Franco Barberi e la lezione del terremoto del 1980 (Carlo Meletti)

Recuperare la memoria è un esercizio molto utile, in generale nella vita di tutti i giorni, ma in particolare nel settore della prevenzione dai terremoti, non fosse altro perché sappiamo che dove sono avvenuti già in passato i terremoti potranno verificarsi ancora.Facendo una ricerca con un motore di ricerca su alcune parole chiave relative alla difesa dai terremoti, mi è stato proposto il link ad un documento che conoscevo molto bene, ma che era rimasto in un angolo sperduto della memoria e ho così approfittato della combinazione per rileggerlo.

Il 23 novembre 1980 un terremoto di magnitudo 6.9 distrugge un’area molto estesa in Campania e Basilicata. Tutto il paese rimane sotto choc per le notizie e le immagini che arrivano da quel territorio e per le difficoltà dei soccorsi dovuta a una scarsa organizzazione. All’indignazione di molti cittadini viene data voce dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini e da Papa Giovanni Paolo II che si recarono in zona dopo pochi giorni ed ebbero parole durissime per la situazione che trovarono.
Il dibattito si spostò a livello parlamentare e il tema delle politiche di riduzione del rischio sismico fu discusso nel corso di una riunione delle Commissioni Parlamentari interessate. Furono invitati a presentare una memoria i professori Franco Barberi e Giuseppe Grandori che a quel tempo guidavano il Progetto Finalizzato Geodinamica del CNR, una iniziativa di ricerca scientifica di 5 anni che vedeva coinvolti moltissimi ricercatori.
Il 10 dicembre 1980, alla presenza del Presidente Pertini, fu letto un documento che è possibile reperire in rete e dal quale ho estratto 3 passi che mantengono, a 33 anni di distanza, una attualità sconvolgente perché non sembra essere cambiato molto da allora.

Il primo estratto racconta del difficile rapporto con quelli che oggi chiameremmo decision makers; la comunità scientifica reagì assumendosi una enorme responsabilità che non le spettava.

Dopo un ultimo contatto con il Ministero dei lavori pubblici nell’aprile 1980, gli operatori del Progetto hanno maturato la convinzione che la burocrazia dello Stato ed il potere politico non erano in grado di acquisire in tempi ragionevoli la necessaria coscienza dei termini del problema.
I casi possibili erano dunque due: o nessuna decisione sarebbe stata presa, oppure, se presa, la decisione sarebbe stata in buona parte inconsapevole. Di fronte alla gravità della situazione, gli operatori del Progetto hanno deciso di assumersi la piena responsabilità di proporre un preciso criterio decisionale ed il conseguente elenco dei Comuni da includere fra quelli considerati sismici ai fini delle norme costruttive.
Un apposito gruppo di lavoro ha consegnato nel giugno 1980 la proposta relativa alle tre Regioni sopra ricordate, mentre si è impegnato ad elaborare entro il giugno 1981 la proposta per tutto il territorio nazionale. E’ attualmente in corso, e sarà pronto in tempi brevissimi, un nuovo stralcio con la proposta di riclassificazione delle zone colpite dal terremoto del 23 novembre 1980.
Del lavoro scientifico svolto, della politica di ricerca seguita, delle responsabilità assunte e sempre pubblicamente dichiarate nei convegni annuali, i ricercatori del Progetto “Geodinamica” sono pronti a rispondere all’opinione pubblica ed alle forze politiche; essi sollecitano, anzi, un pubblico dibattito su questi temi.

Il secondo passo spiega come investire in prevenzione sia l’unica strada percorribile per salvare vite umane.

Si considerino i due seguenti casi-limite. Nel primo caso si supponga che tutte le costruzioni presenti nelle zone sismiche del territorio nazionale siano eseguite con tecniche moderne ma senza tener conto delle azioni sismiche. E’ da attendersi in tal caso un elevato numero di vittime. Inoltre l’ammontare dei danni materiali attesi si può stimare compreso fra i 1.000 e i 1.500 miliardi all’anno.
Nel secondo caso si supponga invece che tutte le costruzioni precedentemente considerate siano eseguite con il livello di resistenza previsto dalle norme attualmente vigenti per le nuove costruzioni ed adottando le concezioni strutturali ed i dettagli costruttivi che la buona regola dell’arte suggerisce. Il numero atteso di vittime risulta in questo caso drasticamente ridotto rispetto al caso precedente. Quanto al costo monetario, derivante dalla somma dei danni attesi (assai minori rispetto al caso precedente) e dell’extra-costo iniziale delle costruzioni rispetto al caso di assenza di normativa sismica (quest’ultimo tradotto in rata annua), si può stimare che esso sia ancora compreso fra i 1.000 e i 1.500 miliardi annui.
Si può dunque dire che il non difendersi dai terremoti, oppure il difendersi al livello di protezione previsto dalle norme attuali, sono due politiche che conducono, alla lunga, a costi monetari dello stesso ordine di grandezza. Ma la seconda politica riduce di molto il numero di vittime atteso.

Questo elemento è ancora oggi valido, tutta la comunità scientifica internazionale concorda su questo aspetto. Solo il giudice del processo alla Commissione Grandi Rischi, dott. Marco Billi, è convinto del contrario, visto che nella sentenza scrive: “Tale affermazione è inutile perché fornisce una indicazione non attuabile in concreto e pressoché impraticabile. I Comuni italiani, quasi tutti caratterizzati da estesi centri storici risalenti nei secoli, richiederebbero, per rafforzare le costruzioni esistenti e migliorare la loro capacità di resistere al terremoto, risorse finanziarie talmente ingenti da risultare concretamente indisponibili”.

Infine il terzo estratto assume un significato particolare, se si considera che 32 anni dopo la presentazione di questo documento il prof. Barberi, insieme agli altri partecipanti della riunione della Commissione Grandi Rischi all’Aquila, è stato condannato a 6 anni di carcere per aver “rassicurato” la popolazione sul reale rischio sismico dell’area. Anche allora il prof. Barberi rappresentava una comunità scientifica ampia, che ha fatto della comunicazione dei reali rischi legati al terremoto lo strumento principale per creare la consapevolezza della popolazione di abitare in zona sismica.

Perché la tragedia della Campania e della Basilicata possa trasformarsi in una lezione positiva occorre che:
– il Paese, a tutti i livelli, dalla classe politica, alle forze sociali, agli organi di informazione, ai singoli cittadini, prenda definitivamente coscienza che i terremoti sono una componente costante della vita nazionale;
– ci si renda conto una volta per tutte che mentre nelle zone colpite dal terremoto del 23 novembre scorso non è ancora superata la fase di emergenza, già siamo in situazione di pre-emergenza in altre zone sismiche del Paese, dove tra pochi mesi o pochi anni il terremoto colpirà ancora.

L’ultima frase può essere sottoscritta anche oggi da chiunque studi i terremoti e come ci si può difendere da essi: sappiamo che altre zone in Italia nei prossimi anni sperimenteranno un terremoto e purtroppo la comunità nazionale si scoprirà ancora una volta non preparata a questa evenienza.
Anzi, si può forse affermare che la sentenza del Tribunale dell’Aquila con le sue motivazioni ha sicuramente contribuito ad aumentare il rischio sismico in Italia, in quanto ha spostato l’attenzione dalla prevenzione e dall’adeguamento antisismico degli edifici. Il documento completo può essere scaricato a questo indirizzo:
http://www.ispro.it/site/files/relazione_barberi_grandori.pdf

Carlo Meletti

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