I danni dei terremoti: chi paga? (di P. Feletig e E. Boschi) + 2 commenti

Patrizia Feletig (laureata in economia, esegue analisi accurate della politica energetica, delle ricadute economiche delle moderne tecnologie  e dei grandi temi della moderna società come i disastri naturali e non. Scrive su importanti giornali nazionali e internazionali come free lance); e
Enzo Boschi (geofisico, già professore ordinario all’Università di Bologna, a lungo Presidente dell’INGV. Non ha bisogno di ulteriori presentazioni);

intervengono a proposito dei costi delle catastrofi, che tradizionalmente in Italia si riversano sullo Stato e quindi su tutti noi, in modo quasi automatico. Il recente Decreto per la ricostruzione porta questi temi ancora più in evidenza.

Una percentuale molto consistente del nostro grande debito pubblico è ascrivibile ai disastri naturali, sopratutto terremoti ed alluvioni, che frequentemente colpiscono il nostro fragile territorio (nella tabella sono riassunti i costi dei terremoti).

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Questo ci mette in una situazione di inferiorità economica rispetto ad altri Paesi geologicamente stabili.
Può forse sembrare paradossale ma i terremoti che nell’ultima decina di anni hanno funestato l’Italia sono da considerare moderati. Potrebbero verificarsi situazioni molto più devastanti che potrebbero mettere letteralmente in ginocchio l’economia del Paese.
È assolutamente necessario correre ai ripari: un passaggio assolutamente necessario è il ricorso intelligente alle Assicurazioni in modo da ottenere contemporaneamente il coinvolgimento informato dei cittadini e i contributi dello Stato, evitando gli enormi e assurdi sprechi degli ultimi cinquant’anni.

D’accordo: ma che cosa proponete allora?

Il ragionamento che qui proponiamo è stimolato dalle scene di disperazione e di distruzione che, ancora una volta, abbiamo dovuto vedere il 24 agosto e che tutti si augurano, ancora una volta, di non vedere più. E’ arrivato il decreto sulla ricostruzione delle zone colpite, che contiene l’impegno di risarcire tutti i proprietari di case danneggiati anche quelli di seconde case.
I danni si aggirano sui 4 miliardi di euro ma si tratta di una prima stima da aggiornare dopo la valutazione definitiva che arriverà a metà novembre assieme alla richiesta all’UE di un dossier per l’attivazione del fondo emergenze.
Benvenuto, il decreto, ma non risolutivo della questione: come risarcire i danni? questione che si ripropone puntualmente all’indomani di una calamità naturale.
Qual è il modo meno impegnativo per le casse pubbliche di coprire i sinistri da emergenze ambientali? Non sono bazzecole; secondo lo studio di Cineas le sole alluvioni comportano costi annui pari allo 0,2% del PIL.

Come si potrebbe fare?

Si dibatte da oltre 20 anni (il primo disegno di legge risale al 1993) l’idea che l’approccio emotivo fondato sulla generosità di molti deve essere superato da un regime di solidarietà di tutti costruito organicamente sul concetto di mutualità dei rischi. Come? Tassando i contribuenti? La “tassa sulle disgrazie”, come  fu soprannominata nel 2012 la proposta di aumentare le accise regionali sulla benzina destinate a un apposito fondo della protezione civile per le calamità naturali, venne bocciata per incostituzionalità.
Un’alternativa è la copertura assicurativa obbligatoria contro eventi calamitosi per tutti gli immobili privati e pubblici. Due gli ostacoli: in primo luogo le resistenze dei consumatori, che associano il premio all’ennesimo balzello sulle abitazioni, anche se si deve osservare che, in ambito industriale, questa tipologia di copertura viene diffusamente applicata per stabilimenti, macchinari e manufatti.
C’è poi il fattore economico. Rientrando nel ramo danni, sulla polizza andrebbe a gravare un’imposta del 22,5%. “Basterebbe abbattere l’aliquota al 2,5% allineandola alle polizze malattie e infortuni e sarebbe già un incentivo” argomenta Guy Levy, broker assicurativo.
Circa un quarto degli italiani ha sottoscritto una copertura danni sulla casa (incendio, allagamento, ecc.), ma solo 3-4% di queste polizze coprono anche il rischio sismico. L’assicurazione coatta contro il terremoto, in un paese sismico per 90% del suo territorio e dove 70% delle costruzioni è considerato inadeguato in caso di scosse di media magnitudo, è rimasta lettera morta dopo ogni catastrofe e numerose proposte di legge.

Che cosa succede  negli altri stati?

Gli schemi assicurativi contro eventi estremi adottati all’estero spaziano dal sistema obbligatorio applicato in Romania a quello semi obbligatorio in California e Nuova Zelanda, a  quello volontario in Giappone dove vige l’obbligatorietà per le compagnie di assicurazione di proporlo come polizza accessoria a quella contro l’incendio.
I premi sono costruiti sia proporzionalmente al rischio e differenziati per zona, tipologia costruttiva e presenza di misure di riduzione del rischio come avviene in Giappone; oppure prevedono una tariffa unica per l’intero territorio nel caso della Nuova Zelanda. Proprio nella patria dei super vulcani attivi, l’assicurazione contro le calamità naturali sono vendute da compagnie private che trasferiscono il rischio al fondo statale Earthquake Commission, applicando la tariffa più bassa al mondo: 15 centesimi per 100 dollari di copertura. Il tasso di penetrazione supera 90%.

In California, dove sulla faglia di Sant’Andrea si convive con l’inevitabilità “Big One” (terremoto di magnitudo 8 o più), l’intervento governativo non è previsto e la copertura assicurativa viene lasciata alla discrezionalità dei singoli. Questi sono incentivati a sottoscrivere, a condizioni vantaggiose, una polizza standard CEA nata nel 1996 con un programma misto pubblico-privato di gestione e finanziamento della riduzione del rischio. La capacità massima del California Earthquake Authority sfiora 10 miliardi di dollari.
Polizza obbligatoria in Turchia, con premio proporzionale al rischio in base all’ubicazione e tipologia di costruzione. Messo in piedi con l’intervento della Banca Mondiale nel 1999, il programma prevede che lo stato turco non intervenga direttamente nella ricostruzione post-sisma, ma solo come riassicuratore fino a una capacità di 1 miliardo di dollari.

Il modello indicato come esemplare è quello francese, che vede la partnership di assicurazioni private con la Caisse Centrale de Reinsurance, CCR, società a capitale pubblico che opera liberamente sul mercato come riassicuratore anche in rami diversi da quelli catastrofali. “E’ un regime semi-obbligatorio che prevede l’inserimento per legge della copertura da rischio di catastrofi naturali quando si sottoscrive una polizza danni offerta da una qualsiasi compagnia” spiega Yuri Narozniak, direttore generale della filiale italiana di Groupama, ottavo gruppo assicurativo d’oltralpe e primo nel settore agricolo e abitazione. La peculiarità del sistema è l’approccio complessivo alla problematica. “E’ un dispositivo di indennizzo che si fonda sia sul principio della solidarietà che su quello della responsabilità. Non c’è discriminazione tra un’area con rischio sismico tipo Nizza rispetto a una città come Lille sismologicamente irrilevante”. Si paga una quota fissa pari a 12% del premio della polizza danni. Copre l’immobile e il suo contenuto da alluvioni, terremoti, eruzioni vulcaniche, tsunami, spostamento di ghiacciai. “L’assicurazione diventa anche un incentivo alla prevenzione, nel senso che il livello di franchigia varia a secondo se i comuni di appartenenza della proprietà assicurata hanno adottato provvedimenti per ridurre la propria esposizione ai rischi naturali. Per esempio lavori di contenimento di corsi d’acqua, adeguamenti delle costruzioni alle norme antisismiche”. Istituito nel 1982, il modello francese ha altra specificità che lo rende unico: il sistema ha una capacità illimitata. Il 90% degli immobili è coperto.

Uno schema assicurativo nazionale contro eventi catastrofali comporta il certezza e maggiore celerità nell’erogazione dei rimborsi e minor tempo da trascorrere in una struttura provvisoria. Le ricadute si spingono oltre. Le indispensabili perizie preventive alla sottoscrizione della polizza faciliterebbero l’attuazione della “carta d’identità degli edifici” nella quale si ricostruisce la storia progettuale, collaudi e varianti del fabbricato.  Sarebbe anche un impulso all’edilizia e al censimento base fondante del progetto “Casa Italia”.

Commento di Alessandro Venieri

Credo che il modello francese, dai quali rischi assicurati si potrebbe tranquillamente sostituire lo spostamento dei ghiacciai con le frane, in effetti è quello che meglio potrebbe calzare anche in Italia in quanto, purtroppo, per il rischio sismico le zone esposte a maggiore pericolosità sono spesso anche le più povere, fatte di edilizia povera altamente vulnerabile, quindi sono quelle a maggior rischio sismico. Sono anche, per la maggior parte, quelle meridionali e questo comunque potrebbe porre anche un altro tipo di problema in Italia che è di carattere politico, anche se poi con il rischio idrogeologico inteso come rischio da alluvioni e da frane le cose un po’ si dovrebbero compensare (sopratutto idraulico che interessa maggiormente le regioni del nord Italia dove corrono i maggiori corsi d’acqua e dove sono presenti le maggiori aree industriali).
Per quanto riguarda i costi dei terremoti in Italia ho trovato tale documento prodotto dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri dove i dati si discostano sensibilmente per il terremoto dell’Irpinia (52.026 milioni di euro però per il periodo 1980-2023), dell’Abruzzo (13.700 milioni di euro per il periodo 1980-2029) e Umbria-Marche (13.463 milioni di euro per il periodo 1997-2024).

http://cache.b.centrostudicni.it/images/pubblicazioni/ricerche/cr470_costi_terremoto_59a5d.pdf

Risposta di Patrizia Feletig e Enzo Boschi

Grazie Alessandro per condividere la tabella. Non riesco a spiegarmi i rilevanti scostamenti se non dalla diversa prospettiva di valutazione dell’entità del danno.
Concordo con il suo punto di vista e sottolineo come nel modello francese diventa significativo il ruolo dell’assicuratore anche nella prevenzione, visto che nel comune che ha preso disposizioni per ridurre il livello di esposizione al rischio calamità il valore della franchigia si abbassa. Inoltre, trovo molto democratico che nel sistema francese, tutti gli italiani, dai sardi agli abruzzesi, pagherebbero la stessa percentuale fissa indipendentemente dalla categoria sismica della loro zona di residenza.

2 thoughts on “I danni dei terremoti: chi paga? (di P. Feletig e E. Boschi) + 2 commenti

  1. Grazie Alessandro per condividere la tabella. Non riesco a spiegarmi i rilevanti scostamenti se non dalla diversa prospettiva di valutazione dell’entità del danno.
    Concordo con il suo punto di vista e sottolineo come nel modello francese diventa significativo il ruolo dell’assicuratore anche nella prevenzione, visto che nel comune che ha preso disposizioni per ridurre il livello di esposizione al rischio calamità il valore della franchigia si abbassa. Inoltre, trovo molto democratico che nel sistema francese, tutti gli italiani, dai sardi agli abruzzesi, pagherebbero la stessa percentuale fissa indipendentemente dalla categoria sismica della loro zona di residenza.

  2. Credo che il modello francese, dai quali rischi assicurati si potrebbe tranquillamente sostituire lo spostamento dei ghiacciai con le frane, in effetti è quello che meglio potrebbe calzare anche in Italia in quanto, purtroppo, per il rischio sismico le zone esposte a maggiore pericolosità sono spesso anche le più povere, fatte di edilizia povera altamente vulnerabile, quindi sono quelle a maggior rischio sismico. Sono anche, per la maggior parte, quelle meridionali e questo comunque potrebbe porre anche un altro tipo di problema in Italia che è di carattere politico, anche se poi con il rischio idrogeologico inteso come rischio da alluvioni e da frane le cose un po’ si dovrebbero compensare (sopratutto idraulico che interessa maggiormente le regioni del nord Italia dove corrono i maggiori corsi d’acqua e dove sono presenti le maggiori aree industriali).
    Per quanto riguarda i costi dei terremoti in Italia ho trovato tale documento prodotto dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri dove i dati si discostano sensibilmente per il terremoto dell’Irpinia (52.026 milioni di euro però per il periodo 1980-2023), dell’Abruzzo (13.700 milioni di euro per il periodo 1980-2029) e Umbria-Marche (13.463 milioni di euro per il periodo 1997-2024).

    http://cache.b.centrostudicni.it/images/pubblicazioni/ricerche/cr470_costi_terremoto_59a5d.pdf

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