Che cosa resta del processo “Grandi Rischi”? (Massimiliano Stucchi)

Dopo la sentenza della Cassazione, questa domanda se la pongono in molti, in privato e in pubblico. Molti si chiedono come sia stato possibile che si siano spesi quasi quattro anni di – costose – attività giudiziarie; di ferite profonde agli imputati; di aspettative frustrate da parte dei parenti delle vittime e di quanti sono scesi in campo al loro fianco; di discussioni infinite su aspetti pseudoscientifici; di prese di posizione dettate da infinita sicurezza e presunzione.
Ci vorrà del tempo per meditare, con sufficiente distacco, sulla vicenda “Grandi Rischi”: su come sia stato possibile farla nascere, portarla avanti, crederci davvero. Sicuramente sarà utile leggere anche le Motivazioni della Cassazione. Tuttavia, da oggi è già possibile tentare di mettere insieme qualche considerazione, con una premessa: esprimere le proprie idee sul processo non significa mancare di rispetto alle vittime e ai loro parenti. Gli imputati e tutti quelli che operano nella ricerca scientifica e nella protezione civile hanno sempre rispettato le vittime, di questo terremoto come di tutti gli altri in occasione dei quali si sono trovato a operare.

In primo luogo la sentenza di appello e quella della Cassazione hanno restituito agli imputati – assieme alla libertà di sei di essi – la dignità di ricercatori, di operatori pubblici e di persone; quella dignità che l’accusa, la condanna di primo grado e una consistente parte della pubblica opinione e dei media aveva negato per più di quattro lunghi anni.

Del processo restano molte cose. Prima di tutto l’impegno di tutti coloro che – e sono tanti – si sono battuti per un esito del processo consono alla buona giustizia: in particolare, l’immenso lavoro dei difensori, poco conosciuto e per nulla commentato, ma non per questo di minore importanza. E poi quello dei tanti che hanno commentato su blog, giornali, riviste, libri.

Resta poi, e non è poco, il cumulo di macerie dell’accusa e della sentenza di primo grado, demolite in buona parte in appello (“il fatto non sussiste”). Restano anche da capire le vere ragioni per le quali è stato messo in piedi quello che è passato alla cronaca come il “teorema Picuti”, confermato dal giudice Billi (cooperazione colposa, la “Grandi Rischi” allargata a sei persone che non ne facevano parte per arrivare a dieci, il complotto rassicuratore di Bertolaso, gli scienziati proni al suo volere, il verbale della riunione quale “manifesto” dell’operazione mediatica voluta da Bertolaso, ecc.). E come il giudice abbia potuto davvero credere al filo – non certo logico – con il quale ha steso le motivazioni della sentenza di primo grado. Ecco, forse per capire questo occorre un po’ di distacco (ma non di oblio).

Restano anche una serie impressionante di prese di posizione – contro gli imputati – di personaggi importanti della cultura italiana, da Merlo a Paolini a Maraini, tanto per citarne alcuni, ma sono veramente molti. Resta la puntata di “Presa Diretta” e l’insolente risposta del suo curatore, Iacona, ai sismologi INGV. Molte di queste prese di posizione erano basate sul nulla, sulla presunzione di sapere e di avere capito anche senza leggere una sola carta del processo. E restano, a oggi, senza rettifica alcuna.

Restano poi gli scritti (libri, blog, post) di quanti hanno sì approfondito, ma si sono schierati con l’accusa, assumendo accusa e sentenza di primo grado come verità assoluta. Da lì non si sono più mossi, senza sentirsi in dovere di considerare le argomentazioni della sentenza di appello. Alcuni ne hanno tratto benefici accademici, il che in altre discipline equivale ad andare in cattedra falsificando i risultati degli esperimenti. Cito ad esempio, in campo nazionale, Cianciotta, che continua a pretendere di spiegare la comunicazione in emergenza e che definì la condanna di primo grado “uno spartiacque”; mi chiedo se si renda conto che le acque sono tornate al loro posto e se sentirà mai il bisogno di rettificare il suo libro, scritto con Alessandroni.E poi Ciccozzi il quale, essendo la sua teoria uscita malconcia dal processo di appello, si è dedicato a disquisire di sismologia nel suo blog. Poi l’aggressivo Salvadorini, portavoce di ISSO, che ha offeso il collega Cavallo senza rispondere alle domande di quest’ultimo; Congeduti, che si pone la stessa domanda di cui al titolo di questo post e, imperterrito, difende il “proficuo lavoro” di Picuti; Sturloni, M. Giuliani e tanti altri.

Anche a livello internazionale restano migliaia di pagine di opinioni e anche di sentenze, spesso in buona fede ma quasi sempre basate sulla sentenza di primo grado, presa come la verità assoluta: dal convinto Alexander ad altri, forse più prudenti: di questo parleremo forse un’altra volta. E resta ISSO, appunto: una associazione scientifica internazionale che ha sede nello studio di uno degli avvocati di parte civile; che ha fornito consulenza a parte civili, e non solo.

Resta purtroppo, e non solo all’Aquila, la convinzione che le vittime siano responsabilità degli scienziati e non dei crolli. E questo grazie a quella specie di slow-motion cui è stata sottoposta, paradossalmente, la riunione del 31 marzo 2009, da quanti si sono dedicati alla analisi di un verbale mai comunicato a nessuno prima del terremoto (e ancora Congeduti si esercita in questa attività lo scorso 23 novembre). Resta la convinzione che quella fosse una riunione della Commissione “Grandi Rischi”: ancora lo sosteneva, con notevole vigore, l’avvocato di parte civile Valentini davanti ai giudici della Cassazione (“perché quella era davvero una riunione della Grandi Rischi!”). E tante altre convinzioni. L’ultima, la più forte, e cioè che gli accusati dovessero prevedere il rischio sismico (non già il terremoto, perché non si può): come se il rischio sismico dell’Aquila non fosse già stato valutato in precedenza.

Resta, va riconosciuto, la condanna di De Bernardinis, che la sentenza riporta ad un fatto esterno alla riunione del 31 marzo 2009; ad una intervista concessa – forse con leggerezza – da parte di un funzionario chiamato a fare il proprio dovere in una circostanza poco usuale e, da sottolineare, abbastanza infelice. Perché infelice è stata la convocazione della riunione di esperti all’Aquila per tamponare profezie di Giuliani e comunicati stampa demenziali dell’Assessore Stati alla Protezione Civile Regionale. E resta l’amara constatazione che il “da farsi” in caso di una sequenza sismica possa dipendere ancora non tanto dalla conoscenza del fenomeno e soprattutto del proprio edificio, ma da “abitudini” o da alcune frasi di una intervista.

Non è stato un processo alla scienza, sostengono in molti, senza spiegare perché mai, allora, più di un terzo della sentenza di primo grado sia dedicato ad analisi scientifiche, perché la maggior parte dei testimoni fosse di estrazione scientifica e perché la maggior parte del dibattito nazionale e internazionale abbia riguardato aspetti scientifici. E quindi restano altre cose, sulla scia di Picuti, di Billi e di tutto quanto detto fin qui, più generali e più importanti:

  1. molte persone ritengono che la maggior parte delle sequenze sismiche sfocino in un terremoto forte;
  2. molti sono convinti che il rischio sismico all’Aquila fosse realmente aumentato a seguito della sequenza in atto e non che fosse già alto indipendentemente dalla sequenza;
  3. molti sono convinti che – in quella occasione – sia mancata la corretta comunicazione del rischio (inteso come presunto aumento del rischio), quando il problema vero è che era mancata, negli anni, l’educazione al rischio sismico, sia pure con qualche significativa eccezione;
  4. molti credono, seguendo lo sciagurato ragionamento di Billi (e dei suoi indottrinatori), che il rischio sismico non posso essere ridotto intervenendo sulle costruzioni, e quindi che vadano ricercate strategie alternative.

In buona sostanza, resta un bel passo indietro nella riduzione del rischio sismico. La lezione dell’Aquila, ammesso che ce ne sia stata una, è questa.

PS. Resta anche questo blog, e la sua corrispondente edizione inglese. Restano con esso i numerosi e interessanti contributi, e i commenti. Una volta uscite e commentate le motivazioni della sentenza di Cassazione questo blog avrà esaurito il progetto iniziale; allora valuteremo che farne.

One thought on “Che cosa resta del processo “Grandi Rischi”? (Massimiliano Stucchi)

  1. Perfettamente conscio che il mio commento è solo uno dei tanti e non è né migliore né peggiore degli altri,da geologo e vulcanologo, figlio di un ricercatore dell’ex-ING, non me la sento di mettere in croce Enzo Boschi, Franco Barberi, Guido Bertolaso, tutti i sismologi dell’INGV Oggi, nessuno, neanche i giapponesi o gli americani, è in grado di prevedere con anticipo utile, quando è dove colpià un terremoto. Era una decisione ardua quella di ordinare l’evacuazione di una città come l’Aquila, anche ce si verficavamo scosse lungo un periodo di 8 mesi. Quando dare fa “fine allarme”? E’ proprio qui che sta il busillis! Come quelli che alla prima scossa, specialmente se avviene di sera o di notte, vanno a passare la notte in auto e, poi, di giorno ritornano a casa! Come se i terremoti non colpissero anche di giorno! La prevenzione è l’unica cura: costruire con rigorosi criteri antisismici, i giapponesi insegnano e farli rispettare. Come ho già fatto notare su FB, gli americani prevedono un fortissimo sisma nella zona di Los Angeles ma nessuno si sogna di evacuare la città, anche perché non si sa quando colpirà, se domani o fra 100 anni. Quello che la gente comune vuol sentirsi dire in queste situazioni di allarme sono informazioni fornite da un unico gruppo di specialisti e non da dilettanti, giornalisti o ciarlatani.
    Quando c’è stato il terremoto dell’Aquila, stavo dormendo nei pressi di Roma con mia moglie; la scossa ci svegliò, cadde un piccolo soprammobile, mia moglie voleva alzarsi ed andar via ma io la fermai. Dal senso di oscillazione del lampadario, le dissi che, secondo me, quelloi era un sisma che s’era prodotto lontano… Poco dopo aprii la TV e sentii Bruno Vespa che parlava di una catastrofe nella capitale abruzzese…

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