Un pensiero per Enzo Boschi – One thought for Enzo Boschi

Enzo Boschi ci ha lasciati. Non leggeremo più i suoi tweet su argomenti disparati, i suoi articoli e le sue invettive sulle pagine de “Il Foglietto”, o da qualche altra parte.
Questo blog, terremotiegrandirischi.com, era nato per lui, per Giulio Selvaggi, per Gian Michele Calvi e per gli altri colleghi, ingiustamente accusati di omicidio colposo nell’ambito del famoso “processo di L’Aquila”. Con questo blog e i contributi ivi contenuti si è cercato di analizzare la vicenda, di contribuire a combattere e rimuovere le innumerevoli inesattezze e forzature che venivano propinate al pubblico da parte dei media, da parte della Pubblica Accusa e del Giudice di primo grado.
Non so quanto il blog sia riuscito in questo intento ma so che Enzo Boschi l’aveva apprezzato e vi aveva contribuito.
Dopo la sentenza di secondo grado e quella, finale, della Cassazione, che avevano stabilito che “il fatto non sussiste” per sei dei sette inquisiti, i terremoti del 2016 in Italia Centrale stimolarono l’idea di continuare e contribuire alla analisi critica degli avvenimenti e delle problematiche legate alla riduzione del rischio sismico.
Enzo Boschi ne fu contento e incoraggiò l’iniziativa.
Non mancarono, nei mesi seguenti, contrasti anche importanti sulle valutazioni e sulle opinioni, di cui il blog mantiene traccia: ma i contrasti si ricomposero sempre, in nome della amicizia che ci ha legati dal 1974 – quando per la prima volta lo conobbi alla Università di Ancona – e delle battaglie ideali che ci hanno accomunato. E dell’affetto consolidatosi in questi lunghi anni.
Forse oggi questo blog ha esaurito il suo compito. Ma proprio per questo sarebbe bello che chi – lettore o meno del blog – avendo il desiderio di lasciare un  ricordo di Enzo Boschi, una firma, un commento, lo facesse qui sopra, inserendolo nei “commenti”. Non fa nulla se è  già pubblicato altrove: forse sarà utile conservarli tutti insieme. Sarà mia cura dare la maggior visibilità possibile ai contributi.

Enzo Boschi has left us. We will no longer read his tweets on disparate subjects, his articles and  invectives on the pages of “Il Foglietto”, or somewhere else.
This blog, terremotiegrandirischi.com, was born for him, Giulio Selvaggi, Gian Michele Calvi and other colleagues, unjustly accused of manslaughter in the context of the famous “L’Aquila trial”. With this blog and the contributions contained therein we tried to analyze the story, to help fight and remove the countless inaccuracies stretches and fakes that were propagated to the public by the media, by the Prosecutor and the Judge of First Instance. I do not know how much the blog has succeeded in this intent but I know that Enzo Boschi had appreciated and contributed to it.
After that the second degree trial and the final one of the Supreme Court, which sentenced that “the fact does not exist” for six of the seven defenders, the earthquakes of 2016 in Central Italy stimulated the idea of keeping the blog alive, contributing to the critical analysis of events and problems related to the reduction of seismic risk. Enzo Boschi was pleased. In the following months we had also important contrasts on the evaluations and opinions, of which the blog keeps track: but the contrasts were always recomposed, in the name of the friendship that has linked us since 1974 – when for the first time I met him at the University of Ancona – and of the ideal battles that have united us. And of the affection consolidated in these long years.
Perhaps today this blog has exhausted its task. But just for this reason it would be nice that who – reader or not the blog – wish to leave a memory of Enzo Boschi, a signature, a comment, do it inserting it into the “comments” above. No problem if they have been published  somewhere else: here it will nice to have them all together.

 

L’educazione al rischio sismico: un bilancio parziale. Intervista a Romano Camassi

Earthquake risk education: a partial statement (interview with Romano Camassi).


Romano Camassi è un ricercatore dell’INGV (Sezione di Bologna). ‘Sismologo’, di formazione eccentrica (una laurea in Pedagogia, una tesi in storia moderna), impegnato da oltre tre decenni in ricerche storiche su terremoti. Coautore dei principali cataloghi di terremoti italiani. Da oltre 15 anni dedica una parte del suo lavoro a progetti di educazione al rischio sismico.

Dopo ogni terremoto distruttivo, in Italia come altrove, viene richiamata la necessità di migliorare l’educazione al terremoto ovvero al rischio sismico, o addirittura di introdurla a vari livelli. E’ vero che, sia pure non in modo generalizzato, vi sono state e vi sono diverse iniziative in questo ambito. Ci puoi dare una idea, e magari rinviare a qualche pubblicazione che le riassuma?

E’ vero: dopo ogni terremoto importante tutti a invocare maggiore informazione, preparazione, l’educazione al rischio nelle scuole, campagne informative, esercitazioni. Di più: è frequente che ad ogni cambio di ministro (o sottosegretario), o poco prima della sua decadenza, si facciano annunci, si firmino protocolli, addirittura, che poi non hanno seguito reale: di questo ci sono esempi molto recenti.
Le iniziative che negli ultimi decenni si sono poste, in vario modo, l’obiettivo dell’educazione al rischio sismico sono state innumerevoli, impossibile censirle (né esiste una pubblicazione che lo abbia fatto)1. Mi riferisco a iniziative di divulgazione scientifica sul terremoto, di formazione per le scuole, di sensibilizzazione della popolazione. Molte amministrazioni locali – singoli comuni, provincie, regioni -, qualche volta in modo del tutto estemporaneo, altre volte in modo più organizzato e continuativo, hanno promosso iniziative di questo tipo. Lo stesso hanno fatto singole associazioni di protezione civile, oppure gli ordini nazionali: ricordo un bell’opuscolo del Consiglio Nazionale degli Architetti, distribuito nel settembre 2001 da Famiglia Cristiana2, oppure iniziative, anche recenti, di geologi e ingegneri. Impossibile citarli tutti.

Il problema è che in molti casi (non in tutti) si è trattato di iniziative di corto respiro, che rispondevano spesso a esigenze momentanee, in cui a prevalere era la visibilità del soggetto promotore.
Tutto è utile, molte cose realizzate sono state certamente di buon livello: ma il problema è che quello della sensibilizzazione, dell’educazione al rischio, è una parte essenziale, fondamentale, di quel fondamentale compito del Servizio nazionale della Protezione Civile riassunto dal termine, che a me pare quasi logoro, di prevenzione.  Come può esserci prevenzione, vale a dire scelte ben precise, azioni, che riducono il rischio, senza che le persone siano consapevoli, informate, ‘attivate’ per fare quelle scelte, quotidianamente? E non parlo tanto dei comportamenti corretti in emergenza, su cui si finisce spesso per fermare l’attenzione, ma delle scelte che riducono subito o nel tempo la vulnerabilità (non strutturale e strutturale) dell’ambiente in cui si vive.

Ci puoi ricordare qualche iniziativa?

Tu sai bene, perché hai avuto un ruolo ben preciso in questo, che queste questioni sono state affrontate in modo molto approfondito molto tempo fa, addirittura prima del terremoto dell’Irpinia, quasi quarant’anni fa. Il Progetto Finalizzato Geodinamica (PFG) del CNR, a fine anni ’70, aveva un Gruppo di Lavoro denominato “Educazione di massa” (di cui sei stato coordinatore), poi diventato “Educazione e Informazione” (parte del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti), e molto lavoro in quegli anni è stato fatto. Il pregio di quell’esperienza è l’avere immaginato un approccio complessivo, in prospettiva nazionale, cercando di definire contenuti e strategie educative: penso al “Sistema Didattico Terremoti”, interattivo e, allora, tecnologicamente avanzato, al cartone animato Terremoto, disegnato da B. Bozzetto e all’indagine conoscitiva “Che ne pensi del terremoto?” sull’immaginario e sulle conoscenze degli italiani in tema di fenomeni sismici. Tutte cose che pensate oggi risultano avveniristiche.
Quella stagione è passata, alcune cose si sono perse, in molti casi siamo tornati indietro, molto indietro. Quello che è stato per un certo tempo l’ufficio formazione e informazione del Servizio Simico Nazionale per qualche anno ha prodotto materiali di comunicazione (anche molto ambiziosi, ‘impegnativi’, in tanti sensi), poi quella stagione si è esaurita.

E più recentemente? Chi promuove iniziative nel settore?

 Fra le cose più recenti, di carattere più generale, credo sia giusto citare la “giornata nazionale della sicurezza nelle scuole”, promossa una decina di anni fa da Cittadinanza Attiva e dal 2015 istituita formalmente dal MIUR, e quella più specifica della mostra promossa dal DPC “Terremoti d’Italia”, allestita dal 2007 in poi in numerose località italiane.
Proprio nelle scorse settimane hanno avuto una certa risonanza mediatica due iniziative di carattere diverso. L’ambiziosa “Prima giornata nazionale sulla prevenzione sismica”, promossa dal  Consiglio Nazionale Ingegneri, Consiglio Nazionale Architetti e Fondazione Inarcassa, sostenuta da una impegnativa campagna di stampa (diverse pagine pubblicitarie sui principali quotidiani nazionali). Iniziativa meritoria, nessun dubbio (anche se qualificarsi come “prima giornata nazionale” è quantomeno poco rispettoso di almeno un’altra iniziativa in corso da diversi anni) e vedremo quali risultati darà nel giro di qualche anno. Ma penso anche all’iniziativa “a scuola con il geologo”, promossa dal Consiglio Nazionale dei Geologi, che nel lancio della campagna del 16 novembre avrebbe portato un geologo in 600 scuole italiane. Nel programma della giornata, così come presentata sul web, diverse cose appaiono discutibili: come si può pensare siano significativi incontri frontali di una ‘mattinata’, non inseriti nel Piano di Offerta Formativa, con 200-250 studenti in un’aula magna o una palestra, con un geologo, un sismologo o un ingegnere o altro ancora? Entrare in una scuola, incontrare e parlare con bambine e bambini, ragazze e ragazzi è una cosa molto delicata, da far tremare i polsi. Come si fa a pensare che tutti lo possano fare senza un minimo di preparazione specifica e approfondita?
Potremmo discutere a lungo di queste diverse iniziative, sulle quali io personalmente ho un’opinione molto critica. Ma il problema di queste e altre iniziative è che non rispondono a un piano di lavoro di lungo termine che coinvolga il Servizio Nazionale della Protezione Civile nel suo complesso che, per inciso, comprende anche il MIUR. Non basta a qualificarle come tali la “collaborazione” o il “patrocinio” di un ministero o del DPC.

Tu collabori da molto tempo a iniziative nazionali e locali in materia. Ad esempio, ci puoi parlare di EDURISK?

Da una quindicina di anni spendo una parte del mio lavoro in due progetti di comunicazione e educazione al rischio: il primo è stato EDURISK, un progetto educativo vero e proprio di educazione al rischio per le scuole.
EDURISK è stato ideato e avviato nel 2002 dal proposito di un un gruppo di ricercatori di varie discipline (geofisica, geologia, sismologia storica, ingegneria sismica, psicologia dell’emergenza, ecc.) di dedicare volontariamente una parte del proprio tempo alla disseminazione di cultura scientifica e all’educazione al rischio nelle scuole. Un’esigenza di impegno sociale, per semplificare. Questo perché eravamo consapevoli della forte impatto sociale delle nostre ricerche, in gran parte finalizzate alla definizione della pericolosità sismica e vulcanica e quindi direttamente alla riduzione del rischio sismico e vulcanico. Ci siamo ispirati fin dall’inizio, e lo abbiamo dichiarato esplicitamente, proprio alle esperienze del PFG che ho citato prima.
Fin dall’inizio abbiamo scelto come interlocutore principale la scuola per due ragioni: da una parte perché è il tramite più vivo e diretto con la società nel suo insieme; dall’altro perché l’obiettivo del progetto è ridurre il rischio, non subirlo passivamente. E’ un obiettivo, quindi, di cambiamento sociale, che passa necessariamente attraverso la parte più giovane della società, a partire dai bambini. Semplificando all’estremo: gli effetti del prossimo forte terremoto sono determinati in gran parte dalle scelte che ognuno di noi fa (o non-fa) oggi e farà, da oggi in poi. Scegliendo dove e come abitare, come costruire le nostre case, come ristrutturarle, rispettando o meno le regole, ecc.
Siamo partiti dalla progettazione e sperimentazione di materiale didattico, di strumenti di comunicazione, Con l’aiuto decisivo di uno staff di progettazione educativa, pedagogisti, autori e illustratori di libri per ragazzi, abbiamo realizzato una serie di testi per diverse fasce di età, dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria, accompagnati da guide didattiche per insegnanti. La collana di materiali EDURISK, disponibile in digitale nella sezione ‘materiali’ del sito, è corposa. E mi piace ricordare spesso che non una riga di quei testi è stata scritta da noi bensì da autori e illustratori di libri per ragazzi, fra i quali mi piace ricordare il compianto Roberto Luciani, un gigante. Siamo ricercatori, magari bravi sismologi, geologi, ecc.; ma scrivere per bambini e ragazzi è altra cosa, a ognuno il suo mestiere. E’ una collana che ha avuto un grande successo; i titoli principali hanno avuto una ventina fra riedizioni o ristampe, e sono disponibili le versioni in diverse lingue.
Poi per molto tempo abbiamo promosso in giro per l’Italia progetti formativi che, a partire dalla formazione insegnanti, hanno impegnato migliaia di insegnanti (ca. diecimila complessivamente) e studenti (ca. centomila) per uno o più anni scolastici. Numeri molto alti, ma irrisori in termini assoluti. Di questo percorso sono passaggi fondamentali la sperimentazione iniziale, realizzata in Calabria, Romagna e Friuli, e il lavoro a L’Aquila nel 2008, prima del terremoto.

Dopo i primi anni l’attività si è progressivamente evoluta verso un approccio sempre più informale e interattivo, con attività di tipo laboratoriale. Insieme a una cooperativa specializzata nell’uso del gioco nella didattica (ConUnGioco) abbiamo realizzato un percorso attivo (Tutti Giù per Terra) che a partire dal 2007 e per molti anni ha ‘viaggiato’ insieme alla mostra “Terremoti d’Italia”. Da una rielaborazione di questo percorso attivo, realizzato direttamente da alcune classi di scuola ‘media’ dell’Aquila, è nata la docufiction “Non chiamarmi terremoto”. In diversi progetti il lavoro sviluppato nelle scuole si è trasformato in strumento di comunicazione verso l’esterno, i genitori e i cittadini. In forma di allestimenti interattivi, eventi, ecc. Dopo i terremoti emiliani del 2012 il lavoro con le scuole di Crevalcore, San Felice sul Panaro, Sant’Agostino e Ferrara si è trasformato nel 2013 in una mostra diffusa (“Facciamo noi! Una ricostruzione fantastica”), con allestimenti in oltre 200 spazi pubblici e privati nei paesi e nelle frazioni. Lo stesso è accaduto ad Ascoli Piceno dopo i terremoti del 2016, nell’Appennino forlivese per la ricorrenza del centenario del terremoto del 1918 ed è in corso di realizzazione in area vesuviana e flegrea, sul rischio sismico e vulcanico.
La parabola sommariamente riassunta (impossibile rappresentare tutto) porta a una conclusione drastica: abbiamo completamente abbandonato l’approccio frontale, non serve assolutamente a nulla, né per gli adulti, né per i bambini. Non è il livello di cultura scientifica che, da solo, cambia le scelte delle persone (non ci sarebbero tanti fumatori), le persone non sono ‘contenitori’ vuoti da riempire. La ragione in fondo è semplice: se l’obiettivo è la sensibilizzazione, la consapevolezza del rischio e un ruolo attivo nella sua riduzione, questo può avvenire solo con il coinvolgimento emotivo, profondo, delle persone, attraverso un percorso di scoperta che noi possiamo semplicemente accompagnare.

In questi ultimi anni ti sei occupato di “Io Non Rischio”, iniziativa dal titolo abbastanza perentorio…..

Il titolo è perentorio, sì. Ma semplicemente è il modo che abbiamo trovato per dichiarare un impegno, una scelta che ognuno di noi decide di fare. “Io Non Rischio” significa quindi “io decido di non rischiare” e  faccio qualcosa, da subito, per ridurre il rischio.
Io Non Rischio (http://iononrischio.protezionecivile.it/) è una campagna di comunicazione nazionale. Una campagna di piazza, sul modello delle campagne di sensibilizzazione sui tumori: e cioè l’allestimento, in una giornata definita su tutto il territorio nazionale, di punti informativi per i cittadini. Le differenze dalle altre campagne sono numerose: non raccogliamo fondi, facciamo solo un lavoro informativo. La caratteristica più originale della campagna è che questo lavoro è affidato a volontari di associazioni di protezione civile, che hanno seguito un percorso formativo specifico a cascata: volontari che incontrano i propri concittadini, parlano con loro (magari nello stesso dialetto), di un territorio che conoscono bene perché ci vivono. Proprio per questo il lavoro di comunicazione non si esaurisce in quel fine settimana (solitamente a metà ottobre), ma può continuare in vario modo lungo tutto l’anno. La campagna è nata nel 2011, in forma sperimentale, ed è cresciuta esponenzialmente negli anni successivi, coinvolgendo diverse migliaia di volontari, complessivamente di un migliaio di associazioni. L’ambizione originaria era arrivare in tutti i circa 8.000 comuni italiani. Ancora non ci siamo riusciti, anche perché abbiamo speso non poche energie per sviluppare nuovi rischi (maremoto e alluvione) e pagato non poco per una crescita forse troppo rapida. E per molte altre ragioni.

In compenso dopo 8 anni di lavoro, oltre alle molte centinaia di migliaia di cittadini incontrati nelle piazze, la campagna è diventata un punto di riferimento di moltissimi Comuni, che dopo l’iniziale diffidenza hanno trovato naturale scendere in piazza per presentare il Piano di Emergenza Comunale. Le Regioni, inizialmente diffidenti, ora cominciano a crederci (non tutte ovviamente, non esageriamo…) e a impegnarsi per farla diventare un proprio strumento di sensibilizzazione sui rischi da terremoto, maremoto e alluvione.
La campagna per sopravvivere e crescere dovrà necessariamente rinnovarsi, approfondire le proprie motivazioni ed elevare il livello di preparazione di tutti i suoi attori, trasformandosi da appuntamento annuale a campagna diffusa, lungo tutto l’anno. Il pregio principale di questa campagna è, indubbiamente, che per la prima volta è davvero iniziativa nazionale, non solo nelle ambizioni.

Quali sono gli aspetti essenziali sui quali le vostre iniziative puntano?

Credo che le due iniziative abbiano caratteri comuni, e non a caso: la campagna Io Non Rischio è nata da un’idea – peraltro nella sua formulazione iniziale molto vaga e ingenua – di Anpas, che ha poi raccolto il sostegno del Dipartimento della Protezione Civile, dell’INGV e di Reluis (e successivamente di CIMA). Ma un contributo fondamentale lo ha avuto dall’inizio proprio l’esperienza di EDURISK, il cui staff di progettazione ha confezionato materialmente i materiali di comunicazione della campagna e ideato una serie di strumenti sia per la formazione dei volontari che per la comunicazione di piazza.
In comune le due iniziative hanno l’educazione al rischio, la sensibilizzazione e l’attivazione delle persone per la sua riduzione, come obiettivo nitido. Entrambe le iniziative prestano molta attenzione a percorsi di conoscenza dell’ambiente in cui si vive e alla sua dimensione storica. Uno degli elementi fondamentali dell’allestimento di piazza è la “linea del tempo”, una rappresentazione visiva della storia sismica della località in cui si svolge la manifestazione, linea del tempo la cui realizzazione ha richiesto che i volontari si interrogassero sui caratteri della sismicità dell’area, facessero una vera e propria ricerca (che in qualche caso ha portato alla luce informazioni inedite), condividendone poi gli esiti con i propri cittadini.

E’ un processo apparentemente semplice, questo, ma che descrive bene ciò che fa sì che un contenuto informativo – che di per sé potrebbe essere benissimo trasmesso attraverso i media (o tramite cartelloni stradali, perché no?) – diventi ‘conoscenza’. Per dirla con un grande, Ben Wisner3  l’informazione diviene conoscenza solo quando è collocata in un contesto che le dà significato e una qualche rilevanza all’azione. In questo senso la conoscenza è parte di un sistema che guida la comprensione della realtà e l’agire umano su quella realtà.
Ecco: torniamo esattamente lì, al percorso di scoperta, che genera consapevolezza e stimola ad agire per cambiare la realtà.

Avete la possibilità di monitorare l’efficacia degli interventi?

Nel progetto EDURISK lo abbiamo sempre fatto, con strumenti semplici (questionari gradimento e valutazione), ma sempre a scala limitata.
Quanto a Io Non Rischio non è questione semplice, per una iniziativa che ha esplicitamente un carattere nazionale, coinvolge tanti (in questi anni circa dieci mila volontari), entra in contatto con tante persone (le nostre stime superano il milione di contatti in piazza). Ebbene, per valutare in modo accurato l’impatto sul lungo termine della campagna, vale a dire se ha lasciato tracce nella consapevolezza del rischio delle persone e ha prodotto qualche scelta di riduzione del rischio, ha prodotto cambiamento sociale, servirebbero strumenti di indagine molto complessi e costosi (molte decine di migliaia di euro), che non sono alla nostra portata, purtroppo. Non bastano i questionari cartacei oppure online che abbiamo utilizzato e utilizziamo, o le indagini telefoniche effettuate con il call-center del DPC (che abbiamo fatto), perché non raggiungono un campione statisticamente significativo.

Uno strumento che abbiamo utilizzato, da una parte, per calibrare gli interventi educativi, e dall’altra per capire se qualche iniziativa (nostra o di altri) aveva lasciato qualche traccia, è un’indagine sulla percezione rischio – “Terremoto Test”, attraverso un questionario online, che quindi ha raccolto dati non strettamente significativi dal punto di vista statistico4.
Su un campione non rappresentativo, quindi, fra le tante cose è emerso che chi è stato coinvolto in un progetto educativo vero e proprio come EDURISK ha un livello di consapevolezza decisamente maggiore della media: il che è però scontato.

Il terreno più importante resta evidentemente quello scolare. Che cosa non funziona e che cosa si dovrebbe/potrebbe fare?

Cosa non funziona? La scuola è in difficoltà, da molto tempo, ma non ho elementi sufficienti né per fare diagnosi né tantomeno per proporre soluzioni. In questi anni ho incontrato migliaia di insegnanti, ho visto tanta fatica, dedizione, a volte squarci di autentica passione, nei contesti più impensabili (nei paesi di area vesuviana e flegrea, nel Beneventano, in Calabria, in Emilia, nell’Alto appennino forlivese). In generale gli insegnanti sono sommersi da progetti i più disparati, con poca possibilità di selezionare e si ritrovano a dover reggere da soli un sistema educativo sballottato fra continue riforme e controriforme, di cui non si intuisce il senso.
Manca evidentemente “un progetto”: il MIUR è sostanzialmente assente su questi temi e gli Uffici Scolastici Regionali (e provinciali) sono ormai ridotti a sportelli amministrativi.

Non mi illudo su questo. Piccole iniziative in ambito locale, legate a motivazioni o circostanze particolari, possono ancora dare esiti molto interessanti, a volte straordinari, ma non vedo spiragli per qualcosa che abbia dimensioni adeguate per lasciare tracce su scala nazionale. Cambierà qualcosa in futuro? Posso e possiamo sperarlo, ma i miracoli dipendono solo da noi.

A proposito di scuole, da San Giuliano di Puglia in poi è cresciuta l’attenzione alla sicurezza/insicurezza delle medesime. Come si può coniugare questa attenzione, questa richiesta di sicurezza con la necessità di aumentare la consapevolezza in materia di rischio sismico?

Difficilissimo rispondere. Da una parte i dati (se ci sono) fotografano una situazione impietosa, al punto da far pensare che sia impossibile risolverla o anche solo migliorarla. Manca completamente la capacità, tutta politica, di immaginare un percorso decennale almeno. Dall’altra in continuazione, su questo aspetto, si cade dalle nuvole. Ci sono in gioco aspetti tecnici, difficili da gestire (che significato abbia precisamente il coefficiente numerico di vulnerabilità sismica), i limiti di risorse disponibili, la difficoltà di stabilire delle priorità e i tempi richiesti per gli interventi stessi. Con questo si scontrano le ambizioni di tante presunte iniziative di messa in sicurezza del patrimonio scolastico, che restano spesso semplici intenzioni. Posso solo mettere fra parentesi, per un attimo, il pessimismo di fondo, per sperare che il lavoro di sensibilizzazione che è stato fatto dalla campagna Io Non Rischio in questi 8 anni (e pure da EDURISK nei suoi oltre 15 anni di vita) abbia reso un numero significativo di persone consapevoli che questa è una priorità assoluta, e che solo dall’impegno diretto delle persone, dei comuni cittadini, si può pensare di cambiare qualcosa.

L’altro settore vitale è rappresentato dai media, che diffondono ogni tipo di notizia spesso senza nessun filtro. Che cosa si può fare in questo senso?

Si tornasse al giornalismo d’inchiesta, questa la soluzione. Qualcuno lo ha fatto e lo sta facendo: il lavoro avviato da Wired e continuato da iniziative di data-journalism [qui e qui]. Ma lo stesso lavoro, serio, approfondito, costante, andrebbe fatto in ambito locale, senza ricerca dello scandalo. I media prendono spesso scorciatoie, andando a inseguire il singolo scandalo, il ‘caso’, senza peraltro spesso fare su quello un lavoro realmente approfondito, o facendosi ‘imbeccare’ da singoli ‘esperti’. La vicenda della scuola di San Giuliano di Puglia presentava e presenta tanti temi (mancato aggiornamento della classificazione sismica, gli interventi che ne hanno peggiorato la vulnerabilità, il ruolo del Comune, il comportamento lineare del Dirigente Scolastico di nuova assegnazione, la vicenda processuale che ne è seguita), ma non riesco a dimenticare un paio di vicende paradossali molto più recenti, che hanno riguardato scuole dell’Italia centrale. La prima è quella del Liceo Cotugno a L’Aquila, rimasto chiuso di fatto per un paio di mesi fra 2016 e 2017, perché l’indice di vulnerabilità risultava molto inferiore a “1” (pur avendo risposto molto bene al terremoto del 6 aprile 2009).  L’altra è quella dei 100 sindaci che dopo il 18 gennaio 2017 hanno chiuso le scuole, esigendo (da chi? Dal DPC?, dallo “Stato”?) le valutazioni di vulnerabilità [scoperta per loro recente, fino a quel momento avevano pensato solo in termini di “agibilità”, e questo è un passo avanti, nessun dubbio]. Peccato che le verifiche di vulnerabilità avrebbero dovuto farle loro, i sindaci, entro il 2008 (art. 2, comma 3, dell’OPCM 3274/2003: “è fatto obbligo di procedere a verifica, da effettuarsi a cura dei rispettivi proprietari, pubblici e privati, sia degli edifici di interesse strategico e delle opere infrastrutturali la cui funzionalità durante gli eventi sismici assume rilievo fondamentale per le finalità di protezione civile, sia degli edifici e delle opere infrastrutturali che possono assumere rilevanza in relazione alle conseguenze di un eventuale collasso”)! Poi sono venute proroghe delle scadenze (al 2010 e poi al 2013, nella migliore tradizione), e tutti se ne sono dimenticati. E c’erano pure le risorse per farle quelle verifiche. E non riesco a capire perché – è un esempio che faccio spesso, forse strumentalmente – i comuni dell’Alta Valle del Reno, in Appennino bolognese (casa mia) le verifiche le hanno fatte, hanno fatto o avviato pure gli interventi di adeguamento o miglioramento sismico, e quel centinaio di comuni di Abruzzo, Marche, Umbria e Lazio, zone molto più pericolose sismicamente, non li abbiano fatti (SE non li hanno fatti), a partire dal giorno dopo. Sono passati dieci anni da quella prima scadenza.

Ecco, anche su vicende di questo tipo i media dovrebbero lavorare, non alimentare semplicemente l’inutile, lamentoso, irresponsabile rivendicare l’intervento dello Stato, come se questa fosse una entità astratta fuori da noi, che nulla ha che fare con il Sindaco (l’unica, ma proprio l’unica autorità di protezione civile, e molti di loro nemmeno ne sono consapevoli), con il Comune, con i cittadini che abitano quel comune, che pagano (o non pagano) le tasse, rispettano (o non rispettano) le regole, hanno responsabilità dirette sulle cose e sul livello di rischio che decidono (inconsapevolmente, magari) di accettare.

Hai notizia di qualche iniziativa interessante fuori dall’Italia?

Ho avuto qualche contatto con altre esperienze europee, Francia, Svizzera, Grecia. E quello che mi ha colpito è che pur in contesti molto diversi, in questi paesi un tentativo di immaginare un piano di lavoro sull’educazione al rischio, organico e sul lungo termine, è stato fatto.
In svizzera Planat; in Grecia EPPO. Ma quella che mi ha colpito di più è la rete di formatori IFFO-RME francese, che ho conosciuto direttamente qualche anno fa: non che sia esperienza avanzatissima sul piano della definizione di contenuti, strategie di azione o altro, ma è iniziativa nazionale, consolidata nel tempo, che coinvolge una marea di soggetti, dai ministeri (ambiente, istruzione, interni), alle università, ecc. Esattamente quello che manca a noi.

Speri che possa migliorare qualcosa in futuro in questo settore?

Francamente temo di no. È un momento molto difficile per il Servizio Nazionale della Protezione Civile, per il Dipartimento che lo coordina, per il mio stesso Istituto che ne è componente. Le risorse si riducono, l’irrigidimento e il contorcimento delle procedure amministrative nel settore pubblico ci stanno portando rapidamente alla paralisi (ci siamo già), non c’è ricambio vero di personale, non si fanno da moltissimi anni investimenti nel reclutamento di personale con competenze adeguate (nei settori della comunicazione, della formazione, della progettazione educativa), i diversi ‘pezzi’ del Servizio Nazionale – come mostrano molte iniziative cui ho accennato – vanno ognuno per conto proprio. La stessa campagna Io Non Rischio, la prima e unica che ha avuto davvero un carattere nazionale e ha cercato di darsi continuità, è  al limite della sopravvivenza (per tante ragioni che non approfondisco).

Ci sarebbe bisogno – non lo dico perché sto parlando con te, te l’assicuro -, di tornare allo spirito del Progetto Finalizzato Geodinamica, quando tutte le migliore energie, la ricerca sismologica e geologica, la pianificazione, l’ingegneria, ecc. lavoravano insieme sull’obiettivo della “difesa dai terremoti”. Sono passati quarant’anni, siamo costretti – temo – a ripartire da prima di quel progetto.

 

Note

1 Se non ci sono pubblicazioni che censiscano in modo organico le esperienze di educazione al rischio (sismico) negli ultimi anni o decenni, non mancano singoli contributi che hanno affrontato il tema. Fra questi un numero della rivista Liber. Libri per bambini e ragazzi (“Educare al rischio. Tsunami, terremoti, vulcani… strategie di prevenzione e buona comunicazione della scienza: le catastrofi naturali raccontate ai ragazzi”, n. 69, gennaio-marzo 2006). La rivista eco l’educazione sostenibile ha dedicato due numeri monografici a questo tema: “Educazione alla riduzione dei disastri. Conoscere, prevenire e fronteggiare le calamità naturali. Esempi dall’Italia e dal mondo”, n. 4, aprile 2005; “Educare al rischio, per prevenirlo. E costruire resilienza. Pericoli e disastri, temi cruciali ma sottovalutati nell’educazione ambientale”, n. 3, maggio-giugno 2014.

2 Consiglio Nazionale degli Architetti (2001). Sicurezza degli edifici. La tua è una casa sicura?  Allegato a Famiglia Cristiana, n. 38, 23 settembre 2001.

3 B. Wisner (2006). Let our children teach us! A review of the role of education and knowledge in disaster risk reduction, ISDR, Bangalore.

4 M. Crescimbene, F. La Longa, R. Camassi, N.A. Pino, L. Peruzza (2014). What’s the seismic risk perception in Italy? Engineering Geology for Society and Territory, Vol. 7, 69-75.

 

Earthquake risk education: a partial statement for Italy (interview with Romano Camassi)

Translated by Google Translate, revised

Romano Camassi is a researcher at INGV (Department of Bologna). ‘Seismologist’ of eccentric training (a degree in Pedagogy, a thesis in modern history), engaged for more than three decades in historical research on earthquakes. Co-author of the main catalogues of Italian earthquakes. For over 15 years he has dedicated a part of his work to seismic risk education projects.

After every destructive earthquake, in Italy as elsewhere, the need to improve the earthquake education the seismic risk education, or even to introduce it at various levels, is recalled. It is true that, albeit not generally, there have been and there are several initiatives in this area. Can you give us an idea, and maybe refer to some publication that summarizes them?
It is true: after every major earthquake, everyone invokes more information, preparation, risk education in schools, information campaigns, exercises. More: it is frequent that at every change of minister (or undersecretary), or just before its decadence, announcements are made, protocols are signed, even, which then have no real following: of this there are very recent examples. The initiatives that in the last decades have set themselves, in various ways, the objective of education to seismic risk have been innumerable, impossible to make an inventory (nor is there a publication that has done so). I refer to initiatives of scientific dissemination on the earthquake, training for schools, awareness of the population. Many local administrations – individual municipalities, provinces, regions – sometimes in a totally impromptu manner, other times in a more organized and continuous way, have promoted initiatives of this kind. The same have been done by individual civil protection associations, or national orders: I remember a beautiful pamphlet of the National Council of Architects, distributed in September 2001 by “Famiglia Cristiana”, or even recent initiatives by geologists and engineers. Could not mention them all.
The problem is that, in many cases (not all), they were short-term initiatives, which often responded to temporary needs, in which the visibility of the promoter was to prevail. Everything is useful, many accomplished things have certainly been of good quality: but the problem is that of sensitization, of risk education, is an essential, fundamental part of that fundamental task of the National Service of Civil Protection summarized by the term, which seems to me almost worn out, of prevention. How can there be prevention, that is to say precise choices, actions that reduce the risk, without people being aware, informed, ‘activated’ to make those choices, every day? And I do not speak so much about the correct behaviours in an emergency, on which we often stop to stop the attention, but of the choices that reduce immediately or in time the vulnerability (not structural and structural) of the environment in which we live.

Can you remember some of the initiatives?
You know well, because you had a very specific role in this, that these issues were dealt with very thoroughly a long time ago, even before the earthquake of Irpinia, almost forty years ago. The Geodynamic Finalized Project (PFG) of the CNR, in the late ’70s, had a Working Group called “Mass Education” (of which you were coordinator), then became “Education and Information” (part of the National Group for Defence from the Earthquakes), and a lot of work in those years was done. The merit of that experience is to have imagined an overall approach, in a national perspective, trying to define contents and educational strategies: I refer to the “Earthquake Teaching System”, interactive and, then, technologically advanced, to the cartoon “Earthquake“, designed by B. Bozzetto and to the survey “What do you think of the earthquake?” on the imaginary and knowledge of Italians about seismic phenomena. All these things today seem futuristic. That season is over, some things are lost, in many cases we have come back, far behind. What was for some time the training and information office of the National Seismic Service for a few years has produced communication materials (also very ambitious, ‘challenging’, in many ways), then that season has run out.

And more recently? Who promotes initiatives in the sector?
Among the more recent things, more general, I think it is right to mention the “national day of safety in schools”, promoted ten years ago by Active Citizenship and formally established by MIUR 2015, and the more specific exhibition promoted by the DPC “Earthquakes of Italy”, set up from 2007 onwards in many Italian locations. In the past few weeks two initiatives of a different nature have had a consistent media coverage. The ambitious “First National Day on Seismic Prevention”, promoted by the National Council of Engineers, National Council of Architects and Inarcassa Foundation, supported by a demanding press campaign (several advertising pages in the main national newspapers). Meritorious initiative, no doubt (even if to qualify as “first national day” is at least not respectful of at least another initiative in progress for several years) and we will see what results will give in a few years. But I also think of the initiative “at school with the geologist”, promoted by the National Council of Geologists, which in launching the campaign on November 16th would bring a geologist to 600 Italian schools. In the program of the day, as presented on the web, several things appear questionable: how can you think significant frontal meetings of a ‘morning’ are not included in the Training Offer Plan, with 200-250 students in a lecture hall or a gym, with a geologist, a seismologist or an engineer or more? Entering a school, meeting and talking with girls and children, girls and boys is a very delicate thing, to shake your wrists. How do you think that everyone can do it without a minimum of specific and thorough preparation? We could discuss these various initiatives for a long time, on which I personally have a very critical opinion. But the main problem with these and other initiatives is that they do not respond to a long-term work plan involving the National Civil Protection Service as a whole, which, incidentally, also includes MIUR. It is not enough to qualify them as such the “collaboration” or the “sponsorship” of a ministry or the DPC.

You have been collaborating for a long time in national and local initiatives on the subject. For example, can you talk about EDURISK?
For the last fifteen years, I have spent part of my work on two communication and risk education projects: the first was EDURISK, a real educational project for risk education for schools. EDURISK was conceived and launched in 2002 by the purpose of a group of researchers of various disciplines (geophysics, geology, historical seismology, seismic engineering, emergency psychology, etc.) to voluntarily dedicate a part of their time to the dissemination of culture science and education at risk in schools. A need for social commitment, to simplify. This is because we were aware of the strong social impact of our research, largely aimed at defining seismic and volcanic hazard and therefore directly at reducing seismic and volcanic risk. We were inspired from the beginning, and we explicitly stated it, precisely to the experiences of the PFG that I mentioned earlier. From the beginning, we chose the school as the main interlocutor for two reasons: on the one hand, because it is the most direct and direct link with society as a whole; on the other, because the goal of the project is to reduce the risk, not passively. It is therefore a goal of social change, which necessarily passes through the younger part of society, starting with children. Simplifying to the extreme: the effects of the next strong earthquake are largely determined by the choices that each of us makes (or non-makes) today and will do, from today onwards. Choosing where and how to live, how to build our houses, how to renovate them, respecting or not the rules, etc. We started from the design and experimentation of educational material, communication tools, with the decisive help of an educational planning staff, pedagogics, authors and illustrators of children’s books, we have created a series of texts for different age groups, from kindergarten at secondary school, accompanied by teaching guides for teachers. The series of EDURISK materials, available digitally in the ‘materials’ section of the site, is full-bodied. And I like to remember often that not a line of those texts was written by us but by authors and illustrators of children’s books, among which I like to remember the late Roberto Luciani, a giant. We are researchers, maybe good seismologists, geologists, etc.; but writing for children and young people is another thing, each one his job. It is a series that has been a great success; the main titles have had about twenty reissues or reprints, and versions in different languages are available. Then, for a long time, we have promoted educational projects around Italy that, starting from teacher training, have engaged thousands of teachers (about ten thousand in total) and students (about one hundred thousand) for one or more school years. Numbers very high, but irrelevant in absolute terms. The initial experimentation, carried out in Calabria, Romagna and Friuli, and the work at L’Aquila in 2008, before the earthquake, are fundamental steps of this path.
After the first years, the activity has progressively evolved towards an increasingly informal and interactive approach, with laboratory activities. Together with a cooperative specialized in the use of educational gaming (ConUnGioco) we have created an active path (Tutti Giù per Terra) that since 2007 and for many years has ‘travelled’ together with the exhibition “Earthquakes of Italy”. From a re-elaboration of this active path, realized directly by some classes of the ‘media’ school of L’Aquila, the docufiction “Do not call me earthquake” was born. In several projects, the work developed in schools has become an instrument of communication to the outside world, parents and citizens. In the form of interactive displays, events, etc. After the Emilian earthquakes of 2012, the work with the schools of Crevalcore, San Felice sul Panaro, Sant’Agostino and Ferrara was transformed in 2013 into a widespread exhibition (“Let’s do it! A fantastic reconstruction“), with installations in over 200 spaces public and private sectors in countries and hamlets. The same happened in Ascoli Piceno after the earthquakes of 2016, in the Appennino forlivese for the anniversary of the centenary of the earthquake of 1918 and is under construction in the Vesuvian and Flegrea area, on seismic and volcanic risk. The parable summarily summarized (impossible to represent everything) leads to a drastic conclusion: we have completely abandoned the frontal approach, it is absolutely useless, neither for adults nor for children. It is not the level of scientific culture that, by itself, changes people’s choices (there would not be many smokers), people are not empty ‘containers’ to fill. The reason at the bottom is simple: if the goal is sensitization, awareness of risk and an active role in its reduction, this can only happen with the deep emotional involvement of people, through a path of discovery that we can simply accompany.

In the last few years you have dealt with “Io Non Rischio” (I do not take risks), an initiative with a fairly imperative title ….
The title is imperative, yes. But it is simply the way we have found to declare a commitment, a choice that each of us decides to make. “I do not take risks” therefore means “I decide not to risk” and I do something immediately to reduce the risk.
Io Non Rischio is a national communication campaign. A street campaign, based on the model of cancer awareness campaigns: that is, setting up information points for citizens on a day defined throughout the country. The differences from the other campaigns are numerous: we do not raise funds, we only do an informative job. The most original feature of the campaign is that this work is entrusted to volunteers of civil protection associations, who have followed a specific training path in cascade: volunteers who meet their fellow citizens, speak with them (perhaps in the same dialect), a territory who know well why they live there. Precisely for this reason the communication work does not end in that weekend (usually in mid-October), but can continue in various ways throughout the year. The campaign was born in 2011, in an experimental form, and has grown exponentially in the following years, involving several thousand volunteers, a total of a thousand associations. The original ambition was to arrive in all about 8,000 Italian municipalities. We have not yet succeeded, also because we have spent a lot of energy to develop new risks (tsunami and flood) and paid a little for a growth that is perhaps too rapid. And for many other reasons.
On the other hand after 8 years of work, in addition to the many hundreds of thousands of citizens met in the squares, the campaign has become a reference point for many municipalities, which after the initial mistrust found it natural to take to the streets to present the Emergency Plan Comunale. The Regions, initially wary, now begin to believe (not all of course, do not exaggerate …) and to commit themselves to make it their own tool to raise awareness on the risks from earthquake, tidal wave and flood. The campaign to survive and grow must necessarily renew itself, deepen its motivations and raise the level of preparation of all its actors, transforming itself from an annual appointment to a widespread campaign, throughout the year. The main advantage of this campaign is, undoubtedly, that for the first time it is truly a national initiative, not only in ambitions.

What are the essential aspects on which your initiatives are aimed?
I believe that the two initiatives have common characteristics, and not by chance: the Io Non Rischio campaign was born from an idea – moreover in its initial vague and ingenuous formulation – of Anpas, which then gathered the support of the Department of Civil Protection , INGV and Reluis (and subsequently CIMA). However, a fundamental contribution was made to the experience of EDURISK, whose design staff materially packaged the campaign’s communication materials and devised a series of tools for both volunteer training and street communication. In common the two initiatives have risk education, awareness and activation of people for its reduction, as a clear goal. Both initiatives pay a lot of attention to paths of knowledge of the environment in which we live and its historical dimension. One of the fundamental elements of the preparation of the square is the “time line”, a visual representation of the seismic history of the location where the event takes place, a time line whose realization required that the volunteers question the characteristics of the seismicity of the ‘area, did a real research (which in some cases has unearthed unpublished information), then sharing the outcomes with their citizens.
It is a seemingly simple process, this one, but it describes well what causes an information content – which in itself could well be transmitted through the media (or via road signs, why not?) – become ‘knowledge’. To say it with a great, Ben Wisner3 information becomes knowledge only when it is placed in a context that gives it meaning and some relevance to the action. In this sense, knowledge is part of a system that guides the understanding of reality and human action on that reality. Here: we return exactly there, to the path of discovery, which generates awareness and stimulates to act to change reality.

Do you have the possibility to monitor the effectiveness of the interventions?
We have always done this in the EDURISK project, with simple tools (satisfaction and evaluation questionnaires), but always on a limited scale. As for Io Non Rischio it is not a simple matter, for an initiative that explicitly has a national character, involves many (in these years about ten thousand volunteers), comes into contact with many people (our estimates exceed one million contacts in the square) . Well, to accurately assess the long-term impact of the campaign, that is to say if it has left traces in people’s risk awareness and has produced some risk reduction choices, has produced social change, would require very complex investigative tools and expensive (many tens of thousands of euros), which are not within our reach, unfortunately. Paper or online questionnaires that we have used and use are not enough, or telephone surveys carried out with the call centre of the DPC (which we have done), because they do not reach a statistically significant sample.
An instrument that we used, on the one hand, to calibrate the educational interventions, and on the other to understand if any initiative (ours or others) had left any trace, it is a survey on risk perception – “Earthquake Test“, through an online questionnaire, which then collected data that are not strictly significant from a statistical point of view4. On a non-representative sample, then, among many things, it emerged that those involved in a real educational project like EDURISK have a much higher level of awareness than the average, which is obvious.

The most important level is obviously the school level. What does not work and what should/could be done?
What is not working? The school has been in difficulty for a long time, but I do not have enough elements to make a diagnosis nor to propose solutions. In these years, I have met thousands of teachers, I have seen so much effort, dedication, sometimes glimpses of authentic passion, in the most unthinkable contexts (in the towns of the Vesuvian and Flegrea area, in Benevento, Calabria, Emilia, in the Upper Apennines of Forlì). In general, the teachers are submerged by the most disparate projects, with little possibility of selecting and find themselves having to hold up for themselves an educational system tossed between continuous reforms and counter-reforms, whose meaning is not understood. Obviously, there is no “project”: the MIUR is substantially absent on these issues and the Regional (and provincial) School Offices are now reduced to administrative branches.
I do not delude myself about this. Small initiatives in the local area, linked to particular motivations or circumstances, can still give very interesting, sometimes extraordinary results, but I see no glimpse for something that has adequate dimensions to leave traces on a national scale. Will it change anything in the future? I can and can hope for it, but miracles depend only on us.

Speaking of schools, from San Giuliano di Puglia onwards the attention to the security / insecurity of the same has increased. How can this attention be combined with this need for safety with the need to increase awareness of seismic risk?
Very difficult to answer. On the one hand, the data (if any) photograph a merciless situation, to the point of suggesting that it is impossible to solve it or even to improve it. The ability, completely political, to imagine a ten-year path at least is completely lacking. On the other hand, on this aspect, one falls from the clouds. There are technical aspects, difficult to manage (which means precisely the numerical coefficient of seismic vulnerability), the limits of available resources, the difficulty in setting priorities and the times required for the interventions. This is why the ambitions of many presumed initiatives to make school patrimony secure, which often remain simple intentions, clash. I can only put parenthesis, for a moment, the underlying pessimism, to hope that the work of sensitization that was made by the Io Non Rischio campaign in these 8 years (and also by EDURISK in its more than 15 years of life) has made a significant number of people aware that this is a top priority, and that only by the direct commitment of people, ordinary citizens, we can think of changing something.

The other vital sector is represented by the media, which spread all kinds of news often without any filter. What can be done in this sense?
You return to the data journalism, this is the solution. Someone did and is doing it: the work started by Wired and continued by data-journalism initiatives [here and here]. But the same work, serious, thorough, constant, should be done in the local area, without seeking the scandal. The media often take shortcuts, going to chase the single scandal, the ‘case’, without however often doing on that a really thorough job, or being ‘bummed’ by individual ‘experts’. The story of the school of San Giuliano di Puglia presented and presents many topics (failure to update the seismic classification, the interventions that have worsened the vulnerability, the role of the Municipality, the linear behavior of the newly assigned School Manager, the trial that is followed), but I can not forget a couple of paradoxical events much more recent, which involved schools in central Italy. The first is that of the Liceo Cotugno in L’Aquila, which has been closed for a couple of months between 2016 and 2017, because the vulnerability index was much lower than “1” (although it responded very well to the earthquake of 6 April 2009). The other is that of the 100 mayors who closed the schools after 18 January 2017, demanding (from whom? From the DPC ?, from the “State”?) Assessments of vulnerability [discovered for them recently, until then had thought only in terms of “usability”, and this is a step forward, no doubt]. It is a pity that the vulnerability checks should have made them, the mayors, by the end of 2008 (Article 2, paragraph 3 of the OPCM 3274/2003: “it is obligatory to proceed with the verification, to be carried out by the respective owners, public and private, both of the buildings of strategic interest and of the infrastructural works whose functionality during the seismic events assumes fundamental importance for the purposes of civil protection, both of the buildings and of the infrastructural works that can assume relevance in relation to the consequences of a possible collapse ” )! Then the deadlines were extended (to 2010 and then to 2013, in the best tradition), and everyone forgot about it. And there were also the resources to make those checks. And I can not understand why – it is an example that I often do, perhaps instrumentally – the municipalities of the Upper Rhine Valley, in the Appennino bolognese (my house) the checks have made them, have done or even started the adjustment or improvement interventions seismic, and that hundreds of municipalities of Abruzzo, Marche, Umbria and Lazio, areas much more dangerous seismically, they did not (if they did not), starting the day after. It’s been ten years since that first deadline.
Here, even on such events the media should work, not simply feed the useless, plaintive, irresponsible to claim the intervention of the state, as if this were an abstract entity outside of us, which has nothing to do with the Mayor ( the only one, but the only civil protection authority, and many of them are not even aware of it), with the Municipality, with the citizens who live in that municipality, who pay (or do not pay) taxes, respect (or not) respect) the rules, have direct responsibilities on things and the level of risk they decide (unconsciously, maybe) to accept.

Do you have news of any interesting initiative outside of Italy?
I had some contact with other European experiences, France, Switzerland, Greece. And what struck me is that even in very different contexts, in these countries an attempt to imagine a work plan on risk education, organic and long-term, has been done. In Swiss Planat; in Greece EPPO. But what struck me most is the French IFFO-RME trainers’ network, which I met directly a few years ago: not that it is a very advanced experience in terms of content definition, action strategies or anything else, but it is a national initiative, consolidated over time, involving a flood of subjects, from ministries (environment, education, interiors), to universities, etc. Exactly what is missing from us.

Hope you can improve something in the future in this area?
Frankly speaking, I am afraid not. It is a very difficult time for the National Service of Civil Protection, for the Department that coordinates it, for my own Institute that is part of it. The resources are reduced, the tightening and the twitching of administrative procedures in the public sector are rapidly leading us to paralysis (we are already there), there is no real change of personnel, not many years have been investing in recruiting staff with adequate skills (in the fields of communication, training, educational planning), the different ‘pieces’ of the National Service – as shown by many initiatives to which I have mentioned – are each on their own. The same campaign I Do Not Risk, the first and only one that has really had a national character and has tried to give itself continuity, is at the limit of survival (for many reasons that do not go deeper).
It would be necessary – I do not say it because I’m talking to you, I assure you – of returning to the spirit of the Geodynamic Finalized Project, when all the best energies, seismological and geological research, planning, engineering, etc. they worked together on the goal of “defence against earthquakes”. Forty years have passed, we are forced – I am afraid – to start again from before that project.

 

 

 

 

Tutti sulla stessa faglia: un’esperienza di riduzione del rischio sismico a Sulmona. Intervista a Carlo Fontana

Carlo Fontana è un ingegnere meccanico che vive a Sulmona, e quindi nei pressi di una delle faglie appenniniche più pericolose: quella del Morrone. Lavora nel settore industriale e fino al 2009 non ha considerato il rischio sismico come rilevante nella sua vita. Con lui abbiamo discusso della sua esperienza di riduzione della vulnerabilità sismica della sua casa e di impegno pubblico sul tema della prevenzione nel suo territorio.

Ci racconti come era – dal punto di vista sismico – l’edificio in cui vivevi ?

L’edificio in questione è la casa paterna di mia moglie, che abbiamo deciso di ristrutturare dopo il matrimonio per renderla bifamiliare. Era composto da un nucleo originario in muratura calcarea tipica della zona, primi anni del 900, a cui è stato affiancato un raddoppio negli anni  ‘60 con muratura in blocchi di cemento semipieni. Solai in profili metallici e tavelle, scala in muratura e tetto in legno. E’ stata danneggiata e resa parzialmente inagibile dai terremoti del 7 e 11 maggio 1984. Nel 2008 era ancora in attesa del contributo per un intervento di riparazione progettato a ridosso del sisma.

Fig01

Qual è stata la molla che è scattata per indurti a rivedere il progetto relativo alla tua abitazione? Continua a leggere

Sisma Safe: come scegliere di “essere più antisismico”. Intervista a Giacomo Buffarini

Quando un edificio può essere definito sicuro in caso di terremoto? E’ sufficiente che sia stato progettato e realizzato secondo le norme sismiche? E quali norme, visto che sono cambiate e migliorate nel corso degli anni?
Queste ed altre problematiche vengono affrontate dalla iniziativa “Sisma Safe”, un’associazione senza scopo di lucro che, attraverso un’attività informativa, vuol dare una risposta al bisogno di sicurezza individuando degli esempi positivi che siano in grado di trascinare il mercato edilizio. Ne parliamo con Giacomo Buffarini, ingegnere, ricercatore presso l’ENEA, ente che collabora a questa iniziativa.

Come è nata l’iniziativa “Sisma Safe” e quali sono gli obiettivi che persegue?

Sisma Safe nasce dalla sensibilità di alcune professioniste (ingegneri e architetti) che hanno compreso come ogni sforzo in ambito edilizio di miglioramento delle performance energetiche, del comfort abitativo, o ogni altro investimento risultano vani se non è garantita la sicurezza strutturale e che risulta, quindi, necessario limitare la vulnerabilità sismica di un edificio. L’obbiettivo è fare in modo che l’edificio, a seguito di un evento sismico della portata di quello previsto dalla normativa, non solo consenta la salvaguardia della vita (ossia non crolli), ma che possa continuare ad essere usato; più semplicemente subisca un danneggiamento nullo o estremamente limitato. Continua a leggere

Al lupo, al lupo? Più cautela con gli allarmi sismici (di Massimiliano Stucchi)

Premessa. In questo post si commentano – tra le altre cose – modelli scientifici e la loro possibile applicazione a fini di Protezione Civile. La trattazione è necessariamente semplificata: eventuali approfondimenti sono allo studio.

1. La previsione deterministica dei terremoti è da sempre invocata dall’umanità come possibile riparo da sciagure sismiche, in particolare per quello che riguarda la possibilità di restarne vittime. Per la ricerca scientifica, invece, si tratta di un obiettivo lontano e forse irraggiungibile, che presuppone conoscenze teoriche e osservazioni sperimentali sulle dinamiche di accumulo e rilascio dell’energia, oggi non disponibili. Il tema è ampio e complesso e non può essere certo trattato in profondità in queste pagine. Continua a leggere

Crying wolf? take care with earthquake alarms…..(by Massimiliano Stucchi)


translated by Google Translate, revised

Introduction. In this post we comment – among other things – scientific models and their possible application for civil protection purposes. The discussion is necessarily simplified: a more detailed post is under consideration.

1. The deterministic earthquake prediction has always been invoked by humanity as a possible shelter from seismic disasters, in particular for what concerns the possibility of remaining victims. For science, on the other hand, it is a distant and perhaps unattainable goal, which requires theoretical knowledge and experimental observations on the dynamics of energy accumulation and release, which are not available today. The theme is broad and complex and cannot be treated at depth in these pages. Continua a leggere

Note d’agosto, con un altro processo a L’Aquila ( di Massimiliano Stucchi)

Da almeno un paio anni agosto ci somministra morti e danni: Amatrice nel 2016, Ischia nel 2017, quest’anno le autostrade, la piena del Pollino e una sequenza sismica (Molise) che fin qui ha prodotto solo danni lievi.
E altre notizie che vale la pena di commentare.

Sul ponte Morandi di Genova si è detto di tutto e di più. C’è poco da aggiungere, se non la riflessione che ponti di quel tipo, e anche di altro tipo, sono vulnerabili sia all’usura che a possibili impatti esterni (aerei, droni, attentati, ecc.). Questi ponti vengono progettati per resistere a un determinato evento esterno che non è mai il massimo possibile, anche perché in questi casi tale massimo non è conosciuto. Quindi, come tante cose, conservano un livello di rischio. Da sapersi.

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August notes, with another trial at L’Aquila
 (by Massimiliano Stucchi)

translated by Google, revised

Since at least a couple years  August gives us death and damage: Amatrice in 2016, Ischia in 2017, this year the highways, the Pollino flood and a seismic sequence (Molise) that so far has produced only minor damage. And other news that is worth commenting on.

On the Morandi bridge in Genoa everything and even more was said. There is little to add, if not the reflection that bridges of that type, and also of another type, are vulnerable both to wear and possible external impacts (airplanes, drones, attacks, etc.). These bridges are designed to withstand a given external event that is never the maximum possible, also because in these cases this maximum is not known. So, like many things, they keep a level of risk. To be know. Continua a leggere