista inglese dell’Ottocento, che a un certo punto del suo viaggio in Calabria richiama le tracce ondulanti di terremoto come parte del paesaggio che ebbe modo di osservare prima di raggiungere Terranova. Chissà cos’erano nella realtà quelle tracce, ma è evidente, appunto, che siamo nel quadro della rappresentazione letteraria di un territorio sismico. Da qui all’idea di usare il riferimento come titolo del libro il passo è stato breve.

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Un mosaico per Enzo Boschi (a cura di alcuni colleghi e amici)

Ricorre il secondo anniversario della sua scomparsa. Alcuni colleghi, fra quelli che gli sono stati più vicini nel lavoro di ricerca e, negli ultimi tempi, anche sui “social”, hanno scritto dei ricordi. Ne esce un ritratto di un personaggio complesso, controverso, mutevole, che poteva apparire spigoloso, affabile, schietto, sorridente, brusco, sogghignante, irascibile, premuroso. Ma soprattutto un personaggio visionario, capace di guardare lontano, di offrire a tutti una possibilità e, a molti, un affetto profondo.
Sarebbe stato bello offrirgli, in vita, un suo ritratto dipinto da un artista: il ritratto di Enzo Boschi Presidente, a inaugurare la parete dei presidenti, all’INGV. O forse avremmo potuto iniziare noi stessi a comporre un mosaico con il suo ritratto, con il rischio che ci scoprisse sul fatto e…..: “Ma che c. state facendo….?”
Le storie raccontate di seguito sono forse tessere di quel mosaico che non sarà mai completo. Intanto cercano di tenere viva la sua memoria e di colmare, almeno in parte, il vuoto lasciato dalla forzata cancellazione della Scuola Internazionale di Geofisica a lui dedicata, organizzata da alcuni colleghi per iniziativa di Daniela Pantosti e Gianluca Valensise, che doveva tenersi a Erice la scorsa primavera.

Le foto provengono dagli archivi personali di colleghi che le hanno messe a disposizione.
Chiunque può aggiungere un ricordo inserendolo nei “commenti”.
I lettori sono pregati di diffondere il link di questo post.

Gianluca Valensise, Marco Olivieri, Patrizia Feletig, Silvia Pondrelli, Daniela Pantosti, Carlo Meletti, Giorgio Spada, Gianni Bressan, Fabrizio Galadini, Maria Laura Oddo, Bruno Zolesi, Luca Malagnini, Antonella Cianchi, Dario Slejko, Alessandro Bonaccorso, Alessandro Amato, Patrizia Gucci, Michele Dragoni, Massimo Cocco, Tullio Pepe, Massimiliano Stucchi, Alberto Michelini, Sergio Del Mese, Marianna Gianforte

A


Gianluca Valensise
Sono passati due anni dalla scomparsa di Enzo Boschi. E come quasi sempre avviene in questi casi, il trascorrere del tempo aiuta a considerare gli eventi con maggior serenità, con maggior distacco, e forse – per noi che siamo ricercatori – anche con maggiore accuratezza. ­
Fino a due anni fa io e altri ci eravamo convinti di aver conosciuto due Boschi diversi. Il primo, che io personalmente ho incontrato nel 1983, e che ai miei occhi è rimasto sempre sé stesso fino alla fine del 2010; e il secondo, un uomo completamente differente, quale lui è stato tra il 2011 e la sua scomparsa, comunque prematura. Nel 2011 il mondo gli è crollato addosso, senza che la sua intelligenza ed arguzia gli permettessero di schivarlo: prima, a maggio, con l’incriminazione nel processo dell’Aquila, e pochi mesi dopo, ad agosto, con la fine del suo incarico all’INGV.
Quei pochi mesi lo avevano cambiato profondamente, ed avevano cambiato molto anche l’atteggiamento verso molti suoi colleghi e collaboratori, a partire dal sottoscritto. Non poteva – e certamente non voleva – dare a noi la colpa di quanto gli stava accadendo, ma quasi senza accorgersene già dai primi mesi del 2011 il rapporto di cordialità, di collaborazione e di reale affetto che aveva stabilito con molti di noi andò in frantumi. Da lui venimmo accusati di molte cose: accuse mai gravi, ma che marcavano – e ai suoi occhi giustificavano – la distanza che aveva voluto porre tra sé stesso e noi. Io, per esempio, ero accusato di essere troppo accondiscendente verso le richieste dei colleghi della Protezione Civile: non capii, ma me ne feci una ragione. E tutto cospirava a rendergli il momento sempre più cupo: come quando ci vide salutare con soddisfazione l’arrivo di Domenico Giardini, suo amato-odiato pupillo, alla presidenza dell’ente che Enzo stesso riteneva – a ragione – una sua creazione.
Il rapporto tra me e lui, ma credo che lo stesso valga per diversi altri colleghi INGV della mia generazione, sembrava incrinato per sempre. Non ci sentivamo né ci scambiavamo messaggi: io tenevo per me il dispiacere di questo distacco, e lui – forse, posso solo fare ipotesi – fece lo stesso. Ricominciammo a sentirci nel 2016, ma solo per interposta persona, con scambi di idee e valutazioni su fatti scientifici. Sempre per interposta persona ricevevo notizie sull’aggravarsi del suo stato di salute, e proprio a dicembre di due anni fa stavo meditando di andare a trovarlo nella sua amata Tredozio: ma ormai era troppo tardi.
I due anni trascorsi dalla sua scomparsa mi hanno finalmente fatto capire che non ci sono mai stati due Boschi: lui è rimasto sempre quello di un tempo, fino all’ultimo. Un uomo amato e ammirato, ma anche temuto e odiato; vittima del suo carattere tanto forte quanto difficile, e forse anche dell’aver speso troppa della sua esistenza nel rilanciare quell’istituto che tanti anni prima era riuscito a tirare fuori dalla ignominiosa lista degli “enti inutili”. Un ente senza il quale molta parte di quella comunità che oggi si commuove nel suo ricordo – ma anche la parte che non si commuove – non sarebbe neppure nata, e molti di coloro che all’INGV hanno operato, o ancora operano, sarebbero finiti chissà dove. Ricordiamocelo.

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Marco Olivieri
Ragionando della morte di Maradona con mia moglie siamo arrivati alla conclusione che certe persone grazie all’ammirazione che nutriamo per loro maturano una sorta di passaporto speciale nella nostra testa. Un passaporto che non permette all’opinione degli altri di scalfirne la nostra considerazione, il nostro rispetto o la nostra stima.
Enzo Boschi per me era una di queste poche persone con un passaporto speciale. A lui devo moltissimo. La mia carriera ed anche, credo, il mio modo di essere un ricercatore sono in buona parte il frutto del rapporto avuto con lui. Mi ha deluso? Qualche volta si, ma conta poco. Ricordo con orgoglio la prima volta che riuscii a rispondere al suo ennesimo sfottò nei corridoi di Vigna Murata e lui che mi disse a voce alta “Olivo, mi stai prendendo forse in giro?” “Non mi permetterei mai, professore” risposi e scoprii il coraggio di essere me stesso, e di dire quel che penso. Questo è il segno che Boschi mi ha lasciato. Mi sono seduto a tavola, ed ho partecipato a riunioni, con i grandi sismologi del mio tempo, dicendo la mia, senza paura ma con rispetto. Poi c’è la passione per i terremoti figlia di una lezione tenuta da Boschi una sera a Cesena mentre facevo la quinta liceo (e di un libro rosso che al tempo girava per casa scritto anche da Stucchi). Ma questo quasi passa in secondo piano. O forse no.

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1giovani



Patrizia Feletig
Anch’io faccio parte della confraternita degli “orfani” del professor Boschi. Non che io abbia qualcosa a che fare sommovimenti tellurici, nient’affatto. Ho avuto il privilegio di conoscerlo alla presentazione di un libro sulla natura di cui sono co-autrice.  Era nel periodo in cui Enzo Boschi era in attesa della sentenza di terzo grado di un surreale e scellerato processo antiscientifico, e scontava la meschinità di diversi personaggi che prima lo acclamavano e vezzeggiavano. Era uno scienziato umanista come pochi capace di mescolare erudizione con cultura pop. Poteva discorrere con disinvoltura del suo incontro con il grande matematico Paul Dirac quanto altrettanto amabilmente del colore della fodera del cappello di Monsieur Molé nella Recherche di Proust, suo pallino letterario.
Aveva un portamento distinto con dei lineamenti di un fascino un po’ fuorimoda perciò tanto più intrigante. Possedeva la gestualità di una persona abituata ancor più che a comandare, a essere naturalmente assecondata. I suoi occhi ti rovistavano l’anima: uno sguardo ossidrico ­- sebbene anche lui avesse qualche vulnerabilità – combinato a un’imprevedibile empatia verso il prossimo, anche sconosciuto.
Un pomeriggio romano gli proposi per allentare l’ansia del procedimento, di andare alla mostra di Matisse. Ci fermammo a lungo davanti alle Tre Sorelle. Era ipnotizzato dal quadro. Così per gioco, iniziammo a inventare storie sulle tre fanciulle in un crescendo di situazioni improbabili. Fu quell’episodio a suggerirmi di lanciare un gioco su Twitter – social sul quale il professore era molto attivo guadagnandosi un esercito di affezionati follower. Nacque QuizzArt il profilo di quiz su dipinti, non riferiti alla storia dell’arte bensì a curiosità sull’opera, a interpretazioni personali del soggetto, eccetera. Era un gran animatore del gioco con la sua ironia, le battute sferzanti, il suo acume. Mancano molto. Quizzart prosegue anche come omaggio da parte della sua tribù di twitteri devoti.

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Silvia Pondrelli
Ho conosciuto Enzo Boschi nel 1986 come studentessa del suo corso di Sismologia all’Università di Bologna. Molto probabilmente ero la prima studentessa di geologia che seguisse il suo corso. Questo è stato argomento di lazzi e scherzi per tutta l’annata. Partendo da lì sono sbarcata all’ING diversi anni dopo, a Roma, seguendo la passione che mi aveva trasmesso per lo studio dei terremoti in cui mettevo il mio background geologico.
Negli anni 90 in Istituto ci si poteva rapportare con Boschi con una certa facilità, c’erano i giorni buoni e i meno buoni. Chiacchierare con lui era un piacere, divagava, infarciva le conversazioni di citazioni, di racconti. Come quando faceva lezione, dove tra una formula e un’altra ci raccontava del film che aveva visto al cinema col figlio il giorno prima. E’ stato un emettitore potente di energia.
Gli avrei voluto risparmiare il periodo del terremoto dell’Aquila e delle vicende che ad esso sono succedute, ma era il frontman, lo è stato sempre e quindi era impossibile interporgli una qualsiasi funzione di intermediazione. Solo quando ha lasciato l’INGV abbiamo dovuto, potuto imparare a relazionarci verso l’esterno. La sua figura così riempitiva ci ha lasciato un vuoto che abbiamo imparato, o almeno provato, a rioccupare un passo per volta e con il tempo.

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3quattro

Con Renato Funiciello, Claudio Eva e Paolo Scandone



Daniela Pantosti
1987: arrivo all’ING senza sapere cosa mi dovevo aspettare, cosa significava lavorare in un Ente di ricerca e poi in sismologia, io che mi ero laureata in geologia strutturale, avevo il sogno di fare la vulcanologa e avevo esperienze lavorative al Servizio Geologico d’Italia per mappare carte geologiche e all’ISMES per individuare siti per lo stoccaggio di scorie radioattive: non potevo che essere in gran confusione.
Ma l’ING della fine degli anni ‘80 era una grande famiglia, con tanti giovani che erano stati reclutati da Enzo Boschi presidente insieme a Renato Funiciello, vice-presidente, e con il prezioso supporto di Cesidio Lippa Direttore Generale. C’erano i ricercatori, i borsisti, tanti i tesisti. Tanta collaborazione e aiuto reciproco, giovani pieni di entusiasmo che si specializzavano in tanti campi diversi, trascorrevano periodi all’estero e mettevano in piedi attività di ricerca nuove non solo per l’ING ma anche per l’Italia. Un’energia straordinaria, messa in campo in un ente piccolissimo utilizzando metodologie all’avanguardia per dare una svolta alla comprensione dei terremoti, dell’interno della terra, della sismicità italiana, e per consolidare le attività di sorveglianza sismica del territorio nazionale iniziate da poco. Gran parte di questa energia ce la metteva proprio Enzo.
Enzo Boschi era molto interessato a conoscerci, avere scambi scientifici con tutti noi ma devo ammettere che non era facile, ti riempiva di domande, voleva sapere, sapere tutto, voleva capire i tuoi punti deboli e le tue certezze e metteva sempre sotto inchiesta il tuo problema scientifico e il modo di affrontarlo. Lui col suo sorriso ironico e la maledetta sigaretta tra le dita cercava di far uscire le tue aspirazioni e al tempo stesso le criticava fornendoti indirettamente quegli elementi che servivano a raggiungerle. Un modo un po’ strano per formare un ricercatore ma riusciva a farti capire che con l’impegno e la curiosità ce la potevamo fare, che dovevamo analizzare e valutare a fondo tutto, mettere in discussione risultati e modelli, dovevamo interessarci e sapere di tutto anche al di fuori dalle scienze della terra, non dovevamo mai focalizzarci solo sulla piccola tessera del grande mosaico che stavamo componendo assieme agli altri. E lui questo sapere in tutte le direzioni lo rappresentava profondamente. I miei primi anni all’ING con Enzo Boschi presidente sono stati preziosi e sono le fondamenta della mia carriera scientifica: mai fermarsi davanti a delle domande difficili e affrontare tutto a testa bassa, con impegno, decisione e spirito critico, collaborare ma anche competere in modo corretto e non rinunciare mai a una bella risata. Convincerlo che la geologia poteva dirci qualcosa di prezioso sui terremoti è stata un’impresa, ma Enzo sapeva ascoltare e con Gianluca Valensise ce l’abbiamo fatta ed abbiamo ottenuto il suo fermo rispetto e considerazione che è sfociato addirittura nell’organizzazione di un corso della International School of Geophysics di Erice. Grazie Enzo!

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Carlo Meletti
Nei due anni che sono trascorsi dalla scomparsa di Enzo Boschi ho spesso pensato a cosa mi avrebbe detto in vari momenti della mia vita professionale e ho così ripensato alle occasioni di incontro che abbiamo avuto in quasi 30 anni. Chissà perché mi restano in mente la prima e l’ultima volta che l’ho visto.
La prima volta è stata nel 1990, quando lui si presentò a Pisa per una riunione del GNDT durante l’occupazione del movimento noto come “la pantera”. Io ero un giovane laureato da qualche anno che incontrava una persona già famosa e che aveva visto solo in TV. Ricordo che lui si fermò a parlare con gli studenti che occupavano il Dipartimento e li esortava ad andare avanti nella protesta e di non guardare in faccia nessuno. Una sollecitazione che fece anche a me qualche anno più tardi, quando mi invitò a liberarmi della sindrome di Stoccolma nei confronti di chi in quel momento mi dava un lavoro. Mi ci vollero ancora 4 anni…
L’ultima volta fu il 18 gennaio 2013. Eravamo stati a Milano a festeggiare il pensionamento di Max Stucchi e proprio quel giorno uscirono le motivazioni della condanna in primo grado della Commissione Grandi Rischi per il terremoto dell’Aquila. Alla stazione di Milano ci salutammo prima di salire sul treno e lui mi abbracciò stringendomi molto forte e, quasi con le lacrime agli occhi, mi disse di tenere duro e di continuare a chiamarlo o scrivergli. Quell’abbraccio mi turbò, anche perché, a parte le normali strette di mano, non avevo mai avuto con lui contatti fisici di quel tipo. Capii allora quanto la vicenda di quel processo lo avesse colpito e coinvolto ad ogni livello, molto più di quanto lasciasse trasparire.

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2Con I Presidenti della Repubblica

Con i Presidenti della Repubblica



Giorgio Spada
Come incontrai Enzo. Ero al 3° anno di Fisica a Bologna, nel 1985. Un giorno, a lezione incontrammo un docente per un ciclo si seminari di Struttura della Materia, dotato di formidabile chiarezza. Tutti, poco dopo, corremmo da lui per una Tesi. Andai anch’io al primo piano della sede di via Irnerio. Il Prof, ritto di fronte alla finestra, mi disse che aveva troppi studenti, non aveva tempo… Poi mi chiese di avvicinarmi e guardare giù, verso il cortile, dove all’altezza del cancello c’era una persona che stava uscendo. “Ah, ecco” – disse – “lo vede? E’ Boschi, il sismologo. Chieda a lui.… le darà certo qualche buon consiglio”.
Gli diedi retta. Nei mesi successivi cercai di imparare la sismologia – non son certo di esserci riuscito. A lezione eravamo in due nella sala riunioni del secondo piano; lui stava a capo tavola e a volte mi dava del secchione. Da allora è passato tanto tempo. Negli anni ho apprezzato i momenti in cui Enzo voleva scambiare qualche idea; verso pomeriggio tardi si precipitava lungo i corridoi uscendo forse da qualche riunione, a caccia di chi si trovava ancora in ufficio. Si parlava a volte di questioni che presto evaporavano nel nulla ma che a volte, di lì a pochi mesi, uscivano su una buona rivista.
Pochi giorni prima della sua scomparsa mi chiese “Perché in Italia non c’è una grande Geofisica?” Io credo che ci sia, e che questo si debba soprattutto a lui. 

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Gianni Bressan
La mia, dall’esterno del INGV, non può che essere una opinione superficiale. Personaggio che a volte mi appariva complesso, sfaccettato. Però gli dò atto di essersi identificato con l’istituzione di cui era Presidente, facendone gli interessi. Promuovendo e incentivando tanti. Gli si possono riconoscere in tanti momenti grande lucidità e intelligenza. Aspetti che del resto emergevano nel rapporto epistolare che abbiamo avuto qualche tempo prima che mancasse.

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Fabrizio Galadini
Un anno fa, tra vecchi documenti di quando cominciavo a muovere i primi passi nel mondo della ricerca, ho casualmente rinvenuto un ritaglio di giornale dal Messaggero del 23 agosto 1992; in primo piano una fotografia di Boschi forse trentenne. Nel testo, dedicato al convegno di Erice sulle emergenze planetarie, c’era qualche parola su MedNet e sul progetto di un osservatorio terrestre permanente per l’acquisizione di dati necessari a prevedere i terremoti.
Pur non avendo particolare interesse per il contenuto dell’articolo (e non so perché quasi trent’anni fa decisi di conservarlo), ho voluto affiggere il ritaglio alla parete della mia stanza di via di Vigna Murata. L’ho fatto perché quello stralcio giallo e sbiadito mi ha ricordato e mi ricorda il solido senso “non strumentale” (richiamato nello statuto dell’Ingv) che Boschi attribuiva alla ricerca dell’Istituto: anche quando questa assumeva connotati “applicativi”, uscendo dai favoriti canoni della scienza fondamentale, ciò doveva avvenire in modalità mediata, articolando l’attività su tempi e necessità della ricerca, tra cui quella imprescindibile del sensibile avanzamento della conoscenza.
Tale impostazione ha anche una sua funzione per la difesa dalle intromissioni di segmenti della società estranei al mondo della scienza e dei suoi metodi. La condivisione di quella visione della ricerca è stato uno dei motivi, tra i vari, che mi ha spinto, nel tempo del cosiddetto “Processo alla Commissione Grandi Rischi”, a impegnarmi per approfondire e capire quanto era accaduto dal terremoto dell’Aquila in poi. Proprio quel tipo di intromissioni si erano negativamente manifestate in una strumentalizzazione dell’informazione scientifica. Ancora oggi penso che il sentito ringraziamento che Boschi mi rivolse alla fine dell’iter giudiziario non fosse soltanto conseguenza del positivo esito personale, ma anche il riconoscimento per lo sforzo condiviso con i colleghi a difesa dell’unico modello di ricerca possibile.


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Due delle scuole di Erice: 1989 e 1995




Maria Laura Oddo
Settembre 2015. Mi sono iscritta a Facebook e mi piace molto; belli questi social! Quasi quasi provo anche con Twitter! Fatto! Chi seguo? Comincio da qualche giornalista; proviamo con Mentana! Ma chi vedo?
C’è “un” Enzo Boschi che interloquisce con lui! Ma sarà proprio ” il ” Prof. Enzo Boschi che conosco, quello che è stato tanti anni a capo dell’INGV e prima ancora dell’ING? Quello che teneva i corsi di geofisica a Erice, alla scuola Ettore Majorana e ne è stato anche Vicepresidente?
Poche domande e capisco che è proprio lui! Sono felice Professore, ti ho ritrovato!
Ti ho ritrovato in quello che, in un secondo momento, definisti “un gioco di società” che – dicevi – ti aveva salvato la vita quando eri stato cinicamente “messo in panchina“. Sapete, Boschi era una STAR su Twitter, ma NON lo era scrivendo “solo” sui terremoti , ma anche affrontando gli argomenti più disparati, dall’arte alla storia, alla letteratura, alla poesia!
Aveva “iniziato” migliaia di persone ai sonetti di Shakespeare , alla “toscanità” e ai pittori moderni.
Con lui ho conosciuto Jack Vettriano, Hopper! Gli piaceva tanto Hopper, forse perché rappresentava la solitudine, la solitudine nella quale lo avevano lasciato molti suoi colleghi che lo avevano abbandonato nel momento più buio! Tanti guizzi con QuizzArt, tanta scienza con “Terremoti e grandi rischi“!
Eri tu, caro Professore, complesso e, nello stesso tempo, semplice! Poi quel “Tu ce la farai, io no” ed il silenzio, poco prima della fine! Fine che fine non è perché ci sarai sempre in mezzo a noi, con la tua Cultura, la tua Ironia, la tua “Toscanità“!
Ciao, Professore, speriamo che tu ti sia sbagliato e che esista un aldilà dove ci si possa ritrovare a parlare di Hopper!

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Bruno Zolesi
In un ente con un rilevante orientamento sismologico, caratterizzato da una forte interazione con il mondo accademico e mediatico nazionale, non è stato facile rapportarsi con una personalità come quella di Boschi per chi come me si occupava di fisica ionosferica, disciplina che negli anni ottanta soffriva di una profonda crisi generata dal progresso tecnologico satellitare e dalla attenuata tensione internazionale successiva alla fine della guerra fredda. Non come oggi ove è parte importante del suggestivo Space Weather.
E’ merito di Boschi, della sua lungimiranza nel sostenere un piccolo gruppo di ricercatori dell’ING, che ha consentito di mantenere il know-how della osservazione ionosferica durante una difficile fase di transizione.
Negli ultimi 50 anni ho avuto l’opportunità e la fortuna di essere testimone della evoluzione dell’ING, prima come studente di E. Medi, all’inizio degli anni 70, e poi come ricercatore dell’ente dalla fine di quel decennio. Ho nel mio ricordo ben chiaro quale fosse l’ING nel periodo che precedette la nomina di Boschi a commissario.
Nei giorni intorno a Natale viene ritrasmesso quel bel film di Frank Capra “La vita è meravigliosa” nel quale al protagonista viene mostrato magicamente come sarebbe stato il suo paese se lui non fosse esistito. Due anni fa questo mi ha fatto pensare quale sarebbe stata oggi la sorte dell’INGV, il destino di tutti noi e delle nostre famiglie, compresi i forse ignari stabilizzati del 22 Dicembre 2018, senza la presenza, l’azione e la generosità di Boschi.

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Luca Malagnini

Enzo è stato per me un riferimento importante. Sempre disposto ad ascoltarmi, siamo rimasti in contatto fino a poco prima della sua morte. Negli ultimi tempi facevamo lunghe chiacchierate al telefono, durante le quali mi chiedeva delle mie vicende personali e di quelle dell’INGV. Di sé non parlava quasi mai. Il suo cruccio era che noi, creatori insieme a lui di un’eccellenza assoluta, sembravamo incapaci di far correre il testimone che lui stesso, suo malgrado, ci aveva consegnato.
Con rabbia, ci accusava di essere corresponsabili della deriva che stava portando il nostro Ente verso un ruolo sempre più subalterno rispetto a quello dei suoi finanziatori. Per evitare questo problema, quando era ancora al vertice dell’INGV mi disse che dovevamo rapidamente evolverci in un Ente con due anime distinte: un primo dipartimento dedicato alla ricerca di base, mentre nel secondo sarebbero confluite tutte le attività di monitoraggio e servizio. Non so se questa nuova versione dell’INGV avrebbe avuto miglior fortuna di quella attuale, ma era chiara la sua voglia di rilanciare la ricerca. Perché il successo personale di Enzo Boschi coincideva con quello dei suoi ricercatori.
Credo che chiunque adesso faccia parte dell’INGV abbia verso di lui un enorme debito di riconoscenza. Anche se è venuto dopo. Anche se lo ha dimenticato. Nessuno escluso.

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La scuola di Erice del 1998, dove l’INGV cominciò a nascere


Antonella Cianchi
Originalità e caparbietà, cultura e curiosità, arguzia e humor, eleganza e vanità sono alcune delle doti che ho personalmente conosciuto del bagaglio personale e professionale di Enzo Boschi. Ma oltre a queste doti ciò che rende indelebile in me il ricordo del Prof. Boschi è il fatto che fosse un “visionario”. Intendiamoci subito: intendo un uomo che, grazie alle sue doti e al suo istinto coraggioso, possedeva il dono della “vision”, di guardare oltre, di riuscire a pensare oltre il limite che nessuno avrebbe osato oltrepassare. Non sempre i suoi giudizi e i suoi programmi sembravano avere una solida base di dati, di prove, e diciamo che non sempre ha colto nel segno, talvolta anche entrando a gamba tesa senza i virtuosismi della diplomazia. Diceva e ribadiva quello che pensava, anche rudemente. Ma Enzo Boschi è stato capace, grazie a quella “vision”, di realizzare il futuro. Un futuro che, per circa 7 anni, ho avuto il privilegio di conoscere.

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Con Walter Veltroni e Antonella Cianchi all’INGV. Con Franco Barberi e Gianluca Valensise a Reggio Calabria



Dario Slejko
Enzo Boschi era una persona speciale. Imprevedibile, sempre e comunque. Ho avuto occasione di interfacciarmi con lui numerose volte e sono numerosi gli aneddoti che mi vengono alla mente pensando a lui, adesso, a due anni dalla sua scomparsa.
La prima volta lo incontrai nel 1976 ad Udine in occasione del convegno sul terremoto del Friuli. Non ricordo le sue presentazioni o i suoi interventi nelle discussioni ma ho una visione di lui insieme a Maurizio Bonafede mentre scendevano le scale del palazzo che ospitava il convegno. Scherzavano fra loro, rilassati, freschi e dinamici nel contesto serioso della manifestazione.
Un’altra volta, non ricordo quando e dove, eravamo seduti vicini su un aereo che non si decideva a decollare. Enzo mi ripeteva “Caro Dario, bisogna avere pazienza, una grande pazienza”, e, intanto, non riusciva a stare un momento fermo sul sedile. Passava il tempo e, nell’attesa del decollo, lo stewart distribuì bibite e noccioline che Enzo mangiò nervosamente ripetendo “Ci vuole pazienza, bisogna coltivare l’arte della pazienza”.
Boschi diresse molte scuole a Erice, sempre molto valide scientificamente. In quel bel posto, ebbi occasione di cenare molte volte con Enzo, generalmente in compagnie allargate, dove lui dominava le discussioni con la sua sagacia e il suo humor. Alcune volte mi è capitato anche di essere al tavolo solo con Enzo e di apprezzare la sua vasta cultura, scientifica e letteraria e la sua grande sensibilità per le cose della vita che lo avevano toccato, da vicino o da lontano.
Una personalità eclettica, estroversa, credo sempre sincera nel suo modo imprevedibile.

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Alessandro Bonaccorso
Ho conosciuto Enzo Boschi più da vicino a fine anni ’90 nella fase di transizione all’INGV. Le sue prime visite alla Sezione di Catania furono sorprendenti per vivacità di pensiero, visione proiettata nel futuro, capacità di sfrondare i problemi secondari e mirare a obiettivi primari e di lunga gittata.
Il suo scopo di portare avanti la nuova sfida di far crescere l’INGV era sostenuto in modo prorompente, per noi provenienti dal CNR quasi sbalorditivo. E di questa sua spinta propulsiva sicuramente la Vulcanologia ne ha beneficiato enormemente, facendo uno straordinario balzo in avanti nel decennio 2000-2010 in termini di personale, risorse, attività, prodotti scientifici. Per quel periodo, caratterizzato da numerose eruzioni critiche, è sorprendente ripensare a tutti gli spunti e le opportunità che ha promosso e favorito in termini scientifici e progettuali (basti pensare alla ‘storica’ prima Convenzione INGV con il DPC).
Non ho mai smesso di essere in contatto con Enzo Boschi e, volutamente, soprattutto nel delicato periodo post L’Aquila, durante il quale percepivo bene la sua grande sofferenza umana in quella triste vicenda. E quello fu un periodo in cui sicuramente il bilancio tra quanto da lui dato e quanto ricevuto è andato ingiustamente in negativo. Conservo nel mio intimo numerosi episodi in cui Enzo ha mostrato genialità e lungimiranza. E per me queste sono le caratteristiche che meglio lo hanno identificato e contraddistinto.
Nella mia memoria mi piace ricordarlo come nel nostro ultimo incontro al Caffè Zanarini di Bologna nel giugno 2017 (con classica spremuta di arancia), dove dopo diverse ore di battute, arguzie e anche molto sarcasmo, tipico del suo spirito ‘aretino’, la splendida mattinata si concluse con un forte e affettuoso, ma molto melanconico, abbraccio.

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A Catania durante l’eruzione dell’Etna del 2001. A destra con Carlo Piccarreda



Alessandro Amato
(Pensiero fatto qualche giorno dopo la morte, che non mi ero mai deciso a rendere pubblico)

Ieri notte ho sognato Enzo Boschi. O meglio, ho sognato che non so per quale ragione andavo a vedere quale fosse stato il suo ultimo tweet dall’ospedale. Di questa cosa mi aveva parlato Max Stucchi, ma io mi ero sempre rifiutato di andare a curiosare. Lo trovavo indiscreto e anche un po’ macabro, e poi quella cosa dei profili social interrotti dalla morte mi ha sempre angosciato.
Nel sogno invece le cose andavano diversamente. Lo facevo con leggerezza e quasi con gioia, soprattutto dopo aver visto che Enzo aveva cambiato la sua immagine del profilo mettendoci una sua caricatura sul letto di ospedale. Mi pareva avesse un termometro in bocca e una faccia tipo Commissario Basettoni. Simpatico e divertente. Mentre dicevo Guarda che grande auto-ironia, pur sapendo che…, mi accorgevo che la caricatura era in realtà una GIF in cui la faccia cambiava continuamente, diventando altri personaggi: un orso (tipo Baloo), un rinoceronte, ecc. La cosa mi ha divertito e mi ha fatto sorridere a lungo nel sonno.
Non ricordo altro di quel sogno ma la sensazione è stata quella di un’amicizia, di una mancanza, di un non detto. Che ora, dopo tanti giorni dalla tua scomparsa, vorrei dire.
Vorrei dirti, Enzo, che nonostante le tue ire e i tuoi strali degli ultimi anni, nonostante i tuoi duri attacchi soprattutto per quella storia di Ischia del 2017, che mi fecero stare molto male, io ti ho voluto bene e ti sarò sempre riconoscente. Riconoscente perché mi hai insegnato molto, dandomi l’opportunità di fare tante cose (belle) nel mio lavoro di ricercatore. Non credere che me le sia dimenticate. Come non mi sono scordato, e non mi scorderò mai, i tanti momenti importanti e quelli difficili che abbiamo passato insieme, tu da Presidente e io da ricercatore prima, da Direttore del CNT poi. I convegni di Erice dove ho potuto conoscere i grandi sismologi e geologi di tutto il mondo. I problemi con i terremoti degli anni ’90 (Potenza, Siracusa, Colfiorito). La grande fiducia che mi hai concesso nel 2001 affidandomi il compito di rifare daccapo la Rete Sismica nazionale dell’INGV. Fiducia e libertà. La crisi del 2002, quando ci presero di peso e ci portarono in Molise dopo la tragedia della scuola di San Giuliano, con la Grandi Rischi. Ma anche le discussioni tra noi, talvolta aspre, su tante cose. Sempre però con grande rispetto e con la disponibilità al confronto e a cambiare opinione.
E poi gli anni dell’Aquila, che tanto ti hanno addolorato. L’alone di sfiducia e critica nei tuoi confronti. L’atteggiamento, meschino, di chi si è approfittato del tuo momento di grande difficoltà per vendicarsi di qualche torto (vero o presunto, qualcuno lo avevi sicuramente inflitto, accidenti…). Alcuni saranno forse stati capaci di gioire perfino della tua morte. Non io. Anzi, al tuo funerale a Bologna ho indossato quel tuo completo di velluto nero a coste che mi avevi voluto regalare (dicevi che avevamo più o meno lo stesso fisico, ma in realtà la sarta ha dovuto fare un gran lavoro…).
Sono orgoglioso di esserti stato d’aiuto (sia pure piccolo, a te e a Giulio) negli anni bui della condanna in primo grado, e in quelli che hanno preceduto e seguito la vostra riabilitazione (mai abbastanza ricordata e riconosciuta!) dopo l’appello e la Cassazione. Il fatto non sussisteva.
Negli anni a seguire ci siamo allontanati, e di questo ti chiedo scusa, io sopportavo poco i tuoi attacchi contro tutti, probabilmente originati dai tanti anni di processi. Mi era sembrato impossibile ritrovare un dialogo, ma avrei dovuto provarci.
Mi manca la tua intelligenza, la tua cultura, la tua lucidità, la capacità che avevi di stupire con idee originali e futuriste, con citazioni di autori greci e latini, e subito dopo degli Skiantos o degli Oasis. Sicuramente gli anni a venire saranno più noiosi senza di te. Un abbraccio

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Patrizia Gucci
Lettera ad Enzo Boschi
Sì, mi manchi tanto, ma soprattutto mi manca il tuo personaggio, così fuori dalle righe che con schiettezza e verità, dice le sue opinioni. Su tutto? Quasi!
Fisico, chimico, vulcanologo e, come scrivi tu “rabdomante“, ovvero “colui che cerca e trova i misteri della terra“. Ad ogni domanda rispondi, sai tutto!
“Ma che cultura, Professore!” “Lo sai o l’hai studiato? “ “L’ho studiato e leggo tanto“.
“Ma ti rendi conto, che hai mandato al quel paese quelle persone? Sono ignoranti, ma non si fa!”
“Io lo faccio perché lo penso, dicono continue inesattezze e sono stufo!”
Sei stato grandioso quel giorno che, qui vicino Firenze, c’è stata una scossa di terremoto! Hai risposto subito, con grafici, punto focale, ora precisa, secondi e profondità! Mi hai veramente tranquillizzata! Mi dicevo: “Che fortuna ho di conoscerti!”
Tutta l’Italia è a rischio sismico” dicevi. “Allora può succedere anche dove sono seduta io?” “Probabile!”
“Ma gli esperti del governo lo sanno?” “Certo e non fanno nulla, niente di niente!”
“Ti piace tanto l’arte, vero, Patrizia? Anche a me, moltissimo!” E poi …” Hopper, non è un po’ troppo realista, quel senso di solitudine?” “La vita è così!”
E Quizz Art? Quei quadri? Chi è l’autore? Nove su dieci li indovini, Io forse uno o due! “Ed il video sulle balene? Ti piace?” “Tantissimo; l’ho visto e rivisto tre volte!” “Io amo tanto gli animali e la natura”, ti dico!
“Hai un senso dell’umorismo veramente speciale, sai Professore?” Ti dico: “Vieni a Firenze a trovarmi?” Mi rispondi: “Una persona nata ad Arezzo, non verrà mai a Firenze; abbiamo fatto la guerra per anni!”
“Ti ringrazio tanto dei bei fiori che mi mandi anche se virtuali!”
“Grazie, Enzo, di esserci!”

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Michele Dragoni
Sono trascorsi due anni dalla scomparsa di Enzo Boschi. L’anno scorso un gruppo di ricercatori e docenti dell’INGV e dell’Università di Bologna aveva pensato di celebrarne la memoria organizzando un convegno che si sarebbe tenuto a Erice, luogo che molti di noi hanno frequentato per oltre vent’anni grazie alla Scuola Internazionale di Geofisica di cui Enzo era il direttore. Il sopraggiungere della pandemia ha reso impossibile la realizzazione dell’iniziativa e pertanto mi fa particolare piacere rinnovare il ricordo di Enzo in questa occasione.
Non ripeterò l’elenco dei suoi grandi meriti, sui quali mi sono soffermato nel mio intervento su questo blog due anni fa e che tutti conosciamo. Desidero solo esprimere ancora una volta la mia riconoscenza per quello che ha fatto e testimoniare che il suo ricordo rimane indelebile nella mia memoria e – ne sono certo – in quella di moltissimi altri colleghi e colleghe che lo hanno conosciuto e apprezzato.

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9varie


Massimo Cocco
Ricordare Enzo Boschi a due anni dalla sua scomparsa è facile e difficile al tempo stesso. È facile perché nello svolgimento attuale del mio lavoro la sua presenza e la sua memoria è stabile. È difficile perché ricordarlo mi lascia la sensazione di una lacuna, come se ci fosse qualcosa che non abbiamo potuto completare assieme.
Il mio rapporto con Enzo è sempre stato diretto e sincero. E come tutti i rapporti diretti ci siamo anche scontrati duramente confrontandoci da posizioni molto diverse, superandole poi nell’ambito di un rapporto professionale e umano vivo. Oggi però voglio ricordare la condivisione di obiettivi scientifici, l’idea di far diventare l’ING prima e l’INGV dopo un Ente pubblico di Ricerca di rilevanza mondiale e all’avanguardia nelle scienze della Terra. Io credo che Enzo questo obiettivo l’abbia conseguito pienamente.
Mi piace ricordare il Presidente che girava nei corridoi dell’ING e dell’INGV la sera e si fermava con chi stava facendo ricerca, scherzando a modo suo ma anche motivando chi si dedicava al suo lavoro.
Forse la lacuna che sento è quella di non aver potuto discutere con lui serenamente dell’INGV e della ricerca scientifica nelle scienze della Terra quando lui non era più il mio Presidente e dopo il 2009, l’anno del terremoto dell’Aquila.
Credo sia giusto ricordarlo oggi riconoscendo l’enorme contributo che Enzo ha dato alla geofisica e alle scienze della Terra in Italia.

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Feltrinelli-Catania_aprile 2011

A Catania con Alessandro Bonaccorso


Tullio Pepe
Due anni dopo. Sul mio account di Twitter, nell’elenco dei miei pochi following ho conservato il profilo di Boschi.Ogni tanto rileggo i suoi tweet e allora me lo immagino nella casa di Bologna, in centro, a pochi passi dalla chiesa dove due anni fa, in una livida vigilia di Natale, celebrammo il suo funerale, oppure nella casa di campagna sull’appennino tosco romagnolo, mentre compulsa, con un dito solo, la tastiera dell’iPad e beneficia i suoi 26mila follower della sua intelligenza, alternando spunti di arte, letteratura, politica, scienza, ambiente; e poi polemiche; e poi galanterie verso qualche sua follower particolarmente attraente. E in questo modo tiene lontani la solitudine, gli incubi legati al processo dell’Aquila, i problemi di salute e si sente ancora – almeno in parte – quello che è sempre stato: un protagonista del suo tempo.
Twitter, dopo la sua uscita dalla scena dell’INGV, è stato il mio legame con Enzo per molti anni. Tra noi non mancavano i contatti via email e telefonici; ma email e telefonate giravano sempre intorno alle vicende dell’INGV e allora le vivevo spesso con disagio perché il suo principale obiettivo era dimostrare che dopo di lui l’Istituto era sprofondato nella mediocrità e allora cercava solo conferme che non sempre mi sentivo di fornirgli, anche se percepivo il suo amore per l’ente che aveva contribuito massimamente a far nascere e a fare grande.
Su Twitter, invece, ritrovavo la vivacità di pensiero, la cultura immensa, l’arguzia aretina, il modo di fare che mi avevano affascinato sin da quando, nel 1982, me lo trovai davanti in Istituto, per la prima volta, alto, magro, che mi sembrava un ragazzo e mi porgeva la mano sinistra rovesciata, senza imbarazzo, e mi diceva “ok, diamoci del tu”. Nel salotto sintetico della rete rivedevo la personalità che ci guidò attraverso tre decenni di scommesse e di successi nel mondo complesso della ricerca scientifica pubblica.
So bene che il suo account è fermo a due anni fa. Ogni tanto, però, lo apro: hai visto mai che ci trovi qualche battuta al vetriolo sui sismologi che non la pensano come lui?

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Massimiliano Stucchi
Scrivere qualcosa su Boschi è come entrare in un frullatore. Pensieri, affetti, contrasti. Ricordi pubblici e personali; e quelli più intimi che restano dentro ciascuno di noi.
I primi incontri, lontani; poi sempre più ravvicinati, telefonate, brevi colloqui, scherzi, scazzi. I progetti, le tappe. L’intesa, quando c’era, era piena, impetuosa, trascinante. I regali che faceva: libri, giacche, cravatte: una cravatta tagliata, durante una riunione INGV. Il suo vestire elegante, e il perché. Erice, una delle sue creazioni, dove era più rilassato che a Roma: la gara per farsi invitare a pranzare al suo tavolo.
E le battute, tante. “Sarà un trionfo”; e lo fu. “Dove vai questa volta?” “Vicino Almerìa” “Ah, a sud di Granada!” (aveva letto il libro omonimo di G. Renan, prima di me)”. In mensa a Milano, dove si sforzava di pronunciare la “cassoeula”, e giù risate. E poi il periodo “social” con il Foglietto, Twitter, @Quizzart. Questo blog volava con i suoi retweet.
E soprattutto la sua forza d’animo (!!): la menomazione antica, e poi la frattura mentre si imbarcava in aereo. E L’Aquila, quel pugno nello stomaco. “Affronteremo anche questa”, disse dopo il rinvio a giudizio. La affrontò, combatté e vinse, ma ne portò i segni.
Oggi però voglio ricordare un Boschi che pochi conoscono. Nel Progetto Finalizzato Geodinamica (PFG), dove prevalevano geologia, vulcanologia e ingegneria sismica, c’erano solo alcuni embrioni di sismologia: reti sismiche, catalogo dei terremoti, un po’ di sismogenesi. Pure, quel PFG sentì la necessità di una visione più ampia, avanzata; istituì il “Comitato Coordinamento Sismicità” (CCS) e ne affidò il coordinamento a Boschi.
Di questa vicenda conservo un verbale e un documento dal titolo mirabile, entrambi scritti a mano nel 1979. Nel documento c’è il futuro della sismologia italiana, l’attenzione a tutti i settori, la necessità di migliorare l’organizzazione degli enti di ricerca. C’è il Boschi visionario e propositivo, da poco professore ordinario, non ancora presidente ING: il Boschi che ha in mente l’INGV.

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CCS1

Alberto Michelini
Ho veramente poche parole da dire perché l’ho conosciuto poco di persona mentre l’ho messo a fuoco molto meglio per  quello che faceva o aveva fatto. Penso che Enzo sia stato un uomo illuminato con una grande visione sul ruolo che la geofisica, e la sismologia in particolare, dovessero avere in un paese sismico come il nostro. Ha capito da subito che bisognava puntare su una nuova generazione di ricercatori e che questa doveva essere istruita a dovere per poter andare al passo coi tempi. Negli anni ‘80 si trattava di rivedere un po’ tutto a partire dal monitoraggio a scala nazionale che non poteva essere una federazione di osservatori indipendenti mentre si doveva centralizzare per fare in modo che i dati fluissero e venissero processati opportunamente in tempo reale per effettuare la sorveglianza sismica e per monitorare la sismicità. Cioè era necessaria la rete sismica nazionale. Ma era altrettanto necessario investire su nuovi campi di ricerca altrettanto necessari per comprendere meglio la complessità dei fenomeni sismici.  Nei miei anni trascorsi in California ho incontrato tanti di coloro che sarebbero diventati i miei futuri colleghi. Erano tutti che appartenevano all’ING.  Avevamo tutti la stessa età. Enzo capì l’importanza di realizzare un grande istituto mettendo insieme geofisica e vulcanologia: ha creato l’INGV.  Da poche decine di persone a piu’ di 1.000 in pochi anni. Penso che basti questo per comprendere la sua reale statura e quanto il paese gli debba essere riconoscente. 

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Sergio Del Mese
Tanti anni fa, io c’ero, arrivò un uomo con occhi vivi, brillanti, pungenti. Un uomo che scherzava con tutti, mentre la radiografia era in atto. Chiamò a raccolta le truppe, nessuno escluso, vaneggiando nomi mai sentiti prima come Sala Sismica, Sorveglianza Sismica, Rete nazionale, Turni… Quindi costruì castelli ed elevò capitani al ruolo di generali, incitando, a volte urlando, mai domo, mai sazio.
Quando la prima roccaforte ebbe una forma, entrava spesso, per vedere, chiedere, capire…     …la battuta non mancava mai, tra un allarme, un terremotino, i telefoni che squillavano, tra rulli e righelli pieghevoli, tra Alex, Epin, Epic…
…il progetto si evolveva, si ingrandiva, arrivarono falchi, poche aquile, molti fringuelli, alcuni volando altri su solidi posatoi, prima a Villa Ricotti, poi a Vigna murata e, infine, diede vita al sogno dell’INGV, attraverso molte rivoluzioni piccole e grandi, certamente non soltanto logistiche…
Siamo cresciuti, tutti, sotto una spinta continua, pungente, costruttiva. Però non si possono mettere tanti anni in poche righe, anche sorvolando sulle ultime terribili battaglie. Episodi da raccontare, anche divertenti, ce ne sono stati molti…   ma fanno parte di un privato che stonerebbe in questo contesto, dico soltanto che parlare, intrattenersi con tecnici (…Franco Pirro, Luciano Giovani o lo stesso Piergiorgio De Simone) era un chiaro segnale di chi voleva veramente capire esigenze e problemi a tutti i livelli.
Chiudo, con un ricordo personale di Boschi, una lettera con cui si congratulava per i nostri lavori all’interno del PFG, mostrata soltanto per onorare la memoria di Maria Cecilia Spadea, artefice di quell’encomio, scomparsa tragicamente in un incidente stradale, mentre si recava al lavoro, nella sede di Monte Porzio Catone.

BOSCHI SPADEA

Quelle poche righe scritte di suo pugno, per i due “contrattisti” interessati, erano un sogno ad occhi aperti ma anche la misura di come un CAPO fosse attento alle mille attività di quanto stava costruendo.

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Marianna Gianforte


«È dall’Aprile del 2014 che non siamo in contatto. Speravo di incontrarti a L’Aquila quando son venuto a testimoniare nel processo Bertolaso. Oggi ho visto un tuo tweet su Tornimparte… Come stai? Come va il tuo lavoro?».
Era il 27 luglio 2016 quando Enzo Boschi mi scrisse questo messaggio su Twitter. Non gli risposi mai. Non c’è un motivo preciso del perché non lo feci, forse ero presa dal tam-tam della vita quotidiana e lavorativa che, allora, per me aveva ritmi assurdi. Più volte dissi a me stessa che dovevo trovare il tempo di rispondere, perché era un messaggio diverso. Mi rammarico ancora oggi del mio silenzio. Ancora oggi, quando penso alla notizia della sua morte, mi sento profondamente in debito con lui per quel messaggio non risposto, per la sensazione sottile che mi ha lasciato: forse cercava una sponda per comunicare qualcosa.

Qualche anno prima – il 2 aprile 2014 – lo avevo invitato a partecipare a una mostra fotografica dedicata al quinto anniversario del sisma aquilano, a casa Onna, nella quale io e altri colleghi del quotidiano abruzzese Il Centro mettevamo a confronto con ritratti fotografici cittadini aquilani nella loro vita pre e post sisma. Declinò l’invito scrivendomi che, per come erano andate le cose (la condanna in primo grado per il processo alla commissione Grandi rischi), temeva che la sua presenza potesse «infastidire qualcuno». E poi aggiunse: «Non ho mai tranquillizzato nessuno prima del terremoto del 2009. Anzi, ho sempre evidenziato l’alta pericolosità abruzzese. Spero che tutto si chiarisca con l’Appello. Poi, spero che m’inviterai a raccontare le cose da un altro punto di vista». Il suo “grazie di cuore” che chiudeva quella conversazione su Twitter descrive perfettamente l’uomo che Boschi era. Capita raramente che qualcuno ringrazi mettendoci il cuore. Boschi era così. Soltanto pochi mesi dopo – a novembre – l’ex presidente dell’Ingv venne assolto insieme a Giulio Selvaggi, Franco Barberi, Mauro Dolce, Claudio Eva e Michele Calvi, mentre la condanna fu confermata (anche se rideterminata) per Bernardo De Bernardinis della Protezione civile.

E adesso ripercorrendo quei messaggi, di cui l’ultimo colpevolmente senza la mia risposta, mi torna perfettamente chiara quella passeggiata che nel settembre del 2010 da via dell’Arcivescovado ci condusse in quella che sarebbe diventata – seppur per un brevissimo periodo di tempo – la tanto attesa sede aquilana dell’Ingv, in un palazzo privato che un tempo aveva ospitato gli uffici delle Poste, e alla cui inaugurazione, in un freddissimo novembre dello stesso anno, partecipammo insieme, lui presidente dell’Ingv e io come cronista del “Il Centro”. Durante quel tragitto mi fece questa considerazione: «Le persone sono diventate più sensibili anche alle scosse più piccole dopo il dramma del 6 aprile 2009. Negli ultimi cinque anni l’Ingv ha registrato 54.900 piccolissime scosse, e cioè 11mila all’anno, in Italia, che è un paese altamente sismico dall’Abruzzo alla Sicilia». Da allora ho adottato la locuzione “dall’Abruzzo alla Sicilia” facendola mia, l’ho usata infinite volte in ogni circostanza possibile: nei mei articoli sul terremoto, nei convegni che ho moderato, nelle conversazioni tra amici e colleghi, perché, forse, mai come in quella chiacchierata con Boschi avevo capito cosa fosse il nostro paese: un territorio sismicamente ballerino, di cui l’Abruzzo è la regione a più alto rischio sismico, in cui ci si salva soltanto se ciascuno fa con coscienza, consapevolezza e lucidità ciò che deve fare. In questo caso: progettare e costruire in sicurezza e – a livello più “alto”, istituzionale – creare le condizioni normative, strutturali, finanziarie e operative affinché i quasi mille Comuni italiani, le autostrade e le infrastrutture vengano messi in sicurezza. Ma la “sicurezza anti sismica” è uscita oggi di scena, scalzata da un nuovo nemico, il Sars-Cov-2, che attanaglia le nostre vite e su cui si concentrano sforzi politici, dibattiti pubblici, cronache e inchieste giornalistiche. Poi tornerà il momento in cui nuovi morti sotto le macerie ci sveglieranno dal torpore ricordandoci che l’Italia è fragile esattamente come 12 anni fa e che dal terremoto dell’Aquila, il 6 aprile 2009, con i suoi 309 morti, non è cambiato nulla. Se, forse, in questo preciso momento storico L’Aquila e i 56 Comuni del cratere sismico sono le uniche oasi sicure, tutto il resto del paese è un colabrodo. E Boschi, sempre in quel tragitto per le vie aquilane all’epoca ancora deserte e silenziose, disabitate e anche maleodoranti per i palazzi disabitati e danneggiati, più volte mi ripetette il senso del concetto di “sicurezza”: poter uscire da casa vivi durante una forte scossa, come in Giappone.
E questa è una responsabilità di ciascuno di noi per la propria parte, competenza e posizione o ruolo; agli scienziati, invece, l’altro arduo compito di fornire alla società la spiegazione (ovviamente sempre mutevole in base alle risultanze scientifiche che via via si acquisiscono) di quello che succede nel mondo della natura, dalle placche o le faglie sismiche, sino all’infinitesimale virus. Ecco, dunque, che questo invito a lasciare un ricordo dello scienziato Enzo Boschi è per me un modo per salutarlo, finalmente, dopo quel messaggio mai risposto, e chiedergli “scusa”, quanto meno, per la mia scortesia.

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Gli amici de “Il Foglietto della Ricerca” l’hanno ricordato come loro editorialista e amico

https://www.ilfoglietto.it/il-foglietto/6425-enzo-boschi-geofisico-editorialista-che-manca-tanto-al-foglietto

La sismologia strumentale ai tempi del terremoto del 1980: colloquio con Edoardo Del Pezzo

Ricorre il quarantesimo anniversario del terremoto del 1980, che avvenne mentre la sismologia osservazionale stava compiendo un passaggio epocale. Accanto ai ricordi delle distruzioni e della tragedia non vanno dimenticati gli sforzi, il coraggio e la dedizione della comunità scientifica, e in particolare di quanti si trovarono a operare in prima linea, negli osservatori sismologici e sul campo.  Abbiamo chiesto di ricordare quel periodo a Edoardo Del Pezzo, che nel 1980 ha fatto parte del nucleo di ricercatori che ha gestito l’emergenza legata al terremoto e in particolare la raccolta e alla analisi delle registrazioni sismometriche.
Napoletano, sismologo e vulcanologo, Edoardo ha iniziato la sua attività presso l’Osservatorio Vesuviano (Napoli). Nel seguito ha operato presso l’Istituto Internazionale di Vulcanologia (Catania), l’Istituto per la Geofisica della Litosfera (Milano), l’Università di Catania, l’Università di Salerno per poi tornare all’Osservatorio Vesuviano. Quando quest’ultimo è confluito nell’INGV è stato componente del consiglio direttivo dell’ente dal 2001 al 2005. In pensione da alcuni anni collabora, oltre che con INGV, con l’Università di Granada e con l’azienda vinicola della moglie, nel beneventano.

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Edoardo, tu hai operato nel punto focale delle operazioni di analisi dei dati sismometrici dopo il terremoto del 1980, presso l’Osservatorio Vesuviano (OV). Ne parliamo più avanti. Prima però vorrei ricordare con te lo stato della sismologia strumentale prima del terremoto. Accanto a una rete sismica nazionale gestita dall’ING con strumenti abbastanza obsoleti, erano fiorite una serie di reti locali più moderne che, in ambito PFG, si erano costituite in una struttura federata per inviare a ING i dati delle proprie stazioni. Nel 1979, in occasione del terremoto di Norcia, questa struttura coordinò l’istallazione e la gestione di una rete temporanea. I metodi di localizzazione erano in alcuni casi ancora abbastanza primitivi; addirittura nel 1978 il PFG organizzò un seminario per mettere a confronto questi metodi. Nel 1981 venne organizzato un seminario sul calcolo della magnitudo. La Commissione CNEN-ENEL aveva avviato la gestione di una rete accelerometrica. Puoi aggiungere qualche ricordo?

Che ruolo svolgevi prima del terremoto? Ci puoi raccontare la situazione dell’OV quando avvenne il terremoto, e quale fu la risposta immediata?

Come detto più sopra, mi occupavo della raccolta dati della rete delle isole Eolie, che aveva il duplice scopo di una rete di “sorveglianza” dei vulcani (Stromboli, Lipari-Vulcano) e di studio della sismicità del basso Tirreno: un compito che col senno del poi avrei giudicato immane, data l’importanza dell’area nella tettonica del Mediterraneo, ma che al momento affrontavo con la spavalderia di un ventisettenne e con le risorse che “passava il convento”. Tra capo e collo ad aprile del 1978 un terremoto nel golfo di Patti (M5.5) mise a dura prova sia la strumentazione (che rispose alla grande per fortuna mia e di tutta la comunità sismologica), sia la capacità di analisi che i miei colleghi ed io avevamo acquisito fino ad allora (anche in questo caso la risposta fu positiva). In quel periodo lavoravo tra Lipari (l’Osservatorio Geofisico del CNR) e l’Osservatorio Vesuviano di Napoli, dove ero distaccato 15 giorni al mese per l’analisi dei dati e le collaborazioni scientifiche. Questa situazione durò fino al 23 novembre del 1980, quando l’evento che avrebbe cambiato la sismologia in Italia, e ridimensionato gran parte della mia spavalderia, ebbe luogo in Irpinia.

I sismologi che operavano in quegli anni vivevano una transizione molto rapida dalla sismologia basata sullo studio dei singoli sismogrammi (a volte registrati ancora su carta affumicata), volto alla comprensione dell’interno della Terra nelle sue strutture a larga scala alla sismologia basata sui dati raccolti da “reti” di sismometri, a volte centralizzati via radio ad un “osservatorio” , che permetteva di mettere a fuoco strutture geologiche a “scala minore”, come per esempio le strutture sismogenetiche. In questa transizione il riferimento culturale era nelle università statunitensi più importanti (la Columbia University ed il Lamont Observatory, MIT, Caltech). Giocoforza si “adottarono” anche in Italia, per lo studio dei dati delle reti temporanee, paradigmi e metodi provenienti dagli Stati Uniti. “Hypo 71” era il codice standard del calcolo ipocentrale. Il seminario tenuto a Milano (IGL) sul calcolo ipocentrale fu un’occasione per i “gestori” delle reti per scambiarsi informazioni e per mettere a fuoco, in uno schema culturale consono ai Fisici ed ai geologi che iniziavano la loro attività in quegli anni, le basi matematiche del calcolo ipocentrale. Ricordo che a quel seminario parteciparono un gruppo di matematici dell’Università di Milano, che chiarirono a tutti che il calcolo ipocentrale rientra nei i processi di ottimizzazione matematica, ben noti a chi aveva seguito i corsi universitari di matematica avanzata. Per me e qualche collega quel seminario fu un momento rassicurante, in cui capimmo che ci saremmo mossi in binari già tracciati e conosciuti.
L’elettronica tedesca (Lennartz) ci aiutò molto in quel difficile momento di crescita, mettendo a disposizione, a prezzi ragionevoli, strumentazione molto affidabile e robusta. Grazie alle stazioni sismiche prodotte da Lennartz, il divario tecnologico con gli Stati Uniti (e forse anche con il Giappone) iniziava a restringersi. Alcuni colleghi si dedicarono allo studio degli strumenti come loro attività primaria, costituendo il nucleo degli “strumentisti” che avrebbe formato in seguito generazioni di tecnologi. Con i finanziamenti del PFG furono acquistate molte stazioni sismiche Lennartz, alcune dotate di trasmissione (analogica) radio. Nel mio ruolo di allora (responsabile della rete sismica delle isole Eolie) acquistai anch’io, grazie a questi finanziamenti, un piccolo numero di stazioni Lennartz che andarono a sostituire un’elettronica poco affidabile di produzione americana su cui si basava la rete sismica che “ereditai” quando presi servizio.

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Sismabonus, un aggiornamento (colloquio con Alessandro Grazzini)

I recenti provvedimenti governativi hanno aggiornato la possibilità di usufruire degli aiuti di Stato per ridurre la vulnerabilità sismica degli edifici. Abbiamo chiesto a Alessandro Grazzini, che già aveva discusso l’argomento in https://terremotiegrandirischi.com/2020/07/02/sismabonus-qualche-spiegazione-dedicata-a-chi-abita-gli-edifici-colloquio-con-alessandro-grazzini/, di illustrarci le novità.

Alessandro, ci puoi riassumere le novità introdotte, di cui hai parlato ad esempio in https://www.ediltecnico.it/79648/sismabonus-superbonus-110-classificazione-sismica/?

Il D.L. 19/05/2020 n. 34 (c.d. Decreto Rilancio a sostegno dell’economia dopo il lockdown COVID-19) ha introdotto un superbonus di detrazione fiscale al 110% da utilizzare anche per i lavori di miglioramento sismico relativi al tradizionale Sismabonus. Il Superbonus può essere sfruttato per lavori svolti dal ‪1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021, anche se ci auguriamo una proroga in quanto gli interventi di miglioramento sismico, come sappiamo, richiedono più tempo nella pianificazione e nell’esecuzione. La novità principale consiste nel fatto che la super aliquota del 110% vale sia per gli interventi di semplice consolidamento statico (cucitura delle lesioni, consolidamento delle fondazioni, rinforzo di solai solo per fare qualche esempio) sia per gli interventi di miglioramento sismico.

Il Decreto ha eliminato la necessità di dimostrare che gli interventi abbiano portato al passaggio di una o due classi di “rischio”, come richiesto dalla normativa precedente. Non è forse un passo indietro nella direzione della prevenzione?

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Early Warning: facciamo il punto (colloquio con Marco Olivieri)

Periodicamente i media riportano notizie che riguardano il cosiddetto “Early Warning”, proponendolo come un sistema di allarme sismico (per inciso, il termine viene usato in una casistica estesa, non solamente sismica, dalle frane alle inondazioni ai movimenti di borsa ecc.).
In realtà l’Early Warning “sismico” non rappresenta un allarme pre-terremoto in senso stretto, ma un “avviso” che stanno per arrivare onde sismiche potenzialmente distruttive.
Per capirci: a molti di voi sarà capitato di sentire un terremoto, e magari di riuscire a distinguere l’arrivo delle onde compressionali, dette P, dall’effetto prevalentemente sussultorio, e in seguito le onde trasversali, dette S, dall’effetto prevalentemente ondulatorio. Ecco, se ciascuno di noi fosse in grado di discernere con precisione l’arrivo delle onde P potrebbe disporre di un certo numero di secondi per prepararsi all’arrivo delle onde S.
L’Early Warning rappresenta un perfezionamento tecnologico di questo principio semplice e geniale: in sostanza è il terremoto stesso che, una volta avvenuto, “avvisa” – mediante le onde P, le più veloci – che stanno per arrivare le onde S e quelle superficiali, più lente ma distruttive.
Più sotto riportiamo alcuni riferimenti ad articoli “divulgativi” italiani; uno di questi è addirittura firmato dall’attuale Ministro per la Ricerca, Gaetano Manfredi.
Per cercare di fare chiarezza ne discutiamo con Marco Olivieri, ricercatore all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, competente su queste tematiche. 

Ci spieghi in modo più preciso su che principio si basa l’Early Warning sismico?

Un sistema di Early Warning si basa su 2 ipotesi:

  • bastano i tempi di arrivo delle onde P registrate a poche stazioni intorno all’epicentro per localizzare accuratamente il terremoto.
  • bastano pochi secondi di forma d’onda P per determinare la magnitudo. 

La seconda ipotesi è quella più complessa, presume che già nei primi istanti di propagazione della rottura sulla faglia sia contenuta l’informazione sulla completa rottura della faglia che può non essere ancora completata.
Se il territorio è monitorato da una densa rete di stazioni sismiche possiamo avere una stima dei parametri di sorgente entro pochi secondi, meno di 10. In 10 secondi le onde S hanno viaggiato per circa 40 km.
Stimati questi parametri di sorgente (localizzazione, profondità e magnitudo), un sistema di Early Warning è in grado di predire lo scuotimento atteso (in termini di intensità o accelerazione) nell’area non ancora investita dalle onde S e fornire questo dato, con una realistica barra di errore o con una probabilità associata, alla popolazione o a chi può e deve prendere decisioni e agire (o non agire).
Vista la descrizione appena fatta, la traduzione che in italiano rende meglio l’idea di cosa sia un Early Warning è “avviso in anticipo”, cioè che arriva prima delle onde distruttive.

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Sismabonus: qualche spiegazione dedicata a chi abita gli edifici (colloquio con Alessandro Grazzini)

I problemi legati alla pandemia Covid-19 hanno messo in secondo piano quelli legati alla sicurezza sismica. Tuttavia, in modo apparentemente sorprendente il Governo ha deciso di sostenere l’iniziativa del Sismabonus aumentando addirittura al 110% il valore del contributo dello Stato sotto forma di credito di imposta, abbassando il periodo di recupero del credito e agevolando la possibilità di cederlo a banche o imprese che possono farsi promotori delle ristrutturazioni.
L’iniziativa del Sismabonus nacque quando un Governo – come vedremo – cercò di rendere operativo il concetto secondo il quale è meglio spendere soldi per ridurre i danni piuttosto che per ripararli; ma, e questa fu la novità, introdusse il concetto che il problema non riguarda solo lo Stato, ossia la collettività, ma anche – almeno in parte – i proprietari. Da questo concetto, semplificando, proviene il Sismabonus.
La comunicazione al pubblico su questo argomento non è mai stata molto dettagliata. Vi sono molti articoli tecnici che ne parlano, ma è difficile trovare materiale che spieghi in modo chiaro i vantaggi. Spesso i proprietari di casa si affidano agli ingegneri in un modo simile a come un malato si affida al chirurgo che gli consiglia la soluzione migliore, che poi la praticherà nei fatti. Ora, un paziente non deve certo studiare medicina per capire ma è giusto che richieda qualche spiegazione e qualche alternativa. Questo dovrebbe avvenire anche nel caso del Sismabonus.

Ne parliamo oggi con Alessandro Grazzini, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria Strutturale Edile e Geotecnica del Politecnico di Torino, esperto in consolidamento e miglioramento sismico degli edifici storici in muratura, che ha scritto diversi interventi in materia che vengono ripresi nelle sue risposte. Alla formulazione delle domande ha contribuito Carlo Fontana.
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Paolo Scandone: uno dei “Grandi” del Progetto Finalizzato Geodinamica e del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (colloquio fra Massimiliano Stucchi e Dario Slejko)

Quattro anni fa ci ha lasciati Paolo Scandone, una figura centrale nello sviluppo della geologia e delle ricerche nel settore della difesa dai terremoti in Italia a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. Lo ricordano qui Massimiliano Stucchi e Dario Slejko i quali con Paolo – tra le altre cose – misero le basi per una delle prime valutazioni di stampo moderno della pericolosità sismica del territorio italiano.
Lo ricordano con il rammarico che riconoscimenti e belle parole andrebbero offerti alla persona cui sono destinati quando la persona stessa è ancora in vita e li può apprezzare.

MS. Ho conosciuto Paolo Scandone all’avvio del Progetto Finalizzato Geodinamica (PFG) del CNR, nel 1976. Era responsabile del Sottoprogetto “Modello Strutturale”, al quale contribuivano moltissimi geologi di numerose università e istituti di ricerca. Era una persona dotata di notevole carisma e al tempo stesso di grande umanità, con il quale veniva istintivo cercare il dialogo e il confronto su temi scientifici, politici e più in generale della vita. Continua a leggere

Qualche riflessione su Covid19 e Giustizia (colloquio con Alessandra Stefàno e Cecilia Valbonesi)

L’argomento di questo colloquio esce alquanto dai temi di interesse di questo blog. Tuttavia presenta sia elementi novità, sia qualche elemento di vicinanza con i temi sismici. Per parlarne abbiamo pensato a un colloquio con due avvocati penalist, con la cui esperienza questo blog ha già interagito. Entrambe hanno risposto in modo indipendente alle stesse domande.

 Alessandra Stefàno (nel seguito AS) è avvocato penalista del Foro di Pavia: ha fatto parte del collegio di difesa degli imputati al Processo “Grandi Rischi”. Su questo blog è stata intervistata sul tema “Il “nesso causale” nel cosiddetto processo alla “Commissione Grandi Rischi”
https://wordpress.com/post/terremotiegrandirischi.com/400

Cecilia Valbonesi (nel seguito CV) è Dottore di ricerca in Diritto penale presso l’Università degli Studi di Firenze e Avvocato del Foro di Firenze. Per motivi scientifici ha seguito e commentato il cosiddetto processo alla “Commissione Grandi Rischi”. Su questo blog è stata intervistata riguardo alla vicenda processuale alla prova del romanzo. Luci e ombre del volume “La causalità psichica nei reati colposi” di Marco Billi.
https://wordpress.com/post/terremotiegrandirischi.com/1303 Continua a leggere

Norme tecniche per le costruzioni, modelli di pericolosità sismica e sicurezza degli edifici (colloquio con Antonio Occhiuzzi)

Anche se l’interesse maggiore di questi tempi è ovviamente per l’emergenza Covid, abbiamo ritenuto utile proporre una interessante analisi sul problema della sicurezza sismica degli edifici in relazione alle norme tecniche e ai modelli di pericolosità sismica.

Antonio Occhiuzzi, napoletano e tifoso del Napoli, è professore di Tecnica delle Costruzioni presso l’Università Parthenope. E’ laureato in ingegneria a Napoli e al MIT di Boston, ha un dottorato di ricerca in ingegneria delle strutture, materia cui si dedica da sempre.
Dal 2014 dirige l’Istituto per le Tecnologie della Costruzione (ITC), ossia la struttura del CNR che si occupa di costruzioni, con sedi a Milano, Padova, L’Aquila, Bari e Napoli.

Caro Antonio, tempo fa avevi commentato un mio post di risposta a un articolo dell’Espresso in cui veniva riproposta, come avviene periodicamente, la questione del superamento dei valori di progetto in occasione dei terremoti recenti e, di conseguenza, la presunta fallacia dei modelli di pericolosità e delle normative basate su di essi, quasi che entrambi fossero responsabili dei crolli e delle vittime. https://terremotiegrandirischi.com/2019/08/27/la-colpa-e-dei-modelli-di-pericolosita-sismica-di-massimiliano-stucchi/

Poichè in questa problematica si intrecciano aspetti sismologici e ingegneristici, ti ho invitato a approfondire la tematica. Continua a leggere

Parlare di terremoti e di pericolosità sismica, oggi? (Massimiliano Stucchi)

Meglio di no, certo. Ci sono ben altri problemi, oggi; anche se, inevitabilmente, qualcuno azzarda paragoni con l’epidemia, a volte azzeccati, a volte maldestri.
Anche la puntata di “Presa Diretta”, che doveva continuare l’opera di critica nei confronti del modello di pericolosità sismica adottato dalla Normativa Tecnica per le Costruzioni, già rinfocolata da L’Espresso lo scorso agosto e ripresa addirittura da una indagine della Corte dei Conti (!), è stata rinviata.

Rimandare alla fase 2? La fase 3? Ma quando comincia la fase 2, e soprattutto come sarà questa fase 2? Molti si ingegnano a cercare il “picco” attraverso modelli più o meno complessi, che cercano di utilizzare dati abbastanza farlocchi. Altri protestano perché non viene spiegata in dettaglio la fase 2; altri ancora se la prendono con i “trasgressori” del lockdown, che impediscono la discesa della curva. Si aprono inchieste, giuste ma forse non prioritarie, quando si pensa ai degenti del Triulzio o di altre RSA ancora vivi, da proteggere (vogliamo parlare di che cosa si fa per loro, oggi?).

E da parte dei media continua, imperterrita, la ricerca del parere degli esperti, più spesso per evidenziare eventuali disaccordi che non per fornire al pubblico elementi di informazione e di conoscenza. Come nel caso di terremoti, appunto.

Nell’autunno scorso, con Carlo Meletti, avevamo scritto un articolo che voleva fare il punto sul modello di pericolosità sismica MPS04 e cercava di smontare bufale e fake news in proposito.
Anzi, cercava di fare di più: di ragionare sul problema.

Questo articolo sta per essere pubblicato sul prossimo numero di “Progettazione Sismica”, che ringrazio per aver reso disponibile una preview al seguente link

https://drive.google.com/file/d/1bFNXPSqZL2K6I6njQJlFy9tu_a7EyJDe/view

Ho pensato di renderlo disponibile comunque.

In aggiunta, succede che mercoledì 15 aprile, alle ore 12, parlerò proprio di questi temi nel corso di un Webinar organizzato dalla Università di Camerino, in particolare da Emanuele Tondi, che è anche direttore della locale sede INGV.

Doveva essere un seminario per studenti, in loco: le circostanze l’hanno trasformato in un webinar aperto a tutti, che potrà essere seguito da questo link

https://unicam.webex.com/meet/emanuele.tondi

Niente di speciale, cose forse già dette. Per studenti che vogliono continuare a studiare, capire e prepararsi alle prossime fasi.

Gravimoti: la discussione continua (Patrizio Petricca e Giuseppe De Natale)

Patrizio Petricca (Università Sapienza, Roma). Caro Gianluca, grazie per questa tua intervista che alimenta la discussione alla base della ricerca scientifica, importante sia tramite canali ufficiali (le riviste peer-reviewed) che, in qualche modo, su blog come questo. Condivido ciò che dice nel suo commento Giuseppe De Natale, che riprende un concetto di Popper, ovvero che la Scienza progredisce attraverso nuove proposte che spingono la comunità scientifica a chiarire meglio i concetti ed a trovare precisamente gli errori. Vedo con soddisfazione che l’argomento genera interesse e spero che in futuro il modello venga confutato o confermato da nuovi studi.

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Gravimoti: altri commenti (Giuseppe De Natale e Roberto Devoti)

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Enzo Boschi, un anno dopo (colloquio fra Massimiliano Stucchi e Tullio Pepe)

Introduzione. Da un anno Enzo Boschi non è più con noi, e già questo sembra un paradosso: quando gli si parlava, il futuro sembrava sempre molto vicino, tutto sembrava possibile, in una vita abbastanza “spericolata” che sembrava comunque praticamente illimitata, come la crescita dell’ING prima e dell’INGV poi, attraverso lo sfruttamento delle occasioni che si presentavano (terremoti, eruzioni) e l’impegno consapevole di gran parte dei ricercatori che ne avevano beneficiato. Continua a leggere

Gravimoti: alcuni commenti all‘intervista di Valensise (Carlo Doglioni)

Riceviamo da Carlo Doglioni questo commento, che pubblichiamo come contributo indipendente, all’intervista a Gianluca Valensise
https://terremotiegrandirischi.com/2019/12/17/gravimoti-un-nuovo-paradigma-intervista-a-gianluca-valensise/
 
Carlo Doglioni, geologo, è professore di geodinamica all’Università Sapienza di Roma dal 1997. Dal 2009 al 2014 è stato presidente della Società Geologica Italiana; dal 2009 è membro dell’Accademia dei Lincei e dal 2011 dell’Accademia dei XL. Dal 27 aprile 2016 è presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

La teoria del rimbalzo elastico è stata una grande innovazione all’inizio del secolo scorso. Questo modello assumeva l’ipotesi che le faglie sismogenetiche fossero “prevedibili” nel loro comportamento e che tendessero alla rottura in modo simile e con la stessa magnitudo in un ciclo potenzialmente infinito. Questa assunzione, indistinta per gli ambienti tettonici estensionali, compressivi o trascorrenti, si è dimostrata poco attinente alla realtà più complessa del ciclo sismico.
I terremoti estensionali hanno per esempio un certo numero di differenze rispetto a quelli compressivi che non possono essere spiegate se non con meccanismi genetici diversi.

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Gravimoti: un nuovo paradigma? (intervista a Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, del Dipartimento Terremoti, INGV, Roma, è sismologo di formazione geologica.Dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: http://diss.rm.ingv.it/diss/).  Ha dedicato oltre 30 anni della sua carriera a esplorare i rapporti tra tettonica attiva e sismicità storica, con l’obiettivo di fondere le osservazioni geologiche con l’evidenza disponibile sui grandi terremoti del passato.
Da qualche anno è emerso, nel panorama geo-sismologico italiano, il termine “gravimoti”: gli abbiamo chiesto di commentare l’origine e il significato.

Da qualche anno abbiamo cominciato a sentire parlare di “gravimoti”, in alcuni casi come alternativa al termine “terremoti”. Ci puoi riassumere da dove nasce questa idea e a cosa si riferisce?

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Come (e quando) nacque l’INGV… (Massimiliano Stucchi)

Premessa. A dispetto del fatto che in questi giorni si voglia celebrare il ventesimo anniversario della nascita dell’INGV, l’INGV nacque invece il 10 gennaio 2001. Nel 1999 uscì il Decreto Legislativo 381/1999, che stabilì il percorso e le modalità di costituzione dell’INGV. Fino al 10 gennaio 2001 l’INGV non esisteva; esistevano al suo posto gli istituti che vi sarebbero confluiti, con i loro presidenti, direttori e organi di governo. Come ha commentato un ex-collega, celebrare la nascita dell’INGV nell’anniversario del suo decreto istitutivo, che aveva fissato anche l’itinerario per la nascita vera e propria, è un po’ come “anticipare la celebrazione del compleanno al giorno del concepimento” (cit.). Ma comunque.
Pensavo quindi di avere un po’ di tempo per preparare un ricordo circostanziato, magari assieme a Tullio Pepe e altri; questo anticipo mi costringe a essere un po’ approssimativo, e mi scuso con chi ha vissuto le esperienze che descrivo se non troverà la narrazione perfettamente corrispondente a come si svolsero i fatti. Comunque mi è piaciuto scriverlo: commenti benvenuti e…rimedierò nel 2021.

Correva l’anno 1999 e, come ci ha ricordato un altro ex-collega, a Erice (Trapani), alto luogo della ricerca scientifica, si tenne in luglio una sessione un po’ particolare della “School of Geophysics”, diretta da Enzo Boschi. Si riunirono infatti, in prevalenza, ricercatori italiani afferenti agli istituti di ricerca del settore geofisico, sismologico e vulcanologico (ING, CNR, Osservatorio Vesuviano, Osservatorio Geofisico Sperimentale di Trieste), oltre a docenti universitari di varie discipline afferenti alla geofisica. Era presente anche qualche docente di ambito geologico. Continua a leggere

How (and when) INGV was born (Massimiliano Stucchi)

translated from https://terremotiegrandirischi.com/2019/09/26/come-e-quando-nacque-lingv-di-massimiliano-stucchi/ by googletranslate, revised

Premise. In spite of the fact that these days the twentieth anniversary of the birth of INGV is going to be celebrated, INGV was actually born on January 10th 2001. In 1999, Legislative Decree 381/1999 was published, which established the path and methods of establishing the INGV. Until January 10, 2001, INGV did not exist; in its place there existed the institutes that would have merged there later, with their presidents, directors and governing boards.
As one former colleague commented, celebrating the birth of INGV on the anniversary of his institutional decree, is a bit like “anticipating the birthday celebration to the day of conception ”(cit.). Anyhow.
I therefore thought I had some time to prepare a detailed account, perhaps with Tullio Pepe and others; this advance forces me to be a bit approximate, and I apologize to those who have lived through the experiences I describe if they will not find my narrative perfectly corresponding to how the events took place. However I liked writing it: comments are welcome and … I’ll fix it in 2021.
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“Non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che si decide sia vero” (Massimiliano Stucchi)

Nota: il virgolettato del titolo è di Claudio Moroni

Parte 1: passaggio a L’Aquila, per un altro processo.
Il giorno 9 settembre 2019 sono stato convocato, in qualità di testimone, da un avvocato difensore di alcuni cittadini che hanno avviato, credo nel lontano 2010, una causa civile contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri (PCM) per risarcimenti – pare multimilionari – ai parenti di alcune  vittime del terremoto del 6 aprile 2009, di nuovo in relazione alla riunione di esperti del 31 marzo 2009. Il colpevole sarebbe la PCM, in quanto le attività degli esperti vennero svolte a favore del Dipartimento della Protezione Civile, che dipende dalla PCM. L’accusa, sempre la solita: avere rassicurato le vittime, inducendole a non uscire di casa prima del terremoto distruttivo. Continua a leggere

La colpa è dei modelli di pericolosità sismica? (Massimiliano Stucchi)

Premessa. In questi giorni si discutono problemi ben più gravi e urgenti. Tuttavia l’apparizione di un articolo, su l’Espresso, che approfitta della ricorrenza del terremoto di Amatrice del 2016 per gettare discredito sul modello di pericolosità sismica corrente e sulle norme dello Stato, utilizzando fake news e argomenti inconsistenti mi ha mandato in bestia.

Ce lo si poteva aspettare. Cosa meglio di una ricorrenza di un terremoto (Amatrice, 2016) e delle sue vittime per tornare a accusare terremoti e sismologia? Dopo L’Aquila c’era stato addirittura un processo (anzi, più di uno; uno – civile – ancora in corso, al quale sono stato convocato per testimoniare in settembre, senza spiegazione alcuna, dalla parte che accusa lo Stato e chiede risarcimenti). Continua a leggere

Do seismic hazard models kill? (Massimiliano Stucchi)

Introduction. The appearance of an article, on the weekly magazine L’Espresso (http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2019/08/26/news/terremoto-calcoli-sbagliati-1.338128?ref=HEF_RULLO&preview=true), which took advantage of the 2016 Amatrice earthquake anniversary to discredit the Italian seismic hazard model and the national building code based on it, using fake news and inconsistent arguments, made me angry.
What follows is a comment written for the benefit of the international readers.
The original version in Italian which can be found here (https://terremotiegrandirischi.com/2019/08/27/la-colpa-e-dei-modelli-di-pericolosita-sismica-di-massimiliano-stucchi/), which can easily be translated by means of the improved https://translate.google.com/.

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Scuole e sicurezza sismica (colloquio con Edoardo Cosenza)

Il problema della sicurezza sismica delle scuole è molto grande, in Italia come in altri paesi. Periodicamente si leggono sui media rapporti più o meno generali, ma sempre abbastanza negativi, sullo stato delle scuole in Italia. A volte il problema finisce davanti al giudice, nelle cui sentenze si discetta di “indice di sicurezza”, di probabilità di accadimento di terremoti e anche della loro prevedibilità.
Per cercare di fare il punto sulla questione, a beneficio dei non-ingegneri, abbiamo rivolto alcune domande a Edoardo Cosenza, professore di Tecnica delle Costruzioni nell’Università di Napoli Federico II, membro di numerosi Comitati che operano per la definizione delle normative e che è stato anche Assessore ai Lavori Pubblici della Regione Campania (https://www.docenti.unina.it/webdocenti-be/allegati/contenuti/1440218).
Da qualche tempo è molto attivo sui “social”, dove contribuisce egregiamente alla spiegazione degli aspetti ingegneristici ai non informati.
(Nota: le domande sono state formulate con la collaborazione di Carlo Fontana).

Il problema della sicurezza sismica delle scuole è molto sentito in Italia, forse anche a seguito del crollo della scuola di San Giuliano di Puglia nel quale, nel 2002, morirono 26 fra studenti e insegnanti. La situazione è davvero grave, nel suo complesso? Quali sono le ragioni? Continua a leggere

La vulnerabilità dimenticata (colloquio con Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, del Dipartimento Terremoti, INGV, Roma, è sismologo di formazione geologica, dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: http://diss.rm.ingv.it/diss/).  Ha dedicato oltre 30 anni della sua carriera a esplorare i rapporti tra tettonica attiva e sismicità storica, con l’obiettivo di fondere le osservazioni geologiche con l’evidenza disponibile sui grandi terremoti del passato. Di recente, con altri colleghi ha pubblicato un lavoro che propone una sorta di graduatoria di vulnerabilità dei comuni appenninici. Gli abbiamo chiesto di illustrarcelo.

Luca, tu sei un geologo del terremoto. Ti occupi di faglie attive, di sorgenti sismogenetiche, di terremoti del passato, di pericolosità sismica. Di recente ti sei avventurato, con altri colleghi, nel tema della vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio italiano[1],[2]. Come mai questa scelta? Continua a leggere

The forgotten vulnerability (interview with Gianluca Valensise)


Gianluca Valensise, of the Earthquake Department of INGV, Rome, is a seismologist with a geological background, an INGV research manager, and the author of numerous studies on active faults in Italy and other countries. In particular he is the “founder” of Italy’s Database of Individual Seismogenic Sources (DISS, http://diss.rm.ingv.it/diss/). He has spent over 30 years of his career exploring the relationships between active tectonics and historical seismicity, with the goal of merging geological observations with the available evidence on the largest earthquakes of the past.
Recently, with other colleagues, he published a work that proposes a sort of vulnerability ranking of Apennines municipalities. We discuss it below.

Luca, you are an earthquake geologist. You deal with active faults, seismogenic sources, past earthquakes, seismic hazard. Recently, with other colleagues, you have ventured into the theme of seismic vulnerability of the Italian building heritage. How come this choice? Continua a leggere

La scala macrosismica EM-98 è stata pubblicata in italiano: intervista a Andrea Tertulliani, Raffaele Azzaro e Giacomo Buffarini

La traduzione italiana della scala macrosismica europea (EMS-98), compilata da gruppo di lavoro della ESC (European Seismological Commission) nel decennio 1988-1998, esce a notevole distanza (21 anni) dalla pubblicazione della versione inglese, dopo che quest’ultima è stata utilizzata sul campo e sperimentata in occasioni di numerosi terremoti italiani, dalla sequenza di Colfiorito del 1997 (nell’occasione venne usata la versione 1992 della scala stessa) fino agli eventi del 2016-2017. Vale la pena ricordare le maggiori innovazioni introdotte dalla versione 1992, consolidate nella versione 1998: i) la definizione operativa di intensità macrosismica; ii) l’introduzione della nozione di vulnerabilità sismica come superamento delle tradizionali tipologie costruttive; iii) la compilazione di una guida all’utilizzo della scala stessa. Ne parliamo oggi con i curatori della versione italiana. Continua a leggere

Quel 31 marzo di dieci anni fa, a L’Aquila (Massimiliano Stucchi)

Il giorno 31 marzo 2009 si svolse a L’Aquila la riunione di esperti convocata dal Capo della Protezione Civile, G. Bertolaso, le cui conseguenze sono state oggetto di innumerevoli discussioni, articoli, volumi, e di un noto processo. Non è mia intenzione riprendere qui quegli argomenti, che peraltro vedono ancora una fioritura di interventi, come sempre non del tutto aggiornati.
Voglio soltanto ricordare come si arrivò a quella riunione. Continua a leggere

L’Aquila, 31 March 2009: ten years ago (Massimiliano Stucchi)

Translated by google translate, reviewed

On March 31, 2009, an earthquake expert meeting convened by the Head of Civil Protection, G. Bertolaso, took place in L’Aquila; the consequences of it were the subject of countless discussions, articles, volumes, and a famous trial.
It is not my intention to take up those arguments, which still see a flourishing of interventions, as always not completely updated.
I just want to remember how it came to that meeting.

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Zamberletti e la gestione del post-terremoto del Friuli (1976-1977)

Di recente è scomparso Giuseppe Zamberletti, considerato con buona ragione il padre della Protezione Civile in Italia. Vogliamo ricordarlo qui pubblicando un estratto da un suo articolo, pubblicato in inglese su un numero speciale del Bollettino di Geofisica Teorica e Applicata (Pdf).

È interessante leggere questo bilancio dell’intervento dello Stato relativo ai terremoti del 1976 in Friuli, scritto dal principale protagonista. In particolare, colpisce la descrizione della situazione alla data finale dell’intervento diretto dello Stato, meno di un anno dopo il primo terremoto: il confronto con gli eventi recenti è impietoso.

 

http://www.eucentre.it/friuli-1976-1977-la-gestione-dellemergenza-in-relazione-ai-terremoti-di-maggio-e-di-settembre-di-giuseppe-zamberletti/

Un pensiero per Enzo Boschi – One thought for Enzo Boschi

Enzo Boschi ci ha lasciati. Non leggeremo più i suoi tweet su argomenti disparati, i suoi articoli e le sue invettive sulle pagine de “Il Foglietto”, o da qualche altra parte.
Questo blog, terremotiegrandirischi.com, era nato per lui, per Giulio Selvaggi, per Gian Michele Calvi e per gli altri colleghi, ingiustamente accusati di omicidio colposo nell’ambito del famoso “processo di L’Aquila”. Con questo blog e i contributi ivi contenuti si è cercato di analizzare la vicenda, di contribuire a combattere e rimuovere le innumerevoli inesattezze e forzature che venivano propinate al pubblico da parte dei media, da parte della Pubblica Accusa e del Giudice di primo grado.
Non so quanto il blog sia riuscito in questo intento ma so che Enzo Boschi l’aveva apprezzato e vi aveva contribuito.
Dopo la sentenza di secondo grado e quella, finale, della Cassazione, che avevano stabilito che “il fatto non sussiste” per sei dei sette inquisiti, i terremoti del 2016 in Italia Centrale stimolarono l’idea di continuare e contribuire alla analisi critica degli avvenimenti e delle problematiche legate alla riduzione del rischio sismico.
Enzo Boschi ne fu contento e incoraggiò l’iniziativa.
Non mancarono, nei mesi seguenti, contrasti anche importanti sulle valutazioni e sulle opinioni, di cui il blog mantiene traccia: ma i contrasti si ricomposero sempre, in nome della amicizia che ci ha legati dal 1974 – quando per la prima volta lo conobbi alla Università di Ancona – e delle battaglie ideali che ci hanno accomunato. E dell’affetto consolidatosi in questi lunghi anni.
Forse oggi questo blog ha esaurito il suo compito. Ma proprio per questo sarebbe bello che chi – lettore o meno del blog – avendo il desiderio di lasciare un  ricordo di Enzo Boschi, una firma, un commento, lo facesse qui sopra, inserendolo nei “commenti”. Non fa nulla se è  già pubblicato altrove: forse sarà utile conservarli tutti insieme. Sarà mia cura dare la maggior visibilità possibile ai contributi.

Enzo Boschi has left us. We will no longer read his tweets on disparate subjects, his articles and  invectives on the pages of “Il Foglietto”, or somewhere else.
This blog, terremotiegrandirischi.com, was born for him, Giulio Selvaggi, Gian Michele Calvi and other colleagues, unjustly accused of manslaughter in the context of the famous “L’Aquila trial”. With this blog and the contributions contained therein we tried to analyze the story, to help fight and remove the countless inaccuracies stretches and fakes that were propagated to the public by the media, by the Prosecutor and the Judge of First Instance. I do not know how much the blog has succeeded in this intent but I know that Enzo Boschi had appreciated and contributed to it.
After that the second degree trial and the final one of the Supreme Court, which sentenced that “the fact does not exist” for six of the seven defenders, the earthquakes of 2016 in Central Italy stimulated the idea of keeping the blog alive, contributing to the critical analysis of events and problems related to the reduction of seismic risk. Enzo Boschi was pleased. In the following months we had also important contrasts on the evaluations and opinions, of which the blog keeps track: but the contrasts were always recomposed, in the name of the friendship that has linked us since 1974 – when for the first time I met him at the University of Ancona – and of the ideal battles that have united us. And of the affection consolidated in these long years.
Perhaps today this blog has exhausted its task. But just for this reason it would be nice that who – reader or not the blog – wish to leave a memory of Enzo Boschi, a signature, a comment, do it inserting it into the “comments” above. No problem if they have been published  somewhere else: here it will nice to have them all together.

 

L’educazione al rischio sismico: un bilancio parziale (colloquio con Romano Camassi)

Earthquake risk education: a partial statement (interview with Romano Camassi).


Romano Camassi è un ricercatore dell’INGV (Sezione di Bologna). ‘Sismologo’, di formazione eccentrica (una laurea in Pedagogia, una tesi in storia moderna), impegnato da oltre tre decenni in ricerche storiche su terremoti. Coautore dei principali cataloghi di terremoti italiani. Da oltre 15 anni dedica una parte del suo lavoro a progetti di educazione al rischio sismico.

Dopo ogni terremoto distruttivo, in Italia come altrove, viene richiamata la necessità di migliorare l’educazione al terremoto ovvero al rischio sismico, o addirittura di introdurla a vari livelli. E’ vero che, sia pure non in modo generalizzato, vi sono state e vi sono diverse iniziative in questo ambito. Ci puoi dare una idea, e magari rinviare a qualche pubblicazione che le riassuma? Continua a leggere

Earthquake risk education: a partial statement for Italy (interview with Romano Camassi)

Translated by Google Translate, revised

Romano Camassi is a researcher at INGV (Department of Bologna). ‘Seismologist’ of eccentric training (a degree in Pedagogy, a thesis in modern history), engaged for more than three decades in historical research on earthquakes. Co-author of the main catalogues of Italian earthquakes. For over 15 years he has dedicated a part of his work to seismic risk education projects.

After every destructive earthquake, in Italy as elsewhere, the need to improve the earthquake education the seismic risk education, or even to introduce it at various levels, is recalled. It is true that, albeit not generally, there have been and there are several initiatives in this area. Can you give us an idea, and maybe refer to some publication that summarizes them?
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Tutti sulla stessa faglia: un’esperienza di riduzione del rischio sismico a Sulmona (colloquio con Carlo Fontana)

Carlo Fontana è un ingegnere meccanico che vive nei pressi di Sulmona, e quindi nei pressi di una delle faglie appenniniche più pericolose: quella del Morrone. Lavora nel settore industriale e fino al 2009 non ha considerato il rischio sismico come rilevante nella sua vita. Con lui abbiamo discusso della sua esperienza di riduzione della vulnerabilità sismica della sua casa e di impegno pubblico sul tema della prevenzione nel suo territorio.

Ci racconti come era – dal punto di vista sismico – l’edificio in cui vivevi ?

L’edificio in questione è la casa paterna di mia moglie, che abbiamo deciso di ristrutturare dopo il matrimonio per renderla bifamiliare. Era composto da un nucleo originario in muratura calcarea tipica della zona, primi anni del 900, a cui è stato affiancato un raddoppio negli anni  ‘60 con muratura in blocchi di cemento semipieni. Solai in profili metallici e tavelle, scala in muratura e tetto in legno. E’ stata danneggiata e resa parzialmente inagibile dai terremoti del 7 e 11 maggio 1984. Nel 2008 era ancora in attesa del contributo per un intervento di riparazione progettato a ridosso del sisma.

Fig01

Qual è stata la molla che è scattata per indurti a rivedere il progetto relativo alla tua abitazione? Continua a leggere

Sisma Safe: come scegliere di “essere più antisismico” (colloquio con Giacomo Buffarini)

Quando un edificio può essere definito sicuro in caso di terremoto? E’ sufficiente che sia stato progettato e realizzato secondo le norme sismiche? E quali norme, visto che sono cambiate e migliorate nel corso degli anni?
Queste ed altre problematiche vengono affrontate dalla iniziativa “Sisma Safe”, un’associazione senza scopo di lucro che, attraverso un’attività informativa, vuol dare una risposta al bisogno di sicurezza individuando degli esempi positivi che siano in grado di trascinare il mercato edilizio. Ne parliamo con Giacomo Buffarini, ingegnere, ricercatore presso l’ENEA, ente che collabora a questa iniziativa.

Come è nata l’iniziativa “Sisma Safe” e quali sono gli obiettivi che persegue?

Sisma Safe nasce dalla sensibilità di alcune professioniste (ingegneri e architetti) che hanno compreso come ogni sforzo in ambito edilizio di miglioramento delle performance energetiche, del comfort abitativo, o ogni altro investimento risultano vani se non è garantita la sicurezza strutturale e che risulta, quindi, necessario limitare la vulnerabilità sismica di un edificio. L’obbiettivo è fare in modo che l’edificio, a seguito di un evento sismico della portata di quello previsto dalla normativa, non solo consenta la salvaguardia della vita (ossia non crolli), ma che possa continuare ad essere usato; più semplicemente subisca un danneggiamento nullo o estremamente limitato. Continua a leggere

Al lupo, al lupo? Più cautela con gli allarmi sismici (Massimiliano Stucchi)

Premessa. In questo post si commentano – tra le altre cose – modelli scientifici e la loro possibile applicazione a fini di Protezione Civile. La trattazione è necessariamente semplificata: eventuali approfondimenti sono allo studio.

1. La previsione deterministica dei terremoti è da sempre invocata dall’umanità come possibile riparo da sciagure sismiche, in particolare per quello che riguarda la possibilità di restarne vittime. Per la ricerca scientifica, invece, si tratta di un obiettivo lontano e forse irraggiungibile, che presuppone conoscenze teoriche e osservazioni sperimentali sulle dinamiche di accumulo e rilascio dell’energia, oggi non disponibili. Il tema è ampio e complesso e non può essere certo trattato in profondità in queste pagine. Continua a leggere

Crying wolf? take care with earthquake alarms…..(Massimiliano Stucchi)


translated by Google Translate, revised

Introduction. In this post we comment – among other things – scientific models and their possible application for civil protection purposes. The discussion is necessarily simplified: a more detailed post is under consideration.

1. The deterministic earthquake prediction has always been invoked by humanity as a possible shelter from seismic disasters, in particular for what concerns the possibility of remaining victims. For science, on the other hand, it is a distant and perhaps unattainable goal, which requires theoretical knowledge and experimental observations on the dynamics of energy accumulation and release, which are not available today. The theme is broad and complex and cannot be treated at depth in these pages. Continua a leggere

Note d’agosto, con un altro processo a L’Aquila (Massimiliano Stucchi)

Da almeno un paio anni agosto ci somministra morti e danni: Amatrice nel 2016, Ischia nel 2017, quest’anno le autostrade, la piena del Pollino e una sequenza sismica (Molise) che fin qui ha prodotto solo danni lievi.
E altre notizie che vale la pena di commentare.

Sul ponte Morandi di Genova si è detto di tutto e di più. C’è poco da aggiungere, se non la riflessione che ponti di quel tipo, e anche di altro tipo, sono vulnerabili sia all’usura che a possibili impatti esterni (aerei, droni, attentati, ecc.). Questi ponti vengono progettati per resistere a un determinato evento esterno che non è mai il massimo possibile, anche perché in questi casi tale massimo non è conosciuto. Quindi, come tante cose, conservano un livello di rischio. Da sapersi.

Continua a leggere

August notes, with another trial at L’Aquila (Massimiliano Stucchi)

translated by Google, revised

Since at least a couple years  August gives us death and damage: Amatrice in 2016, Ischia in 2017, this year the highways, the Pollino flood and a seismic sequence (Molise) that so far has produced only minor damage. And other news that is worth commenting on.

On the Morandi bridge in Genoa everything and even more was said. There is little to add, if not the reflection that bridges of that type, and also of another type, are vulnerable both to wear and possible external impacts (airplanes, drones, attacks, etc.). These bridges are designed to withstand a given external event that is never the maximum possible, also because in these cases this maximum is not known. So, like many things, they keep a level of risk. To be know. Continua a leggere

Verso il nuovo modello di pericolosità sismica per l’Italia (colloquio con Carlo Meletti)

English version at

https://terremotiegrandirischi.com/2018/07/03/towards-the-new-seismic-hazard-model-of-italy-interview-with-carlo-meletti/

Nel 2004 un piccolo gruppo di ricerca, coordinato da INGV, rilasciò la Mappa di Pericolosità Sismica del territorio italiano (MPS04), compilata secondo quanto prescritto dalla Ordinanza n. 3274 del Presidente del Consigli dei Ministri (PCM) del 2003. La mappa doveva servire come riferimento per le Regioni, cui spetta il compito di aggiornare la classificazione sismica dei rispettivi territori. La mappa fui poi resa “ufficiale” dalla Ordinanza n. 3519 del Presidente del Consiglio dei Ministri (28 aprile 2006) e dalla conseguente pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (n. 108 del 11 maggio 2006).
Nel seguito, utilizzando lo stesso impianto concettuale, alla mappa furono aggiunti altri elaborati che andarono a costituire il primo modello di pericolosità sismica per l’Italia. In particolare per la prima volta furono rilasciate stime per diversi periodi di ritorno e per svariate accelerazioni spettrali. Questo modello divenne poi la base per la normativa sismica contenuta nelle Norme Tecniche 2008 (NTC08), divenute operative nel 2008 ed è stato adottato anche dalle Norme Tecniche 2018.
Caratteristiche e vicende legate al successo di MPS04 sono descritte, tra l’altro, in due post di questo blog: 

https://terremotiegrandirischi.com/2016/09/26/che-cose-la-mappa-di-pericolosita-sismica-prima-parte-di-massimiliano-stucchi/

https://terremotiegrandirischi.com/2016/10/05/la-mappa-di-pericolosita-sismica-parte-seconda-usi-abusi-fraintendimenti-di-massimiliano-stucchi/

Come avviene in molti paesi sismici, da qualche anno un gruppo di ricerca sta compilando un nuovo modello di pericolosità, che utilizzi dati e tecniche aggiornate.
Massimiliano Stucchi ne discute con Carlo Meletti il quale, dopo aver contribuito in modo importante a MPS04, coordina la nuova iniziativa attraverso il Centro di Pericolosità Sismica dell’INGV.

MPS04, pur compilata abbastanza “di fretta” per soddisfare le esigenze dello Stato, ha avuto un notevole successo, sia in campo tecnico-amministrativo sia – dopo qualche anno – a livello di pubblico. Che cosa spinge alla compilazione di un nuovo modello?

C’è la consapevolezza che dopo oltre 10 anni siamo in grado di descrivere meglio la pericolosità sismica in Italia. Un modello di pericolosità è la sintesi di conoscenze, dati e approcci disponibili al momento della sua compilazione. Nel frattempo abbiamo accumulato tantissimi dati nuovi o aggiornati (non solo un importante revisione del catalogo storico dei terremoti, ma anche del database delle faglie e sorgenti sismogenetiche, nonché tutte le registrazioni accelerometriche dei terremoti forti italiani degli ultimi 10 anni).
Abbiamo pertanto ritenuto di dover verificare quanto cambia la definizione della pericolosità. E’ una prassi normale nei paesi più evoluti (ogni 6 anni negli Stati Uniti, ogni 5 in Canada, ogni 10 in Nuova Zelanda). Noi siamo partiti da un’esigenza di tipo scientifico, ma anche il Dipartimento della Protezione Civile ha sostenuto questa iniziativa per verificare il possibile impatto sulla normativa sismica (classificazione dei comuni e norme per le costruzioni).

Ci puoi riassumere brevemente le fasi di questa nuova iniziativa e anticipare, se possibile, la data di rilascio nel nuovo modello? Continua a leggere

Towards the new seismic hazard model of Italy (interview with Carlo Meletti)


In 2004 a small research group, coordinated by INGV, released the Map of Seismic hazard of the Italian territory (MPS04), compiled as required by the Ordinance n. 3274 of the President of the Council of Ministers (2003). The map was to serve as a reference for the Regions, whose task is to update the seismic classification of the respective territories. The map was then made “official” by the Ordinance n. 3519 of the President of the Council of Ministers (28 April 2006) and subsequently published on  the Official Gazette (No. 108 of 11 May 2006).
In the following, other elaborations were added to the map using the same conceptual structure. It  represents the first modern seismic hazard model for Italy. For the first time estimates for different return periods and for various spectral accelerations were released. This model has been then used as the basis for the building code contained in the 2008 Technical Regulations (NTC08), which became operational in 2008 and was also adopted by the 2018 Technical Regulations.
Features and events related to the success of MPS04 are described, among other things, in two posts of this blog:

https://terremotiegrandirischi.com/2016/09/26/che-cose-la-mappa-di-pericolosita-sismica-prima-parte-di-massimiliano-stucchi/
https://terremotiegrandirischi.com/2016/10/05/la-mappa-di-pericolosita-sismica-parte-seconda-usi-abusi-fraintendimenti-di-massimiliano-stucchi/

As usual in many seismic countries, since a few years a research group is compiling a new hazard model, which uses updated data and techniques.
Massimiliano Stucchi discusses about it with Carlo Meletti who, after its important contribution to MPS04, coordinates the new initiative through the INGV Seismic Hazard Center.

MPS04,  even if compiled  “in a hurry” in order to meet the State requirements, had a considerable success, both in the technical-administrative field and – after a few years – at the public level. What drives a new model to be built?

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Come ridurre una volta per tutte il rischio sismico in Italia (Patrizia Feletig e Enzo Boschi)

In un articolo sul Corriere della Sera lunedì 19 marzo, Milena Gabanelli scrive di copertura assicurativa contro i terremoti ipotizzando un intervento dello Stato come avviene in alcuni paesi esteri, quale alternativa finanziariamente più sostenibile rispetto al risarcimento finanziato con varie “tasse sulla disgrazia”.
Giusto, anche perché i costi per la ricostruzione inseguono una parabola incontrollabile considerato l’aumento della concentrazione di ricchezza per metro quadro. Ma soprattutto con la diffusione di un sistema di copertura assicurativa, gli edifici verrebbero per forza sottoposti a collaudi strutturali. Come dovrebbe essere per attuare la famosa “carta d’identità del fabbricato” rimasta lettera morta. Mentre negli altri paesi europei un fabbricato senza una validazione strutturale non ottiene l’allacciamento di luce, acqua, ecc. in Italia, ci si limita alla verifica formale della sola certificazione energetica del fabbricato in occasione di vendita o locazione!

Una polizza potrebbe allora diventare un incentivo alla prevenzione con la responsabilizzazione delle istituzioni come testimonia la copertura da rischio contro catastrofi naturali francese a partecipazione mista stato-mercato in vigore dal 1982 e incresciosamente non citato nell’articolo! Per non discriminare tra aree ad alto rischio e quelle poco esposte, il premio è fisso, varia invece la franchigia a secondo se il comune dove risiede il fabbricato ha adottato provvedimenti come dei lavori di contenimento di corsi d’acqua o adeguamenti alle norme antisismiche, per contenere la propria esposizione ad alluvioni, terremoti, eruzioni vulcaniche.
Considerando gli otto terremoti più forti che hanno colpito la Penisola negli ultimi 42 anni, non si può non convenire che una polizza contro il sisma sia una misura più che necessaria. Deplorevole che se ne discuta da un quarto di secolo (il primo disegno di legge risale al 1993) e sebbene a volte la proposta sia anche riuscita a spuntare in qualche Finanziaria, è stata velocemente stralciata come fosse l’ennesima gabella impossibile da fare ingoiare al popolo dei proprietari di case.

Ma proprio la politica è doppiamente colpevole.
Primo per il suo irresponsabile fatalismo a ritenere di poter continuare ribaltare sull’iniziativa del singolo la messa in sicurezza delle abitazioni recentemente “incentivata” con la detraibilità fiscale. Il sisma bonus è un lodevole strumento fortemente voluto da Ermete Realacci ma la cui efficacia si scontra con il cronico vizio dei lavori edili in nero.
Secondo, se il 70% del patrimonio immobiliare di un territorio sismico come l’Italia, risulta inadeguato a scosse di medie magnitudo, è anche grazie alla sconsideratezza con la quale gli amministratori locali spesso, non hanno vietato l’edificabilità in aree a rischio. Casamicciola è solo l’ultimo dei tanti casi. Lo stesso vale quando nelle nuove costruzioni o negli interventi di riqualificazione, non hanno fatto rispettare le leggi sulla prevenzione sismica.
Il sindaco di Amatrice è indagato proprio per il crollo di una palazzina che nel 2009 venne evacuata a seguito delle scosse dell’Aquila e, in seguito degli interventi di ripristino, dichiarata dal comune agibile salvo franare la notte del 24 agosto 2016 causando la morte dei suoi abitanti.

Decisamente scellerata poi è la piaga dei condoni, la cui madre di tutte le regolarizzazioni dell’abusivismo è la legge 47 del 1985 del governo Berlusconi. Una sanatoria per la quale grande fu la protesta affinché almeno i territori dichiarati sismici fossero esclusi da questa delittuosa fittizia idoneità assegnata per default all’edificazione precaria, fuori norma, illecita. Sì delittuoso, perché la natura è matrigna ma le vittime dei terremoti sono attribuibili all’abusivismo, alle irregolarità, alla sciatteria, che hanno molti corresponsabili. In un tragico intreccio dove i colpevoli magari finiscono anche per essere loro stessi vittime delle loro azioni o omissioni. Ma questa non è giustizia.

Masonry buildings to the test of Italian earthquakes (interview with Guido Magenes)

…..This comparison with medicine fits very well, there are really many similarities between the work of the technician who has to understand what to do with an existing building and that of the doctor who tries to make a diagnosis and to find a correct therapy for a patient…..


versione italiana qui: Gli edifici in muratura alla prova dei terremoti italiani (colloquio con Guido Magenes)


Guido Magenes is Professor of Structural Engineering at the University of Pavia and IUSS Pavia. He is also the coordinator of the Masonry Structures division of the EUCENTRE Foundation. His area of ​​greatest competence is the seismic behavior of masonry buildings and for this reason he has also participated and still participates in numerous Italian and European technical-regulatory committees.
We discussed with him the behavior of masonry buildings in Italy, with particular reference to what happened during the last earthquakes.

1. The earthquakes of 2016 have determined a sequence of shaking that has put a strain on the buildings of the affected area, especially those in masonry. The effects seen in the field are very different: next to the buildings already heavily damaged by the earthquake of August 24th, there are others that have seen their condition worsen after the shock in October, and others that seem not to have suffered serious damage in all the sequence. Do you have an explanation for this?

 The masonry buildings stock in our country has very variable characteristics and qualities, depending on the era of construction, the materials and construction criteria that were used, the type and architectural form (ordinary buildings or churches, palaces, towers, etc … ), any maintenance and reinforcement or tampering and weakening processes that may have occurred over time. Certainly there are recurrent types of problems, but the diversity of the behavior of masonry buildings, apart from the severity of the shaking (or the different ground motion in the various sites), is  essentially due to this great variability.
Therefore, in the specific case of the seismic sequence of central Italy, which involved a very large area and a considerable variety of buildings, we observed what you say: from the recently built building, of a few storeys, in great part or fully compliant with the modern design and construction criteria, which did not show significant damage, to historic buildings with large spans and heights, such as churches, which tend to be more vulnerable and have therefore suffered great damage and collapse because of their dimensions, geometric ratios and their structural organization. In many if not most cases, also the poor quality of the materials has further worsened the situation.

2. In all the municipalities affected, seismic regulations were in force, with various years of enforcement (the extremes are represented by Amatrice and Accumoli, 1927, and Arquata del Tronto, 1984). The distribution of the damage does not seem to be influenced by these differences; is there a reason?Schermata 2018-02-05 alle 20.44.50Not all regulations are equally effective: a 1927 standard is obviously very different, under many points of view, from a rule of the 1980s or the years 2000s and, as I mentioned above, the buildings built in compliance with the latest rules behaved generally well (constructed with artificial blocks and mortars of good strength, or even stone buildings demolished and rebuilt with good quality mortars). Therefore, I would not say that the distribution of damage is not at all influenced by the regulatory context. It depends on what was written in the norm and how many buildings were built or repaired or reinforced after the introduction of the norm (in the affected centers a significant percentage of the buildings had been built before the seismic regulations that you mentioned).

The rules and design criteria are not necessarily born perfect and they have to adjust, to evolve based on the experience of earthquakes. For example, it is only fifteen or twenty years that we began to recognize that certain types of interventions proposed and widely applied after the earthquakes of Friuli and Basilicata can be harmful or plainly ineffective (think of the infamous reinforced concrete ring beams “in breccia” inserted at intermediate floors in an existing building in stone masonry: in Umbria-Marche ’97 we have begun to see its shortcomings).
In the areas in which the presence of a regulation or a seismic classification seems to have had no effect, it must also be taken into account that the on-site control of the quality of construction and execution, in particular for masonry buildings, were inexistent or ineffective at least until the more recent regulations. The use of a very bad mortar is a recurrent element in many of the old masonry buildings collapsed or damaged in the last seismic sequence. In centers like Accumoli and Amatrice it seems that even where interventions had been carried out on buildings, replacing old floors, for example, or inserting some ties, the problem of poor quality of the masonry had been greatly overlooked, ultimately making the interventions ineffective. We can add that a large part of those areas suffered a considerable depopulation since the early 1900s, with inevitable consequences on the maintenance of buildings, which has led to an increase in widespread vulnerability.

Then there are some particular cases in which historical norms and more recent norms seem to have had a positive effect. Take Norcia’s example: without going into the details of the measurements of the characteristics of the ground motion, it is a fact that Norcia in the last sequence suffered strong shaking, comparable to those of Amatrice and Accumoli but with a much lower damage to buildings. In the history of Norcia there were two very significant events that may have affected  the response of the buildings in the 2016 sequence, one before and one following the 1962 regulations. In 1859 a strong earthquake caused numerous collapses and victims in some areas of the historical center, and following this the Papal State issued a quite effective regulation that gave a series of provisions for repairs and reconstructions: on geometry, in particular on the maximum height of the buildings (two floors), on the construction details, on the quality of materials. Then, in 1979 there was another earthquake in Valnerina, after which other parts of the historic center were damaged, followed by a series of systematic reinforcement measures on many buildings. In many of these buildings the reinforcement of the vertical walls (even with the controversial technique of the reinforced plaster) has remedied one of the main elements of vulnerability, i.e. the weakness/poor quality of the masonry walls. If for a moment we leave aside the elements that can go against the use of reinforced plaster (such as the durability of the intervention), and we see it simply as a technique that has remedied a factor of great vulnerability, we can say that for Norcia there has been a positive combined effect of pre-modern and more recent regional regulations, stemming from the direct experience of seismic events.

3. Let’s  talk about seismic regulations and in particular of their engineering aspects. We hear that they have changed a lot over time, and that perhaps the non-recent ones were not entirely effective. Is it true, and if so why?

As for the engineering component of the regulation, what we now know about the structural and seismic behavior of buildings, in masonry and other structural systems, is the result of a continuous evolution through the experience of earthquakes in Italy and in other parts of the world. In Italy the engineering study of masonry buildings has resumed life, after decades of almost total abandonment, after the 1976 earthquake in Friuli. The first norms/codes that give indications on how to “calculate” a masonry building in Italy date back to the early 80s (to “calculate” I mean “quantitatively assess the level of safety”). Although “calculation” is not the only component of the design, this fact gives the idea of ​​how only the very recent rules have a technical-scientific basis aligned with current knowledge. I would like to say that the absence of calculation in a project does not necessarily imply that the building is unsafe: in the past we followed geometric and constructive rules of an empirical type, based on the experience and intuition of the mechanical behavior, although not explicated in detailed calculations. Even today, for the design of a simple and regular masonry building, it is possible to follow codified geometrical and constructive rules that avoid detailed or complex calculations, but still achieve an adequate level of safety.
The experience of the earthquakes of Irpinia, Umbria-Marche, until the most recent in central Italy, have been a continuous test and a source of knowledge. For example, as mentioned in my answer to the previous question, the Umbria-Marche 1997 earthquake, besides highlighting the great vulnerability of churches and of certain historical structures, has been an important test for strengthening criteria and techniques on masonry buildings that were proposed and developed following the Italian earthquakes of the late ’70s, showing how some techniques are not very effective or can even be harmful if applied indiscriminately and without awareness

To conclude my answer with my opinion on current technical standards, I think that as regards the design of new buildings we are really at a very advanced state of progress, which effectively attains the levels of safety that today are considered adequate. I think there are more uncertainties on the assessment and strengthening of existing buildings, even if it is not so much a regulatory problem but rather of scientific knowledge and of the correct identification of strategies and techniques for the intervention. It is certainly easier to design and build a seismic-resistant building from scratch, than to assess and intervene on an existing building.

4. How much – and how – does the construction and detailing of a building affect its seismic safety, beyond the design?

The question gives me the opportunity to dwell a little more on what is meant by “design”, which is something different from the mere “calculation”. The design includes all aspects of overall conception, choice and organization of the structure, choice of materials and construction techniques (with the awareness of how they can and should be executed in situ), performance verification calculations in terms of safety against collapse and of satisfactory behavior in normal operation, prescriptions on construction details. In modern seismic design it is also necessary to take into account, when relevant, the seismic response of the non-structural parts of the construction. There must also be a check that what is prescribed in the design is actually implemented during construction.

The calculation is therefore only a component of the design. It is interesting to note that most of the existing masonry buildings were not calculated, at least as we understand structural calculations now. The first Italian national technical standard on masonry constructions with a sufficiently detailed description of the calculations for the structural verification dates back to 1987. Technical standards with indications for the seismic calculation, were issued after the earthquake of Friuli 1976 and in subsequent times. Before those norms, a technical literature and manuals existed, with reference to the principles of mechanics, as well as a building tradition. I would like to clarify that here I am talking about regulations/norms that tell how to calculate the resistance of a masonry building, subject to seismic or non-seismic actions. Just to give an example, the Royal Decree of 1909 (post earthquake of Messina), a historical milestone as regards seismic regulations, gives criteria to define the seismic action, gives constructive and geometric rules but does not tell how to calculate the resistance (the capacity, according to the modern technical language) of a masonry building.

The constructive tradition based on the respect of the “rule of art” always had in mind the importance of construction details, of the quality of the materials, of how the building is built, and this has allowed and allows well-constructed buildings (but not “calculated”, i.e. non-engineered) to withstand even very violent seismic shocks. In modern buildings, the compliance during construction site of the execution rules, the control of the quality of the materials, is equally important, although this holds for masonry as for the other types of construction. The sensitivity of the structure to constructional defects is a function of the level of robustness of the structural system. A masonry box-like construction, strongly hyperstatic (i.e. where the number of resistant elements is higher than the minimum necessary to ensure equilibrium under the applied loads) could in principle be less sensitive to construction defects than an isostatic prefabricated structure (i.e. where the number of resistant elements is just equal to the minimum necessary to ensure equilibrium under the applied loads, so that the failure of a single element is sufficient to generate a collapse). Obviously we are talking about local defects and not generalized over the whole construction. If all materials are poor quality throughout the construction, then it is a great problem, but not necessarily a masonry building is more sensitive to such problem than, say, a reinforced concrete frame, in which also defects in the reinforcement detailing are possible (for instance in beam-column joints or in lap splices or in anchorage of rebars and so forth).

5. Many surveyors in post-earthquake reconnaissance activities have found traces of interventions that have allegedly weakened the structures. Do you agree?

In post-earthquake surveys, carried out quickly in emergency conditions, it is not always possible to clearly understand the history of the building and what changes have been made, in what time and modalities, but sometimes it is clear that some modifications to the construction have been detrimental to safety. Often these are interventions that were made with total unawareness of the effects on structural safety and purely for the purpose of use and redistribution of space. In other cases, more rare, there are also interventions made with “structural” purposes, perhaps even with the idea of ​​achieving an increase in safety, but which in reality were harmful or ineffective. A classic example, often discussed in the literature also on the basis of the Italian post-earthquake recognitions from Umbria-Marche 1997 onwards, is the insertion of new, rigid and heavy structural elements (such as the replacement of a wooden floor with a reinforced concrete floor) in a building with very weak masonry (for example masonry made of irregular stones with poor mortar), without the masonry being properly consolidated. There was a period, following the earthquakes of Friuli and Irpinia, where much emphasis was given to the fact that rigid diaphragms (i.e. the floors and roofs) increase the hyperstaticity, hence the robustness of the construction and the so-called “box behaviour”, by which engineers tried to replicate in existing structures something that is relatively simple to implement, and whose effects are well controllable, in new constructions, but which in an existing construction has great problems of practical implementation (particularly in the connection between new elements and existing elements) and of potentially negative structural effects (increase of stresses in an already weak masonry). It is important to note that the effectiveness of the interventions is tested by earthquakes that take place in later times, and in some areas of central Italy it has been possible to draw indications of this kind. In the earthquake of Umbria-Marche in 1997 it was possible to observe various problematic situations in buildings where the existing floors had been replaced by heavier and more rigid slabs.

Allow me, however, to add a further comment. From the scientific point of view, the fact that an intervention is “harmful” or weakens the structure compared to the non-intervention is verifiable experimentally only if there is a confirmation of what would happen to the building without intervening and what would happen following the intervention . This type of comparison in the vast majority of practical cases  is not possible, except for very fortunate cases of almost identical buildings built on the same ground where one was reinforced and the other not, or that were reinforced with different methods. Or through laboratory experiments, comparing specimens tested on a “shaking table” (earthquake simulator). So, in general I am always rather skeptical of interpretations given on the basis of purely visual rapid surveys, without the necessary in-depth study of the details and without a quantitative analysis carried out in a competent and thorough manner.
I can say (and I know that many colleagues have a similar opinion) that in many cases seen in central Italy the collapse of the construction would have taken place regardless of the type of floor, light or heavy, rigid or flexible, by virtue of the bad quality of the masonry, which appeared to be the main problem.

6. How did the repetition of the strong shocks play in the aggravation of the damage (where it occurred)? Is it something that is implicitly foreseen, and taken care of, by the seismic norms? On the other hand, how do you explain the numerous cases of almost total absence of damage?

The repeated shaking aggravates the damage, the more the damage caused by the previous shock is serious. It seems a rather obvious statement, but essentially it is what happens. For example, if a first shock on a masonry building generates only a few cracks, not very wide and of a certain type (for example horizontal cracks, which close after the shock due to selfweight), the building has not lost much of its resistance; so if it is subjected to repeated shaking, less intense than the first shock, it is possible that the damage does not get too much worse, and if it is subjected to a shaking stronger than the first shock it will have a resistance equal to or slightly less than it would have if the first shock had not been there. On the other hand, if a shock leads to the development of diagonal cracks (so-called “shear cracks”) or vertical cracks with spalling, the damaged part has lost a significant portion of its ability to resist and subsequent repeated shaking can lead to progressive degradation and collapse, even if the subsequent shocks suffered by the building, individually, are perhaps less strong than the first one. This is something visible and reproducible also in the laboratory.

That said, there are types of constructions and structural elements that are more or less sensitive to the repetition of the seismic action. When seismic engineers speak of “ductility” of the structure or of a mechanism, they also refer to the ability of a structure to resist repeated loading cycles well beyond the threshold of the first crack or the first visible damage, without reaching collapse. A well-designed modern reinforced concrete construction is a structure of this type, for example. Unreinforced masonry, on the other hand, is more susceptible to damage induced by the repetition of loading cycles beyond cracking. As a consequence, existing masonry buildings, once damaged by a first shock, are more vulnerable to subsequent shocks. On the other hand, if the first shock does not cause significant damage, the safety of the building remains, in most cases, more or less unchanged and this accounts for the fact that numerous masonry constructions have also resisted repeated shocks. Unfortunately, sometimes the damage may not be clearly visible. Damage in masonry originates in the form of micro-cracks (not visible to the naked eye) which then develop into macro-cracks. If in a laboratory test a sample of masonry is pushed to a condition very close to the onset of the macro-cracks but the load is removed just before they develop, it may happen that in a subsequent loading phase the macro-cracks develop at a load level lower than that achieved in the first phase. It may therefore happen that a building that has resisted a violent shock without apparent damage is visibly damaged by a subsequent shock less violent than the first.

You ask me if the behavior of the structure under repeated shocks is implicitly considered in the seismic norms: the answer is yes, at least for certain aspects. For example, the respect of certain construction details in reinforced concrete and the application of certain rules in the sizing of the sections and of the reinforcement have this purpose: to make the structure less susceptible to damage under repeated actions. Moreover, less ductile structures, such as those in unreinforced masonry, are designed with higher seismic “loads” than the more ductile structures, also to compensate their greater susceptibility to degradation due to repeated action. However, there are some aspects of the problem of resistance and accumulation of damage under repeated shaking that remain to be explored and are still cutting-edge research topics. In particular, if it is true that theoretical models are becoming available to assess how the risk (i.e. the probability of collapse or damage) evolves in a building or a group of buildings as time passes and seismic shocks occur, these models must still be refined to give results that are quantitatively reliable.

7. It seems to me that the variety of masonry buildings, at least in Italy, is really large: so large that knowing them requires an approach similar to that of medicine, where each case has its own peculiarities. Therefore, there is perhaps no universal therapy, every case requires a specific care: is it correct? And if so, given that the building and construction techniques and quality of different areas of the Apennines (and others) are similar to those of the areas affected in 2016, should a similar destruction be expected to repeat again?

This comparison with medicine fits very well, there are really many similarities between the work of the technician who has to understand what to do with an existing building and that of the doctor who tries to make a diagnosis and to find a correct therapy for a patient. From the technical point of view there is no universal therapy and no (good) doctor would be able to apply a therapeutic protocol without the anamnesis, the objective examination, any necessary instrumental or laboratory tests and the formulation of a diagnosis (which tells us what is the patient’s disease / health status, and then defines what he needs, the therapy). The good technician follows a similar path to arrive at the evaluation of safety and possible hypotheses of intervention (or not intervention). Of course it is possible and necessary, as is the case for medicine and public health, to define strategies and policies for prioritization and allocation of resources to ensure that the overall seismic risk in our country decreases. Certainly, where the old buildings have not been subject to maintenance, or just to aesthetic and functional maintenance without structural reinforcement, we can expect destructions similar to those seen in 2016 on the occasion of future earthquakes of comparable magnitude. This applies to both public and private buildings.

Where instead we have intervened or will intervene in a conscious way, paying attention to the problem of seismic safety, the level of damage to be expected is  lower, as the experience of the past earthquakes teaches us.
Allow me to conclude this interview with some non-purely technical engineering comments. The possibility of reducing the seismic risk in Italy depends on many factors, ranging from how politics govern the problem of natural hazards, to how technicians, individually and collectively, interact and communicate with politics, to how the presence of risk is communicated to the population, to how, as a consequence,  the citizen makes his choices when he buys or takes decisions to maintain a property. In my opinion it is necessary to progressively evolve into a system in which the citizen recognizes that it is in his own interest to pursue a higher seismic safety, initially spending a little more, because he will have a return in the future not only in terms of safety but also of economic benefit, for example in the market value of his property. The “Sismabonus” initiative is certainly a first step in this direction, but other steps will have to be taken. The goal, certainly not easy to achieve, should be that the safety level of a building has a clear and recognized economic market value, and I think this would work for both the small owner and for real estate investors. I know that some are scared by this perspective, but personally I think that, at least for what concerns privately owned real estate and facilities, there are no other ways to achieve, within a few decades, a substantial and widespread reduction of seismic risk in Italy.

 

Gli edifici in muratura alla prova dei terremoti italiani (colloquio con Guido Magenes)

…….”Questo paragone con la medicina calza benissimo; ci sono veramente tante analogie tra il lavoro del tecnico che deve capire cosa fare di un edificio esistente e quello del medico che cerca di fare una diagnosi e di individuare una terapia corretta su un paziente”…..


English version here: Masonry buildings to the test of Italian earthquakes (interview with Guido Magenes)


Guido Magenes è professore di Tecnica delle Costruzioni all’Università di Pavia e allo IUSS Pavia. E’ inoltre coordinatore della sezione murature della Fondazione EUCENTRE. La sua area di maggior competenza è il comportamento sismico delle costruzioni in muratura e per questo ha anche partecipato e tuttora partecipa a numerosi comitati tecnico-normativi italiani e europei. 
Abbiamo discusso con lui del comportamento degli edifici in muratura in Italia, con particolare riferimento a quanto avvenuto in occasione degli ultimi terremoti.

1. I terremoti del 2016 hanno determinato una sequenza di scuotimenti che ha messo a dura prova gli edifici della zona colpita, in particolare quelli in muratura. Gli effetti visti sul campo sono molto diversi fra loro: accanto agli edifici già pesantemente danneggiati dal terremoto del 24 agosto ve ne sono altri che hanno visto aggravare le loro condizioni dalle scosse di ottobre, e altri che sembrano non aver subito danni gravi in tutta la sequenza. Hai una spiegazione per questo?

Il patrimonio di edifici in muratura esistenti sul nostro territorio ha caratteristiche e qualità molto variabili, in funzione dell’epoca di costruzione, dei materiali e dei criteri costruttivi utilizzati, della tipologia e forma architettonica (edifici ordinari o chiese, palazzi, torri, eccetera…), degli eventuali interventi di manutenzione e rinforzo o manomissione e indebolimento succedutesi nel tempo. Certamente esistono tipologie problematiche ricorrenti, ma la diversità del comportamento degli edifici in muratura, al netto della severità dello scuotimento (ovvero del diverso moto del terreno nei vari siti), è dovuta appunto a questa grande variabilità.
Nel caso specifico della sequenza sismica dell’Italia centrale, che ha interessato un’area molto vasta e quindi una notevole varietà di edifici, si è quindi osservato quello che dici tu: dall’edificio di costruzione recente, di pochi piani, in buona parte o in tutto conforme ai criteri moderni di progettazione e di costruzione, che non ha presentato danni di rilievo, agli edifici storici con grandi luci ed altezze, come ad esempio le chiese, che tendono ad essere più vulnerabili e hanno quindi subito danni significativi e crolli a causa delle loro dimensioni, dei rapporti geometrici e della loro organizzazione strutturale. In molti casi anche la scarsa qualità dei materiali ha ulteriormente aggravato la situazione.

2. In tutti i Comuni colpiti vigeva la normativa sismica, con diversi anni di decorrenza (gli estremi sono rappresentati da Amatrice e Accumoli, 1927, e Arquata del Tronto, 1984).

Schermata 2018-02-05 alle 20.44.50da https://tegris2013.files.wordpress.com/2018/02/considerazioni-su-flagello-del-terremoto-e-riduzione-del-rischio-sismico.pdf

La distribuzione del danno non sembra essere influenzata da queste diversità; c’è una ragione?

Non tutte le normative sono ugualmente efficaci: una norma del 1927 è ovviamente molto diversa, sotto tanti punti di vista, da una norma degli anni ’80 o degli anni 2000 e, come ho accennato sopra, gli edifici costruiti nel rispetto delle norme più recenti si sono comportati generalmente bene (edifici costruiti con blocchi artificiali e malte di buona resistenza, oppure anche edifici in pietra demoliti e ricostruiti con malte di buona qualità).
Non direi quindi che la distribuzione del danno non sia del tutto influenzata dal contesto normativo. Dipende da cosa c’era scritto nella norma e da quanti edifici sono stati costruiti o riparati o rinforzati dopo l’introduzione della norma (nei centri colpiti una percentuale notevole degli edifici era stata costruita prima delle normative sismiche che hai ricordato). Le norme e i criteri progettuali non nascono necessariamente perfetti e aggiustano il tiro sulla base dell’esperienza dei terremoti. Ad esempio, certamente è solo da quindici-venti anni che si è incominciato a riconoscere che certi tipi di interventi proposti e largamente applicati dopo i sismi del Friuli e della Basilicata sono dannosi o non funzionano (si pensi ai famigerati ”cordoli in cemento armato in breccia” inseriti in un edificio esistente in muratura di pietrame: è da Umbria-Marche ’97 che si è incominciato a capirne l’inefficacia).
Nei centri in cui la presenza di una normativa o di una classificazione sismica sembra non aver sortito alcun effetto bisogna tener conto anche del fatto che i controlli sulla qualità della costruzione degli edifici, in particolare in muratura, erano inesistenti o inefficaci almeno fino alle legislazioni più recenti. L’uso di una malta scadentissima è un elemento ricorrente in molte delle vecchie costruzioni in muratura crollate o danneggiate nell’ultima sequenza sismica. In centri come Accumoli e Amatrice sembra che anche dove sono stati fatti interventi sugli edifici, sostituendo ad esempio i vecchi solai, o inserendo qualche catena, non ci fosse consapevolezza o si sia molto sottovalutato il problema della scarsa qualità muraria, rendendo in definitiva inefficaci gli interventi fatti. Aggiungiamo poi che gran parte di quelle aree hanno subito dagli inizi del 1900 ad oggi un notevole spopolamento, con inevitabili conseguenze sulla manutenzione delle costruzioni, che ha portato ad un incremento di vulnerabilità piuttosto diffuso.

Ci sono poi alcuni casi particolari in cui norme storiche e norme più recenti sembrerebbero aver avuto un effetto positivo. Prendiamo l’esempio di Norcia: senza entrare nel dettaglio delle misurazioni delle caratteristiche del moto, è un dato di fatto che Norcia nell’ultima sequenza abbia subito forti scuotimenti, paragonabili a quelli di Amatrice e Accumoli ma con un danno agli edifici molto inferiore. Nella storia di Norcia ci sono stati due eventi molto significativi che hanno avuto un effetto notevole sulla risposta degli edifici in quest’ultima sequenza, uno antecedente ed uno seguente alla norma del 1962. Nel 1859 un forte terremoto causò numerosi crolli e vittime in alcune zone del centro storico, e a seguito di ciò lo Stato Pontificio emanò un regolamento molto efficace che dava una serie di disposizioni sulle riparazioni e le ricostruzioni: sulla geometria, in particolare sull’altezza massima degli edifici (due piani), sui dettagli costruttivi, sulla qualità dei materiali. Poi nel 1979 c’è stato un altro terremoto in Valnerina, a seguito del quale si sono danneggiate altre parti del centro storico, a cui hanno fatto seguito una serie di interventi sistematici di rinforzo, su molti edifici. In molti di questi edifici il rinforzo delle murature verticali (pur con la tecnica controversa dell’intonaco armato) ha rimediato ad uno dei principali elementi di vulnerabilità, cioè la scarsa qualità muraria. Se per un attimo lasciamo da parte gli elementi che possono andare a sfavore dell’uso dell’intonaco armato (in primis la durabilità dell’intervento), e lo vediamo semplicemente come una tecnica che ha rimediato ad un fattore di grande vulnerabilità, possiamo dire che per Norcia c’è quindi stato un effetto positivo di normative regionali pre-moderne e più recenti scaturite dall’esperienza diretta di eventi sismici.

3. Parliamo di normativa sismica e in particolare dei suoi aspetti ingegneristici. Si sente dire che è variata molto nel tempo, e che forse quella non recente non era del tutto efficace. E’ vero, e se sì perché?

Per quanto riguarda la componente ingegneristica della norma, quello che sappiamo ora del comportamento strutturale e sismico delle costruzioni, in muratura ma non solo, è il frutto di una continua evoluzione attraverso l’esperienza dei terremoti italiani e in altre parti del mondo. Da noi in Italia lo studio ingegneristico delle costruzioni in muratura ha ripreso vita, dopo decenni di quasi totale abbandono, dopo il terremoto del Friuli. Le prime norme in cui si danno indicazioni su come “calcolare” un edificio in muratura in Italia risalgono ai primi anni ’80 (per “calcolare” intendo “valutare quantitativamente il livello di sicurezza”). Per quanto il “calcolo” non sia l’unica componente della progettazione, questo fatto dà l’idea di come siano solo le norme molto recenti ad avere una base tecnico-scientifica allineata con le conoscenze attuali. Ci tengo a dire che l’assenza del calcolo in un progetto non implica necessariamente che l’edificio non sia sicuro: nel passato si seguivano regole geometriche e costruttive di tipo empirico, basate sull’esperienza e sull’intuizione del comportamento meccanico, ancorché non esplicitata in calcoli. Ancor oggi per la progettazione di un edificio in muratura semplice e regolare è possibile seguire regole geometriche e costruttive codificate che consentono di evitare calcoli dettagliati o complessi, raggiungendo comunque un livello adeguato di sicurezza.
Le esperienze dei sismi dell’Irpinia, dell’Umbria-Marche, via via fino ai più recenti dell’Italia centrale, sono stati un continuo banco di prova e una fonte di conoscenza. Ad esempio, come accennato nella risposta alla domanda precedente, il terremoto Umbria-Marche 1997, oltre a sottolineare come sempre la grande vulnerabilità delle chiese e di certe strutture storiche, è stato un notevole banco di prova per criteri e tecniche di intervento sugli edifici in muratura proposti e sviluppati a seguito dei terremoti italiani di fine anni ’70, mettendo in evidenza come alcune tecniche non risultano essere molto efficaci o possono essere addirittura controproducenti se applicate in modo indiscriminato e inconsapevole.

Per concludere questa mia risposta con una mia opinione sulle attuali norme tecniche, credo che per quel che riguarda la progettazione delle nuove costruzioni siamo veramente ad un livello molto avanzato e che consegue i livelli di sicurezza che oggi si ritengono adeguati  Credo che ci siano più incertezze in merito alla valutazione e al rinforzo degli edifici esistenti, anche se non è tanto un problema normativo ma proprio di conoscenze scientifiche e di corretta individuazione di strategie e tecniche per l’intervento. E’ certamente più facile concepire e costruire ex novo un edificio sismo-resistente, che valutare e intervenire su un edificio esistente.

4. Quanto – e come – gioca nella sicurezza sismica di un edificio in muratura la sua realizzazione, al di là del progetto?

La domanda mi dà l’occasione di soffermarmi ancora un momento su cosa si intende per “progetto”, che è qualcosa di diverso dal mero “calcolo”. Il progetto comprende tutti gli aspetti di ideazione, concezione, scelta e organizzazione della struttura, scelta di materiali e tecniche costruttive con la consapevolezza di come potranno e dovranno essere realizzati in opera, calcoli di verifica delle prestazioni in termini di sicurezza e di comportamento in esercizio, prescrizioni sui dettagli costruttivi. Nella progettazione sismica moderna è inoltre necessario tener conto, quando rilevante, della risposta sismica delle parti non strutturali della costruzione. Deve inoltre esserci il controllo che quanto prescritto nel progetto sia realizzato in fase di costruzione. Il calcolo è quindi solo una componente del progetto. E’ interessante quindi notare come gran parte degli edifici esistenti in muratura non è stato calcolato, perlomeno come intendiamo il calcolo strutturale ora. La prima norma tecnica nazionale sulle costruzioni in muratura con una descrizione sufficientemente dettagliata dei calcoli per la verifica strutturale risale al 1987. Norme tecniche con indicazioni per il calcolo sismico, sono state emanate dopo il sisma del Friuli 1976 e via a seguire. Prima di quelle norme esisteva sostanzialmente una letteratura e una manualistica tecnica, con riferimento ai principi della meccanica, nonché una tradizione costruttiva. Vorrei chiarire che sto parlando di norme che dicano come calcolare la resistenza di un edificio in muratura, soggetto ad azioni sismiche o non sismiche. Tanto per fare un esempio, il Regio Decreto del 1909 (post terremoto di Messina), grande esempio storico di normativa sismica, dà criteri per definire l’azione sismica, dà regole costruttive e geometriche ma non dice come si calcola la resistenza (quella che oggi si chiamerebbe la capacità) di un edificio in muratura.

La tradizione costruttiva basata sul rispetto della “regola dell’arte” ha sempre avuto ben presente l’importanza del dettaglio costruttivo, della qualità dei materiali, di come l’edificio viene costruito, e questo ha consentito e consente ad edifici ben costruiti ma non “calcolati” di resistere egregiamente a scosse sismiche anche molto violente. Nella costruzione moderna il rispetto in cantiere delle regole esecutive, del controllo della qualità dei materiali, è altrettanto importante, anche se lo è per la muratura come per le altre tipologie. La sensibilità della struttura a difetti costruttivi è funzione del livello di robustezza della concezione strutturale. Una costruzione scatolare in muratura, fortemente iperstatica (cioè in cui il numero di elementi resistenti è superiore al minimo necessario per garantire l’equilibrio dei carichi) potrebbe in principio essere meno sensibile al problema di una struttura prefabbricata isostatica (cioè in cui il numero di elementi resistenti è pari al minimo necessario per garantire l’equilibrio dei carichi, per cui è sufficiente che un solo elemento vada in crisi per avere il collasso). Ovviamente stiamo parlando di eventuali difetti locali e non generalizzati su tutta la costruzione. Se tutti i materiali sono scadenti in tutta la costruzione è un grosso guaio, ed è comunque difficile dire se sta peggio un edificio in muratura o uno a telaio in cemento armato, in cui magari aggiungiamo difetti nei dettagli d’armatura nei nodi o negli ancoraggi….

5. Molti operatori che sono intervenuti sul campo, hanno riscontrato tracce di interventi che avrebbero indebolito le strutture. Ti risulta?

Nei rilievi post-terremoto svolti in modo rapido in condizioni di emergenza, non sempre si riesce a capire con chiarezza la storia dell’edificio e quali modifiche siano state apportate, in che tempi e modalità, ma a volte è evidente che alcune modifiche apportate al fabbricato siano state di detrimento alla sicurezza.  Sovente si tratta di interventi fatti con totale inconsapevolezza degli effetti sulla sicurezza e con finalità legate puramente alla destinazione d’uso, all’utilizzo e alla ridistribuzione degli spazi. In altri casi, più rari, si tratta di situazioni di interventi fatti anche con finalità “strutturali” magari anche con l’idea di conseguire un incremento di sicurezza, ma che in realtà sono dannosi o inefficaci. Un classico esempio, spesso discusso in letteratura anche sulla base dei rilievi post-sisma italiani da Umbria-Marche 1997 in poi, è l’inserimento di elementi strutturali nuovi, rigidi e pesanti (come ad esempio la sostituzione di un solaio in legno con un solaio in cemento armato) in un edificio con muratura molto debole (ad esempio muratura in pietrame irregolare con malta scadente), senza che la muratura venga consolidata in modo adeguato. C’è stato un periodo, successivo ai terremoti del Friuli e dell’Irpinia, in cui si sosteneva molto il fatto che i diaframmi (ovvero i solai e i tetti) rigidi aumentano l’iperstaticità, ovvero la robustezza della costruzione e il cosiddetto “comportamento a scatola”, per cui si cercava di riprodurre in strutture esistenti qualcosa che è relativamente semplice realizzare e i cui effetti sono ben controllabili nelle nuove costruzioni,  ma che in una costruzione esistente ha problemi realizzativi (nel collegamento tra elementi nuovi e elementi esistenti) e strutturali  (possibile aumento delle sollecitazioni nella muratura). E’ importante notare che l’efficacia degli interventi viene messa alla prova da terremoti che hanno luogo successivamente, e in alcune zone dell’Italia centrale è stato ed è possibile ora trarre indicazioni di questo tipo. Nel terremoto dell’Umbria-Marche del 1997 è stato possibile osservare diverse situazioni problematiche in edifici in cui erano stati sostituiti i solai esistenti con solai più pesanti e rigidi.

Permettimi però di aggiungere un ulteriore commento. Dal punto di vista scientifico, il fatto che un intervento sia “dannoso” ovvero indebolisca la struttura rispetto al non-intervento è verificabile sperimentalmente solo se c’è il riscontro di cosa succederebbe all’edificio senza intervenire e cosa succederebbe a seguito dell’intervento. Questo tipo di confronto nella stragrande maggioranza dei casi non c’è o non è possibile farlo, a meno di casi fortunatissimi di edifici quasi identici costruiti sullo stesso suolo in cui uno è stato rinforzato e l’altro no, oppure sono stati rinforzati con metodi diversi. Oppure, come ad alcuni ricercatori capita di fare, quando si confrontano prove sperimentali su tavola vibrante. Quindi in generale io sono sempre piuttosto scettico di fronte a interpretazioni date sulla base di rilievi puramente visivi, senza il necessario approfondimento dei dettagli e senza una analisi quantitativa svolta in modo competente.
Mi sento di poter dire (e so che molti colleghi hanno la stessa opinione) che in moltissime situazioni viste in centro Italia il crollo della costruzione sarebbe avvenuto e avverrebbe a prescindere dal tipo di solaio, leggero o pesante, rigido o flessibile, in virtù della pessima qualità della muratura, che mi sembra sia stato il problema principale.

6. Come ha giocato nell’aggravamento del danno (laddove si è verificato) il ripetersi degli scuotimenti forti? Si tratta di qualcosa che è implicitamente previsto, e contrastato, dalle norme sismiche? Viceversa, come spieghi i numerosi casi di assenza quasi totale di danno?

Lo scuotimento ripetuto aggrava tanto più il danno quanto più il danno generato dalla scossa precedente è grave. Sembra un’affermazione un po’ banale, però nella sostanza è quello che succede. Per esempio, se in un edificio in muratura una prima scossa genera solo poche fessure non molto ampie e di un certo tipo (ad esempio fessure orizzontali nei muri, che si richiudono dopo la scossa per effetto del peso proprio), l’edificio non ha perso molta della sua capacità resistente; quindi se verrà assoggettato a scuotimenti ripetuti, meno intensi della prima scossa, è possibile che il danno non si aggravi eccessivamente, e se verrà assoggettato ad uno scuotimento più forte della prima scossa avrà una resistenza uguale o di poco inferiore a quella che avrebbe se la prima scossa non ci fosse stata. Se invece una scossa porta a sviluppare fessure diagonali (le cosiddette fessure “per taglio”) o fessure verticali con distacchi, la parte lesionata ha perso una quota significativa della sua capacità di resistere e lo scuotimento ripetuto successivo può portare al degrado progressivo e al crollo anche se le scosse successive subite dall’edificio, singolarmente sono magari meno forti della prima. E’ qualcosa di visibile e riproducibile anche in laboratorio.

Detto questo, ci sono tipologie di costruzioni e di elementi strutturali che sono più o meno sensibili al ripetersi dell’azione sismica. Quando gli ingegneri sismici parlano di “duttilità” della struttura o di un meccanismo si riferiscono anche a questo, cioè alla capacità di una struttura di resistere a ripetuti cicli di sollecitazione ben oltre la soglia della prima fessurazione o del primo danno visibile, senza arrivare al crollo. Una costruzione moderna ben progettata in cemento armato è una struttura di questo tipo, ad esempio. La muratura non armata, invece è più suscettibile al danno indotto dalla ripetizione di cicli di sollecitazione post-fessurazione. Come conseguenza, gli edifici esistenti in muratura una volta danneggiati da una prima scossa sono più vulnerabili a scosse successive. Se invece la prima scossa non genera danni di rilievo la sicurezza della costruzione si mantiene, nella maggior parte dei casi, più o meno inalterata e questo rende conto del fatto che anche numerose costruzioni in muratura hanno resistito alle scosse ripetute. Purtroppo a volte il danno può non essere chiaramente visibile. Il danno nella muratura si origina sotto forma di micro-fessure (non visibili ad occhio nudo) che si sviluppano poi in macro-fessure. Se in una prova di laboratorio si spinge un campione di muratura ad una condizione molto prossima all’innesco delle macro-fessure ma si rimuove il carico prima del loro sviluppo, può succedere che in una fase di carico successiva la macro-fessura si formi ad un livello di carico inferiore a quello raggiunto nella prima fase. Può quindi succedere che un edificio che ha resistito ad una scossa violenta senza danni apparenti si lesioni visibilmente per una scossa successiva meno violenta della prima.

Mi chiedi se il comportamento della struttura a scosse ripetute sia implicitamente considerato nelle norme sismiche: la risposta è affermativa, almeno per alcuni aspetti. Ad esempio, il rispetto di certi dettagli costruttivi nel cemento armato e l’applicazione di certe regole nel dimensionamento delle sezioni e dell’armatura hanno proprio anche questo scopo, di rendere la struttura meno suscettibile al danno sotto azioni ripetute. Inoltre strutture meno duttili, come quelle in muratura non armata, vengono progettate con azioni sismiche di progetto più elevate anche per “compensare” la loro maggiore suscettibilità al degrado dovuto all’azione ripetuta. Ci sono però alcuni aspetti del problema della resistenza e dell’accumulo del danno sotto scosse ripetute che restano ancora da esplorare e costituiscono un argomento di ricerca ancora abbastanza “di frontiera”. In particolare, se è vero che incominciano ad essere disponibili dei modelli concettuali per valutare come cambia il rischio (ovvero la probabilità di collasso o di danneggiamento) di un edificio o di un insieme di edifici al trascorrere del tempo e al susseguirsi delle scosse sismiche, questi modelli vanno ancora notevolmente affinati per dare risultati che siano quantitativamente affidabili.

7. Mi sembra di capire che la varietà delle casistiche degli edifici in muratura, almeno in Italia, sia veramente elevata: tanto elevata che conoscerle richiede un approccio simile a quello della medicina dove ogni caso rappresenta quasi un fatto singolo. Forse non esiste quindi una terapia universale ogni caso richiede una cura particolare: è corretto? E se sì, visto che le condizioni edilizie di diverse zone dell’Appennino (e non solo) sono simili a quella delle zone colpite nel 2016, ci si devono attendere distruzioni analoghe?

Questo paragone con la medicina calza benissimo, ci sono veramente tante analogie tra il lavoro del tecnico che deve capire cosa fare di un edificio esistente e quello del medico che cerca di fare una diagnosi e di individuare una terapia corretta su un paziente. Dal punto di vista tecnico non esiste una terapia universale e a nessun (bravo) medico verrebbe in mente di applicare un protocollo terapeutico senza l’anamnesi, l’esame obiettivo, eventuali esami strumentali o di laboratorio e la formulazione di una diagnosi (che ci dice quale è la malattia /stato di salute del paziente, e quindi ci definisce di cosa ha bisogno). Il bravo tecnico segue un percorso analogo per pervenire alla valutazione della sicurezza e alle possibili ipotesi di intervento (o non intervento). Certo è possibile e doveroso, come avviene a livello sanitario, definire delle strategie e delle politiche di prioritizzazione e allocazione di risorse per far sì che complessivamente il rischio sismico nel nostro paese diminuisca. E’ certo che là dove l’edilizia vecchia non è stata soggetta a manutenzione, o a sola manutenzione estetica e funzionale senza rinforzo strutturale ci si possono attendere distruzioni analoghe a quelle viste nel 2016 in occasione di eventuali futuri sismi di magnitudo comparabile. Questo vale sia per l’edilizia pubblica che privata. Là dove invece si è intervenuti o si interverrà in modo consapevole ponendo attenzione al problema della sicurezza sismica, l’esperienza degli ultimi terremoti ci insegna che il livello di danno da attendersi sarà più contenuto.

Permettimi di concludere questa intervista con qualche commento di tenore non prettamente tecnico-ingegneristico. La possibilità di ridurre il rischio sismico in Italia dipende da tanti fattori, che vanno dal modo con cui la politica affronta il problema dei rischi naturali, al modo con cui i tecnici, singolarmente e collettivamente, interagiscono e comunicano con la politica, al modo con cui si comunica la presenza del rischio alla popolazione, al conseguente modo con cui il cittadino compie le sue scelte quando acquista o deve decidere di manutenere un immobile. Secondo me è necessario arrivare progressivamente ad un sistema in cui il cittadino riconosca che è nel suo interesse perseguire una maggiore sicurezza sismica, spendendo inizialmente un po’ di più perché ne avrà un ritorno in futuro non solo in termini di sicurezza ma anche di beneficio economico, ad esempio di valore del proprio immobile. L’iniziativa del Sismabonus è sicuramente un primo passo in questa direzione, ma dovranno essere fatti altri passi. L’obiettivo, certamente non facile da raggiungere, dovrebbe essere che il livello di sicurezza di una costruzione abbia un chiaro corrispettivo in termini di valore economico, e credo che questo funzionerebbe sia per il piccolo proprietario che per gli investitori immobiliari. So che questo spaventa alcuni, ma personalmente credo che, almeno per quel che riguarda il patrimonio immobiliare di proprietà privata, non ci siano altre soluzioni per arrivare nel giro di qualche decennio ad una concreta e diffusa riduzione del rischio sismico in Italia.

 

 

 

 

 

Belice 1968: 50 anni dopo – Belice 1968, 50 years after (Massimiliano Stucchi)

Si ringraziano Renato Fuchs, Maurizio Ferrini e Andrea Moroni

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Il terremoto – o meglio la sequenza sismica – del Belice (i parametri sismologici si possono trovare in https://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/ arrivò nel gennaio del 1968, quando il “Sessantotto” non era ancora cominciato. Non si era “abituati” ai terremoti come lo siamo ai giorni nostri: sei anni prima c’era stato quello del Sannio-Irpinia e per avere un altro M6 bisognava risalire al 1930, anche se, nel frattempo, non erano mancati terremoti capaci di produrre danni.
I terremoti del Belice annunziarono in un certo senso il decennio sismico degli anni 70: 1971 Tuscania, 1972 Ancona, 1976 Friuli, 1978 Golfo di Patti, 1979 Norcia e Cascia, 1980 Irpinia e Basilicata. E il dopo-terremoto divenne simbolo di spopolamento, emigrazione, rapine di fondi pubblici, follie urbanistiche e quant’altro.

All’epoca studiavo fisica, con interessi prevalenti rivolti alla fisica cosmica. In occasione di un soggiorno a Palermo nel 1969 raccolsi le descrizioni di amici e parenti che avevano vissuto il periodo sismico. Scoprii Segesta e partecipai alla mattanza a Favignana ma non andai nel Belice. Visitai per la prima volta il Belice nel 1977, in autostop, in coda alla mia prima scuola di Geofisica di Erice, dopo aver partecipato alle celebrazioni del trentennale della strage di Portella della Ginestra. Si stava costruendo: diverse località – secondo tradizione – venivano ricostruite altrove, e le rovine di Gibellina non erano ancora state sigillate dal Cretto di Burri. 

Ci ritornai altre volte con la benemerita Scuola di Geofisica diretta da Enzo Boschi, sempre diretto alla mia preferita – e ancora viva – Poggioreale ormai “antica”.

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“Ricostruire…dove, come?” Un opuscolo del 1981 – “Reconstructing … where, how?” A 1981 booklet (Massimiliano Stucchi)

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Come già ricordato, il terremoto del 1980 trovò la comunità scientifica (sismologi, geologi, ingegneri, vulcanologi) impegnata nel Progetto Finalizzato Geodinamica (PFG) del CNR che stava volgendo al termine (avviato nel 1976 il PFG aveva incontrato i terremoti del Friuli, 1976; Patti, 1978; Norcia, 1979).

Lo sforzo fu enorme. Oltre alle osservazioni strumentali coordinate dall’Osservatorio Vesuviano, che consentirono in seguito una delle prime ricostruzioni “moderne” della sorgente sismica, furono svolte indagini macrosismiche e geologiche. Continua a leggere

Achille e la tartaruga, ovvero la riduzione di vulnerabilità e rischio sismico in Italia (colloquio con Gian Michele Calvi)

Come dopo ogni terremoto distruttivo in Italia, anche dopo la sequenza sismica del 2016-2017 si sono risvegliati i dibattiti sul rischio sismico, sulla messa in sicurezza degli edifici, i relativi costi, ecc.
Ne discutiamo con Gian Michele Calvi, professore allo IUSS di Pavia e Adjunct Professor alla North Carolina State University. Calvi è stato il fondatore della Fondazione Eucentre e della ROSE School a Pavia; è attualmente uno dei Direttori della International Association of Earthquake Engineering. Ha coordinato, fra le altre cose, il Gruppo di Lavoro che ha redatto il testo dell’Ordinanza PCM 3274 del 2003, che ha innovato il sistema della normativa sismica in Italia. È stato presidente e componente della Commissione Grandi Rischi, sezione rischio sismico. È stato imputato, e successivamente assolto “perché il fatto non sussiste”, nel cosiddetto “Processo Grandi Rischi”.

Ha sempre lavorato ad innovare la progettazione sismica, concentrandosi inizialmente sulle strutture in muratura e sui ponti, l’isolamento e la progettazione basata sugli spostamenti negli ultimi vent’anni. Ha pubblicato un gran numero di articoli sull’argomento e ricevuto vari riconoscimenti internazionali.

C’è qualcosa di nuovo all’orizzonte, secondo te?

Sai bene quanto me che si tratta di risvegli a carattere cronico, che si ripetono in modo analogo da più di un secolo. Nel caso specifico mi pare che ci siano ancora più chiacchiere e meno fatti. Incluso la fantomatica “Casa Italia” di cui confesso di non capire nulla, obiettivi strategia tattica risultati.
Gli unici momenti in cui ho percepito fatti veri, in modo diretto o attraverso lo studio della cronaca sono stati:

  • l’incredibile sviluppo scientifico e tecnico che ha seguito il terremoto di Messina del 1908;
  • la strategia di ricostruzione dopo il Friuli, in cui si è privilegiato il settore produttivo rispetto al residenziale;
  • la rivoluzione di norme e mappa di pericolosità dopo il terremoto di San Giuliano di Puglia del 2002;
  • la costruzione di 186 edifici isolati in poco più di sei mesi dopo il terremoto di L’Aquila.

So bene che gli ultimi due casi possono apparire come auto citazioni, ma ciò non toglie nulla ai fatti. Quello che ora mi piacerebbe vedere è un cambiamento della politica di intervento dopo un evento, con la creazione di incentivi che favoriscano l’azione dei privati ed il progressivo passaggio dallo Stato al sistema assicurativo della copertura delle perdite.
Spero, senza ottimismo. Continua a leggere

Achilles and the Turtle, or the reduction of vulnerability and seismic risk in Italy (interview with Gian Michele Calvi

(translated from the Italian by Google Translate, reviewed)

As after every destructive earthquake in Italy, the sequence of 2016-2017 has awakened the debates on seismic risk, on the safety of buildings, the relative costs, etc.
We discuss this with Gian Michele Calvi, who is professor at the IUSS of Pavia and Adjunct professor at North Carolina State University. He was the founder of the Eucentre Foundation and the ROSE School in Pavia; he is currently one of the directors of the International Association of Earthquake Engineering.
He coordinated, among other initiatives, the working group that drew up the text of the Ordinance PCM 3274 of 2003, which innovated the system of the seismic building code in Italy. He was president and member of the Commission of Major Risks, seismic risk section. He was accused, and subsequently acquitted “because the fact does not exist”, in the so-called “Great risks” or L’Aquila trial.
He has always worked to innovate the seismic design, concentrating mainly on masonry structures and bridges, isolation and design based on displacements over the last twenty years. He has published a large number of articles on the subject and received various international recognitions.

Is there something new on the horizon, according to you?

You know as well as me that there are chronic awakenings, which are repeated in a similar way since more than a century. In the specific case it seems to me that there is even more talking and less facts. Including the fancy “Casa Italia”, of which I confess I do not understand anything: tactics, strategy, goals.
The only moments in which I perceived real facts, directly or through the study of the history were:

  • the incredible scientific and technical development that followed the Messina earthquake of 1908;·
  • the rebuilding strategy after Friuli, where the production sector was more privileged than the residential one;
  • the revolution of codes and seismichazard maps the earthquake of San Giuliano of Puglia in 2002;
  • the construction of 186 isolated buildings in just over six months after the earthquake in L’Aquila.I know that the last two cases may appear as self-quotes, but that does not detract from the facts.
    What I would like to see now is a change in the policy of intervention after an event, creating incentives for private action and progressive transition from the state to the loss coverage insurance system.
    Hope, without optimism.

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Che cosa vuol dire “antisismico”? What does “anti-seismic” mean? (Colloquio con Rui Pinho)

English version below

Il termine “antisismico” è entrato da qualche tempo a far parte del linguaggio corrente dei media: si legge ad esempio che “il 70% degli edifici italiani non è antisismico”; “9 scuole su 10 non sono antisismiche” (si veda ad esempio un recente articolo pubblicato dall’Espresso che fornisce la possibilità di interrogare il database delle scuole italiane, gestito dal MIUR, ottenendo la risposta al quesito se la singola scuola sia o meno antisismica – ne discutiamo più avanti). Il termine, tuttavia, assume differenti significati a seconda di chi lo usa: l’immaginario collettivo lo percepisce, più o meno, come una sorta di sistema binario che si risolve per l’appunto in un sì o un no (antisismico uguale “a prova di terremoto”): l’ingegnere lo intende in un modo un po’ diverso, e preferisce parlare ad esempio di “quanto antisismico”.
Ne discutiamo con Rui Pinho, ingegnere sismico, professore associato all’Università di Pavia, per cinque anni segretario generale dell’iniziativa internazionale GEM (Global Earthquake Model) e che svolge ora l’incarico di Direttore Scientifico della Fondazione Eucentre di Pavia. Continua a leggere

Sopra i nostri piedi – Above our feet (Massimiliano Stucchi)

(english version below)

Questo titolo prende manifestamente spunto da quello del volume di Alessandro Amato: “Sotto i nostri piedi”, arrivato alla seconda ristampa (con integrazione sulla sequenza sismica del 2016 in Centro Italia) e in distribuzione nelle edicole con “Le Scienze”, dopo che l’autore è stato finalista del Premio Letterario Galileo 2017.

Il volume di Amato tratta di sismologia, previsione dei terremoti, aspetti scientifici, culturali e politici. I sismologi si occupano di descrivere, nel miglior modo possibile, come si generano i terremoti e come le onde sismiche si propagano nella Terra; il tutto, appunto, sotto i nostri piedi. Alcuni sismologi si occupano, in una specie di terra di confine dove operano anche alcuni ingegneri, di descrivere come le onde sismiche interagiscono con la superficie del terreno e con gli edifici: quindi, di fornire la descrizione del moto del suolo nelle modalità più adatte all’ingegneria sismica. Questa terra di confine si chiama in inglese “engineering seismology”, le cui possibili traduzioni italiane suonano tutte male. Una Sezione dell’INGV, quella di Milano, si occupa in prevalenza di questi aspetti ed era denominata “Sismologia Applicata”; tempo fa aveva ricercato una collaborazione stretta, istituzionale, con la Fondazione Eucentre di Pavia, alla cui costituzione INGV aveva peraltro contribuito come socio fondatore, sia pure con poco merito e ancor meno investimento. Continua a leggere

Ricordo di Nanni Bignami – Remembering Nanni Bignami (Giacomo Cavallo)

Il 25 maggio scorso la comunità scientifica italiana è stata privata di una delle sue maggiori e, possiamo dire, più simpatiche figure.  Giovanni – “Nanni” per gli amici, ed erano moltissimi –  Bignami  è improvvisamente mancato in un Hotel di Madrid, dove si trovava per un Congresso Scientifico.  Dopo lo shock iniziale, alla sua scomparsa hanno fatto seguito i necrologi, le commemorazioni, i ricordi, che continuano tuttora.   Il ricordo che ne fu fatto davanti ad una numerosa assemblea al Museo della Scienza di Milano è disponibile in rete http://gallery.media.inaf.it/main.php/v/video/conferenze/20170601-saluto-nanni.mp4.html.
Uno degli scritti più accorati e sinceri è comparso come Obituary su  Nature Astronomy del  24 luglio 2017 , a firma del Prof. Pietro Ubertini, e contiene forse la più completa raccolta delle realizzazioni di  Nanni Bignami, uomo di straordinaria energia ed attività (http://rdcu.be/uroi). Continua a leggere

Ischia, Torre Annunziata, perception of risk and magnitude (M. Stucchi)

This is a quick translation from the Italian version, with the help of Google. Sorry for the imperfect English. Thanks to Ina Cecic for her prompt review.

Italy was beginning to remember the anniversary of Amatrice’s earthquake (August 24, 2016) in different ways, of course, when the Ischia earthquake dramatically reopened the problem of so-called prevention, of which so much has been said and spoken about.
On the morning of the 21st, the day of the earthquake, Minister Del Rio had spoken at the Rimini (Comunione and Liberazione) meeting. Del Rio is a Minister of a couple of governments I do not like, but among the many is a person I trust. After (unfortunately) reproposing a “pearl” that must have remained in his pocket since the earthquakes of 2012 (“the area was not known as seismic“, ignoring the work done by the Emilia and Romagna Region to delay as much as possible the affiliation to a seismic zone of much of its territory), he recalled, illustrated and defended the so-called “sismabonus” and the initiatives of “Casa Italia”, also reminding that the solution of the problems is not for tomorrow. Stimulated by some interlocutors, he also pushed further on, talking about the necessity of the “building dossier” and of demolitions, where necessary. Ohibò! Continua a leggere

Ischia, Torre Annunziata, percezione del rischio e magnitudo (Massimiliano Stucchi + 8 commenti)

L’Italia si stava avviando a ricordare l’anniversario del terremoto di Amatrice (24 agosto 2016) con modalità diverse, ovviamente, quando il terremoto di Ischia ha riaperto drammaticamente il problema della cosiddetta prevenzione, di cui tanto si è parlato e si parla. La mattina del 21, giorno del terremoto, il Ministro Del Rio aveva parlato al meeting di Rimini. Del Rio è ministro di un paio di governi che non mi piacciono, ma fra i tanti è una persona che stimo. Dopo aver (purtroppo) riproposto una “perla” che deve essergli rimasta in tasca dai tempi dei terremoti del 2012 (“la zona non era conosciuta come sismica”, ignorando il lavorio fatto dalla Regione Emilia e Romagna per ritardare il più possibile l’inserimento in zona sismica della gran parte del suo territorio), ha ricordato, illustrato e difeso il “sismabonus” e le iniziative di “Casa Italia”, ricordando anche che la soluzione dei problemi non è per domani. Stimolato da qualche interlocutore si è anche spinto più in là, parlando della necessità del fascicolo di fabbricato e di eventuali demolizioni, ove necessario. Ohibò! Continua a leggere

Earthquakes and Great Risks: a blog 2014-2015 (M. Stucchi)

https://terremotiegrandirischi.com/english/

“Earthquakes and Great Risks” è stato, a partire dall’ottobre 2014, il cugino di lingua inglese di questo blog. E’ nato soprattutto per fornire al lettore internazionale la versione “corretta” dei fatti legati al processo “Grandi Rischi”, a fronte di una diffusione impressionante di informazioni e interpretazioni che possiamo definire inesatte – nel migliore dei casi.
Il blog ha contenuto una ventina di post, parte dei quali – a cura di G. Cavallo e di M. Stucchi – dedicati a fare chiarezza su quanto sopra, e parte a fornire una cronaca, quasi in diretta, del processo d’Appello.
E’ stato letto da qualche migliaia di lettori provenienti da 98 nazioni (vedi  mappa).

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Rileggendolo oggi, a parte le imprecisioni e gli inevitabili errori di lingua, si ha l’impressione che abbia fornito una analisi attenta e circostanziata – forse più che in questo stesso blog – dei principali “pitfalls” riguardanti il processo sulla base dei quali sono stati costruiti numerosi articoli internazionali, anche su riviste “peer reviewed”, scritti anche da illustri colleghi. Questo sforzo è stato riconosciuto da diversi lettori.

Per non perdere questi contenuti il blog, che verrà chiuso a breve, è stato  salvato nella sezione “English material”.

La vicenda processuale alla prova del romanzo. Luci e ombre del volume “La causalità psichica nei reati colposi” di Marco Billi (Cecilia Valbonesi)

Cecilia Valbonesi è Dottore di ricerca in Diritto penale presso l’Università degli Studi di Firenze e Avvocato del Foro di Firenze. Per motivi scientifici ha seguito e commentato il cosiddetto  processo Grandi Rischi. In ultimo si veda “Terremoti colposi e terremoto della colpa: riflessioni a margine  della sentenza “Grandi Rischi”, in Rivista Italiana di Diritto e Procedura Penale, 2016, n. 3, p. 1498.
Le abbiamo chiesto un commento al volume – uscito lo scorso marzo – del Giudice di primo grado del processo stesso, Marco Billi.

Di recente, il copioso panorama letterario sulla vicenda giudiziaria relativa alle responsabilità della c.d. Commissione Grandi Rischi si è arricchito di un nuovo volume dal titolo “La causalità psichica nei reati colposi”.
L’ambizioso progetto reca la firma del Giudice estensore della prima sentenza di merito (Tribunale di L’Aquila, 22/10/2012, n. 380) che, accogliendo pienamente le prospettazioni accusatorie, ha condannato per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose i sette scienziati i quali, a suo giudizio, “componevano la Commissione Grandi Rischi” della Protezione civile nella riunione del 31 marzo 2009. The L’Aquila Seven  furono ritenuti responsabili di quella scorretta valutazione e informazione sul rischio sismico che avrebbe cagionato la morte ed il ferimento di 29 cittadini (13 secondo la Corte d’Appello e la Corte di Cassazione)  rimasti schiacciati sotto le macerie delle proprie case. Continua a leggere

Dopo i terremoti: alloggi provvisori e ricostruzione consapevole (di Renato Fuchs)

Da varie settimane si assiste a un crescendo di proteste per i ritardi con cui vengono portati avanti i piani di ricostruzione dei paesi colpiti dai terremoti del 2016, il cui numero si è esteso a seguito degli eventi del gennaio 2017. Di recente, lo stesso Commissario Straordinario Vasco Errani ha sostenuto che poco è stato fatto.
E’ bene precisare, tuttavia, che si tratta di ritardi riferiti alla fase di assistenza post-terremoto, e non di ricostruzione vera e propria, della quale non si conoscono ancora i piani definitivi.
Abbiamo posto alcune domande a Renato Fuchs, di Eucentre, che ha svolto un importante ruolo organizzativo nell’ambito del “Progetto CASE” (L’Aquila, 2009) ed è ora responsabile del sistema informativo di supporto alla gestione delle necessità di assistenza alla popolazione a seguito delle recenti emergenze in Centro Italia, realizzato in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile (DPC).

Con quali strumenti è stata gestita la fase di prima assistenza, per assicurare ai terremotati un alloggio provvisorio dopo il periodo trascorso nelle tendopoli?
Ai cittadini colpiti dagli ultimi terremoti sono state offerte le seguenti forme di assistenza:
– Container collettivi: sono soluzioni “ponte” tra le tende e le altre sistemazioni, consistenti in edifici prefabbricati di grandi dimensioni, in ciascuno dei quali vengono ospitate 20-30 persone;
– CAS (Contributo di Autonoma Sistemazione): un contributo economico mensile alla famiglia che intenda alloggiare a proprie spese. L’importo dipende dal numero di componenti il nucleo famigliare e dalla presenza nello stesso di anziani, disabili o portatori di handicap. Tale importo, inizialmente fissato in 200 euro a persona al mese, è stato aumentato a partire dal 15 novembre 2016 a 300 euro a persona;
– Alloggio in strutture ricettive: è stata stipulata una convenzione con le associazioni di categoria, in base alla quale per ogni giornata di presenza di un cittadino presso una struttura ricettiva, viene riconosciuto alla stessa un importo di 40, 35 o 25 euro in funzione del trattamento ricevuto (rispettivamente pensione completa, mezza pensione o camera e colazione);
– SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza): sono edifici prefabbricati, realizzati dalle ditte che si sono aggiudicate nel 2014 una gara CONSIP, di diverse metrature in funzione della numerosità del nucleo familiare, generalmente “a schiera”. Le tempistiche per la loro disponibilità dipendono anche dall’individuazione delle aree e dalla realizzazione dei necessari lavori di fondazione e di urbanizzazione;
– MAPRE (Moduli Abitativi Provvisori Rurali Emergenziali): si tratta di edifici prefabbricati singoli, installati in prossimità di stalle o fattorie, destinati ad ospitare gli allevatori/agricoltori che abbiano la necessità di rimanere vicini ai propri luoghi di lavoro. Continua a leggere

Terremoti e faglie nell’Appennino centrale, tra prevedibilità e sorprese (Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, sismologo di formazione geologica, dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: http://diss.rm.ingv.it/diss/).
Qualche settimana fa ha rilasciato una intervista sul potenziale sismico della faglia del Gorzano, interessata dai terremoti del 18 gennaio 2017, i cui contenuti non coincidevano esattamente con il comunicato del Dipartimento della Protezione Civile (DPC), che riassumeva il parere della Commissione Grandi Rischi (CGR).
La materia è complessa e le valutazioni sul potenziale sismogenetico di una faglia, prima e dopo un evento sismico importante, sono particolarmente difficili. Abbiamo chiesto a Gianluca di offrirci il suo punto di vista, per aumentare la nostra capacità di comprensione, senza per questo volerlo porre in contrapposizione ad altri pareri, in particolare a quelli “ufficiali”.

Gli eventi del 18 gennaio 2017 non possono essere analizzati a prescindere dalla sequenza di eventi iniziata il 24 agosto 2016. Qual’è la tua opinione su questa sequenza, lunga e dolorosa?

La mia opinione, che dettaglierò meglio nella risposta alla domanda seguente, è che le sequenze lunghe e articolate siano una caratteristica connaturata con l’essenza stessa dell’Appennino. Le rocce che formano la crosta terrestre al di sotto dell’Appennino sono sempre sotto tensione, più o meno “cariche” e più o meno vicine al punto di non ritorno, ovvero al terremoto. Ma il terremoto può accadere “in un’unica soluzione”, come avvenne ad esempio in Irpinia nel 1980, quando una devastante scossa di magnitudo prossima a 7.0 fu seguita da un corteo di repliche trascurabile rispetto a quello che abbiamo visto negli ultimi sei mesi, o può avvenire per scosse successive di dimensioni grossolanamente confrontabili, come è successo con i tre terremoti di Amatrice (24 agosto, M 6.0), Visso (26 ottobre, M 5.9), e Norcia (30 ottobre, M 6.5: si veda l’immagine allegata); i quali, tra l’altro, hanno rilasciato una energia complessiva che è ancora inferiore a quella rilasciata dal solo terremoto del 1980.

Valensise_sequenza 2016-2017

Distribuzione delle scosse principali (magnitudo 5.4 e superiori) della sequenza del 2016-2017. L’immagine è stata tratta dal sito INGVTerremoti ed è aggiornata al 23 gennaio scorso: risultano quindi in piena evidenza le quattro forti scosse del 18 gennaio e le successive repliche (https://ingvterremoti.wordpress.com/2017/01/23/sequenza-in-italia-centrale-aggiornamento-del-23-gennaio-ore-1100/).

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Terremoti e grandirischi: ci risiamo? (di Massimiliano Stucchi)

Una doverosa premessa: di seguito commento quanto letto su “social” e stampa, fonti che – come è noto – devono essere prese con il beneficio di inventario.

Il 18 gennaio 2017 alcuni terremoti di media magnitudo hanno interessato la zona a sud di Amatrice, già in parte colpita dalla sequenza sismica iniziata il 24 ottobre 2016, nella quale si trova il bacino d’acqua di Campotosto. Ai terremoti è seguita la valanga che ha sepolto l’hotel Rigopiano.
Il 20 gennaio si è riunita la Commissione Grandi Rischi, organo consultivo del Dipartimento della Protezione Civile (DPC) che – secondo le procedure in uso dopo la ridefinizione dei suoi compiti seguita alla vicenda aquilana del 2009 – ha rilasciato le proprie valutazioni mediante un verbale destinato a DPC. Continua a leggere

Terremoti, esposizione e assicurazioni (di Patrizia Feletig e Enzo Boschi)

Di tutti paesi dell’Europa l’Italia è il paese più esposto alle catastrofi. Terremoti, alluvioni, frane, maremoti, avversità atmosferiche eccezionali di ogni sorta, colpiscono regolarmente il Belpaese che deve mettere in conto dai 3-3,5 miliardi annui  di danni materiali. In media, perché se succede “the Big One”, ovvero l’evento con ricorrenza ogni 200 anni allora le perdite economiche causate da calamità schizzano molto in alto.

Per esempio, incrociando la storia sismica nazionale con gli strumenti parametrici di sofisticati modelli si ricavano proiezioni da brivido. Secondo una simulazione della società svizzera di riassicurazione Swiss Re, un terremoto di magnitudo 6.2 (come quello di Amatrice) nell’area di Parma potrebbe causare perdite per 53 miliardi di euro. A titolo di confronto, considerate che gli 8 rilevanti terremoti (escluso quello dell’ultima settimana) avvenuti negli ultimi 40 anni sulla Penisola hanno totalizzato danni per 60 miliardi di euro circa.
Per completare queste fosche statistiche bisogna sapere che, dal 1970 ad oggi, 7 dei 10 terremoti  più costosi d’Europa si sono verificati in Italia paese doppiamente esposto sia per la vulnerabilità del suo patrimonio artistico che per le costruzioni edificate in assenza o in barba alla normativa antisisimica. Aspetto che dovrebbe far riflettere sulla concessione  del governo di assicurare il risarcimento a tutti, comunque e nonostante le responsabilità precise di taluni, pubblico o privato che siano.

L’indesiderabile primato italiano di esposizione alle catastrofi naturali si accompagna di un’aggravante: risarcire costerà sempre di più. Si accresce il valore concentrato su ogni metro quadro. E’ un trend in accelerazione confermano nel settore assicurativo. Del resto basta paragonare i macchinari di una filanda con quelli di una fabbrica 4.0 di oggi; ma più semplicemente, basta il confronto tra la concentrazione edilizia ai tempi dei nostri nonni e quella di adesso o, ancora, tra gli elettrodomestici contenuti nella casa dei genitori e le apparecchiature elettroniche mediamente possedute oggi.
E’ evidente che con questo aumento vertiginoso dell’esposizione, indennizzare con il solo intervento dello Stato non può reggere alla lunga. Non sono solo le casse pubbliche a non farcela ma finisce per azzopparsi l’intero sistema paese con ripercussioni sulle valutazioni delle società di rating. Si calcola che un evento catastrofale con ritorno, ossia che avviene statisticamente ogni 250 anni può arrivare a produrre una retrocessione di quasi un punto.

C’è poi una prospettiva macro che va tenuta in considerazione. “Le misure di prevenzione e gli interventi strutturali antisismici sono fondamentali e imprescindibili ma neppure così il rischio può essere completamente annullato, in particolare quello di natura economico-finanziaria. Una grande calamità catastrofale, inoltre, sconvolge il sistema economico produttivo del Paese, mette a dura prova la sua resilienza, impatta sul PIL. Magari salviamo la vita ma perdiamo casa e lavoro: di qui l’importanza di una gestione del rischio ex-ante combinando prevenzione anti-sismica e copertura finanziaria-assicurativa” spiega Marco Coletta a capo di una compagnia di riassicurazione con 150 anni di attività alle spalle, sottolineando il deficit di protezione assicurativa in Italia.
Le PMI (Piccole e Medie Imprese) sono largamente sottoassicurate contro catastrofi naturali e poco più di 1% degli immobili residenziali è coperto. La penetrazione assicurativa del ramo danni non-auto misurata in volume dei premi danni non auto in rapporto al PIL in Italia è pari a 0,9%, in Francia a 2,4%, in Germania a 2,5% e mediamente sopra 2% in tutti gli altri paesi europei dove il meccanismo di mutualità permette di correggere l’incidenza economica del premio sul portatore di rischio più alto. Pagando tutti, pagheremmo molto meno.
“Con una penetrazione superiore a 90% si avrebbero premi medi di 100 euro l’anno. Ma c’è un problema culturale” riconoscono alcuni assicuratori che non nascondono la difficoltà di far accettare un concetto di obbligatorietà a consumatori già guardinghi con l’obbligo del RC auto e professionali e auspica una campagna di sensibilizzazione promossa dal governo. Singolare la modesta attenzione del legislatore alla funzione sociale della copertura assicurativa contro inondazioni e terremoti in un paese come l’Italia. Non godono di nessun incentivo fiscale: non sono deducibili nella dichiarazione dei redditi (come invece avviene per le polizze vita) e l’Iva è alta ( 22,25%). Gli schemi di copertura potrebbero prevedere una cooperazione tra pubblico e privato. Lo Stato potrebbe assumere il ruolo di riassicuratore in ultima istanza, dove per esempio le compagnie private coprono fino a concorrenza di un importo alto, oltre a quella soglia (caso meno probabile) interverrebbe lo Stato che potrebbe, per esempio, coprirsi con operazioni di cartolarizzazione di immobili pubblici.

Se il terremoto dell’Irpinia dove i primi soccorritori ad arrivare sul posto furono operai specializzati inviati dal sindacato, ha portato alla nascita della Protezione Civile, possiamo sperare che questi ultimi sismi in Centro Italia, portino a soluzioni efficienti e finanziariamente sostenibili di risarcimento dei danni economici da calamità naturali?

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La ricostruzione, ovvero: il grande condono? (Massimiliano Stucchi)

Premessa. In questo post si parlerà dei costi della ricostruzione del terremoto.  Si parlerà soprattutto di come i benefici vengano erogati: a favore di chi, a carico di chi. Senza che la solidarietà umana per chi ha perso la casa venga meno, e senza negare la necessità dei soccorsi e dei primi aiuti, ci si interrogherà sulla logica che presiede, tradizionalmente, alla ricostruzione post-sismica. E si cercherà di capire perché, a differenza di altri casi, in questo non si accertino eventuali responsabilità specifiche, ovvero perché tali responsabilità non costituiscano elemento discriminatorio per l’accesso ai benefici. E perchè non venga incentivato il ricorso alla assicurazione, argomento in parte affrontato in questo blog dal post di P. Feletig e Enzo Boschi (https://terremotiegrandirischi.com/2016/10/12/i-danni-dei-terremoti-chi-paga-di-p-feletig-e-e-boschi/).

Il Decreto per la ricostruzione. Il Presidente del Consiglio ha chiesto alla UE qualche decimo di maggiore “flessibilità” del deficit per la ricostruzione degli edifici danneggiati dal terremoto di Amatrice e dintorni. Si dovrebbe essere contenti se questa richiesta verrà accolta: un po’ come quando si dovrebbe essere contenti perché la Borsa è in positivo (l’andamento della Borsa occupa ormai uno spazio di poco inferiore a quello occupato dal meteo), come se fosse un segnale positivo per tutti – e così non è. Nel caso della flessibilità, qualche decimo in più significa un debito pubblico ancora maggiore. Continua a leggere

I danni dei terremoti: chi paga? (Patrizia Feletig e Enzo Boschi)

Patrizia Feletig (laureata in economia, esegue analisi accurate della politica energetica, delle ricadute economiche delle moderne tecnologie  e dei grandi temi della moderna società come i disastri naturali e non. Scrive su importanti giornali nazionali e internazionali come free lance); e
Enzo Boschi (geofisico, già professore ordinario all’Università di Bologna, a lungo Presidente dell’INGV. Non ha bisogno di ulteriori presentazioni);

intervengono a proposito dei costi delle catastrofi, che tradizionalmente in Italia si riversano sullo Stato e quindi su tutti noi, in modo quasi automatico. Il recente Decreto per la ricostruzione porta questi temi ancora più in evidenza.

Una percentuale molto consistente del nostro grande debito pubblico è ascrivibile ai disastri naturali, sopratutto terremoti ed alluvioni, che frequentemente colpiscono il nostro fragile territorio (nella tabella sono riassunti i costi dei terremoti).

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Questo ci mette in una situazione di inferiorità economica rispetto ad altri Paesi geologicamente stabili.
Può forse sembrare paradossale ma i terremoti che nell’ultima decina di anni hanno funestato l’Italia sono da considerare moderati. Potrebbero verificarsi situazioni molto più devastanti che potrebbero mettere letteralmente in ginocchio l’economia del Paese.
È assolutamente necessario correre ai ripari: un passaggio assolutamente necessario è il ricorso intelligente alle Assicurazioni in modo da ottenere contemporaneamente il coinvolgimento informato dei cittadini e i contributi dello Stato, evitando gli enormi e assurdi sprechi degli ultimi cinquant’anni.

D’accordo: ma che cosa proponete allora?

Il ragionamento che qui proponiamo è stimolato dalle scene di disperazione e di distruzione che, ancora una volta, abbiamo dovuto vedere il 24 agosto e che tutti si augurano, ancora una volta, di non vedere più. E’ arrivato il decreto sulla ricostruzione delle zone colpite, che contiene l’impegno di risarcire tutti i proprietari di case danneggiati anche quelli di seconde case.
I danni si aggirano sui 4 miliardi di euro ma si tratta di una prima stima da aggiornare dopo la valutazione definitiva che arriverà a metà novembre assieme alla richiesta all’UE di un dossier per l’attivazione del fondo emergenze.
Benvenuto, il decreto, ma non risolutivo della questione: come risarcire i danni? questione che si ripropone puntualmente all’indomani di una calamità naturale.
Qual è il modo meno impegnativo per le casse pubbliche di coprire i sinistri da emergenze ambientali? Non sono bazzecole; secondo lo studio di Cineas le sole alluvioni comportano costi annui pari allo 0,2% del PIL.

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La mappa di pericolosità sismica (parte seconda); usi, abusi, fraintendimenti (di Massimiliano Stucchi)

Nella prima parte abbiamo analizzato la mappa MPS04 dal punto di vista scientifico: che cosa descrive, che cosa non descrive, come è stata compilata, ecc.
Le reazioni di chi ha commentato su Twitter sono interessanti: la maggior parte ha confermato però l’aspetto “iconico” che la mappa riveste oggi. Ci torneremo.
In questa seconda parte parliamo delle sue applicazioni: la materia non è semplice e neppure troppo semplificabile; ci ho provato e mi scuso se non ci sono riuscito del tutto.

6) A chi spetta il compito di aggiornare l’elenco dei comuni inseriti in zona sismica?
Fino al 1999 spettava allo Stato il potere/compito di dichiarare “sismico” un dato Comune, associandolo a una zona sismica, o categoria: prima, seconda, e terza solo dal 1981. La zona sismica determinava il livello di severità delle azioni sismiche da considerare in sede di progetto: tre livelli in tutto, quindi. Segnaliamo comunque una caratteristica tutta italiana, e cioè il fatto che alcuni Comuni, dopo essere stati inseriti in zona sismica a seguito di alcuni terremoti, hanno chiesto e ottenuto di esserne esclusi dopo pochi anni “in quanto non erano più venuti terremoti”. Continua a leggere

Il fatto che non sussiste non è stato commesso (di Giacomo Cavallo)

Con l’assoluzione del Dott. Bertolaso, anche in attesa delle motovazioni, spero che finalmente si possa dire conclusa la vicenda “processuale” della riunione di esperti che ha preceduto il Terremoto dell’Aquila – a meno che i colpevolisti non si ostinino a buttare via tempo e denaro per creare processi che non hanno ragion d’essere, con il compito di giudicare reati inesistenti, dimenticando le sentenze della Corte di Cassazione e soprattutto d’Appello, ma anche parte della sentenza di primo grado. Continua a leggere

Che cos’è la mappa di pericolosità sismica? Prima parte (di Massimiliano Stucchi)

Premessa
Fino al 2009, la mappa di pericolosità (MPS04) se la sono filata in pochi.

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Era stata compilata fra il 2003 e il 2004, in meno di un anno – ovvero in un tempo brevissimo per questo tipo di elaborati – e senza finanziamenti ad hoc da un gruppetto di ricercatori coordinati da INGV, su richiesta della Commissione Grandi Rischi (CGR) per adempiere a quanto previsto dalla Ordinanza Presidenza del Consiglio dei Ministri (PCM) 3274/2003. Tuttavia era stata: Continua a leggere

La prevenzione sismica come problema di risk governance (di Andrea Cerase)

A un mese esatto dal sisma di Amatrice, oltre al drammatico bilancio in termini di vite umane (al momento della pubblicazione il conteggio è fermo a 297 vittime accertate) c’è l’evidenza degli errori, anche involontari, emersi sin dalle prime analisi sui crolli, dell’inadeguatezza delle tipologie costruttive e, insieme, l’indignazione (legittima) per il denaro pubblico speso in interventi di adeguamento in seguito rivelatisi inefficaci e persino controproducenti. Le notizie sulle inchieste giudiziarie hanno avuto un peso rilevante, ma certamente non hanno monopolizzato la discussione com’è invece accaduto per il sisma dell’Aquila e, in misura minore, per quello dell’Emilia. Continua a leggere

Spigolature (AA.VV.)

In questo periodo, come spesso accade dopo un terremoto, vengono resi disponibili su web un certo numero di interventi interessanti che riguardano vari aspetti.
Senza pretesa di esaustività, di seguito proponiamo alcuni link, con brevi introduzioni.

Dov’era, com’era. Quando il terremoto distrugge tutto, anche il senso critico
(di Elena Granata e Fiore de Lettera)

In questo saggio viene coraggiosamente affrontato il problema della richiesta popolare che si genera subito dopo un terremoto di ricostruire subito “dov’era, com’era”. Si afferma tra l’altro:

Dopo ogni evento catastrofico, il Paese – nei suoi politici e nei suoi mezzi di informazione – tende rapidamente a convergere intorno ad una posizione semplice e rassicurante. Non c’è tempo per il pensiero e per il dubbio. Più un fatto è complesso e difficile da risolvere e più sono immediate e semplici le ricette proposte”. Continua a leggere

L’importanza dei controlli e del ruolo dello Stato nella riduzione del rischio sismico (Alessandro Venieri)

E’ vero: sono pienamente d’accordo con l’articolo di Massimiliano Stucchi “le colpe degli altri”, non bisogna sempre piangersi addosso e delegare agli altri, allo Stato in genere, compiti a cui lo Stato stesso non riesce poi ad assolvere. Sicuramente è soprattutto un problema di carattere culturale, quindi di lunga e difficile risoluzione, ma il problema rimane, i terremoti ci saranno e alcuni saranno ancora più forti di quello dell’Aquila, dell’Emilia e di Amatrice, perciò un cambiamento dovremo pur farlo pensando ai nostri figli e alle future generazioni. Continua a leggere

Le colpe degli altri. Considerazioni dopo il terremoto di Amatrice (Massimiliano Stucchi)

Questa volta nessuna “mancata previsione”, come per il caso del terremoto di L’Aquila del 2009. Il terremoto non è stato preceduto da una sequenza di scosse di minore energia, come nel caso del terremoto di L’Aquila del 2009. Non vi è stato quindi, questa volta, il consueto dibattito sulla prevedibilità a breve termine dell’evento. Va ricordato che tale dibattito, nel caso del terremoto del 2009, aveva portato, in conseguenza della riunione degli esperti nel capoluogo abruzzese una settimana prima dell’evento, alla successiva incriminazione e condanna degli esperti stessi in primo grado, condanna poi annullata in sede di Appello e di Cassazione. Questo blog aveva seguito attivamente quella vicenda. Continua a leggere

Terremoti e grandi rischi: si continua (Massimiliano Stucchi)

Stavamo aspettando la fine del processo a Bertolaso per concludere l’attività di questo blog. Poi è sopravvenuto il terremoto “di Amatrice” del 24 agosto: nessuna critica per mancate previsioni o rassicurazioni, questa volta (per ora), ma la consueta alluvione di bufale, presunzioni, valutazioni “fai da te”, disinformazione.
Quindi è venuto spontaneo decidere di mantenere in vita il blog, aggiornandone la “missione”: informare, discutere, commentare gli aspetti sismologici, ingegneristici e legali del terremoto, le ipotesi per la ricostruzione, le possibili strategie per ridurre il rischio sismico.

Il blog mantiene il suo titolo iniziale in quanto sembra comunque pertinente. Invitiamo a proporre interventi (brevi), che potranno essere presentate anche come interviste, sulle tematiche riassunte più sopra. Buona lettura.

Una lettura della sentenza della Cassazione (Giacomo Cavallo)

Come già in occasione delle Motivazioni delle precedenti sentenze, Giacomo Cavallo ha formulato una lettura critica anche della Motivazione della sentenza della Corte di Cassazione, che vi proponiamo nel seguito.

Abbreviazioni:
CdA: Corte di Appello
CdC: Corte di Cassazione
CGR: Commissione Grandi Rischi

In data 24 marzo 2016 sono state depositate le motivazioni della Sentenza di Cassazione del cosiddetto “Processo Grandi Rischi” (1). Se è futile per un non giurista una discussione su una sentenza che non potrà più essere cambiata, non è invece futile leggere le motivazioni che, in un linguaggio anche più specialistico di quello della CdA, in qualche modo parrebbero gettare luce sulla domanda più volte avanzata, soprattutto da coloro che erano rimasti scontenti della sentenza della CdA, cioè perché ci siano volute dieci ore di discussione in CdC per giungere ad un risultato apparentemente scontato e ad una sentenza il cui testo fu detto “ricalcare” quello della sentenza di Appello. Continua a leggere

Che cosa resta del processo “Grandi Rischi”? (Massimiliano Stucchi)

Dopo la sentenza della Cassazione, questa domanda se la pongono in molti, in privato e in pubblico. Molti si chiedono come sia stato possibile che si siano spesi quasi quattro anni di – costose – attività giudiziarie; di ferite profonde agli imputati; di aspettative frustrate da parte dei parenti delle vittime e di quanti sono scesi in campo al loro fianco; di discussioni infinite su aspetti pseudoscientifici; di prese di posizione dettate da infinita sicurezza e presunzione.
Ci vorrà del tempo per meditare, con sufficiente distacco, sulla vicenda “Grandi Rischi”: su come sia stato possibile farla nascere, portarla avanti, crederci davvero. Sicuramente sarà utile leggere anche le Motivazioni della Cassazione. Tuttavia, da oggi è già possibile tentare di mettere insieme qualche considerazione, con una premessa: esprimere le proprie idee sul processo non significa mancare di rispetto alle vittime e ai loro parenti. Gli imputati e tutti quelli che operano nella ricerca scientifica e nella protezione civile hanno sempre rispettato le vittime, di questo terremoto come di tutti gli altri in occasione dei quali si sono trovato a operare. Continua a leggere

Iniziata l’udienza in Corte di Cassazione (M. Stucchi)

english at http://eagris2014.com/

Il Giudice Dovere ha effettuato un lungo ma molto circostanziato riassunto degli argomenti principali della sentenza di primo grado, della sentenza di secondo grado e dei ricorsi presentati alla Cassazione da De Bernardinis, dalla Presidenza del Consiglio per il Dipartimento della Protezione Civile, dalla Procura dell’Aquila e dalle parti civili.
In particolare, i temi principali toccati dalla Procura dell’Aquila hanno riguardato il fatto che la riunione del 31 marzo 2009 debba essere considerata una riunione della CGR, il fatto che gli imputati abbiano effettuato un esame generico della situazione eludendo le aspettative della popolazione e che abbiano fatto circolare senza smentirla la tesi dello scarico di energia. Continua a leggere

Ancora sul rischio sismico – parte seconda (Massimiliano Stucchi)

Questo post fa seguito alla parte prima, con lo stesso titolo, che inizia così:

“La condanna in primo grado dei sette imputati al processo dell’Aquila ha determinato, nell’opinione pubblica come in molti intellettuali, alcune convinzioni che l’assoluzione di sei di essi in secondo grado non ha contribuito, almeno per il momento, a modificare, e che hanno implicazioni importanti per il futuro della riduzione del rischio sismico.
Si tratta in particolare delle tesi che:

  1. gli imputati fossero stati condannati per non aver valutato “correttamente” il rischio sismico;
  2. gli eventi di cui al processo dell’Aquila siano stati determinati da una errata comunicazione del rischio.”

 Le conclusioni della prima parte erano che:

  1. il rischio sismico in una larga porzione di Italia è – oggi – alto;
  2. non aumenta in modo significativo a causa di sequenze sismiche non distruttive, quale era quella dell’aquilano al 31 marzo 2009;
  3. l’emergenza sismica non è iniziata con la sequenza del 2009. Era già iniziata (da sempre), ed è permanente, anche se la maggior parte degli italiani non se ne vuole convincere;
  4. quest’ultimo è il vero problema, e dovrebbe essere il cuore della comunicazione del rischio.

In questa seconda parte si discute la tesi b).

—————————–

E veniamo alla comunicazione del rischio.
Una premessa. Il rischio sismico nell’aquilano era indiscutibilmente elevato ben prima dell’inizio della sequenza sismica, a causa dell’alta pericolosità sismica e dell’alta vulnerabilità; tuttavia pochi ne parlavano, non vi si dedicavano volumi, articoli, blog, interviste. Zero comunicazione del rischio a fronte di alto rischio? Nessuno andava in cattedra perché ne aveva parlato. Giaceva nei cassetti – poco diffuso – qualche report di convegni promossi dalle Amministrazioni locali a scopo essenzialmente catartico, come spesso avviene. Solo qualcuno portava avanti con fatica interventi di educazione nelle scuole. Continua a leggere

Ancora sul rischio sismico – parte prima (Massimiliano Stucchi)

La condanna in primo grado dei sette imputati al processo dell’Aquila ha determinato, nell’opinione pubblica come in molti intellettuali, alcune convinzioni che l’assoluzione di sei di essi in secondo grado non ha contribuito, almeno per il momento, a modificare, e che hanno implicazioni importanti per il futuro della riduzione del rischio sismico.
Si tratta in particolare delle tesi secondo cui:

  1. gli imputati sono stati condannati per non aver valutato “correttamente” il rischio sismico;
  2. gli eventi di cui al processo dell’Aquila sono stati determinati da una errata comunicazione del rischio.

Questi due aspetti sono strettamente interconnessi, anche perché hanno a che vedere entrambi con il concetto di rischio; questo concetto, come è noto, assume connotati variegati e spesso determinati dall’immaginario di chi ne tratta. A riprova del desiderio di fissarne i contorni in modo sempre più personale si può osservare l’apparizione, in volumi recenti e meno recenti, del concetto di “nuova rischiosità del rischio” (nella società dell’irresponsabilità), così come il titolo “oltre il rischio sismico”. Continua a leggere

Commento a ciò che è noto del ricorso in Cassazione del PG R. Como (Giacomo Cavallo)

Sigle:
MST: Motivazione della Sentenza del Tribunale (di Primo Grado);
MSC: Motivazione della Sentenza della Corte di Appello.

Il ricorso del PG Romolo Como non è pubblico in toto, e quindi se ne può commentare solo quel che se ne sa dai media. Esso consta di venti pagine, quindi piuttosto scarno, e quello che se ne può sapere sembra essere contenuto in due testi:

1) il tema generale, che fu subito riportato su vari giornali appena dopo la presentazione del ricorso;
2) un riassunto, con squarci del testo, presentato dal giornale “Il Messaggero – Edizione Abruzzo” del 17 marzo 2015.

Anzitutto, occorre premettere che non è chiaro dalla stampa contro cosa ricorra il PG, cioè se contro l’intera sentenza di Corte d’Appello, o soltanto contro la parte che assolve i sei imputati (quindi escludendo la porzione di sentenza che riguarda De Bernardinis), inclusa la revocazione delle pene accessorie, come richiesto al PG stesso in sede processuale Continua a leggere

Verso la Cassazione (Massimiliano Stucchi)

L’udienza del processo “Grandi Rischi” è stata fissata per il 19 novembre p.v.

Agli occhi dei più, il ricorso del Procuratore Generale di L’Aquila, Romolo Como, presentato il 13 marzo 2015, si presenta abbastanza debole, riproponendo in larga parte concetti e argomenti già sconfitti dalla sentenza di appello (Il ricorso verrà analizzato in un prossimo post). Il succo della richiesta del PG è di annullare la parte di sentenza di appello che assolve gli imputati Barberi, Boschi, Selvaggi, Calvi, Eva e Dolce, che nella vicenda avrebbero avuto – secondo lui – lo stesso ruolo di De Bernardinis (e quindi meriterebbero la stessa condanna, sembrerebbe lecito ipotizzare). Il fatto è che per annullare quella parte di sentenza occorrerebbe dimostrare inconsistente tutta la analisi che la sostiene, cosa che al PG – nelle 20 pagine di ricorso – non riesce proprio. Un avvocato di parte civile sostiene che sia comunque già positivo il fatto che il ricorso sia stato ammesso. Continua a leggere

Qualche considerazione sulla sentenza di Appello (Giacomo Cavallo)

Giacomo Cavallo

Giacomo Cavallo, ricercatore astrofisico, si è appassionato alla vicenda del processo “Grandi Rischi” e ha eseguito nel 2014 una analisi molto rigorosa e approfondita della sentenza di primo grado, pubblicata sia su questo blog https://tegris2013.files.wordpress.com/2014/03/saggio_cavallo.pdf che su quello dell’INGV http://ingvterremoti.wordpress.com/2014/03/20/unanalisi-della-sentenza-del-processo-a-laquila-di-giacomo-cavallo/
Gli abbiamo chiesto un commento alla sentenza d’appello.

MSC:Motivazioni Sentenza Corte
MST: Motivazioni Sentenza Tribunale

 a) Un po’ di storia
La mia analisi risale a circa un anno e mezzo fa ed eventualmente comparve su Internet nel marzo del 2014. Da allora, visto che il mio lavoro, per quanto dilettantesco, era stato abbastanza ben ricevuto e che nessuno – che io sappia – ne aveva mai confutato un solo punto, pur non riparmiandomi qualche calunnia e qualche insulto, io ho continuato a studiare il caso, trovando vari – non molti – possibili nuovi argomenti. Ora è comparsa una sentenza di Appello con cui mi sento in piena sintonia. Ovviamente l’analisi della Corte è professionale, più completa ed infinitamente più autorevole, ed io non presumo tanto da paragonare il mio modesto lavoro con essa. Tuttavia mi resta la soddisfazione di notare che l’obiettivo, cioè la confutazione parola per parola della sentenza di primo grado, è necessariamente lo stesso che mi ero proposto anch’io, l’architettura della confutazione che ne deriva è quindi assai simile, si parva licet componere magnis, e le conclusioni sono quasi inevitabilmente le stesse, perché dopo tutto c’è una sola verità. Continua a leggere

Depositate le motivazioni della Sentenza d’Appello

Le motivazioni della Sentenza di Appello sono disponibili, in quattro parti, su https://processoaquila.wordpress.com/

Sono state depositate a L’Aquila le motivazioni della Sentenza d’Appello. Dell’intero documento ne è stato rilasciato solo un frammento di una dozzina di pagine (p. 165 – 176), che contiene comunque gli argomenti principali.
Si legge nel frammento che “la Corte ritiene che la pur imponente istruttoria dibattimentale non abbia consentito di raggiungere un sicuro convincimento in ordine alla stessa sussistenza (sic!) del fatto contestato ai sei accusato prosciolti dall’accusa“. Il documento procede poi sostenendo che la riunione del 31 Marzo 2009 non “risponda a nessuno dei criteri legali che valgono a identificarla come riunione della Commissione Nazionale Grandi Rischi”, che va pertanto ricondotta al paradigma delle ricognizioni, verifiche e indagini che il Capo del DPC può disporre . Dimostra poi come l’oggetto della riunione non possa essere desunto che dalla lettera di convocazione (“attenta disamina degli aspetti…relativi alla sequenza in atto”), in contraddizione con quanto sostenuto nella imputazione. Continua a leggere

Mancava solo Vauro….(Massimiliano Stucchi)

Alla protesta per la assoluzione, in secondo grado, di sei dei sette condannati in primo grado al “processo Grandi Rischi”, sono seguiti spunti e avvii di riflessione; e anche ragionamenti un po’ meno decisi, rispetto alla sentenza di primo grado, da parte di intellettuali e critici. La riflessione non è stata certo aiutata dalla contemporaneità di altri casi giudiziari (Cucchi, eternit e altri) assai diversi, rispetto ai quali molti non hanno saputo resistere alla tentazione di fare di tutta l’erba un fascio, contro la “malagiustizia”; e anche dalla contemporaneità di altri disastri, più o meno prevedibili.
Si ha anche la sensazione che vi sia una sorta di “magnetizzazione” nascosta, che cerca di orientare le opinioni secondo schieramenti politici, peraltro non propriamente attuali. I colpevolisti più accesi sembrano richiamarsi al PD, forse in contrapposizione – tanto ovvia quanto inutile – all’ex potente Bertolaso, che Berlusconi voleva nominare ministro, e ai suoi scienziati che qualcuno voleva “asserviti”. Continua a leggere

Finale, con lezioni e rapsodia (Massimiliano Stucchi)

Finale. Dunque il processo di Appello si è concluso, con la sentenza che conosciamo. Prima di tutto questa sentenza restituisce agli imputati la dignità di persone che hanno svolto il proprio compito, dopo aver dedicato decine di anni a valutare il rischio e a cercare di convincere stato, regioni, comuni e cittadini della possibilità e dell’importanza di farlo. Per il resto aspettiamo con interesse la motivazione e, come abbiamo sempre detto, rispettiamo il dolore per le vittime; questo rispetto ci ha sempre stimolato a chiederci, ben prima dell’Aquila, se avevamo fatto abbastanza per ridurre il rischio sismico. Rispettiamo anche le opinioni antagoniste: le sentenze di discutono, l’abbiamo sempre sostenuto e lo sosteniamo anche adesso. Invitiamo solo i colpevolisti a fare lo sforzo di collocare al loro posto i tasselli, che in generale vengono proposti e vivisezionati con logica da “moviola”; il loro posto nel tempo, cioè prima che l’accadimento del terremoto abbia favorito tutte le semplificazioni che sono state proposte. Continua a leggere

La sentenza d’appello (M. Stucchi)

La corte d’appello ha assolto Boschi, Barberi, Calvi, Eva, Selvaggi, Dolce perchè il fatto non sussiste (!). Cade così il castello del giudizio di primo grado che si basava, tra le altre cose, sulla cooperazione colposa degli imputati.
La corte ha poi condannato De Bernardinis a due anni, in relazione alla morte di circa la metà delle vittime rispetto alla sentenza di primo grado. La pena è stata sospesa.

http://video.gelocal.it/ilcentro/locale/grandi-rischi-la-lettura-della-sentenza-d-appello-assolti-sei-dei-sette-imputati/35993/36278?ref=HREC1-4

I legali di parte civile ricorreranno probabilmente in Cassazione. La sentenza è stata accolta dalle proteste di una parte del pubblico; in alcune interviste si sono fatti paragoni azzardati con altre sentenze di questi giorni.

Un grazie a tutti quelli che hanno collaborato fin qui a questo blog e che lo hanno visitato, e un grande abbraccio agli imputati.

L’ultima udienza (M. Stucchi)

La presidente fa l’appello rituale.

G. Selvaggi legge un testo. Ricorda l’inizio della sua carriera, e di aver studiato tutte le sequenze italiane degli ultimi 30 anni. Questo ha contribuito a conoscere meglio le sequenze e la genesi dei terremoti. La mappa di pericolosità è la sintesi di tutte le conoscenze, utile alla prevenzione. E’ norma dello Stato dal 2006, pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale. Ne descrive le caratteristiche semplici ed efficaci: il 31 marzo abbiamo detto che L’Aquila era viola, questo rifarei. Ricorda le vittime.

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Verso la sentenza d’appello (M. Stucchi)

Dopo la replica del Procuratore Generale, che ha dichiarato di averla fatta anche per consentire alle parti civili di replicare anch’esse, e dopo quelle delle difese, manca ormai solo la replica di Coppi, difensore di Selvaggi, il 10 novembre mattina. Poi la Camera di Consiglio, “complessa” come l’ha definita la Presidente della Corte, e la Sentenza.
Nelle ultime settimane vi è stato un discreto fermento attorno al Processo di Appello.

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La quinta udienza dell’Appello (M. Stucchi)

Si apre l’udienza con il consueto appello di imputati e avvocati. L’avv. Stefàno legge una lettera dell’avv. Biondi, che non può essere presente.
Parla ora l’avv. Musco, difensore di Calvi. La sentenza di primo grado ha fatto il giro del mondo, ed è molto rilevante anche per l’Italia. Tutti quelli che hanno analizzato criticamente la sentenza hanno espresso posizioni fortemente critiche sulla concatenazione logica degli argomenti della sentenza. Elenca alcuni esempi interni all’ambiente del diritto, fra cui Galluzzo, Valbonesi, Pagliaro. Cita la definizione “legale” del danno, analizzata da Pagliaro. Il coro dei giuristi che criticano è quasi unanime. Cita anche M. Tozzi (da La Stampa). Continua a leggere

“Mi sarei inventato tutto”. Ehm, mi sa di sì….(M. Stucchi + 8 commenti)

Nelle ultime settimane la grancassa dei colpevolisti ha ripreso a tuonare, forse per cercare di ricordare ai giudici del processo di appello l’infelice frase dell’allora Procuratore Rossini “Speriamo di arrivare ad un risultato conforme a quello che la gente si aspetta”. Non poteva certo mancare il (neo) prof. A. Ciccozzi,

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/27/sentenza-grandi-rischi-sacralita-della-scienza-o-impunita-istituzionale/1174531/

che già aveva risposto in modo quanto meno aggressivo a G. Cavallo su Lettera 43, perchè gli aveva ricordato alcuni momenti del processo evidentemente non graditi. E infatti eccolo che risponde alle obiezioni dei difensori con il consueto stile, associandosi d’ufficio Pubblici Ministeri e addirittura “i miei concittadini”. Continua a leggere

La quarta udienza dell’Appello (M. Stucchi)

Dopo la ricognizione dei presenti, parla l’avv. Petrelli, difensore di Barberi. Parte dalla teoria delle rappresentazioni sociali, definita frutto malato del processo. Cita la deposizione di Ciccozzi. La teoria è paradigmatica del processo; nel processo, a partire dal capo di imputazione,  i fatti sono stati sostituiti dalle loro rappresentazioni. Primo esempio l’ “allargamento” della Commissione Grandi Rischi”: confusione fra due organi distinti, gli esperti e il DPC De Bernardinis come esperto avrebbe fornite informazioni carenti a se stesso, come DPC. Gli esperti non “si riunirono” ma vennero convocati, esiste un documento di convocazione. Le finalità di comunicazione sono di pertinenza dell’Organo cui gli esperti forniscono consulenza.

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La seconda e la terza udienza dell’Appello (M. Stucchi)

Venerdì 17 ottobre si è tenuta la seconda udienza dell’Appello, che ha visto le arringhe degli avvocati di parte civile. Per un riassunto si può vedere

http://ilcentro.gelocal.it/laquila/cronaca/2014/10/17/news/grandi-rischi-al-via-la-seconda-udienza-d-appello-1.10133774

Si deve notare l’affermazione “Dovevano dirci quello che sarebbe successo e non lo hanno detto. Non dovevano prevedere il terremoto, ma valutare il rischio” dell’avvocato A. Valentini. Questa frase è ben più diretta di quelle scritte  dal Giudice Billi che, nella Motivazione della Sentenza, ripete come un mantra:

“Il parametro di riferimento dell’analisi che doveva essere compiuta il 31.3.09 non era individuabile in un determinato evento futuro, non consisteva in un evento naturalistico da prevedere deterministicamente, ma era rappresentato dalla valutazione del rischio”

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Rassicurazione? al contrario…..(Massimiliano Stucchi)

Il 4 giugno 2010, all’indomani della chiusura delle indagini preliminari, il Sindaco Cialente rilasciò a La Stampa l’intervista allegata,  oggi forse “vintage” ma molto eloquente e purtroppo dimenticata

Fai clic per accedere a 04062010_cialente_lastampa.pdf

nella quale espresse chiaramente il messaggio principale che riportò dalla riunione degli esperti della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009: Boschi disse  “sapete che siete un area a rischio, prima o poi un forte sisma arriverà” (la Motivazione della Sentenza non ne fa cenno. PG, Giudice e la maggior parte dei commentatori usano solo le evidenze a supporto della tesi della “rassicurazione”).
Altro che “rassicurazione” da parte degli scienziati, dunque: quella, caso mai, venne da altre fonti.

 

La prima udienza dell’Appello (M. Stucchi)

An English summary is available at http://eagris2014.com/

Venerdì 10 ottobre 2014 si è svolta la prima udienza del processo di appello, a L’Aquila. I giudici sono tre: la presidente è Fabrizia Ida Francabandera.
Dopo la conta dei presenti (fra gli imputati risultano assenti Calvi ed Eva) la presidente ha annunciato l’intenzione di procedere celermente, convocando udienze settimanali di venerdì e sabato, anche a causa di problemi di disponibilità dell’aula, per concludere “con una lunga camera di consiglio”, il 31 ottobre.

In avvio un avvocato di parte civile ha proposto di acquisire agli atti il video della trasmissione “Presa Diretta” del 21 gennaio 2013 che ha ritrasmesso, tra altre cose, anche un brevissimo spezzone – sottotitolato – della conferenza stampa resa dopo la riunione del 31 marzo 2009. Ricordo che agli atti del processo di primo grado c’era solo il video, senza audio. I difensori tutti hanno eccepito, evidenziando l’improprietà di considerare solo uno spezzone di audio e la provenienza incerta. La corte si è riunita per una rapida decisione, che ha portato alla acquisizione agli atti del DVD in questione. Continua a leggere

In questi due anni…. (Massimiliano Stucchi)

Dunque, a breve comincerà il processo d’appello.
La Sentenza del 22 ottobre 2012 aveva lasciato incredula una parte dell’opinione pubblica, ed aveva trovato diversi consensi in un’altra parte, che ha compreso anche autorevoli commentatori. Ad esempio il 28 ottobre, sul Corriere, D. Maraini si lanciò in una violenta intemerata a favore della sentenza, che le valse una precisa replica da parte di G.D. Caiazza, presidente del Comitato Radicale per la Giustizia “Piero Calamandrei” (Radicali Italiani) su Radio Radicale (2 novembre 2012): “Cara Maraini, leggi almeno l’imputazione”.
Vale infatti la pena di sottolineare che la maggior parte dei commentatori della prima ora, di entrambi i fronti, aveva una conoscenza minima della sostanza dell’accusa e dei temi dibattuti al processo (certo, uno non può certo seguire tutto, deve affidarsi ai media; e quindi…). Il confronto fra colpevolisti e innocentisti si reggeva ancora su parole d’ordine imprecise, quali “processo alla scienza”, “mancato allarme”, “non aver previsto il terremoto”, “aver rassicurato”, ecc. Continua a leggere

Era facile prevederlo…..(Massimiliano Stucchi)

Era facile prevedere che qualche giornalista disinvolto si sarebbe impadronito della notizia (che poi notizia non è) del presunto avvio della sperimentazione del metodo denominato OEF (Operational Earthquake Forecast, ovvero previsione operativa dei terremoti) per collegarla al processo Grandi Rischi. E’ successo con un articolo di G. Sturloni Continua a leggere

Il “nesso causale” nel cosiddetto processo alla Commissione Grandi Rischi (Alessandra Stefàno)

Alessandra Stefàno è avvocato penalista e fa parte del collegio di difesa degli imputati al Processo “Grandi Rischi”. Ha scritto un articolo dal titolo “Il cosiddetto processo alla Commissione Grandi Rischi” – Il nesso causale”

https://tegris2013.files.wordpress.com/2014/06/a-stefacc80no-venezia.pdf

che riprende un suo intervento a un Convegno organizzato dall’Ordine degli Avvocati di Venezia sul nesso causale, svoltosi il 20 settembre 2013.
L’articolo,
pubblicato dalla rivista “Dialoghi del diritto, dell’avvocatura, della giurisdizione” (http://www.dialoghi.eu/home.html), è ricco di spunti per una rilettura del processo e della sentenza, che vanno al di là degli schemi abituali.
Abbiamo quindi ritenuto utile proporlo alla attenzione dei lettori; per facilitarne la fruizione abbiamo rivolto qualche domanda all’autrice. Continua a leggere

Quando comincia l’emergenza sismica? (Massimiliano Stucchi)

Uno dei tanti messaggi devianti che l’esito e la sentenza del processo “Grandi Rischi“ ha diffuso a piene mani è che la riunione incriminata della Commissione, tenutasi il 31 marzo 2009, fosse stata convocata in una fase di “emergenza sismica”, legata in qualche modo al perdurare dello sciame da alcune settimane.
Naturalmente questa immagine si è formata concretamente solo dopo il terremoto del 6 aprile, quando per molti – con il senno di poi – è stato facile fare due più due: Continua a leggere

“Science” e l’insostenibile pesantezza dell’attendere (Enzo Boschi)

Nel settembre 2013 la prestigiosa rivista “Science” ha pubblicato una lettera di Enzo Boschi dal titolo “L’Aquila’s Aftershocks Shake Scientists”, che ha destato molto interesse e anche un po’ fastidio (su questo aspetto si veda una nota alla fine del post). Data l’attualità degli argomenti abbiamo rivolto qualche domanda all’autore:

Nel settembre scorso “Science” ha pubblicato una tua lettera, nella quale presenti le tue opinioni sulla vicenda e sul processo. Alla pubblicazione ha fatto seguito un ampio dibattito sul blog Le Scienze di Marco Cattaneo, che di quella lettera ha pubblicato la traduzione italiana

http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/07/25/le-riflessioni-di-boschi-sul-processo-dellaquila/

Che opinione hai avuto di quel dibattito? Continua a leggere

Il “rassicurazionismo” e la responsabilità dello scienziato: profili giuridico/cognitivi nel processo “Grandi Rischi” (Cataldo Intrieri)

 Cataldo Intrieri è un avvocato penalista in Roma, autore di diversi articoli e di una monografia (L’Euristica Scientifica. Buona e cattiva scienza nel processo penale, Aracne 2012) sul tema del rapporto tra scienza e diritto penale.
Il volume che pubblica gli atti del Convegno 2013 dell’ISICS di Siracusa, dedicato a “indagare il ruolo, il metodo e i punti critici dell’“operazione decisoria”, contiene anche un suo intervento dal titolo “Logica dei numeri e principio di precauzione nell’operazione decisoria. Nuovi paradigmi dopo la sentenza SSUU FRANZESE”, che dedica la parte centrale all’analisi della sentenza “Grandi Rischi”.

 https://www.academia.edu/3891454/La_sentenza_sul_Terremoto_dellAquila_ed_il_principio_di_precauzione_nel_diritto_penale_Convegno_ISISC_2013

L’intervento, scritto per un ambito specialistico, ha incuriosito anche l’ambiente scientifico. Per poter fruire meglio dei contenuti abbiamo chiesto all’autore di illustrarci alcuni punti. Continua a leggere

Diversi modi di “ritagliare” un Verbale… (Giacomo Cavallo)

Circa cinque anni fa, il 31 marzo 2009, si tenne a L’Aquila l’infelice riunione della (molto allargata e non legalmente valida) Commissione Grandi Rischi, la cui vicenda venne utilizzata, a seguito del terremoto del 6 aprile e in modo disinvolto, dal PM Picuti per portare sul banco degli imputati sette dei partecipanti e dal Giudice Billi per emettere a loro carico una condanna ancora più pesante della richiesta stessa del PM.
Giacomo Cavallo
ha scritto di recente un saggio, disponibile su questo sito e su quello dello INGV

https://tegris2013.files.wordpress.com/2014/03/saggio_cavallo.pdf

http://ingvterremoti.wordpress.com/2014/03/20/unanalisi-della-sentenza-del-processo-a-laquila-di-giacomo-cavallo/

dedicato a una lettura fortemente critica della motivazione della sentenza. Questo saggio è stato commentato da A. Massarenti (Sole 24ore)

Fai clic per accedere a 2014033001723504362.PDF

e ha trovato udienza anche in campo non scientifico.
Nel corso della sua analisi, punto VII, quinto capoverso, a riguardo delle sette frasi scelte dal Giudice dal verbale della riunione del 31 marzo 2009 per incriminare gli imputati, Cavallo scrive:
Continua a leggere

Una lettura critica della sentenza del processo “Grandi Rischi” (Giacomo Cavallo)

Giacomo Cavallo è un ricercatore astrofisico, oggi in pensione, che si è interessato alla vicenda “Grandi Rischi” e ha dedicato molto tempo all’analisi del testo della sentenza. Ha poi deciso di scrivere un saggio sulla sentenza stessa, che evidenzia le incongruenze ivi contenute. L’analisi viene presenta qui

http://processoaquila.files.wordpress.com/2014/03/saggio_cavallo.pdf
https://tegris2013.files.wordpress.com/2014/03/saggio_cavallo.pdf

su due colonne (a sinistra la sentenza, a destra i commenti), per facilitarne la lettura.
“Tegris2013” gli ha posto alcune domande:

 1. Tu sei stato un ricercatore astrofisico. Che cosa ti ha spinto a interessarti di questo caso e a dedicare molto tempo all’approfondimento della sentenza?

Non appena fu promulgata la sentenza dell’Aquila, nell’ottobre 2012, essa mi parve subito eccessivamente severa, e attesi con interesse la pubblicazione della Motivazione (18 gennaio 2013). La mole del documento, anche per la mia inesperienza al riguardo, mi stupì. Continua a leggere

Il segnale, il rumore e l’approssimazione (arte e scienza della sciatteria) (Massimiliano Stucchi)

Domenica 19 gennaio 2014 A. Massarenti ha segnalato su Sole 24ore il corposo libro (664 pagine) di Nate Silver “Il segnale e il rumore; arte e scienza della previsione” (originale inglese del 2012), che comprende un capitolo sulla previsione dei terremoti – prendendo spunto dal terremoto aquilano del 2009 – e anche un paragrafo sul processo Grandi Rischi.

Secondo Massarenti Nate Silver, “statistico e scrittore”, 36 anni, è famoso per “aver azzeccato, grazie a un algoritmo da lui inventato, serie impressionanti di previsioni riguardo al baseball, il poker e la politica, annunciando con grande anticipo la rielezione di Obama, dopo che nel 2008 aveva previsto correttamente l’esito dell’elezione presidenziale in 49 stati su 50…”. Secondo Time, è uno dei cento uomini più influenti del mondo.
L’ho comprato subito. Continua a leggere

Qui futura cognoscere profitetur, mentitur………. (Bruno Zolesi)

Il 18 gennaio 2013 – casualmente lo stesso giorno del rilascio del testo della sentenza “Grandi Rischi” – si tenne a Milano un workshop dal titolo “Tracce di sismologia fra passato e futuro”, che ospitò, tra le altre cose, una tavola rotonda dal titolo “Ricercatori e responsabilità civili e penali”. Riportiamo qui oggi un riassunto dell’intervento di Bruno Zolesi, dirigente di ricerca dell’INGV, che analizza la problematica della tavola rotonda in relazione alla meteorologia.

Anche gli antichi Romani sapevano, con pratica semplicità, che chi ritiene di avere vantaggi dicendo di conoscere il futuro mente anche se dice la verità.
Diversamente che in sismologia nella meteorologia, e più recentemente nella meteorologia spaziale meglio nota con il termine anglosassone di space weather, la previsione dei fenomeni geofisici, ben distinta tra prediction, forecasting e nowcasting, è un ovvio risultato degli studi di queste discipline. Continua a leggere

10 domande a una sentenza (Massimiliano Stucchi)

scritto con la collaborazione di alcuni lettori

Circa un anno fa, il 18 gennaio 2013, veniva rilasciato il testo della sentenza del processo “Grandi Rischi”, pronunciata a L’Aquila il 22 ottobre 2012.
Il testo era atteso con molta curiosità, per conoscere le motivazioni di una condanna che, tra le altre cose, aveva visto aumentare la pena rispetto alle richieste del PM e – non ultimo – determinare una somma molto elevata di risarcimento ai parenti delle vittime.
La lettura del testo si rivelò impegnativa, sia per la consistenza (946 pagine), sia per l’organizzazione del medesimo. Lungi da fugare i dubbi e le perplessità della parte che non riteneva giusta la condanna, la lettura non fece che aumentarli. Continua a leggere

Enzo Boschi a “Repubblica” su Marco Paolini

Subito dopo l’uscita su “Repubblica” dell’articolo di Marco Paolini che proponeva un parallelo fra il processo “Vajont” e quello all “Grandi Rischi” (entrambi tenutisi a L’Aquila), Enzo Boschi scrisse una sua replica al giornale che, ovviamente, non la pubblicò……

 

https://t.co/5wvvDTi1uD

Terremoto dell’Aquila e responsabilità penale. Nesso causale ed addebito di colpa nella sentenza ‘Grandi Rischi’ (A. Galluccio)

Una interessante saggio di A. Galluccio, pubblicato su “Diritto Penale Contemporaneo”, analizza in termini molto critici  alcuni aspetti cruciali del rinvio a giudizio e dalla sentenza ‘Grandi Rischi’:

http://www.penalecontemporaneo.it/area/1-/-/32-/2659-terremoto_dell_aquila_e_responsabilit___penale__nesso_causale_ed_addebito_di_colpa_nella_sentenza__grandi_rischi/

Il sommario: Continua a leggere

23 novembre 1980: quando la “Grandi Rischi” non c’era ancora (Massimiliano Stucchi)

 

Il 23 novembre 1980 l’Italia Meridionale viene colpita dal terremoto più disastroso e mortifero dal 1915, terremoto di Avezzano. Le dimensioni del disastro vengono comprese solo nei giorni seguenti. I soccorsi si muovono con molto ritardo. Il presidente Pertini visita quasi subito le zone colpite e pronuncia un memorabile discorso alla TV: Continua a leggere

Un commento alla sentenza da parte di due esperti di diritto (Marina Zalin e Luciano Butti)

Marina Zalin (B&P Avvocati, Dottore di ricerca in diritto penale italiano e comparato, Università di Torino) e Luciano Butti (B&P Avvocati, Professore a contratto di diritto internazionale dell’ambiente, Università di Padova) hanno pubblicato, subito dopo la pubblicazione delle motivazioni, un primo commento alla sentenza.

E’ possibile leggerlo su “Diritto 24” (supplemento al Sole24Ore) e su “Avvocato.it“.

L’Aquila, molto più di un’esperienza di vita, una vera sconfitta per la razionalità e la giustizia (Claudio Moroni)

Claudio Moroni

Dei sette condannati non avevo mai avuto il piacere di conoscerne solo tre, se non come figure quasi “mitologiche” sulla scorta dei loro articoli e convegni, degli altri conoscevo nei dettagli l’elevatissima competenza e le qualità umane. Il PM, senza dubbio per deriderli, ha detto che erano i migliori sette uomini di cui disponeva la nostra povera Italia. Continua a leggere

Franco Barberi e la lezione del terremoto del 1980 (Carlo Meletti)

Recuperare la memoria è un esercizio molto utile, in generale nella vita di tutti i giorni, ma in particolare nel settore della prevenzione dai terremoti, non fosse altro perché sappiamo che dove sono avvenuti già in passato i terremoti potranno verificarsi ancora.Facendo una ricerca con un motore di ricerca su alcune parole chiave relative alla difesa dai terremoti, mi è stato proposto il link ad un documento che conoscevo molto bene, ma che era rimasto in un angolo sperduto della memoria e ho così approfittato della combinazione per rileggerlo. Continua a leggere

Il rischio, l’educazione, la solitudine: lettera a M. Paolini (Ingrid Hunstad)

Caro Marco Paolini,
ci sono alcuni personaggi, nel panorama italiano, che nel triste degrado culturale in cui si trova l’Italia da molti anni, hanno tenuto alto il morale per la loro lucidità, il loro coraggio nell’affrontare temi difficili, la loro fantasia e bravura. Lei era fra questi.  Oggi mi è difficile conservare questo pensiero.  Quando ho letto le sue pesanti accuse contro di noi, ho fatto fatica a credere che si trattasse dello stesso Marco Paolini a cui avevo scritto il 25  gennaio 2011.  Se è vero che ha studiato a fondo le vicende e i fatti legati alla tragedia del Vajont, è altrettanto vero che lo stesso approfondimento non lo ha dedicato alle vicende legate alla tragedia del terremoto di L’Aquila. Continua a leggere

La consapevolezza del rischio, la nostra responsabilità e la colpa degli scienziati (Renato Fuchs)

Non amo le premesse, ma qui è necessario farne alcune:
♦ Non sono un sismologo né un ingegnere sismico;
♦ Mi sono occupato, dopo il terremoto di L’Aquila, sia del supporto logistico ed informatico ai tecnici impegnati nella realizzazione del Progetto CASE sia della fase di definitivo abbinamento tra le famiglie aventi diritto e gli appartamenti realizzati nell’ambito del Progetto stesso;
♦ Mi occupo ora di marketing e comunicazione in un centro di ricerca in ingegneria sismica.

Ho letto, con attenzione e con alterni sentimenti, l’articolo di Marco Paolini sulla “sentenza Grandi Rischi”. Continua a leggere