L’educazione al rischio sismico: un bilancio parziale. Intervista a Romano Camassi

Earthquake risk education: a partial statement (interview with Romano Camassi).


Romano Camassi è un ricercatore dell’INGV (Sezione di Bologna). ‘Sismologo’, di formazione eccentrica (una laurea in Pedagogia, una tesi in storia moderna), impegnato da oltre tre decenni in ricerche storiche su terremoti. Coautore dei principali cataloghi di terremoti italiani. Da oltre 15 anni dedica una parte del suo lavoro a progetti di educazione al rischio sismico.

Dopo ogni terremoto distruttivo, in Italia come altrove, viene richiamata la necessità di migliorare l’educazione al terremoto ovvero al rischio sismico, o addirittura di introdurla a vari livelli. E’ vero che, sia pure non in modo generalizzato, vi sono state e vi sono diverse iniziative in questo ambito. Ci puoi dare una idea, e magari rinviare a qualche pubblicazione che le riassuma?

E’ vero: dopo ogni terremoto importante tutti a invocare maggiore informazione, preparazione, l’educazione al rischio nelle scuole, campagne informative, esercitazioni. Di più: è frequente che ad ogni cambio di ministro (o sottosegretario), o poco prima della sua decadenza, si facciano annunci, si firmino protocolli, addirittura, che poi non hanno seguito reale: di questo ci sono esempi molto recenti.
Le iniziative che negli ultimi decenni si sono poste, in vario modo, l’obiettivo dell’educazione al rischio sismico sono state innumerevoli, impossibile censirle (né esiste una pubblicazione che lo abbia fatto)1. Mi riferisco a iniziative di divulgazione scientifica sul terremoto, di formazione per le scuole, di sensibilizzazione della popolazione. Molte amministrazioni locali – singoli comuni, provincie, regioni -, qualche volta in modo del tutto estemporaneo, altre volte in modo più organizzato e continuativo, hanno promosso iniziative di questo tipo. Lo stesso hanno fatto singole associazioni di protezione civile, oppure gli ordini nazionali: ricordo un bell’opuscolo del Consiglio Nazionale degli Architetti, distribuito nel settembre 2001 da Famiglia Cristiana2, oppure iniziative, anche recenti, di geologi e ingegneri. Impossibile citarli tutti.

Il problema è che in molti casi (non in tutti) si è trattato di iniziative di corto respiro, che rispondevano spesso a esigenze momentanee, in cui a prevalere era la visibilità del soggetto promotore.
Tutto è utile, molte cose realizzate sono state certamente di buon livello: ma il problema è che quello della sensibilizzazione, dell’educazione al rischio, è una parte essenziale, fondamentale, di quel fondamentale compito del Servizio nazionale della Protezione Civile riassunto dal termine, che a me pare quasi logoro, di prevenzione.  Come può esserci prevenzione, vale a dire scelte ben precise, azioni, che riducono il rischio, senza che le persone siano consapevoli, informate, ‘attivate’ per fare quelle scelte, quotidianamente? E non parlo tanto dei comportamenti corretti in emergenza, su cui si finisce spesso per fermare l’attenzione, ma delle scelte che riducono subito o nel tempo la vulnerabilità (non strutturale e strutturale) dell’ambiente in cui si vive.

Ci puoi ricordare qualche iniziativa?

Tu sai bene, perché hai avuto un ruolo ben preciso in questo, che queste questioni sono state affrontate in modo molto approfondito molto tempo fa, addirittura prima del terremoto dell’Irpinia, quasi quarant’anni fa. Il Progetto Finalizzato Geodinamica (PFG) del CNR, a fine anni ’70, aveva un Gruppo di Lavoro denominato “Educazione di massa” (di cui sei stato coordinatore), poi diventato “Educazione e Informazione” (parte del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti), e molto lavoro in quegli anni è stato fatto. Il pregio di quell’esperienza è l’avere immaginato un approccio complessivo, in prospettiva nazionale, cercando di definire contenuti e strategie educative: penso al “Sistema Didattico Terremoti”, interattivo e, allora, tecnologicamente avanzato, al cartone animato Terremoto, disegnato da B. Bozzetto e all’indagine conoscitiva “Che ne pensi del terremoto?” sull’immaginario e sulle conoscenze degli italiani in tema di fenomeni sismici. Tutte cose che pensate oggi risultano avveniristiche.
Quella stagione è passata, alcune cose si sono perse, in molti casi siamo tornati indietro, molto indietro. Quello che è stato per un certo tempo l’ufficio formazione e informazione del Servizio Simico Nazionale per qualche anno ha prodotto materiali di comunicazione (anche molto ambiziosi, ‘impegnativi’, in tanti sensi), poi quella stagione si è esaurita.

E più recentemente? Chi promuove iniziative nel settore?

Fra le cose più recenti, di carattere più generale, credo sia giusto citare la “giornata nazionale della sicurezza nelle scuole”, promossa una decina di anni fa da Cittadinanza Attiva e dal 2015 istituita formalmente dal MIUR, e quella più specifica della mostra promossa dal DPC “Terremoti d’Italia”, allestita dal 2007 in poi in numerose località italiane.
Proprio nelle scorse settimane hanno avuto una certa risonanza mediatica due iniziative di carattere diverso. L’ambiziosa “Prima giornata nazionale sulla prevenzione sismica”, promossa dal  Consiglio Nazionale Ingegneri, Consiglio Nazionale Architetti e Fondazione Inarcassa, sostenuta da una impegnativa campagna di stampa (diverse pagine pubblicitarie sui principali quotidiani nazionali). Iniziativa meritoria, nessun dubbio (anche se qualificarsi come “prima giornata nazionale” è quantomeno poco rispettoso di almeno un’altra iniziativa in corso da diversi anni) e vedremo quali risultati darà nel giro di qualche anno. Ma penso anche all’iniziativa “a scuola con il geologo”, promossa dal Consiglio Nazionale dei Geologi, che nel lancio della campagna del 16 novembre avrebbe portato un geologo in 600 scuole italiane. Nel programma della giornata, così come presentata sul web, diverse cose appaiono discutibili: come si può pensare siano significativi incontri frontali di una ‘mattinata’, non inseriti nel Piano di Offerta Formativa, con 200-250 studenti in un’aula magna o una palestra, con un geologo, un sismologo o un ingegnere o altro ancora? Entrare in una scuola, incontrare e parlare con bambine e bambini, ragazze e ragazzi è una cosa molto delicata, da far tremare i polsi. Come si fa a pensare che tutti lo possano fare senza un minimo di preparazione specifica e approfondita?
Potremmo discutere a lungo di queste diverse iniziative, sulle quali io personalmente ho un’opinione molto critica. Ma il problema di queste e altre iniziative è che non rispondono a un piano di lavoro di lungo termine che coinvolga il Servizio Nazionale della Protezione Civile nel suo complesso che, per inciso, comprende anche il MIUR. Non basta a qualificarle come tali la “collaborazione” o il “patrocinio” di un ministero o del DPC.

Tu collabori da molto tempo a iniziative nazionali e locali in materia. Ad esempio, ci puoi parlare di EDURISK?

Da una quindicina di anni spendo una parte del mio lavoro in due progetti di comunicazione e educazione al rischio: il primo è stato EDURISK, un progetto educativo vero e proprio di educazione al rischio per le scuole.
EDURISK è stato ideato e avviato nel 2002 dal proposito di un un gruppo di ricercatori di varie discipline (geofisica, geologia, sismologia storica, ingegneria sismica, psicologia dell’emergenza, ecc.) di dedicare volontariamente una parte del proprio tempo alla disseminazione di cultura scientifica e all’educazione al rischio nelle scuole. Un’esigenza di impegno sociale, per semplificare. Questo perché eravamo consapevoli della forte impatto sociale delle nostre ricerche, in gran parte finalizzate alla definizione della pericolosità sismica e vulcanica e quindi direttamente alla riduzione del rischio sismico e vulcanico. Ci siamo ispirati fin dall’inizio, e lo abbiamo dichiarato esplicitamente, proprio alle esperienze del PFG che ho citato prima.
Fin dall’inizio abbiamo scelto come interlocutore principale la scuola per due ragioni: da una parte perché è il tramite più vivo e diretto con la società nel suo insieme; dall’altro perché l’obiettivo del progetto è ridurre il rischio, non subirlo passivamente. E’ un obiettivo, quindi, di cambiamento sociale, che passa necessariamente attraverso la parte più giovane della società, a partire dai bambini. Semplificando all’estremo: gli effetti del prossimo forte terremoto sono determinati in gran parte dalle scelte che ognuno di noi fa (o non-fa) oggi e farà, da oggi in poi. Scegliendo dove e come abitare, come costruire le nostre case, come ristrutturarle, rispettando o meno le regole, ecc.
Siamo partiti dalla progettazione e sperimentazione di materiale didattico, di strumenti di comunicazione, Con l’aiuto decisivo di uno staff di progettazione educativa, pedagogisti, autori e illustratori di libri per ragazzi, abbiamo realizzato una serie di testi per diverse fasce di età, dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria, accompagnati da guide didattiche per insegnanti. La collana di materiali EDURISK, disponibile in digitale nella sezione ‘materiali’ del sito, è corposa. E mi piace ricordare spesso che non una riga di quei testi è stata scritta da noi bensì da autori e illustratori di libri per ragazzi, fra i quali mi piace ricordare il compianto Roberto Luciani, un gigante. Siamo ricercatori, magari bravi sismologi, geologi, ecc.; ma scrivere per bambini e ragazzi è altra cosa, a ognuno il suo mestiere. E’ una collana che ha avuto un grande successo; i titoli principali hanno avuto una ventina fra riedizioni o ristampe, e sono disponibili le versioni in diverse lingue.
Poi per molto tempo abbiamo promosso in giro per l’Italia progetti formativi che, a partire dalla formazione insegnanti, hanno impegnato migliaia di insegnanti (ca. diecimila complessivamente) e studenti (ca. centomila) per uno o più anni scolastici. Numeri molto alti, ma irrisori in termini assoluti. Di questo percorso sono passaggi fondamentali la sperimentazione iniziale, realizzata in Calabria, Romagna e Friuli, e il lavoro a L’Aquila nel 2008, prima del terremoto.

Dopo i primi anni l’attività si è progressivamente evoluta verso un approccio sempre più informale e interattivo, con attività di tipo laboratoriale. Insieme a una cooperativa specializzata nell’uso del gioco nella didattica (ConUnGioco) abbiamo realizzato un percorso attivo (Tutti Giù per Terra) che a partire dal 2007 e per molti anni ha ‘viaggiato’ insieme alla mostra “Terremoti d’Italia”. Da una rielaborazione di questo percorso attivo, realizzato direttamente da alcune classi di scuola ‘media’ dell’Aquila, è nata la docufiction “Non chiamarmi terremoto”. In diversi progetti il lavoro sviluppato nelle scuole si è trasformato in strumento di comunicazione verso l’esterno, i genitori e i cittadini. In forma di allestimenti interattivi, eventi, ecc. Dopo i terremoti emiliani del 2012 il lavoro con le scuole di Crevalcore, San Felice sul Panaro, Sant’Agostino e Ferrara si è trasformato nel 2013 in una mostra diffusa (“Facciamo noi! Una ricostruzione fantastica”), con allestimenti in oltre 200 spazi pubblici e privati nei paesi e nelle frazioni. Lo stesso è accaduto ad Ascoli Piceno dopo i terremoti del 2016, nell’Appennino forlivese per la ricorrenza del centenario del terremoto del 1918 ed è in corso di realizzazione in area vesuviana e flegrea, sul rischio sismico e vulcanico.
La parabola sommariamente riassunta (impossibile rappresentare tutto) porta a una conclusione drastica: abbiamo completamente abbandonato l’approccio frontale, non serve assolutamente a nulla, né per gli adulti, né per i bambini. Non è il livello di cultura scientifica che, da solo, cambia le scelte delle persone (non ci sarebbero tanti fumatori), le persone non sono ‘contenitori’ vuoti da riempire. La ragione in fondo è semplice: se l’obiettivo è la sensibilizzazione, la consapevolezza del rischio e un ruolo attivo nella sua riduzione, questo può avvenire solo con il coinvolgimento emotivo, profondo, delle persone, attraverso un percorso di scoperta che noi possiamo semplicemente accompagnare.

In questi ultimi anni ti sei occupato di “Io Non Rischio”, iniziativa dal titolo abbastanza perentorio…..

Il titolo è perentorio, sì. Ma semplicemente è il modo che abbiamo trovato per dichiarare un impegno, una scelta che ognuno di noi decide di fare. “Io Non Rischio” significa quindi “io decido di non rischiare” e  faccio qualcosa, da subito, per ridurre il rischio.
Io Non Rischio (http://iononrischio.protezionecivile.it/) è una campagna di comunicazione nazionale. Una campagna di piazza, sul modello delle campagne di sensibilizzazione sui tumori: e cioè l’allestimento, in una giornata definita su tutto il territorio nazionale, di punti informativi per i cittadini. Le differenze dalle altre campagne sono numerose: non raccogliamo fondi, facciamo solo un lavoro informativo. La caratteristica più originale della campagna è che questo lavoro è affidato a volontari di associazioni di protezione civile, che hanno seguito un percorso formativo specifico a cascata: volontari che incontrano i propri concittadini, parlano con loro (magari nello stesso dialetto), di un territorio che conoscono bene perché ci vivono. Proprio per questo il lavoro di comunicazione non si esaurisce in quel fine settimana (solitamente a metà ottobre), ma può continuare in vario modo lungo tutto l’anno. La campagna è nata nel 2011, in forma sperimentale, ed è cresciuta esponenzialmente negli anni successivi, coinvolgendo diverse migliaia di volontari, complessivamente di un migliaio di associazioni. L’ambizione originaria era arrivare in tutti i circa 8.000 comuni italiani. Ancora non ci siamo riusciti, anche perché abbiamo speso non poche energie per sviluppare nuovi rischi (maremoto e alluvione) e pagato non poco per una crescita forse troppo rapida. E per molte altre ragioni.

In compenso dopo 8 anni di lavoro, oltre alle molte centinaia di migliaia di cittadini incontrati nelle piazze, la campagna è diventata un punto di riferimento di moltissimi Comuni, che dopo l’iniziale diffidenza hanno trovato naturale scendere in piazza per presentare il Piano di Emergenza Comunale. Le Regioni, inizialmente diffidenti, ora cominciano a crederci (non tutte ovviamente, non esageriamo…) e a impegnarsi per farla diventare un proprio strumento di sensibilizzazione sui rischi da terremoto, maremoto e alluvione.
La campagna per sopravvivere e crescere dovrà necessariamente rinnovarsi, approfondire le proprie motivazioni ed elevare il livello di preparazione di tutti i suoi attori, trasformandosi da appuntamento annuale a campagna diffusa, lungo tutto l’anno. Il pregio principale di questa campagna è, indubbiamente, che per la prima volta è davvero iniziativa nazionale, non solo nelle ambizioni.

Quali sono gli aspetti essenziali sui quali le vostre iniziative puntano?

Credo che le due iniziative abbiano caratteri comuni, e non a caso: la campagna Io Non Rischio è nata da un’idea – peraltro nella sua formulazione iniziale molto vaga e ingenua – di Anpas, che ha poi raccolto il sostegno del Dipartimento della Protezione Civile, dell’INGV e di Reluis (e successivamente di CIMA). Ma un contributo fondamentale lo ha avuto dall’inizio proprio l’esperienza di EDURISK, il cui staff di progettazione ha confezionato materialmente i materiali di comunicazione della campagna e ideato una serie di strumenti sia per la formazione dei volontari che per la comunicazione di piazza.
In comune le due iniziative hanno l’educazione al rischio, la sensibilizzazione e l’attivazione delle persone per la sua riduzione, come obiettivo nitido. Entrambe le iniziative prestano molta attenzione a percorsi di conoscenza dell’ambiente in cui si vive e alla sua dimensione storica. Uno degli elementi fondamentali dell’allestimento di piazza è la “linea del tempo”, una rappresentazione visiva della storia sismica della località in cui si svolge la manifestazione, linea del tempo la cui realizzazione ha richiesto che i volontari si interrogassero sui caratteri della sismicità dell’area, facessero una vera e propria ricerca (che in qualche caso ha portato alla luce informazioni inedite), condividendone poi gli esiti con i propri cittadini.

E’ un processo apparentemente semplice, questo, ma che descrive bene ciò che fa sì che un contenuto informativo – che di per sé potrebbe essere benissimo trasmesso attraverso i media (o tramite cartelloni stradali, perché no?) – diventi ‘conoscenza’. Per dirla con un grande, Ben Wisner3  l’informazione diviene conoscenza solo quando è collocata in un contesto che le dà significato e una qualche rilevanza all’azione. In questo senso la conoscenza è parte di un sistema che guida la comprensione della realtà e l’agire umano su quella realtà.
Ecco: torniamo esattamente lì, al percorso di scoperta, che genera consapevolezza e stimola ad agire per cambiare la realtà.

Avete la possibilità di monitorare l’efficacia degli interventi?

Nel progetto EDURISK lo abbiamo sempre fatto, con strumenti semplici (questionari gradimento e valutazione), ma sempre a scala limitata.
Quanto a Io Non Rischio non è questione semplice, per una iniziativa che ha esplicitamente un carattere nazionale, coinvolge tanti (in questi anni circa dieci mila volontari), entra in contatto con tante persone (le nostre stime superano il milione di contatti in piazza). Ebbene, per valutare in modo accurato l’impatto sul lungo termine della campagna, vale a dire se ha lasciato tracce nella consapevolezza del rischio delle persone e ha prodotto qualche scelta di riduzione del rischio, ha prodotto cambiamento sociale, servirebbero strumenti di indagine molto complessi e costosi (molte decine di migliaia di euro), che non sono alla nostra portata, purtroppo. Non bastano i questionari cartacei oppure online che abbiamo utilizzato e utilizziamo, o le indagini telefoniche effettuate con il call-center del DPC (che abbiamo fatto), perché non raggiungono un campione statisticamente significativo.

Uno strumento che abbiamo utilizzato, da una parte, per calibrare gli interventi educativi, e dall’altra per capire se qualche iniziativa (nostra o di altri) aveva lasciato qualche traccia, è un’indagine sulla percezione rischio – “Terremoto Test”, attraverso un questionario online, che quindi ha raccolto dati non strettamente significativi dal punto di vista statistico4.
Su un campione non rappresentativo, quindi, fra le tante cose è emerso che chi è stato coinvolto in un progetto educativo vero e proprio come EDURISK ha un livello di consapevolezza decisamente maggiore della media: il che è però scontato.

Il terreno più importante resta evidentemente quello scolare. Che cosa non funziona e che cosa si dovrebbe/potrebbe fare?

Cosa non funziona? La scuola è in difficoltà, da molto tempo, ma non ho elementi sufficienti né per fare diagnosi né tantomeno per proporre soluzioni. In questi anni ho incontrato migliaia di insegnanti, ho visto tanta fatica, dedizione, a volte squarci di autentica passione, nei contesti più impensabili (nei paesi di area vesuviana e flegrea, nel Beneventano, in Calabria, in Emilia, nell’Alto appennino forlivese). In generale gli insegnanti sono sommersi da progetti i più disparati, con poca possibilità di selezionare e si ritrovano a dover reggere da soli un sistema educativo sballottato fra continue riforme e controriforme, di cui non si intuisce il senso.
Manca evidentemente “un progetto”: il MIUR è sostanzialmente assente su questi temi e gli Uffici Scolastici Regionali (e provinciali) sono ormai ridotti a sportelli amministrativi.

Non mi illudo su questo. Piccole iniziative in ambito locale, legate a motivazioni o circostanze particolari, possono ancora dare esiti molto interessanti, a volte straordinari, ma non vedo spiragli per qualcosa che abbia dimensioni adeguate per lasciare tracce su scala nazionale. Cambierà qualcosa in futuro? Posso e possiamo sperarlo, ma i miracoli dipendono solo da noi.

A proposito di scuole, da San Giuliano di Puglia in poi è cresciuta l’attenzione alla sicurezza/insicurezza delle medesime. Come si può coniugare questa attenzione, questa richiesta di sicurezza con la necessità di aumentare la consapevolezza in materia di rischio sismico?

Difficilissimo rispondere. Da una parte i dati (se ci sono) fotografano una situazione impietosa, al punto da far pensare che sia impossibile risolverla o anche solo migliorarla. Manca completamente la capacità, tutta politica, di immaginare un percorso decennale almeno. Dall’altra in continuazione, su questo aspetto, si cade dalle nuvole. Ci sono in gioco aspetti tecnici, difficili da gestire (che significato abbia precisamente il coefficiente numerico di vulnerabilità sismica), i limiti di risorse disponibili, la difficoltà di stabilire delle priorità e i tempi richiesti per gli interventi stessi. Con questo si scontrano le ambizioni di tante presunte iniziative di messa in sicurezza del patrimonio scolastico, che restano spesso semplici intenzioni. Posso solo mettere fra parentesi, per un attimo, il pessimismo di fondo, per sperare che il lavoro di sensibilizzazione che è stato fatto dalla campagna Io Non Rischio in questi 8 anni (e pure da EDURISK nei suoi oltre 15 anni di vita) abbia reso un numero significativo di persone consapevoli che questa è una priorità assoluta, e che solo dall’impegno diretto delle persone, dei comuni cittadini, si può pensare di cambiare qualcosa.

L’altro settore vitale è rappresentato dai media, che diffondono ogni tipo di notizia spesso senza nessun filtro. Che cosa si può fare in questo senso?

Si tornasse al giornalismo d’inchiesta, questa la soluzione. Qualcuno lo ha fatto e lo sta facendo: il lavoro avviato da Wired e continuato da iniziative di data-journalism [qui e qui]. Ma lo stesso lavoro, serio, approfondito, costante, andrebbe fatto in ambito locale, senza ricerca dello scandalo. I media prendono spesso scorciatoie, andando a inseguire il singolo scandalo, il ‘caso’, senza peraltro spesso fare su quello un lavoro realmente approfondito, o facendosi ‘imbeccare’ da singoli ‘esperti’. La vicenda della scuola di San Giuliano di Puglia presentava e presenta tanti temi (mancato aggiornamento della classificazione sismica, gli interventi che ne hanno peggiorato la vulnerabilità, il ruolo del Comune, il comportamento lineare del Dirigente Scolastico di nuova assegnazione, la vicenda processuale che ne è seguita), ma non riesco a dimenticare un paio di vicende paradossali molto più recenti, che hanno riguardato scuole dell’Italia centrale. La prima è quella del Liceo Cotugno a L’Aquila, rimasto chiuso di fatto per un paio di mesi fra 2016 e 2017, perché l’indice di vulnerabilità risultava molto inferiore a “1” (pur avendo risposto molto bene al terremoto del 6 aprile 2009).  L’altra è quella dei 100 sindaci che dopo il 18 gennaio 2017 hanno chiuso le scuole, esigendo (da chi? Dal DPC?, dallo “Stato”?) le valutazioni di vulnerabilità [scoperta per loro recente, fino a quel momento avevano pensato solo in termini di “agibilità”, e questo è un passo avanti, nessun dubbio]. Peccato che le verifiche di vulnerabilità avrebbero dovuto farle loro, i sindaci, entro il 2008 (art. 2, comma 3, dell’OPCM 3274/2003: “è fatto obbligo di procedere a verifica, da effettuarsi a cura dei rispettivi proprietari, pubblici e privati, sia degli edifici di interesse strategico e delle opere infrastrutturali la cui funzionalità durante gli eventi sismici assume rilievo fondamentale per le finalità di protezione civile, sia degli edifici e delle opere infrastrutturali che possono assumere rilevanza in relazione alle conseguenze di un eventuale collasso”)! Poi sono venute proroghe delle scadenze (al 2010 e poi al 2013, nella migliore tradizione), e tutti se ne sono dimenticati. E c’erano pure le risorse per farle quelle verifiche. E non riesco a capire perché – è un esempio che faccio spesso, forse strumentalmente – i comuni dell’Alta Valle del Reno, in Appennino bolognese (casa mia) le verifiche le hanno fatte, hanno fatto o avviato pure gli interventi di adeguamento o miglioramento sismico, e quel centinaio di comuni di Abruzzo, Marche, Umbria e Lazio, zone molto più pericolose sismicamente, non li abbiano fatti (SE non li hanno fatti), a partire dal giorno dopo. Sono passati dieci anni da quella prima scadenza.

Ecco, anche su vicende di questo tipo i media dovrebbero lavorare, non alimentare semplicemente l’inutile, lamentoso, irresponsabile rivendicare l’intervento dello Stato, come se questa fosse una entità astratta fuori da noi, che nulla ha che fare con il Sindaco (l’unica, ma proprio l’unica autorità di protezione civile, e molti di loro nemmeno ne sono consapevoli), con il Comune, con i cittadini che abitano quel comune, che pagano (o non pagano) le tasse, rispettano (o non rispettano) le regole, hanno responsabilità dirette sulle cose e sul livello di rischio che decidono (inconsapevolmente, magari) di accettare.

Hai notizia di qualche iniziativa interessante fuori dall’Italia?

Ho avuto qualche contatto con altre esperienze europee, Francia, Svizzera, Grecia. E quello che mi ha colpito è che pur in contesti molto diversi, in questi paesi un tentativo di immaginare un piano di lavoro sull’educazione al rischio, organico e sul lungo termine, è stato fatto.
In svizzera Planat; in Grecia EPPO. Ma quella che mi ha colpito di più è la rete di formatori IFFO-RME francese, che ho conosciuto direttamente qualche anno fa: non che sia esperienza avanzatissima sul piano della definizione di contenuti, strategie di azione o altro, ma è iniziativa nazionale, consolidata nel tempo, che coinvolge una marea di soggetti, dai ministeri (ambiente, istruzione, interni), alle università, ecc. Esattamente quello che manca a noi.

Speri che possa migliorare qualcosa in futuro in questo settore?

Francamente temo di no. È un momento molto difficile per il Servizio Nazionale della Protezione Civile, per il Dipartimento che lo coordina, per il mio stesso Istituto che ne è componente. Le risorse si riducono, l’irrigidimento e il contorcimento delle procedure amministrative nel settore pubblico ci stanno portando rapidamente alla paralisi (ci siamo già), non c’è ricambio vero di personale, non si fanno da moltissimi anni investimenti nel reclutamento di personale con competenze adeguate (nei settori della comunicazione, della formazione, della progettazione educativa), i diversi ‘pezzi’ del Servizio Nazionale – come mostrano molte iniziative cui ho accennato – vanno ognuno per conto proprio. La stessa campagna Io Non Rischio, la prima e unica che ha avuto davvero un carattere nazionale e ha cercato di darsi continuità, è  al limite della sopravvivenza (per tante ragioni che non approfondisco).

Ci sarebbe bisogno – non lo dico perché sto parlando con te, te l’assicuro -, di tornare allo spirito del Progetto Finalizzato Geodinamica, quando tutte le migliore energie, la ricerca sismologica e geologica, la pianificazione, l’ingegneria, ecc. lavoravano insieme sull’obiettivo della “difesa dai terremoti”. Sono passati quarant’anni, siamo costretti – temo – a ripartire da prima di quel progetto.

 

Note

1 Se non ci sono pubblicazioni che censiscano in modo organico le esperienze di educazione al rischio (sismico) negli ultimi anni o decenni, non mancano singoli contributi che hanno affrontato il tema. Fra questi un numero della rivista Liber. Libri per bambini e ragazzi (“Educare al rischio. Tsunami, terremoti, vulcani… strategie di prevenzione e buona comunicazione della scienza: le catastrofi naturali raccontate ai ragazzi”, n. 69, gennaio-marzo 2006). La rivista eco l’educazione sostenibile ha dedicato due numeri monografici a questo tema: “Educazione alla riduzione dei disastri. Conoscere, prevenire e fronteggiare le calamità naturali. Esempi dall’Italia e dal mondo”, n. 4, aprile 2005; “Educare al rischio, per prevenirlo. E costruire resilienza. Pericoli e disastri, temi cruciali ma sottovalutati nell’educazione ambientale”, n. 3, maggio-giugno 2014.

2 Consiglio Nazionale degli Architetti (2001). Sicurezza degli edifici. La tua è una casa sicura?  Allegato a Famiglia Cristiana, n. 38, 23 settembre 2001.

3 B. Wisner (2006). Let our children teach us! A review of the role of education and knowledge in disaster risk reduction, ISDR, Bangalore.

4 M. Crescimbene, F. La Longa, R. Camassi, N.A. Pino, L. Peruzza (2014). What’s the seismic risk perception in Italy? Engineering Geology for Society and Territory, Vol. 7, 69-75.

 

2 thoughts on “L’educazione al rischio sismico: un bilancio parziale. Intervista a Romano Camassi

  1. Grazie per la preziosa panoramica sulle iniziative portate avanti nel paese col più alto rischio sismico d’Europa, intervista molto utile anche a chi, come me, pur essendo ricercatore all’INGV non si occupa di comunicazione. Lascia un po’ di amaro in bocca vedere come anche queste iniziative soffrano un po’ di quella tipica firma dell’azione politica italiana: la difficoltà di dare prospettive di lungo termine. Una casa che crolla in un preciso istante, facendo vittime, fa più rumore di una che non crolla in un istante indefinito: in un paese ad alto astensionismo e forte volatilità del consenso questa considerazione ha inevitabilmente un suo peso nell’azione politica, a prescindere dal colore di un governo. E forse la franchezza della risposta all’ultima domanda un po’ lascia intravedere questa dinamica, seppure si limiti ad analizzarne gli effetti concreti sulle attività di divulgazione. Franchezza condivisibile: nulla fa pensare che le cose possano cambiare radicalmente. Come per la psiche di un uomo, i cambiamenti importanti sono la conseguenza di ‘traumi’ esterni; ma se traumi come la scuola di San Giuliano, le macerie de L’Aquila e la sequenza di Amatrice-Norcia non sono bastati, cos’altro deve accadere? In ogni caso, un grazie profondo a Romano e a tutti quelli che spendono il proprio impegno nel condividere consapevolezza con la popolazione e, soprattutto, nell’educare le generazioni future nelle scuole.

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