Achille e la tartaruga, ovvero la riduzione di vulnerabilità e rischio sismico in Italia (colloquio con Gian Michele Calvi)

Come dopo ogni terremoto distruttivo in Italia, anche dopo la sequenza sismica del 2016-2017 si sono risvegliati i dibattiti sul rischio sismico, sulla messa in sicurezza degli edifici, i relativi costi, ecc.
Ne discutiamo con Gian Michele Calvi, professore allo IUSS di Pavia e Adjunct Professor alla North Carolina State University. Calvi è stato il fondatore della Fondazione Eucentre e della ROSE School a Pavia; è attualmente uno dei Direttori della International Association of Earthquake Engineering. Ha coordinato, fra le altre cose, il Gruppo di Lavoro che ha redatto il testo dell’Ordinanza PCM 3274 del 2003, che ha innovato il sistema della normativa sismica in Italia. È stato presidente e componente della Commissione Grandi Rischi, sezione rischio sismico. È stato imputato, e successivamente assolto “perché il fatto non sussiste”, nel cosiddetto “Processo Grandi Rischi”.

Ha sempre lavorato ad innovare la progettazione sismica, concentrandosi inizialmente sulle strutture in muratura e sui ponti, l’isolamento e la progettazione basata sugli spostamenti negli ultimi vent’anni. Ha pubblicato un gran numero di articoli sull’argomento e ricevuto vari riconoscimenti internazionali.

C’è qualcosa di nuovo all’orizzonte, secondo te?

Sai bene quanto me che si tratta di risvegli a carattere cronico, che si ripetono in modo analogo da più di un secolo. Nel caso specifico mi pare che ci siano ancora più chiacchiere e meno fatti. Incluso la fantomatica “Casa Italia” di cui confesso di non capire nulla, obiettivi strategia tattica risultati.
Gli unici momenti in cui ho percepito fatti veri, in modo diretto o attraverso lo studio della cronaca sono stati:

  • l’incredibile sviluppo scientifico e tecnico che ha seguito il terremoto di Messina del 1908;
  • la strategia di ricostruzione dopo il Friuli, in cui si è privilegiato il settore produttivo rispetto al residenziale;
  • la rivoluzione di norme e mappa di pericolosità dopo il terremoto di San Giuliano di Puglia del 2002;
  • la costruzione di 186 edifici isolati in poco più di sei mesi dopo il terremoto di L’Aquila.

So bene che gli ultimi due casi possono apparire come auto citazioni, ma ciò non toglie nulla ai fatti. Quello che ora mi piacerebbe vedere è un cambiamento della politica di intervento dopo un evento, con la creazione di incentivi che favoriscano l’azione dei privati ed il progressivo passaggio dallo Stato al sistema assicurativo della copertura delle perdite.
Spero, senza ottimismo.

Per quanto riguarda il costruito, il problema principale sembra essere la difficoltà di conoscere la vulnerabilità, ovvero la situazione di fatto, di ciascun edificio. Il Comune di Milano, zona a pericolosità moderata, ha reso obbligatorio il certificato di idoneità statica per gli edifici più vecchi di 50 anni. Questo certificato ha qualcosa a che vedere anche con il problema sismico? Inoltre, dopo la tragedia di Torre Annunziata nella quale un edificio è collassato senza terremoto, il Ministro Del Rio ha annunciato di voler riproporre l’istituzione del “fascicolo di fabbricato”. Che cosa ci puoi dire in proposito?

Non mi preoccuperei della parola statica o dinamica: è possibile fare una verifica sismica che confronti una domanda ed una capacità calcolate entrambe senza dipendenza dal tempo, quindi “statiche”.
Mi rendo conto che parlare di domanda e capacità possa apparire misterioso. In realtà tutti i metodi di progetto o di valutazione si basano su confronti di questo tipo. Ad esempio, si possono confrontare resistenza della struttura e forza d’inerzia equivalente all’azione sismica, capacità e domanda globale di spostamento, capacità di rotazione di una cerniera plastica con rotazione indotta dal moto, ecc. Il problema forse sta nel fatto che, appunto, una verifica impone il confronto di una capacità e di una domanda, che in qualche caso (quello sismico in particolare) non sono indipendenti tra loro.
Il ministro, e molti altri, tecnici e non tecnici, sembrano sempre riferirsi alla sola capacità, senza domandarsi quali sono le azioni con cui deve essere confrontata. Solo in casi patologicamente estremi questo può funzionare, cioè quando risultino capacità così basse da risultare comunque inadeguate, non importa a confronto di cosa. Credo invece che quando si interviene su un edificio per migliorarne la risposta sismica attesa sia giusto e possibile chiedere che venga dichiarato quali danni ci si attende in funzione di un parametro di intensità del moto. Oggi il parametro usato nella generalità dei casi è la massima accelerazione al terreno, che non si presta particolarmente allo scopo, visto che la correlazione tra danno atteso e accelerazione al terreno è piuttosto modesta. Tuttavia, tanto per cominciare partiamo pure da qui: chiediamo che ogni progetto, ogni valutazione, ogni intervento di miglioramento o adeguamento comprendano un diagramma che correli PGA e danno atteso, in percentuale di un costo di ricostruzione.
Questo è il “certificato” che vorrei e che consentirebbe, in un sistema virtuoso, di definire in modo appropriato i premi assicurativi da versare, chiunque li paghi.

Perché questo certificato, che non ami, dovrebbe essere reso obbligatorio solo in caso di compravendita o stipula di un nuovo contratto di affitto)?

Credo che innanzitutto questo certificato dovrebbe essere reso obbligatorio quando ci sia un concorso di risorse pubbliche nell’effettuazione dell’intervento. Lo Stato finanzia, lo Stato deve pretendere di conoscere l’efficacia con cui i propri fondi vengono spesi. Poi credo che in tal caso lo Stato debba anche pretendere la stipula di un assicurazione contro i danni attesi, almeno per azioni non superiori a quelle previste con una certa probabilità di superamento.In un contesto di questo genere, lo Stato manterrebbe il suo attuale ruolo di fatto di “assicuratore ultimo”, ma solo quando si verificassero eventi con probabilità talmente bassa da non potere coperte dal sistema assicurativo.
Circa la compravendita, credo dovrebbe essere l’acquirente a pretendere di sapere cosa compera, ed essere disponibile a sostenerne almeno in parte il costo.
Circa l’affitto, credo che in un contesto in cui queste valutazioni diventassero diffuse, la presenza del certificato potrebbe diventare un elemento vantaggioso per concludere un contratto, potrebbero essere i potenziali inquilini a richiederlo.

Per quanto riguarda gli aspetti sismici, il problema riguarda maggiormente gli edifici costruiti in assenza di normativa sismica, oppure la totalità degli edifici?

Direi che riguarda i primi in maniera più specifica, ma anche tutti gli altri. Le norme sono sempre state focalizzate su un solo aspetto: la probabilità di collasso, associata in modo più diretto con la probabilità di causare vittime. Questo va bene, e dovrebbe garantire, se tutto fosse stato fatto bene, di avere un numero di vittime molto contenuto.
D’altra parte, la correlazione tra collasso e danno atteso in caso di un moto al terreno più debole, con probabilità di superamento molto più alta, è in generale bassa, talché si potrebbe ipotizzare una situazione paradossale in cui nessun edificio crolla, ma nessun edificio è abitabile dopo un evento e tutti richiedano costi e tempi importanti per essere riparati e rimessi in funzione.
Ci potremmo trovare con edifici, ponti ed infrastrutture in genere, che non sono crollati ma non sono utilizzabili né facilmente riparabili, cioè con perdite immense e non gestibili, con un sistema produttivo impossibilitato a funzionare, con la perdita di ogni capacità competitiva nell’industria e nel commercio.

Veniamo al cosiddetto “Sismabonus”. Come precisato da diversi colleghi tu sei stato l’ispiratore di questa proposta. Mi risulta sia stata predisposta una proposta operativa che poi è rimasta nei cassetti del Ministro fino al 24 agosto 2016. E’ così?

Le prime bozze del documento sono state certamente ispirate ed in larga misura scritte da me nell’autunno del 2013, nell’ambito di un Gruppo di Lavoro costituito dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti con Decreto n. 0000378 del 17 ottobre 2013. Non oserei però sostenere che la proposta fosse “operativa”: necessitava di perfezionamenti e verifiche, soprattutto sul piano dei rapporti con la pratica professionale e costruttiva.

In seguito al terremoto di Amatrice e a quelli successivi la proposta è stata estratta dai cassetti e finalizzata con una certa velocità. Come vedi la sua traduzione in legge operativa? Ci sono reali probabilità di successo?

Il documento che è uscito non è perfetto, e non poteva esserlo. È anche diverso da quello che io avrei voluto, ma è certamente utile e segna la strada giusta. Il problema è che venga capito, recepito e utilizzato in modo responsabile. Intendo dire comprendendone la logica, non applicandolo in modo strumentale per ottenere dei benefici fiscali ingiustificati.
La patetica incapacità di una frazione importante dei professionisti (ingegneri, architetti, geometri, geologi, ecc.) di capire realmente i problemi da affrontare, induce spesso a giocare a nascondino: servono i disegni, servono le prove, servono le caratteristiche di questo e di quello. Spesso le conclusioni instillano dubbi anziché dare risposte. In questo contesto certo non aiuta la progressiva enfatizzazione di aspetti di responsabilità penale, anziché aspetti di competenza professionale e responsabilità morale.

Un aspetto poco chiaro, per il pubblico, è in che cosa consista – nei fatti – la diminuzione di una o più classi rischio sismico: ossia, di quanto aumenti la “sicurezza” dell’edificio. Innanzitutto credo che non sia chiaro a tutti che le attuali norme sismiche prevedano – e quindi ammettano – la possibilità di collasso di un edificio, sia pure con probabilità bassa. Un utente comune si chiede perché – ovvero a quale prezzo – questa possibilità non venga eliminata.

Intanto occorre distinguere tra probabilità di collasso (correlata alla “sicurezza” dell’edificio) e perdite attese, che possono essere ingenti anche per un edificio “sicuro”.
È importante comprendere che un edificio “sicuro” non è tale in quanto il collasso è impossibile, ma solo nel senso che la probabilità che esso si verifichi è più bassa di una soglia definita. Associare il collasso ad una probabilità zero è scientificamente impossibile, quindi l’evento collasso è sempre messo in conto, sia pure con bassa probabilità. Anche il valore di tale probabilità non può essere abbassato in modo indefinito, perché i costi associati sarebbero socialmente insostenibili. È un concetto che si applica a qualsiasi settore: perché non si costruiscano automobile che garantiscano la protezione della vita degli occupanti in caso di qualsiasi tipo di incidente?

Un valore minimo di probabilità di collasso dovrebbe essere indicato dalle norme (non lo è in modo esplicito) e garantito in sede di intervento di adeguamento; è di fatto un valore convenzionale oggetto di una sorta di “patto sociale”.  Per esempio, in Olanda è convenzionalmente stabilito che la probabilità annua di avere una vittima causata dal crollo di una diga debba essere inferiore ad una su centomila.
Quale sia tale probabilità in Italia per effetto di eventi sismici è oggetto di studi, ma non è stabilito in modo esplicito in nessun documento. Come dicevo, peraltro, è su questo aspetto che sono focalizzate le norme, che dovrebbero quindi garantire la sicurezza corrispondente al patto sociale di cui parlavo.

Ciò che non necessariamente garantiscono è la limitazione di danni e perdite. Su questo un privato dovrebbe investire, garantendosi un ritorno economico entro un termine temporale ragionevole. Su questo lo Stato dovrebbe sviluppare politiche di incentivazione, garantendosi minori costi nel tempo a fronte di modesti esborsi iniziali. Il passaggio di una o più classi si riferisce alle perdite attese. Per quanto riguarda i benefici fiscali, se le perdite attese, che possono riferirsi anche a problemi non strutturali, diminuiscono, si passa ad una classe migliore. È evidente che collasso e perdite sono caratterizzate da parametri correlati, quindi migliorando l’uno si migliora anche l’altro, ma da un punto di vista logico i due temi possono essere trattati in modo indipendente.
Il concetto di perdite attese può forse essere meglio inteso facendo riferimento al tema delle politiche energetiche. La classe energetica di un edificio si riferisce al costo annuo atteso per climatizzarlo. La classe sismica potrebbe riferirsi al costo medio sostenuto per riparare i danni e per o costi indiretti da essi derivanti. La differenza sta nel fatto che mentre la spesa energetica varia poco di anno in anno, quella sismica può essere pari a zero per anni o per decenni e poi in un certo anno essere molto elevata. Parlare di perdite annue medie significa sostanzialmente dividere i costi riferiti a quel solo anno su tutti gli anni precedenti in cui non si sono verificati moti al terreno significativi.

Ricordo che c’è molta confusione attorno a come vengono recepiti i termini “adeguamento” e “miglioramento” sismico. Ci puoi spiegare?

“Adeguamento” e “miglioramento” si riferiscono alla probabilità di collasso, che nel primo caso diventa almeno pari a quanto previsto dalle norme per edifici di nuova costruzione, mentre nel secondo caso può essere superiore, deve solo essere inferiore a quella che caratterizzava l’edificio prima dell’intervento.

In altre parole, per quanto riguarda norme e probabilità di collasso:

  • la probabilità di collasso accettata è fissata dalle norme
  • se a seguito di un intervento la probabilità scende sotto tale valore si ha adeguamento
  • se la probabilità scende ma non raggiunge tale valore si ha miglioramento.

Dopo ogni terremoto vengono presentate stime di quante risorse occorrerebbero per “mettere in sicurezza tutte le abitazioni del paese”. Io ne sento da dopo il 1980 almeno. Dopo le stime si apre il dibattito (subito chiuso) sul come reperire le risorse. Non dovrebbero essere anche i proprietari a occuparsene? Eppure proprietari ritengono che se ne debba occupare lo Stato, e quest’ultimo sembra non dire di no. Sensi di colpa? E, caso mai, per quale colpa?

Hai perfettamente ragione, sono tutte parole al vento.
Temo che il problema fondamentale risieda nella comune percezione dello stato come assicuratore ultimo, senza limiti di capacità, e soprattutto ugualmente generoso con chi ha operato bene e con chi non si è minimamente preoccupato del problema, addirittura con chi ha costruito abusivamente o senza rispettare le norme.
Io vedrei uno schema logico di questo tipo:

  • Lo Stato definisce importanti benefici fiscali per chi migliora il comportamento atteso della sua proprietà
  • In coincidenza con l’ottenimento dei benefici fiscali, lo Stato richiede la definizione di una correlazione tra parametro di moto e perdite attese
  • Contestualmente, obbliga chi ottiene il beneficio a contrarre un assicurazione, caratterizzata da un costo prefissato in funzione delle perdite attese, che preveda in caso di evento un pagamento corrispondente alle perdite previste

In un contesto di questo genere, lo Stato potrebbe anche concordare schemi di mutui agevolati, in cui le banche recepirebbero direttamente i benefici fiscali ottenuti dai cittadini.
Ai sensi di colpa dei politici non credo, al loro desiderio di operare per ottenere un consenso immediato piuttosto che con logiche lungimiranti, si.

Il problema del “fascicolo di fabbricato” o del “certificato statico” viene riproposto – more solito in Italia – dopo un qualche crollo (es. Torre Annunziata) o catastrofe (Ischia). Il Ministro Del Rio ha ammesso che c’è una lobby contraria a iniziative di questo tipo. Si tratta della stessa lobby che si oppone da anni all’introduzione della assicurazione contro i danni da terremoto, come avviene in tutti i paesi civili, o si tratta di un’altra lobby?

Non credo alle lobbies, ai grandi vecchi, ai poteri forti né a nessuna formula giornalistica di comodo. È solo questione di intelligenza e determinazione.
Mi pare di avere già risposto: si tratta solo di ricerca di voti, di miopia, di mancanza di senso civico e di stupidità.
Anche circa l’obbligatorietà dell’assicurazione mi sono già espresso: la stiamo già pagando tutti, con le tasse che versiamo all’Assicuratore – Stato. La renderei obbligatoria solo in caso di benefici fiscali. D’altra parte, chiarirei che lo Stato interverrà solo quando il parametro del moto registrato alla base di un edificio (oggi la massima accelerazione al terreno) sia stata superiore al valore previsto dalle norme, maggiorato di una soglia di tolleranza che potrebbe essere definita nell’ordine del venti per cento.
Come ho già sottolineato, tale valore corrisponde ad un patto sociale, con cui si cerca un ragionevole compromesso tra le risorse che si possono investire e la sicurezza dell’edificio. Qualsiasi valore di accelerazione di progetto venga fissato può essere superato da un punto di vista probabilistico, ma all’aumentare del valore i costi possono crescere in modo irragionevole, ovvero in modo incompatibile con la spesa sostenibile.

Mi sembra di capire che dai per scontato che lo Stato debba comunque farsi carico di una quota consistente dei costi di ricostruzione. In genere però si tende a credere che tale copertura derivi dalle tasse “ordinarie”, mentre invece questi costi aggravano, e non di poco, il deficit nazionale. Perché non sperare in un cambiamento che ci metta al pari delle nazioni più “civili”?

Ogni imposizione di verifiche in questo paese è intesa come una forma di tassa, un costo aggiuntivo, ingiustificato e inutile, un obolo a tecnici incapaci. Lo Stato dovrebbe agire favorendo politiche di riduzione dei costi attesi, comprendendo di essere il reale beneficiario ultimo di un Paese più resiliente, meno soggetto a danni e perdite. Occorre sviluppare politiche di incentivazione di comportamenti virtuosi, creando emulazione.

In definitiva, quali sono gli argomenti che mancano per una politica di riduzione del rischio sismico, e quali speranze abbiamo?

Ho scritto diverse risposte. Poi le ho cancellate, una dopo l’altra.
Temo che non si possa parlare di nessuna speranza sociale, solo di individui responsabili.
Non è una questione culturale: è una questione morale, come diceva Enrico Berlinguer.

 

 

 

 

 

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