Un mosaico per Enzo Boschi (a cura di alcuni colleghi e amici)

Ricorre il secondo anniversario della sua scomparsa. Alcuni colleghi, fra quelli che gli sono stati più vicini nel lavoro di ricerca e, negli ultimi tempi, anche sui “social”, hanno scritto dei ricordi. Ne esce un ritratto di un personaggio complesso, controverso, mutevole, che poteva apparire spigoloso, affabile, schietto, sorridente, brusco, sogghignante, irascibile, premuroso. Ma soprattutto un personaggio visionario, capace di guardare lontano, di offrire a tutti una possibilità e, a molti, un affetto profondo.
Sarebbe stato bello offrirgli, in vita, un suo ritratto dipinto da un artista: il ritratto di Enzo Boschi Presidente, a inaugurare la parete dei presidenti, all’INGV. O forse avremmo potuto iniziare noi stessi a comporre un mosaico con il suo ritratto, con il rischio che ci scoprisse sul fatto e…..: “Ma che c. state facendo….?”
Le storie raccontate di seguito sono forse tessere di quel mosaico che non sarà mai completo. Intanto cercano di tenere viva la sua memoria e di colmare, almeno in parte, il vuoto lasciato dalla forzata cancellazione della Scuola Internazionale di Geofisica a lui dedicata, organizzata da alcuni colleghi per iniziativa di Daniela Pantosti e Gianluca Valensise, che doveva tenersi a Erice la scorsa primavera.

Le foto provengono dagli archivi personali di colleghi che le hanno messe a disposizione.
Chiunque può aggiungere un ricordo inserendolo nei “commenti”.
I lettori sono pregati di diffondere il link di questo post.

Gianluca Valensise, Marco Olivieri, Patrizia Feletig, Silvia Pondrelli, Daniela Pantosti, Carlo Meletti, Giorgio Spada, Gianni Bressan, Fabrizio Galadini, Maria Laura Oddo, Bruno Zolesi, Luca Malagnini, Antonella Cianchi, Dario Slejko, Alessandro Bonaccorso, Alessandro Amato, Patrizia Gucci, Michele Dragoni, Massimo Cocco, Tullio Pepe, Massimiliano Stucchi, Alberto Michelini, Sergio Del Mese, Marianna Gianforte

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Gianluca Valensise
Sono passati due anni dalla scomparsa di Enzo Boschi. E come quasi sempre avviene in questi casi, il trascorrere del tempo aiuta a considerare gli eventi con maggior serenità, con maggior distacco, e forse – per noi che siamo ricercatori – anche con maggiore accuratezza. ­
Fino a due anni fa io e altri ci eravamo convinti di aver conosciuto due Boschi diversi. Il primo, che io personalmente ho incontrato nel 1983, e che ai miei occhi è rimasto sempre sé stesso fino alla fine del 2010; e il secondo, un uomo completamente differente, quale lui è stato tra il 2011 e la sua scomparsa, comunque prematura. Nel 2011 il mondo gli è crollato addosso, senza che la sua intelligenza ed arguzia gli permettessero di schivarlo: prima, a maggio, con l’incriminazione nel processo dell’Aquila, e pochi mesi dopo, ad agosto, con la fine del suo incarico all’INGV.
Quei pochi mesi lo avevano cambiato profondamente, ed avevano cambiato molto anche l’atteggiamento verso molti suoi colleghi e collaboratori, a partire dal sottoscritto. Non poteva – e certamente non voleva – dare a noi la colpa di quanto gli stava accadendo, ma quasi senza accorgersene già dai primi mesi del 2011 il rapporto di cordialità, di collaborazione e di reale affetto che aveva stabilito con molti di noi andò in frantumi. Da lui venimmo accusati di molte cose: accuse mai gravi, ma che marcavano – e ai suoi occhi giustificavano – la distanza che aveva voluto porre tra sé stesso e noi. Io, per esempio, ero accusato di essere troppo accondiscendente verso le richieste dei colleghi della Protezione Civile: non capii, ma me ne feci una ragione. E tutto cospirava a rendergli il momento sempre più cupo: come quando ci vide salutare con soddisfazione l’arrivo di Domenico Giardini, suo amato-odiato pupillo, alla presidenza dell’ente che Enzo stesso riteneva – a ragione – una sua creazione.
Il rapporto tra me e lui, ma credo che lo stesso valga per diversi altri colleghi INGV della mia generazione, sembrava incrinato per sempre. Non ci sentivamo né ci scambiavamo messaggi: io tenevo per me il dispiacere di questo distacco, e lui – forse, posso solo fare ipotesi – fece lo stesso. Ricominciammo a sentirci nel 2016, ma solo per interposta persona, con scambi di idee e valutazioni su fatti scientifici. Sempre per interposta persona ricevevo notizie sull’aggravarsi del suo stato di salute, e proprio a dicembre di due anni fa stavo meditando di andare a trovarlo nella sua amata Tredozio: ma ormai era troppo tardi.
I due anni trascorsi dalla sua scomparsa mi hanno finalmente fatto capire che non ci sono mai stati due Boschi: lui è rimasto sempre quello di un tempo, fino all’ultimo. Un uomo amato e ammirato, ma anche temuto e odiato; vittima del suo carattere tanto forte quanto difficile, e forse anche dell’aver speso troppa della sua esistenza nel rilanciare quell’istituto che tanti anni prima era riuscito a tirare fuori dalla ignominiosa lista degli “enti inutili”. Un ente senza il quale molta parte di quella comunità che oggi si commuove nel suo ricordo – ma anche la parte che non si commuove – non sarebbe neppure nata, e molti di coloro che all’INGV hanno operato, o ancora operano, sarebbero finiti chissà dove. Ricordiamocelo.

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Marco Olivieri
Ragionando della morte di Maradona con mia moglie siamo arrivati alla conclusione che certe persone grazie all’ammirazione che nutriamo per loro maturano una sorta di passaporto speciale nella nostra testa. Un passaporto che non permette all’opinione degli altri di scalfirne la nostra considerazione, il nostro rispetto o la nostra stima.
Enzo Boschi per me era una di queste poche persone con un passaporto speciale. A lui devo moltissimo. La mia carriera ed anche, credo, il mio modo di essere un ricercatore sono in buona parte il frutto del rapporto avuto con lui. Mi ha deluso? Qualche volta si, ma conta poco. Ricordo con orgoglio la prima volta che riuscii a rispondere al suo ennesimo sfottò nei corridoi di Vigna Murata e lui che mi disse a voce alta “Olivo, mi stai prendendo forse in giro?” “Non mi permetterei mai, professore” risposi e scoprii il coraggio di essere me stesso, e di dire quel che penso. Questo è il segno che Boschi mi ha lasciato. Mi sono seduto a tavola, ed ho partecipato a riunioni, con i grandi sismologi del mio tempo, dicendo la mia, senza paura ma con rispetto. Poi c’è la passione per i terremoti figlia di una lezione tenuta da Boschi una sera a Cesena mentre facevo la quinta liceo (e di un libro rosso che al tempo girava per casa scritto anche da Stucchi). Ma questo quasi passa in secondo piano. O forse no.

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1giovani



Patrizia Feletig
Anch’io faccio parte della confraternita degli “orfani” del professor Boschi. Non che io abbia qualcosa a che fare sommovimenti tellurici, nient’affatto. Ho avuto il privilegio di conoscerlo alla presentazione di un libro sulla natura di cui sono co-autrice.  Era nel periodo in cui Enzo Boschi era in attesa della sentenza di terzo grado di un surreale e scellerato processo antiscientifico, e scontava la meschinità di diversi personaggi che prima lo acclamavano e vezzeggiavano. Era uno scienziato umanista come pochi capace di mescolare erudizione con cultura pop. Poteva discorrere con disinvoltura del suo incontro con il grande matematico Paul Dirac quanto altrettanto amabilmente del colore della fodera del cappello di Monsieur Molé nella Recherche di Proust, suo pallino letterario.
Aveva un portamento distinto con dei lineamenti di un fascino un po’ fuorimoda perciò tanto più intrigante. Possedeva la gestualità di una persona abituata ancor più che a comandare, a essere naturalmente assecondata. I suoi occhi ti rovistavano l’anima: uno sguardo ossidrico ­- sebbene anche lui avesse qualche vulnerabilità – combinato a un’imprevedibile empatia verso il prossimo, anche sconosciuto.
Un pomeriggio romano gli proposi per allentare l’ansia del procedimento, di andare alla mostra di Matisse. Ci fermammo a lungo davanti alle Tre Sorelle. Era ipnotizzato dal quadro. Così per gioco, iniziammo a inventare storie sulle tre fanciulle in un crescendo di situazioni improbabili. Fu quell’episodio a suggerirmi di lanciare un gioco su Twitter – social sul quale il professore era molto attivo guadagnandosi un esercito di affezionati follower. Nacque QuizzArt il profilo di quiz su dipinti, non riferiti alla storia dell’arte bensì a curiosità sull’opera, a interpretazioni personali del soggetto, eccetera. Era un gran animatore del gioco con la sua ironia, le battute sferzanti, il suo acume. Mancano molto. Quizzart prosegue anche come omaggio da parte della sua tribù di twitteri devoti.

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Silvia Pondrelli
Ho conosciuto Enzo Boschi nel 1986 come studentessa del suo corso di Sismologia all’Università di Bologna. Molto probabilmente ero la prima studentessa di geologia che seguisse il suo corso. Questo è stato argomento di lazzi e scherzi per tutta l’annata. Partendo da lì sono sbarcata all’ING diversi anni dopo, a Roma, seguendo la passione che mi aveva trasmesso per lo studio dei terremoti in cui mettevo il mio background geologico.
Negli anni 90 in Istituto ci si poteva rapportare con Boschi con una certa facilità, c’erano i giorni buoni e i meno buoni. Chiacchierare con lui era un piacere, divagava, infarciva le conversazioni di citazioni, di racconti. Come quando faceva lezione, dove tra una formula e un’altra ci raccontava del film che aveva visto al cinema col figlio il giorno prima. E’ stato un emettitore potente di energia.
Gli avrei voluto risparmiare il periodo del terremoto dell’Aquila e delle vicende che ad esso sono succedute, ma era il frontman, lo è stato sempre e quindi era impossibile interporgli una qualsiasi funzione di intermediazione. Solo quando ha lasciato l’INGV abbiamo dovuto, potuto imparare a relazionarci verso l’esterno. La sua figura così riempitiva ci ha lasciato un vuoto che abbiamo imparato, o almeno provato, a rioccupare un passo per volta e con il tempo.

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3quattro

Con Renato Funiciello, Claudio Eva e Paolo Scandone



Daniela Pantosti
1987: arrivo all’ING senza sapere cosa mi dovevo aspettare, cosa significava lavorare in un Ente di ricerca e poi in sismologia, io che mi ero laureata in geologia strutturale, avevo il sogno di fare la vulcanologa e avevo esperienze lavorative al Servizio Geologico d’Italia per mappare carte geologiche e all’ISMES per individuare siti per lo stoccaggio di scorie radioattive: non potevo che essere in gran confusione.
Ma l’ING della fine degli anni ‘80 era una grande famiglia, con tanti giovani che erano stati reclutati da Enzo Boschi presidente insieme a Renato Funiciello, vice-presidente, e con il prezioso supporto di Cesidio Lippa Direttore Generale. C’erano i ricercatori, i borsisti, tanti i tesisti. Tanta collaborazione e aiuto reciproco, giovani pieni di entusiasmo che si specializzavano in tanti campi diversi, trascorrevano periodi all’estero e mettevano in piedi attività di ricerca nuove non solo per l’ING ma anche per l’Italia. Un’energia straordinaria, messa in campo in un ente piccolissimo utilizzando metodologie all’avanguardia per dare una svolta alla comprensione dei terremoti, dell’interno della terra, della sismicità italiana, e per consolidare le attività di sorveglianza sismica del territorio nazionale iniziate da poco. Gran parte di questa energia ce la metteva proprio Enzo.
Enzo Boschi era molto interessato a conoscerci, avere scambi scientifici con tutti noi ma devo ammettere che non era facile, ti riempiva di domande, voleva sapere, sapere tutto, voleva capire i tuoi punti deboli e le tue certezze e metteva sempre sotto inchiesta il tuo problema scientifico e il modo di affrontarlo. Lui col suo sorriso ironico e la maledetta sigaretta tra le dita cercava di far uscire le tue aspirazioni e al tempo stesso le criticava fornendoti indirettamente quegli elementi che servivano a raggiungerle. Un modo un po’ strano per formare un ricercatore ma riusciva a farti capire che con l’impegno e la curiosità ce la potevamo fare, che dovevamo analizzare e valutare a fondo tutto, mettere in discussione risultati e modelli, dovevamo interessarci e sapere di tutto anche al di fuori dalle scienze della terra, non dovevamo mai focalizzarci solo sulla piccola tessera del grande mosaico che stavamo componendo assieme agli altri. E lui questo sapere in tutte le direzioni lo rappresentava profondamente. I miei primi anni all’ING con Enzo Boschi presidente sono stati preziosi e sono le fondamenta della mia carriera scientifica: mai fermarsi davanti a delle domande difficili e affrontare tutto a testa bassa, con impegno, decisione e spirito critico, collaborare ma anche competere in modo corretto e non rinunciare mai a una bella risata. Convincerlo che la geologia poteva dirci qualcosa di prezioso sui terremoti è stata un’impresa, ma Enzo sapeva ascoltare e con Gianluca Valensise ce l’abbiamo fatta ed abbiamo ottenuto il suo fermo rispetto e considerazione che è sfociato addirittura nell’organizzazione di un corso della International School of Geophysics di Erice. Grazie Enzo!

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Carlo Meletti
Nei due anni che sono trascorsi dalla scomparsa di Enzo Boschi ho spesso pensato a cosa mi avrebbe detto in vari momenti della mia vita professionale e ho così ripensato alle occasioni di incontro che abbiamo avuto in quasi 30 anni. Chissà perché mi restano in mente la prima e l’ultima volta che l’ho visto.
La prima volta è stata nel 1990, quando lui si presentò a Pisa per una riunione del GNDT durante l’occupazione del movimento noto come “la pantera”. Io ero un giovane laureato da qualche anno che incontrava una persona già famosa e che aveva visto solo in TV. Ricordo che lui si fermò a parlare con gli studenti che occupavano il Dipartimento e li esortava ad andare avanti nella protesta e di non guardare in faccia nessuno. Una sollecitazione che fece anche a me qualche anno più tardi, quando mi invitò a liberarmi della sindrome di Stoccolma nei confronti di chi in quel momento mi dava un lavoro. Mi ci vollero ancora 4 anni…
L’ultima volta fu il 18 gennaio 2013. Eravamo stati a Milano a festeggiare il pensionamento di Max Stucchi e proprio quel giorno uscirono le motivazioni della condanna in primo grado della Commissione Grandi Rischi per il terremoto dell’Aquila. Alla stazione di Milano ci salutammo prima di salire sul treno e lui mi abbracciò stringendomi molto forte e, quasi con le lacrime agli occhi, mi disse di tenere duro e di continuare a chiamarlo o scrivergli. Quell’abbraccio mi turbò, anche perché, a parte le normali strette di mano, non avevo mai avuto con lui contatti fisici di quel tipo. Capii allora quanto la vicenda di quel processo lo avesse colpito e coinvolto ad ogni livello, molto più di quanto lasciasse trasparire.

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2Con I Presidenti della Repubblica

Con i Presidenti della Repubblica



Giorgio Spada
Come incontrai Enzo. Ero al 3° anno di Fisica a Bologna, nel 1985. Un giorno, a lezione incontrammo un docente per un ciclo si seminari di Struttura della Materia, dotato di formidabile chiarezza. Tutti, poco dopo, corremmo da lui per una Tesi. Andai anch’io al primo piano della sede di via Irnerio. Il Prof, ritto di fronte alla finestra, mi disse che aveva troppi studenti, non aveva tempo… Poi mi chiese di avvicinarmi e guardare giù, verso il cortile, dove all’altezza del cancello c’era una persona che stava uscendo. “Ah, ecco” – disse – “lo vede? E’ Boschi, il sismologo. Chieda a lui.… le darà certo qualche buon consiglio”.
Gli diedi retta. Nei mesi successivi cercai di imparare la sismologia – non son certo di esserci riuscito. A lezione eravamo in due nella sala riunioni del secondo piano; lui stava a capo tavola e a volte mi dava del secchione. Da allora è passato tanto tempo. Negli anni ho apprezzato i momenti in cui Enzo voleva scambiare qualche idea; verso pomeriggio tardi si precipitava lungo i corridoi uscendo forse da qualche riunione, a caccia di chi si trovava ancora in ufficio. Si parlava a volte di questioni che presto evaporavano nel nulla ma che a volte, di lì a pochi mesi, uscivano su una buona rivista.
Pochi giorni prima della sua scomparsa mi chiese “Perché in Italia non c’è una grande Geofisica?” Io credo che ci sia, e che questo si debba soprattutto a lui. 

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Gianni Bressan
La mia, dall’esterno del INGV, non può che essere una opinione superficiale. Personaggio che a volte mi appariva complesso, sfaccettato. Però gli dò atto di essersi identificato con l’istituzione di cui era Presidente, facendone gli interessi. Promuovendo e incentivando tanti. Gli si possono riconoscere in tanti momenti grande lucidità e intelligenza. Aspetti che del resto emergevano nel rapporto epistolare che abbiamo avuto qualche tempo prima che mancasse.

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Fabrizio Galadini
Un anno fa, tra vecchi documenti di quando cominciavo a muovere i primi passi nel mondo della ricerca, ho casualmente rinvenuto un ritaglio di giornale dal Messaggero del 23 agosto 1992; in primo piano una fotografia di Boschi forse trentenne. Nel testo, dedicato al convegno di Erice sulle emergenze planetarie, c’era qualche parola su MedNet e sul progetto di un osservatorio terrestre permanente per l’acquisizione di dati necessari a prevedere i terremoti.
Pur non avendo particolare interesse per il contenuto dell’articolo (e non so perché quasi trent’anni fa decisi di conservarlo), ho voluto affiggere il ritaglio alla parete della mia stanza di via di Vigna Murata. L’ho fatto perché quello stralcio giallo e sbiadito mi ha ricordato e mi ricorda il solido senso “non strumentale” (richiamato nello statuto dell’Ingv) che Boschi attribuiva alla ricerca dell’Istituto: anche quando questa assumeva connotati “applicativi”, uscendo dai favoriti canoni della scienza fondamentale, ciò doveva avvenire in modalità mediata, articolando l’attività su tempi e necessità della ricerca, tra cui quella imprescindibile del sensibile avanzamento della conoscenza.
Tale impostazione ha anche una sua funzione per la difesa dalle intromissioni di segmenti della società estranei al mondo della scienza e dei suoi metodi. La condivisione di quella visione della ricerca è stato uno dei motivi, tra i vari, che mi ha spinto, nel tempo del cosiddetto “Processo alla Commissione Grandi Rischi”, a impegnarmi per approfondire e capire quanto era accaduto dal terremoto dell’Aquila in poi. Proprio quel tipo di intromissioni si erano negativamente manifestate in una strumentalizzazione dell’informazione scientifica. Ancora oggi penso che il sentito ringraziamento che Boschi mi rivolse alla fine dell’iter giudiziario non fosse soltanto conseguenza del positivo esito personale, ma anche il riconoscimento per lo sforzo condiviso con i colleghi a difesa dell’unico modello di ricerca possibile.


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Due delle scuole di Erice: 1989 e 1995




Maria Laura Oddo
Settembre 2015. Mi sono iscritta a Facebook e mi piace molto; belli questi social! Quasi quasi provo anche con Twitter! Fatto! Chi seguo? Comincio da qualche giornalista; proviamo con Mentana! Ma chi vedo?
C’è “un” Enzo Boschi che interloquisce con lui! Ma sarà proprio ” il ” Prof. Enzo Boschi che conosco, quello che è stato tanti anni a capo dell’INGV e prima ancora dell’ING? Quello che teneva i corsi di geofisica a Erice, alla scuola Ettore Majorana e ne è stato anche Vicepresidente?
Poche domande e capisco che è proprio lui! Sono felice Professore, ti ho ritrovato!
Ti ho ritrovato in quello che, in un secondo momento, definisti “un gioco di società” che – dicevi – ti aveva salvato la vita quando eri stato cinicamente “messo in panchina“. Sapete, Boschi era una STAR su Twitter, ma NON lo era scrivendo “solo” sui terremoti , ma anche affrontando gli argomenti più disparati, dall’arte alla storia, alla letteratura, alla poesia!
Aveva “iniziato” migliaia di persone ai sonetti di Shakespeare , alla “toscanità” e ai pittori moderni.
Con lui ho conosciuto Jack Vettriano, Hopper! Gli piaceva tanto Hopper, forse perché rappresentava la solitudine, la solitudine nella quale lo avevano lasciato molti suoi colleghi che lo avevano abbandonato nel momento più buio! Tanti guizzi con QuizzArt, tanta scienza con “Terremoti e grandi rischi“!
Eri tu, caro Professore, complesso e, nello stesso tempo, semplice! Poi quel “Tu ce la farai, io no” ed il silenzio, poco prima della fine! Fine che fine non è perché ci sarai sempre in mezzo a noi, con la tua Cultura, la tua Ironia, la tua “Toscanità“!
Ciao, Professore, speriamo che tu ti sia sbagliato e che esista un aldilà dove ci si possa ritrovare a parlare di Hopper!

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Bruno Zolesi
In un ente con un rilevante orientamento sismologico, caratterizzato da una forte interazione con il mondo accademico e mediatico nazionale, non è stato facile rapportarsi con una personalità come quella di Boschi per chi come me si occupava di fisica ionosferica, disciplina che negli anni ottanta soffriva di una profonda crisi generata dal progresso tecnologico satellitare e dalla attenuata tensione internazionale successiva alla fine della guerra fredda. Non come oggi ove è parte importante del suggestivo Space Weather.
E’ merito di Boschi, della sua lungimiranza nel sostenere un piccolo gruppo di ricercatori dell’ING, che ha consentito di mantenere il know-how della osservazione ionosferica durante una difficile fase di transizione.
Negli ultimi 50 anni ho avuto l’opportunità e la fortuna di essere testimone della evoluzione dell’ING, prima come studente di E. Medi, all’inizio degli anni 70, e poi come ricercatore dell’ente dalla fine di quel decennio. Ho nel mio ricordo ben chiaro quale fosse l’ING nel periodo che precedette la nomina di Boschi a commissario.
Nei giorni intorno a Natale viene ritrasmesso quel bel film di Frank Capra “La vita è meravigliosa” nel quale al protagonista viene mostrato magicamente come sarebbe stato il suo paese se lui non fosse esistito. Due anni fa questo mi ha fatto pensare quale sarebbe stata oggi la sorte dell’INGV, il destino di tutti noi e delle nostre famiglie, compresi i forse ignari stabilizzati del 22 Dicembre 2018, senza la presenza, l’azione e la generosità di Boschi.

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Luca Malagnini

Enzo è stato per me un riferimento importante. Sempre disposto ad ascoltarmi, siamo rimasti in contatto fino a poco prima della sua morte. Negli ultimi tempi facevamo lunghe chiacchierate al telefono, durante le quali mi chiedeva delle mie vicende personali e di quelle dell’INGV. Di sé non parlava quasi mai. Il suo cruccio era che noi, creatori insieme a lui di un’eccellenza assoluta, sembravamo incapaci di far correre il testimone che lui stesso, suo malgrado, ci aveva consegnato.
Con rabbia, ci accusava di essere corresponsabili della deriva che stava portando il nostro Ente verso un ruolo sempre più subalterno rispetto a quello dei suoi finanziatori. Per evitare questo problema, quando era ancora al vertice dell’INGV mi disse che dovevamo rapidamente evolverci in un Ente con due anime distinte: un primo dipartimento dedicato alla ricerca di base, mentre nel secondo sarebbero confluite tutte le attività di monitoraggio e servizio. Non so se questa nuova versione dell’INGV avrebbe avuto miglior fortuna di quella attuale, ma era chiara la sua voglia di rilanciare la ricerca. Perché il successo personale di Enzo Boschi coincideva con quello dei suoi ricercatori.
Credo che chiunque adesso faccia parte dell’INGV abbia verso di lui un enorme debito di riconoscenza. Anche se è venuto dopo. Anche se lo ha dimenticato. Nessuno escluso.

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La scuola di Erice del 1998, dove l’INGV cominciò a nascere


Antonella Cianchi
Originalità e caparbietà, cultura e curiosità, arguzia e humor, eleganza e vanità sono alcune delle doti che ho personalmente conosciuto del bagaglio personale e professionale di Enzo Boschi. Ma oltre a queste doti ciò che rende indelebile in me il ricordo del Prof. Boschi è il fatto che fosse un “visionario”. Intendiamoci subito: intendo un uomo che, grazie alle sue doti e al suo istinto coraggioso, possedeva il dono della “vision”, di guardare oltre, di riuscire a pensare oltre il limite che nessuno avrebbe osato oltrepassare. Non sempre i suoi giudizi e i suoi programmi sembravano avere una solida base di dati, di prove, e diciamo che non sempre ha colto nel segno, talvolta anche entrando a gamba tesa senza i virtuosismi della diplomazia. Diceva e ribadiva quello che pensava, anche rudemente. Ma Enzo Boschi è stato capace, grazie a quella “vision”, di realizzare il futuro. Un futuro che, per circa 7 anni, ho avuto il privilegio di conoscere.

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Con Walter Veltroni e Antonella Cianchi all’INGV. Con Franco Barberi e Gianluca Valensise a Reggio Calabria



Dario Slejko
Enzo Boschi era una persona speciale. Imprevedibile, sempre e comunque. Ho avuto occasione di interfacciarmi con lui numerose volte e sono numerosi gli aneddoti che mi vengono alla mente pensando a lui, adesso, a due anni dalla sua scomparsa.
La prima volta lo incontrai nel 1976 ad Udine in occasione del convegno sul terremoto del Friuli. Non ricordo le sue presentazioni o i suoi interventi nelle discussioni ma ho una visione di lui insieme a Maurizio Bonafede mentre scendevano le scale del palazzo che ospitava il convegno. Scherzavano fra loro, rilassati, freschi e dinamici nel contesto serioso della manifestazione.
Un’altra volta, non ricordo quando e dove, eravamo seduti vicini su un aereo che non si decideva a decollare. Enzo mi ripeteva “Caro Dario, bisogna avere pazienza, una grande pazienza”, e, intanto, non riusciva a stare un momento fermo sul sedile. Passava il tempo e, nell’attesa del decollo, lo stewart distribuì bibite e noccioline che Enzo mangiò nervosamente ripetendo “Ci vuole pazienza, bisogna coltivare l’arte della pazienza”.
Boschi diresse molte scuole a Erice, sempre molto valide scientificamente. In quel bel posto, ebbi occasione di cenare molte volte con Enzo, generalmente in compagnie allargate, dove lui dominava le discussioni con la sua sagacia e il suo humor. Alcune volte mi è capitato anche di essere al tavolo solo con Enzo e di apprezzare la sua vasta cultura, scientifica e letteraria e la sua grande sensibilità per le cose della vita che lo avevano toccato, da vicino o da lontano.
Una personalità eclettica, estroversa, credo sempre sincera nel suo modo imprevedibile.

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Alessandro Bonaccorso
Ho conosciuto Enzo Boschi più da vicino a fine anni ’90 nella fase di transizione all’INGV. Le sue prime visite alla Sezione di Catania furono sorprendenti per vivacità di pensiero, visione proiettata nel futuro, capacità di sfrondare i problemi secondari e mirare a obiettivi primari e di lunga gittata.
Il suo scopo di portare avanti la nuova sfida di far crescere l’INGV era sostenuto in modo prorompente, per noi provenienti dal CNR quasi sbalorditivo. E di questa sua spinta propulsiva sicuramente la Vulcanologia ne ha beneficiato enormemente, facendo uno straordinario balzo in avanti nel decennio 2000-2010 in termini di personale, risorse, attività, prodotti scientifici. Per quel periodo, caratterizzato da numerose eruzioni critiche, è sorprendente ripensare a tutti gli spunti e le opportunità che ha promosso e favorito in termini scientifici e progettuali (basti pensare alla ‘storica’ prima Convenzione INGV con il DPC).
Non ho mai smesso di essere in contatto con Enzo Boschi e, volutamente, soprattutto nel delicato periodo post L’Aquila, durante il quale percepivo bene la sua grande sofferenza umana in quella triste vicenda. E quello fu un periodo in cui sicuramente il bilancio tra quanto da lui dato e quanto ricevuto è andato ingiustamente in negativo. Conservo nel mio intimo numerosi episodi in cui Enzo ha mostrato genialità e lungimiranza. E per me queste sono le caratteristiche che meglio lo hanno identificato e contraddistinto.
Nella mia memoria mi piace ricordarlo come nel nostro ultimo incontro al Caffè Zanarini di Bologna nel giugno 2017 (con classica spremuta di arancia), dove dopo diverse ore di battute, arguzie e anche molto sarcasmo, tipico del suo spirito ‘aretino’, la splendida mattinata si concluse con un forte e affettuoso, ma molto melanconico, abbraccio.

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A Catania durante l’eruzione dell’Etna del 2001. A destra con Carlo Piccarreda



Alessandro Amato
(Pensiero fatto qualche giorno dopo la morte, che non mi ero mai deciso a rendere pubblico)

Ieri notte ho sognato Enzo Boschi. O meglio, ho sognato che non so per quale ragione andavo a vedere quale fosse stato il suo ultimo tweet dall’ospedale. Di questa cosa mi aveva parlato Max Stucchi, ma io mi ero sempre rifiutato di andare a curiosare. Lo trovavo indiscreto e anche un po’ macabro, e poi quella cosa dei profili social interrotti dalla morte mi ha sempre angosciato.
Nel sogno invece le cose andavano diversamente. Lo facevo con leggerezza e quasi con gioia, soprattutto dopo aver visto che Enzo aveva cambiato la sua immagine del profilo mettendoci una sua caricatura sul letto di ospedale. Mi pareva avesse un termometro in bocca e una faccia tipo Commissario Basettoni. Simpatico e divertente. Mentre dicevo Guarda che grande auto-ironia, pur sapendo che…, mi accorgevo che la caricatura era in realtà una GIF in cui la faccia cambiava continuamente, diventando altri personaggi: un orso (tipo Baloo), un rinoceronte, ecc. La cosa mi ha divertito e mi ha fatto sorridere a lungo nel sonno.
Non ricordo altro di quel sogno ma la sensazione è stata quella di un’amicizia, di una mancanza, di un non detto. Che ora, dopo tanti giorni dalla tua scomparsa, vorrei dire.
Vorrei dirti, Enzo, che nonostante le tue ire e i tuoi strali degli ultimi anni, nonostante i tuoi duri attacchi soprattutto per quella storia di Ischia del 2017, che mi fecero stare molto male, io ti ho voluto bene e ti sarò sempre riconoscente. Riconoscente perché mi hai insegnato molto, dandomi l’opportunità di fare tante cose (belle) nel mio lavoro di ricercatore. Non credere che me le sia dimenticate. Come non mi sono scordato, e non mi scorderò mai, i tanti momenti importanti e quelli difficili che abbiamo passato insieme, tu da Presidente e io da ricercatore prima, da Direttore del CNT poi. I convegni di Erice dove ho potuto conoscere i grandi sismologi e geologi di tutto il mondo. I problemi con i terremoti degli anni ’90 (Potenza, Siracusa, Colfiorito). La grande fiducia che mi hai concesso nel 2001 affidandomi il compito di rifare daccapo la Rete Sismica nazionale dell’INGV. Fiducia e libertà. La crisi del 2002, quando ci presero di peso e ci portarono in Molise dopo la tragedia della scuola di San Giuliano, con la Grandi Rischi. Ma anche le discussioni tra noi, talvolta aspre, su tante cose. Sempre però con grande rispetto e con la disponibilità al confronto e a cambiare opinione.
E poi gli anni dell’Aquila, che tanto ti hanno addolorato. L’alone di sfiducia e critica nei tuoi confronti. L’atteggiamento, meschino, di chi si è approfittato del tuo momento di grande difficoltà per vendicarsi di qualche torto (vero o presunto, qualcuno lo avevi sicuramente inflitto, accidenti…). Alcuni saranno forse stati capaci di gioire perfino della tua morte. Non io. Anzi, al tuo funerale a Bologna ho indossato quel tuo completo di velluto nero a coste che mi avevi voluto regalare (dicevi che avevamo più o meno lo stesso fisico, ma in realtà la sarta ha dovuto fare un gran lavoro…).
Sono orgoglioso di esserti stato d’aiuto (sia pure piccolo, a te e a Giulio) negli anni bui della condanna in primo grado, e in quelli che hanno preceduto e seguito la vostra riabilitazione (mai abbastanza ricordata e riconosciuta!) dopo l’appello e la Cassazione. Il fatto non sussisteva.
Negli anni a seguire ci siamo allontanati, e di questo ti chiedo scusa, io sopportavo poco i tuoi attacchi contro tutti, probabilmente originati dai tanti anni di processi. Mi era sembrato impossibile ritrovare un dialogo, ma avrei dovuto provarci.
Mi manca la tua intelligenza, la tua cultura, la tua lucidità, la capacità che avevi di stupire con idee originali e futuriste, con citazioni di autori greci e latini, e subito dopo degli Skiantos o degli Oasis. Sicuramente gli anni a venire saranno più noiosi senza di te. Un abbraccio

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Patrizia Gucci
Lettera ad Enzo Boschi
Sì, mi manchi tanto, ma soprattutto mi manca il tuo personaggio, così fuori dalle righe che con schiettezza e verità, dice le sue opinioni. Su tutto? Quasi!
Fisico, chimico, vulcanologo e, come scrivi tu “rabdomante“, ovvero “colui che cerca e trova i misteri della terra“. Ad ogni domanda rispondi, sai tutto!
“Ma che cultura, Professore!” “Lo sai o l’hai studiato? “ “L’ho studiato e leggo tanto“.
“Ma ti rendi conto, che hai mandato al quel paese quelle persone? Sono ignoranti, ma non si fa!”
“Io lo faccio perché lo penso, dicono continue inesattezze e sono stufo!”
Sei stato grandioso quel giorno che, qui vicino Firenze, c’è stata una scossa di terremoto! Hai risposto subito, con grafici, punto focale, ora precisa, secondi e profondità! Mi hai veramente tranquillizzata! Mi dicevo: “Che fortuna ho di conoscerti!”
Tutta l’Italia è a rischio sismico” dicevi. “Allora può succedere anche dove sono seduta io?” “Probabile!”
“Ma gli esperti del governo lo sanno?” “Certo e non fanno nulla, niente di niente!”
“Ti piace tanto l’arte, vero, Patrizia? Anche a me, moltissimo!” E poi …” Hopper, non è un po’ troppo realista, quel senso di solitudine?” “La vita è così!”
E Quizz Art? Quei quadri? Chi è l’autore? Nove su dieci li indovini, Io forse uno o due! “Ed il video sulle balene? Ti piace?” “Tantissimo; l’ho visto e rivisto tre volte!” “Io amo tanto gli animali e la natura”, ti dico!
“Hai un senso dell’umorismo veramente speciale, sai Professore?” Ti dico: “Vieni a Firenze a trovarmi?” Mi rispondi: “Una persona nata ad Arezzo, non verrà mai a Firenze; abbiamo fatto la guerra per anni!”
“Ti ringrazio tanto dei bei fiori che mi mandi anche se virtuali!”
“Grazie, Enzo, di esserci!”

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Michele Dragoni
Sono trascorsi due anni dalla scomparsa di Enzo Boschi. L’anno scorso un gruppo di ricercatori e docenti dell’INGV e dell’Università di Bologna aveva pensato di celebrarne la memoria organizzando un convegno che si sarebbe tenuto a Erice, luogo che molti di noi hanno frequentato per oltre vent’anni grazie alla Scuola Internazionale di Geofisica di cui Enzo era il direttore. Il sopraggiungere della pandemia ha reso impossibile la realizzazione dell’iniziativa e pertanto mi fa particolare piacere rinnovare il ricordo di Enzo in questa occasione.
Non ripeterò l’elenco dei suoi grandi meriti, sui quali mi sono soffermato nel mio intervento su questo blog due anni fa e che tutti conosciamo. Desidero solo esprimere ancora una volta la mia riconoscenza per quello che ha fatto e testimoniare che il suo ricordo rimane indelebile nella mia memoria e – ne sono certo – in quella di moltissimi altri colleghi e colleghe che lo hanno conosciuto e apprezzato.

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9varie


Massimo Cocco
Ricordare Enzo Boschi a due anni dalla sua scomparsa è facile e difficile al tempo stesso. È facile perché nello svolgimento attuale del mio lavoro la sua presenza e la sua memoria è stabile. È difficile perché ricordarlo mi lascia la sensazione di una lacuna, come se ci fosse qualcosa che non abbiamo potuto completare assieme.
Il mio rapporto con Enzo è sempre stato diretto e sincero. E come tutti i rapporti diretti ci siamo anche scontrati duramente confrontandoci da posizioni molto diverse, superandole poi nell’ambito di un rapporto professionale e umano vivo. Oggi però voglio ricordare la condivisione di obiettivi scientifici, l’idea di far diventare l’ING prima e l’INGV dopo un Ente pubblico di Ricerca di rilevanza mondiale e all’avanguardia nelle scienze della Terra. Io credo che Enzo questo obiettivo l’abbia conseguito pienamente.
Mi piace ricordare il Presidente che girava nei corridoi dell’ING e dell’INGV la sera e si fermava con chi stava facendo ricerca, scherzando a modo suo ma anche motivando chi si dedicava al suo lavoro.
Forse la lacuna che sento è quella di non aver potuto discutere con lui serenamente dell’INGV e della ricerca scientifica nelle scienze della Terra quando lui non era più il mio Presidente e dopo il 2009, l’anno del terremoto dell’Aquila.
Credo sia giusto ricordarlo oggi riconoscendo l’enorme contributo che Enzo ha dato alla geofisica e alle scienze della Terra in Italia.

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Feltrinelli-Catania_aprile 2011

A Catania con Alessandro Bonaccorso


Tullio Pepe
Due anni dopo. Sul mio account di Twitter, nell’elenco dei miei pochi following ho conservato il profilo di Boschi.Ogni tanto rileggo i suoi tweet e allora me lo immagino nella casa di Bologna, in centro, a pochi passi dalla chiesa dove due anni fa, in una livida vigilia di Natale, celebrammo il suo funerale, oppure nella casa di campagna sull’appennino tosco romagnolo, mentre compulsa, con un dito solo, la tastiera dell’iPad e beneficia i suoi 26mila follower della sua intelligenza, alternando spunti di arte, letteratura, politica, scienza, ambiente; e poi polemiche; e poi galanterie verso qualche sua follower particolarmente attraente. E in questo modo tiene lontani la solitudine, gli incubi legati al processo dell’Aquila, i problemi di salute e si sente ancora – almeno in parte – quello che è sempre stato: un protagonista del suo tempo.
Twitter, dopo la sua uscita dalla scena dell’INGV, è stato il mio legame con Enzo per molti anni. Tra noi non mancavano i contatti via email e telefonici; ma email e telefonate giravano sempre intorno alle vicende dell’INGV e allora le vivevo spesso con disagio perché il suo principale obiettivo era dimostrare che dopo di lui l’Istituto era sprofondato nella mediocrità e allora cercava solo conferme che non sempre mi sentivo di fornirgli, anche se percepivo il suo amore per l’ente che aveva contribuito massimamente a far nascere e a fare grande.
Su Twitter, invece, ritrovavo la vivacità di pensiero, la cultura immensa, l’arguzia aretina, il modo di fare che mi avevano affascinato sin da quando, nel 1982, me lo trovai davanti in Istituto, per la prima volta, alto, magro, che mi sembrava un ragazzo e mi porgeva la mano sinistra rovesciata, senza imbarazzo, e mi diceva “ok, diamoci del tu”. Nel salotto sintetico della rete rivedevo la personalità che ci guidò attraverso tre decenni di scommesse e di successi nel mondo complesso della ricerca scientifica pubblica.
So bene che il suo account è fermo a due anni fa. Ogni tanto, però, lo apro: hai visto mai che ci trovi qualche battuta al vetriolo sui sismologi che non la pensano come lui?

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Massimiliano Stucchi
Scrivere qualcosa su Boschi è come entrare in un frullatore. Pensieri, affetti, contrasti. Ricordi pubblici e personali; e quelli più intimi che restano dentro ciascuno di noi.
I primi incontri, lontani; poi sempre più ravvicinati, telefonate, brevi colloqui, scherzi, scazzi. I progetti, le tappe. L’intesa, quando c’era, era piena, impetuosa, trascinante. I regali che faceva: libri, giacche, cravatte: una cravatta tagliata, durante una riunione INGV. Il suo vestire elegante, e il perché. Erice, una delle sue creazioni, dove era più rilassato che a Roma: la gara per farsi invitare a pranzare al suo tavolo.
E le battute, tante. “Sarà un trionfo”; e lo fu. “Dove vai questa volta?” “Vicino Almerìa” “Ah, a sud di Granada!” (aveva letto il libro omonimo di G. Renan, prima di me)”. In mensa a Milano, dove si sforzava di pronunciare la “cassoeula”, e giù risate. E poi il periodo “social” con il Foglietto, Twitter, @Quizzart. Questo blog volava con i suoi retweet.
E soprattutto la sua forza d’animo (!!): la menomazione antica, e poi la frattura mentre si imbarcava in aereo. E L’Aquila, quel pugno nello stomaco. “Affronteremo anche questa”, disse dopo il rinvio a giudizio. La affrontò, combatté e vinse, ma ne portò i segni.
Oggi però voglio ricordare un Boschi che pochi conoscono. Nel Progetto Finalizzato Geodinamica (PFG), dove prevalevano geologia, vulcanologia e ingegneria sismica, c’erano solo alcuni embrioni di sismologia: reti sismiche, catalogo dei terremoti, un po’ di sismogenesi. Pure, quel PFG sentì la necessità di una visione più ampia, avanzata; istituì il “Comitato Coordinamento Sismicità” (CCS) e ne affidò il coordinamento a Boschi.
Di questa vicenda conservo un verbale e un documento dal titolo mirabile, entrambi scritti a mano nel 1979. Nel documento c’è il futuro della sismologia italiana, l’attenzione a tutti i settori, la necessità di migliorare l’organizzazione degli enti di ricerca. C’è il Boschi visionario e propositivo, da poco professore ordinario, non ancora presidente ING: il Boschi che ha in mente l’INGV.

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CCS1

Alberto Michelini
Ho veramente poche parole da dire perché l’ho conosciuto poco di persona mentre l’ho messo a fuoco molto meglio per  quello che faceva o aveva fatto. Penso che Enzo sia stato un uomo illuminato con una grande visione sul ruolo che la geofisica, e la sismologia in particolare, dovessero avere in un paese sismico come il nostro. Ha capito da subito che bisognava puntare su una nuova generazione di ricercatori e che questa doveva essere istruita a dovere per poter andare al passo coi tempi. Negli anni ‘80 si trattava di rivedere un po’ tutto a partire dal monitoraggio a scala nazionale che non poteva essere una federazione di osservatori indipendenti mentre si doveva centralizzare per fare in modo che i dati fluissero e venissero processati opportunamente in tempo reale per effettuare la sorveglianza sismica e per monitorare la sismicità. Cioè era necessaria la rete sismica nazionale. Ma era altrettanto necessario investire su nuovi campi di ricerca altrettanto necessari per comprendere meglio la complessità dei fenomeni sismici.  Nei miei anni trascorsi in California ho incontrato tanti di coloro che sarebbero diventati i miei futuri colleghi. Erano tutti che appartenevano all’ING.  Avevamo tutti la stessa età. Enzo capì l’importanza di realizzare un grande istituto mettendo insieme geofisica e vulcanologia: ha creato l’INGV.  Da poche decine di persone a piu’ di 1.000 in pochi anni. Penso che basti questo per comprendere la sua reale statura e quanto il paese gli debba essere riconoscente. 

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Sergio Del Mese
Tanti anni fa, io c’ero, arrivò un uomo con occhi vivi, brillanti, pungenti. Un uomo che scherzava con tutti, mentre la radiografia era in atto. Chiamò a raccolta le truppe, nessuno escluso, vaneggiando nomi mai sentiti prima come Sala Sismica, Sorveglianza Sismica, Rete nazionale, Turni… Quindi costruì castelli ed elevò capitani al ruolo di generali, incitando, a volte urlando, mai domo, mai sazio.
Quando la prima roccaforte ebbe una forma, entrava spesso, per vedere, chiedere, capire…     …la battuta non mancava mai, tra un allarme, un terremotino, i telefoni che squillavano, tra rulli e righelli pieghevoli, tra Alex, Epin, Epic…
…il progetto si evolveva, si ingrandiva, arrivarono falchi, poche aquile, molti fringuelli, alcuni volando altri su solidi posatoi, prima a Villa Ricotti, poi a Vigna murata e, infine, diede vita al sogno dell’INGV, attraverso molte rivoluzioni piccole e grandi, certamente non soltanto logistiche…
Siamo cresciuti, tutti, sotto una spinta continua, pungente, costruttiva. Però non si possono mettere tanti anni in poche righe, anche sorvolando sulle ultime terribili battaglie. Episodi da raccontare, anche divertenti, ce ne sono stati molti…   ma fanno parte di un privato che stonerebbe in questo contesto, dico soltanto che parlare, intrattenersi con tecnici (…Franco Pirro, Luciano Giovani o lo stesso Piergiorgio De Simone) era un chiaro segnale di chi voleva veramente capire esigenze e problemi a tutti i livelli.
Chiudo, con un ricordo personale di Boschi, una lettera con cui si congratulava per i nostri lavori all’interno del PFG, mostrata soltanto per onorare la memoria di Maria Cecilia Spadea, artefice di quell’encomio, scomparsa tragicamente in un incidente stradale, mentre si recava al lavoro, nella sede di Monte Porzio Catone.

BOSCHI SPADEA

Quelle poche righe scritte di suo pugno, per i due “contrattisti” interessati, erano un sogno ad occhi aperti ma anche la misura di come un CAPO fosse attento alle mille attività di quanto stava costruendo.

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Marianna Gianforte


«È dall’Aprile del 2014 che non siamo in contatto. Speravo di incontrarti a L’Aquila quando son venuto a testimoniare nel processo Bertolaso. Oggi ho visto un tuo tweet su Tornimparte… Come stai? Come va il tuo lavoro?».
Era il 27 luglio 2016 quando Enzo Boschi mi scrisse questo messaggio su Twitter. Non gli risposi mai. Non c’è un motivo preciso del perché non lo feci, forse ero presa dal tam-tam della vita quotidiana e lavorativa che, allora, per me aveva ritmi assurdi. Più volte dissi a me stessa che dovevo trovare il tempo di rispondere, perché era un messaggio diverso. Mi rammarico ancora oggi del mio silenzio. Ancora oggi, quando penso alla notizia della sua morte, mi sento profondamente in debito con lui per quel messaggio non risposto, per la sensazione sottile che mi ha lasciato: forse cercava una sponda per comunicare qualcosa.

Qualche anno prima – il 2 aprile 2014 – lo avevo invitato a partecipare a una mostra fotografica dedicata al quinto anniversario del sisma aquilano, a casa Onna, nella quale io e altri colleghi del quotidiano abruzzese Il Centro mettevamo a confronto con ritratti fotografici cittadini aquilani nella loro vita pre e post sisma. Declinò l’invito scrivendomi che, per come erano andate le cose (la condanna in primo grado per il processo alla commissione Grandi rischi), temeva che la sua presenza potesse «infastidire qualcuno». E poi aggiunse: «Non ho mai tranquillizzato nessuno prima del terremoto del 2009. Anzi, ho sempre evidenziato l’alta pericolosità abruzzese. Spero che tutto si chiarisca con l’Appello. Poi, spero che m’inviterai a raccontare le cose da un altro punto di vista». Il suo “grazie di cuore” che chiudeva quella conversazione su Twitter descrive perfettamente l’uomo che Boschi era. Capita raramente che qualcuno ringrazi mettendoci il cuore. Boschi era così. Soltanto pochi mesi dopo – a novembre – l’ex presidente dell’Ingv venne assolto insieme a Giulio Selvaggi, Franco Barberi, Mauro Dolce, Claudio Eva e Michele Calvi, mentre la condanna fu confermata (anche se rideterminata) per Bernardo De Bernardinis della Protezione civile.

E adesso ripercorrendo quei messaggi, di cui l’ultimo colpevolmente senza la mia risposta, mi torna perfettamente chiara quella passeggiata che nel settembre del 2010 da via dell’Arcivescovado ci condusse in quella che sarebbe diventata – seppur per un brevissimo periodo di tempo – la tanto attesa sede aquilana dell’Ingv, in un palazzo privato che un tempo aveva ospitato gli uffici delle Poste, e alla cui inaugurazione, in un freddissimo novembre dello stesso anno, partecipammo insieme, lui presidente dell’Ingv e io come cronista del “Il Centro”. Durante quel tragitto mi fece questa considerazione: «Le persone sono diventate più sensibili anche alle scosse più piccole dopo il dramma del 6 aprile 2009. Negli ultimi cinque anni l’Ingv ha registrato 54.900 piccolissime scosse, e cioè 11mila all’anno, in Italia, che è un paese altamente sismico dall’Abruzzo alla Sicilia». Da allora ho adottato la locuzione “dall’Abruzzo alla Sicilia” facendola mia, l’ho usata infinite volte in ogni circostanza possibile: nei mei articoli sul terremoto, nei convegni che ho moderato, nelle conversazioni tra amici e colleghi, perché, forse, mai come in quella chiacchierata con Boschi avevo capito cosa fosse il nostro paese: un territorio sismicamente ballerino, di cui l’Abruzzo è la regione a più alto rischio sismico, in cui ci si salva soltanto se ciascuno fa con coscienza, consapevolezza e lucidità ciò che deve fare. In questo caso: progettare e costruire in sicurezza e – a livello più “alto”, istituzionale – creare le condizioni normative, strutturali, finanziarie e operative affinché i quasi mille Comuni italiani, le autostrade e le infrastrutture vengano messi in sicurezza. Ma la “sicurezza anti sismica” è uscita oggi di scena, scalzata da un nuovo nemico, il Sars-Cov-2, che attanaglia le nostre vite e su cui si concentrano sforzi politici, dibattiti pubblici, cronache e inchieste giornalistiche. Poi tornerà il momento in cui nuovi morti sotto le macerie ci sveglieranno dal torpore ricordandoci che l’Italia è fragile esattamente come 12 anni fa e che dal terremoto dell’Aquila, il 6 aprile 2009, con i suoi 309 morti, non è cambiato nulla. Se, forse, in questo preciso momento storico L’Aquila e i 56 Comuni del cratere sismico sono le uniche oasi sicure, tutto il resto del paese è un colabrodo. E Boschi, sempre in quel tragitto per le vie aquilane all’epoca ancora deserte e silenziose, disabitate e anche maleodoranti per i palazzi disabitati e danneggiati, più volte mi ripetette il senso del concetto di “sicurezza”: poter uscire da casa vivi durante una forte scossa, come in Giappone.
E questa è una responsabilità di ciascuno di noi per la propria parte, competenza e posizione o ruolo; agli scienziati, invece, l’altro arduo compito di fornire alla società la spiegazione (ovviamente sempre mutevole in base alle risultanze scientifiche che via via si acquisiscono) di quello che succede nel mondo della natura, dalle placche o le faglie sismiche, sino all’infinitesimale virus. Ecco, dunque, che questo invito a lasciare un ricordo dello scienziato Enzo Boschi è per me un modo per salutarlo, finalmente, dopo quel messaggio mai risposto, e chiedergli “scusa”, quanto meno, per la mia scortesia.

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Foto 1

Gli amici de “Il Foglietto della Ricerca” l’hanno ricordato come loro editorialista e amico

https://www.ilfoglietto.it/il-foglietto/6425-enzo-boschi-geofisico-editorialista-che-manca-tanto-al-foglietto

2 thoughts on “Un mosaico per Enzo Boschi (a cura di alcuni colleghi e amici)

  1. Pingback: Un ricordo di Enzo Boschi – Marianna Gianforte

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