La nuova versione di DISS, il database delle sorgenti sismogenetiche (colloquio con Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, sismologo di formazione geologica, dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: https://diss.ingv.it). Gli abbiamo chiesto di commentare l’ultima versione, pubblicata di recente.

Gianluca, puoi spiegare ai non addetti ai lavori in che cosa consiste questo database?

Il Database of Individual Seismogenic Sources, o DISS, è uno strumento ideato per censire le sorgenti sismogenetiche, ovvero le faglie in grado di generare forti terremoti che esistono su uno specifico territorio, esplorandone le dimensioni, la geometria e il comportamento atteso, espresso dallo slip rate e dalla magnitudo degli eventi più forti che tali faglie possono generare. Presenta delle somiglianze con un catalogo/database della sismicità storica, nella misura in cui fornisce informazione georeferenziata sul verificarsi dei forti terremoti, potendo fungere da base di partenza per l’elaborazione di modelli di pericolosità sismica a varie scale spaziali e temporali; tuttavia se ne differenzia per due ragioni fondamentali. La prima è quella di essere principalmente basato su informazione geologica, geofisica e sismometrica, e in parte anche storica. La seconda, che ne rappresenta la vera forza, e quella di “guardare in avanti” in modo esplicito, proponendo dove potrebbero accadere i terremoti del futuro e con quali caratteristiche. Anche un catalogo storico può essere utilizzato con le stesse finalità, sulla base del principio-cardine della Geologia per cui è possibile “ribaltare sul futuro” gli eventi naturali che abbiamo visto nel passato; ma l’immagine del futuro che potrà derivare da quest’operazione è certamente meno nitida di quella che si può ottenere ipotizzando l’attivazione futura di sorgenti sismogenetiche delle quali, almeno nell’ambito di incertezze anche ampie, riteniamo di conoscere le caratteristiche fondamentali, come lunghezza, profondità, cinematica e magnitudo del terremoto più forte che possono generare.

Perché ‘sorgenti sismogenetiche’ e non semplicemente ‘faglie’?

Questo è un quesito importante, che richiede un flashback di circa mezzo secolo. Un’acquisizione relativamente recente nel campo delle Scienze della Terra – parliamo di qualcosa che ha iniziato ad emergere sostanzialmente sugli anni ’70 e gli anni ’80, quantomeno in Italia – è che le faglie che attraversano e dislocano la crosta terrestre sono fortemente gerarchizzate. Fino ad allora aveva prevalso una visione decisamente “piatta” del problema, in virtù della quale tutte le faglie indistintamente venivano considerate in grado di generare terremoti, purché attive; inoltre si tendeva a non cogliere la loro tridimensionalità, anche perché questa caratteristica si scontrava con l’incapacità del geologo di osservare il pianeta a profondità superiore a poche decine di metri, se non attraverso trivellazioni o attraverso l’esecuzione di profili sismici, usando tecnologie sviluppate a partire dal secondo dopoguerra dalla nascente industria degli idrocarburi. A quell’epoca i sismologi venivano soprattutto dal mondo della Fisica, dunque avevano una chiara percezione delle dimensioni e della tridimensionalità della sorgente di un forte terremoto ma non erano in grado di inquadrarla nella realtà geologica; per loro la faglia era al massimo un piano idealizzato nello spazio. Quella realtà ovviamente la maneggiavano bene i geologi, i quali però in quel momento del fenomeno sismico coglievano soprattutto gli effetti di scuotimento, ed eventualmente la loro variabilità legata alla geologia di superficie.

Il punto di svolta che ha riavvicinato queste due culture, un tempo quasi contrapposte, è rappresentato dal terremoto dell’Irpinia del 1980 e dalle successive ricerche sul terreno. Le ricerche sugli aspetti geologici di questo terremoto iniziarono subito ma finirono già nel 1981, quando io ero ancora studente; ripresero nel 1984, per merito di due studiosi inglesi, e furono poi proseguite da Daniela Pantosti e dal sottoscritto nel novembre 1986. Seguirono a ruota nuove ricerche sui terremoti del 1915 nella Marsica e del 1908 nello Stretto di Messina.
Alla fine degli anni ’80 iniziarono quindi ad essere indagati a fondo i terremoti più forti del secolo scorso, per i quali erano disponibili sia dati strumentali, sia osservazioni di terreno su come ciascun evento si inquadrava nell’evoluzione della geologia recente e del paesaggio. Apparve finalmente chiaro anche ai geologi italiani che un forte terremoto è generato da una grande faglia, lunga anche 50 km (in Italia); talora inaccessibile all’indagine diretta, ma che attraverso il suo movimento ripetuto nel tempo diventa l’attore principale dell’evoluzione della geologia e del paesaggio dell’area in cui si trova. L’attività di questo elemento di ordine zero, che noi chiamiamo sorgente sismogenetica e che non necessariamente appare in superficie (si parla allora di una faglia ‘cieca’), determina a sua volta la formazione di un complesso reticolo di faglie gerarchicamente subordinate nel volume di roccia in cui è immerso. Queste faglie minori, che per lo più non sono in grado di generare terremoti, rappresentano certamente una evidenza diretta dell’esistenza della sorgente profonda e sono certamente ‘attive’ in senso geologico; ma allo stesso tempo è difficile – se non impossibile – evincere da esse i caratteri della sorgente profonda.

Dunque in che cosa il DISS si differenzia dai database delle faglie attive?

La risposta discende direttamente da quanto ho appena asserito. Il DISS (si veda l’immagine, che mostra la pagina di ingresso alla consultazione della versione 3.3.0 del database, pubblicata a dicembre del 2021), si propone di censire con la massima accuratezza delle sorgenti sismogenetiche, ovvero delle strutture di ordine gerarchico principale che possono causare forti terremoti; anche se, come spesso accade, tali strutture sono cieche, ovvero prive di un’espressione superficiale diretta, cioè fragile, o sono addirittura in mare. Un’ampia sintesi di cosa è il DISS e di cosa contiene, seppure non molto aggiornata, è fornita in Basili et al. (2008). Ovviamente prima di censirle bisogna identificarle, queste sorgenti, verificando i rapporti di ciascuna con quelle adiacenti: un tema di ricerca che ancora oggi non viene insegnato in alcun ateneo, per quello che mi risulta.
A sua volta, un database di faglie attive – in Italia abbiamo ITHACA (ITaly HAzard from CApable faults), nato nel 2000 e gestito dall’ISPRA – tende a censire tutte le faglie che interessano un determinato territorio e che si sono mosse in tempi relativamente recenti (a seconda dei casi si ragiona sugli ultimi 10.000 anni, o sugli ultimi 40.000 anni, o anche su tempi più lunghi). Tuttavia, essendo basato quasi esclusivamente sull’evidenza di superficie, questo database difficilmente potrà contenere faglie cieche di qualunque ordine gerarchico, incluse quelle primarie, e tantomeno faglie a mare.

Schermata 2022-05-04 alle 22.53.42Si badi bene che dietro questo dualismo ci sono due visioni molto differenti della ricerca sulla sismogenesi. Il DISS “parte dai terremoti”, mentre ITHACA (così come tutte le compilazioni simili in giro per il mondo) “parte dalle faglie”. Dove c’è stato un forte terremoto ci deve essere per forza una grande sorgente sismogenetica, e questo spiega anche perché il DISS sia nato in qualche modo “imparentato” con il CFTI, il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia, che non a caso è arrivato a piena maturazione fra il 1997 e il 2000. Sapendo che i grandi trend sismogenetici sono relativamente pochi e relativamente regolari, l’obiettivo iniziale del DISS era quello di ricostruire al meglio che fosse possibile questa “litania” di sorgenti sismogenetiche, messe in fila come un trenino. C’era un fatto certo, il terremoto – e questo implicava anche una sconfinata fiducia nelle capacità e nell’importanza della sismologia storica, che io ancora oggi difendo strenuamente – e c’era un esito incerto, ovvero la nostra capacità di “capire” la sorgente di quel terremoto. Viceversa, nella ricerca sulle faglie attive di superficie prima di tutto contano le faglie stesse, ovvero conta la capacità – mai scontata – di identificare importanti dislocazioni sul terreno e di certificarne “l’attività”; i terremoti semmai arrivano dopo, venendo “calati,” talvolta addirittura “forzati”, sulle strutture individuate, con la sola eccezione di quei pochissimi casi in cui siamo stati testimoni diretti sia dello scuotimento sismico, sia degli effetti geologici di superficie.

Un caso per tutti è quello del terremoto del 1693 nell’area iblea, che si trovò a essere assegnato alla cosiddetta scarpata ibleo-maltese, distante qualche decina di chilometri dall’area dei maggiori effetti di quell’evento, e che oggi in molti riteniamo essere in terraferma, probabilmente sotto la dorsale del Monte Lauro. Ritenevo – e a maggior ragione ritengo oggi ­– che quello fu un errore concettuale, basato sulla presunzione che tutte le faglie sismogenetiche abbiano un’espressione superficiale, e per di più, che siano ‘poche’. Ma era una presunzione, appunto, perché come già accennato, molte grandi faglie sismogenetiche sono parzialmente o totalmente cieche; ed erano gli stessi terremoti a mostrarci qualcosa che le faglie attive di superficie, evidentemente un sottoinsieme di tutte le faglie che attraversano la crosta terrestre, non avrebbero mai potuto insegnarci. Mi riferisco al terremoto del 1980 in Irpinia, generato da un faglia che arrivava in superficie ma che mai avrebbe potuto essere identificata a priori (in compenso ne venivano identificate numerose altre, che però quel 23 novembre 1980 non si mossero); al terremoto del 1908, un evento di magnitudo superiore a 7.0 generato da una faglia sorprendentemente ma evidentemente cieca; o anche al terremoto di San Giuliano di Puglia del 2002, generato da una faglia profonda 10-20 km che nessun geologo di terreno avrebbe mai potuto vedere e mappare. Le mie possono suonare come critiche sgradevoli, ma a 25 anni dall’inizio della vicenda che sta narrando credo sia giusto fare anche i conti con la storia, con i suoi successi e con gli eventuali errori; anche miei ovviamente.

Tornando al dualismo sorgenti vs. faglie attive (di superficie, è sottinteso), devo riconoscere che sto molto semplificando il tema, ma solo perché per me questa distinzione è chiarissima, e tuttavia, su questo dualismo negli ultimi 25 anni non sono mancati gli equivoci. Tra le faglie attive esistono in piccola misura anche elementi primari, ovvero elementi che rappresentano l’espressione diretta della fagliazione in profondità; ma resta vero che per la gran parte, le faglie attive sono in realtà faglie passive, che non è un gioco di parole ma indica il fatto che esse si mobilizzano esclusivamente se e quando si muove la sottostante sorgente sismogenetica, ovvero l’elemento strutturale di ordine gerarchico principale.
Fortunatamente questa mia affermazione si sta consolidando sempre di più negli ultimi anni, ma sono sicuro che esistono ancora molti geologi “duri e puri” che non ci si riconoscono, sia in Italia sia in molte altre regioni sismiche del globo. Su questo tema è utile mostrare una immagine tratta da Bonini et al. (2014), e che riguarda la sorgente del terremoto di L’Aquila del 2009:

Schermata 2022-05-04 alle 22.53.57

La figura mostra due sezioni geologiche attraverso la faglia che ha generato quel terremoto, indicata in rosso e ben delineata dalla sismicità. Nell’articolo si tentò di gerarchizzare tutte le faglie che hanno avuto un ruolo in quel forte terremoto: dalla principale, che è poi la sorgente sismogenetica, indicata come Categoria 1, a dei piani di sovrascorrimento antichi che hanno limitato la dimensione della faglia principale “confinandola” tra circa 3 e circa 10 km di profondità e limitando così la magnitudo del terremoto(Categoria 2), alle faglie di superficie generate ex-novo (Categoria 4) o riattivate passivamente in quanto pre-esistenti (Categoria 5) dal movimento della faglia profonda.
Come dicevo sopra e come la figura mostra chiaramente, ricostruire la geometria di una sorgente sismogenetica profonda a partire dei soli elementi fragili di superficie è come minimo fonte di gravi ambiguità, perché si rischia di mappare come elementi primari e indipendenti delle faglie che in effetti si muovono solo in corteo e come risposta al movimento di un elemento di ordine gerarchico superiore, e come massimo impossibile. Idealmente una sorgente sismogenetica viene ricostruita a partire da dati strumentali di varia natura, che possono essere poi confrontati con l’evidenza di terreno; ma per i terremoti di epoca pre-strumentale bisogna ricorrere a un mix ben strutturato di dati storici, geologici e geomorfologici, che illustrino una evoluzione estesa su un orizzonte relativamente lungo, per esempio un milione di anni, e di dati geofisici, se disponibili, come ad esempio le tante linee sismiche industriali realizzate in Italia nell’ambito della ricerca degli idrocarburi.
La conoscenza delle faglie attive e delle sorgenti sismogenetiche è utile per tante ragioni, ma la sua applicazione più ovvia è nella stima della pericolosità sismica. E anche qui per me la distinzione è semplice e diretta. Conoscere le sorgenti sismogenetiche aiuta in modo anche sostanziale a valutare la pericolosità sismica da scuotimento (ground shaking hazard), che include anche la pericolosità dovuta a frane e liquefazioni, ma dice poco sui possibili effetti geologici ‘fragili’ di superficie di un forte terremoto. Viceversa, conoscere la distribuzione delle faglie attive dice poco o nulla sulla sismogenesi, ma ci consente di valutare pericolosità sismica da fagliazione superficiale (surface faulting hazard), ovvero gli effetti ‘fragili’ appena citati, con implicazioni evidenti sul corretto uso del territorio nelle aree che si trovano al di sopra di una grande faglia sismogenetica; anche perché dallo scuotimento ci si può sempre difendere, almeno in linea di principio, mentre ben poco si può fare di fronte alla possibilità che le fondamenta di un’infrastruttura critica vengono brutalmente dislocate da una scarpata di faglia, anche di un metro o più.
Si tratta quindi di due strumenti non alternativi ma del tutto complementari, perché ciascuno porta informazioni che l’altro non è strutturalmente in grado di fornire; ed è per promuovere questo principio che io e i miei colleghi più vicini ci siamo molto adoperati negli ultimi anni. Anche la Protezione Civile nazionale è ben consapevole di questo dualismo, tanto da aver finanziato già da alcuni anni un progetto che coinvolge INGV e ISPRA e che punta a rendere culturalmente, scientificamente e informaticamente interoperabili i due database DISS e ITHACA; questo avvantaggerà molto tutti coloro che si avvicinano a questi due strumenti, non sempre cogliendone le differenze.

DISS è nato nel 2000. Puoi ripercorrere brevemente le tappe della sua evoluzione?

Nel luglio 2000 abbiamo presentato il prototipo del DISS, che veniva distribuito su un CD-ROM insieme a un software GIS in uso gratuito; ma in effetti la sperimentazione era iniziata nel 1996, addirittura nell’ambito di una tesi di laurea, collegata ad un progetto europeo in cui l’INGV (allora ancora ING) collaborava con l’ISMES di Bergamo. Nel luglio 2001, esattamente un anno dopo, abbiamo presentato la versione 2.0 del DISS, che era accompagnata da un volumetto degli Annali di Geofisica, da un poster e da un CD-ROM.
L’accoglienza fu entusiastica, ma si trattava ancora di uno strumento molto rudimentale, che conteneva solo quelle che oggi chiamiamo “sorgenti individuali”, ovvero delle rappresentazioni semplificate – ma pienamente tridimensionali – delle sorgenti di numerosi forti terremoti del passato e anche di qualche possibile terremoto futuro. In quella fase pionieristica giocavano un ruolo centrale le “sorgenti macrosismiche”, di cui dirò nel seguito. Negli anni successivi però si capì che bisognava dare più spazio alla Geologia, che era l’unico modo per anticipare i terremoti del futuro e rendere il DISS uno strumento prognostico realmente utilizzabile per analisi di pericolosità sismica, ovvero “completo”.

Fu così che nel 2005 vennero introdotte le “sorgenti composite”, che affiancavano informazione geologica a quella sismologica condensata nelle “sorgenti individuali”. Lo scopo era quello di identificare tutti i principali sistemi di faglia estesi, senza poterli però segmentare, come si dice nel nostro gergo, nelle singole porzioni di questi sistemi che generanno un singolo forte terremoto. La prospettiva dichiarata – ma forse solo con la pretesa ­– era quella di costruire un insieme completo rispetto a tutte le sorgenti sismogenetiche che esistono sul territorio italiano, così come i sismologi storici si sforzano di rendere i loro cataloghi completi almeno per un congruo numero di secoli.
Le “sorgenti composite” sono definite con minor dettaglio di quanto non lo siano le individuali, ma si spingono coraggiosamente in zone dove non abbiamo ancora visto grandi terremoto ma è legittimo ritenere se ne potranno verificare nel futuro.

Ne 2009 sono state poi introdotte le “sorgenti dibattute”, ovvero delle faglie attive proposte in letteratura ma che non riteniamo ancora mature per una trasformazione in sorgenti vere e proprie, e le “zone di subduzione”; non solo quella ionico-tirrenica, ma anche quella dell’Arco Egeo – un’area del Mediterraneo in grado di generare forti terremoti e maremoti che possono interessare anche l’Italia – e quella, in larga misura disattivata, che si estende al di sotto dell’Appennino centrale e settentrionale.

In oltre 20 anni di storia il DISS è cresciuto molto (invito tutti a vedere la piccola ma eloquente animazione in cima a questa pagina di sintesi e a verificare l’evoluzione delle diverse versioni), anche attraverso la pubblicazione di sintesi regionali a cura degli autori del DISS e grazie all’avvio di collaborazioni con altri istituti di ricerca, italiani e stranieri. Abbiamo esteso il numero delle sorgenti composite, che sono triplicate, passando da 65 nel 2005 a 197 nel 2021; il numero dei riferimenti bibliografici, più che raddoppiato nello stesso intervallo di tempo, da 1.720 a 4.057, e il numero delle immagini associate alla descrizioni delle sorgenti, da 550 a 1.192; tutte le novità sono state attentamente registrate in un file di “Accompanying Notes” e il contenuto di ogni versione è stato “congelato” con l’assegnazione di un DOI (tutte le versioni sono scaricabili on-line).

Dal 2000 a oggi sono “solo” aumentate le conoscenze o sono intervenuti anche cambiamenti di punti di vista?

Questa è una domanda a cui mi fa molto piacere rispondere perché contiene l’essenza dello sforzo fatto in questi ultimi 25 anni. Premetto che il DISS non è un database nel senso stretto, ovvero uno strumento che si limita ad accumulare e rappresentare un certo set di conoscenze; al contrario, è uno strumento i cui contenuti sono sempre approvati e sottoscritti dai componenti del gruppo di lavoro, i quali in qualche modo “ci mettono la faccia”. Qualunque scelta, qualunque affermazione è riconducibile a uno o più autori, i quali hanno proposto e portato all’attenzione di tutto il gruppo di lavoro  ipotesi scientifiche basate su proprie convinzioni o sull’analisi della letteratura. Ciò detto, si, l’orizzonte è molto cambiato rispetto ai primordi. Per sintetizzare al massimo, il DISS è partito come uno strumento basato da un lato su pochi forti terremoti del XX secolo, studiati o reinterpretati a partire da dati sismologici, geofisici, geodetici e storici, e dall’altro su un gran numero di terremoti storici, analizzati con la tecnica Boxer, non a caso pubblicata nel 1999. Boxer consentiva di estrarre una pseudo-sorgente sismica da un quadro macrosismico, purché ragionevolmente denso e ben distribuito geograficamente intorno all’area epicentrale. Questo modo di procedere era l’applicazione pedissequa del principio che ho enunciato, e cioè del fatto che è necessario partire dai terremoti e poi marciare a ritroso per studiare le faglie che li hanno generati; ma era anche il modo migliore per non impelagarsi nelle difficoltà intrinseche nella ricerca delle faglie attive, una volta stabilito che forse il 50% delle sorgenti dei grandi terremoti sono cieche, e al massimo causano in superficie un quadro deformativo che è difficile ricondurre alla sorgente primaria.
Con l’uscita della versione 3.0, nel 2005, c’è stata una prima rivoluzione. Abbiamo deciso di uscire da una fase pionieristica in cui era inevitabile utilizzare in maniera preponderante il dato storico e si è cercato di aprire una nuova fase in cui invece diventasse dominante la tipologia di dato che ci era più congeniale, ovvero quello geologico-sismotettonico. Come già accennato, nacquero le “sorgenti composite” e uscirono di scena  le sorgenti basate esclusivamente su informazioni macrosismiche, anche se il dato storico non spariva del tutto ma continuava essere uno degli elementi principali nella costruzione delle sorgenti, particolarmente quelli individuali; tuttavia, a differenza di quello che avveniva in precedenza, tutte le sorgenti riflettevano in misura variabile un’informazione geologica, geofisica, e nei casi più favorevoli, sismometrica e geodetica.
Questo cambio di passo è stato reso obbligato dalla necessità – o comunque dal desiderio – di iniziare a mappare anche sorgenti sismogenetiche in mare, sfruttando la grande mole di dati geofisici disponibili per i bacini italiani. Difficilmente queste sorgenti, che includono anche l’area di subduzione ionico-tirrenica, possono essere caratterizzate con riferimento alla sismicità, sia storica che strumentale, e solo occasionalmente sono disponibili evidenze dirette di fagliazione sul fondo marino.
Tra i cambiamenti di filosofia, per così dire, c’è stata anche la decisione di migliorare l’accessibilità dei dati, in un processo che ha seguito e sfruttato la rapida evoluzione degli strumenti GIS, e negli ultimi 15 anni anche web-GIS. La versione 3.3.0 è interoperabile con diverse banche-dati pertinenti, quali il CPTI-DBMI, il CFTI, la banca-dati strumentale dell’INGV denominata ISIDe, oltre che, come già detto, con ITHACA. La base geografica può essere scelta in un ventaglio di proposte e possono essere aggiunti i confini amministrativi ISTAT e misurate distanze, come se ci si trovasse in un vero GIS da desktop. È quindi possibile realizzare immagini di grande ricchezza, caratterizzando il rapporto tra sorgenti sismogenetiche, sismicità del passato e sismicità strumentale. Va infine ricordata la possibilità di consultare il DISS attraverso Google Earth, con tutte le opportunità che a sua volta questa piattaforma consente.
La circolazione dei dati proposti da DISS è stata resa più facile dalla possibilità di scaricarli in vari formati di scambio e dal fatto che gli stessi dati oggi si interfacciano in modo diretto con OpenQuake, il software per il calcolo della pericolosità sismica di base che si sta rapidamente imponendo a scala globale. La sfida più recente riguarda la possibilità di rendere il pubblico degli utenti del DISS più partecipe dell’evoluzione di questa banca-dati, anche attraverso una presenza capillare sui social networks; questo sia per renderne l’uso più diffuso, sia per sollecitare possibili contributi esterni utili a migliorare la definizione delle sorgenti esistenti o a introdurne delle nuove.

Quali sono gli utilizzi attuali di DISS?

Noi monitoriamo costantemente gli accessi al DISS e riceviamo diverse sollecitazioni dagli utenti, ma è arduo capire chi c’è dietro ogni indirizzo IP; al massimo possiamo fare delle inferenze. Sappiamo dai record bibliometrici che il DISS viene consultato e attivamente utilizzato per scopi di ricerca, prevalentemente da colleghi italiani ma anche da studiosi del resto del mondo. Vediamo dati e immagini tratti dal DISS in numerose relazioni tecniche, realizzate dalle amministrazioni o da singoli professionisti, ad esempio nel contesto di attività di microzonazione a diversi livelli o di attività di rivalutazione della pericolosità sismica di siti di specifico interesse, come le reti di trasporto e le dighe.
C’è poi l’uso più “nobile”, che è particolarmente delicato perché impegna la banca-dati nella sua interezza: mi riferisco alla elaborazione di modelli di pericolosità a scala regionale o nazionale, come nel caso del recente modello MPS19. Il DISS entra in questi modelli direttamente, attraverso le “sorgenti composite” e relativi ratei di attività (ottenuti dagli slip rates), ma anche in altri modi meno diretti, come nella definizione della magnitudo massima attesa nelle diverse aree, nella delineazione di zone a sismicità omogenea, o nella definizione di macroaree in cui effettuare scelte operative diverse  – ad esempio nella scelta delle relazioni di attenuazione più adatte a ciascuna area – e infine nella definizione delle aree da considerare di near-field.

L’idea di DISS è stata estesa all’Europa?

Certamente. Un primissimo tentativo data addirittura al periodo 1998-2000, quando le esperienze in corso in ambito DISS vennero estese al resto dell’Europa nel quadro del progetto comunitario Faust, di cui conserviamo gelosamente in vita il sito originario.
Tra il 2009 e il 2013 il DISS è stato adottato come una sorta di template per la costruzione di EDSF13 (oggi aggiornato in EFSM20) dal progetto comunitario SHARE , che aveva come obiettivo primario la realizzazione di un nuovo modello di pericolosità a scala europea. Le “sorgenti composite” sono state scelte come elemento di base di una mappatura da estendere a tutto il continente europeo, o almeno della sua porzione in cui esistono faglie in grado di generare forti terremoti. In quegli stessi anni era attivo il progetto EMME, un omologo di SHARE che si proponeva di realizzare un modello di pericolosità per la Turchia e il Medio Oriente, e il modello EDSF venne così armonizzato con l’imponente raccolta di faglie sismogenetiche che caratterizza quei territori.
ll modello DISS è stato poi mutuato – in alcuni casi con il relativo software – da alcuni altri singoli paesi europei. Citerò qui solo il caso del GreDaSS (Greek Database of Seismogenic Sources), realizzato dalle università di Ferrara e di Salonicco.

Esistono realizzazioni simili in altre parti del mondo?

Esistono alcune decine di compilazioni di “faglie attive”, “faglie sismogenetiche”, “lineamenti” e tutte le categorie intermedie; molte sono censite dal progetto GEM-Global Active Faults, che non a caso nelle sue fasi iniziali prese ad esempio proprio il DISS-EDSF (si veda il report del progetto GEM-Faulted Earth). Ma a onor del vero – e mi si perdoni l’immodestia – quasi nessuna di queste compilazioni offre tutta la ricchezza di informazione immagazzinata dal DISS, con la sola eccezione della California: una ricchezza dovuta soprattutto al fatto che l’Italia possiede una storia sismica ricchissima, una comunità delle Scienze della Terra molto attiva, e molti dati di esplorazione geofisica, ed è sede di terremoti che vengono registrati e studiati con grande attenzione. Anche altri paesi godono di queste prerogative, ma per ragioni che non so spiegarmi i loro modelli della sismogenesi basati su faglie attive sono ancora molto essenziali: valga per tutti l’esempio del Gia­ppone, dove ancora si fatica a trattare in modo naturale persino la terza dimensione delle faglie, quella verticale: cruciale per la pericolosità sismica, ma decisamente ostica per il geologo tradizionale.

È possibile valutare la “completezza” di DISS?

Temo che la risposta sia negativa, o comunque non semplice. È un fatto che l’introduzione delle “sorgenti composite” nel 2005 servisse proprio a “rincorrere” la completezza, ma è arduo dire a che punto siamo oggi. Un esercizio utile può essere quello di confrontare gli earthquake rupture forecasts (ERFs) proposti da Visini et al. (2021) nel quadro della elaborazione della MPS19, e ragionare sulle differenze tra il modello “DISS based” (MF1) e gli altri modelli non basati su sorgenti sismogenetiche (spero che qualcuno elabori queste differenze e ci scriva sopra un articolo, che sarebbe utilissimo). Un giorno lontano potremmo valutare questa completezza attraverso dati GPS, come hanno fatto Carafa et al. (2020) per una porzione dell’Appennino centrale, in via sperimentale.

What next?

What next…. Dal punto di vista dei contenuti è relativamente facile ipotizzare che continuerà incessante la ricerca di nuovi dati e di nuove sorgenti, ma che la struttura della banca-dati resterà abbastanza stabile per qualche anno almeno. Mi è più difficile rispondere per ciò che riguarda gli utilizzi del DISS: le possibili applicazioni sono numerose, ma ho spesso la sensazione che siamo stati più veloci noi a crearlo, nonostante che ormai siano passati esattamente 25 anni dai primi esperimenti, che non il mondo dei possibili utenti a sfruttarlo.

Normalmente in un modello di pericolosità a scala nazionale o regionale entrano tre set di dati di ingresso, che idealmente possono essere usati per costruire modelli della sismogenesi in teoria indipendenti, ma in pratica variamente intrecciati tra loro, come ho raccontato finora. Li descriverò brevemente in ordine crescente di complessità:

  • modelli a sismicità diffusa (smoothed seismicity), che si basano esclusivamente sui terremoti già accaduti, talora con piccoli correttivi di natura sismotettonica, e che letteralmente “spalmano” la sismicità già vista su zone più ampie. La produttività sismica è quindi strettamente proporzionale a quello che arriva dal catalogo sismico utilizzato;
  • modelli di zonazione sismogenetica, nei quali il territorio è suddiviso in aree indipendenti all’interno di ciascuna delle quali si assume che la sismicità abbia caratteristiche costanti, indipendentemente dal punto esatto che si considera, inclusa la produttività sismica; quello che si ottiene è un patchwork di zone più o meno grandi all’interno delle quali la sismicità è omogenea;
  • modelli di sorgente sismogenetica, ovvero modelli quali il DISS, nei quali la delineazione delle sorgenti è guidata anche dalla conoscenza dei forti terremoti del passato, ma la produttività sismica è calcolata in modo indipendente sulla base delle stime dei ratei di dislocazione delle faglie (gli slip rates). Quello che si ottiene è un andamento delle sismicità che segue fedelmente le strutture sismogenetiche riconosciute.

Il modello MF1, l’unico ad essere stato derivato esclusivamente dalle sorgenti del DISS, offre evidentemente una migliore risoluzione spaziale, come fosse un quadro disegnato con un pennello più sottile; consentendo da un lato di determinare con maggior accuratezza quale sarà lo scuotimento atteso al di sopra delle sorgenti, ovvero nel cosiddetto near-field (al netto di altri effetti di sorgente come la direttività e di eventuali e onnipresenti effetti di sito, ovviamente), dall’altro di non ‘portare pericolosità’ in zone in cui l’evidenza geologica, corroborata da quella storica e strumentale, non mostra la presenza di simili sorgenti sismogenetiche. Il DISS offre questa informazione: se non dovunque, in molti luoghi dell’Italia.

L’immagine qui di seguito (Fig. 3 di Meletti et al., 2021) mostra che da ognuno di questi modelli è possibile calcolare dei ratei di sismicità ai nodi di una griglia regolare e con un passo adeguato a non creare singolarità indesiderate (in genere qualche km).

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Le due immagini che seguono mostrano la differenza tra il modello di pericolosità sismica elaborato per la Turchia nel 1996 (sopra), basato essenzialmente su un modello di zonazione sismogenetica tradizionale, e il modello pubblicato nel 2018 (sotto), che fa tesoro delle conoscenze sulle sorgenti sismogenetiche raccolte grazie ai già citati progetti SHARE e EMME. Si percepisce distintamente la differenza di potere risolvente dei due modelli, particolarmente evidente nel settore occidentale del paese; e si percepisce anche l’aumento della ‘dinamica’ del modello del 2018, che mostra valori di accelerazioni alti a cavallo delle sorgenti sismogenetiche e valori bassi i quasi nulli lontano da esse.

Schermata 2022-05-04 alle 22.57.49

Da: https://www.researchgate.net/publication/270704802_Turkey%27s_grand_challenge_Disaster-proof_building_inventory_within_20_years/figures?lo=1

Schermata 2022-05-04 alle 22.57.57

Da: https://www.researchgate.net/profile/Abide-Asikoglu/publication/334094188/figure/fig1/AS:774777023262721@1561732645307/Seismic-hazard-map-of-Turkey-4.png

Fino ad oggi in Italia non siamo riusciti a cogliere del tutto questa opportunità, che potrebbe contribuire a rendere più accurato il modello di pericolosità sismica. I motivi veri non mi sono chiari, anche se qualcuno ritiene che DISS non sia sufficientemente maturo a questo scopo, senza peraltro spiegarlo in modo opportuno.

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Chiudo ringraziandoti per l’opportunità che mi hai dato di riflettere e scrivere su questi 25 anni di storia, che peraltro ci hanno visto sempre ragionare in buona sintonia (anche se inizialmente eravamo su due fronti opposti, quali sono stati ING e GNDT fino al 2001, anno di nascita dell’INGV). Ringrazio anche tutti coloro che avranno avuto la pazienza di arrivare a leggere questi pensieri fino in fondo.

Il ruolo dei tecnici nell’emergenza post-sisma: l’importanza della cultura della prevenzione sismica nella formazione scolastica e universitaria (di Michele Galizia)

Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo contributo sul tema delle verifiche degli edifici a seguito di un terremoto

Michele Galizia si è laureato in ingegneria civile edile a Padova nel 1980. E’ stato allievo del prof. Alberto Bernardini, il coordinatore del Gruppo di lavoro, costituito dal Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti del CNR e dal Servizio Sismico Nazionale del Dipartimento della Protezione Civile, che ha redatto la prima scheda AeDES (Agibilità e Danno Emergenza Sismica) dopo 3 anni di lavoro nel 2000. Ha esercitato la libera professione a Padova e a Venezia.
Come ingegnere volontario ha effettuato le verifiche degli edifici colpiti dal sisma in Irpinia nel 1980, in Abruzzo nel 2009, in Emilia nel 2012 e in Centro Italia nel 2016 e 2017.
Dalla primavera 2021 è in pensione.

Il rischio sismico in Italia è elevato e diffuso.
I recenti e devastanti terremoti che hanno colpito l’Abruzzo nel 2009, l’Emilia nel 2012 e il Centro Italia nel 2016 hanno causato danni elevati a territori molto vasti, con decine di Comuni colpiti, centinaia di morti e decine di migliaia di cittadini coinvolti.
Sono ingegnere civile edile e ho fatto le verifiche degli edifici colpiti dal sisma in Irpinia nel 1980, in Abruzzo nel 2009, in Emilia nel 2012 e in Centro Italia nel 2016 e nel 2017.
Durante le verifiche, a cui assistevano in sicurezza i proprietari degli edifici, ho visto nei loro volti e nelle loro parole la sofferenza e la paura causate dal terremoto. Queste persone alloggiavano temporaneamente da parenti, o nella seconda casa lontana dalla zona colpita, o in albergo oppure in tenda. Dai loro sguardi e dalle loro parole ho compreso che lasciare la propria abitazione colpita dal terremoto e iniziare una altra vita, dove si dipende in tutto e per tutto dagli altri, è una delle peggiori disgrazie che possano capitare.

Allora il compito di noi tecnici era quello di fare prima possibile la verifica dell’immobile, mediante la compilazione della scheda AeDES (Agibilità e Danno Emergenza Sismica, https://tegris2013.files.wordpress.com/2022/03/scheda-aedes.pdf), per stabilire se era agibile e quindi permettere alle persone di tornare alle loro abitazioni e a una vita normale, oppure inagibile o agibile parzialmente per attivare le procedure dello Stato per ridare una abitazione a questi nostri sfortunati connazionali. In sintesi: fare presto e fare bene. E’ importante rilevare che si tratta di un compito di grande responsabilità umana e professionale, perché “La valutazione di agibilità in emergenza post-sismica è una valutazione temporanea e speditiva – vale a dire formulata sulla base di un giudizio esperto e condotta in tempi limitati, in base alla semplice analisi visiva ed alla raccolta di informazioni facilmente accessibili – volta a stabilire se, in presenza di una crisi sismica in atto, gli edifici colpiti dal terremoto possano essere utilizzati restando ragionevolmente protetta la vita umana. L’esito Agibile va scelto, quindi, se si soddisfa pienamente la precedente definizione”. In media il sopralluogo con esame visivo esterno e interno dell’edificio e la compilazione della scheda AeDES (3 pagine + 1 di istruzioni) impegnavano la squadra composta da 2 tecnici per circa 60 minuti.

In Emilia, colpita il 20 e il 29 maggio 2012, sono stati impegnati circa 1.000 tecnici volontari in turni settimanali con oltre 90.000 verifiche AeDES che hanno permesso in 10 settimane, dall’inizio di giugno ai primi di agosto 2012, di verificare tutti gli edifici colpiti dal sisma.
Dopo questa emergenza sismica nazionale, Il Dipartimento Nazionale di Protezione Civile, con il DPCM dell’8 luglio 2014, ha stabilito che le verifiche di agibilità (compilazione della scheda AeDES) sia compito di tecnici appositamente formati con corsi specifici a livello regionale e organizzati nel Nucleo Tecnico Nazionale.

Il DPCM nelle premesse dice: “Considerato che durante la gestione dell’emergenza post-sismica, nell’ambito delle attività di assistenza alla popolazione, è necessario effettuare speditamente il rilievo del danno e la valutazione di agibilità delle costruzioni, finalizzati al rientro tempestivo della popolazione nelle proprie abitazioni ed alla salvaguardia della pubblica incolumità, con l’obiettivo di ridurre i disagi dei cittadini e gli ulteriori possibili danni; Considerata l’esigenza, maturata in seguito agli eventi sismici degli ultimi anni, di migliorare il sistema di gestione delle operazioni
tecniche di rilievo del danno e valutazione dell’agibilità degli edifici nella fase di emergenza post-sisma, mediante la creazione di un sistema strutturato che preveda l’istituzione di un elenco di tecnici appositamente formati;…”

La prima considerazione che mi venne in mente allora fu che mancava una disposizione transitoria, da utilizzare in una emergenza sismica di rilievo nazionale come l’Emilia. Da tener presente che trattandosi di tecnici volontari, che potrebbero essere non disponibili per vari motivi (lavorativi, familiari, personali) è necessario avere una potenziale disponibilità almeno doppia di quella necessaria, quindi 2.000 – 2.500 tecnici, oltre qualche centinaio di tecnici di supporto come Data Entry. Ma sarebbero stati necessari circa 6 anni, al ritmo di 5-6 corsi con 60 partecipanti all’anno.

Il 24 agosto e il 30 ottobre 2016 c’è stato il terremoto in Italia Centrale. Il Dipartimento Nazionale della Protezione Civile si è trovato con un numero insufficiente di tecnici abilitati AeDES. Nella mia Regione Veneto c’erano in totale 44 ingegneri abilitati AeDES. E coloro che non avevano potuto partecipare al corso AeDES per lo scarso numero di posti a disposizione o per impegni di lavoro, non sono stati utilizzati nella prima fase dell’emergenza. Ma le verifiche da fare erano circa 200.000 e bisognava trovare una soluzione. Mi sarei aspettato una norma transitoria che permettesse di utilizzare i tecnici che avevano fatto le verifiche AeDES in Emilia nel 2012 e in Abruzzo nel 2009.

La soluzione è stata di approvare rapidamente una nuova scheda, la FAST (Fabbricati Agibilità Sintetica post-Terremoto, ALL. 2), che poteva essere compilata da tecnici che dichiaravano ”di aver frequentato il corso AeDES oppure di aver operato come verificatore per precedenti esperienze sismiche oppure di essere esperto in ambito strutturale senza esperienza sul campo”. Da tener presente che la scheda FAST (1 pagina + 1 di istruzioni) è una sintesi della scheda AeDES con gli stessi criteri di valutazione:

” Esito FAST Finale: va scelta una sola delle opzioni riportate. Il giudizio va emesso tenendo conto che: la valutazione di agibilità in emergenza post-sismica è una valutazione temporanea e speditiva – vale a dire formulata sulla base di un giudizio esperto e condotta in tempi limitati, in base alla semplice analisi visiva ed alla raccolta di informazioni facilmente accessibili – volta a stabilire se, in presenza di una crisi sismica in atto, gli edifici colpiti dal terremoto possano essere utilizzati restando ragionevolmente protetta la vita umana. Il giudizio «Agibile» significa che a seguito di una scossa successiva, di intensità non superiore a quella per cui è richiesta la verifica, sia ragionevole supporre che non ne derivi un incremento significativo del livello di danneggiamento generale. L’esito «Edificio agibile» va scelto, quindi, se si soddisfa pienamente la precedente definizione. Invece, se le condizioni di rischio derivanti dallo stato di danneggiamento dello stesso edificio non sono considerabili basse, si opterà per l’esito «Edificio non utilizzabile».“

L’esito ‘edificio non utilizzabile’ comportava che poi l’edificio doveva ulteriormente essere verificato dai tecnici AeDES, che ne accertavano l’inagibilità totale o parziale e quindi dare inizio all’iter per la ricostruzione da parte dello Stato. In media il sopralluogo con esame visivo esterno e interno dell’edificio e la compilazione della scheda FAST impegnava la squadra composta da 2 tecnici per circa 40 minuti. Quindi centinaia di tecnici volontari, me compreso, sono state impegnate per le verifiche FAST. Se la verifica con la scheda FAST dava esito di edificio agibile il cittadino rientrava a casa e la pratica era conclusa. Se la verifica FAST dava esito di edificio non utilizzabile il cittadino restava nella soluzione abitativa provvisoria (parenti, seconda casa o albergo sulla costa marchigiana) e doveva attendere laverifica dei tecnici AeDES, a seguito della quale sarebbe iniziato l’iter della ricostruzione da parte dello Stato.
Quindi allungamento dei tempi del ritorno alla normalità e i cittadini amareggiati per il fatto che la loro abitazione non veniva verificata dai tecnici AEDES, ma dai tecnici FAST. Ho fatto 3 turni settimanali di verifica FAST in Centro Italia (dicembre 2016 nelle Marche, febbraio 2017 in Umbria e maggio 2017 nelle Marche) e in ogni turno di 30 tecnici volontari c’erano 4-6 tecnici AeDES e 24-26 tecnici FAST.
E ogni collega AeDES mi confermava che nella sua regione i tecnici AeDES erano poche decine.

La necessità di aumentare le verifiche AeDES è stata risolta in questo modo: il cittadino si doveva rivolgere ad un tecnico di sua fiducia, per la compilazione della scheda AeDES e la presentazione dell’istanza per la ricostruzione. Il costo del tecnico veniva aggiunto nelle spese rimborsate dallo Stato. Da notare che prima in tutti i terremoti tutti gli interventi di verifica di agibilità sono stati fatti da tutti i tecnici a titolo volontario e gratuito. Tanti di noi hanno anche rinunciato al rimborso delle spese dell’auto e del vitto. Da notare anche che è venuta a mancare la terzietà del tecnico, perché ai tecnici AeDES è fatto divieto, per ovvi motivi, di lavorare nella provincia dove hanno fatto le verifiche.
Questa situazione di mancanza di tecnici AeDES è continuata negli anni successivi.
Recentemente, a seguito di una circolare dell’11 novembre 2021 della STN (Struttura Tecnica Nazionale, cioè l’insieme dei Consigli Nazionali degli ingegneri, degli architetti, dei geologi, dei geometri e dei periti agrari) la FOIV (Federazione Ordine Ingegneri del Veneto) ha comunicato agli Ordini provinciali degli ingegneri del Veneto l’attivazione di un corso AeDES di 60 ore per 60 partecipanti nel mese di febbraio 2022.

Siamo ancora lontani dalla lettera e dallo spirito del DPCM dell’8 luglio 2014 e dalle Indicazioni Operative del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile del 29 ottobre 2020:
“Le esperienze anche recenti di gestione delle emergenze sismiche su base nazionale e regionale ha confermato che l’esigenza prioritaria è quella di poter disporre di numeri elevati di tecnici formati per il rilievo con schede Aedes.”
La mia modesta opinione è che sia necessario che la cultura della prevenzione sismica e la compilazione della scheda AeDES siano parte integrante dei programmi delle facoltà universitarie di ingegneria civile, di architettura, di geologia, e dagli istituti superiori per geometri e periti agrari. In tal modo in emergenza sismica ci sarebbe il numero adeguato di tecnici AeDES per la verifica in tempi rapidi di tutti gli edifici colpiti dal sisma, in modo da far rientrare la popolazione nelle proprie abitazioni in caso di agibilità e, in caso di inagibilità, di attivare rapidamente l’iter per la ricostruzione.

Enzo Boschi e il Foglietto: una storia da raccontare. Colloquio con Adriana Spera e Rocco Tritto

In questi giorni ricorre il terzo anniversario della scomparsa di Enzo Boschi. Questo blog ha ospitato diversi suoi contributi e commenti, oltre che i ricordi lasciati da amici e colleghi.
Quest’anno abbiamo pensato di ricordare alcune vicende che lo hanno coinvolto dopo il termine della presidenza dell’INGV e dopo il pensionamento.
Il primo colloquio riguarda la sua lunga collaborazione con il “Foglietto della Ricerca”, che mantiene online, in bella evidenza, la sezione denominata “L’angolo di Boschi”, di cui si parla più sotto.
Da questa sezione abbiamo tratto l’icona dell’INGV, quale è rimasta fino al 2017. Boschi spiega le sottili e meditate ragioni di quel logo, successivamente semplificato fino ad apparire ai suoi occhi una sorta di “pallone da spiaggia”, nel post

https://ilfoglietto.it/l-angolo-di-boschi/5575-il-logo-dell-invg-e-la-tettonica-a-placche


Il “Foglietto della Ricerca”, settimanale on line fondato nel 2004 da Adriana Spera, che ne è direttrice responsabile, e da Rocco Tritto, per oltre un quarto di secolo segretario nazionale del sindacato Usi-Ricerca (che è editore dello stesso Foglietto), entrambi funzionari dell’Istat ora in quiescenza, che per 18 anni ha dedicato migliaia di articoli al variegato mondo della Ricerca ed anche dell’Università.

Come nacque la collaborazione di Boschi al Foglietto?

All’indomani del terremoto di L’Aquila del 6 aprile 2009 e delle vicende giudiziarie che ne seguirono, che lo videro ingiustamente accusato di omicidio colposo plurimo, Boschi cadde in uno stato di profonda prostrazione. In molti gli voltarono le spalle, in gran parte persone che riteneva amiche e che forse tanto, se non tutto, gli dovevano, sposando evidentemente la tesi, accolta nel primo grado di giudizio, conclusosi il 22 ottobre 2012 con la sentenza di condanna a 6 anni di reclusione, ma travolta sia in appello (10 novembre 2014) che innanzi alla Suprema Corte di Cassazione (21 novembre 2015). Ritenendo prive di consistenza le accuse mossegli – sia alla luce della normativa vigente, che demandava la comunicazione alla Protezione Civile, sia tenuto conto che Boschi, come confermato in dibattimento dal Sindaco di L’Aquila, Massimo Cialente, durante la riunione della Commissione Grandi Rischi incriminata, non aveva affatto tranquillizzato, anzi aveva lanciato l’allarme sui rischi derivanti dalle continue scosse telluriche che da mesi si ripetevano in città – il nostro giornale invitò, con rispettosa insistenza, l’ex presidente dell’INGV a scrivere degli articoli a tema libero per il Foglietto.
Solo a distanza di molti mesi dalla sentenza di condanna emessa dal Tribunale di L’Aquila, egli ci comunicò la sua disponibilità.

In quale arco di tempo si svolse la collaborazione? quanti pezzi scrisse?

Il primo editoriale di Enzo Boschi apparve sul Foglietto, dopo la sosta estiva, sul numero del 3 settembre 2013; l’ultimo, il 20 settembre 2018, tre mesi prima della sua prematura scomparsa. Complessivamente, nell’arco di 5 anni, per il nostro giornale Boschi scrisse 217 articoli.

Era principalmente Boschi che sceglieva gli argomenti, oppure ci sono state sollecitazioni di qualche tipo?

Nessuna sollecitazione, gli argomenti degli editoriali che settimanalmente ci proponeva venivano scelti da lui e, una volta pubblicati sul Foglietto, raccolti nella rubrica “L’angolo di Boschi”.

E’ possibile suddividere in sub-categorie gli argomenti trattati, e dare le relative percentuali?

Crediamo di no, perché gli editoriali di Boschi erano a tema libero, anche se con prevalenza scientifica.

Una delle caratteristiche degli interventi di Boschi era la franchezza del linguaggio, a volte anche aspro. Immagino che abbiate avuto il vostro bel da fare per rendere pubblicabile qualche pezzo…..

Quando il 3 settembre del 2013 comunicammo ai nostri lettori che Enzo Boschi entrava a far parte della famiglia dl Foglietto, egli ci pregò di aggiungere questa sua dichiarazione:

Ringrazio Il Foglietto per questa opportunità. Parlerò di cose che conosco: di Geofisica e di coloro che la fanno, principalmente. Ma anche di altro. Esprimerò le mie opinioni, consapevole di poter sbagliare e sempre pronto a ricredermi e a scusarmi”

I suoi articoli, che abbiamo avuto il privilegio di leggere in anteprima, sì a volte contenevano qualche espressione “forte”, che forse avrebbe potuto urtare la suscettibilità di qualche personaggio con la coda di paglia. Ma, quando glielo facevamo notare, non faceva resistenza alcuna ed era semplice per tutti trovare un sinonimo più elegante e, spesso, più efficace.
E poi dai suoi articoli c’era sempre qualcosa da imparare, come accade solo quando a scrivere sono degli scienziati veri.

Sentite la mancanza di Boschi?

Sì, enormemente. Ci mancano innanzitutto le sue telefonate quotidiane, che puntualmente iniziavano con uno stentoreo “Come va?”, cui seguivano i suoi lucidi e quasi sempre condivisibili commenti sui fatti del giorno. Tra noi e Boschi si era solidificato un rapporto di grande stima reciproca, per non dire di amicizia, che derivava da quanto accadde al nostro primo incontro, in occasione di una trattativa sindacale, quando provò ad offrirci un caffè e si sentì rispondere: “Grazie, ma dalla controparte neppure un bicchiere d’acqua”. Dai successivi incontri sindacali, il caffè lo prendemmo al bar dell’ente, ma abbiamo sempre preteso, nonostante le sue resistenze, di essere noi a pagare.

Da parte nostra, la grande stima nei suoi confronti nacque nel 2007 quando, ancora al vertice dell’Ingv, unico presidente nel variegato mondo della ricerca – un universo sempre pronto a denunciare la penuria di finanziamenti – ci chiamò al sindacato (Usi Ricerca, ndr) per chiederci di suggerirgli una soluzione per cercare di agevolare il processo di stabilizzazione del personale precario presente nell’ente, problema che gli toglieva letteralmente il sonno e lo faceva soffrire. Nonostante i blocchi di legge, che si perpetuavano da anni, che impedivano l’ampliamento della pianta organica e, quindi, le assunzioni, riuscimmo a condurre in porto, per una decina di assegnisti, grazie anche ai nostri legali, una storica conciliazione innanzi alla Direzione Provinciale del Lavoro, a costo zero per l’ente, che a distanza di tempo ha permesso la stabilizzazione degli stessi.
L’operazione, incredibilmente, venne aspramente contrastata e condannata da talune sigle sindacali.

La rubrica “L’angolo di Boschi” è tutt’ora presente sul sito del Foglietto. Immagino che vi siano ancora accessi giornalieri. E’ così?

Certamente. Come abbiamo scritto in passato, i 217 editoriali scritti dal professor Boschi per Il Foglietto rappresentano un “unicum”, un vero e proprio “tesoretto” che appartiene a tutti e che continueremo per sempre a mettere a disposizione di tutti. Mentre lui, il grande e insuperato geofisico, continuerà ad essere nei nostri cuori e nei nostri indelebili ricordi. 

https://ilfoglietto.it/l-angolo-di-boschi

L’ossessione della mappa di pericolosità sismica (di Massimiliano Stucchi

Questo post è il seguito di “Ferma restando l’autonomia scientifica”
https://terremotiegrandirischi.com/2021/11/09/ferma-restando-lautonomia-scientifica-di-massimiliano-stucchi
in cui si è analizzato il tentativo di INGV di “sganciarsi” dal controllo che DPC eserciterebbe sull’ente tramite la gestione di una parte dei suoi finanziamenti, limitandone così l’autonomia scientifica, senza che sia emersa alcuna evidenza di come questa limitazione si sia fin qui manifestata.
In questo post si dimostra che, se un lettore attento cerca nei documenti citati i motivi che mettono a repentaglio l’autonomia scientifica delle attività svolte da INGV per DPC trova ben poco. Trova solo critiche non nuove, inconsistenti e mal documentate, alla mappa di pericolosità sismica prodotta dall’INGV nel 2004: una vera e propria ossessione del suo attuale Presidente.

Un argomento che potrebbe prestarsi a una discussione seria sull’autonomia scientifica riguarda la Commissione nazionale per la previsione e la prevenzione dei grandi rischi, comunemente chiamata “Commissione Grandi Rischi” (CGR); questa è organo di consulenza tecnico-scientifica del Dipartimento della protezione civile, come recita ad esempio il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 16.09.2020, ultimo di una lunga serie di aggiustamenti.
La Commissione è costituita, in ciascuno dei settori in cui si articola, da ricercatori esperti nei settori di competenza e “fornisce pareri tecnico-scientifici su quesiti e argomenti posti dal Capo del Dipartimento della protezione civile”.

Della Commissione fanno parte anche i Presidenti (o loro delegati) dei Centri di competenza del DPC nei vari settori, centri che intrattengono rapporti di convenzione con il DPC stesso; pertanto può sorgere il sospetto che questi rapporti possano in qualche modo limitare l’autonomia di giudizio dei componenti della Commissione (il caso più noto è rappresentato dalle accuse che seguirono la riunione della CGR del 30 marzo 2009 e dal processo che ne scaturì, processo dalla cui celebrazione nacque questo blog).

Tuttavia non risulta che questo aspetto sia mai stato posto in modo esplicito. Come detto nel post precedente, le accuse pesanti a DPC di voler limitare l’autonomia scientifica di INGV o addirittura di voler controllarne le attività
https://www.huffingtonpost.it/entry/doglioni-la-protezione-civile-vuole-gestire-i-finanziamenti-dellingv-per-poterne-controllare-le-attivita_it_615c09d0e4b075408bdb42c9
non sono corredate da evidenze, tanto meno con particolare riferimento al tema del monitoraggio sismico vulcanico, cui è dedicata la parte maggiore dei finanziamenti in questione.

Lincei imprecisi. A leggere bene l’intervista rilasciata dai vertici dei Lincei
https://www.huffingtonpost.it/entry/la-liberta-dellingv-e-durata-quanto-la-vita-di-una-farfalla-di-r-antonelli-g-parisi_it_61557414e4b05025422edf27
in realtà si trova un accenno a un caso di presunta volontà coercitiva del DPC. Antonelli e Parisi affermano infatti che

...la Protezione Civile impone all’INGV molti dei criteri con cui svolgere queste attività. Tra questi, per esempio, anche quelli della mappa di pericolosità sismica nazionale, che detta le norme con cui costruire in modo antisismico. I criteri scientifici per fare questa mappa devono essere decisi da un ente scientifico, non da una struttura non scientifica…“.

Spiace leggere tante affermazioni imprecise da parte di persone tanto importanti in così poco spazio. Come coordinatore del Gruppo di Lavoro che ha realizzato nel 2004 la mappa di pericolosità sismica mi sento in dovere di fare qualche precisazione
(per una analisi più estesa si veda https://terremotiegrandirischi.com/2016/09/26/che-cose-la-mappa-di-pericolosita-sismica-prima-parte-di-massimiliano-stucchi/).

I criteri generali con cui sono state compilate le mappe di pericolosità sismica non sono “stati imposti da DPC” a INGV ma:

a) nel caso di MPS04 erano fissati da una norma dello stato (Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri, OPCM, 3274/2003) cui aveva contribuito primariamente una commissione di ricercatori istituita – su iniziativa dell’allora Presidente INGV – dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Tali criteri generali erano stabiliti per indirizzare la compilazione di qualsivoglia mappa di pericolosità finalizzata alla normativa sismica, a livello nazionale o regionale, al fine di garantirne la qualità e la omogeneità. MPS04 era stata una di queste;
b) nel caso della più recente MPS19 (2019), già pubblicata ma il cui utilizzo è ancora in stand-by presso la CGR, i criteri sono stati fissati dopo un’ampia consultazione della comunità ingegneristica, rifacendosi ai criteri precedenti e con riferimento all’aggiornamento della normativa tecnica per le costruzioni.

In queste operazioni DPC ha funzionato da tramite fra INGV e Governo, agevolando di fatto il rapporto con il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti che, in quanto titolare delle Norme Tecniche, dovrebbe in realtà essere il Committente delle mappe di pericolosità sismica, ma la cui velocità di esecuzione è purtroppo molto bassa.

Viceversa, i criteri scientifici sono stati fissati dai due gruppi di ricerca che nei due casi si sono fatti carico di realizzare le mappe. Nel caso di MPS04, tra l’altro, DPC non ha nemmeno fornito un contributo finanziario; INGV ha coordinato l’esecuzione dei lavori con fondi propri, mentre DPC ha istituito un board di review internazionale che ha assistito criticamente la compilazione, come avviene nei maggiori progetti scientifici. Nel caso di MPS19, DPC ha co-finanziato i lavori mediante convenzioni con INGV, regolarmente sottoscritte dal suo Presidente.
Infine, “last but not least”, la mappa non “detta” le norme che, redatte dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, sono rappresentate da apposito “corpus” cui le valutazioni di pericolosità contribuiscono per la propria parte.

Insomma, spiace osservare che le affermazioni di Antonelli e Parisi sono gravemente imprecise: fatto inaccettabile per degli scienziati da cui di solito ci si aspetta che si documentino prima di fare affermazioni importanti, senza limitarsi a utilizzare fonti di seconda mano.

Altri equivoci, al Senato. Che il tema della compilazione della mappa di pericolosità sismica sia di fatto l’unico argomento messo in campo per provare una eventuale “limitazione” dell’autonomia scientifica esercitata da DPC nei confronti di INGV è dimostrato anche da una recente audizione del Presidente dell’INGV al Senato, https://webtv.senato.it/Leg18/4621?video_evento=238625, nella fase di conversione in legge del Decreto dello scorso settembre (per la successione cronologica degli atti legislativi qui discussi si veda il post precedente). In questa audizione il Presidente ha ripreso in buona sostanzale argomentazioni dell’articolo dei Lincei sostenendo, erroneamente come già spiegato più sopra, che i criteri di compilazione delle mappe di pericolosità siano fissati da DPC. Poi, come ulteriore prova della presunta limitazione della azione scientifica, ha citato la seguente tabella, che fa parte dell’All.1 alla OPCM 3274/2003:

che a suo dire vincolerebbe, nella colonna di sinistra, i risultati della compilazione della mappa di pericolosità sismica, parlando addirittura di “accelerazione imposte”.
È stato spiegato in tutte le sedi possibili che la colonna di sinistra non aveva il compito di determinare le azioni sismiche di progetto ma di stabilire, per la prima volta nella storia italiana, dei criteri scientifici per l’assegnazione dei Comuni italiani a una delle quattro zone sismiche (in gergo riclassificazione sismica). A ciascuna zona la stessa OPCM 3274/2003 assegna uno spettro di risposta elastico, di cui in tabella (parte destra) vengono rappresentati i valori di ancoraggio.

Da dove provenivano i valori di soglia contenuti nella colonna di sinistra? Da scelte eseguite dalla citata commissione sulla base degli elaborati di pericolosità sismica resi disponibili -prima del 2003 – per l’Italia. Va comunque osservato che i valori determinati in seguito da MPS04 (2004), dal progetto europeo SHARE (2013) e di recente da MPS19 (2019) per lo stesso parametro di pericolosità sismica (accelerazione orizzontale su suolo rigido con probabilità di superamento del 10% in 50 anni) sono distribuiti più o meno intorno alla stessa scala di valori.
Le parole del Presidente (2:46:00 e segg.) potrebbero quasi adombrare che i valori della colonna di sinistra abbiano in qualche modo influenzato la compilazione di MPS04, quasi che quest’ultima avesse dovuto adeguarsi a essi, senza considerare – tra l’altro – gli esiti molto positivi del processo di revisione scientifica indipendente (peer-review) della mappa stessa.

Il Presidente ha poi mostrato il solito confronto con i valori di PGA registrati in occasione dei terremoti del 2016, avvenuti quindi dopo la compilazione di MPS04, senza segnalare che, rispetto al 2004:

•     la normativa per le costruzioni in zona sismica (NTC08 e NTC18) è cambiata, ovvero gli spettri di risposta elastici sono determinati in altro modo rispetto alla OPCM 3274/2003;

•     le zone sismiche di fatto non hanno più influenza sulle modalità di costruzione.

È vero che i terremoti del 2016 hanno fatto registrare valori elevati di scuotimento, superiori a quelli proposti da MPS04 per una probabilità di superamento del 10% in 50 anni: ma è altrettanto vero che il modello MPS04, così come il recente MPS19, rendono disponibili valori più elevati per probabilità di superamento inferiori. Senza contare che i valori forniti dai due modelli di pericolosità si riferiscono a condizioni standard del sito, ovvero non considerano le eventuali amplificazioni locali che vengono valutate a parte dal progettista.

Colpisce infine che non si voglia riflettere – o chiedere a chi ha elaborato le Norme Tecniche – come mai la normativa del 2018 non abbia modificato le caratteristiche dell’input sismico rispetto a quelle del 2008, precedenti i terremoti del 2016. Una analisi del problema dal punto di vista ingegneristico è contenuta qui
https://terremotiegrandirischi.com/2021/04/08/quando-le-azioni-sismiche-di-progetto-vengono-superate-colloquio-con-iunio-iervolino/
da cui emerge che la questione della sicurezza degli edifici – per chi ha voglia di affrontarla seriamente – non risiede nelle modalità di calcolo della pericolosità sismica ma dall’approccio integrale delle Norme Tecniche.

Qualche domanda. Il Presidente dell’INGV dovrebbe essere consapevole del fatto che MPS04 è un elaborato che tra l’altro ha da tempo esaurito il compito per il quale è stato prodotto (si veda ad esempio https://terremotiegrandirischi.com/2016/10/05/la-mappa-di-pericolosita-sismica-parte-seconda-usi-abusi-fraintendimenti-di-massimiliano-stucchi/).
Allo stesso modo non ignora certo che è stato il successo di MPS04 a consegnare a INGV un ruolo-guida in un settore che fino al 2004 era stato appannaggio di altri enti di ricerca; e che questo ruolo poi ha portato a INGV – oltre che un ritorno di immagine- ulteriori finanziamenti.

Ci si può chiedere allora perché – da quando è Presidente e solo sui media – ha prodotto critiche unilaterali che non sono mai sfociate in interventi di tipo e formato scientifico, e tanto meno in pubblicazioni scientifiche?
Perché, se ritiene di avere visioni e proposte scientifiche diverse, non ha mai promosso confronti scientifici sul tema, in particolare all’interno dell’INGV come peraltro è stato più volte sollecitato a fare, e quando sono stati organizzati da altri non vi ha partecipato?
Perché non ha ricercato il dialogo aperto con la comunità ingegneristica che predispone le norme tecniche e, quindi, determina le modalità più opportune per esprimere la valutazione della pericolosità sismica a supporto delle norme stesse?
Perché, in presenza di articoli di stampa o trasmissioni televisive a dir poco fuorvianti non ha preso l’iniziativa di difendere i prodotti dell’ente che presiede, e nemmeno ha permesso che i principali compilatori di MPS04 li difendessero sul blog del Dipartimento Terremoti?

E per concludere: il fatto che DPC, dipartimento della Presidenza del Consiglio, abbia richiesto a INGV, che ha accettato, la realizzazione di un prodotto scientifico secondo formati e modalità idonei al suo utilizzo non significa certo che INGV non sia libero di produrne infiniti altri, secondo i criteri più diversificati.
Perché dunque queste critiche contro le MPS (04 e 19) non hanno finora trovato riscontro nella produzione – all’interno dell’INGV – di mappe o modelli di pericolosità alternativi? I costi non sarebbero elevatissimi, i tempi neppure; non è necessario un CERN per realizzarle.

“Ferma restando l’autonomia scientifica …..” (di Massimiliano Stucchi)

Dove si commenta lo scontro, a colpi di emendamenti, fra INGV e DPC, con la discesa in campo di Presidente e Presidente emerito dell’Accademia dei Lincei a tutela della autonomia scientifica dell’INGV, evidentemente minacciata o addirittura compromessa.

Davvero c’era bisogno di inserire la frase “ferma restando l’autonomia scientifica dell’INGV” (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) in una legge dello Stato, anzi nella legge istitutiva dell’INGV stesso? Se lo sono chiesti in molti, lo scorso luglio, leggendo un emendamento bi-partisan (primo firmatario l’On. Trancassini, FdI) al Decreto “Sostegni bis”, poi approvato dal Parlamento. Una frase di questo tipo è ambigua e pericolosa, perché “restando” si riferisce a qualcosa che c’è già, ma che forse è in procinto di essere compromessa; e perché proprio nel caso dell’INGV, visto che altri enti che compongono il Servizio Nazionale di Protezione Civile (SNPC) non lo richiedono?

Colpiva tra l’altro il fatto che una modifica dei rapporti fra enti che collaborano da decenni nell’interesse pubblico non fosse stata discussa e pianificata da entrambi gli attori e che invece fosse stata promossa da uno degli enti e demandata, unilateralmente e all’insaputa dell’altro, a un emendamento ad un Decreto Legge del Governo. Che cosa stava succedendo?

L’emendamento in questione modificava addirittura come segue il Decreto Legislativo 381/1999 che istituì l’INGV sostituendo la frase:

“svolte in regime di convenzione con il Dipartimento della protezione civile”

con la seguente:

“svolte in coordinamento con il Dipartimento della protezione civile, ferma restando l’autonomia scientifica dell’INGV”.

Lo stesso emendamento assegnava poi 15 ML annui direttamente a INGV, sottraendoli al fondo del Dipartimento della Protezione Civile (DPC) per la prevenzione. Una semplificazione amministrativa, venne spiegato: l’eliminazione di un’inutile partita di giro. Certo, l’emendamento evitava quella noiosa pratica della rendicontazione, amministrativa e scientifica, cioè quella modalità con cui le Amministrazioni Pubbliche “rendono conto” appunto delle risorse ricevute.

Ne seguì una severa critica da parte del Presidente della Repubblica riguardo all’uso spregiudicato dei Decreti tipo “omnibus” (https://www.quirinale.it/elementi/59260) e, soprattutto, una fiera reazione da parte del DPC stesso, e anche da parte di altri enti che compongono, al pari di INGV, il SNPC. Questa reazione si tradusse in una sorta di contro-modifica del Governo inserita in un Decreto Legge (Disposizioni per il contrasto degli incendi boschivi e altre misure urgenti di protezione civile), appena approvato dal Parlamento (legge 8 novembre 2011 n. 155), senza che questa parte sia stata modificata.

In questa modifica viene reintrodotto il regime di convenzione con DPC (le attività verranno “svolte nel quadro di accordi pluriennali attuati mediante convenzioni di durata almeno biennale con il Dipartimento della Protezione Civile”) e viene mantenuta la frase “ferma restando l’autonomia scientifica dell’INGV”. I finanziamenti diventano “non meno di 7.5 ML per le attività in convenzione con DPC”; a questi si aggiungono, a partire dal 2022, 7.5 milioni di euro annui ottenuti da una corrispondente riduzione del Fondo per interventi strutturali di politica economica di cui all’articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307, che recita:

“Al fine di agevolare il perseguimento degli obiettivi di finanza pubblica, anche mediante interventi volti alla riduzione della pressione fiscale, nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze è istituito un apposito «Fondo per interventi strutturali di politica economica», alla cui costituzione concorrono le maggiori entrate, valutate in 2.215,5 milioni di euro per l’anno 2005, derivanti dal comma 1

Tutto sommato non male per l’INGV, anche se ci si può chiedere a che titolo il MEF gli conceda 7.5 ML annui. Invece, subito dopo la pubblicazione del DL si è assistito a un virulento attacco di alcuni esponenti scientifici contro Governo e Dipartimento della Protezione Civile (DPC), colpevoli a loro dire di minacciare l’autonomia scientifica dell’INGV. Non più dunque, o non solo, un problema di semplificazione amministrativa, ma evidentemente un problema di ordine superiore.

Digressione
Il rapporto fra DPC e enti di ricerca ha una storia complessa; risale addirittura agli inizi degli anni ’80 quando, dopo il terremoto di Irpinia e Basilicata del 1980, la Protezione Civile di Zamberletti, nel vuoto di iniziativa di Ministero della Ricerca e CNR, per fare in modo che le competenze accumulate nel Progetto Finalizzato Geodinamica del CNR non andassero disperse, promosse l’istituzione – e il relativo finanziamento – del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (GNDT) prima e, successivamente del Gruppo Nazionale per la Vulcanologia (GNV) e di altri Gruppi Nazionali.

Che la ricerca scientifica nel settore dei terremoti (attenzione: Il GNDT era una struttura di ricerca, non di monitoraggio) venisse finanziata dalla Protezione Civile invece che dal Ministero competente costituiva una anomalia che, in modo tipicamente italico, conveniva a tutte le parti: i) al mondo della ricerca sismologica e ingegneristica, prevalentemente universitaria, che poteva attingere a una fonte di finanziamento altrimenti molto ridotta o quasi, ii) al Ministero della ricerca e al Consiglio Nazionale delle Ricerche, che vedevano in questo modo sgravati i rispettivi bilanci dalle spese per il settore. La ricerca finanziata dal GNDT era un misto di ricerca “di base” e “applicata”; la gestione era affidata al CNR, anche se la Oritezione Civile manteneva la possibilità di indirizzo verso i prodotti applicativi di maggior interesse, così come una supervisione sulla organizzazione del GNDT stesso. Anche se a molti ricercatori stava (ideologicamente) stretto il fatto che la ricerca sui terremoti e sulle loro conseguenze non fosse finanziata attraverso i normali canali (Ministero e CNR), non ricordo episodi o denunce di limitazione della autonomia scientifica.

GNDT e GNV confluirono nell’INGV alla sua nascita; il GNDT aveva già subito una sorta di “major revision”, trasformandosi da una struttura semi-permanente in una serie di progetti cofinanziati da DPC, aperti alla partecipazione di Università e Centri di Ricerca. Lo stesso avvenne poi anche per il GNV. Anche in questo caso DPC mantenne una supervisione costante sulle ricerche, senza che in nessun caso venissero segnalati problemi di limitazione della autonomia scientifica.

Diverso è il caso del monitoraggio sismico, che è sempre stati oggetto di convenzioni ad-hoc, prima con ING e poi con INGV, che prevedevano sia le spese di funzionamento, comprensive di quelle per parte del personale, che una certa somma da dedicare allo sviluppo tecnologico.

Come è normale nei rapporti fra enti pubblici non tutto si è svolto in modo semplice nei rapporti fra INGV e Protezione Civile, ma questo ci può stare. Diversi funzionari del DPC sono di estrazione scientifica e quindi hanno le loro rispettabili opinioni, e anche questo ci sta. Ci possono essere stati degli screzi con DPC, che a volte sottolineava – forse eccessivamente – il proprio ruolo di finanziatore più che di committente. La opportunità di un aggiustamento dei rapporti ci può stare ma, fra enti pubblici non mancano certo le occasioni e i tavoli di confronto. Viceversa, una iniziativa unilaterale – destinata facilmente a lasciare ferite nei rapporti – si poteva giustificare, o almeno capire, solo in presenza di un conflitto conclamato, ovvero di questioni forti, irrisolte, messe in chiaro pubblicamente. Ma di ragioni di questo tipo non vi era pubblica traccia: che io ricordi, in tutti questi anni nessuno dei tanti ricercatori che hanno partecipato alle attività in convenzione con DPC ha mai denunciato una situazione insostenibile né – per questo motivo – ha mai rinunciato a parteciparvi.

Autonomia scientifica?
Qualcosa di più si è potuto capire solo più tardi, quando cioè, poco dopo la pubblicazione del DL di settembre, sono scesi in campo nientemeno che il Presidente e il Presidente Emerito dell’Accademia dei Lincei, Roberto Antonelli e Giorgio Parisi (giusto alla vigilia del conferimento del Nobel per la Fisica a quest’ultimo, ma questa è solo una coincidenza).

In un intervento dal titolo ‘acchiappa-lettori’: “La ‘libertà’ dell’INGV è durata quanto la vita di una farfalla”  (!)

https://www.huffingtonpost.it/entry/la-liberta-dellingv-e-durata-quanto-la-vita-di-una-farfalla-di-r-antonelli-g-parisi_it_61557414e4b05025422edf27

i due sostengono che in luglio il Parlamento avesse votato l’autonomia economica e quindi (sic!) scientifica dell’INGV dal DPC; come se, in sostanza, fino ad allora INGV non fosse stato autonomo scientificamente e come se questa autonomia passasse automaticamente da quella economica. Nel seguito sostengono che il Governo, in settembre, “ha costretto INGV a tornare in gran parte (sic!) sotto il controllo finanziario del DPC”. Sostengono anche, erroneamente, che “dei 15 milioni di finanziamenti in autonomia gliene è rimasta la metà”. Evidentemente non hanno letto bene il Decreto di settembre, o forse non hanno capito bene – come molti peraltro – da dove provengano gli altri 7.5 ML; o forse ancora sono semplicemente stati male informati. Certo che parlare di fine della libertà, sia pure fra virgolette, sembra veramente grossa….

Viene da chiedersi se e come – al di là delle dei massimi principi – l’autonomia scientifica dell’INGV nell’esercizio del monitoraggio sismico, cui negli ultimi anni è dedicata la stragrande maggioranza dei finanziamenti DPC, fosse negata o compromessa dalla gestione della convenzione. Ma di fatti concreti, di esempi non si trova traccia: si trovano solo paroloni (terzietà, libertà, imparzialità). Colpisce poi l’affermazione, molto pesante:

“Lobby culturali possono determinare conflitti d’interesse quando la scienza viene messa sotto controllo, di fatto influenzando la direzione e la qualità della ricerca. Il caso dell’INGV è paradigmatico di questo corto circuito, probabilmente ereditato da stratificazioni organizzative iniziate a crearsi nei decenni passati”

Frase criptica, allusiva (quale sarebbe il caso paradigmatico? le stratificazioni organizzative?).
E quali sarebbero le “lobby culturali”? Fa sorridere che questo termine venga usato dai maggiori esponenti di quella che è a tutti gli effetti una lobby culturale, una specie di Superlega nella quale si entra solo per cooptazione.

A Curcio, capo del DPC, che aveva risposto ai Lincei, ha poi replicato il presidente INGV

https://www.huffingtonpost.it/entry/doglioni-la-protezione-civile-vuole-gestire-i-finanziamenti-dellingv-per-poterne-controllare-le-attivita_it_615c09d0e4b075408bdb42c9

con una affermazione: “È in gioco la incontestabile autonomia scientifica” tanto grave quanto non documentata. Nel seguito ha addirittura affermato:

“ciò dimostra in realtà che la Protezione Civile vuole gestire i finanziamenti dell’INGV per poterne controllare le attività, contraddicendo la incontestabile autonomia scientifica”

quasi che i finanziamenti di cui si parla fossero “dell’INGV” a priori e non il corrispettivo per un servizio da svolgere in un determinato ambito e con determinate caratteristiche, al punto poi da spingere l’intervistatore a chiedere addirittura:

“in caso di mancata autonomia dell’INGV c’è un rischio sicurezza per i cittadini?”

cui il Presidente risponde con giri di parole.

Più recentemente è stata organizzata, all’interno dell’INGV, una petizione (https://chng.it/DRgt5bzxfR) in cui si ribadiscono i concetti di cui sopra e addirittura

“si chiede al Senato di intervenire per assicurare la completa autonomia economica e quindi scientifica dell’INGV”

Evidentemente la materia del contendere è ancora la quota, sia pure dimezzata rispetto a prima, che la legge assegna a INGV per attività da svolgere in convenzione con DPC; ma soprattutto la presunta, mancata autonomia scientifica di cui non vengono prodotte le prove, forse perché non esistono.
L’unica traccia possibile sono le recentissime dimissioni del Presidente INGV dalla Commissione Grandi Rischi del DPC, una posizione che occupava ai sensi dello statuto della medesima.

(continua)

Tracce ondulanti di terremoto: colloquio con Fabrizio Galadini

Fabrizio Galadini è dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ed è stato ricercatore del Cnr presso l’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria. Insegna geologia per il rischio sismico all’Università Roma Tre. Svolge ricerche sulle faglie attive, sugli effetti dei terremoti del passato e sulle risposte antropiche alle criticità ambientali, mediante indagini geologiche, geomorfologiche, archeosismologiche e di geologia storica.

1-Copertina Tracce ondulanti di terremoto_Tegris

Fabrizio, tu ti occupi prevalentemente di studio delle faglie attive e più in generale di geologia del terremoto anche in riferimento a eventi sismici storici. Su questi argomenti hai scritto articoli scientifici, saggi divulgativi e hai anche curato l’edizione di volumi per un pubblico più vasto, citati più sotto in bibliografia.
Questo volume è qualcosa di diverso. Il titolo del libro è particolarmente evocativo; ci puoi spiegare il progetto del libro e le ragioni del titolo?

I motivi della scrittura del libro e la ragione del titolo necessitano di chiarire un percorso personale che, come tu ricordi, parte dall’esperienza geologica. La geologia dei territori sismici ti porta a capire quanto le forme del paesaggio fisico siano manifestazione delle locali storie sismiche. Nell’attività divulgativa, ho spesso “utilizzato” il paesaggio del determinato territorio nel quale mi trovavo in quel momento per spiegare a chi vi risiede che le stesse immagini della quotidianità, in luoghi caratterizzati da elevata pericolosità sismica, testimoniano dei parossismi del passato. Col tempo ho ampliato la gamma delle immagini, utilizzando anche (e a un certo punto soprattutto) riferimenti agli spazi costruiti, le tracce delle distruzioni sismiche del passato e quelle delle ricostruzioni, mai assenti nei territori sismici, facendo vedere che sono gli stessi paesi a raccontarci la loro storia di danni, anche con i residui murari di un abbandono, e di rinascite, spesso con i macroscopici esempi di edificazione “altrove” di nuovi centri.
L’insieme di manifestazioni della sismicità negli ambienti naturali e negli spazi costruiti contribuisce a generare un paesaggio. Non invento granché… basta leggere il Codice dei beni culturali, art. 131: «Per paesaggio si intende una parte omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni». Ecco il paesaggio come costruzione di eventi del passato o come palinsesto di memorie (volendo citare Eugenio Turri). Se in quanto ci circonda si individua un portato informativo, ne consegue che anche immagini dei luoghi della quotidianità possono essere viste in funzione del loro potenziale didattico. Nel tentativo di migliorare la rappresentazione di questo paesaggio legato alla sismicità di un territorio, ho a un certo punto pensato di utilizzare anche la produzione letteraria, casualmente, durante una rilettura di Vino e pane di Ignazio Silone, riflettendo su un passaggio che faceva riferimento ai paesi che a distanza di decenni ancora recavano i segni del terremoto (quello che nel 1915 colpì la Marsica), rappresentati come alveari spaccati, diroccati, solo in parte ricostruiti. Immagine assai forte ma emblematica di una regione intera. A quel punto ho riletto l’intero Silone, alla ricerca di ulteriori richiami agli effetti di lungo periodo del terremoto, puntualmente trovati in quasi tutti i suoi romanzi e nella produzione di diverso genere. Ho quindi cominciato a citarlo insieme ad altri riferimenti letterari “sismici” relativi all’Abruzzo nei miei interventi pubblici, anche per far capire che non è necessario essere esperti di sismologia per leggere un paesaggio in funzione dei parossismi che hanno contribuito a generarlo, come accade in Silone, Laudomia Bonanni, Mario Pomilio, Massimo Lelj, per citare alcuni che hanno catturato tracce sismiche della regione.
Poi ho allargato lo sguardo all’intero territorio nazionale, riprendendo autori che sospettavo sensibili alle criticità naturali dei territori utilizzati come sfondi delle loro rappresentazioni. Data la mole del materiale letterario disponibile, ho cominciato a scriverci sopra per mettere ordine, trovare un filo logico.
Così è nato il libro. Il titolo, quelle strane tracce ondulanti, è la citazione di Edward Lear, il noto paesaggista inglese dell’Ottocento, che a un certo punto del suo viaggio in Calabria richiama le tracce ondulanti di terremoto come parte del paesaggio che ebbe modo di osservare prima di raggiungere Terranova. Chissà cos’erano nella realtà quelle tracce, ma è evidente, appunto, che siamo nel quadro della rappresentazione letteraria di un territorio sismico. Da qui all’idea di usare il riferimento come titolo del libro il passo è stato breve.

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Un mosaico per Enzo Boschi (a cura di alcuni colleghi e amici)

Ricorre il secondo anniversario della sua scomparsa. Alcuni colleghi, fra quelli che gli sono stati più vicini nel lavoro di ricerca e, negli ultimi tempi, anche sui “social”, hanno scritto dei ricordi. Ne esce un ritratto di un personaggio complesso, controverso, mutevole, che poteva apparire spigoloso, affabile, schietto, sorridente, brusco, sogghignante, irascibile, premuroso. Ma soprattutto un personaggio visionario, capace di guardare lontano, di offrire a tutti una possibilità e, a molti, un affetto profondo.
Sarebbe stato bello offrirgli, in vita, un suo ritratto dipinto da un artista: il ritratto di Enzo Boschi Presidente, a inaugurare la parete dei presidenti, all’INGV. O forse avremmo potuto iniziare noi stessi a comporre un mosaico con il suo ritratto, con il rischio che ci scoprisse sul fatto e…..: “Ma che c. state facendo….?”
Le storie raccontate di seguito sono forse tessere di quel mosaico che non sarà mai completo. Intanto cercano di tenere viva la sua memoria e di colmare, almeno in parte, il vuoto lasciato dalla forzata cancellazione della Scuola Internazionale di Geofisica a lui dedicata, organizzata da alcuni colleghi per iniziativa di Daniela Pantosti e Gianluca Valensise, che doveva tenersi a Erice la scorsa primavera.

Le foto provengono dagli archivi personali di colleghi che le hanno messe a disposizione.
Chiunque può aggiungere un ricordo inserendolo nei “commenti”.
I lettori sono pregati di diffondere il link di questo post.

Gianluca Valensise, Marco Olivieri, Patrizia Feletig, Silvia Pondrelli, Daniela Pantosti, Carlo Meletti, Giorgio Spada, Gianni Bressan, Fabrizio Galadini, Maria Laura Oddo, Bruno Zolesi, Luca Malagnini, Antonella Cianchi, Dario Slejko, Alessandro Bonaccorso, Alessandro Amato, Patrizia Gucci, Michele Dragoni, Massimo Cocco, Tullio Pepe, Massimiliano Stucchi, Alberto Michelini, Sergio Del Mese, Marianna Gianforte

A


Gianluca Valensise
Sono passati due anni dalla scomparsa di Enzo Boschi. E come quasi sempre avviene in questi casi, il trascorrere del tempo aiuta a considerare gli eventi con maggior serenità, con maggior distacco, e forse – per noi che siamo ricercatori – anche con maggiore accuratezza. ­
Fino a due anni fa io e altri ci eravamo convinti di aver conosciuto due Boschi diversi. Il primo, che io personalmente ho incontrato nel 1983, e che ai miei occhi è rimasto sempre sé stesso fino alla fine del 2010; e il secondo, un uomo completamente differente, quale lui è stato tra il 2011 e la sua scomparsa, comunque prematura. Nel 2011 il mondo gli è crollato addosso, senza che la sua intelligenza ed arguzia gli permettessero di schivarlo: prima, a maggio, con l’incriminazione nel processo dell’Aquila, e pochi mesi dopo, ad agosto, con la fine del suo incarico all’INGV.
Quei pochi mesi lo avevano cambiato profondamente, ed avevano cambiato molto anche l’atteggiamento verso molti suoi colleghi e collaboratori, a partire dal sottoscritto. Non poteva – e certamente non voleva – dare a noi la colpa di quanto gli stava accadendo, ma quasi senza accorgersene già dai primi mesi del 2011 il rapporto di cordialità, di collaborazione e di reale affetto che aveva stabilito con molti di noi andò in frantumi. Da lui venimmo accusati di molte cose: accuse mai gravi, ma che marcavano – e ai suoi occhi giustificavano – la distanza che aveva voluto porre tra sé stesso e noi. Io, per esempio, ero accusato di essere troppo accondiscendente verso le richieste dei colleghi della Protezione Civile: non capii, ma me ne feci una ragione. E tutto cospirava a rendergli il momento sempre più cupo: come quando ci vide salutare con soddisfazione l’arrivo di Domenico Giardini, suo amato-odiato pupillo, alla presidenza dell’ente che Enzo stesso riteneva – a ragione – una sua creazione.
Il rapporto tra me e lui, ma credo che lo stesso valga per diversi altri colleghi INGV della mia generazione, sembrava incrinato per sempre. Non ci sentivamo né ci scambiavamo messaggi: io tenevo per me il dispiacere di questo distacco, e lui – forse, posso solo fare ipotesi – fece lo stesso. Ricominciammo a sentirci nel 2016, ma solo per interposta persona, con scambi di idee e valutazioni su fatti scientifici. Sempre per interposta persona ricevevo notizie sull’aggravarsi del suo stato di salute, e proprio a dicembre di due anni fa stavo meditando di andare a trovarlo nella sua amata Tredozio: ma ormai era troppo tardi.
I due anni trascorsi dalla sua scomparsa mi hanno finalmente fatto capire che non ci sono mai stati due Boschi: lui è rimasto sempre quello di un tempo, fino all’ultimo. Un uomo amato e ammirato, ma anche temuto e odiato; vittima del suo carattere tanto forte quanto difficile, e forse anche dell’aver speso troppa della sua esistenza nel rilanciare quell’istituto che tanti anni prima era riuscito a tirare fuori dalla ignominiosa lista degli “enti inutili”. Un ente senza il quale molta parte di quella comunità che oggi si commuove nel suo ricordo – ma anche la parte che non si commuove – non sarebbe neppure nata, e molti di coloro che all’INGV hanno operato, o ancora operano, sarebbero finiti chissà dove. Ricordiamocelo.

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Marco Olivieri
Ragionando della morte di Maradona con mia moglie siamo arrivati alla conclusione che certe persone grazie all’ammirazione che nutriamo per loro maturano una sorta di passaporto speciale nella nostra testa. Un passaporto che non permette all’opinione degli altri di scalfirne la nostra considerazione, il nostro rispetto o la nostra stima.
Enzo Boschi per me era una di queste poche persone con un passaporto speciale. A lui devo moltissimo. La mia carriera ed anche, credo, il mio modo di essere un ricercatore sono in buona parte il frutto del rapporto avuto con lui. Mi ha deluso? Qualche volta si, ma conta poco. Ricordo con orgoglio la prima volta che riuscii a rispondere al suo ennesimo sfottò nei corridoi di Vigna Murata e lui che mi disse a voce alta “Olivo, mi stai prendendo forse in giro?” “Non mi permetterei mai, professore” risposi e scoprii il coraggio di essere me stesso, e di dire quel che penso. Questo è il segno che Boschi mi ha lasciato. Mi sono seduto a tavola, ed ho partecipato a riunioni, con i grandi sismologi del mio tempo, dicendo la mia, senza paura ma con rispetto. Poi c’è la passione per i terremoti figlia di una lezione tenuta da Boschi una sera a Cesena mentre facevo la quinta liceo (e di un libro rosso che al tempo girava per casa scritto anche da Stucchi). Ma questo quasi passa in secondo piano. O forse no.

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1giovani



Patrizia Feletig
Anch’io faccio parte della confraternita degli “orfani” del professor Boschi. Non che io abbia qualcosa a che fare sommovimenti tellurici, nient’affatto. Ho avuto il privilegio di conoscerlo alla presentazione di un libro sulla natura di cui sono co-autrice.  Era nel periodo in cui Enzo Boschi era in attesa della sentenza di terzo grado di un surreale e scellerato processo antiscientifico, e scontava la meschinità di diversi personaggi che prima lo acclamavano e vezzeggiavano. Era uno scienziato umanista come pochi capace di mescolare erudizione con cultura pop. Poteva discorrere con disinvoltura del suo incontro con il grande matematico Paul Dirac quanto altrettanto amabilmente del colore della fodera del cappello di Monsieur Molé nella Recherche di Proust, suo pallino letterario.
Aveva un portamento distinto con dei lineamenti di un fascino un po’ fuorimoda perciò tanto più intrigante. Possedeva la gestualità di una persona abituata ancor più che a comandare, a essere naturalmente assecondata. I suoi occhi ti rovistavano l’anima: uno sguardo ossidrico ­- sebbene anche lui avesse qualche vulnerabilità – combinato a un’imprevedibile empatia verso il prossimo, anche sconosciuto.
Un pomeriggio romano gli proposi per allentare l’ansia del procedimento, di andare alla mostra di Matisse. Ci fermammo a lungo davanti alle Tre Sorelle. Era ipnotizzato dal quadro. Così per gioco, iniziammo a inventare storie sulle tre fanciulle in un crescendo di situazioni improbabili. Fu quell’episodio a suggerirmi di lanciare un gioco su Twitter – social sul quale il professore era molto attivo guadagnandosi un esercito di affezionati follower. Nacque QuizzArt il profilo di quiz su dipinti, non riferiti alla storia dell’arte bensì a curiosità sull’opera, a interpretazioni personali del soggetto, eccetera. Era un gran animatore del gioco con la sua ironia, le battute sferzanti, il suo acume. Mancano molto. Quizzart prosegue anche come omaggio da parte della sua tribù di twitteri devoti.

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Silvia Pondrelli
Ho conosciuto Enzo Boschi nel 1986 come studentessa del suo corso di Sismologia all’Università di Bologna. Molto probabilmente ero la prima studentessa di geologia che seguisse il suo corso. Questo è stato argomento di lazzi e scherzi per tutta l’annata. Partendo da lì sono sbarcata all’ING diversi anni dopo, a Roma, seguendo la passione che mi aveva trasmesso per lo studio dei terremoti in cui mettevo il mio background geologico.
Negli anni 90 in Istituto ci si poteva rapportare con Boschi con una certa facilità, c’erano i giorni buoni e i meno buoni. Chiacchierare con lui era un piacere, divagava, infarciva le conversazioni di citazioni, di racconti. Come quando faceva lezione, dove tra una formula e un’altra ci raccontava del film che aveva visto al cinema col figlio il giorno prima. E’ stato un emettitore potente di energia.
Gli avrei voluto risparmiare il periodo del terremoto dell’Aquila e delle vicende che ad esso sono succedute, ma era il frontman, lo è stato sempre e quindi era impossibile interporgli una qualsiasi funzione di intermediazione. Solo quando ha lasciato l’INGV abbiamo dovuto, potuto imparare a relazionarci verso l’esterno. La sua figura così riempitiva ci ha lasciato un vuoto che abbiamo imparato, o almeno provato, a rioccupare un passo per volta e con il tempo.

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3quattro

Con Renato Funiciello, Claudio Eva e Paolo Scandone



Daniela Pantosti
1987: arrivo all’ING senza sapere cosa mi dovevo aspettare, cosa significava lavorare in un Ente di ricerca e poi in sismologia, io che mi ero laureata in geologia strutturale, avevo il sogno di fare la vulcanologa e avevo esperienze lavorative al Servizio Geologico d’Italia per mappare carte geologiche e all’ISMES per individuare siti per lo stoccaggio di scorie radioattive: non potevo che essere in gran confusione.
Ma l’ING della fine degli anni ‘80 era una grande famiglia, con tanti giovani che erano stati reclutati da Enzo Boschi presidente insieme a Renato Funiciello, vice-presidente, e con il prezioso supporto di Cesidio Lippa Direttore Generale. C’erano i ricercatori, i borsisti, tanti i tesisti. Tanta collaborazione e aiuto reciproco, giovani pieni di entusiasmo che si specializzavano in tanti campi diversi, trascorrevano periodi all’estero e mettevano in piedi attività di ricerca nuove non solo per l’ING ma anche per l’Italia. Un’energia straordinaria, messa in campo in un ente piccolissimo utilizzando metodologie all’avanguardia per dare una svolta alla comprensione dei terremoti, dell’interno della terra, della sismicità italiana, e per consolidare le attività di sorveglianza sismica del territorio nazionale iniziate da poco. Gran parte di questa energia ce la metteva proprio Enzo.
Enzo Boschi era molto interessato a conoscerci, avere scambi scientifici con tutti noi ma devo ammettere che non era facile, ti riempiva di domande, voleva sapere, sapere tutto, voleva capire i tuoi punti deboli e le tue certezze e metteva sempre sotto inchiesta il tuo problema scientifico e il modo di affrontarlo. Lui col suo sorriso ironico e la maledetta sigaretta tra le dita cercava di far uscire le tue aspirazioni e al tempo stesso le criticava fornendoti indirettamente quegli elementi che servivano a raggiungerle. Un modo un po’ strano per formare un ricercatore ma riusciva a farti capire che con l’impegno e la curiosità ce la potevamo fare, che dovevamo analizzare e valutare a fondo tutto, mettere in discussione risultati e modelli, dovevamo interessarci e sapere di tutto anche al di fuori dalle scienze della terra, non dovevamo mai focalizzarci solo sulla piccola tessera del grande mosaico che stavamo componendo assieme agli altri. E lui questo sapere in tutte le direzioni lo rappresentava profondamente. I miei primi anni all’ING con Enzo Boschi presidente sono stati preziosi e sono le fondamenta della mia carriera scientifica: mai fermarsi davanti a delle domande difficili e affrontare tutto a testa bassa, con impegno, decisione e spirito critico, collaborare ma anche competere in modo corretto e non rinunciare mai a una bella risata. Convincerlo che la geologia poteva dirci qualcosa di prezioso sui terremoti è stata un’impresa, ma Enzo sapeva ascoltare e con Gianluca Valensise ce l’abbiamo fatta ed abbiamo ottenuto il suo fermo rispetto e considerazione che è sfociato addirittura nell’organizzazione di un corso della International School of Geophysics di Erice. Grazie Enzo!

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Carlo Meletti
Nei due anni che sono trascorsi dalla scomparsa di Enzo Boschi ho spesso pensato a cosa mi avrebbe detto in vari momenti della mia vita professionale e ho così ripensato alle occasioni di incontro che abbiamo avuto in quasi 30 anni. Chissà perché mi restano in mente la prima e l’ultima volta che l’ho visto.
La prima volta è stata nel 1990, quando lui si presentò a Pisa per una riunione del GNDT durante l’occupazione del movimento noto come “la pantera”. Io ero un giovane laureato da qualche anno che incontrava una persona già famosa e che aveva visto solo in TV. Ricordo che lui si fermò a parlare con gli studenti che occupavano il Dipartimento e li esortava ad andare avanti nella protesta e di non guardare in faccia nessuno. Una sollecitazione che fece anche a me qualche anno più tardi, quando mi invitò a liberarmi della sindrome di Stoccolma nei confronti di chi in quel momento mi dava un lavoro. Mi ci vollero ancora 4 anni…
L’ultima volta fu il 18 gennaio 2013. Eravamo stati a Milano a festeggiare il pensionamento di Max Stucchi e proprio quel giorno uscirono le motivazioni della condanna in primo grado della Commissione Grandi Rischi per il terremoto dell’Aquila. Alla stazione di Milano ci salutammo prima di salire sul treno e lui mi abbracciò stringendomi molto forte e, quasi con le lacrime agli occhi, mi disse di tenere duro e di continuare a chiamarlo o scrivergli. Quell’abbraccio mi turbò, anche perché, a parte le normali strette di mano, non avevo mai avuto con lui contatti fisici di quel tipo. Capii allora quanto la vicenda di quel processo lo avesse colpito e coinvolto ad ogni livello, molto più di quanto lasciasse trasparire.

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2Con I Presidenti della Repubblica

Con i Presidenti della Repubblica



Giorgio Spada
Come incontrai Enzo. Ero al 3° anno di Fisica a Bologna, nel 1985. Un giorno, a lezione incontrammo un docente per un ciclo si seminari di Struttura della Materia, dotato di formidabile chiarezza. Tutti, poco dopo, corremmo da lui per una Tesi. Andai anch’io al primo piano della sede di via Irnerio. Il Prof, ritto di fronte alla finestra, mi disse che aveva troppi studenti, non aveva tempo… Poi mi chiese di avvicinarmi e guardare giù, verso il cortile, dove all’altezza del cancello c’era una persona che stava uscendo. “Ah, ecco” – disse – “lo vede? E’ Boschi, il sismologo. Chieda a lui.… le darà certo qualche buon consiglio”.
Gli diedi retta. Nei mesi successivi cercai di imparare la sismologia – non son certo di esserci riuscito. A lezione eravamo in due nella sala riunioni del secondo piano; lui stava a capo tavola e a volte mi dava del secchione. Da allora è passato tanto tempo. Negli anni ho apprezzato i momenti in cui Enzo voleva scambiare qualche idea; verso pomeriggio tardi si precipitava lungo i corridoi uscendo forse da qualche riunione, a caccia di chi si trovava ancora in ufficio. Si parlava a volte di questioni che presto evaporavano nel nulla ma che a volte, di lì a pochi mesi, uscivano su una buona rivista.
Pochi giorni prima della sua scomparsa mi chiese “Perché in Italia non c’è una grande Geofisica?” Io credo che ci sia, e che questo si debba soprattutto a lui. 

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Gianni Bressan
La mia, dall’esterno del INGV, non può che essere una opinione superficiale. Personaggio che a volte mi appariva complesso, sfaccettato. Però gli dò atto di essersi identificato con l’istituzione di cui era Presidente, facendone gli interessi. Promuovendo e incentivando tanti. Gli si possono riconoscere in tanti momenti grande lucidità e intelligenza. Aspetti che del resto emergevano nel rapporto epistolare che abbiamo avuto qualche tempo prima che mancasse.

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Fabrizio Galadini
Un anno fa, tra vecchi documenti di quando cominciavo a muovere i primi passi nel mondo della ricerca, ho casualmente rinvenuto un ritaglio di giornale dal Messaggero del 23 agosto 1992; in primo piano una fotografia di Boschi forse trentenne. Nel testo, dedicato al convegno di Erice sulle emergenze planetarie, c’era qualche parola su MedNet e sul progetto di un osservatorio terrestre permanente per l’acquisizione di dati necessari a prevedere i terremoti.
Pur non avendo particolare interesse per il contenuto dell’articolo (e non so perché quasi trent’anni fa decisi di conservarlo), ho voluto affiggere il ritaglio alla parete della mia stanza di via di Vigna Murata. L’ho fatto perché quello stralcio giallo e sbiadito mi ha ricordato e mi ricorda il solido senso “non strumentale” (richiamato nello statuto dell’Ingv) che Boschi attribuiva alla ricerca dell’Istituto: anche quando questa assumeva connotati “applicativi”, uscendo dai favoriti canoni della scienza fondamentale, ciò doveva avvenire in modalità mediata, articolando l’attività su tempi e necessità della ricerca, tra cui quella imprescindibile del sensibile avanzamento della conoscenza.
Tale impostazione ha anche una sua funzione per la difesa dalle intromissioni di segmenti della società estranei al mondo della scienza e dei suoi metodi. La condivisione di quella visione della ricerca è stato uno dei motivi, tra i vari, che mi ha spinto, nel tempo del cosiddetto “Processo alla Commissione Grandi Rischi”, a impegnarmi per approfondire e capire quanto era accaduto dal terremoto dell’Aquila in poi. Proprio quel tipo di intromissioni si erano negativamente manifestate in una strumentalizzazione dell’informazione scientifica. Ancora oggi penso che il sentito ringraziamento che Boschi mi rivolse alla fine dell’iter giudiziario non fosse soltanto conseguenza del positivo esito personale, ma anche il riconoscimento per lo sforzo condiviso con i colleghi a difesa dell’unico modello di ricerca possibile.


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Due delle scuole di Erice: 1989 e 1995




Maria Laura Oddo
Settembre 2015. Mi sono iscritta a Facebook e mi piace molto; belli questi social! Quasi quasi provo anche con Twitter! Fatto! Chi seguo? Comincio da qualche giornalista; proviamo con Mentana! Ma chi vedo?
C’è “un” Enzo Boschi che interloquisce con lui! Ma sarà proprio ” il ” Prof. Enzo Boschi che conosco, quello che è stato tanti anni a capo dell’INGV e prima ancora dell’ING? Quello che teneva i corsi di geofisica a Erice, alla scuola Ettore Majorana e ne è stato anche Vicepresidente?
Poche domande e capisco che è proprio lui! Sono felice Professore, ti ho ritrovato!
Ti ho ritrovato in quello che, in un secondo momento, definisti “un gioco di società” che – dicevi – ti aveva salvato la vita quando eri stato cinicamente “messo in panchina“. Sapete, Boschi era una STAR su Twitter, ma NON lo era scrivendo “solo” sui terremoti , ma anche affrontando gli argomenti più disparati, dall’arte alla storia, alla letteratura, alla poesia!
Aveva “iniziato” migliaia di persone ai sonetti di Shakespeare , alla “toscanità” e ai pittori moderni.
Con lui ho conosciuto Jack Vettriano, Hopper! Gli piaceva tanto Hopper, forse perché rappresentava la solitudine, la solitudine nella quale lo avevano lasciato molti suoi colleghi che lo avevano abbandonato nel momento più buio! Tanti guizzi con QuizzArt, tanta scienza con “Terremoti e grandi rischi“!
Eri tu, caro Professore, complesso e, nello stesso tempo, semplice! Poi quel “Tu ce la farai, io no” ed il silenzio, poco prima della fine! Fine che fine non è perché ci sarai sempre in mezzo a noi, con la tua Cultura, la tua Ironia, la tua “Toscanità“!
Ciao, Professore, speriamo che tu ti sia sbagliato e che esista un aldilà dove ci si possa ritrovare a parlare di Hopper!

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Bruno Zolesi
In un ente con un rilevante orientamento sismologico, caratterizzato da una forte interazione con il mondo accademico e mediatico nazionale, non è stato facile rapportarsi con una personalità come quella di Boschi per chi come me si occupava di fisica ionosferica, disciplina che negli anni ottanta soffriva di una profonda crisi generata dal progresso tecnologico satellitare e dalla attenuata tensione internazionale successiva alla fine della guerra fredda. Non come oggi ove è parte importante del suggestivo Space Weather.
E’ merito di Boschi, della sua lungimiranza nel sostenere un piccolo gruppo di ricercatori dell’ING, che ha consentito di mantenere il know-how della osservazione ionosferica durante una difficile fase di transizione.
Negli ultimi 50 anni ho avuto l’opportunità e la fortuna di essere testimone della evoluzione dell’ING, prima come studente di E. Medi, all’inizio degli anni 70, e poi come ricercatore dell’ente dalla fine di quel decennio. Ho nel mio ricordo ben chiaro quale fosse l’ING nel periodo che precedette la nomina di Boschi a commissario.
Nei giorni intorno a Natale viene ritrasmesso quel bel film di Frank Capra “La vita è meravigliosa” nel quale al protagonista viene mostrato magicamente come sarebbe stato il suo paese se lui non fosse esistito. Due anni fa questo mi ha fatto pensare quale sarebbe stata oggi la sorte dell’INGV, il destino di tutti noi e delle nostre famiglie, compresi i forse ignari stabilizzati del 22 Dicembre 2018, senza la presenza, l’azione e la generosità di Boschi.

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Luca Malagnini

Enzo è stato per me un riferimento importante. Sempre disposto ad ascoltarmi, siamo rimasti in contatto fino a poco prima della sua morte. Negli ultimi tempi facevamo lunghe chiacchierate al telefono, durante le quali mi chiedeva delle mie vicende personali e di quelle dell’INGV. Di sé non parlava quasi mai. Il suo cruccio era che noi, creatori insieme a lui di un’eccellenza assoluta, sembravamo incapaci di far correre il testimone che lui stesso, suo malgrado, ci aveva consegnato.
Con rabbia, ci accusava di essere corresponsabili della deriva che stava portando il nostro Ente verso un ruolo sempre più subalterno rispetto a quello dei suoi finanziatori. Per evitare questo problema, quando era ancora al vertice dell’INGV mi disse che dovevamo rapidamente evolverci in un Ente con due anime distinte: un primo dipartimento dedicato alla ricerca di base, mentre nel secondo sarebbero confluite tutte le attività di monitoraggio e servizio. Non so se questa nuova versione dell’INGV avrebbe avuto miglior fortuna di quella attuale, ma era chiara la sua voglia di rilanciare la ricerca. Perché il successo personale di Enzo Boschi coincideva con quello dei suoi ricercatori.
Credo che chiunque adesso faccia parte dell’INGV abbia verso di lui un enorme debito di riconoscenza. Anche se è venuto dopo. Anche se lo ha dimenticato. Nessuno escluso.

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La scuola di Erice del 1998, dove l’INGV cominciò a nascere


Antonella Cianchi
Originalità e caparbietà, cultura e curiosità, arguzia e humor, eleganza e vanità sono alcune delle doti che ho personalmente conosciuto del bagaglio personale e professionale di Enzo Boschi. Ma oltre a queste doti ciò che rende indelebile in me il ricordo del Prof. Boschi è il fatto che fosse un “visionario”. Intendiamoci subito: intendo un uomo che, grazie alle sue doti e al suo istinto coraggioso, possedeva il dono della “vision”, di guardare oltre, di riuscire a pensare oltre il limite che nessuno avrebbe osato oltrepassare. Non sempre i suoi giudizi e i suoi programmi sembravano avere una solida base di dati, di prove, e diciamo che non sempre ha colto nel segno, talvolta anche entrando a gamba tesa senza i virtuosismi della diplomazia. Diceva e ribadiva quello che pensava, anche rudemente. Ma Enzo Boschi è stato capace, grazie a quella “vision”, di realizzare il futuro. Un futuro che, per circa 7 anni, ho avuto il privilegio di conoscere.

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Con Walter Veltroni e Antonella Cianchi all’INGV. Con Franco Barberi e Gianluca Valensise a Reggio Calabria



Dario Slejko
Enzo Boschi era una persona speciale. Imprevedibile, sempre e comunque. Ho avuto occasione di interfacciarmi con lui numerose volte e sono numerosi gli aneddoti che mi vengono alla mente pensando a lui, adesso, a due anni dalla sua scomparsa.
La prima volta lo incontrai nel 1976 ad Udine in occasione del convegno sul terremoto del Friuli. Non ricordo le sue presentazioni o i suoi interventi nelle discussioni ma ho una visione di lui insieme a Maurizio Bonafede mentre scendevano le scale del palazzo che ospitava il convegno. Scherzavano fra loro, rilassati, freschi e dinamici nel contesto serioso della manifestazione.
Un’altra volta, non ricordo quando e dove, eravamo seduti vicini su un aereo che non si decideva a decollare. Enzo mi ripeteva “Caro Dario, bisogna avere pazienza, una grande pazienza”, e, intanto, non riusciva a stare un momento fermo sul sedile. Passava il tempo e, nell’attesa del decollo, lo stewart distribuì bibite e noccioline che Enzo mangiò nervosamente ripetendo “Ci vuole pazienza, bisogna coltivare l’arte della pazienza”.
Boschi diresse molte scuole a Erice, sempre molto valide scientificamente. In quel bel posto, ebbi occasione di cenare molte volte con Enzo, generalmente in compagnie allargate, dove lui dominava le discussioni con la sua sagacia e il suo humor. Alcune volte mi è capitato anche di essere al tavolo solo con Enzo e di apprezzare la sua vasta cultura, scientifica e letteraria e la sua grande sensibilità per le cose della vita che lo avevano toccato, da vicino o da lontano.
Una personalità eclettica, estroversa, credo sempre sincera nel suo modo imprevedibile.

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Alessandro Bonaccorso
Ho conosciuto Enzo Boschi più da vicino a fine anni ’90 nella fase di transizione all’INGV. Le sue prime visite alla Sezione di Catania furono sorprendenti per vivacità di pensiero, visione proiettata nel futuro, capacità di sfrondare i problemi secondari e mirare a obiettivi primari e di lunga gittata.
Il suo scopo di portare avanti la nuova sfida di far crescere l’INGV era sostenuto in modo prorompente, per noi provenienti dal CNR quasi sbalorditivo. E di questa sua spinta propulsiva sicuramente la Vulcanologia ne ha beneficiato enormemente, facendo uno straordinario balzo in avanti nel decennio 2000-2010 in termini di personale, risorse, attività, prodotti scientifici. Per quel periodo, caratterizzato da numerose eruzioni critiche, è sorprendente ripensare a tutti gli spunti e le opportunità che ha promosso e favorito in termini scientifici e progettuali (basti pensare alla ‘storica’ prima Convenzione INGV con il DPC).
Non ho mai smesso di essere in contatto con Enzo Boschi e, volutamente, soprattutto nel delicato periodo post L’Aquila, durante il quale percepivo bene la sua grande sofferenza umana in quella triste vicenda. E quello fu un periodo in cui sicuramente il bilancio tra quanto da lui dato e quanto ricevuto è andato ingiustamente in negativo. Conservo nel mio intimo numerosi episodi in cui Enzo ha mostrato genialità e lungimiranza. E per me queste sono le caratteristiche che meglio lo hanno identificato e contraddistinto.
Nella mia memoria mi piace ricordarlo come nel nostro ultimo incontro al Caffè Zanarini di Bologna nel giugno 2017 (con classica spremuta di arancia), dove dopo diverse ore di battute, arguzie e anche molto sarcasmo, tipico del suo spirito ‘aretino’, la splendida mattinata si concluse con un forte e affettuoso, ma molto melanconico, abbraccio.

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A Catania durante l’eruzione dell’Etna del 2001. A destra con Carlo Piccarreda



Alessandro Amato
(Pensiero fatto qualche giorno dopo la morte, che non mi ero mai deciso a rendere pubblico)

Ieri notte ho sognato Enzo Boschi. O meglio, ho sognato che non so per quale ragione andavo a vedere quale fosse stato il suo ultimo tweet dall’ospedale. Di questa cosa mi aveva parlato Max Stucchi, ma io mi ero sempre rifiutato di andare a curiosare. Lo trovavo indiscreto e anche un po’ macabro, e poi quella cosa dei profili social interrotti dalla morte mi ha sempre angosciato.
Nel sogno invece le cose andavano diversamente. Lo facevo con leggerezza e quasi con gioia, soprattutto dopo aver visto che Enzo aveva cambiato la sua immagine del profilo mettendoci una sua caricatura sul letto di ospedale. Mi pareva avesse un termometro in bocca e una faccia tipo Commissario Basettoni. Simpatico e divertente. Mentre dicevo Guarda che grande auto-ironia, pur sapendo che…, mi accorgevo che la caricatura era in realtà una GIF in cui la faccia cambiava continuamente, diventando altri personaggi: un orso (tipo Baloo), un rinoceronte, ecc. La cosa mi ha divertito e mi ha fatto sorridere a lungo nel sonno.
Non ricordo altro di quel sogno ma la sensazione è stata quella di un’amicizia, di una mancanza, di un non detto. Che ora, dopo tanti giorni dalla tua scomparsa, vorrei dire.
Vorrei dirti, Enzo, che nonostante le tue ire e i tuoi strali degli ultimi anni, nonostante i tuoi duri attacchi soprattutto per quella storia di Ischia del 2017, che mi fecero stare molto male, io ti ho voluto bene e ti sarò sempre riconoscente. Riconoscente perché mi hai insegnato molto, dandomi l’opportunità di fare tante cose (belle) nel mio lavoro di ricercatore. Non credere che me le sia dimenticate. Come non mi sono scordato, e non mi scorderò mai, i tanti momenti importanti e quelli difficili che abbiamo passato insieme, tu da Presidente e io da ricercatore prima, da Direttore del CNT poi. I convegni di Erice dove ho potuto conoscere i grandi sismologi e geologi di tutto il mondo. I problemi con i terremoti degli anni ’90 (Potenza, Siracusa, Colfiorito). La grande fiducia che mi hai concesso nel 2001 affidandomi il compito di rifare daccapo la Rete Sismica nazionale dell’INGV. Fiducia e libertà. La crisi del 2002, quando ci presero di peso e ci portarono in Molise dopo la tragedia della scuola di San Giuliano, con la Grandi Rischi. Ma anche le discussioni tra noi, talvolta aspre, su tante cose. Sempre però con grande rispetto e con la disponibilità al confronto e a cambiare opinione.
E poi gli anni dell’Aquila, che tanto ti hanno addolorato. L’alone di sfiducia e critica nei tuoi confronti. L’atteggiamento, meschino, di chi si è approfittato del tuo momento di grande difficoltà per vendicarsi di qualche torto (vero o presunto, qualcuno lo avevi sicuramente inflitto, accidenti…). Alcuni saranno forse stati capaci di gioire perfino della tua morte. Non io. Anzi, al tuo funerale a Bologna ho indossato quel tuo completo di velluto nero a coste che mi avevi voluto regalare (dicevi che avevamo più o meno lo stesso fisico, ma in realtà la sarta ha dovuto fare un gran lavoro…).
Sono orgoglioso di esserti stato d’aiuto (sia pure piccolo, a te e a Giulio) negli anni bui della condanna in primo grado, e in quelli che hanno preceduto e seguito la vostra riabilitazione (mai abbastanza ricordata e riconosciuta!) dopo l’appello e la Cassazione. Il fatto non sussisteva.
Negli anni a seguire ci siamo allontanati, e di questo ti chiedo scusa, io sopportavo poco i tuoi attacchi contro tutti, probabilmente originati dai tanti anni di processi. Mi era sembrato impossibile ritrovare un dialogo, ma avrei dovuto provarci.
Mi manca la tua intelligenza, la tua cultura, la tua lucidità, la capacità che avevi di stupire con idee originali e futuriste, con citazioni di autori greci e latini, e subito dopo degli Skiantos o degli Oasis. Sicuramente gli anni a venire saranno più noiosi senza di te. Un abbraccio

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Patrizia Gucci
Lettera ad Enzo Boschi
Sì, mi manchi tanto, ma soprattutto mi manca il tuo personaggio, così fuori dalle righe che con schiettezza e verità, dice le sue opinioni. Su tutto? Quasi!
Fisico, chimico, vulcanologo e, come scrivi tu “rabdomante“, ovvero “colui che cerca e trova i misteri della terra“. Ad ogni domanda rispondi, sai tutto!
“Ma che cultura, Professore!” “Lo sai o l’hai studiato? “ “L’ho studiato e leggo tanto“.
“Ma ti rendi conto, che hai mandato al quel paese quelle persone? Sono ignoranti, ma non si fa!”
“Io lo faccio perché lo penso, dicono continue inesattezze e sono stufo!”
Sei stato grandioso quel giorno che, qui vicino Firenze, c’è stata una scossa di terremoto! Hai risposto subito, con grafici, punto focale, ora precisa, secondi e profondità! Mi hai veramente tranquillizzata! Mi dicevo: “Che fortuna ho di conoscerti!”
Tutta l’Italia è a rischio sismico” dicevi. “Allora può succedere anche dove sono seduta io?” “Probabile!”
“Ma gli esperti del governo lo sanno?” “Certo e non fanno nulla, niente di niente!”
“Ti piace tanto l’arte, vero, Patrizia? Anche a me, moltissimo!” E poi …” Hopper, non è un po’ troppo realista, quel senso di solitudine?” “La vita è così!”
E Quizz Art? Quei quadri? Chi è l’autore? Nove su dieci li indovini, Io forse uno o due! “Ed il video sulle balene? Ti piace?” “Tantissimo; l’ho visto e rivisto tre volte!” “Io amo tanto gli animali e la natura”, ti dico!
“Hai un senso dell’umorismo veramente speciale, sai Professore?” Ti dico: “Vieni a Firenze a trovarmi?” Mi rispondi: “Una persona nata ad Arezzo, non verrà mai a Firenze; abbiamo fatto la guerra per anni!”
“Ti ringrazio tanto dei bei fiori che mi mandi anche se virtuali!”
“Grazie, Enzo, di esserci!”

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Michele Dragoni
Sono trascorsi due anni dalla scomparsa di Enzo Boschi. L’anno scorso un gruppo di ricercatori e docenti dell’INGV e dell’Università di Bologna aveva pensato di celebrarne la memoria organizzando un convegno che si sarebbe tenuto a Erice, luogo che molti di noi hanno frequentato per oltre vent’anni grazie alla Scuola Internazionale di Geofisica di cui Enzo era il direttore. Il sopraggiungere della pandemia ha reso impossibile la realizzazione dell’iniziativa e pertanto mi fa particolare piacere rinnovare il ricordo di Enzo in questa occasione.
Non ripeterò l’elenco dei suoi grandi meriti, sui quali mi sono soffermato nel mio intervento su questo blog due anni fa e che tutti conosciamo. Desidero solo esprimere ancora una volta la mia riconoscenza per quello che ha fatto e testimoniare che il suo ricordo rimane indelebile nella mia memoria e – ne sono certo – in quella di moltissimi altri colleghi e colleghe che lo hanno conosciuto e apprezzato.

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Massimo Cocco
Ricordare Enzo Boschi a due anni dalla sua scomparsa è facile e difficile al tempo stesso. È facile perché nello svolgimento attuale del mio lavoro la sua presenza e la sua memoria è stabile. È difficile perché ricordarlo mi lascia la sensazione di una lacuna, come se ci fosse qualcosa che non abbiamo potuto completare assieme.
Il mio rapporto con Enzo è sempre stato diretto e sincero. E come tutti i rapporti diretti ci siamo anche scontrati duramente confrontandoci da posizioni molto diverse, superandole poi nell’ambito di un rapporto professionale e umano vivo. Oggi però voglio ricordare la condivisione di obiettivi scientifici, l’idea di far diventare l’ING prima e l’INGV dopo un Ente pubblico di Ricerca di rilevanza mondiale e all’avanguardia nelle scienze della Terra. Io credo che Enzo questo obiettivo l’abbia conseguito pienamente.
Mi piace ricordare il Presidente che girava nei corridoi dell’ING e dell’INGV la sera e si fermava con chi stava facendo ricerca, scherzando a modo suo ma anche motivando chi si dedicava al suo lavoro.
Forse la lacuna che sento è quella di non aver potuto discutere con lui serenamente dell’INGV e della ricerca scientifica nelle scienze della Terra quando lui non era più il mio Presidente e dopo il 2009, l’anno del terremoto dell’Aquila.
Credo sia giusto ricordarlo oggi riconoscendo l’enorme contributo che Enzo ha dato alla geofisica e alle scienze della Terra in Italia.

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A Catania con Alessandro Bonaccorso


Tullio Pepe
Due anni dopo. Sul mio account di Twitter, nell’elenco dei miei pochi following ho conservato il profilo di Boschi.Ogni tanto rileggo i suoi tweet e allora me lo immagino nella casa di Bologna, in centro, a pochi passi dalla chiesa dove due anni fa, in una livida vigilia di Natale, celebrammo il suo funerale, oppure nella casa di campagna sull’appennino tosco romagnolo, mentre compulsa, con un dito solo, la tastiera dell’iPad e beneficia i suoi 26mila follower della sua intelligenza, alternando spunti di arte, letteratura, politica, scienza, ambiente; e poi polemiche; e poi galanterie verso qualche sua follower particolarmente attraente. E in questo modo tiene lontani la solitudine, gli incubi legati al processo dell’Aquila, i problemi di salute e si sente ancora – almeno in parte – quello che è sempre stato: un protagonista del suo tempo.
Twitter, dopo la sua uscita dalla scena dell’INGV, è stato il mio legame con Enzo per molti anni. Tra noi non mancavano i contatti via email e telefonici; ma email e telefonate giravano sempre intorno alle vicende dell’INGV e allora le vivevo spesso con disagio perché il suo principale obiettivo era dimostrare che dopo di lui l’Istituto era sprofondato nella mediocrità e allora cercava solo conferme che non sempre mi sentivo di fornirgli, anche se percepivo il suo amore per l’ente che aveva contribuito massimamente a far nascere e a fare grande.
Su Twitter, invece, ritrovavo la vivacità di pensiero, la cultura immensa, l’arguzia aretina, il modo di fare che mi avevano affascinato sin da quando, nel 1982, me lo trovai davanti in Istituto, per la prima volta, alto, magro, che mi sembrava un ragazzo e mi porgeva la mano sinistra rovesciata, senza imbarazzo, e mi diceva “ok, diamoci del tu”. Nel salotto sintetico della rete rivedevo la personalità che ci guidò attraverso tre decenni di scommesse e di successi nel mondo complesso della ricerca scientifica pubblica.
So bene che il suo account è fermo a due anni fa. Ogni tanto, però, lo apro: hai visto mai che ci trovi qualche battuta al vetriolo sui sismologi che non la pensano come lui?

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Massimiliano Stucchi
Scrivere qualcosa su Boschi è come entrare in un frullatore. Pensieri, affetti, contrasti. Ricordi pubblici e personali; e quelli più intimi che restano dentro ciascuno di noi.
I primi incontri, lontani; poi sempre più ravvicinati, telefonate, brevi colloqui, scherzi, scazzi. I progetti, le tappe. L’intesa, quando c’era, era piena, impetuosa, trascinante. I regali che faceva: libri, giacche, cravatte: una cravatta tagliata, durante una riunione INGV. Il suo vestire elegante, e il perché. Erice, una delle sue creazioni, dove era più rilassato che a Roma: la gara per farsi invitare a pranzare al suo tavolo.
E le battute, tante. “Sarà un trionfo”; e lo fu. “Dove vai questa volta?” “Vicino Almerìa” “Ah, a sud di Granada!” (aveva letto il libro omonimo di G. Renan, prima di me)”. In mensa a Milano, dove si sforzava di pronunciare la “cassoeula”, e giù risate. E poi il periodo “social” con il Foglietto, Twitter, @Quizzart. Questo blog volava con i suoi retweet.
E soprattutto la sua forza d’animo (!!): la menomazione antica, e poi la frattura mentre si imbarcava in aereo. E L’Aquila, quel pugno nello stomaco. “Affronteremo anche questa”, disse dopo il rinvio a giudizio. La affrontò, combatté e vinse, ma ne portò i segni.
Oggi però voglio ricordare un Boschi che pochi conoscono. Nel Progetto Finalizzato Geodinamica (PFG), dove prevalevano geologia, vulcanologia e ingegneria sismica, c’erano solo alcuni embrioni di sismologia: reti sismiche, catalogo dei terremoti, un po’ di sismogenesi. Pure, quel PFG sentì la necessità di una visione più ampia, avanzata; istituì il “Comitato Coordinamento Sismicità” (CCS) e ne affidò il coordinamento a Boschi.
Di questa vicenda conservo un verbale e un documento dal titolo mirabile, entrambi scritti a mano nel 1979. Nel documento c’è il futuro della sismologia italiana, l’attenzione a tutti i settori, la necessità di migliorare l’organizzazione degli enti di ricerca. C’è il Boschi visionario e propositivo, da poco professore ordinario, non ancora presidente ING: il Boschi che ha in mente l’INGV.

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CCS1

Alberto Michelini
Ho veramente poche parole da dire perché l’ho conosciuto poco di persona mentre l’ho messo a fuoco molto meglio per  quello che faceva o aveva fatto. Penso che Enzo sia stato un uomo illuminato con una grande visione sul ruolo che la geofisica, e la sismologia in particolare, dovessero avere in un paese sismico come il nostro. Ha capito da subito che bisognava puntare su una nuova generazione di ricercatori e che questa doveva essere istruita a dovere per poter andare al passo coi tempi. Negli anni ‘80 si trattava di rivedere un po’ tutto a partire dal monitoraggio a scala nazionale che non poteva essere una federazione di osservatori indipendenti mentre si doveva centralizzare per fare in modo che i dati fluissero e venissero processati opportunamente in tempo reale per effettuare la sorveglianza sismica e per monitorare la sismicità. Cioè era necessaria la rete sismica nazionale. Ma era altrettanto necessario investire su nuovi campi di ricerca altrettanto necessari per comprendere meglio la complessità dei fenomeni sismici.  Nei miei anni trascorsi in California ho incontrato tanti di coloro che sarebbero diventati i miei futuri colleghi. Erano tutti che appartenevano all’ING.  Avevamo tutti la stessa età. Enzo capì l’importanza di realizzare un grande istituto mettendo insieme geofisica e vulcanologia: ha creato l’INGV.  Da poche decine di persone a piu’ di 1.000 in pochi anni. Penso che basti questo per comprendere la sua reale statura e quanto il paese gli debba essere riconoscente. 

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Sergio Del Mese
Tanti anni fa, io c’ero, arrivò un uomo con occhi vivi, brillanti, pungenti. Un uomo che scherzava con tutti, mentre la radiografia era in atto. Chiamò a raccolta le truppe, nessuno escluso, vaneggiando nomi mai sentiti prima come Sala Sismica, Sorveglianza Sismica, Rete nazionale, Turni… Quindi costruì castelli ed elevò capitani al ruolo di generali, incitando, a volte urlando, mai domo, mai sazio.
Quando la prima roccaforte ebbe una forma, entrava spesso, per vedere, chiedere, capire…     …la battuta non mancava mai, tra un allarme, un terremotino, i telefoni che squillavano, tra rulli e righelli pieghevoli, tra Alex, Epin, Epic…
…il progetto si evolveva, si ingrandiva, arrivarono falchi, poche aquile, molti fringuelli, alcuni volando altri su solidi posatoi, prima a Villa Ricotti, poi a Vigna murata e, infine, diede vita al sogno dell’INGV, attraverso molte rivoluzioni piccole e grandi, certamente non soltanto logistiche…
Siamo cresciuti, tutti, sotto una spinta continua, pungente, costruttiva. Però non si possono mettere tanti anni in poche righe, anche sorvolando sulle ultime terribili battaglie. Episodi da raccontare, anche divertenti, ce ne sono stati molti…   ma fanno parte di un privato che stonerebbe in questo contesto, dico soltanto che parlare, intrattenersi con tecnici (…Franco Pirro, Luciano Giovani o lo stesso Piergiorgio De Simone) era un chiaro segnale di chi voleva veramente capire esigenze e problemi a tutti i livelli.
Chiudo, con un ricordo personale di Boschi, una lettera con cui si congratulava per i nostri lavori all’interno del PFG, mostrata soltanto per onorare la memoria di Maria Cecilia Spadea, artefice di quell’encomio, scomparsa tragicamente in un incidente stradale, mentre si recava al lavoro, nella sede di Monte Porzio Catone.

BOSCHI SPADEA

Quelle poche righe scritte di suo pugno, per i due “contrattisti” interessati, erano un sogno ad occhi aperti ma anche la misura di come un CAPO fosse attento alle mille attività di quanto stava costruendo.

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Marianna Gianforte


«È dall’Aprile del 2014 che non siamo in contatto. Speravo di incontrarti a L’Aquila quando son venuto a testimoniare nel processo Bertolaso. Oggi ho visto un tuo tweet su Tornimparte… Come stai? Come va il tuo lavoro?».
Era il 27 luglio 2016 quando Enzo Boschi mi scrisse questo messaggio su Twitter. Non gli risposi mai. Non c’è un motivo preciso del perché non lo feci, forse ero presa dal tam-tam della vita quotidiana e lavorativa che, allora, per me aveva ritmi assurdi. Più volte dissi a me stessa che dovevo trovare il tempo di rispondere, perché era un messaggio diverso. Mi rammarico ancora oggi del mio silenzio. Ancora oggi, quando penso alla notizia della sua morte, mi sento profondamente in debito con lui per quel messaggio non risposto, per la sensazione sottile che mi ha lasciato: forse cercava una sponda per comunicare qualcosa.

Qualche anno prima – il 2 aprile 2014 – lo avevo invitato a partecipare a una mostra fotografica dedicata al quinto anniversario del sisma aquilano, a casa Onna, nella quale io e altri colleghi del quotidiano abruzzese Il Centro mettevamo a confronto con ritratti fotografici cittadini aquilani nella loro vita pre e post sisma. Declinò l’invito scrivendomi che, per come erano andate le cose (la condanna in primo grado per il processo alla commissione Grandi rischi), temeva che la sua presenza potesse «infastidire qualcuno». E poi aggiunse: «Non ho mai tranquillizzato nessuno prima del terremoto del 2009. Anzi, ho sempre evidenziato l’alta pericolosità abruzzese. Spero che tutto si chiarisca con l’Appello. Poi, spero che m’inviterai a raccontare le cose da un altro punto di vista». Il suo “grazie di cuore” che chiudeva quella conversazione su Twitter descrive perfettamente l’uomo che Boschi era. Capita raramente che qualcuno ringrazi mettendoci il cuore. Boschi era così. Soltanto pochi mesi dopo – a novembre – l’ex presidente dell’Ingv venne assolto insieme a Giulio Selvaggi, Franco Barberi, Mauro Dolce, Claudio Eva e Michele Calvi, mentre la condanna fu confermata (anche se rideterminata) per Bernardo De Bernardinis della Protezione civile.

E adesso ripercorrendo quei messaggi, di cui l’ultimo colpevolmente senza la mia risposta, mi torna perfettamente chiara quella passeggiata che nel settembre del 2010 da via dell’Arcivescovado ci condusse in quella che sarebbe diventata – seppur per un brevissimo periodo di tempo – la tanto attesa sede aquilana dell’Ingv, in un palazzo privato che un tempo aveva ospitato gli uffici delle Poste, e alla cui inaugurazione, in un freddissimo novembre dello stesso anno, partecipammo insieme, lui presidente dell’Ingv e io come cronista del “Il Centro”. Durante quel tragitto mi fece questa considerazione: «Le persone sono diventate più sensibili anche alle scosse più piccole dopo il dramma del 6 aprile 2009. Negli ultimi cinque anni l’Ingv ha registrato 54.900 piccolissime scosse, e cioè 11mila all’anno, in Italia, che è un paese altamente sismico dall’Abruzzo alla Sicilia». Da allora ho adottato la locuzione “dall’Abruzzo alla Sicilia” facendola mia, l’ho usata infinite volte in ogni circostanza possibile: nei mei articoli sul terremoto, nei convegni che ho moderato, nelle conversazioni tra amici e colleghi, perché, forse, mai come in quella chiacchierata con Boschi avevo capito cosa fosse il nostro paese: un territorio sismicamente ballerino, di cui l’Abruzzo è la regione a più alto rischio sismico, in cui ci si salva soltanto se ciascuno fa con coscienza, consapevolezza e lucidità ciò che deve fare. In questo caso: progettare e costruire in sicurezza e – a livello più “alto”, istituzionale – creare le condizioni normative, strutturali, finanziarie e operative affinché i quasi mille Comuni italiani, le autostrade e le infrastrutture vengano messi in sicurezza. Ma la “sicurezza anti sismica” è uscita oggi di scena, scalzata da un nuovo nemico, il Sars-Cov-2, che attanaglia le nostre vite e su cui si concentrano sforzi politici, dibattiti pubblici, cronache e inchieste giornalistiche. Poi tornerà il momento in cui nuovi morti sotto le macerie ci sveglieranno dal torpore ricordandoci che l’Italia è fragile esattamente come 12 anni fa e che dal terremoto dell’Aquila, il 6 aprile 2009, con i suoi 309 morti, non è cambiato nulla. Se, forse, in questo preciso momento storico L’Aquila e i 56 Comuni del cratere sismico sono le uniche oasi sicure, tutto il resto del paese è un colabrodo. E Boschi, sempre in quel tragitto per le vie aquilane all’epoca ancora deserte e silenziose, disabitate e anche maleodoranti per i palazzi disabitati e danneggiati, più volte mi ripetette il senso del concetto di “sicurezza”: poter uscire da casa vivi durante una forte scossa, come in Giappone.
E questa è una responsabilità di ciascuno di noi per la propria parte, competenza e posizione o ruolo; agli scienziati, invece, l’altro arduo compito di fornire alla società la spiegazione (ovviamente sempre mutevole in base alle risultanze scientifiche che via via si acquisiscono) di quello che succede nel mondo della natura, dalle placche o le faglie sismiche, sino all’infinitesimale virus. Ecco, dunque, che questo invito a lasciare un ricordo dello scienziato Enzo Boschi è per me un modo per salutarlo, finalmente, dopo quel messaggio mai risposto, e chiedergli “scusa”, quanto meno, per la mia scortesia.

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Gli amici de “Il Foglietto della Ricerca” l’hanno ricordato come loro editorialista e amico

https://www.ilfoglietto.it/il-foglietto/6425-enzo-boschi-geofisico-editorialista-che-manca-tanto-al-foglietto

La sismologia strumentale ai tempi del terremoto del 1980: colloquio con Edoardo Del Pezzo

Ricorre il quarantesimo anniversario del terremoto del 1980, che avvenne mentre la sismologia osservazionale stava compiendo un passaggio epocale. Accanto ai ricordi delle distruzioni e della tragedia non vanno dimenticati gli sforzi, il coraggio e la dedizione della comunità scientifica, e in particolare di quanti si trovarono a operare in prima linea, negli osservatori sismologici e sul campo.  Abbiamo chiesto di ricordare quel periodo a Edoardo Del Pezzo, che nel 1980 ha fatto parte del nucleo di ricercatori che ha gestito l’emergenza legata al terremoto e in particolare la raccolta e alla analisi delle registrazioni sismometriche.
Napoletano, sismologo e vulcanologo, Edoardo ha iniziato la sua attività presso l’Osservatorio Vesuviano (Napoli). Nel seguito ha operato presso l’Istituto Internazionale di Vulcanologia (Catania), l’Istituto per la Geofisica della Litosfera (Milano), l’Università di Catania, l’Università di Salerno per poi tornare all’Osservatorio Vesuviano. Quando quest’ultimo è confluito nell’INGV è stato componente del consiglio direttivo dell’ente dal 2001 al 2005. In pensione da alcuni anni collabora, oltre che con INGV, con l’Università di Granada e con l’azienda vinicola della moglie, nel beneventano.

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Edoardo, tu hai operato nel punto focale delle operazioni di analisi dei dati sismometrici dopo il terremoto del 1980, presso l’Osservatorio Vesuviano (OV). Ne parliamo più avanti. Prima però vorrei ricordare con te lo stato della sismologia strumentale prima del terremoto. Accanto a una rete sismica nazionale gestita dall’ING con strumenti abbastanza obsoleti, erano fiorite una serie di reti locali più moderne che, in ambito PFG, si erano costituite in una struttura federata per inviare a ING i dati delle proprie stazioni. Nel 1979, in occasione del terremoto di Norcia, questa struttura coordinò l’istallazione e la gestione di una rete temporanea. I metodi di localizzazione erano in alcuni casi ancora abbastanza primitivi; addirittura nel 1978 il PFG organizzò un seminario per mettere a confronto questi metodi. Nel 1981 venne organizzato un seminario sul calcolo della magnitudo. La Commissione CNEN-ENEL aveva avviato la gestione di una rete accelerometrica. Puoi aggiungere qualche ricordo?

Che ruolo svolgevi prima del terremoto? Ci puoi raccontare la situazione dell’OV quando avvenne il terremoto, e quale fu la risposta immediata?

Come detto più sopra, mi occupavo della raccolta dati della rete delle isole Eolie, che aveva il duplice scopo di una rete di “sorveglianza” dei vulcani (Stromboli, Lipari-Vulcano) e di studio della sismicità del basso Tirreno: un compito che col senno del poi avrei giudicato immane, data l’importanza dell’area nella tettonica del Mediterraneo, ma che al momento affrontavo con la spavalderia di un ventisettenne e con le risorse che “passava il convento”. Tra capo e collo ad aprile del 1978 un terremoto nel golfo di Patti (M5.5) mise a dura prova sia la strumentazione (che rispose alla grande per fortuna mia e di tutta la comunità sismologica), sia la capacità di analisi che i miei colleghi ed io avevamo acquisito fino ad allora (anche in questo caso la risposta fu positiva). In quel periodo lavoravo tra Lipari (l’Osservatorio Geofisico del CNR) e l’Osservatorio Vesuviano di Napoli, dove ero distaccato 15 giorni al mese per l’analisi dei dati e le collaborazioni scientifiche. Questa situazione durò fino al 23 novembre del 1980, quando l’evento che avrebbe cambiato la sismologia in Italia, e ridimensionato gran parte della mia spavalderia, ebbe luogo in Irpinia.

I sismologi che operavano in quegli anni vivevano una transizione molto rapida dalla sismologia basata sullo studio dei singoli sismogrammi (a volte registrati ancora su carta affumicata), volto alla comprensione dell’interno della Terra nelle sue strutture a larga scala alla sismologia basata sui dati raccolti da “reti” di sismometri, a volte centralizzati via radio ad un “osservatorio” , che permetteva di mettere a fuoco strutture geologiche a “scala minore”, come per esempio le strutture sismogenetiche. In questa transizione il riferimento culturale era nelle università statunitensi più importanti (la Columbia University ed il Lamont Observatory, MIT, Caltech). Giocoforza si “adottarono” anche in Italia, per lo studio dei dati delle reti temporanee, paradigmi e metodi provenienti dagli Stati Uniti. “Hypo 71” era il codice standard del calcolo ipocentrale. Il seminario tenuto a Milano (IGL) sul calcolo ipocentrale fu un’occasione per i “gestori” delle reti per scambiarsi informazioni e per mettere a fuoco, in uno schema culturale consono ai Fisici ed ai geologi che iniziavano la loro attività in quegli anni, le basi matematiche del calcolo ipocentrale. Ricordo che a quel seminario parteciparono un gruppo di matematici dell’Università di Milano, che chiarirono a tutti che il calcolo ipocentrale rientra nei i processi di ottimizzazione matematica, ben noti a chi aveva seguito i corsi universitari di matematica avanzata. Per me e qualche collega quel seminario fu un momento rassicurante, in cui capimmo che ci saremmo mossi in binari già tracciati e conosciuti.
L’elettronica tedesca (Lennartz) ci aiutò molto in quel difficile momento di crescita, mettendo a disposizione, a prezzi ragionevoli, strumentazione molto affidabile e robusta. Grazie alle stazioni sismiche prodotte da Lennartz, il divario tecnologico con gli Stati Uniti (e forse anche con il Giappone) iniziava a restringersi. Alcuni colleghi si dedicarono allo studio degli strumenti come loro attività primaria, costituendo il nucleo degli “strumentisti” che avrebbe formato in seguito generazioni di tecnologi. Con i finanziamenti del PFG furono acquistate molte stazioni sismiche Lennartz, alcune dotate di trasmissione (analogica) radio. Nel mio ruolo di allora (responsabile della rete sismica delle isole Eolie) acquistai anch’io, grazie a questi finanziamenti, un piccolo numero di stazioni Lennartz che andarono a sostituire un’elettronica poco affidabile di produzione americana su cui si basava la rete sismica che “ereditai” quando presi servizio.

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Paolo Scandone: uno dei “Grandi” del Progetto Finalizzato Geodinamica e del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (colloquio fra Massimiliano Stucchi e Dario Slejko)

Quattro anni fa ci ha lasciati Paolo Scandone, una figura centrale nello sviluppo della geologia e delle ricerche nel settore della difesa dai terremoti in Italia a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. Lo ricordano qui Massimiliano Stucchi e Dario Slejko i quali con Paolo – tra le altre cose – misero le basi per una delle prime valutazioni di stampo moderno della pericolosità sismica del territorio italiano.
Lo ricordano con il rammarico che riconoscimenti e belle parole andrebbero offerti alla persona cui sono destinati quando la persona stessa è ancora in vita e li può apprezzare.

MS. Ho conosciuto Paolo Scandone all’avvio del Progetto Finalizzato Geodinamica (PFG) del CNR, nel 1976. Era responsabile del Sottoprogetto “Modello Strutturale”, al quale contribuivano moltissimi geologi di numerose università e istituti di ricerca. Era una persona dotata di notevole carisma e al tempo stesso di grande umanità, con il quale veniva istintivo cercare il dialogo e il confronto su temi scientifici, politici e più in generale della vita. Continua a leggere

Come (e quando) nacque l’INGV… (Massimiliano Stucchi)

Premessa. A dispetto del fatto che in questi giorni si voglia celebrare il ventesimo anniversario della nascita dell’INGV, l’INGV nacque invece il 10 gennaio 2001. Nel 1999 uscì il Decreto Legislativo 381/1999, che stabilì il percorso e le modalità di costituzione dell’INGV. Fino al 10 gennaio 2001 l’INGV non esisteva; esistevano al suo posto gli istituti che vi sarebbero confluiti, con i loro presidenti, direttori e organi di governo. Come ha commentato un ex-collega, celebrare la nascita dell’INGV nell’anniversario del suo decreto istitutivo, che aveva fissato anche l’itinerario per la nascita vera e propria, è un po’ come “anticipare la celebrazione del compleanno al giorno del concepimento” (cit.). Ma comunque.
Pensavo quindi di avere un po’ di tempo per preparare un ricordo circostanziato, magari assieme a Tullio Pepe e altri; questo anticipo mi costringe a essere un po’ approssimativo, e mi scuso con chi ha vissuto le esperienze che descrivo se non troverà la narrazione perfettamente corrispondente a come si svolsero i fatti. Comunque mi è piaciuto scriverlo: commenti benvenuti e…rimedierò nel 2021.

Correva l’anno 1999 e, come ci ha ricordato un altro ex-collega, a Erice (Trapani), alto luogo della ricerca scientifica, si tenne in luglio una sessione un po’ particolare della “School of Geophysics”, diretta da Enzo Boschi. Si riunirono infatti, in prevalenza, ricercatori italiani afferenti agli istituti di ricerca del settore geofisico, sismologico e vulcanologico (ING, CNR, Osservatorio Vesuviano, Osservatorio Geofisico Sperimentale di Trieste), oltre a docenti universitari di varie discipline afferenti alla geofisica. Era presente anche qualche docente di ambito geologico. Continua a leggere

How (and when) INGV was born (Massimiliano Stucchi)

translated from https://terremotiegrandirischi.com/2019/09/26/come-e-quando-nacque-lingv-di-massimiliano-stucchi/ by googletranslate, revised

Premise. In spite of the fact that these days the twentieth anniversary of the birth of INGV is going to be celebrated, INGV was actually born on January 10th 2001. In 1999, Legislative Decree 381/1999 was published, which established the path and methods of establishing the INGV. Until January 10, 2001, INGV did not exist; in its place there existed the institutes that would have merged there later, with their presidents, directors and governing boards.
As one former colleague commented, celebrating the birth of INGV on the anniversary of his institutional decree, is a bit like “anticipating the birthday celebration to the day of conception ”(cit.). Anyhow.
I therefore thought I had some time to prepare a detailed account, perhaps with Tullio Pepe and others; this advance forces me to be a bit approximate, and I apologize to those who have lived through the experiences I describe if they will not find my narrative perfectly corresponding to how the events took place. However I liked writing it: comments are welcome and … I’ll fix it in 2021.
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La scala macrosismica EM-98 è stata pubblicata in italiano: intervista a Andrea Tertulliani, Raffaele Azzaro e Giacomo Buffarini

La traduzione italiana della scala macrosismica europea (EMS-98), compilata da gruppo di lavoro della ESC (European Seismological Commission) nel decennio 1988-1998, esce a notevole distanza (21 anni) dalla pubblicazione della versione inglese, dopo che quest’ultima è stata utilizzata sul campo e sperimentata in occasioni di numerosi terremoti italiani, dalla sequenza di Colfiorito del 1997 (nell’occasione venne usata la versione 1992 della scala stessa) fino agli eventi del 2016-2017. Vale la pena ricordare le maggiori innovazioni introdotte dalla versione 1992, consolidate nella versione 1998: i) la definizione operativa di intensità macrosismica; ii) l’introduzione della nozione di vulnerabilità sismica come superamento delle tradizionali tipologie costruttive; iii) la compilazione di una guida all’utilizzo della scala stessa. Ne parliamo oggi con i curatori della versione italiana. Continua a leggere

Un pensiero per Enzo Boschi – One thought for Enzo Boschi

Enzo Boschi ci ha lasciati. Non leggeremo più i suoi tweet su argomenti disparati, i suoi articoli e le sue invettive sulle pagine de “Il Foglietto”, o da qualche altra parte.
Questo blog, terremotiegrandirischi.com, era nato per lui, per Giulio Selvaggi, per Gian Michele Calvi e per gli altri colleghi, ingiustamente accusati di omicidio colposo nell’ambito del famoso “processo di L’Aquila”. Con questo blog e i contributi ivi contenuti si è cercato di analizzare la vicenda, di contribuire a combattere e rimuovere le innumerevoli inesattezze e forzature che venivano propinate al pubblico da parte dei media, da parte della Pubblica Accusa e del Giudice di primo grado.
Non so quanto il blog sia riuscito in questo intento ma so che Enzo Boschi l’aveva apprezzato e vi aveva contribuito.
Dopo la sentenza di secondo grado e quella, finale, della Cassazione, che avevano stabilito che “il fatto non sussiste” per sei dei sette inquisiti, i terremoti del 2016 in Italia Centrale stimolarono l’idea di continuare e contribuire alla analisi critica degli avvenimenti e delle problematiche legate alla riduzione del rischio sismico.
Enzo Boschi ne fu contento e incoraggiò l’iniziativa.
Non mancarono, nei mesi seguenti, contrasti anche importanti sulle valutazioni e sulle opinioni, di cui il blog mantiene traccia: ma i contrasti si ricomposero sempre, in nome della amicizia che ci ha legati dal 1974 – quando per la prima volta lo conobbi alla Università di Ancona – e delle battaglie ideali che ci hanno accomunato. E dell’affetto consolidatosi in questi lunghi anni.
Forse oggi questo blog ha esaurito il suo compito. Ma proprio per questo sarebbe bello che chi – lettore o meno del blog – avendo il desiderio di lasciare un  ricordo di Enzo Boschi, una firma, un commento, lo facesse qui sopra, inserendolo nei “commenti”. Non fa nulla se è  già pubblicato altrove: forse sarà utile conservarli tutti insieme. Sarà mia cura dare la maggior visibilità possibile ai contributi.

Enzo Boschi has left us. We will no longer read his tweets on disparate subjects, his articles and  invectives on the pages of “Il Foglietto”, or somewhere else.
This blog, terremotiegrandirischi.com, was born for him, Giulio Selvaggi, Gian Michele Calvi and other colleagues, unjustly accused of manslaughter in the context of the famous “L’Aquila trial”. With this blog and the contributions contained therein we tried to analyze the story, to help fight and remove the countless inaccuracies stretches and fakes that were propagated to the public by the media, by the Prosecutor and the Judge of First Instance. I do not know how much the blog has succeeded in this intent but I know that Enzo Boschi had appreciated and contributed to it.
After that the second degree trial and the final one of the Supreme Court, which sentenced that “the fact does not exist” for six of the seven defenders, the earthquakes of 2016 in Central Italy stimulated the idea of keeping the blog alive, contributing to the critical analysis of events and problems related to the reduction of seismic risk. Enzo Boschi was pleased. In the following months we had also important contrasts on the evaluations and opinions, of which the blog keeps track: but the contrasts were always recomposed, in the name of the friendship that has linked us since 1974 – when for the first time I met him at the University of Ancona – and of the ideal battles that have united us. And of the affection consolidated in these long years.
Perhaps today this blog has exhausted its task. But just for this reason it would be nice that who – reader or not the blog – wish to leave a memory of Enzo Boschi, a signature, a comment, do it inserting it into the “comments” above. No problem if they have been published  somewhere else: here it will nice to have them all together.

 

23 novembre 1980: quando la “Grandi Rischi” non c’era ancora (Massimiliano Stucchi)

 

Il 23 novembre 1980 l’Italia Meridionale viene colpita dal terremoto più disastroso e mortifero dal 1915, terremoto di Avezzano. Le dimensioni del disastro vengono comprese solo nei giorni seguenti. I soccorsi si muovono con molto ritardo. Il presidente Pertini visita quasi subito le zone colpite e pronuncia un memorabile discorso alla TV: Continua a leggere

Franco Barberi e la lezione del terremoto del 1980 (Carlo Meletti)

Recuperare la memoria è un esercizio molto utile, in generale nella vita di tutti i giorni, ma in particolare nel settore della prevenzione dai terremoti, non fosse altro perché sappiamo che dove sono avvenuti già in passato i terremoti potranno verificarsi ancora.Facendo una ricerca con un motore di ricerca su alcune parole chiave relative alla difesa dai terremoti, mi è stato proposto il link ad un documento che conoscevo molto bene, ma che era rimasto in un angolo sperduto della memoria e ho così approfittato della combinazione per rileggerlo. Continua a leggere