I fondatori dell’INGV: Cesidio Lippa (lo ricordano Tullio Pepe, Massimiliano Stucchi e altri colleghi)

Poco ricordato nell’ambiente scientifico, Cesidio Lippa – prematuramente scomparso nel 2007 – contribuì enormemente alla nascita e allo sviluppo dell’INGV, a partire dalla sua posizione di Direttore Generale dell’ING e poi dello stesso INGV.
Lo ricordano Tullio Pepe, dirigente dell’ING e dell’INGV, che lo conobbe nel lontano 1980 e Massimiliano Stucchi, direttore di dell’Istituto di Ricerca sul Rischio Sismico (IRRS) del CNR, uno degli istituti che confluirono nell’INGV, e successivamente direttore della Sezione di Milano del nuovo Ente.

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TP. La nascita dell’INGV è indissolubilmente legata alla figura di Enzo Boschi e quando abbiamo rievocato i fatti del periodo 1999-2001, per celebrare la costituzione del nostro Ente, non abbiamo mai mancato di sottolineare la centralità del ruolo di Boschi, finendo così con il trascurare il ruolo ricoperto nell’intera vicenda da Cesidio Lippa.
Oggi, a oltre 15 anni dalla sua scomparsa, direi che è venuto il momento di ricordare tale ruolo e in generale la figura di un grande dirigente alla cui azione è riconducibile buona parte dell’attuale fortuna dell’Ente. Pertanto accolgo volentieri il tuo invito a scriverne assieme a te su questo blog.

MS. Tu lo hai conosciuto prima di me: forse potresti cominciare dagli inizi…

TP. Va bene ma per farlo devo retrocedere nel tempo di oltre 40 anni. Nel 1979 Cesidio arriva all’ING provenendo dall’Istituto Nazionale Giuseppe Kirner, un ente che si occupava dell’assistenza ai professori di scuola media e che oggi non esiste più, essendo stato soppresso tra gli anni settanta e ottanta, dopo il riordino del parastato.
Poco prima della soppressione dell’ente, con la sua tipica volontà di decidere del proprio destino senza lasciarsi trascinare dagli eventi, Cesidio lascia il Kirner e approda all’ING, consigliato in tal senso da un amico del tempo, uno strano tipo che io ho conosciuto e con il quale ho fatto amicizia e che oggi non c’è più: un dirigente del Ministero del Tesoro che nel tempo libero faceva il mercante d’arte e il militante del Partito comunista!
L’ING è un piccolo ente; tanto per rendere l’idea: l’anno dopo (febbraio ‘80) vengo assunto io quale vincitore del primo concorso in Amministrazione per laureati: ebbene, sono il dipendente n. 44, tanto che nei corridoi si scherzava con i colleghi: “siamo 44 gatti”. Ma l’ING è soprattutto un ente in crisi. La crisi è cominciata nel 1974 quando, dopo un venticinquennio di direzione, scompare il Prof. Enrico Medi. I meno giovani ricorderanno questa figura di scienziato cattolico (ha avuto sei figli, tutte femmine!) noto per affiancare nei TG dell’epoca Tito Stagno per le telecronache delle imprese spaziali e per essere stato un esponente di spicco della Democrazia cristiana romana. Dopo qualche tentativo non riuscito di trovare un successore duraturo, si apre una lunga gestione commissariale. Quando arriva Cesidio, l’Ente è in mano a un onesto e oscuro funzionario ministeriale che si limita ad assicurare l’ordinaria gestione. E qui Cesidio, secondo me, dà il meglio di sé.

In veste di direttore dei servizi amministrativi (questa era la solenne qualifica dell’epoca) non si perde d’animo, si rimbocca le maniche, nel giro di poche settimane si impadronisce della macchina amministrativa, paga straordinari e missioni arretrati da mesi, fa approvare bilanci arretrati da anni, motiva una struttura amministrativa alquanto raccogliticcia e compressa in un malandato appartamento nel quartiere Esquilino, inquadra un manipolo di ricercatori molto brillanti, un poco anarchici e parecchio abbandonati a se stessi in un’ala dell’Osservatorio astronomico di Monte Porzio Catone, stipula convenzioni con gli enti previdenziali e assicurativi salvaguardando i diritti anche dei dipendenti di là da venire e infine predispone e fa approvare il nuovo statuto dell’ente in modo da consentire la fine del regime commissariale, la nomina del primo presidente dell’ente e l’inizio, quindi, di quella che verrà chiamata l’era Boschi. Ma noi che c’eravamo sappiamo che l’era Boschi è stata anche l’era Lippa.
E questo perché il segreto del successo dell’Ente è consistito propria nell’azione sinergica di questi due personaggi dotati di grande personalità, grande carisma, molto diversi tra loro ma sostanzialmente complementari, rispettosissimi ciascuno della sfera di competenza dell’altro e capaci di fare squadra anche attraverso il gioco delle parti. Io ho avuto il privilegio di lavorare con questi due grandi professionisti per decenni e mi sono divertito spesso a osservarlo questo gioco delle parti: il buono – Boschi – e il cattivo – Lippa -, lo scienziato un poco matto – Boschi – e lo sceriffo – Lippa -, il trasgressivo – Boschi – e il ricucitore Lippa -, il tutto sempre in funzione degli interessi dell’istituzione.

MS. Proprio così! Io l’ho conosciuto nella sua posizione di direttore generale dell’ING a metà degli anni ottanta. Ai tempi vi era molta rivalità fra GNDT e ING. Lippa impersonava il carattere duro di questa rivalità per la parte ING, mentre Boschi a volte mostrava un approccio più soft; ma era solo un “gioco della parti”, come dicevi più sopra. Come esponente attivo del GNDT non ero – diciamo – nelle sue grazie. Le cose cambiarono gradualmente quando l’IRRS fu coinvolto nel processo di riordino che portò alla fine alla emanazione del decreto costitutivo dell’INGV (il mitico decreto n. 381/1999). Piano piano, credo, mi guadagnai la stima anche di Cesidio, che andavo spesso a trovare la mattina delle riunioni del Collegio di Istituto, quando arrivavo a Via di Vigna Murata da Milano spesso prima dei colleghi romani.
A dire il vero, durante l’intero processo di riordino io e la parte di IRRS che decise di confluire in INGV avevamo paura di essere considerati un po’ alla stregua della Germania Est all’atto della riunificazione; successivamente, però, i vantaggi dell’operazione furono evidenti anche per noi e ci fu possibile apprezzare il grande lavoro gestionale – pilotato da Lippa – che aveva permesso la nascita dell’INGV.

TP. Concordo e penso di poter dire che senza la sua pazienza, tenacia, ostinazione, equilibrio, capacità di riscuotere fiducia la strada che portò alla nascita dell’INGV sarebbe risultata molto più lunga e accidentata. So, per esempio, di una telefonata dalle 9 alle 11 di sera dal suo telefono di casa con il presidente della commissione parlamentare competente per smontare una a una le motivazioni scientifiche, politiche e anche banalmente localistiche di chi si opponeva al progetto e faceva pressioni sulla commissione per evitare l’emanazione del decreto n. 381/1999 che hai ricordato.
Il nuovo ente nasce ufficialmente il 10 gennaio 2001 e il successivo 1 febbraio Cesidio viene nominato Direttore generale del nuovo e grande Istituto. In questa veste gestisce la lunga e laboriosa fase di passaggio dai precedenti sistemi al nuovo unitario assetto ordinamentale; controlla, con le consuete caratteristiche di fermezza e coerenza, il processo di fusione delle diverse realtà confluite nel nuovo Ente, durante il quale noi responsabili dell’Istituto veniamo chiamati a modificare sensibilmente i criteri di gestione del personale e delle risorse, adeguandoci al mutato quadro procedurale gradualmente e faticosamente.

MS. Questa fase di passaggio durò alcuni anni e fu veramente avventurosa. Ricordo che ancora prima della nascita ufficiale, l’INGV dispose dei finanziamenti “straordinari” ai tre istituti CNR che stavano per confluirvi. I direttori dei tre istituti, in qualità di Funzionari delegati, aprirono dei conti correnti ordinari sui quali vennero accreditati questi finanziamenti ed eseguivano pagamenti che poi rendicontavano all’Amministrazione dell’INGV. Succedeva però che i direttori delle banche interessate chiamassero i direttori stessi per proporre investimenti, e non si capacitavano del rifiuto…

TP. Si, è vero: furono anni avventurosi e alcune procedure oggi sarebbero inammissibili. Ma furono anche anni belli. E furono pure caratterizzati da una concentrazione notevole di emergenze: oltre alla tristissima emergenza legata al terremoto di San Giuliano di Puglia del 2002, un terremoto piccolo ma che portò a una tragedia immane, ricordo che tra il 2001 e il 2003 si registrarono due eruzioni dell’Etna, una eruzione dello Stromboli particolarmente spettacolare con tanto di tsunami allegato e perfino emissioni gassose al largo dell’isola di Panarea!
Guidati da capi carismatici e rassicuranti – come, appunto, Enzo Boschi e Cesidio Lippa – condividemmo assieme ai responsabili delle varie sezioni una stagione di forte sviluppo di tutte le attività istituzionali e da notevoli risultati scientifici e gestionali e anche l’emozione dell’avvio di un’avventura professionale e umana densa di speranze e di senso di appartenenza, in un clima generale di entusiasmo che negli anni successivi non sempre è stato possibile ricreare.

MS. Ricordo un episodio che contraddistinse le sue capacità gestionali e umane al tempo stesso. Dopo la lunga crisi della sezione di Catania, conclusasi con le dimissioni del direttore in carica e con la nomina di Sandro Bonaccorso, Lippa, pur non condividendo appieno le decisioni del Presidente e del CdA, si incaricò di gestire il travagliato cambio di vertice trovando le modalità più giuste per preservare i delicati equilibri interni alla sezione. Fu poi lui ad accompagnare Bonaccorso al primo Collegio di Istituto, a presentarlo e a introdurlo agli altri direttori. In seguito anche con Sandro stabilì un rapporto improntato a stima e rispetto reciproci.

TP. Ma Cesidio, nella sua carriera, è stato al centro anche di altre imprese. All’inizio degli anni novanta l’ordinamento del personale degli enti pubblici di ricerca fu rivoluzionato a seguito della emanazione di un decreto (il DPR n. 171 del 1991). Come tutti i passaggi di successo (quell’ordinamento è tuttora in essere), il decreto n. 171 ha molti padri, nel senso che ho sentito diversi personaggi vantarsi di essere stati il maggiore artefice di quel contratto. Sarà, ma è un fatto che nei mesi precedenti alla firma ho assistito personalmente a colloqui serratissimi tra Cesidio ed esponenti del governo, tra Cesidio ed esponenti sindacali e ho toccato con mano la fiducia che lui riusciva a riscuotere da tutte le parti in causa, grazie alla capacità negoziale e alla competenza con le quali affrontava le discussioni. Negli anni novanta contribuì a fondare e ad animare la Conferenza dei direttori generali degli enti di ricerca (CODIGER), ricoprendone la carica di segretario nazionale fino a metà 2007. La CODIGER ha avuto il merito di dare la giusta dignità al ruolo del Direttore generale quale massimo responsabile dell’esecutivo, legato da rapporto di fiducia con l’organo di vertice ma autonomo rispetto a esso e quello di far sì che gli EPR formassero un fronte compatto nel quale le singole amministrazioni non si sentissero sole davanti ai vari problemi e fossero capaci di far valere la propria autonomia e le proprie specificità (oggi, in particolare, questa autonomia e queste specificità sono soffocate da raffiche di circolari, direttive e risposte a quesiti; a proposito, Cesidio mi diceva sempre: “non fare mai quesiti agli enti vigilanti. A meno che tu non conosca già la risposta”…).

Non mancò, inoltre, di occuparsi della formazione del personale degli EPR contribuendo alle fortune della Scuola di Bressanone diretta dal collega e amico Luciano Majorani, in qualità di componente del Consiglio scientifico e di docente. Per un quarto di secolo la Scuola, oltre a svolgere un’importante funzione formativa, ha costituito un prezioso momento di incontro degli addetti alla gestione degli enti di ricerca, una sorta di convention annuale che consentiva a dirigenti e funzionari, ma anche ad alcuni ricercatori, di confrontarsi per qualche giorno con le esperienze di colleghi che per il resto dell’anno restavano distanti, ciascuno intrappolato negli infiniti problemi d’ufficio, nella soffocante routine quotidiana.
Coinvolti da Majorani e Cesidio, relatori illustri si alternavano nell’aula magna della locale sede estiva dell’Università di Padova che ospitava la Scuola: una volta venne a tenere lezione il giudice Santiapichi accompagnato da una scorta imponente (era il periodo di maxi processi per mafia), che per qualche ora turbò la quiete del luogo. Un’altra volta venne il pubblico ministero Guariniello che ci terrorizzò circa le responsabilità connesse al mancato rispetto delle norme per la sicurezza nei luoghi di lavoro (e quanto risultano attuali – oggi – quelle lezioni!) e un’altra volta ancora tenne lezione il Prof. Zichichi, vulcanico e irrefrenabile come sempre.

MS. Dal tuo racconto emerge una figura veramente centrale nel panorama dei nostri enti di ricerca. Devo dire che anche per me è stata una fortuna conoscerlo, lavorare con lui e godere, dopo le iniziali freddezze, della sua stima. Aggiungo che nel seguito scoprimmo anche di avere interessi comuni in Canada: io a Montréal dove mi recavo spesso, lui a Toronto dove si trovavano alcuni parenti nell’ambito della comunità italiana ivi residente. L’ultima volta che lo vidi fu in occasione dell’ultimo Collegio di Istituto cui partecipò; era il 2007, era provato, aveva perso i capelli per la chemio ma aveva voluto essere presente come sempre.

TP. Scoprì di essere malato a novembre del 2006. Affrontò la malattia e le faticose cure con dignità e rassegnazione virile. Finché ebbe la forza continuò a frequentare l’Istituto e anche quando dovette ricoverarsi non smise di seguire le nostre vicende e in particolare quelle legate all’ampliamento della sede dell’Istituto. Del resto teneva molto a questo progetto, sapeva che era la sua ultima impresa, quando lo andavo a trovare in ospedale negli ultimi tempi, più che ascoltare i miei resoconti sulle solite attività gestionali mi chiedeva: “ma sono arrivati al solaio? hanno finito le tamponature esterne?”
Ci lasciò il 18 novembre 2007.

MS. Ricordo i suoi funerali, a Villavallelonga suo paese natale, in un chiesa molto piccola con una coda di gente fuori dall’ingresso in un pomeriggio freddissimo. Sonia Topazio lesse con voce rotta dall’emozione una lettera scritta da una nostra collega che ascoltai come un autentico lamento funebre, una commemorazione molto toccante.

TP: Si, c’ero anche io e ricordo inoltre che una donna prima della cerimonia distribuì ai presenti una piccola pagnotta con una croce incisa sulla crosta, secondo antica usanza del paese.
Hai citato Villavallelonga. Un paesino sconosciuto alla generalità degli italiani ma notissimo nel mondo degli EPR per il semplice motivo che lui non faceva altro che parlarne, dimostrando un amore per il paese d’origine assolutamente sincero e con un sapore buono di altri tempi. La vita quotidiana del paese (peraltro incastonato in uno scenario naturale marsicano veramente bello), i suoi personaggi pittoreschi, le espressioni dialettali, le prime colazioni robuste a base di pane e frittata sono stati al centro di racconti inesauribili che ci hanno fatto conoscere Villavallelonga prima di andarci, ovviamente ospiti della sua generosità infinita.

Enza Sorice
È sempre bello leggere il nostro passato attraversola penna di Tullio Pepe.
È un piacere, ti riporta alla mente con leggerezza e gioia i ricordi… che quasi tocchi con mano. Sono contenta di leggere anche i ricordi di Massimiliano Stucchi che vanno ad arricchire un passato che è stato il nostro vissuto nell’Ente. Siamo stati fortunati di aver partecipato quell’epoca e aver avuto accanto due uomini del loro calibro. Hanno trasmesso il loro sapere e il loro sentire a ciascuno di noi. Grazie.

 

Sono particolarmente legato a un ricordo, che credo possa ben raccontare il DG Lippa, nonché un modo di vivere i rapporti “gerarchici” che, credo, non esista più. Mi sembra fosse il 2002; a Genova si tenne l’inaugurazione della mostra sul campo magnetico terrestre, e toccò a me, allora giovane ricercatore, presentarne il percorso ad autorità e invitati. Al termine della spiegazione, che riscosse un buon successo, mi si avvicinò il Direttore Generale, che stava per ripartire verso Roma. Credevo volesse farmi un piccolo apprezzamento, mi disse, invece, peraltro circondato da autisti e operatori: “mi prendi la borsa e me la metti in macchina?”. Non ho ancora compreso se fosse il suo modo di dimostrarmi apprezzamento attraverso una richiesta confidenziale, o se, piuttosto, fosse un modo per riportarmi a terra dopo la ribalta. Propendo senz’altro per quest’ultima.

 

Grazie infinite per questo ricordo. E’ una persona che ricordo con stima e affetto, che è stato capace di risolvere in un battibaleno problemi enormi. Grazie anche per avermi fatto conoscere la data della sua dipartita, in modo da potergli dedicare una messa.

Bruno Zolesi

Ho conosciuto Cesidio nella storica sede di via Ruggero Bonghi proprio nel 1979 quando partecipai al concorso per un ricercatore nel reparto ionosferico allora diretto da Pietro Dominici già direttore dimissionario dell’ente.
All’epoca insegnavo fisica in un istituto tecnico di Roma e avendo meno di 30 anni non vedevo bene un ente assistenziale come il Kirner che sottraeva obbligatoriamente una quota di stipendio a tutti i docenti.
Con gli anni e con le ovvie preoccupazioni familiari ho compreso meglio le ragioni di Cesidio e non solo su questo tema.
A Cesidio piaceva ricordare come era stata, anche nel recente passato, la vita degli abitanti di Villavallelonga e come fosse cambiata in meglio negli ultimi anni. Proveniendo anche io da un piccolo paese della Toscana comprendevo questo sentimento ricordando bene cosa fosse l’Italia del secondo dopo guerra.

80 anni fa nasceva Enzo Boschi. Ricordi di Alessandra Stefàno, Dante De Paz intervistato da Patrizia Feletig e Massimiliano Stucchi

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Sono pochi, se non pochissimi, i tentativi di riassumere in poche pagine la vita, la carriera, le peculiarità e le intuizioni di Enzo Boschi. Meglio immaginarlo come una sorta di “apeirogon”, un poligono con un numero illimitato di lati, che da lontano sembra rotondo ma non lo è (Boschi era tutto fuorché rotondo). Per questo motivo questo blog gli ha dedicato un mosaico di ricordi

https://terremotiegrandirischi.com/2020/12/22/un-mosaico-per-enzo-boschi-a-cura-di-alcuni-colleghi-e-amici/

e ora gliene dedica altri tre.


Alessandra Stefàno
Il primo impatto con il prof. Boschi? Un po’ di soggezione nei suoi confronti, ovviamente a me già noto come uno dei massimi esperti di sismologia e vulcanologia. Appariva un po’ burbero, ma a me suscitò simpatia.
Sempre molto serio, ma anche molto turbato perché, come tutti gli imputati di quel processo, non riusciva a capacitarsi delle accuse che gli venivano contestate. Dialogava un po’ con tutti, cercava il contatto con tutti, rivendicando le proprie ragioni e ribadendo che lui, alla famosa riunione del 30 marzo, lo aveva detto a chiare lettere al Sindaco: prima o poi ci sarà un forte terremoto! A volte durante le udienze non riusciva a trattenere il disappunto e borbottava, sbuffando spesso, al punto da essere ‘ripreso’, seppur bonariamente, dal giudice.
Un episodio particolare, che non potrò mai dimenticare, furono le sue lacrime alla fine del processo d’appello. La Corte lo aveva, giustamente, assolto. Dal fondo dell’aula una parte del pubblico iniziò ad inveire contro la Corte, urlando la disapprovazione per il ribaltamento della sentenza di primo grado. Alcuni carabinieri ci accompagnarono fuori dall’aula in un piccolo corridoio, in attesa che la situazione si tranquillizzasse un po’. Fu lì che lo vidi piangere e mi abbracciò commosso e sollevato, finalmente. Fu l’ultima volta che lo vidi.
Per me è stato un onore conoscerlo. Mi spiace che abbia molto sofferto per quel processo.


Dante De Paz, intervistato da Patrizia Feletig
Quando Enzo Boschi entrava in negozio era una persona completamente diversa dal personaggio pubblico”, ricorda Dante De Paz, proprietario del negozio di abbigliamento maschile più iconico di Bologna. Anni di frequentazione dei felpati interni della boutique nella centrale via Ugo Bassi, e questo cliente esigente in fatto di gusti ma simpatico e spendaccione, diventa un amico del titolare suo coetaneo.
“Ci frequentava quasi fossimo un club. Veniva a scegliere stoffe per un abito sartoriale che andava ad arricchire la sua collezione di oltre 150 capi. Gessati, flanelle, il prof Boschi era molto classico nello stile con una spiccata inclinazione per i tessuti british; debolezza forse contratta durante la sua permanenza all’Università di Cambridge. Aveva imparato a riconoscere ad occhio sicuro le stoffe. Era preparatissimo sui fabbricanti. Pretendeva forniture da Coopers o da Hardy Minnis. Oppure entrava e mi chiedeva imperioso un metraggio di Seersucker ma solo se è della tessitura Solbiati” racconta De Paz.
Quando gli chiedevo dove trovasse il tempo per imparare queste cose, rispondeva che gli capitava di sfogliare le mazzette di tessuti dal suo sarto. Nell’atelier di Caraceni, dietro via Veneto,  tra i ritratti autografati dei grandi e potenti del mondo c’è anche la foto del prof. sorridente e scanzonato.

Sempre con la battuta pronta, da noi si divertiva lasciando sfogando il suo modo molto schietto di essere aretino. Interpellava i commessi con uno faceto “Bischero” ma trattava tutti sempre con rispetto e signorilità” riconosce il signor Dante. “Con lui si facevano grandi chiacchierate su tutto, tranne sui terremoti. Viaggi, politica, film e libri e a volte qualche confidenza più intima. Si capiva che per Enzo era liberatorio venire qui”.
Diventava una pausa spensierata quando era all’apice del successo e dei riconoscimenti. E poi divenne un approdo rassicurante quando, nel 2009 dopo il terremoto dell’Aquila, all’improvviso onori e incarichi gli furono strappati via, a seguito dell’accusa di omicidio colposo che fece insorgere e schierarsi a suo fianco gli scienziati di mezzo mondo.
“Nel penultimo inverno s’incapricciò di una pezza di British Warm, un doppio tessuto da 1.000 grammi al metro. Un articolo praticamente invendibile in Italia. Si fece confezionare un cappotto e le rare volte che la meteo gli concesse di indossarlo, scherzava sostenendo che era come marciare con lo zaino zavorrato di un alpino”.

Indossare i panni (letteralmente!) del geofisico che ha conquistato l’Olimpo dei sismologi non è inverosimile. “Dopo la sua scomparsa, sua moglie venne ad offrirmi la collezione di abiti di Enzo. Ora sono in vendita nell’outlet e catturano sempre l’attenzione. Ma le misure sono difficilmente compatibili. Enzo era molto alto e al seguito di un incidente giovanile in moto, che gli rese inservibile il braccio destro, usava particolari imbottiture sulla spalla.”


Massimiliano Stucchi
In quel negozio di Bologna ebbi modo di entrare anche io. Boschi portava spesso giacche di tonalità verde e io mi lamentavo con lui di non riuscire a trovarne. Un giorno ci incontrammo a Bologna e con una scusa mi portò al negozio e mi fece scegliere un tessuto. “Lovat” mi disse, “tienilo a mente”. Lovat Harris Tweed. Mi presero le misure e dopo qualche settimana un amico mi portò a Milano una giacca che conservo religiosamente e uso per le ormai poche grandi occasioni.
Non la potei indossare quando riuscì a farci ricevere con un gruppo di colleghi dal Presidente Napolitano al Quirinale, il 9 settembre 2010. Era prescritto un abito scuro. Non era la prima volta che Boschi veniva ricevuto ma quella volta volle farsi accompagnare da una delegazione dell’INGV. Boschi era già stato incriminato per gli eventi dell’Aquila, e Giulio Selvaggi con lui; scherzò con Napolitano che gli garantì che in caso di condanna sarebbe andato a trovarlo in carcere o quanto meno gli avrebbe fatto avere le arance. Mi aveva suggerito di portare con me una copia della Gazzetta Ufficiale del 2006 che aveva reso Legge dello Stato la mappa di pericolosità sismica, che definiva “uno dei lavori più importanti dell’INGV”. A me sembrava brutto portare la Gazzetta Ufficiale proprio a colui che firmava leggi e decreti che la popolavano; Napolitano invece apprezzò e si ricordò che era stata l’ultima OPCM del Governo Berlusconi.

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Non sono cresciuto nella scuola di Boschi e nemmeno nell’ING. Pure ci hanno sempre legato rispetto e simpatia, dal primo incontro ad Ancona nel 1973 a tutti gli episodi in cui, magari da parti separate e anche in conflitto, abbiamo collaborato a mettere in posto una serie di mattoni di quello che oggi è l’INGV. Ho fatto parte per anni dell’area “avversaria” (CNR, GNDT) ma riconosceva la mia indipendenza di giudizio. Aveva apprezzato che fossi stato uno dei pochi di quell’area a esprimergli solidarietà quando un noto giornalista televisivo aveva accennato alla sua persona sottolineando in malo modo la sua menomazione fisica.
Nel gennaio 2013 organizzai un evento scientifico per “festeggiare” il mio pensionamento (naturalmente indossavo la giacca di Lovat).

Schermata 2022-02-23 alle 10.34.11Venne a Milano e vi pernottò; era già in pensione. Durante l’evento, che coincise per puro caso con la giornata in cui vennero pubblicate le motivazioni della sentenza di condanna di primo grado del processo dell’Aquila, fece un paio di numeri come suo solito. Poi lo chiamai con me per il saluto finale, ricordandogli che aveva suggerito lui stesso che un giorno saremmo andati insieme al centro del campo a salutare il pubblico come fanno i calciatori quando si ritirano. Non se lo aspettava, forse non si sentiva pronto. Ma lo facemmo insieme e mi abbracciò forte, commosso.

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Questo post è stato rilanciato da Alessandro Amato qui https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=1518235118573809&id=100011620057542

L’anniversariodella nascita di Enzo Boschi è stato ricordato anche dagli amici de “Il Foglietto”

https://ilfoglietto.it/il-foglietto/6757-enzo-boschi-oggi-avrebbe-compiuto-80-anni-un-ricordo-del-foglietto

 

Enzo Boschi e il Foglietto: una storia da raccontare. Colloquio con Adriana Spera e Rocco Tritto

In questi giorni ricorre il terzo anniversario della scomparsa di Enzo Boschi. Questo blog ha ospitato diversi suoi contributi e commenti, oltre che i ricordi lasciati da amici e colleghi.
Quest’anno abbiamo pensato di ricordare alcune vicende che lo hanno coinvolto dopo il termine della presidenza dell’INGV e dopo il pensionamento.
Il primo colloquio riguarda la sua lunga collaborazione con il “Foglietto della Ricerca”, che mantiene online, in bella evidenza, la sezione denominata “L’angolo di Boschi”, di cui si parla più sotto.
Da questa sezione abbiamo tratto l’icona dell’INGV, quale è rimasta fino al 2017. Boschi spiega le sottili e meditate ragioni di quel logo, successivamente semplificato fino ad apparire ai suoi occhi una sorta di “pallone da spiaggia”, nel post

https://ilfoglietto.it/l-angolo-di-boschi/5575-il-logo-dell-invg-e-la-tettonica-a-placche


Il “Foglietto della Ricerca”, settimanale on line fondato nel 2004 da Adriana Spera, che ne è direttrice responsabile, e da Rocco Tritto, per oltre un quarto di secolo segretario nazionale del sindacato Usi-Ricerca (che è editore dello stesso Foglietto), entrambi funzionari dell’Istat ora in quiescenza, che per 18 anni ha dedicato migliaia di articoli al variegato mondo della Ricerca ed anche dell’Università.

Come nacque la collaborazione di Boschi al Foglietto?

All’indomani del terremoto di L’Aquila del 6 aprile 2009 e delle vicende giudiziarie che ne seguirono, che lo videro ingiustamente accusato di omicidio colposo plurimo, Boschi cadde in uno stato di profonda prostrazione. In molti gli voltarono le spalle, in gran parte persone che riteneva amiche e che forse tanto, se non tutto, gli dovevano, sposando evidentemente la tesi, accolta nel primo grado di giudizio, conclusosi il 22 ottobre 2012 con la sentenza di condanna a 6 anni di reclusione, ma travolta sia in appello (10 novembre 2014) che innanzi alla Suprema Corte di Cassazione (21 novembre 2015). Ritenendo prive di consistenza le accuse mossegli – sia alla luce della normativa vigente, che demandava la comunicazione alla Protezione Civile, sia tenuto conto che Boschi, come confermato in dibattimento dal Sindaco di L’Aquila, Massimo Cialente, durante la riunione della Commissione Grandi Rischi incriminata, non aveva affatto tranquillizzato, anzi aveva lanciato l’allarme sui rischi derivanti dalle continue scosse telluriche che da mesi si ripetevano in città – il nostro giornale invitò, con rispettosa insistenza, l’ex presidente dell’INGV a scrivere degli articoli a tema libero per il Foglietto.
Solo a distanza di molti mesi dalla sentenza di condanna emessa dal Tribunale di L’Aquila, egli ci comunicò la sua disponibilità.

In quale arco di tempo si svolse la collaborazione? quanti pezzi scrisse?

Il primo editoriale di Enzo Boschi apparve sul Foglietto, dopo la sosta estiva, sul numero del 3 settembre 2013; l’ultimo, il 20 settembre 2018, tre mesi prima della sua prematura scomparsa. Complessivamente, nell’arco di 5 anni, per il nostro giornale Boschi scrisse 217 articoli.

Era principalmente Boschi che sceglieva gli argomenti, oppure ci sono state sollecitazioni di qualche tipo?

Nessuna sollecitazione, gli argomenti degli editoriali che settimanalmente ci proponeva venivano scelti da lui e, una volta pubblicati sul Foglietto, raccolti nella rubrica “L’angolo di Boschi”.

E’ possibile suddividere in sub-categorie gli argomenti trattati, e dare le relative percentuali?

Crediamo di no, perché gli editoriali di Boschi erano a tema libero, anche se con prevalenza scientifica.

Una delle caratteristiche degli interventi di Boschi era la franchezza del linguaggio, a volte anche aspro. Immagino che abbiate avuto il vostro bel da fare per rendere pubblicabile qualche pezzo…..

Quando il 3 settembre del 2013 comunicammo ai nostri lettori che Enzo Boschi entrava a far parte della famiglia dl Foglietto, egli ci pregò di aggiungere questa sua dichiarazione:

Ringrazio Il Foglietto per questa opportunità. Parlerò di cose che conosco: di Geofisica e di coloro che la fanno, principalmente. Ma anche di altro. Esprimerò le mie opinioni, consapevole di poter sbagliare e sempre pronto a ricredermi e a scusarmi”

I suoi articoli, che abbiamo avuto il privilegio di leggere in anteprima, sì a volte contenevano qualche espressione “forte”, che forse avrebbe potuto urtare la suscettibilità di qualche personaggio con la coda di paglia. Ma, quando glielo facevamo notare, non faceva resistenza alcuna ed era semplice per tutti trovare un sinonimo più elegante e, spesso, più efficace.
E poi dai suoi articoli c’era sempre qualcosa da imparare, come accade solo quando a scrivere sono degli scienziati veri.

Sentite la mancanza di Boschi?

Sì, enormemente. Ci mancano innanzitutto le sue telefonate quotidiane, che puntualmente iniziavano con uno stentoreo “Come va?”, cui seguivano i suoi lucidi e quasi sempre condivisibili commenti sui fatti del giorno. Tra noi e Boschi si era solidificato un rapporto di grande stima reciproca, per non dire di amicizia, che derivava da quanto accadde al nostro primo incontro, in occasione di una trattativa sindacale, quando provò ad offrirci un caffè e si sentì rispondere: “Grazie, ma dalla controparte neppure un bicchiere d’acqua”. Dai successivi incontri sindacali, il caffè lo prendemmo al bar dell’ente, ma abbiamo sempre preteso, nonostante le sue resistenze, di essere noi a pagare.

Da parte nostra, la grande stima nei suoi confronti nacque nel 2007 quando, ancora al vertice dell’Ingv, unico presidente nel variegato mondo della ricerca – un universo sempre pronto a denunciare la penuria di finanziamenti – ci chiamò al sindacato (Usi Ricerca, ndr) per chiederci di suggerirgli una soluzione per cercare di agevolare il processo di stabilizzazione del personale precario presente nell’ente, problema che gli toglieva letteralmente il sonno e lo faceva soffrire. Nonostante i blocchi di legge, che si perpetuavano da anni, che impedivano l’ampliamento della pianta organica e, quindi, le assunzioni, riuscimmo a condurre in porto, per una decina di assegnisti, grazie anche ai nostri legali, una storica conciliazione innanzi alla Direzione Provinciale del Lavoro, a costo zero per l’ente, che a distanza di tempo ha permesso la stabilizzazione degli stessi.
L’operazione, incredibilmente, venne aspramente contrastata e condannata da talune sigle sindacali.

La rubrica “L’angolo di Boschi” è tutt’ora presente sul sito del Foglietto. Immagino che vi siano ancora accessi giornalieri. E’ così?

Certamente. Come abbiamo scritto in passato, i 217 editoriali scritti dal professor Boschi per Il Foglietto rappresentano un “unicum”, un vero e proprio “tesoretto” che appartiene a tutti e che continueremo per sempre a mettere a disposizione di tutti. Mentre lui, il grande e insuperato geofisico, continuerà ad essere nei nostri cuori e nei nostri indelebili ricordi. 

https://ilfoglietto.it/l-angolo-di-boschi

Un mosaico per Enzo Boschi (a cura di alcuni colleghi e amici)

Ricorre il secondo anniversario della sua scomparsa. Alcuni colleghi, fra quelli che gli sono stati più vicini nel lavoro di ricerca e, negli ultimi tempi, anche sui “social”, hanno scritto dei ricordi. Ne esce un ritratto di un personaggio complesso, controverso, mutevole, che poteva apparire spigoloso, affabile, schietto, sorridente, brusco, sogghignante, irascibile, premuroso. Ma soprattutto un personaggio visionario, capace di guardare lontano, di offrire a tutti una possibilità e, a molti, un affetto profondo.
Sarebbe stato bello offrirgli, in vita, un suo ritratto dipinto da un artista: il ritratto di Enzo Boschi Presidente, a inaugurare la parete dei presidenti, all’INGV. O forse avremmo potuto iniziare noi stessi a comporre un mosaico con il suo ritratto, con il rischio che ci scoprisse sul fatto e…..: “Ma che c. state facendo….?”
Le storie raccontate di seguito sono forse tessere di quel mosaico che non sarà mai completo. Intanto cercano di tenere viva la sua memoria e di colmare, almeno in parte, il vuoto lasciato dalla forzata cancellazione della Scuola Internazionale di Geofisica a lui dedicata, organizzata da alcuni colleghi per iniziativa di Daniela Pantosti e Gianluca Valensise, che doveva tenersi a Erice la scorsa primavera.

Le foto provengono dagli archivi personali di colleghi che le hanno messe a disposizione.
Chiunque può aggiungere un ricordo inserendolo nei “commenti”.
I lettori sono pregati di diffondere il link di questo post.

Gianluca Valensise, Marco Olivieri, Patrizia Feletig, Silvia Pondrelli, Daniela Pantosti, Carlo Meletti, Giorgio Spada, Gianni Bressan, Fabrizio Galadini, Maria Laura Oddo, Bruno Zolesi, Luca Malagnini, Antonella Cianchi, Dario Slejko, Alessandro Bonaccorso, Alessandro Amato, Patrizia Gucci, Michele Dragoni, Massimo Cocco, Tullio Pepe, Massimiliano Stucchi, Alberto Michelini, Sergio Del Mese, Marianna Gianforte

A


Gianluca Valensise
Sono passati due anni dalla scomparsa di Enzo Boschi. E come quasi sempre avviene in questi casi, il trascorrere del tempo aiuta a considerare gli eventi con maggior serenità, con maggior distacco, e forse – per noi che siamo ricercatori – anche con maggiore accuratezza. ­
Fino a due anni fa io e altri ci eravamo convinti di aver conosciuto due Boschi diversi. Il primo, che io personalmente ho incontrato nel 1983, e che ai miei occhi è rimasto sempre sé stesso fino alla fine del 2010; e il secondo, un uomo completamente differente, quale lui è stato tra il 2011 e la sua scomparsa, comunque prematura. Nel 2011 il mondo gli è crollato addosso, senza che la sua intelligenza ed arguzia gli permettessero di schivarlo: prima, a maggio, con l’incriminazione nel processo dell’Aquila, e pochi mesi dopo, ad agosto, con la fine del suo incarico all’INGV.
Quei pochi mesi lo avevano cambiato profondamente, ed avevano cambiato molto anche l’atteggiamento verso molti suoi colleghi e collaboratori, a partire dal sottoscritto. Non poteva – e certamente non voleva – dare a noi la colpa di quanto gli stava accadendo, ma quasi senza accorgersene già dai primi mesi del 2011 il rapporto di cordialità, di collaborazione e di reale affetto che aveva stabilito con molti di noi andò in frantumi. Da lui venimmo accusati di molte cose: accuse mai gravi, ma che marcavano – e ai suoi occhi giustificavano – la distanza che aveva voluto porre tra sé stesso e noi. Io, per esempio, ero accusato di essere troppo accondiscendente verso le richieste dei colleghi della Protezione Civile: non capii, ma me ne feci una ragione. E tutto cospirava a rendergli il momento sempre più cupo: come quando ci vide salutare con soddisfazione l’arrivo di Domenico Giardini, suo amato-odiato pupillo, alla presidenza dell’ente che Enzo stesso riteneva – a ragione – una sua creazione.
Il rapporto tra me e lui, ma credo che lo stesso valga per diversi altri colleghi INGV della mia generazione, sembrava incrinato per sempre. Non ci sentivamo né ci scambiavamo messaggi: io tenevo per me il dispiacere di questo distacco, e lui – forse, posso solo fare ipotesi – fece lo stesso. Ricominciammo a sentirci nel 2016, ma solo per interposta persona, con scambi di idee e valutazioni su fatti scientifici. Sempre per interposta persona ricevevo notizie sull’aggravarsi del suo stato di salute, e proprio a dicembre di due anni fa stavo meditando di andare a trovarlo nella sua amata Tredozio: ma ormai era troppo tardi.
I due anni trascorsi dalla sua scomparsa mi hanno finalmente fatto capire che non ci sono mai stati due Boschi: lui è rimasto sempre quello di un tempo, fino all’ultimo. Un uomo amato e ammirato, ma anche temuto e odiato; vittima del suo carattere tanto forte quanto difficile, e forse anche dell’aver speso troppa della sua esistenza nel rilanciare quell’istituto che tanti anni prima era riuscito a tirare fuori dalla ignominiosa lista degli “enti inutili”. Un ente senza il quale molta parte di quella comunità che oggi si commuove nel suo ricordo – ma anche la parte che non si commuove – non sarebbe neppure nata, e molti di coloro che all’INGV hanno operato, o ancora operano, sarebbero finiti chissà dove. Ricordiamocelo.

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Marco Olivieri
Ragionando della morte di Maradona con mia moglie siamo arrivati alla conclusione che certe persone grazie all’ammirazione che nutriamo per loro maturano una sorta di passaporto speciale nella nostra testa. Un passaporto che non permette all’opinione degli altri di scalfirne la nostra considerazione, il nostro rispetto o la nostra stima.
Enzo Boschi per me era una di queste poche persone con un passaporto speciale. A lui devo moltissimo. La mia carriera ed anche, credo, il mio modo di essere un ricercatore sono in buona parte il frutto del rapporto avuto con lui. Mi ha deluso? Qualche volta si, ma conta poco. Ricordo con orgoglio la prima volta che riuscii a rispondere al suo ennesimo sfottò nei corridoi di Vigna Murata e lui che mi disse a voce alta “Olivo, mi stai prendendo forse in giro?” “Non mi permetterei mai, professore” risposi e scoprii il coraggio di essere me stesso, e di dire quel che penso. Questo è il segno che Boschi mi ha lasciato. Mi sono seduto a tavola, ed ho partecipato a riunioni, con i grandi sismologi del mio tempo, dicendo la mia, senza paura ma con rispetto. Poi c’è la passione per i terremoti figlia di una lezione tenuta da Boschi una sera a Cesena mentre facevo la quinta liceo (e di un libro rosso che al tempo girava per casa scritto anche da Stucchi). Ma questo quasi passa in secondo piano. O forse no.

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1giovani



Patrizia Feletig
Anch’io faccio parte della confraternita degli “orfani” del professor Boschi. Non che io abbia qualcosa a che fare sommovimenti tellurici, nient’affatto. Ho avuto il privilegio di conoscerlo alla presentazione di un libro sulla natura di cui sono co-autrice.  Era nel periodo in cui Enzo Boschi era in attesa della sentenza di terzo grado di un surreale e scellerato processo antiscientifico, e scontava la meschinità di diversi personaggi che prima lo acclamavano e vezzeggiavano. Era uno scienziato umanista come pochi capace di mescolare erudizione con cultura pop. Poteva discorrere con disinvoltura del suo incontro con il grande matematico Paul Dirac quanto altrettanto amabilmente del colore della fodera del cappello di Monsieur Molé nella Recherche di Proust, suo pallino letterario.
Aveva un portamento distinto con dei lineamenti di un fascino un po’ fuorimoda perciò tanto più intrigante. Possedeva la gestualità di una persona abituata ancor più che a comandare, a essere naturalmente assecondata. I suoi occhi ti rovistavano l’anima: uno sguardo ossidrico ­- sebbene anche lui avesse qualche vulnerabilità – combinato a un’imprevedibile empatia verso il prossimo, anche sconosciuto.
Un pomeriggio romano gli proposi per allentare l’ansia del procedimento, di andare alla mostra di Matisse. Ci fermammo a lungo davanti alle Tre Sorelle. Era ipnotizzato dal quadro. Così per gioco, iniziammo a inventare storie sulle tre fanciulle in un crescendo di situazioni improbabili. Fu quell’episodio a suggerirmi di lanciare un gioco su Twitter – social sul quale il professore era molto attivo guadagnandosi un esercito di affezionati follower. Nacque QuizzArt il profilo di quiz su dipinti, non riferiti alla storia dell’arte bensì a curiosità sull’opera, a interpretazioni personali del soggetto, eccetera. Era un gran animatore del gioco con la sua ironia, le battute sferzanti, il suo acume. Mancano molto. Quizzart prosegue anche come omaggio da parte della sua tribù di twitteri devoti.

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Silvia Pondrelli
Ho conosciuto Enzo Boschi nel 1986 come studentessa del suo corso di Sismologia all’Università di Bologna. Molto probabilmente ero la prima studentessa di geologia che seguisse il suo corso. Questo è stato argomento di lazzi e scherzi per tutta l’annata. Partendo da lì sono sbarcata all’ING diversi anni dopo, a Roma, seguendo la passione che mi aveva trasmesso per lo studio dei terremoti in cui mettevo il mio background geologico.
Negli anni 90 in Istituto ci si poteva rapportare con Boschi con una certa facilità, c’erano i giorni buoni e i meno buoni. Chiacchierare con lui era un piacere, divagava, infarciva le conversazioni di citazioni, di racconti. Come quando faceva lezione, dove tra una formula e un’altra ci raccontava del film che aveva visto al cinema col figlio il giorno prima. E’ stato un emettitore potente di energia.
Gli avrei voluto risparmiare il periodo del terremoto dell’Aquila e delle vicende che ad esso sono succedute, ma era il frontman, lo è stato sempre e quindi era impossibile interporgli una qualsiasi funzione di intermediazione. Solo quando ha lasciato l’INGV abbiamo dovuto, potuto imparare a relazionarci verso l’esterno. La sua figura così riempitiva ci ha lasciato un vuoto che abbiamo imparato, o almeno provato, a rioccupare un passo per volta e con il tempo.

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3quattro

Con Renato Funiciello, Claudio Eva e Paolo Scandone



Daniela Pantosti
1987: arrivo all’ING senza sapere cosa mi dovevo aspettare, cosa significava lavorare in un Ente di ricerca e poi in sismologia, io che mi ero laureata in geologia strutturale, avevo il sogno di fare la vulcanologa e avevo esperienze lavorative al Servizio Geologico d’Italia per mappare carte geologiche e all’ISMES per individuare siti per lo stoccaggio di scorie radioattive: non potevo che essere in gran confusione.
Ma l’ING della fine degli anni ‘80 era una grande famiglia, con tanti giovani che erano stati reclutati da Enzo Boschi presidente insieme a Renato Funiciello, vice-presidente, e con il prezioso supporto di Cesidio Lippa Direttore Generale. C’erano i ricercatori, i borsisti, tanti i tesisti. Tanta collaborazione e aiuto reciproco, giovani pieni di entusiasmo che si specializzavano in tanti campi diversi, trascorrevano periodi all’estero e mettevano in piedi attività di ricerca nuove non solo per l’ING ma anche per l’Italia. Un’energia straordinaria, messa in campo in un ente piccolissimo utilizzando metodologie all’avanguardia per dare una svolta alla comprensione dei terremoti, dell’interno della terra, della sismicità italiana, e per consolidare le attività di sorveglianza sismica del territorio nazionale iniziate da poco. Gran parte di questa energia ce la metteva proprio Enzo.
Enzo Boschi era molto interessato a conoscerci, avere scambi scientifici con tutti noi ma devo ammettere che non era facile, ti riempiva di domande, voleva sapere, sapere tutto, voleva capire i tuoi punti deboli e le tue certezze e metteva sempre sotto inchiesta il tuo problema scientifico e il modo di affrontarlo. Lui col suo sorriso ironico e la maledetta sigaretta tra le dita cercava di far uscire le tue aspirazioni e al tempo stesso le criticava fornendoti indirettamente quegli elementi che servivano a raggiungerle. Un modo un po’ strano per formare un ricercatore ma riusciva a farti capire che con l’impegno e la curiosità ce la potevamo fare, che dovevamo analizzare e valutare a fondo tutto, mettere in discussione risultati e modelli, dovevamo interessarci e sapere di tutto anche al di fuori dalle scienze della terra, non dovevamo mai focalizzarci solo sulla piccola tessera del grande mosaico che stavamo componendo assieme agli altri. E lui questo sapere in tutte le direzioni lo rappresentava profondamente. I miei primi anni all’ING con Enzo Boschi presidente sono stati preziosi e sono le fondamenta della mia carriera scientifica: mai fermarsi davanti a delle domande difficili e affrontare tutto a testa bassa, con impegno, decisione e spirito critico, collaborare ma anche competere in modo corretto e non rinunciare mai a una bella risata. Convincerlo che la geologia poteva dirci qualcosa di prezioso sui terremoti è stata un’impresa, ma Enzo sapeva ascoltare e con Gianluca Valensise ce l’abbiamo fatta ed abbiamo ottenuto il suo fermo rispetto e considerazione che è sfociato addirittura nell’organizzazione di un corso della International School of Geophysics di Erice. Grazie Enzo!

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Carlo Meletti
Nei due anni che sono trascorsi dalla scomparsa di Enzo Boschi ho spesso pensato a cosa mi avrebbe detto in vari momenti della mia vita professionale e ho così ripensato alle occasioni di incontro che abbiamo avuto in quasi 30 anni. Chissà perché mi restano in mente la prima e l’ultima volta che l’ho visto.
La prima volta è stata nel 1990, quando lui si presentò a Pisa per una riunione del GNDT durante l’occupazione del movimento noto come “la pantera”. Io ero un giovane laureato da qualche anno che incontrava una persona già famosa e che aveva visto solo in TV. Ricordo che lui si fermò a parlare con gli studenti che occupavano il Dipartimento e li esortava ad andare avanti nella protesta e di non guardare in faccia nessuno. Una sollecitazione che fece anche a me qualche anno più tardi, quando mi invitò a liberarmi della sindrome di Stoccolma nei confronti di chi in quel momento mi dava un lavoro. Mi ci vollero ancora 4 anni…
L’ultima volta fu il 18 gennaio 2013. Eravamo stati a Milano a festeggiare il pensionamento di Max Stucchi e proprio quel giorno uscirono le motivazioni della condanna in primo grado della Commissione Grandi Rischi per il terremoto dell’Aquila. Alla stazione di Milano ci salutammo prima di salire sul treno e lui mi abbracciò stringendomi molto forte e, quasi con le lacrime agli occhi, mi disse di tenere duro e di continuare a chiamarlo o scrivergli. Quell’abbraccio mi turbò, anche perché, a parte le normali strette di mano, non avevo mai avuto con lui contatti fisici di quel tipo. Capii allora quanto la vicenda di quel processo lo avesse colpito e coinvolto ad ogni livello, molto più di quanto lasciasse trasparire.

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2Con I Presidenti della Repubblica

Con i Presidenti della Repubblica



Giorgio Spada
Come incontrai Enzo. Ero al 3° anno di Fisica a Bologna, nel 1985. Un giorno, a lezione incontrammo un docente per un ciclo si seminari di Struttura della Materia, dotato di formidabile chiarezza. Tutti, poco dopo, corremmo da lui per una Tesi. Andai anch’io al primo piano della sede di via Irnerio. Il Prof, ritto di fronte alla finestra, mi disse che aveva troppi studenti, non aveva tempo… Poi mi chiese di avvicinarmi e guardare giù, verso il cortile, dove all’altezza del cancello c’era una persona che stava uscendo. “Ah, ecco” – disse – “lo vede? E’ Boschi, il sismologo. Chieda a lui.… le darà certo qualche buon consiglio”.
Gli diedi retta. Nei mesi successivi cercai di imparare la sismologia – non son certo di esserci riuscito. A lezione eravamo in due nella sala riunioni del secondo piano; lui stava a capo tavola e a volte mi dava del secchione. Da allora è passato tanto tempo. Negli anni ho apprezzato i momenti in cui Enzo voleva scambiare qualche idea; verso pomeriggio tardi si precipitava lungo i corridoi uscendo forse da qualche riunione, a caccia di chi si trovava ancora in ufficio. Si parlava a volte di questioni che presto evaporavano nel nulla ma che a volte, di lì a pochi mesi, uscivano su una buona rivista.
Pochi giorni prima della sua scomparsa mi chiese “Perché in Italia non c’è una grande Geofisica?” Io credo che ci sia, e che questo si debba soprattutto a lui. 

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Gianni Bressan
La mia, dall’esterno del INGV, non può che essere una opinione superficiale. Personaggio che a volte mi appariva complesso, sfaccettato. Però gli dò atto di essersi identificato con l’istituzione di cui era Presidente, facendone gli interessi. Promuovendo e incentivando tanti. Gli si possono riconoscere in tanti momenti grande lucidità e intelligenza. Aspetti che del resto emergevano nel rapporto epistolare che abbiamo avuto qualche tempo prima che mancasse.

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Fabrizio Galadini
Un anno fa, tra vecchi documenti di quando cominciavo a muovere i primi passi nel mondo della ricerca, ho casualmente rinvenuto un ritaglio di giornale dal Messaggero del 23 agosto 1992; in primo piano una fotografia di Boschi forse trentenne. Nel testo, dedicato al convegno di Erice sulle emergenze planetarie, c’era qualche parola su MedNet e sul progetto di un osservatorio terrestre permanente per l’acquisizione di dati necessari a prevedere i terremoti.
Pur non avendo particolare interesse per il contenuto dell’articolo (e non so perché quasi trent’anni fa decisi di conservarlo), ho voluto affiggere il ritaglio alla parete della mia stanza di via di Vigna Murata. L’ho fatto perché quello stralcio giallo e sbiadito mi ha ricordato e mi ricorda il solido senso “non strumentale” (richiamato nello statuto dell’Ingv) che Boschi attribuiva alla ricerca dell’Istituto: anche quando questa assumeva connotati “applicativi”, uscendo dai favoriti canoni della scienza fondamentale, ciò doveva avvenire in modalità mediata, articolando l’attività su tempi e necessità della ricerca, tra cui quella imprescindibile del sensibile avanzamento della conoscenza.
Tale impostazione ha anche una sua funzione per la difesa dalle intromissioni di segmenti della società estranei al mondo della scienza e dei suoi metodi. La condivisione di quella visione della ricerca è stato uno dei motivi, tra i vari, che mi ha spinto, nel tempo del cosiddetto “Processo alla Commissione Grandi Rischi”, a impegnarmi per approfondire e capire quanto era accaduto dal terremoto dell’Aquila in poi. Proprio quel tipo di intromissioni si erano negativamente manifestate in una strumentalizzazione dell’informazione scientifica. Ancora oggi penso che il sentito ringraziamento che Boschi mi rivolse alla fine dell’iter giudiziario non fosse soltanto conseguenza del positivo esito personale, ma anche il riconoscimento per lo sforzo condiviso con i colleghi a difesa dell’unico modello di ricerca possibile.


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Due delle scuole di Erice: 1989 e 1995




Maria Laura Oddo
Settembre 2015. Mi sono iscritta a Facebook e mi piace molto; belli questi social! Quasi quasi provo anche con Twitter! Fatto! Chi seguo? Comincio da qualche giornalista; proviamo con Mentana! Ma chi vedo?
C’è “un” Enzo Boschi che interloquisce con lui! Ma sarà proprio ” il ” Prof. Enzo Boschi che conosco, quello che è stato tanti anni a capo dell’INGV e prima ancora dell’ING? Quello che teneva i corsi di geofisica a Erice, alla scuola Ettore Majorana e ne è stato anche Vicepresidente?
Poche domande e capisco che è proprio lui! Sono felice Professore, ti ho ritrovato!
Ti ho ritrovato in quello che, in un secondo momento, definisti “un gioco di società” che – dicevi – ti aveva salvato la vita quando eri stato cinicamente “messo in panchina“. Sapete, Boschi era una STAR su Twitter, ma NON lo era scrivendo “solo” sui terremoti , ma anche affrontando gli argomenti più disparati, dall’arte alla storia, alla letteratura, alla poesia!
Aveva “iniziato” migliaia di persone ai sonetti di Shakespeare , alla “toscanità” e ai pittori moderni.
Con lui ho conosciuto Jack Vettriano, Hopper! Gli piaceva tanto Hopper, forse perché rappresentava la solitudine, la solitudine nella quale lo avevano lasciato molti suoi colleghi che lo avevano abbandonato nel momento più buio! Tanti guizzi con QuizzArt, tanta scienza con “Terremoti e grandi rischi“!
Eri tu, caro Professore, complesso e, nello stesso tempo, semplice! Poi quel “Tu ce la farai, io no” ed il silenzio, poco prima della fine! Fine che fine non è perché ci sarai sempre in mezzo a noi, con la tua Cultura, la tua Ironia, la tua “Toscanità“!
Ciao, Professore, speriamo che tu ti sia sbagliato e che esista un aldilà dove ci si possa ritrovare a parlare di Hopper!

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Bruno Zolesi
In un ente con un rilevante orientamento sismologico, caratterizzato da una forte interazione con il mondo accademico e mediatico nazionale, non è stato facile rapportarsi con una personalità come quella di Boschi per chi come me si occupava di fisica ionosferica, disciplina che negli anni ottanta soffriva di una profonda crisi generata dal progresso tecnologico satellitare e dalla attenuata tensione internazionale successiva alla fine della guerra fredda. Non come oggi ove è parte importante del suggestivo Space Weather.
E’ merito di Boschi, della sua lungimiranza nel sostenere un piccolo gruppo di ricercatori dell’ING, che ha consentito di mantenere il know-how della osservazione ionosferica durante una difficile fase di transizione.
Negli ultimi 50 anni ho avuto l’opportunità e la fortuna di essere testimone della evoluzione dell’ING, prima come studente di E. Medi, all’inizio degli anni 70, e poi come ricercatore dell’ente dalla fine di quel decennio. Ho nel mio ricordo ben chiaro quale fosse l’ING nel periodo che precedette la nomina di Boschi a commissario.
Nei giorni intorno a Natale viene ritrasmesso quel bel film di Frank Capra “La vita è meravigliosa” nel quale al protagonista viene mostrato magicamente come sarebbe stato il suo paese se lui non fosse esistito. Due anni fa questo mi ha fatto pensare quale sarebbe stata oggi la sorte dell’INGV, il destino di tutti noi e delle nostre famiglie, compresi i forse ignari stabilizzati del 22 Dicembre 2018, senza la presenza, l’azione e la generosità di Boschi.

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Luca Malagnini

Enzo è stato per me un riferimento importante. Sempre disposto ad ascoltarmi, siamo rimasti in contatto fino a poco prima della sua morte. Negli ultimi tempi facevamo lunghe chiacchierate al telefono, durante le quali mi chiedeva delle mie vicende personali e di quelle dell’INGV. Di sé non parlava quasi mai. Il suo cruccio era che noi, creatori insieme a lui di un’eccellenza assoluta, sembravamo incapaci di far correre il testimone che lui stesso, suo malgrado, ci aveva consegnato.
Con rabbia, ci accusava di essere corresponsabili della deriva che stava portando il nostro Ente verso un ruolo sempre più subalterno rispetto a quello dei suoi finanziatori. Per evitare questo problema, quando era ancora al vertice dell’INGV mi disse che dovevamo rapidamente evolverci in un Ente con due anime distinte: un primo dipartimento dedicato alla ricerca di base, mentre nel secondo sarebbero confluite tutte le attività di monitoraggio e servizio. Non so se questa nuova versione dell’INGV avrebbe avuto miglior fortuna di quella attuale, ma era chiara la sua voglia di rilanciare la ricerca. Perché il successo personale di Enzo Boschi coincideva con quello dei suoi ricercatori.
Credo che chiunque adesso faccia parte dell’INGV abbia verso di lui un enorme debito di riconoscenza. Anche se è venuto dopo. Anche se lo ha dimenticato. Nessuno escluso.

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La scuola di Erice del 1998, dove l’INGV cominciò a nascere


Antonella Cianchi
Originalità e caparbietà, cultura e curiosità, arguzia e humor, eleganza e vanità sono alcune delle doti che ho personalmente conosciuto del bagaglio personale e professionale di Enzo Boschi. Ma oltre a queste doti ciò che rende indelebile in me il ricordo del Prof. Boschi è il fatto che fosse un “visionario”. Intendiamoci subito: intendo un uomo che, grazie alle sue doti e al suo istinto coraggioso, possedeva il dono della “vision”, di guardare oltre, di riuscire a pensare oltre il limite che nessuno avrebbe osato oltrepassare. Non sempre i suoi giudizi e i suoi programmi sembravano avere una solida base di dati, di prove, e diciamo che non sempre ha colto nel segno, talvolta anche entrando a gamba tesa senza i virtuosismi della diplomazia. Diceva e ribadiva quello che pensava, anche rudemente. Ma Enzo Boschi è stato capace, grazie a quella “vision”, di realizzare il futuro. Un futuro che, per circa 7 anni, ho avuto il privilegio di conoscere.

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Con Walter Veltroni e Antonella Cianchi all’INGV. Con Franco Barberi e Gianluca Valensise a Reggio Calabria



Dario Slejko
Enzo Boschi era una persona speciale. Imprevedibile, sempre e comunque. Ho avuto occasione di interfacciarmi con lui numerose volte e sono numerosi gli aneddoti che mi vengono alla mente pensando a lui, adesso, a due anni dalla sua scomparsa.
La prima volta lo incontrai nel 1976 ad Udine in occasione del convegno sul terremoto del Friuli. Non ricordo le sue presentazioni o i suoi interventi nelle discussioni ma ho una visione di lui insieme a Maurizio Bonafede mentre scendevano le scale del palazzo che ospitava il convegno. Scherzavano fra loro, rilassati, freschi e dinamici nel contesto serioso della manifestazione.
Un’altra volta, non ricordo quando e dove, eravamo seduti vicini su un aereo che non si decideva a decollare. Enzo mi ripeteva “Caro Dario, bisogna avere pazienza, una grande pazienza”, e, intanto, non riusciva a stare un momento fermo sul sedile. Passava il tempo e, nell’attesa del decollo, lo stewart distribuì bibite e noccioline che Enzo mangiò nervosamente ripetendo “Ci vuole pazienza, bisogna coltivare l’arte della pazienza”.
Boschi diresse molte scuole a Erice, sempre molto valide scientificamente. In quel bel posto, ebbi occasione di cenare molte volte con Enzo, generalmente in compagnie allargate, dove lui dominava le discussioni con la sua sagacia e il suo humor. Alcune volte mi è capitato anche di essere al tavolo solo con Enzo e di apprezzare la sua vasta cultura, scientifica e letteraria e la sua grande sensibilità per le cose della vita che lo avevano toccato, da vicino o da lontano.
Una personalità eclettica, estroversa, credo sempre sincera nel suo modo imprevedibile.

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Alessandro Bonaccorso
Ho conosciuto Enzo Boschi più da vicino a fine anni ’90 nella fase di transizione all’INGV. Le sue prime visite alla Sezione di Catania furono sorprendenti per vivacità di pensiero, visione proiettata nel futuro, capacità di sfrondare i problemi secondari e mirare a obiettivi primari e di lunga gittata.
Il suo scopo di portare avanti la nuova sfida di far crescere l’INGV era sostenuto in modo prorompente, per noi provenienti dal CNR quasi sbalorditivo. E di questa sua spinta propulsiva sicuramente la Vulcanologia ne ha beneficiato enormemente, facendo uno straordinario balzo in avanti nel decennio 2000-2010 in termini di personale, risorse, attività, prodotti scientifici. Per quel periodo, caratterizzato da numerose eruzioni critiche, è sorprendente ripensare a tutti gli spunti e le opportunità che ha promosso e favorito in termini scientifici e progettuali (basti pensare alla ‘storica’ prima Convenzione INGV con il DPC).
Non ho mai smesso di essere in contatto con Enzo Boschi e, volutamente, soprattutto nel delicato periodo post L’Aquila, durante il quale percepivo bene la sua grande sofferenza umana in quella triste vicenda. E quello fu un periodo in cui sicuramente il bilancio tra quanto da lui dato e quanto ricevuto è andato ingiustamente in negativo. Conservo nel mio intimo numerosi episodi in cui Enzo ha mostrato genialità e lungimiranza. E per me queste sono le caratteristiche che meglio lo hanno identificato e contraddistinto.
Nella mia memoria mi piace ricordarlo come nel nostro ultimo incontro al Caffè Zanarini di Bologna nel giugno 2017 (con classica spremuta di arancia), dove dopo diverse ore di battute, arguzie e anche molto sarcasmo, tipico del suo spirito ‘aretino’, la splendida mattinata si concluse con un forte e affettuoso, ma molto melanconico, abbraccio.

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A Catania durante l’eruzione dell’Etna del 2001. A destra con Carlo Piccarreda



Alessandro Amato
(Pensiero fatto qualche giorno dopo la morte, che non mi ero mai deciso a rendere pubblico)

Ieri notte ho sognato Enzo Boschi. O meglio, ho sognato che non so per quale ragione andavo a vedere quale fosse stato il suo ultimo tweet dall’ospedale. Di questa cosa mi aveva parlato Max Stucchi, ma io mi ero sempre rifiutato di andare a curiosare. Lo trovavo indiscreto e anche un po’ macabro, e poi quella cosa dei profili social interrotti dalla morte mi ha sempre angosciato.
Nel sogno invece le cose andavano diversamente. Lo facevo con leggerezza e quasi con gioia, soprattutto dopo aver visto che Enzo aveva cambiato la sua immagine del profilo mettendoci una sua caricatura sul letto di ospedale. Mi pareva avesse un termometro in bocca e una faccia tipo Commissario Basettoni. Simpatico e divertente. Mentre dicevo Guarda che grande auto-ironia, pur sapendo che…, mi accorgevo che la caricatura era in realtà una GIF in cui la faccia cambiava continuamente, diventando altri personaggi: un orso (tipo Baloo), un rinoceronte, ecc. La cosa mi ha divertito e mi ha fatto sorridere a lungo nel sonno.
Non ricordo altro di quel sogno ma la sensazione è stata quella di un’amicizia, di una mancanza, di un non detto. Che ora, dopo tanti giorni dalla tua scomparsa, vorrei dire.
Vorrei dirti, Enzo, che nonostante le tue ire e i tuoi strali degli ultimi anni, nonostante i tuoi duri attacchi soprattutto per quella storia di Ischia del 2017, che mi fecero stare molto male, io ti ho voluto bene e ti sarò sempre riconoscente. Riconoscente perché mi hai insegnato molto, dandomi l’opportunità di fare tante cose (belle) nel mio lavoro di ricercatore. Non credere che me le sia dimenticate. Come non mi sono scordato, e non mi scorderò mai, i tanti momenti importanti e quelli difficili che abbiamo passato insieme, tu da Presidente e io da ricercatore prima, da Direttore del CNT poi. I convegni di Erice dove ho potuto conoscere i grandi sismologi e geologi di tutto il mondo. I problemi con i terremoti degli anni ’90 (Potenza, Siracusa, Colfiorito). La grande fiducia che mi hai concesso nel 2001 affidandomi il compito di rifare daccapo la Rete Sismica nazionale dell’INGV. Fiducia e libertà. La crisi del 2002, quando ci presero di peso e ci portarono in Molise dopo la tragedia della scuola di San Giuliano, con la Grandi Rischi. Ma anche le discussioni tra noi, talvolta aspre, su tante cose. Sempre però con grande rispetto e con la disponibilità al confronto e a cambiare opinione.
E poi gli anni dell’Aquila, che tanto ti hanno addolorato. L’alone di sfiducia e critica nei tuoi confronti. L’atteggiamento, meschino, di chi si è approfittato del tuo momento di grande difficoltà per vendicarsi di qualche torto (vero o presunto, qualcuno lo avevi sicuramente inflitto, accidenti…). Alcuni saranno forse stati capaci di gioire perfino della tua morte. Non io. Anzi, al tuo funerale a Bologna ho indossato quel tuo completo di velluto nero a coste che mi avevi voluto regalare (dicevi che avevamo più o meno lo stesso fisico, ma in realtà la sarta ha dovuto fare un gran lavoro…).
Sono orgoglioso di esserti stato d’aiuto (sia pure piccolo, a te e a Giulio) negli anni bui della condanna in primo grado, e in quelli che hanno preceduto e seguito la vostra riabilitazione (mai abbastanza ricordata e riconosciuta!) dopo l’appello e la Cassazione. Il fatto non sussisteva.
Negli anni a seguire ci siamo allontanati, e di questo ti chiedo scusa, io sopportavo poco i tuoi attacchi contro tutti, probabilmente originati dai tanti anni di processi. Mi era sembrato impossibile ritrovare un dialogo, ma avrei dovuto provarci.
Mi manca la tua intelligenza, la tua cultura, la tua lucidità, la capacità che avevi di stupire con idee originali e futuriste, con citazioni di autori greci e latini, e subito dopo degli Skiantos o degli Oasis. Sicuramente gli anni a venire saranno più noiosi senza di te. Un abbraccio

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Patrizia Gucci
Lettera ad Enzo Boschi
Sì, mi manchi tanto, ma soprattutto mi manca il tuo personaggio, così fuori dalle righe che con schiettezza e verità, dice le sue opinioni. Su tutto? Quasi!
Fisico, chimico, vulcanologo e, come scrivi tu “rabdomante“, ovvero “colui che cerca e trova i misteri della terra“. Ad ogni domanda rispondi, sai tutto!
“Ma che cultura, Professore!” “Lo sai o l’hai studiato? “ “L’ho studiato e leggo tanto“.
“Ma ti rendi conto, che hai mandato al quel paese quelle persone? Sono ignoranti, ma non si fa!”
“Io lo faccio perché lo penso, dicono continue inesattezze e sono stufo!”
Sei stato grandioso quel giorno che, qui vicino Firenze, c’è stata una scossa di terremoto! Hai risposto subito, con grafici, punto focale, ora precisa, secondi e profondità! Mi hai veramente tranquillizzata! Mi dicevo: “Che fortuna ho di conoscerti!”
Tutta l’Italia è a rischio sismico” dicevi. “Allora può succedere anche dove sono seduta io?” “Probabile!”
“Ma gli esperti del governo lo sanno?” “Certo e non fanno nulla, niente di niente!”
“Ti piace tanto l’arte, vero, Patrizia? Anche a me, moltissimo!” E poi …” Hopper, non è un po’ troppo realista, quel senso di solitudine?” “La vita è così!”
E Quizz Art? Quei quadri? Chi è l’autore? Nove su dieci li indovini, Io forse uno o due! “Ed il video sulle balene? Ti piace?” “Tantissimo; l’ho visto e rivisto tre volte!” “Io amo tanto gli animali e la natura”, ti dico!
“Hai un senso dell’umorismo veramente speciale, sai Professore?” Ti dico: “Vieni a Firenze a trovarmi?” Mi rispondi: “Una persona nata ad Arezzo, non verrà mai a Firenze; abbiamo fatto la guerra per anni!”
“Ti ringrazio tanto dei bei fiori che mi mandi anche se virtuali!”
“Grazie, Enzo, di esserci!”

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Michele Dragoni
Sono trascorsi due anni dalla scomparsa di Enzo Boschi. L’anno scorso un gruppo di ricercatori e docenti dell’INGV e dell’Università di Bologna aveva pensato di celebrarne la memoria organizzando un convegno che si sarebbe tenuto a Erice, luogo che molti di noi hanno frequentato per oltre vent’anni grazie alla Scuola Internazionale di Geofisica di cui Enzo era il direttore. Il sopraggiungere della pandemia ha reso impossibile la realizzazione dell’iniziativa e pertanto mi fa particolare piacere rinnovare il ricordo di Enzo in questa occasione.
Non ripeterò l’elenco dei suoi grandi meriti, sui quali mi sono soffermato nel mio intervento su questo blog due anni fa e che tutti conosciamo. Desidero solo esprimere ancora una volta la mia riconoscenza per quello che ha fatto e testimoniare che il suo ricordo rimane indelebile nella mia memoria e – ne sono certo – in quella di moltissimi altri colleghi e colleghe che lo hanno conosciuto e apprezzato.

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9varie


Massimo Cocco
Ricordare Enzo Boschi a due anni dalla sua scomparsa è facile e difficile al tempo stesso. È facile perché nello svolgimento attuale del mio lavoro la sua presenza e la sua memoria è stabile. È difficile perché ricordarlo mi lascia la sensazione di una lacuna, come se ci fosse qualcosa che non abbiamo potuto completare assieme.
Il mio rapporto con Enzo è sempre stato diretto e sincero. E come tutti i rapporti diretti ci siamo anche scontrati duramente confrontandoci da posizioni molto diverse, superandole poi nell’ambito di un rapporto professionale e umano vivo. Oggi però voglio ricordare la condivisione di obiettivi scientifici, l’idea di far diventare l’ING prima e l’INGV dopo un Ente pubblico di Ricerca di rilevanza mondiale e all’avanguardia nelle scienze della Terra. Io credo che Enzo questo obiettivo l’abbia conseguito pienamente.
Mi piace ricordare il Presidente che girava nei corridoi dell’ING e dell’INGV la sera e si fermava con chi stava facendo ricerca, scherzando a modo suo ma anche motivando chi si dedicava al suo lavoro.
Forse la lacuna che sento è quella di non aver potuto discutere con lui serenamente dell’INGV e della ricerca scientifica nelle scienze della Terra quando lui non era più il mio Presidente e dopo il 2009, l’anno del terremoto dell’Aquila.
Credo sia giusto ricordarlo oggi riconoscendo l’enorme contributo che Enzo ha dato alla geofisica e alle scienze della Terra in Italia.

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Feltrinelli-Catania_aprile 2011

A Catania con Alessandro Bonaccorso


Tullio Pepe
Due anni dopo. Sul mio account di Twitter, nell’elenco dei miei pochi following ho conservato il profilo di Boschi.Ogni tanto rileggo i suoi tweet e allora me lo immagino nella casa di Bologna, in centro, a pochi passi dalla chiesa dove due anni fa, in una livida vigilia di Natale, celebrammo il suo funerale, oppure nella casa di campagna sull’appennino tosco romagnolo, mentre compulsa, con un dito solo, la tastiera dell’iPad e beneficia i suoi 26mila follower della sua intelligenza, alternando spunti di arte, letteratura, politica, scienza, ambiente; e poi polemiche; e poi galanterie verso qualche sua follower particolarmente attraente. E in questo modo tiene lontani la solitudine, gli incubi legati al processo dell’Aquila, i problemi di salute e si sente ancora – almeno in parte – quello che è sempre stato: un protagonista del suo tempo.
Twitter, dopo la sua uscita dalla scena dell’INGV, è stato il mio legame con Enzo per molti anni. Tra noi non mancavano i contatti via email e telefonici; ma email e telefonate giravano sempre intorno alle vicende dell’INGV e allora le vivevo spesso con disagio perché il suo principale obiettivo era dimostrare che dopo di lui l’Istituto era sprofondato nella mediocrità e allora cercava solo conferme che non sempre mi sentivo di fornirgli, anche se percepivo il suo amore per l’ente che aveva contribuito massimamente a far nascere e a fare grande.
Su Twitter, invece, ritrovavo la vivacità di pensiero, la cultura immensa, l’arguzia aretina, il modo di fare che mi avevano affascinato sin da quando, nel 1982, me lo trovai davanti in Istituto, per la prima volta, alto, magro, che mi sembrava un ragazzo e mi porgeva la mano sinistra rovesciata, senza imbarazzo, e mi diceva “ok, diamoci del tu”. Nel salotto sintetico della rete rivedevo la personalità che ci guidò attraverso tre decenni di scommesse e di successi nel mondo complesso della ricerca scientifica pubblica.
So bene che il suo account è fermo a due anni fa. Ogni tanto, però, lo apro: hai visto mai che ci trovi qualche battuta al vetriolo sui sismologi che non la pensano come lui?

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Massimiliano Stucchi
Scrivere qualcosa su Boschi è come entrare in un frullatore. Pensieri, affetti, contrasti. Ricordi pubblici e personali; e quelli più intimi che restano dentro ciascuno di noi.
I primi incontri, lontani; poi sempre più ravvicinati, telefonate, brevi colloqui, scherzi, scazzi. I progetti, le tappe. L’intesa, quando c’era, era piena, impetuosa, trascinante. I regali che faceva: libri, giacche, cravatte: una cravatta tagliata, durante una riunione INGV. Il suo vestire elegante, e il perché. Erice, una delle sue creazioni, dove era più rilassato che a Roma: la gara per farsi invitare a pranzare al suo tavolo.
E le battute, tante. “Sarà un trionfo”; e lo fu. “Dove vai questa volta?” “Vicino Almerìa” “Ah, a sud di Granada!” (aveva letto il libro omonimo di G. Renan, prima di me)”. In mensa a Milano, dove si sforzava di pronunciare la “cassoeula”, e giù risate. E poi il periodo “social” con il Foglietto, Twitter, @Quizzart. Questo blog volava con i suoi retweet.
E soprattutto la sua forza d’animo (!!): la menomazione antica, e poi la frattura mentre si imbarcava in aereo. E L’Aquila, quel pugno nello stomaco. “Affronteremo anche questa”, disse dopo il rinvio a giudizio. La affrontò, combatté e vinse, ma ne portò i segni.
Oggi però voglio ricordare un Boschi che pochi conoscono. Nel Progetto Finalizzato Geodinamica (PFG), dove prevalevano geologia, vulcanologia e ingegneria sismica, c’erano solo alcuni embrioni di sismologia: reti sismiche, catalogo dei terremoti, un po’ di sismogenesi. Pure, quel PFG sentì la necessità di una visione più ampia, avanzata; istituì il “Comitato Coordinamento Sismicità” (CCS) e ne affidò il coordinamento a Boschi.
Di questa vicenda conservo un verbale e un documento dal titolo mirabile, entrambi scritti a mano nel 1979. Nel documento c’è il futuro della sismologia italiana, l’attenzione a tutti i settori, la necessità di migliorare l’organizzazione degli enti di ricerca. C’è il Boschi visionario e propositivo, da poco professore ordinario, non ancora presidente ING: il Boschi che ha in mente l’INGV.

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CCS1

Alberto Michelini
Ho veramente poche parole da dire perché l’ho conosciuto poco di persona mentre l’ho messo a fuoco molto meglio per  quello che faceva o aveva fatto. Penso che Enzo sia stato un uomo illuminato con una grande visione sul ruolo che la geofisica, e la sismologia in particolare, dovessero avere in un paese sismico come il nostro. Ha capito da subito che bisognava puntare su una nuova generazione di ricercatori e che questa doveva essere istruita a dovere per poter andare al passo coi tempi. Negli anni ‘80 si trattava di rivedere un po’ tutto a partire dal monitoraggio a scala nazionale che non poteva essere una federazione di osservatori indipendenti mentre si doveva centralizzare per fare in modo che i dati fluissero e venissero processati opportunamente in tempo reale per effettuare la sorveglianza sismica e per monitorare la sismicità. Cioè era necessaria la rete sismica nazionale. Ma era altrettanto necessario investire su nuovi campi di ricerca altrettanto necessari per comprendere meglio la complessità dei fenomeni sismici.  Nei miei anni trascorsi in California ho incontrato tanti di coloro che sarebbero diventati i miei futuri colleghi. Erano tutti che appartenevano all’ING.  Avevamo tutti la stessa età. Enzo capì l’importanza di realizzare un grande istituto mettendo insieme geofisica e vulcanologia: ha creato l’INGV.  Da poche decine di persone a piu’ di 1.000 in pochi anni. Penso che basti questo per comprendere la sua reale statura e quanto il paese gli debba essere riconoscente. 

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Sergio Del Mese
Tanti anni fa, io c’ero, arrivò un uomo con occhi vivi, brillanti, pungenti. Un uomo che scherzava con tutti, mentre la radiografia era in atto. Chiamò a raccolta le truppe, nessuno escluso, vaneggiando nomi mai sentiti prima come Sala Sismica, Sorveglianza Sismica, Rete nazionale, Turni… Quindi costruì castelli ed elevò capitani al ruolo di generali, incitando, a volte urlando, mai domo, mai sazio.
Quando la prima roccaforte ebbe una forma, entrava spesso, per vedere, chiedere, capire…     …la battuta non mancava mai, tra un allarme, un terremotino, i telefoni che squillavano, tra rulli e righelli pieghevoli, tra Alex, Epin, Epic…
…il progetto si evolveva, si ingrandiva, arrivarono falchi, poche aquile, molti fringuelli, alcuni volando altri su solidi posatoi, prima a Villa Ricotti, poi a Vigna murata e, infine, diede vita al sogno dell’INGV, attraverso molte rivoluzioni piccole e grandi, certamente non soltanto logistiche…
Siamo cresciuti, tutti, sotto una spinta continua, pungente, costruttiva. Però non si possono mettere tanti anni in poche righe, anche sorvolando sulle ultime terribili battaglie. Episodi da raccontare, anche divertenti, ce ne sono stati molti…   ma fanno parte di un privato che stonerebbe in questo contesto, dico soltanto che parlare, intrattenersi con tecnici (…Franco Pirro, Luciano Giovani o lo stesso Piergiorgio De Simone) era un chiaro segnale di chi voleva veramente capire esigenze e problemi a tutti i livelli.
Chiudo, con un ricordo personale di Boschi, una lettera con cui si congratulava per i nostri lavori all’interno del PFG, mostrata soltanto per onorare la memoria di Maria Cecilia Spadea, artefice di quell’encomio, scomparsa tragicamente in un incidente stradale, mentre si recava al lavoro, nella sede di Monte Porzio Catone.

BOSCHI SPADEA

Quelle poche righe scritte di suo pugno, per i due “contrattisti” interessati, erano un sogno ad occhi aperti ma anche la misura di come un CAPO fosse attento alle mille attività di quanto stava costruendo.

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Marianna Gianforte

«È dall’Aprile del 2014 che non siamo in contatto. Speravo di incontrarti a L’Aquila quando son venuto a testimoniare nel processo Bertolaso. Oggi ho visto un tuo tweet su Tornimparte… Come stai? Come va il tuo lavoro?».
Era il 27 luglio 2016 quando Enzo Boschi mi scrisse questo messaggio su Twitter. Non gli risposi mai. Non c’è un motivo preciso del perché non lo feci, forse ero presa dal tam-tam della vita quotidiana e lavorativa che, allora, per me aveva ritmi assurdi. Più volte dissi a me stessa che dovevo trovare il tempo di rispondere, perché era un messaggio diverso. Mi rammarico ancora oggi del mio silenzio. Ancora oggi, quando penso alla notizia della sua morte, mi sento profondamente in debito con lui per quel messaggio non risposto, per la sensazione sottile che mi ha lasciato: forse cercava una sponda per comunicare qualcosa.

Qualche anno prima – il 2 aprile 2014 – lo avevo invitato a partecipare a una mostra fotografica dedicata al quinto anniversario del sisma aquilano, a casa Onna, nella quale io e altri colleghi del quotidiano abruzzese Il Centro mettevamo a confronto con ritratti fotografici cittadini aquilani nella loro vita pre e post sisma. Declinò l’invito scrivendomi che, per come erano andate le cose (la condanna in primo grado per il processo alla commissione Grandi rischi), temeva che la sua presenza potesse «infastidire qualcuno». E poi aggiunse: «Non ho mai tranquillizzato nessuno prima del terremoto del 2009. Anzi, ho sempre evidenziato l’alta pericolosità abruzzese. Spero che tutto si chiarisca con l’Appello. Poi, spero che m’inviterai a raccontare le cose da un altro punto di vista». Il suo “grazie di cuore” che chiudeva quella conversazione su Twitter descrive perfettamente l’uomo che Boschi era. Capita raramente che qualcuno ringrazi mettendoci il cuore. Boschi era così. Soltanto pochi mesi dopo – a novembre – l’ex presidente dell’Ingv venne assolto insieme a Giulio Selvaggi, Franco Barberi, Mauro Dolce, Claudio Eva e Michele Calvi, mentre la condanna fu confermata (anche se rideterminata) per Bernardo De Bernardinis della Protezione civile.

E adesso ripercorrendo quei messaggi, di cui l’ultimo colpevolmente senza la mia risposta, mi torna perfettamente chiara quella passeggiata che nel settembre del 2010 da via dell’Arcivescovado ci condusse in quella che sarebbe diventata – seppur per un brevissimo periodo di tempo – la tanto attesa sede aquilana dell’Ingv, in un palazzo privato che un tempo aveva ospitato gli uffici delle Poste, e alla cui inaugurazione, in un freddissimo novembre dello stesso anno, partecipammo insieme, lui presidente dell’Ingv e io come cronista del “Il Centro”. Durante quel tragitto mi fece questa considerazione: «Le persone sono diventate più sensibili anche alle scosse più piccole dopo il dramma del 6 aprile 2009. Negli ultimi cinque anni l’Ingv ha registrato 54.900 piccolissime scosse, e cioè 11mila all’anno, in Italia, che è un paese altamente sismico dall’Abruzzo alla Sicilia». Da allora ho adottato la locuzione “dall’Abruzzo alla Sicilia” facendola mia, l’ho usata infinite volte in ogni circostanza possibile: nei mei articoli sul terremoto, nei convegni che ho moderato, nelle conversazioni tra amici e colleghi, perché, forse, mai come in quella chiacchierata con Boschi avevo capito cosa fosse il nostro paese: un territorio sismicamente ballerino, di cui l’Abruzzo è la regione a più alto rischio sismico, in cui ci si salva soltanto se ciascuno fa con coscienza, consapevolezza e lucidità ciò che deve fare. In questo caso: progettare e costruire in sicurezza e – a livello più “alto”, istituzionale – creare le condizioni normative, strutturali, finanziarie e operative affinché i quasi mille Comuni italiani, le autostrade e le infrastrutture vengano messi in sicurezza. Ma la “sicurezza anti sismica” è uscita oggi di scena, scalzata da un nuovo nemico, il Sars-Cov-2, che attanaglia le nostre vite e su cui si concentrano sforzi politici, dibattiti pubblici, cronache e inchieste giornalistiche. Poi tornerà il momento in cui nuovi morti sotto le macerie ci sveglieranno dal torpore ricordandoci che l’Italia è fragile esattamente come 12 anni fa e che dal terremoto dell’Aquila, il 6 aprile 2009, con i suoi 309 morti, non è cambiato nulla. Se, forse, in questo preciso momento storico L’Aquila e i 56 Comuni del cratere sismico sono le uniche oasi sicure, tutto il resto del paese è un colabrodo. E Boschi, sempre in quel tragitto per le vie aquilane all’epoca ancora deserte e silenziose, disabitate e anche maleodoranti per i palazzi disabitati e danneggiati, più volte mi ripetette il senso del concetto di “sicurezza”: poter uscire da casa vivi durante una forte scossa, come in Giappone.
E questa è una responsabilità di ciascuno di noi per la propria parte, competenza e posizione o ruolo; agli scienziati, invece, l’altro arduo compito di fornire alla società la spiegazione (ovviamente sempre mutevole in base alle risultanze scientifiche che via via si acquisiscono) di quello che succede nel mondo della natura, dalle placche o le faglie sismiche, sino all’infinitesimale virus. Ecco, dunque, che questo invito a lasciare un ricordo dello scienziato Enzo Boschi è per me un modo per salutarlo, finalmente, dopo quel messaggio mai risposto, e chiedergli “scusa”, quanto meno, per la mia scortesia.

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Foto 1

Gli amici de “Il Foglietto della Ricerca” l’hanno ricordato come loro editorialista e amico

https://www.ilfoglietto.it/il-foglietto/6425-enzo-boschi-geofisico-editorialista-che-manca-tanto-al-foglietto

Paolo Scandone: uno dei “Grandi” del Progetto Finalizzato Geodinamica e del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (colloquio fra Massimiliano Stucchi e Dario Slejko)

Quattro anni fa ci ha lasciati Paolo Scandone, una figura centrale nello sviluppo della geologia e delle ricerche nel settore della difesa dai terremoti in Italia a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. Lo ricordano qui Massimiliano Stucchi e Dario Slejko i quali con Paolo – tra le altre cose – misero le basi per una delle prime valutazioni di stampo moderno della pericolosità sismica del territorio italiano.
Lo ricordano con il rammarico che riconoscimenti e belle parole andrebbero offerti alla persona cui sono destinati quando la persona stessa è ancora in vita e li può apprezzare.

MS. Ho conosciuto Paolo Scandone all’avvio del Progetto Finalizzato Geodinamica (PFG) del CNR, nel 1976. Era responsabile del Sottoprogetto “Modello Strutturale”, al quale contribuivano moltissimi geologi di numerose università e istituti di ricerca. Era una persona dotata di notevole carisma e al tempo stesso di grande umanità, con il quale veniva istintivo cercare il dialogo e il confronto su temi scientifici, politici e più in generale della vita.
Venne delegato dal PFG a rappresentare il progetto in un convegno sindacale da me organizzato nel 1977, nel quale si chiedeva una parziale riorganizzazione del progetto e stesso e una sua più concreta finalizzazione alla “difesa dai terremoti”. Paolo ascoltò, intervenne e alla fine il PFG accolse buona parte delle proposte.
Da allora facemmo parte entrambi della cosiddetta “Giunta Allargata” che gestì il “Progetto Geodinamica”, una stagione unica di grande fervore e collaborazione scientifica multidisciplinare fra geologi, sismologi e ingegneri, che richiese tra l’altro di affrontare in 6 anni alcuni terremoti distruttivi (Friuli, 1976; Norcia, 1979; Irpinia e Basilicata, 1980). Indimenticabili le cene di lavoro a Roma e le riunioni affumicate fino a tarda serata nella saletta dell’Hotel Milani. In particolare collaborammo alla redazione della “Carta della Pericolosità Sismica” e della “Proposta di Riclassificazione Sismica”, destinata ad ampliare sensibilmente il numero dei comuni inclusi nelle zone sismiche.

pericolosità

DS. All’epoca del Geodinamica iniziavo a partecipare ai progetti nazionali ed ebbi scarse occasioni di incontrare quel geologo tipico, vestito da geologo, estroverso da buon geologo, molto apprezzato scientificamente ed entusiasta come un uomo di scienza dovrebbe essere che rispondeva al nome di Paolo Scandone.

MS. Il Sottoprogetto coordinato da Paolo rilasciò il “Modello Strutturale” (https://www.socgeol.it/438/structural-model-of-italy-scale-1-500-000.html) 

Modello strutturale

IL PFG terminò nel 1981 e la sua eredità venne raccolta dal Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (GNDT, diverse versioni) e dal Gruppo Nazionale di Vulcanologia. Venne anche riorganizzato, sotto la presidenza di Enzo Boschi, l’Istituto Nazionale di Geofisica che intraprese il suo entusiasmante sviluppo. In particolare si formò, per l’iniziativa di Renato Funiciello, un gruppetto di geologi che cercava in superficie le evidenze delle rotture sismiche corrispondenti alle faglie. Nel 1984, a più di tre anni dal terremoto del 1980, vennero presentate le tracce superficiali di quel terremoto, che Paolo non aveva cercato in quanto le considerava improbabili. Questo fatto determinò un avvio di ricerche “alternative” al filone principale di cui Paolo era l’indiscusso leader.

Nel gennaio del 1985 Paolo fece parte del ristretto gruppo di esperti che suggerirono la possibilità a breve di un forte terremoto in Garfagnana, successivamente allertata e evacuata dall’allora Ministro per la Protezione Civile Zamberletti. E fu nel GNDT, negli anni successivi, che Paolo Scandone costruì, sulla base del suo Modello Strutturale, il Modello Sismotettonico (Meletti C., Patacca E., Scandone P. (2000), che cercava di inserire la attività sismica italiana in un quadro unitario. Successivamente da questo modello venne derivato il modello delle zone sismogenetiche, che venne migliorato in varie versioni (nella figura è presentato ZS4, Scandone e Stucchi, 1999) e divenne strumento delle successive elaborazioni in materia di valutazione della pericolosità sismica.

ZS

Questa fase vide un notevole numero di riunioni che si svolgevano prevalentemente a Pisa, al Dipartimento di Scienze della Terra, nella cosiddetta “soffitta”, vero e proprio “laboratorio di geologia e sismologia” dove – in condizioni climatiche a volte difficili e in presenza di una permanente nuvola di fumo – lavoravano alcuni giovani geologi. Dario (GdL pericolosità sismica) e io (GdL catalogo dei terremoti) partecipammo a numerose di queste riunioni, a volte noi due soli, a volte con altri colleghi, secondo uno schema operativo che, ricordato oggi, fa venire i brividi. Andavo a Linate alle 8.00 a prendere Dario che arrivava in volo da Trieste; in tre ore di autostrada (la Cisa !) eravamo a Pisa, parcheggio a “La Torre”, inizio alle 11.30, lavoro, poi alle 17.00 ripartenza per Milano, alle 20.00 cena vicino a Linate, volo per Trieste e fine della giornata.

DS. Ricordo gli anni del GNDT con grande nostalgia perché mi rendevo conto che stavo partecipando a qualcosa di grande dal punto di vista scientifico ed umano. Eravamo giovani allora, Max ed io, o almeno noi ci sentivamo così, e il viaggio al “santuario” di Pisa non ci pesava affatto, anzi era atteso con entusiasmo perché era in ballo la carta di pericolosità nazionale, prodotto all’avanguardia europea che raccoglieva “il sapere” italiano in materia. L’atmosfera nella soffitta di Geologia poteva definirsi “domestica” con Paolo padrone di casa attorniato dalle sue due famiglie. Quella istituzionale, nel senso che era motivato nell’essere presente in quanto gruppo universitario di Paolo con Carlo Meletti, che estraeva dal computer tutto ciò che serviva a documentare le idee di Paolo, e Simonetta Ruberti, che riportava Paolo di tanto in tanto alla dura realtà dell’amministrazione universitaria. E poi c’era la famiglia vera con Etta Patacca nel piano di sotto che appariva raramente solo per dare a Paolo qualche comunicazione domestica, Berenice che giocava tranquilla fra carte geologiche e campioni di rocce e, talvolta, un bel meticcio bianco chiamato “Canòne”, credo nel senso di grande cane, ma non abbiamo mai approfondito.

MS. Fu un periodo ricco di scambi, approfondimenti, umanità, che si consolidava nelle occasioni che prevedevano anche un pernottamento (a Pisa, Roma o Milano) e una serata mangereccia e dedicata ad argomenti vari. A me fa piacere ricordare l’impegno comune quasi quotidiano in certi periodi, le lunghe telefonate in assenza di posta elettronica e di cellulari e gli incontri di cui ho parlato. Paolo esprimeva curiosità a 365 gradi; durante i convegni, quali ad esempio quelli del PFG, GNDT e GNGT, non si muoveva dalla sala e ascoltava tutto. Aveva promosso la ricerca storica sul grande terremoto del 1456 e la prima raccolta sistematica delle mappe delle isosisme, come si usava allora, da cui scaturì poi la nozione e la valorizzazione degli MDP (macroseismic data points, valori puntuali di intensità macrosismica che nell’insieme andavano a formare i cosiddetti “piani quotati”). DOM 4.1 fu il primo database macrosismico italiano interrogabile online (seguito poi dalle varie versioni di DMBI) e Paolo fu il primo cui lo mostrai funzionante commentandolo per telefono.

DS. Da matematico quale sono, o più esattamente cercavo di essere, non trovavo allora entusiasmanti le discussioni geologiche sull’evoluzione in ere milioni d’anni lontane che mi sembravano poco attinenti con i terremoti attuali. Con Paolo mi si è aperto un nuovo orizzonte perché egli riusciva a spiegare “meccanicamente”, accartocciando fogli di carta spesso stracciati a indicare faglie, le forze in atto e i movimenti conseguenti. Potremmo dire che Max ed io seguivamo una lezione di geodinamica in stile “non è mai troppo tardi”. Paolo era convincente come una dimostrazione di un teorema di geometria e la mappa delle sorgenti sismogenetiche che ne è derivata rimane per me un paradigma basato su cinematica, poi sismotettonica e, infine, sismogenesi.
E poi ricordo i pranzi che facevamo con Paolo. Se ci trovavamo a Pisa, la riunione iniziava alle 11:30 e intorno alle 13 Paolo usciva con la solita frase: “Panino o primo veloce?” Poiché il primo veloce significava il primo, il contorno, spesso il dolce e il tutto innaffiato da un po’ di vino, non si è mai sentita la voce che optasse per il panino. A Roma, invece, si andava a pranzo alla Birreria Peroni, in una traversa di via Nizza, sede del PFG e poi del GNDT. Lì il piatto di Paolo era rigorosamente il bratwurstel (salsiccia bianca) con contorno misto di crauti e patate e birra chiara alla spina. Questa scelta in effetti veniva seguita anche da gran parte di noi. Non c’è stata volta, però, che dopo il pranzo Paolo fosse minimamente provato dal cibo ma anzi il pranzo gli dava la carica, se ce ne fosse bisogno, per continuare con entusiasmo le discussioni scientifiche.

MS. Dopo la pubblicazione dei principali prodotti sismologici del GNDT (modello delle zone sismogenetiche ZS1/4, catalogo dei terremoti NT4.1 & database macrosismico DOM4.1, mappa di pericolosità sismica PS4), il GNDT proseguì per qualche anno a rilasciare buoni elaborati ma cominciò ad andare in crisi, sia per motivi interni che per gli attacchi di Enzo Boschi. Venne quindi commissariato dal Comitato 05 del CNR da cui dipendeva; furono nominati commissari Carlo Bosi e poi Claudio Eva, fino alla afferenza all’INGV e alla definitiva riorganizzazione in termini di progetti INGV-DPC.

Con l’ingresso nel nuovo INGV dell’Istituto di Ricerca sul Rischio Sismico, allora da me diretto, nel 2001 le nostre strade si separarono. Due anni prima eravamo andati insieme ai funerali di Giampaolo Pialli, altro grande geologo, grande uomo e amico. Incontrai Paolo ancora una volta a un convegno a Spoleto, nel 2004, organizzato di fatto in antagonismo a INGV, al quale volli partecipare in segno dell’antica amicizia. In seguito anche lui andò in pensione e seppi che, in forza delle sue ampie conoscenze, aveva fatto parte della commissione “Ichese” (International Commission on Hydrocarbon Exploration and Seismicity in the Emilia Region), incaricata tra l’altro di far luce su possibili relazioni fra la attività di ricerca di idrocarburi e di sfruttamento dei depositi e la sequenza sismica del 2012.

DS. Entusiasta dall’esperienza vissuta per la carta di pericolosità nazionale, feci invitare Paolo a Zurigo perché esponesse le basi della costruzione del modello sismogenetico italiano agli esperti del progetto Pegasos per il calcolo dello scuotimento atteso ai siti delle centrali nucleari svizzere. Paolo fu, come sempre, magnifico e le sue linee guida vennero seguite da diversi gruppi coinvolti in Pegasos e io fui fiero di aver portato un contributo così importante.

MS. Anche se – come si dice – “ci eravamo persi di vista”, la sua figura e i suoi insegnamenti sono rimasti vivi dentro di me. Purtroppo la polarizzazione che si era verificata con la nascita dell’INGV fece sì che non venni invitato, al pari di altri, al convegno che si tenne nel 2019 presso l’Accademia dei Lincei per ricordarne l’opera.
Ricordo i suoi racconti, le visioni che sapeva evocare, i suoni dei nomi di città e paesi e luoghi dove andava a rilevare, con pochi colleghi o con gli studenti, o dove era andato per il piacere di conoscere. Ricordo fra gli altri i brevi accenni che Paolo fece a proposito di un suo viaggio sulle Ande nel nord dell’Argentina, in parte a piedi con un animale da soma; furono anche le sue poche parole che mi stimolarono, molto tempo dopo, a viaggiare da quelle parti. Infine ricordo una storia che raccontava a proposito della sua partecipazione a una campagna di ricerche geofisiche nel Pakistan settentrionale: con un paio di colleghi aveva scorto una ventina di esseri (ominidi o yeti?), che risalivano rapidamente un costone di fronte a loro. Rimasero a guardarli increduli, un collega scattò delle foto per accorgersi più tardi che nell’apparecchio mancava la pellicola; e Paolo non era il tipo da inventarsi storie così solo per farsi ammirare.

Voglio concludere ricordando due episodi. Una sera, dopo aver ben mangiato e bevuto, Paolo ricordò il nostro primo incontro e disse che gli ero rimasto impresso perché allora assomigliavo a un “putto” (avevo i capelli lunghi e ricci), ma un “putto incazzato”…..
Negli anni ’90 poi, quando preparavo le carte per il concorso a dirigente di ricerca, gli chiesi con un po’ di timore una lettera di “endorsement”; me la scrisse e leggerla per me fu una bella sorpresa, in particolare quando sostenne che ero come un buon vino che “migliora invecchiando”.

DS. Ci “siamo persi di vista” dopo l’esperienza svizzera perché Paolo poco frequentava i convegni e io quel poco che sono stato coinvolto a livello nazionale è stato con ruoli direttivi senza partecipare allo sviluppo di nuova cose. E così ho sentito Paolo solo saltuariamente al telefono maturando in me la consapevolezza di aver fatto un piccolo tratto di strada con una grande persona che mi ha lasciato tanto, scientificamente ed umanamente.

Paolo è stato ricordato di recente anche da Roberto Scandone
https://www.facebook.com/roberto.scandone.5/posts/283085526215964

Enzo Boschi, un anno dopo (colloquio fra Massimiliano Stucchi e Tullio Pepe)

Introduzione. Da un anno Enzo Boschi non è più con noi, e già questo sembra un paradosso: quando gli si parlava, il futuro sembrava sempre molto vicino, tutto sembrava possibile, in una vita abbastanza “spericolata” che sembrava comunque praticamente illimitata, come la crescita dell’ING prima e dell’INGV poi, attraverso lo sfruttamento delle occasioni che si presentavano (terremoti, eruzioni) e l’impegno consapevole di gran parte dei ricercatori che ne avevano beneficiato.
Parlare oggi di Boschi o, addirittura, cercare di tratteggiarne l’opera e la figura, è come iniziare a scalare una montagna di cui non vedi la cima: non ti senti attrezzato, le giri intorno alla ricerca di un accesso e un minimo di pendio e non lo trovi. E quando pensi di averla trovata ti chiedi che cosa ne penserebbe, e ti vien voglia di lasciar perdere…
In questo colloquio due persone che l’hanno frequentato per molti anni hanno cercato di tratteggiare alcuni ricordi della sua vicenda umana e professionale: Massimiliano Stucchi (MS), che lo conobbe nel 1973 e divenne poi suo “dipendente” in INGV dal 2001, e Tullio Pepe (TP), che ne vide l’arrivo all’ING come commissario straordinario nel 1982. Solo alcuni ricordi: perché in realtà per delineare un quadro completo ci vorrebbero diversi volumi.

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Prima parte, fino al 2001

MS. Conobbi Boschi nel 1973 ad Ancona, dove era da poco professore incaricato: io ero un ricercatore CNR e collaboravo a installare la rete sismica del mio Istituto per la Geofisica della Litosfera. Mi chiese se fossi un sismologo, mettendomi subito in imbarazzo (“adesso che cosa gli rispondo?”). Mi spiegò che, dalle misure geodetiche effettuate dalla rete installata dal gruppo bolognese, avevano calcolato che si era già immagazzinata energia corrispondente a un terremoto di M3.5. Mi venne da dire: ”ah però…”. Poi compresi che cercava sempre di stupirti e di metterti in soggezione, anche se bonariamente; e ci riusciva.
Dal 1976 al 1982 facemmo parte entrambi della struttura dirigente del Progetto Finalizzato Geodinamica del CNR e della prima edizione del GNDT, lui come responsabile di gruppi di lavoro o linee di ricerca sulla previsione dei terremoti (!) in cui a quei tempi credeva molto. Fu un periodo di grande fervore nella comunità scientifica sismologica, geologica e ingegneristica; si collaborava e ci si scontrava. Alcuni scontri avvenuti nella sala convegni del CNR rimasero memorabili: ovviamente Boschi vi partecipò attivamente.
Una volta diventato commissario straordinario e poi presidente dell’ING, si dedicò a sviluppare l’ING, ossia la geofisica e la sismologia, e si allontanò dal GNDT, non senza avermi candidato, fra lo stupore generale, a Direttore del medesimo (“non c’è rosa senza spine”, disse sogghignando).
Mantenemmo sempre un buon un rapporto, un legame solido. Nel 1990, in occasione del Workshop per il decennale del terremoto dell’Irpinia, mi regalò il distintivo dell’ING, che conservo religiosamente.

TP. Sono un ex dirigente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, l’ente di ricerca di fatto fondato da Enzo Boschi e da lui presieduto fino al 2011. Fui assunto in Istituto nel 1980; Boschi sbarcò in Istituto nel 1982: perciò, Enzo Boschi è stato il mio Presidente per quasi un trentennio.
Quando arrivò tra noi nei primi anni ottanta del secolo scorso, aveva quarant’anni e sembrava un ragazzo. Ancora non vestiva Caraceni né portava camicie BrookS Brothers e cravatte di Marinella ma indossava completi Principe di Galles che accentuavano la sua aria di enfant prodige dell’università e della geofisica in Italia.
L’Istituto (all’epoca era l’ING, la V sarebbe arrivata una ventina d’anni più tardi) era dignitoso ma molto piccolo e un poco sonnolento; l’arrivo di Boschi ebbe l’effetto di scuoterlo dalle fondamenta, attraversandolo come un cavo elettrico ad alta tensione.
Per prima cosa organizzò il servizio di sorveglianza sismica h24 del territorio nazionale di concerto con Giuseppe Zamberletti, il padre della Protezione Civile italiana, allestendo una prima rudimentale sala operativa, nella quale affluivano i dati rilevati dalle poche stazioni della rete sismica, nella nostra sede di Monte Porzio Catone, in un’ala dell’Osservatorio astronomico che avevamo in subaffitto, con i marinai precettati da Zamberletti che fissavano tutta la notte i rulli dei sismografi e avvertivano il sismologo reperibile al minimo oscillare dei pennini…
Qualche tempo dopo, la sala operativa, presidiata ormai dai nostri ricercatori e tecnici, fu trasferita nella sede ING di Roma, nel quartiere Esquilino, in un appartamento alquanto malandato al secondo piano di un villino bello ma un poco sinistro. Una volta venne a trovarci il conduttore del TG2 La Volpe per un servizio sul terremoto di San Donato Val Comino (quindi, doveva essere l’ottantaquattro) e non riusciva a credere che il cuore di un servizio così importante come quello di sorveglianza sismica fosse alloggiato in quelle stanze spoglie; a un certo punto disse a qualcuno: “mi sembra di stare in una sede sotto copertura della CIA!”.
Il suo grande merito fu quello di sprovincializzare l’Istituto e, a cascata, la geofisica italiana, ad esempio trovando le risorse finanziarie per mandare i ricercatori in missione presso i centri di ricerca più avanzati nel mondo,
Da allora cominciammo una cavalcata frenetica verso il successo, una cavalcata disordinata ma impetuosa, terribilmente seria ma divertente, perché Enzo anche nei momenti più importanti, anche nei passaggi più difficili non rinunciava mai al suo spirito dissacrante, al gusto per la provocazione, al piacere della battuta; il suo slogan era “Comunque sarà un successo!” e noi lo seguivamo senza problemi; d’altra parte eravamo giovani, gratificati, un poco arroganti, guidati da capi rassicuranti come Cesidio Lippa e Renato Funiciello e, soprattutto, da un leader carismatico come lui, esigente ma disposto a favorire le progressioni di carriera di tutti e a non negare opportunità a nessuno.
Una fase di sviluppo formidabile, insomma, che sfociò all’alba del nuovo millennio in una svolta storica per il nostro mondo: l’ING confluisce nel nuovo INGV assieme ai vulcanologi vesuviani ed etnei, ai geochimici palermitani, ai sismologi milanesi e ai qualificati precari dei Gruppi Nazionali per la Difesa dai Terremoti e per la Vulcanologia che avevano raccolta l’eredità del glorioso Progetto “Geodinamica” diretto da Franco Barberi. E il Presidente del nuovo Ente non può che essere lui: il più brillante, il più spregiudicato, il più lungimirante, il più visionario (e anche il più fragile); lui che ha cominciato a essere leader praticamente da bambino e che non ha mai smesso di esserlo: Enzo Boschi.
Ma la nascita dell’INGV merita qualche ulteriore ricordo e tu, Max, puoi ben dire di aver partecipato alla “genesi” dell’Istituto.

MS. Direi proprio di si e ne ho parlato a lungo in un altro post dello scorso settembre.

https://terremotiegrandirischi.com/2019/09/26/come-e-quando-nacque-lingv-di-massimiliano-stucchi/

Ricordo che la svolta si registrò a Erice, alto luogo della ricerca scientifica, dove si tenne presso il Centro “Ettore Majorana” di Antonino Zichichi una delle “School of Geophysics” dirette da Boschi. Anche di questa ho raccontato nel post citato più sopra.

TP. Scusa Max, ti interrompo un attimo perché sono molto affezionato, pur non essendo un ricercatore, a Erice e al suo Centro, dove negli anni ottanta, perdurando ancora la guerra fredda, si incontravano i russi e gli americani e – secondo la leggenda – personaggi come Teller e Velikov tenevano i colloqui più riservati nel mare magnifico di San Vito Lo Capo, in costume da bagno, immersi in acqua fino alla vita, essendo così sicuri di non avere cimici intorno…: un posto veramente magico oltre che centrale per la società scientifica internazionale.

MS. A Erice Boschi era quasi sempre allegro. Era un piacere essere invitati al suo tavolo. Scherzava su molte cose, compresa la politica (vedi foto).

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Da buon direttore della Scuola restava quasi sempre per tutta la durata e seguiva le lezioni. Nella foto siamo insieme in occasione della Scuola dedicata alla Sismologia Storica, che ebbi l’onore di dirigere assieme a colleghi di altri paesi.

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TP. Torniamo all’INGV. Il Decreto Legislativo 29 settembre 1999, n. 381, stabilì definitivamente il perimetro del riordino prevedendo, come già ricordato, la confluenza nel costituendo ente di ING, di OV, di tre Istituti del CNR e dei Gruppi Nazionali del settore.
Io c’ero quel pomeriggio del 10 gennaio 2001 nello studio del Ministro della Ricerca pro tempore Ortensio Zecchino, alle 5 della sera!, quando l’INGV fu formalmente costituito con Enzo Boschi Presidente e al contempo il Ministro, con gesto teatrale, firmò il decreto che approvava in favore dell’Istituto il cosiddetto Progetto “Irpinia”, un affare da sessanta miliardi del vecchio conio: erano decisamente altri tempi!
Il successivo 1 febbraio 2001 Cesidio Lippa viene nominato Direttore Generale.
Nello stesso periodo vennero nominati i Direttori delle Sezioni nelle quali si articolava l’INGV: Napoli (Osservatorio Vesuviano), Milano, Palermo, Catania (oggi Catania – Osservatorio Etneo), Roma 1, Roma 2, Centro Nazionale Terremoti (oggi Osservatorio Nazionale Terremoti) e l’Amministrazione Centrale. Più tardi verranno istituite le Sezioni di Bologna e Pisa.
E qui Max, farà piacere anche a te ricordare i primi Direttori di Sezione: oltre a te e a me, Gianni Macedonio, Rocco Favara, Gianni Frazzetta, al quale subentrò presto Alessandro Bonaccorso, Massimo Cocco, Bruno Zolesi, Alessandro Amato, e poi, Andrea Morelli e Augusto Neri. Con tutti loro condividemmo – guidati da capi carismatici e rassicuranti come Enzo Boschi e Cesidio Lippa – una stagione caratterizzata da un forte sviluppo di tutte le attività istituzionali e da notevoli risultati scientifici e gestionali e anche l’emozione dell’avvio di un’avventura professionale e umana densa di speranze e di senso di appartenenza, in un clima generale di entusiasmo che negli anni successivi non sempre è stato possibile ricreare.

Seconda parte, dopo il 2001

TP. Nella storia dell’INGV le emergenze sismiche o vulcaniche hanno sempre costituito momenti di forte aggregazione. Ebbene, nel periodo immediatamente successivo alla nascita dell’Ente ci fu una incredibile concentrazione di emergenze. Tralasciando la tristissima emergenza legata al terremoto di San Giuliano di Puglia del 2002, un terremoto piccolo ma che portò a una tragedia immane, ricordo che tra il 2001 e il 2003 si registrarono due eruzioni dell’Etna, una eruzione dello Stromboli particolarmente spettacolare con tanto di tsunami allegato e perfino emissioni gassose al largo dell’isola di Panarea! Queste emergenze comportarono la mobilitazione non solo della Sezione di Catania ma di molte componenti dell’INGV; decine di ricercatori e tecnici provenienti da tutte le Sezioni si alternarono in Sicilia in un clima di grande collaborazione e unitarietà.
Il buon lavoro svolto, peraltro, non mancò di migliorare i rapporti con il DPC e con il MIUR: per alcuni anni vennero stipulate con il Dipartimento della Protezione Civile convenzioni particolarmente favorevoli all’Istituto e, sempre nei primi anni duemila, il MIUR finanziò un progetto dell’Istituto molto ricco e ambizioso che non a caso fu denominato “Progetto Fumo”!

MS. E non solo. Il terremoto di San Giuliano di Puglia del 2002, che tu hai ricordato, ebbe conseguenze importanti per l’INGV, per la Sezione di Milano che all’epoca dirigevo e soprattutto per la normativa sismica italiana.
Boschi, anche se considerava almeno all’inizio i temi della pericolosità e del rischio sismico come temi applicativi e non proprio scientifici, ne intuiva le potenzialità. Questa dell’intuito, del fiuto, era peraltro una delle sue qualità più spiccate.
Sta di fatto che venne il terremoto di San Giuliano di Puglia; era il 31 ottobre 2002 e il sisma fece particolare scalpore per via della tragedia nella scuola e per il fatto che la zona non era inserita in zona sismica. E qui Boschi fece uno dei suoi capolavori; convinse Gianni Letta, ai tempi potente Sottosegretario del governo Berlusconi, a indire subito dopo il terremoto, a Palazzo Chigi, una riunione con sismologi e ingegneri (i nomi li concordammo al telefono), oltre al Ministro per le Infrastrutture e alcuni funzionari.
Ne uscì una commissione che a tempo di record produsse una nuova normativa per le costruzioni da estendere, soprattutto, a tutto il territorio nazionale diviso in 4 zone sismiche: la celebre Ordinanza n. 3724, che richiedeva tra le altre cose la compilazione di una mappa di pericolosità. Quando la Commissione Grandi Rischi ne richiese la compilazione, Boschi si gettò sull’occasione, forte anche degli elaborati di prova che la Sezione di Milano gli aveva preparato, e fece assegnare l’incarico a INGV. Il resto è noto. Meno noto è che Boschi si trovò ad affermare, più tardi, che la mappa era stato uno dei migliori risultati scientifici dell’INGV, che con essa il mondo sismologico aveva saldato il suo “debito” nei confronti della ricerca sul rischio sismico, e che le cose più importanti vengono pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale e non sulle riviste.

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Non sono mai riuscito a convincerlo, tuttavia, del fatto che il cambiamento più importante di cui è stato il principale promotore fu la mappa di classificazione sismica allegata all’Ordinanza del 2003, che estese le zone sismiche a tutto il territorio nazionale.

TP: Poi, nel 2009, ci fu il tragico terremoto di L’Aquila con il suo carico di dolore, di rovine, di polemiche e di seguiti giudiziari. Nel 2010 iniziò il processo “Grandi Rischi”: Boschi lo visse come un calvario, come un’ingiustizia; una vicenda che lo segnò profondamente nel fisico e nello spirito, che cambiò il suo umore e il suo atteggiamento nei confronti degli altri; questo condizionò pesantemente l’ultimo segmento della sua presidenza: anche fargli sentire la vicinanza non fu semplice per nessuno di noi.

MS L’aspetto per lui beffardo della vicenda è che nel 2008 scadeva il suo secondo e ultimo mandato di presidente INGV (2000 – 2004 e 2004 – 2008) e, come è noto, Boschi fece di tutto per continuare in regime di proroga a tempo indeterminato. Ci riuscì, sfruttando lo stallo prodotto dall’ennesimo provvedimento legislativo di riordino degli Enti Pubblici di Ricerca vigilati dal MIUR nel frattempo intervenuto; non ci fosse riuscito avrebbe evitato il calvario del processo.
Non voglio addentrarmi qui sulla questione del processo, cui peraltro questo blog è stato dedicato inizialmente, se non per ricordare alcuni episodi.
Il giorno stesso del terremoto (6 aprile) convocò una riunione a Roma, per partecipare alla quale i sismologi non romani dovettero scapicollarsi, e propose subito di fare un volume scientifico. Notai però, e non solo io, che era molto preoccupato (sapevamo poco o nulla della riunione del 30 marzo).
Quando fu incriminato, in un’altra riunione disse più o meno: “abbiamo combattuto tante battaglie, combatteremo anche questa”. Si batté come un leone in tutte le sedi, compresi i social cui cominciò ad affacciarsi. Si preoccupava molto per Giulio Selvaggi, che aveva coinvolto nella riunione, come sua abitudine, sia per essere aiutato (era lì come Presidente INGV, non come esperto individuale), sia per lasciare il merito a chi dirigeva la sorveglianza sismica.
Ricevette un invito a incontrare, al Quirinale, il Presidente Giorgio Napolitano che già conosceva di persona. Fece in modo che l’invito venne esteso a diversi dirigenti dell’INGV, fra cui lo stesso Giulio e anche noi due.

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La sera della sentenza di primo grado (condanna), faceva finta di nulla, fingeva di stupirsi dei messaggi di solidarietà che gli pervenivano…
La sera della sentenza di appello (assoluzione) era molto commosso, abbracciava tutti, piangeva.
Più tardi maturò una sua versione di come andarono le cose prima e subito dopo quella riunione e divenne cattivo verso persone che secondo lui l’avevano incastrato e anche verso quelle che non si erano schierate decisamente dalla sua parte. E, beninteso, anche verso quelli che stavano dalla sua parte ma non fornivano esattamente la versione che lui voleva/sapeva. Più volte gli proposi di scrivere assieme un articolo e anche di più; ma lui voleva solo raccontare la sua verità e combattere quelli che considerava i suoi nemici.

TP. L’assoluzione definitiva, nel 2015, rappresentò per lui una soddisfazione grande e la fine di un incubo, ma non cancellò certe amarezze.
Nel frattempo, dopo un periodo veramente buio, un po’ per tutti, nel 2011 si concluse il suo mandato di Presidente. Un giorno di agosto, lo accompagnai alla fine della giornata di lavoro nel parcheggio dell’Istituto dove la macchina di servizio lo attendeva per portarlo a prendere l’areo per tornare a Bologna, per l’ultima volta come Presidente, e poi lo guardai mentre si allontanava. Quando risalii nella mia stanza ebbi fortissima la percezione della fine di un’epoca.

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MS. Per lui l’uscita di scena rappresentò una specie di partenza per l’esilio. Credo non capisse come mai non c’era stata una “insurrezione popolare” per farlo restare.
Nel 2013 partecipò, come sempre da protagonista, al piccolo convegno che avevo organizzato a Milano per celebrare il mio pensionamento. La sera prima cenammo insieme a molti colleghi.

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Il giorno dopo arrivò, nel bel mezzo del convegno, il testo delle motivazioni della sentenza di primo grado, di cui furono letti e commentati alcuni passaggi.
A fine giornata salutammo insieme i colleghi come Boschi aveva detto di voler fare: come i calciatori a fine carriera, che vanno a centrocampo e salutano.

TP. In quel periodo intervenne un fatto nuovo: una sua ex ricercatrice e amica fedele lo aveva introdotto nel mondo dei social network. Dopo alcuni impacci iniziali, Enzo aveva acquisito totale padronanza del mezzo, come un ragazzo, come un nativo digitale! Parlando, con il suo stile colto e provocatorio, rigoroso e dissacrante, di scienza ma anche di politica, di ambiente, di letteratura e soprattutto di arte, in poco tempo ha radunato oltre ventisettemila followers adoranti, diventando una specie di influencer. Una volta lessi una sua intervista nella quale diceva che Twitter gli aveva salvato la vita. In effetti, una volta in pensione, senza più cariche pubbliche e con l’incubo del processo aquilano sulle spalle, Twitter gli ha consentito di continuare a svolgere un ruolo importante nel Paese e di non smettere di essere protagonista Il suo profilo è ancora raggiungibile, fermo agli ultimi retweet dell’autunno 2018.

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MS. Si, è vero, più o meno dalla seconda metà del 2012 di dedicò ai “social”: su twitter coltivava anche interessi artistici: si veda ad esempio questo suo tweet, ripreso recentemente da un follower.

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E anche Facebook e soprattutto “Il foglietto della Ricerca”, dove gestiva una rubrica chiamata “L’angolo di Boschi”. Vale la pena di ricordare ad esempio uno dei tanti interventi, pubblicato a proposito della nuova ipotesi chiamata dei “gravimoti”, di cui questo blog si è occupato in questi giorni

https://ilfoglietto.it/l-angolo-di-boschi/5051-sara-tre-volte-natale-e-festa-tutto-il-giorno?fbclid=IwAR0PSIOb8r_xz0zkAV-LdznSRCfHNn1yYOA_2HlzJsv6ex9XGPxpc7qpKb0

Aveva molto seguito, come dici tu, ma devo aggiungere che verso la fine tendeva a raccattare soprattutto gli umori “populisti”. Passava facilmente dal consenso anche esagerato a “scazzi” furibondi. Rompemmo via social almeno tre volte; per fortuna ricomponemmo prima della sua scomparsa. Apprezzava questo blog e a volte “retweettava” il link dei nuovi contributi, facendo salire di molto il numero dei lettori.
Ma il suo obiettivo era bombardare il quartiere generale INGV: non digerì mai, invece di esserne fiero, che il suo posto fosse stato preso da due suoi allievi, con i quali era in buoni termini prima. Su alcune critiche aveva forse ragione, su altre era troppo severo.

TP. E qui devo dire che – secondo me – la sua maggiore responsabilità è stata proprio quella di non accettare mai di affrontare il problema della sua successione. A me, molto spesso ha dato l’impressione di essere uno di quei leader che non concepiscono un futuro senza di loro. Se qualcuno di noi cercava di avviare una discussione seria sulla questione, fatalmente incorreva, nella migliore delle ipotesi, nel suo sarcasmo; nella peggiore, diventava suo nemico. E bersaglio della sua cattiveria tutta toscana…

MS. Hai detto “uno di quei leader”…: me ne viene in mente uno a caso, di Cuba… Ho sempre trovato delle analogie fra Fidel e Boschi, al punto che mi veniva spontaneo pensarlo non come il Presidente ma come il “Comandante”. Non so se gli sarebbe piaciuto; non ho mai osato chiamarlo così in pubblico. Ricordo a questo proposito che Boschi esigeva che gli si desse del tu, cosa che non sempre risulta immediata. Però quando ti chiamava al telefono, soprattutto dall’INGV (quando non passava dalla segreteria), diceva “sono Boschi”. A me risultava difficile rivolgersi dicendo “Enzo”; mi veniva più semplice, soprattutto nelle riunioni, dirgli “Presidente”.
Anche mentre costruiva l’INGV e la rete scientifica collegata, il Comandante sembrava trarre energia dal fatto di essere sempre in conflitto con qualcosa o qualcuno. Spesso ci prendeva, altre volte no. E qui lasciami dire che una parte della comunità scientifica che era stata diciamo “maltrattata” da Boschi non perse l’occasione di cercare di “fargliela pagare” quando si presentò l’occasione, fornita dal processo. Un gruppetto di costoro, costituitosi in associazione, oltre a assistere le parti civili al processo “Grandi Rischi”, lasciò tracce indelebili nella requisitoria della accusa e nelle motivazioni della sentenza di primo grado.

TP. La cosa che mi dispiace è che in questa fase, caratterizzato dall’obiettivo che tu hai definito di “bombardare il quartier generale”, ha travolto con la sua vis polemica anche alcune “sue creature”: ricercatori con i quali ha condiviso anni di collaborazione, intesa umana e professionale, complicità scientifica, ecc.; ha manifestatamente strumentalizzato persone emerse e situazioni venutesi a creare sotto le nuove gestioni, sempre allo stesso fine: dimostrare che “dopo di me il diluvio”.

MS. Vero. A volte poi era difficile seguirlo. Non va però dimenticato che parte delle “sue creature”, in particolare molte di quelle che avevano ottimi motivi e mille ragioni di debito per dargli una mano, gli voltarono le spalle in occasione del già citato processo.
Forse anche per questo, e per il fatto che il personale INGV non si batté perché restasse alla guida dell’INGV (!?), nei primi anni dopo l’uscita non volle che si parlasse di una cerimonia INGV di ringraziamento. Gli restarono fedeli e vicini, sia pure spesso in modo critico, persone con cui aveva un legame personale solido, rinforzatosi attraverso diversità di opinione e anche conflitti momentanei.

TP. Enzo Boschi, in definitiva, è stata una figura discussa, spregiudicata, divisiva; negli anni successivi alcune sue scelte non hanno mancato di suscitare perplessità anche in chi – come me – gli è stato sempre vicino. Ma, se posso portare un ricordo personale, per molti anni ho visto all’opera un dirigente di alto livello, trascinante, capace di una visione, esigente ma sensibile alle aspettative del Personale. Una figura che ha recitato un ruolo fondamentale per le fortune dell’INGV e di moltissimi di noi.
Per questo motivo auspico che la sua memoria resti ben viva in tutti noi.

MS. Mi associo. E aggiungo che la complessità della sua figura ha fatto sì che in un anno si sia tenuta una sola occasione di ricordo (Gruppo Nazionale per la Geofisica della Terra Solida, 12 novembre 2019), organizzata dalla sensibilità del Direttore Alessandro Rebez all’interno di una manifestazione che peraltro Boschi non aveva mai “prediletto”.

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Le commemorazioni scritte si contano sulla punta delle dita di una mano. Per fortuna, alcuni ricercatori stanno organizzando, proprio in quella Erice che citavi prima, una “School of Geophysics” dedicata a Boschi, dal titolo “Frontiers in Geophysics for the third Millennium” (16-20 marzo 2020).

TP. E ora vorrei chiudere con un ricordo particolare.
Il 21 dicembre 2018 l’Istituto ha stabilizzato centoquarantanove precari, molti dei quali assunti durante la sua lunga presidenza. E’ stata una giornata di festa ed Enzo Boschi ha aspettato che si concludesse prima di lasciarci per sempre, il giorno dopo. Io, nel firmare gli atti che concludevano finalmente quella lunga, defatigante vicenda, non ho potuto fare a meno di ricordare una riunione di dieci anni fa in Funzione Pubblica, a Palazzo Vidoni, organizzata dal Ministro pro tempore della Funzione Pubblica Brunetta, con i presidenti e i direttori di tutti gli enti pubblici di ricerca, peraltro nei giorni in cui si apriva la grande crisi finanziaria che ci avrebbe attanagliato negli anni successivi. Quel pomeriggio, per la prima volta si affrontava in maniera organica il problema del precariato nei nostri enti e il Presidente che si prese ben presto la scena per spendersi più di ogni altro per la causa dei precari fu lui, parlando a braccio, con voce strozzata, davanti a un Brunetta quasi attonito, spiegando a tutti, senza troppi riferimenti normativi (e quei pochi anche un po’ confusi…) ma con le ragioni della ricerca scientifica, che il precariato nella ricerca non era una zavorra, ma una risorsa che il Paese non doveva disperdere.

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Un pensiero per Enzo Boschi – One thought for Enzo Boschi

Enzo Boschi ci ha lasciati. Non leggeremo più i suoi tweet su argomenti disparati, i suoi articoli e le sue invettive sulle pagine de “Il Foglietto”, o da qualche altra parte.
Questo blog, terremotiegrandirischi.com, era nato per lui, per Giulio Selvaggi, per Gian Michele Calvi e per gli altri colleghi, ingiustamente accusati di omicidio colposo nell’ambito del famoso “processo di L’Aquila”. Con questo blog e i contributi ivi contenuti si è cercato di analizzare la vicenda, di contribuire a combattere e rimuovere le innumerevoli inesattezze e forzature che venivano propinate al pubblico da parte dei media, da parte della Pubblica Accusa e del Giudice di primo grado.
Non so quanto il blog sia riuscito in questo intento ma so che Enzo Boschi l’aveva apprezzato e vi aveva contribuito.
Dopo la sentenza di secondo grado e quella, finale, della Cassazione, che avevano stabilito che “il fatto non sussiste” per sei dei sette inquisiti, i terremoti del 2016 in Italia Centrale stimolarono l’idea di continuare e contribuire alla analisi critica degli avvenimenti e delle problematiche legate alla riduzione del rischio sismico.
Enzo Boschi ne fu contento e incoraggiò l’iniziativa.
Non mancarono, nei mesi seguenti, contrasti anche importanti sulle valutazioni e sulle opinioni, di cui il blog mantiene traccia: ma i contrasti si ricomposero sempre, in nome della amicizia che ci ha legati dal 1974 – quando per la prima volta lo conobbi alla Università di Ancona – e delle battaglie ideali che ci hanno accomunato. E dell’affetto consolidatosi in questi lunghi anni.
Forse oggi questo blog ha esaurito il suo compito. Ma proprio per questo sarebbe bello che chi – lettore o meno del blog – avendo il desiderio di lasciare un  ricordo di Enzo Boschi, una firma, un commento, lo facesse qui sopra, inserendolo nei “commenti”. Non fa nulla se è  già pubblicato altrove: forse sarà utile conservarli tutti insieme. Sarà mia cura dare la maggior visibilità possibile ai contributi.

Enzo Boschi has left us. We will no longer read his tweets on disparate subjects, his articles and  invectives on the pages of “Il Foglietto”, or somewhere else.
This blog, terremotiegrandirischi.com, was born for him, Giulio Selvaggi, Gian Michele Calvi and other colleagues, unjustly accused of manslaughter in the context of the famous “L’Aquila trial”. With this blog and the contributions contained therein we tried to analyze the story, to help fight and remove the countless inaccuracies stretches and fakes that were propagated to the public by the media, by the Prosecutor and the Judge of First Instance. I do not know how much the blog has succeeded in this intent but I know that Enzo Boschi had appreciated and contributed to it.
After that the second degree trial and the final one of the Supreme Court, which sentenced that “the fact does not exist” for six of the seven defenders, the earthquakes of 2016 in Central Italy stimulated the idea of keeping the blog alive, contributing to the critical analysis of events and problems related to the reduction of seismic risk. Enzo Boschi was pleased. In the following months we had also important contrasts on the evaluations and opinions, of which the blog keeps track: but the contrasts were always recomposed, in the name of the friendship that has linked us since 1974 – when for the first time I met him at the University of Ancona – and of the ideal battles that have united us. And of the affection consolidated in these long years.
Perhaps today this blog has exhausted its task. But just for this reason it would be nice that who – reader or not the blog – wish to leave a memory of Enzo Boschi, a signature, a comment, do it inserting it into the “comments” above. No problem if they have been published  somewhere else: here it will nice to have them all together.

 

Ricordo di Nanni Bignami – Remembering Nanni Bignami (Giacomo Cavallo)

Il 25 maggio scorso la comunità scientifica italiana è stata privata di una delle sue maggiori e, possiamo dire, più simpatiche figure.  Giovanni – “Nanni” per gli amici, ed erano moltissimi –  Bignami  è improvvisamente mancato in un Hotel di Madrid, dove si trovava per un Congresso Scientifico.  Dopo lo shock iniziale, alla sua scomparsa hanno fatto seguito i necrologi, le commemorazioni, i ricordi, che continuano tuttora.   Il ricordo che ne fu fatto davanti ad una numerosa assemblea al Museo della Scienza di Milano è disponibile in rete http://gallery.media.inaf.it/main.php/v/video/conferenze/20170601-saluto-nanni.mp4.html.
Uno degli scritti più accorati e sinceri è comparso come Obituary su  Nature Astronomy del  24 luglio 2017 , a firma del Prof. Pietro Ubertini, e contiene forse la più completa raccolta delle realizzazioni di  Nanni Bignami, uomo di straordinaria energia ed attività (http://rdcu.be/uroi). Continua a leggere