Tracce ondulanti di terremoto: colloquio con Fabrizio Galadini

Fabrizio Galadini è dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ed è stato ricercatore del Cnr presso l’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria. Insegna geologia per il rischio sismico all’Università Roma Tre. Svolge ricerche sulle faglie attive, sugli effetti dei terremoti del passato e sulle risposte antropiche alle criticità ambientali, mediante indagini geologiche, geomorfologiche, archeosismologiche e di geologia storica.

1-Copertina Tracce ondulanti di terremoto_Tegris

Fabrizio, tu ti occupi prevalentemente di studio delle faglie attive e più in generale di geologia del terremoto anche in riferimento a eventi sismici storici. Su questi argomenti hai scritto articoli scientifici, saggi divulgativi e hai anche curato l’edizione di volumi per un pubblico più vasto, citati più sotto in bibliografia.
Questo volume è qualcosa di diverso. Il titolo del libro è particolarmente evocativo; ci puoi spiegare il progetto del libro e le ragioni del titolo?

I motivi della scrittura del libro e la ragione del titolo necessitano di chiarire un percorso personale che, come tu ricordi, parte dall’esperienza geologica. La geologia dei territori sismici ti porta a capire quanto le forme del paesaggio fisico siano manifestazione delle locali storie sismiche. Nell’attività divulgativa, ho spesso “utilizzato” il paesaggio del determinato territorio nel quale mi trovavo in quel momento per spiegare a chi vi risiede che le stesse immagini della quotidianità, in luoghi caratterizzati da elevata pericolosità sismica, testimoniano dei parossismi del passato. Col tempo ho ampliato la gamma delle immagini, utilizzando anche (e a un certo punto soprattutto) riferimenti agli spazi costruiti, le tracce delle distruzioni sismiche del passato e quelle delle ricostruzioni, mai assenti nei territori sismici, facendo vedere che sono gli stessi paesi a raccontarci la loro storia di danni, anche con i residui murari di un abbandono, e di rinascite, spesso con i macroscopici esempi di edificazione “altrove” di nuovi centri.
L’insieme di manifestazioni della sismicità negli ambienti naturali e negli spazi costruiti contribuisce a generare un paesaggio. Non invento granché… basta leggere il Codice dei beni culturali, art. 131: «Per paesaggio si intende una parte omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni». Ecco il paesaggio come costruzione di eventi del passato o come palinsesto di memorie (volendo citare Eugenio Turri). Se in quanto ci circonda si individua un portato informativo, ne consegue che anche immagini dei luoghi della quotidianità possono essere viste in funzione del loro potenziale didattico. Nel tentativo di migliorare la rappresentazione di questo paesaggio legato alla sismicità di un territorio, ho a un certo punto pensato di utilizzare anche la produzione letteraria, casualmente, durante una rilettura di Vino e pane di Ignazio Silone, riflettendo su un passaggio che faceva riferimento ai paesi che a distanza di decenni ancora recavano i segni del terremoto (quello che nel 1915 colpì la Marsica), rappresentati come alveari spaccati, diroccati, solo in parte ricostruiti. Immagine assai forte ma emblematica di una regione intera. A quel punto ho riletto l’intero Silone, alla ricerca di ulteriori richiami agli effetti di lungo periodo del terremoto, puntualmente trovati in quasi tutti i suoi romanzi e nella produzione di diverso genere. Ho quindi cominciato a citarlo insieme ad altri riferimenti letterari “sismici” relativi all’Abruzzo nei miei interventi pubblici, anche per far capire che non è necessario essere esperti di sismologia per leggere un paesaggio in funzione dei parossismi che hanno contribuito a generarlo, come accade in Silone, Laudomia Bonanni, Mario Pomilio, Massimo Lelj, per citare alcuni che hanno catturato tracce sismiche della regione.
Poi ho allargato lo sguardo all’intero territorio nazionale, riprendendo autori che sospettavo sensibili alle criticità naturali dei territori utilizzati come sfondi delle loro rappresentazioni. Data la mole del materiale letterario disponibile, ho cominciato a scriverci sopra per mettere ordine, trovare un filo logico.
Così è nato il libro. Il titolo, quelle strane tracce ondulanti, è la citazione di Edward Lear, il noto paesaggista inglese dell’Ottocento, che a un certo punto del suo viaggio in Calabria richiama le tracce ondulanti di terremoto come parte del paesaggio che ebbe modo di osservare prima di raggiungere Terranova. Chissà cos’erano nella realtà quelle tracce, ma è evidente, appunto, che siamo nel quadro della rappresentazione letteraria di un territorio sismico. Da qui all’idea di usare il riferimento come titolo del libro il passo è stato breve.

Ti riferisci alle trasformazioni di lungo periodo di un territorio che ha subito un forte terremoto: sappiamo però che gli stessi eventi sismici mentre avvengono sono oggetto di numerose attenzioni letterarie…

È così. Nelle tracce sismiche che costituiscono il paesaggio cercato nella letteratura non è incluso il terremoto mentre accade (e quindi non è compresa la cospicua letteratura che propone descrizioni sincrone alle scosse). Ciò è chiarito nel primo capitolo, nel quale di discute di quel “paesaggio” come rappresentazione – evidentemente personale – da parte di un osservatore, di un contesto naturale o antropico che abbia subito nel corso del tempo, geologico o storico che sia, gli effetti di uno o più terremoti: soprattutto in termini di improvvise o graduali, comunque persistenti, variazioni delle geometrie del costruito e delle forme relative all’ambiente naturale circostante. In sintesi, sono gli effetti di lungo periodo di una determinata scossa o di più eventi sismici.
Questo tipo di lettura implica, da parte dello scrittore, la consapevolezza della relazione tra manifestazioni parossistiche della natura, quindi espressioni della dinamica geologica, e conformazione del paesaggio in generale, sia esso relativo agli ambienti naturali che agli spazi edificati. È quella che Gadda (Le meraviglie d’Italia) definiva acquisita cognizione del profondo, enfatizzando il ruolo della consapevolezza della natura dei luoghi, originati ed evoluti mediante la catena delle cause remote. E in quel caso Gadda prendeva spunto da un vero e proprio territorio “simbolo” della sismicità come la Piana del Fucino.

2-panoramica_Fucino_(AQ)_Tegris

Piana del Fucino (AQ), panoramica da nord. Il bacino di origine tettonica, area epicentrale del terremoto del 1915, è oggetto delle riflessioni di Carlo Emilio Gadda in “Le meraviglie d’Italia”.

Quando si guarda a questi aspetti, cioè al paesaggio come esito di un percorso storico, ne consegue che la cospicua letteratura dedicata agli effetti dei terremoti “in corso” non è argomento prioritario. Tuttavia, è altrettanto vero che l’evento sismico costituisce l’origine dell’evoluzione e della conformazione di un territorio. Per questa ragione il secondo capitolo dà spazio proprio alle descrizioni che hai richiamato, ai terremoti “mentre avvengono”. Trattandosi di un argomento presente in numerosi testi letterari, i riferimenti si limitano alla regione abruzzese, anche in ragione di una storia sismica che sconfina nell’attualità. Nel secondo capitolo, pertanto, è possibile trovare descrizioni sincrone delle scosse del 1349, 1706, 1881, 1915, 1933, 2009 e 2017, da Giovanni Quatrario a Roberta Scorranese, passando per D’Annunzio e Silone.
Oltre alla costanza di riferimenti come la densa polvere causata dai crolli, rinvenibili dal Medioevo a oggi, mi colpisce il concetto di “novità” del paesaggio. Emerge ad esempio con Silone in riferimento al 1915: quando la nebbia di gesso si è dissipata, c’era davanti a noi un mondo nuovo. È l’inizio della trasformazione, un aspetto che riguarda tutti i parossismi della natura. Recentemente mi è accaduto di leggere un passaggio di Roland Barthes sull’alluvione di Parigi del 1955: la piena […] ha stravolto la stessa cenestesia del paesaggio, l’organizzazione ancestrale degli orizzonti: le linee abituali del catasto […]. Il dissesto dell’organismo, cui fa riferimento la cenestesia, è il preludio a geometrie che potranno ripetere le precedenti o essere del tutto estranee a quelle. Comunque, non saranno mai più esattamente le stesse di prima.

Il libro è diviso in alcune parti: ce le illustri per sommi capi?

Ai primi due capitoli ho già accennato; con i successivi si entra più direttamente nel paesaggio costituito dalle conseguenze di lungo periodo dei forti terremoti.
Nel terzo provo a rintracciare testimonianze letterarie che pongano in relazione forme dei paesaggi naturali o sensazioni legate al carattere dei luoghi e alla conoscenza della loro storia, con le caratteristiche sismiche dei territori. Un esempio per tutti, il Pascoli di Un poeta di lingua morta (Pensieri e discorsi), ricordo del poeta reggino Diego Vitrioli, in cui, in riferimento allo Stretto, si afferma che in fondo al mare […] è appiattata, dicono, la morte […] quella che sradica […] quella cui segue l’oblio. Si tratta di un luogo da cui s’irradia la rovina e lo stritolio. Che il passaggio sia di dieci anni precedente al terremoto del 1908 e la sua pubblicazione sia del 1907, sono aspetti che fanno riflettere.
Nel lungo periodo, il paesaggio sismico relativo agli spazi costruiti è rappresentato dai residui della distruzione dovuta al terremoto. A questi residui, quindi alle persistenti (negli anni, decenni, secoli) tracce del danno, alle rovine e ai ruderi sismici con le forme assunte nelle rappresentazioni letterarie è dedicato il quarto capitolo. Il pensiero qui si volge a Ignazio Silone, alla presenza continua, anche a decenni di distanza, della distruzione del terremoto del 1915 nei suoi scritti. I paesi sono sistematicamente residui di quello che furono secoli addietro, mal riparati o abbandonati, comunque in pieno irreversibile degrado.

3-Sulmona_San_Francesco_della_Scarpa_(AQ)_Tegris

Persistenza delle forme acquisite col danno sismico: abside della chiesa di San Francesco della Scarpa a Sulmona (AQ), priva della copertura (terremoto del 1706). A questa emergenza monumentale fanno riferimento, tra Ottocento e Novecento, testimonianze di viaggiatori inglesi come J. A. Cuthbert Hare e A. Macdonell.

4-Aquilonia_Vecchia_(AV)_Tegris

Trasformazione degli abitati a seguito dell’abbandono post-sisma: Aquilonia (AV); terremoto del 1930. L’antico abitato, oggi trasformato in area archeologica, è meta di Paolo Rumiz (“La leggenda dei monti naviganti”); a Franco Arminio si devono invece impressioni sul paese attuale (“Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia”).

Dopo la distruzione, gli spazi abitati subiscono una prima riedificazione, quella che per definizione sarebbe provvisoria, ma che spesso tale non è. A queste ricostruzioni, che spesso modellano indelebilmente gli ambienti edificati, è dedicato il quinto capitolo, con i riferimenti che spaziano da Goethe (Messina post-1783: una città di baracche) al Belice di Piero Chiara (le baracche […] formeranno […] dei falansteri) e di Vincenzo Consolo (i nuovi ghetti che sono le baraccopoli della Valle del Belice), passando per le baracche di Settecento e Ottocento descritte dai viaggiatori (in prevalenza stranieri) in Calabria, per quelle abruzzesi post-1915 (ancora Silone) e approdando a quelle friulane del 1976 (il Campo Ceclis di Chiusaforte,Pierluigi Cappello). Si tratta spesso delle ambientazioni di vicende quotidiane che si articolano su un piano di degrado sociale, come nel caso del romanzo di Fortunato Seminara dall’indicativo titolo Le baracche.

5-Pescina_nuova_(AQ)_Tegris

Persistenza delle costruzioni provvisorie: “casette asismiche” di Pescina Nuova (AQ); terremoto del 1915. I riferimenti a queste costruzioni e alle vere e proprie baracche post-sisma sono presenti in vari passaggi di Ignazio Silone (“Uscita di sicurezza”, “Una piazza è una piazza”, …), e altri letterati abruzzesi (Laudomia Bonanni, Ottaviano Giannangeli, Renzo Paris,…) e non (Nino Savarese, Guido Piovene,…).

Dopo la fase della residenza provvisoria, con l’inizio della perdita di identità dell’abitato (di cui rimangono le macerie alle spalle del residente) e lo spaesamento tipico di chi si trova a vivere nella promiscuità delle baraccopoli, i terremotati accedono a nuove dimore stabili, tipiche espressioni delle ricostruzioni post-sisma. Agli esiti di queste riedificazioni si riferisce il sesto capitolo, che attinge alle rappresentazioni degli spazi abitati generalmente realizzati ex novo, frutto di una rinascita lontanissima da forme e contenuti di quanto esisteva, a sancire la netta cesura con l’accumulo della storia, rappresentata proprio nei muri, negli ambienti, nei tessuti urbani plurisecolari. In sostanza, la perdita di identità è esemplificata, quasi sempre, dalle geometrie delle riedificazioni.

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Riedificazione post-sisma: Teora (AV); terremoto del 1980. La ricostruzione in Irpinia è argomento molto discusso. Al proposito, ad esempio, Cesare De Seta (“Terremoti”), Vinicio Capossela (“Il paese dei coppoloni”), Franco Arminio (“Viaggio nel cratere”, “Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia”, “Terracarne”,…).

Particolarmente interessante, su questo punto, la forte contrapposizione che emerge in Sicilia dall’accostamento di una ricostruzione famosa come quella del Val di Noto – Consolo vedeva nelle forme barocche l’immagine stessa, cristallizzata, dell’onda sismica, una specie di mirabile sfida alla natura – a quella più recente del Belice. Su quest’ultima, in riferimento al paradigma di Gibellina Nuova, le parole di Carola Susani sono indicative: “cose anche belle. Pensiero concentrato su un punto, solo che quel pensiero è del tutto scollato dal contesto […] Così capita che anche il pensiero incarnato dalle opere faccia un effetto comico: un pensierino.

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Ricostruzione post-sisma: Noto (SR), chiesa di San Domenico; terremoto del 1693. Nei movimenti delle forme barocche del Val di Noto, Vincenzo Consolo ha individuato «una suprema provocazione, una sfida ad ogni futuro sommovimento della terra, ad ogni ulteriore terremoto; e sembrano insieme, le facciate di quelle chiese, di quei conventi, di quei palazzi pubblici e privati […] la rappresentazione, la pietrificazione, l’immagine, apotropaica o scaramantica, del terremoto stesso […]» (“Di qua dal faro”).

Si possono individuare letterati che più di altri hanno spiccata sensibilità per le caratteristiche geologiche o sismiche dei territori?

Direi di sì. Volendo proporre un elenco – senza pretesa di completezza, atemporale per quanto riguarda i riferimenti anagrafici, estraneo a paradigmi stilistici e di contenuto e, infine, che guardi indifferentemente a narrativa, poesia e impressioni di viaggio – vedrei Vincenzo Consolo per la Sicilia e Stefano D’Arrigo per lo Stretto, Corrado Alvaro per la Calabria, Franco Arminio e Vinicio Capossela per l’Irpinia, Michele Sovente per l’area flegrea, Ignazio Silone per l’Abruzzo, Umberto Piersanti per l’Urbinate, Andrea Zanzotto per il Veneto prealpino. In pratica, siamo di fronte alla resa letteraria delle caratteristiche di territori che nella mappa di pericolosità sismica si trovano nelle zone 1 e 2, cioè nelle zone a maggior pericolosità sismica.

Evidentemente, anche se l’hai scritto in tempi di lockdown, il progetto del libro ha radice antiche; o sbaglio?

Il progetto del libro non è di molto tempo fa. Diciamo potrebbe essere nato nel 2018. Però è vero che si tratta di una maturazione piuttosto lenta, con un percorso iniziato anni prima. Figurarsi che in prima battuta, parlo del 2015 o del 2016, era mia intenzione che le rappresentazioni letterarie costituissero un semplice paragrafo all’interno di un saggio dedicato ad aspetti di cultura del terremoto in Abruzzo. Quando poi le pagine sono cominciate ad aumentare a dismisura (quelle pubblicate sono 481…) allora ho cambiato prospettiva. In effetti, la ricerca faceva continuamente emergere (o riemergere da libri letti in passato) punti di vista, riflessioni, passaggi di scrittori più e meno famosi, spesso originari dei territori sismici di cui trattavano, talora invece solo di passaggio in quegli stessi territori, magari avendo origini in altre regioni la cui storia è stata condizionata dai terremoti (si pensi al siciliano Nino Savarese che viaggia in Abruzzo o, viceversa, all’abruzzese Domenico Ciampoli che affronta l’Etna), oppure in regioni non particolarmente note per la sismicità (pensiamo al torinese Carlo Levi che si misura con la Basilicata). L’aumento del materiale a disposizione ha reso necessaria l’individuazione di una chiave di lettura e la definizione di un percorso critico; ciò si è risolto in abbozzi di capitoli anche poco organizzati. Poi, l’isolamento per il Covid ha reso possibile fare ordine e dare (spero) un senso.

Anche la disponibilità del consistente insieme di riferimenti deve avere radici antiche…

 La lettura mi ha sempre accompagnato. Mi pare che una volta tu mi raccontasti che durante i tuoi spostamenti, magari alla fine di una giornata di lavoro in attesa di un treno o di un aereo, ti “occorreva” fermarti in una libreria. L’ho sempre fatto anch’io. Questo fa capire che i libri sono spesso una necessità. Il risultato di questa necessità è che la casa in cui vivo è praticamente costruita attorno a svariate migliaia di libri incastonati nei pilastri e nelle travi di acciaio che rendono antisismico l’edificio in un paese del pluri-terremotato Appennino centrale. Poi, da quando faccio il ricercatore, durante la lettura mi è sempre venuto naturale sottolineare i passaggi che avessero riferimenti alle caratteristiche sismiche di un determinato territorio. Questa tendenza va avanti da decenni. Con ciò tante citazioni nel libro sono realmente il risultato di riletture di testi già letti magari venti o trenta anni fa.

Ritieni che questa ricerca possa avere ulteriori sviluppi in un prossimo futuro?

 Continuerò a utilizzare i segni dei terremoti del passato rinvenibili negli ambienti naturali e negli spazi costruiti di un determinato territorio in prospettiva divulgativa, nelle diverse forme in cui questa può essere declinata. Significa mettere insieme informazioni di vario tipo, dalla geomorfologia alla geologia storica, dalla cosiddetta archeosismologia alla storia sismica degli edifici e anche, qualora presenti, le testimonianze letterarie del paesaggio che si è realizzato scontando gli effetti dei terremoti. A questo proposito sto provando a fare una sintesi, quindi anche un bilancio, della personale esperienza degli ultimi dieci anni, periodo nel quale ho potuto rapportarmi alle varie comunità della regione abruzzese, raccontando con varie modalità le storie sismiche dei territori e le tracce di queste nella natura e nei manufatti.

Bibliografia

Galadini, 2020, Tracce ondulanti di terremoto. Rappresentazioni letterarie dei territori sismici d’Italia, Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano (AQ), 481 pp.;
Galadini, C. Varagnoli (a cura di), 2016, Marsica 1915 – L’Aquila 2009. Un secolo di ricostruzioni, Gangemi Editore, Roma, 367 pp.;
Galadini, 2014, Terremoto, geologia, tracce e cultura sismica, in: Il giorno che non vide mai l’alba, Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano, pp. 11-91;
Galadini, 2013, I terremoti in Abruzzo e la cultura sismologica tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, in: Pareva quel giorno dell’Universal Giuditio. Il terremoto aquilano del 1703 tra indagine storica e sviluppo della sismologia moderna, Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano, pp. XVII-CIV;
Castenetto, F. Galadini (a cura di), 1999, 13 gennaio 1915, il terremoto nella Marsica, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 788 pp.

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