“Le tre velocità”: la cultura del terremoto in Abruzzo. Colloquio con Fabrizio Galadini

Dopo aver presentato in questo blog, lo scorso anno, il volume “Tracce ondulanti di terremoto” di Fabrizio Galadini (https://terremotiegrandirischi.com/2021/03/15/tracce-ondulanti-di-terremoto-colloquio-con-fabrizio-galadini/, è ora il turno del recentissimo, fresco di stampa, “Le tre velocità” (https://www.alepheditrice.it/prodotto/le-tre-velocita/) del medesimo autore, con il quale parliamo dei contenuti.

Copertina

Fabrizio Galadini è dirigente di ricerca dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ed è stato ricercatore del Cnr presso l’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria. Insegna Geologia per il rischio sismico all’Università Roma Tre. Svolge ricerche geologiche, geomorfologiche, archeosismologiche e storiche sulle faglie attive, sugli effetti dei terremoti del passato e sulle risposte antropiche alle criticità ambientali.

Questo tuo libro viene a valle di altri (recentemente, Tracce ondulanti di terremoto e la curatela di Marsica 1915-L’Aquila 2009. Un secolo di ricostruzioni) e, come affermi nella introduzione, rappresenta la sintesi della personale esperienza in rapporto a un concetto generale di cultura del terremoto. Ci puoi spiegare?

Il libro nasce da riflessioni su attività e personali esperienze di comunicazione della scienza negli anni seguenti al sisma aquilano del 2009. Mi riferisco, quindi, al secondo decennio di questo secolo che, in Abruzzo, è stato anche scandito dalle numerose manifestazioni legate al centenario del terremoto del 1915 e al decennale, appunto, di quello aquilano; in mezzo, la sequenza sismica del 2016-2017. Fino al 2009, svolgendo l’attività di ricerca nel campo delle Scienze della Terra, per me “cultura del terremoto” aveva senso quasi esclusivamente in riferimento al fenomeno fisico, alle sue evidenze geologiche, ai suoi effetti sul costruito, ai danni del passato ecc. Parlare di una storia della conoscenza, di evoluzione della cultura, poteva significare guardare a ciò che avevano scritto cento anni fa geologi e sismologi e confrontarlo con quanto sappiamo adesso.
Le urgenze del 2009, la necessità di un rapporto più stretto con i residenti nei territori sismici, di solito portatori di una conoscenza astratta o idealizzata dell’accaduto, l’impegno con i colleghi per la comprensione delle molteplici sfaccettature del “Processo Grandi Rischi” mi hanno costretto a un ampliamento dell’orizzonte. Quindi, nel tempo ho prestato attenzione anche a come la conoscenza scientifica fosse recepita in altri contesti, ad esempio al livello della società civile, delle amministrazioni territoriali e dei governi centrali che di quella dovrebbero essere specchio. “Cultura del terremoto”, nel libro, include certamente le conquiste scientifiche, ma anche le loro traduzioni in atti normativi cui si informa l’azione del cittadino e, soprattutto, la consapevolezza da parte di chi vive nei territori sismici di cosa sia e possa comportare un terremoto con effetti al di sopra della soglia del danno.

Il titolo del volume solleva una immediata curiosità. Puoi riassumere quali siano le tre velocità, in che relazione stanno fra di loro e il perché dell’uso di questo termine?

Se guardo alla cultura del terremoto nel senso ampio che ho detto, estremizzando, posso distinguere i tre aspetti prima richiamati, tenendo comunque presente che sono tra loro strettamente legati: i) l’avanzamento della conoscenza scientifica e la sua divulgazione, cioè l’esito del lavoro dei ricercatori; ii) la traduzione normativa delle acquisizioni scientifiche perché aggiornamenti e modifiche delle norme misurano il cambiamento della conoscenza, l’evoluzione di una cultura del decisore, oltre che il mutamento delle condizioni della società; iii) la cultura del cittadino in relazione a “sismicità”, “pericolosità sismica”, “vulnerabilità”, “riduzione del rischio sismico” ecc., temi rispetto ai quali, considerate le ricadute, proprio i cittadini dovrebbero rappresentare i principali portatori di interesse. Alle componenti che costituiscono questo sistema riferisco l’artificio delle tre velocità perché diversamente si evolvono la ricerca scientifica, l’azione dei decisori nei governi centrali e la sensibilità per la difesa dai terremoti da parte dei cittadini e di chi li rappresenta a livello locale.
Nonostante periodi più o meno fortunati, l’evoluzione della ricerca è caratterizzata da un andamento piuttosto costante. Anche la traduzione della conoscenza scientifica in atti normativi – il secondo elemento del sistema – è vincolata, sebbene dipendente dalla mediazione politica che stabilisce le priorità nei vari ambiti di intervento per la crescita del Paese. Il vincolo, in questo caso, è legato allo stesso progresso della scienza che il legislatore non può ignorare. In sintesi, come desumibile dalla storia della difesa dai terremoti nell’arco di un secolo, è accaduto che l’avanzamento della conoscenza scientifica sia stata non immediatamente tradotta sul piano delle politiche governative, ma in generale è impossibile non rilevare la consistente evoluzione. È il terzo elemento che compone il sistema, l’aggiornamento degli atteggiamenti culturali di coloro che vivono nei territori sismici, a procedere a rilento. Ed è una criticità non trascurabile, considerando che un aspetto come la riduzione del rischio necessita anche del convinto impegno del cittadino.
Le tre velocità, quindi, sintetizza una evoluzione della conoscenza scientifica che si attua con maggiore costanza rispetto a come avviene il suo recepimento sul piano normativo. Per entrambi gli aspetti si può comunque parlare di progresso assai più consistente della crescita della sensibilità per la difesa dai terremoti e della consapevolezza del rischio nei cittadini che, in ultima analisi, del cambiamento dovrebbero beneficiare.

La prima velocità, cui sono dedicati due capitoli, riguarda essenzialmente la geologia e in particolare le sorgenti dei terremoti. Possiamo dire che proponi uno sguardo particolare a questi aspetti?

Sì, diciamo per comodità, visto che si tratta del campo di ricerca nel quale ho lavorato per più di tre decenni. È stato più agevole guardare allo sviluppo della conoscenza sul rapporto tra faglie e terremoti. Per questa prima velocità, inizio con Federico Sacco, 1907: lo schema dell’Abruzzo con i colori tipici di una carta geologica, ma senza faglie. Queste sono riportate in una tavola a parte. La divisione, la geologia con le sue distinzioni stratigrafiche separata dallo Schema delle principali fratture degli Abruzzi (questo il titolo), fa capire che non era del tutto chiaro il ruolo dei movimenti delle faglie nell’evoluzione geologica di un territorio, come non lo erano le conseguenze in termini di sismicità. Se si paragona questa sintesi alle conoscenze rappresentate nei moderni schemi di faglie sismogenetiche, mettendo in fila tutte le tappe intermedie, si possono tangibilmente apprezzare gli enormi passi avanti della ricerca geologica in poco più di un secolo.

Figura_Sacco“Schema delle principali fratture degli Abruzzi” realizzato da Federico Sacco nel 1907 e pubblicato sul Bollettino della Società Geologica Italiana.

La seconda velocità riguarda la storia della cosiddetta “classificazione sismica”, ovvero della distribuzione delle aree (Comuni) nelle quali sono state adottate normative sismiche per la costruzione degli edifici. A questo proposito proponi anche qualche riflessione sul rapporto fra scienza e normativa. Argomento attuale e complesso, giusto?

Per una ricostruzione storica della classificazione sismica, ho riletto più volte i tanti atti normativi emanati nell’arco temporale di più di un secolo e ho fatto riferimento a quanto pubblicato in proposito, soprattutto i tuoi lavori con Carlo Meletti [es., Meletti et al., 2006; 2014]. Poi, ho approfondito il caso dell’Abruzzo, che di fatto ben si inserisce nel più ampio orizzonte dell’Italia sismica. Complessivamente, è facile cogliere il consistente progresso, nonostante interruzioni e qualche retromarcia (leggi declassificazione: comuni precedentemente classificati che non sono più considerati sismici o comuni in prima categoria che vengono posti in seconda). L’impostazione dei primordi, per cui la classificazione interessava territori per aggiunte di abitati terremotati, dopo singoli accadimenti particolarmente distruttivi (es. 1908, 1915) o insieme di eventi (es. quelli dell’Appennino settentrionale tra 1917 e 1920), ha comunque consentito avanzamenti anche significativi: i territori sismici soggetti a normativa per le costruzioni aumentavano, anche se i vincoli imposti avevano la prospettiva limitata del “già terremotato” e non quella delle conseguenze degli scuotimenti futuri in altre aree. L’impianto era sostanzialmente amministrativo, per aggiunte di liste di abitati danneggiati. Poi, a un certo punto, soprattutto dalla fine degli anni Settanta e in maniera più determinante dopo il terremoto del 1980, la conoscenza scientifica ha assunto un peso più determinante, con le ipotesi dell’epoca sulle aree sismiche, non definite solo sulla base di accadimenti degli anni precedenti. Non si è trattato esattamente dell’avvio di un sistema virtuoso; il ricorso alla conoscenza scientifica per aggiornamenti, modifiche, avanzamenti sostanziali in materia di classificazione e riferimenti normativi, come noto, è stato influenzato anche negli ultimi decenni dagli eventi sismici. Così, se c’è una costanza del progresso scientifico, all’impatto sul fronte dei vincoli per la società può attribuirsi l’andamento a singhiozzo: la necessità di fare il punto, tenendo conto dell’avanzamento della conoscenza, non è avvenuto fisiologicamente, ma è stato stimolato dall’evento esterno e luttuoso.

Class. AbruzzoA sinistra, la attuale classificazione sismica dell’Abruzzo. A destra, le tappe della classificazione del territorio. L’ultima tappa è del 2003.

La terza velocità riguarda il tentativo di leggere la consapevolezza del rischio sismico nella cittadinanza attraverso la mediazione dei programmi amministrativi per le elezioni in Abruzzo. In pratica, cerchi di analizzare se e come il tema della riduzione del rischio sismico sia presente nei propositi di liste e candidati delle varie tornate elettorali abruzzesi. Si tratta di un argomento piuttosto originale. Come mai hai scelto questa chiave di indagine?

Nelle realtà demograficamente contenute, come è il caso della maggior parte dei comuni abruzzesi, la politica ha un rapporto assai diretto con l’elettorato. In pratica, chi è eletto conosce bene necessità e desiderata di chi vota. Le visioni personali di un politico o le impostazioni generali di area politica, ammesso che ce ne siano, contano meno che nelle grandi e medie città. Allora, se ci sono priorità, esigenze, urgenze, più facilmente queste vengono incamerate e fatte proprie dai candidati e fissate nei programmi amministrativi. Ciò detto, in una regione negli ultimi anni colpita dai terremoti, ci si aspetterebbe che i residenti, cioè gli elettori, ponessero il tema della mitigazione del rischio al centro del dibattito politico e delle iniziative di governo locale. Perciò ho letto i programmi di tutte le liste e dei vari sindaci candidati in Abruzzo del 2015, 2016 e 2017: nel complesso, più di 3200 pagine, in verità non molto incoraggianti. A parte pochi casi virtuosi, che puntualmente richiamo, emerge la tendenza a non considerare il potenziale effetto di un terremoto come un problema prioritario. Si ravvisa un consistente disinteresse per l’argomento, oppure la tendenza ad affrontarlo in maniera inappropriata, su basi tecniche e culturali errate. Paradossalmente, nella regione in cui per anni si è parlato delle scosse sismiche e delle varie conseguenze sociali, emerge una maggiore attenzione per il rischio idrogeologico. Ecco la terza velocità: questo tipo di cultura del terremoto si evolve (se si evolve) col passo della lumaca.

Qua e là nel testo dedichi molta attenzione ai rapporti, diretti e mediati con la popolazione. Sembra di evincere che si tratta di un argomento complesso e controverso…

Della costante collaborazione tra esperti e cittadini dei territori sismici, a seguito del terremoto del 2009, sono prova le tante e multiformi iniziative e manifestazioni cui ho avuto modo di partecipare o assistere. Il carattere multiforme è, appunto, legato alle varie possibilità comunicative: si va dai seminari alle conferenze per platee selezionate, ai vari tipi di interventi nelle scuole, fino alle mostre, all’impegno nelle piazze con stand dedicati, alle visite guidate, alle escursioni geologiche e agli interventi sulla rete. Ho potuto constatare che ogni modalità ha positivi effetti, posto che si abbia la capacità di proporsi con rappresentazioni e linguaggio adeguati. Personalmente ho utilizzato con costanza, sperimentandone l’efficacia, immagini dal paesaggio fisico e dagli spazi edificati per trasmettere messaggi sulla storia sismica locale e sugli effetti delle manifestazioni della natura. Un versante montuoso su cui sia visibile l’emergenza di una faglia attiva, ruderi, edifici tipicamente riconducibili alle ricostruzioni post sisma, cesure nelle tessiture murarie, iscrizioni che ricordano l’evento distruttivo o celebrano l’avvenuta riedificazione – insomma tutto ciò che fa parte del quotidiano di chi vive in un certo luogo, e che però è legato alla natura sismica del territorio, può acquisire una forte valenza educativa. Del resto, questa potenziale funzione del paesaggio non è una mia scoperta.

Figura_Albe_colori

Resti dell’antico abitato di Albe distrutto dal terremoto del 1915, emersi a seguito degli scavi archeologici del primo decennio di questo secolo.

Gli argomenti trattati sono molto vasti; per certi versi potresti avere scoperchiato il classico vaso di Pandora, come già capitato ad altri. E, come d’obbligo, cerchi di proporre delle conclusioni. Quali, se è possibile sintetizzarle? In particolare, hai la sensazione che la cultura del terremoto sia aumentata in Abruzzo rispetto a cinquant’anni fa, e che di conseguenza il rischio sismico si stia riducendo?

C’è anzitutto la risposta alla seconda domanda, in pratica il punto di partenza. Il quadro della cultura del terremoto in Abruzzo, se ci si riferisce alla sensibilità e alla consapevolezza di chi vi abita, non è particolarmente confortante. È comunque per me difficile dire se la cultura media sia uguale o superiore a quella di cinquant’anni fa. A parte queste considerazioni, è evidente la non priorità della difesa dai terremoti per chi risiede nella regione. Le conseguenze di questo atteggiamento non investono soltanto chi vive nelle zone interne, se si considera che i territori costieri sono stati a lungo non classificati e quindi sono oggi caratterizzati da un significativo deficit di sicurezza sismica. L’obiettivo di chi dedica una parte del suo tempo alla divulgazione, indipendentemente dai modelli adottati, è semplice a dirsi e tante volte espresso: fare in modo che si passi da una sorta di aggiramento dei problemi da parte della maggioranza di residenti e proprietari a una maggiore attenzione e sensibilità, soprattutto considerando gli odierni strumenti per intervenire sul costruito che lo Stato mette a disposizione del cittadino.
Certo, le ragioni dell’inerzia su questo fronte sono molteplici. Ad esempio: l’enorme numero di seconde case, praticamente disabitate, di cui è costituito il tessuto di molti centri abitati non favorisce l’atteggiamento positivo dei proprietari. Può anche darsi che l’impegno per la divulgazione non sia stato ancora sufficiente a far sì che nei paesi ci siano più cantieri di quanti se ne vedono ora. Comunque, a fronte dei limitati interventi, piacerebbe almeno che i proprietari fossero più consapevoli delle caratteristiche dei loro immobili in termini di sicurezza sismica. Ciò sulla base di perizie determinate, ove possibile, anche attraverso azioni delle amministrazioni – ci sono un paio di casi di comuni “virtuosi” al proposito – oppure volute dagli stessi residenti più sensibili al problema di quanto non lo fossero in passato. Quindi, che siano disponibili le diagnosi, che siano note a chi usufruisce di un fabbricato e a chi lo possiede, che questi documenti siano un passaggio verso la responsabilizzazione, che non si debba sentire, a giochi fatti, a danni subiti “io non sapevo”. Ciò aprirebbe poi a scenari di altro tipo: forse lo Stato riparatore potrebbe avere uno strumento di misura per la sua azione.

In definitiva, riassumendo: la cultura del terremoto si sviluppa in Abruzzo secondo tre percorsi le cui velocità non sono sincrone, giusto? E adesso che hai concluso questo tuo libro, hai programmi per una successiva tappa?

Sulle velocità è come dici tu e credo che l’Abruzzo sia una sorta di parte per il tutto, in riferimento all’intero Paese. Con il pregio che valutare le tendenze in questa regione può essere di un certo interesse, in considerazione della peculiarità dei numerosi terremoti recenti e di ciò che a essi è seguito. Su un binario c’è l’impegno di chi fa ricerca e divulga la conoscenza, su un altro la traduzione di questa sul piano normativo e amministrativo, su un terzo la consapevolezza, la sensibilità e la cultura di chi vive nei territori sismici. Sembra che i tre percorsi, pur intersecandosi ogni tanto, soprattutto nei frangenti emergenziali, abbiano avuto per il resto una certa indipendenza e assai diverse siano state le velocità dei tre convogli portatori delle categorie culturali sopra citate.

Infine, uno sguardo al futuro: da un lato, personalmente, continuerò ad approfondire le potenzialità del paesaggio in funzione educativa. Anche riflettendo, criticamente, se sia opportuno o meno insistere sull’utilizzo di uno strumento come questo. Poi, mi piacerebbe ragionare e confrontarmi su una questione più alta: se a distanza di quasi tredici anni dal sisma dell’Aquilano stia cambiando qualcosa o meno al livello dei riferimenti su cui è stata finora incardinata la difesa dai terremoti. È chiaro che un qualsiasi cambiamento avrebbe per conseguenza la modifica del messaggio rivolto a chi vive nelle zone sismiche.

Riferimenti

Meletti C., Stucchi M., Boschi E., 2006. Dalla classificazione sismica del territorio nazionale alle zone sismiche secondo la nuova normativa sismica. In: D. Guzzoni (a cura di), Norme tecniche per le costruzioni, Milano, pp. 139-160, https://www.researchgate.net/publication/235960327_Dalla_classificazione_sismica_del_territorio_nazionale_alle_zone_sismiche_secondo_la_nuova_normativa_sismica

Meletti C., Stucchi M., Calvi G.M., 2014. La classificazione sismica in Italia, oggi. Progettazione sismica, 5 (3), pp. 13-23. https://bookstore.eucentre.it/progettazione-sismica/archivio-numeri/progettazione-sismica-2014/

Sacco F., 1907. Gli Abruzzi. Bollettino della Società Geologica Italiana, 26 (3), pp. 377-460.

 

2 thoughts on ““Le tre velocità”: la cultura del terremoto in Abruzzo. Colloquio con Fabrizio Galadini

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  2. Lavoro interessantissimo; i miei complimenti all’autore. Trovo davvero azzeccato il concetto delle “tre velocità” e, purtroppo, ugualmente corretto il fatto che la più lenta di queste riguarda l’aumento della consapevolezza/cultura della popolazione in generale riguardo il rischio sismico..

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