Il modello di pericolosità sismica MPS19 è stato realizzato fra il 2015 e il 2019 da un gruppo di ricerca INGV, su incarico e finanziamento del Dipartimento della Protezione Civile (DPC). La realizzazione del modello è stata seguita passo passo da un gruppo di revisori, istituito dallo stesso DPC, che l’ha successivamente approvato. Il modello è descritto nella sua completezza in Meletti et al. (2021), mentre gli aspetti relativi ai modelli di sismicità e ai modelli di attenuazione sono riportati in Visini et al. (2021) e Lanzano et al. (2020), rispettivamente.
Nonostante si tratti di un elaborato che ha ricevuto plauso e consensi pressoché unanimi da parte della comunità scientifica internazionale, alla conclusione del lavoro non è seguita una adeguata pubblicizzazione – come avvenuto viceversa per il suo predecessore MPS04 – da parte dell’Istituto che ne ha curato la realizzazione e che ha goduto del relativo finanziamento. Solo di recente, ad esempio, dopo ben 7 anni, i dati del modello stesso sono stati messi in rete a disposizione del pubblico.
Questa sorta di oscuramento trova spiegazione nelle vicende seguite alla consegna del modello stesso al committente; queste vicende, peraltro, sono anch’esse avvolte da una sostanziale oscurità solo parzialmente rischiarata da un paio di articoli a carattere informativo. Non tratteremo qui di queste vicende: intendiamo qui presentare il modello MPS19 in quanto elaborato scientifico di elevato valore, attraverso le parole di uno dei coordinatori, Carlo Meletti, e di un componente del comitato di revisione, Paolo Bazzurro.
Carlo Meletti è dirigente tecnologo dell’INGV, dove è entrato nel 2003 dopo esperienze nel Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti e all’Università di Pisa. Ha partecipato alla realizzazione del modello di pericolosità sismica MPS04 e dal 2013 è stato coordinatore del Centro Pericolosità Sismica dell’INGV; nell’ambito di quest’ultimo incarico ha coordinato, insieme a Warner Marzocchi, il gruppo di lavoro che dal 2015 al 2019 ha sviluppato il modello MPS19.
Paolo Bazzurro è professore di Ingegneria Sismica e Valutazione del Rischio presso la Scuola Universitaria Superiore (IUSS) di Pavia. Ha conseguito il dottorato di ricerca in ingegneria civile presso l’Università di Stanford, dove è stato part-time Consulting Assistant Professor per 4 anni. Prima di entrare allo IUSS nel 2012, ha maturato oltre 25 anni di esperienza professionale in Europa e negli Stati Uniti occupandosi di valutazione del rischio di perdite monetarie causate da eventi naturali per grandi aziende, compagnie di assicurazione, compagnie di riassicurazione e broker, governi sovrani e locali e altre istituzioni quali la Banca Mondiale. È stato membro per 5 anni della sezione sismica della Commissione Nazionale Grandi Rischi del Dipartimento di Protezione Civile e membro del Gruppo di lavoro per la revisione delle mappe di pericolosità sismica in Italia. È autore di oltre 200 pubblicazioni in diversi settori dell’ingegneria.
Cominciamo con Carlo Meletti. Carlo, nel 2018 avevi già rilasciato a questo blog una intervista riguardo ai lavori in corso:
Puoi riassumere brevemente, con gli occhi di oggi, quali furono le motivazioni e le circostanze organizzative che portarono all’avvio dei lavori?
Sono già passati 8 anni da quella intervista e 7 dalla consegna di MPS19 al Dipartimento della Protezione Civile (DPC). Molti aspetti chiave li avevamo già descritti allora e non posso che confermarli. Li riassumo per punti: dal rilascio di MPS04 erano passati molti anni e le conoscenze avevano avuto uno sviluppo straordinario, anche – purtroppo – per i terremoti fortiavvenuti nel frattempo in Italia: L’Aquila 2009, Emilia 2012, Italia centrale 2016. I principali dataset usati in MPS04 erano stati più volte aggiornati, come ad esempio il catalogo CPTI e il database delle sorgenti sismogenetiche DISS. Nuovi codici di calcolo erano ora disponibili e questo permetteva una modellazione delle rotture molto più articolate: da aree poligonali 2D a faglie complesse 3D.
Le NTC08 avevano introdotto un legame strettissimo tra pericolosità sismica e normativa, quindi è chiaro che quando ci siamo messi a lavorare per un nuovo modello, avevamo in mente che la possibile applicazione era di tipo normativo. Per non farci distrarre durante la realizzazione del modello, abbiamo sempre tenuto in mente quanto ci disse in uno dei primi incontri la Commissione Grandi Rischi (CGR), che funzionava da braccio operativo del Dipartimento della Protezione Civile: “pensate a produrre il modello scientifico più avanzato possibile e l’eventuale applicazione alla normativa sarà valutata alla fine del processo, in termini di rischio sismico”.
Per ottenere questo risultato abbiamo cercato di coinvolgere una comunità più ampia possibile, quindi non solo il Centro di Pericolosità Sismica (CPS) dell’INGV, ma ricercatori di diversi enti e università italiani. Sono un centinaio le persone che hanno contribuito, ognuno per le proprie conoscenze, al modello complessivo.
Abbiamo sfruttato la credibilità del CPS, la sponsorizzazione e il finanziamento di DPC per convincere i colleghi a partecipare, fissando sin dall’inizio le regole del gioco. Per esempio, abbiamo chiesto valutazioni relative all’intero territorio nazionale, per avere elementi che poi potevamo combinare tra loro nell’albero logico complessivo. Ad aprile 2015 abbiamo reso pubblica la “call”, le attività sono iniziate dopo qualche mese, quando in 2 incontri con i centri di competenza di DPC dell’ingegneria sismica (Eucentre e Reluis) sono stati chiariti quali dovevano essere le uscite necessarie per aggiornare la normativa.
Puoi accennare alle novità principali: ingredienti, metodologia adottata, ecc?
Gli ingredienti principali sono stati uno dei punti di forza del nostro lavoro. Mi sto riferendo in particolare alle basi di dati aggiornate proprio per questo studio: il catalogo dei terremoti CPTI15 che riporta circa il doppio degli eventi del catalogo usato in MPS04 (questo non significa che la pericolosità aumenta, ma che le stime sulle occorrenze di terremoti sono molto più affidabili), il database delle sorgenti sismogenetiche, il modello unificato di velocità crostali, un dataset di registrazioni accelerometriche ricchissimo. Sono state aggiornate le stime di completezza del catalogo, adottando un approccio prevalentemente storico (esteso a tutta l’area analizzata) in combinazione con un approccio statistico. Inoltre l’aumento esponenziale di registrazioni accelerometriche disponibili, grazie allo sviluppo delle reti, ha fatto sì che i modelli di attenuazione siano molto cambiati, decisamente più affidabili oggi rispetto a quelli usati in MPS04, sviluppati 30 anni fa. Ma ovviamente non ci sono solo i dati; ci sono stati molti sviluppi metodologici pensati dal gruppo di lavoro, presentati in molti convegni internazionali per ricevere feedback dai colleghi, e che poi sono stati ripresi da altri modelli nazionali. Mi riferisco, per esempio, alle modalità per eseguire test sui modelli, all’introduzione di una versione del modello con le sequenze e altro. Tutto questo scambio ha fatto sì che nel 2019 siamo stati coinvolti nella stesura di un articolo per la più prestigiosa rivista del settore (Reviews of Geophysics, IF 37) che presenta i modelli nazionali più avanzati e tra questi c’è MPS19.
Ovviamente dietro a questo c’è stato un lavoro enorme di tanti. Io e molti colleghi per 5 anni ci siamo dedicati esclusivamente a questo progetto con riunioni continue (eravamo in era pre-Covid e le riunioni erano solo in presenza) a vari livelli. Personalmente in 5 anni ho fatto più di 360 giorni di trasferte.
E’ stato adottato un approccio probabilistico: perché?
Potrei cavermela dicendo che è quanto prevede il codice di protezione civile o l’Ordinanza 3274/2003, ma in realtà è un convincimento di tutta la comunità mondiale che un approccio probabilistico offra una serie di vantaggi rispetto a quello deterministico. E senza parlare degli aspetti applicativi per i quali gli ingegneri possono essere molto più accurati di quanto possa fare io. In un modello probabilistico è possibile considerare tutte le rotture che siano in grado di modellare, anche quelle con probabilità di accadimento bassissime, senza che chi elabora il modello debba farsi carico di decidere quale sia l’evento massimo (peraltro esistono diversi modelli della massima magnitudo in Italia che forniscono stime molto diverse). Così come con un approccio probabilistico posso utilizzare modelli di sorgente diversi, ecc. Di fatto combinando molte informazioni aumenta l’incertezza finale del modello, che d’altronde è la rappresentazione della nostra conoscenza imperfetta nel modellare il fenomeno. Il risultato è che un approccio probabilistico per lunghi periodi di ritorno potrebbe spesso fornire stime di scuotimento confrontabili con quelle fornite dall’approccio deterministico.
Ci puoi riassumere brevemente la cronologia dei lavori?
I lavori si sono svolti per poco più di 4 anni, dall’inizio del 2015 a metà 2019, quando abbiamo rilasciato al Committente un rapporto di oltre 600 pagine che descrivevano tutto il percorso. Una parte del rapporto era dedicato alla valutazione delle differenze tra MPS04 e MPS19, immaginando che questo aspetto sarebbe stato oggetto di discussione. I tempi più lunghi rispetto a quanto avevamo previsto inizialmente (l’idea era di chiudere entro il 2016) sono legati alla complessità del modello e agli incontri con il gruppo di revisori che ci hanno seguito fin dall’inizio, dapprima come CGR (9 incontri), poi – quando la CGR nel 2017 è stata completamente rinnovata nella sua composizione, con un gruppo di precedenti membri che hanno così potuto completare la loro cosiddetta participatory review (altri 9 incontri).
Il 23 maggio 2019 la CGR ha iniziato la fase di valutazione del modello ai fini della sua possibile applicazione a fini normativi, che è proseguita per altri 2 anni (questo argomento verrà trattato in un altro articolo). Nel frattempo abbiamo proceduto a pubblicare in diversi articoli scientifici il modello. In particolare per il lavoro che descrive l’intera struttura del modello, abbiamo chiesto all’editore (la scelta è stata di pubblicare su Annals of Geophysics in quanto rivista open diamond access e quindi il lavoro è ad accesso gratuito) che i revisori fossero disponibili a dichiararsi per dare ulteriore forza al lavoro stesso.

MPS19: PGA con il 10% di probabilità di eccedenza in 50 anni.
Ci illustri i risultati più significativi?
Il modello MPS19 è caratterizzato da alcune novità, almeno per l’Italia. Intanto abbiamo utilizzato ben 11 modelli di sismicità alternativi tra loro, intendendo sorgenti e relativi tassi di occorrenza dei terremoti; i modelli coprono tutta l’area valutata. Tra questi alcuni modelli non usavano in alcun modo il catalogo dei terremoti, ma ricavavano i tassi di sismicità dallo slip rate delle faglie (per un modello che usava direttamente le faglie del DISS) e dalle velocità GPS (due degli 11 modelli erano basati esclusivamente su dati geodetici). I modelli geodetici, in particolare, rappresentano una scommessa vinta, che ha richiesto un grande sforzo per finalizzarli, anche se ancora necessitano di miglioramenti.
Un altro punto di forza del modello è stata la fase continua di test, non solo dei risultati ma anche dei singoli elementi che entravano nel calcolo. Sia i modelli di sismicità che le relazioni di attenuazione sono stati valutati rispetto alla loro capacità di rappresentare le osservazioni disponibili. Abbiamo fatto anche un’elicitazione da parte di esperti, come ormai prassi consolidata, che si è aggiunta ai test quantitativi.
Sicuramente i valori di pericolosità sismica cambiano in parte rispetto a MPS04, ma questo è solo ovvio e d’altronde se si fosse voluto un modello uguale al precedente non ci sarebbe stato bisogno di impegnare tempo, persone e risorse economiche. Tra il 2004 e il 2019 abbiamo avuto un’implementazione dai dati di base (catalogo, sorgenti sismogenetiche, modelli di attenuazione, ecc.), codici di calcolo molto più sofisticati che hanno consentito di modellare le sorgenti con dettagli non pensabili prima, ecc.
Credo che il confronto tra MPS04 e MPS19 vada fatto guardando tutti i periodi di ritorno calcolati e tutte le ordinate spettrali valutate, in quanto le differenze non vanno sempre nello stesso senso (intendo un modello sempre più basso dell’altro), ma la situazione è molto articolata.
Inoltre bisogna ricordare che i modelli non sono direttamente confrontabili: MPS04 rappresentava la mediana dei sottomodelli, MPS19 la loro media; MPS04 esprimeva la componente orizzontale massima dello scuotimento, MPS19 la media geometrica delle componenti orizzontali e una stima grossolana ci indica solo per questi elementi differenze valutabili intorno al 20%.
Il sito web aperto di recente
MPS19, anche se non utilizzato per la normativa, ha trovato una sua applicazione in campo assicurativo e per questo motivo le uscite sono state pubblicate già dal 2022 su Zenodo (https://zenodo.org/records/7032251). Stime non nostre indicano un aumento del rischio e per questo motivo le assicurazioni l’hanno incluso nelle loro valutazioni. Inoltre è comunque un modello che può essere utilizzato in diversi ambiti. Solo per fare alcuni esempi può trovare applicazione in valutazioni aggiornate del rischio sismico a scala nazionale, in stime aggiornate della pericolosità sismica a scala locale, in studi di microzonazione e analisi di risposta sismica, applicazioni di ricerca.
E’ il motivo per il quale abbiamo pubblicato un webgis (https://mps19.pi.ingv.it/) che consente di visualizzare le diverse uscite del modello, nello stile di MPS04. Una novità del webgis è che si possono visualizzare anche mappe della probabilità di superamento per valori prefissati di PGA o accelerazioni spettrali, che potrebbero avere un’applicazione soprattutto in termini informativi della pericolosità sismica in Italia.

Interfaccia WebGIS del modello MPS19 (https://mps19.pi.ingv.it/). Visualizzazione della mappa della probabilità che si verifichi una PGA pari a 0.5g.
Passiamo a Paolo Bazzurro.
Paolo, tu hai fatto parte del Gruppo di Lavoro (GdL) istituito, secondo consuetudine, dal Committente principale. Ci puoi ricordare la composizione e i compiti assegnativi?
Fino al 2017 ero membro della Commissione Grandi Rischi (CGR) e il modello MPS19 (che ai tempi della valutazione era denominato MPS16 e poi MPS18) è stato valutato in quella sede. Dopo quella data, poiché il processo di revisione non era stato completato, è stato istituito questo GdL con 5 membri scelti tra i componenti della CGR per dare continuità al lavoro di valutazione: Domenico Giardini, Francesco Mulargia, Silvio Seno, Claudio Modena ed io. Il compito assegnatoci era la valutazione scientifica dei modelli probabilistici di pericolosità di lungo termine per terremoti e maremoti generati da sisma per il territorio nazionale. Per la parte maremoti (di cui non parlerò qui) oltre ai componenti di cui sopra, erano stati nominati anche Felice Arena e Alberto Armigliato.
A mio parere, i componenti della GdL furono scelti in modo molto equilibrato in modo che le varie competenze fossero tutte rappresentate. Dopo alcuni mesi Giardini si è dimesso per motivi personali e siamo rimasti in 4 fino alla fine del mandato. La relazione finale di valutazione del modello, firmata da Mulargia, Seno, Modena ed io, è stata consegnata al DPC il 10 aprile 2019.
Puoi riassumere come si è svolto il vostro compito?
Prima di tutto è necessario chiarire quale fossero i dettagli del mandato sulla cui base ha operato il GDL è stato: “… sulla base dello stato dell’arte delle conoscenze scientifiche al momento disponibili, [il GDL] dovrà valutare i modelli di pericolosità sia in fase di sviluppo (participatory review), sia alla conclusione dei lavori, con una valutazione finale (end-of-project review) indipendente per ciascuno dei modelli”.
L’attività del GDL riguardo ai prodotti finali, e cioè alle mappe e al rapporto a corredo di MPS16, successivamente integrato e ridenominato MPS18 nella sua versione finale, è consistita nell’esame della bozza di rapporto prodotta dagli autori del modello, effettuato in data 27 febbraio 2019. Ogni modifica apportata successivamente a tale documento non è stata considerata né nell’attività del GDL, né nella relazione finale.
Il GDL non è entrato nel merito del layout, dell’organizzazione e della gestione del Progetto, né tanto meno ha verificato la qualità dei dati di input e delle procedure di calcolo, tutti argomenti che peraltro non rientravano nel mandato. Non aveva quindi alcuna responsabilità sulla effettiva correttezza dei risultati finali.
Cosa ha fatto allora il GDL? I principali temi trattati dal GDL e le conseguenti richieste di modifiche hanno riguardato:
- l’aggiornamento dei modelli di sismicità per correggere eventuali errori di compilazione del catalogo;
- la pesatura dei modelli a livello di macroaree e non più su scala nazionale;
- lo sviluppo di un modello di sismicità supplementare per valutare la stabilità del risultato medio delle stime di pericolosità;
- l’utilizzo dell’approccio cosiddetto “backbone” per sviluppare un modello di GMPE;
- il trattamento delle aree vulcaniche in modo armonizzato e mediante l’utilizzo di modelli specifici;
- l’introduzione di uno schema di pesatura dei modelli di sismicità che permettesse la disaggregazione di alcune aree specifiche;
- un’analisi approfondita sull’apparente discrepanza delle stime di pericolosità sismica in Sicilia orientale rispetto alla mappa di pericolosità attuale, MPS04;
- il confronto tra le stime di pericolosità sismica basate sui modelli e quelle basate sulle osservazioni macrosismiche disponibili;
- l’ulteriore calcolo delle stime di pericolosità basato sul catalogo dei terremoti non declusterato.
Veniamo ora al come si è svolto il nostro lavoro dal punto di vista operativo. Il GDL ha operato mediante una fitta serie di riunioni con i responsabili e i ricercatori che hanno contribuito a MPS18 oltre che due rappresentanti del DPC: dieci, a partire dal 7 dicembre 2017 fino al 27febbraio 2019, oltre alle due riunioni interne del GDL. Durante tali riunioni, nell’ambito della participatory review prevista dal mandato, sono stati mossi rilievi e formulate richieste di ulteriori analisi, i cui risultati sono statip oi scambiati telematicamente e, soprattutto, esaminati e discussi direttamente con i ricercatori coinvolti, in presenza dei referenti del Dipartimento dellaProtezione Civile, che hanno avuto accesso a tutto il materiale a disposizione del GDL.
Quale è il rapporto del risultato (MPS19) con gli standard internazionali?
Certamente il modello MPS19 è stato sviluppato seguendo lo stato dell’arte della conoscenza disponibile all’epoca (non solo in Italia ma anche a livello internazionale). La metodologia adottata per il trattamento dell’incertezza è stata, per quanto possibile, rigorosa e trasparente, e i pesi assegnati ai diversi rami sono stati determinati utilizzando tecniche statistiche avanzate basate su evidenze empiriche, piuttosto che affidarsi esclusivamente al giudizio esperto, come avvenuto in altri casi. Inoltre, le stime di pericolosità ottenute non sono state accettate acriticamente, ma sono state sottoposte a numerosi controlli di coerenza. Un elemento significativo della robustezza del modello finale, come riportato nella relazione finale del GDL, è dato dalla sostanziale coerenza tra tassi di eccedenza di intensità macrosismiche osservate e quelle calcolate dal modello. Questo confronto, pur con tutte le limitazioni del caso dovute all’incertezza sui dati osservati e alla completezza degli stessi, è importante, perché i dati di intensità macrosismica non sono stati usati in modo esplicito durante lo sviluppo del modello MPS18, se si eccettua l’utilizzo per la stima della magnitudo di eventi pre-strumentali.
Inoltre, ancorché non richiesto dal GDL e non discusso nella bozza di rapporto del 27 febbraio 2019, è importante segnalare che l’adeguatezza del modello MPS18 è stata anche testata mediante un confronto tra le stime dei tassi di eccedenza di PGA misurate in stazioni accelerometriche operative da almeno 30 anni e quelle predette dal modello. Anche in questo caso le stime del modello MPS18 dei tassi di eccedenza delle PGA sono risultate compatibili con quelle osservate.
Veniamo al confronto. Ho familiarità con le procedure adottate per lo sviluppo di modelli regionali o nazionali di pericolosità sismica in diverse parti del mondo, in particolare negli Stati Uniti. Sotto molti aspetti (ad esempio nel trattamento dell’incertezza e nelle procedure di pesatura dei rami), il modello MPS19 risulta superiore ad altri modelli nazionali. Esiste tuttavia un numero limitato di casi (ad esempio il modello UCERF3 sviluppato per la California) che beneficiano di dataset di faglia molto meglio vincolati rispetto a quelli disponibili in Italia. Per questa ragione, UCERF3, per mantenere lo stesso esempio, ha potuto adottare metodologie molto raffinate per la stima dei tassi di occorrenza sismica, metodologie che non sono applicabili in Italia a causa della scarsità di dati disponibili.
Come avete concluso il vostro lavoro?
Le interazioni con i ricercatori, le modifiche richieste, e le soluzioni adottate e approvate dal GDL sono state riassunte in un rapporto datato 27 Febbraio 2019 e sintetizzate in una relazione finale datata 10 Aprile 2019. Entrambi i documenti sono stati firmati e inviati al DPC. Tutte le richieste del GDL sono state considerate dai ricercatori e le soluzioni adottate sono state approvate con piena soddisfazione dal GDL, come espressamente riportato nella relazione finale.
Il modello MPS19 rappresenta senza dubbio uno strumento solido e, a mio avviso e senza paura di smentita, significativamente più avanzato rispetto al modello MPS04, che continua a essere utilizzato in Italia come riferimento per il calcolo delle azioni sismiche in progettazione.
Nota: le vicende successive alla consegna del modello MPS19 al DPC saranno oggetto di un intervento successivo.
Bibliografia
- Lanzano G., Luzi L., D’Amico V., Pacor F., Meletti C., Marzocchi W., Rotondi R., Varini E., 2020.
Ground Motion Models for the new seismic hazard model of Italy (MPS19): selection for active shallow crustal regions and subduction zones.
Bull. Earthq. Eng., 18(8), 3487–3516. DOI: 10.1007/s10518-020-00850-y.
- Meletti C., Marzocchi W., D’Amico V., Lanzano G., Luzi L., Martinelli F., Pace B., Rovida A., Taroni M., Visini F. & the MPS19 Working Group, 2021.
The new Italian seismic hazard model (MPS19).
Ann. Geophys., 64, 1, 1-12, SE112. doi:10.4401/ag-8579.
- Visini F., Pace B., Meletti C., Marzocchi W., Akinci A., Barani S., Barreca G., Basili R., Bird P., Bonini M., Burrato P., Busetti M., Carafa M. M. C., Console R., Corti G., D’Agostino N., D’Amico V., Dal Cin M., Falcone G., Fracassi U., Kastelic V., Lai C. G., Maesano F. E., Marchesini A., Martelli L., Monaco C., Murru M., Poli M. E., Pondrelli S., Rebez A., Rotondi R., Rovida A., Sani F., Santulin M., Scafidi D., Slejko D., Spallarossa D., Tamaro A., Tarabusi G., Taroni M., Tiberti M. M., Valensise G., Vannoli P., Varini E., Zanferrari A., Zuccolo E., 2021.
Earthquake Rupture Forecasts inputs for the MPS19 Seismic Hazard Model of Italy.
Ann. Geophys., 64, 2, SE220. doi:10.4401/ag-8608.








Si badi bene che dietro questo dualismo ci sono due visioni molto differenti della ricerca sulla sismogenesi. Il DISS “parte dai terremoti”, mentre ITHACA (così come tutte le compilazioni simili in giro per il mondo) “parte dalle faglie”. Dove c’è stato un forte terremoto ci deve essere per forza una grande sorgente sismogenetica, e questo spiega anche perché il DISS sia nato in qualche modo “imparentato” con il CFTI, il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia, che non a caso è arrivato a piena maturazione fra il 1997 e il 2000. Sapendo che i grandi trend sismogenetici sono relativamente pochi e relativamente regolari, l’obiettivo iniziale del DISS era quello di ricostruire al meglio che fosse possibile questa “litania” di sorgenti sismogenetiche, messe in fila come un trenino. C’era un fatto certo, il terremoto – e questo implicava anche una sconfinata fiducia nelle capacità e nell’importanza della sismologia storica, che io ancora oggi difendo strenuamente – e c’era un esito incerto, ovvero la nostra capacità di “capire” la sorgente di quel terremoto. Viceversa, nella ricerca sulle faglie attive di superficie prima di tutto contano le faglie stesse, ovvero conta la capacità – mai scontata – di identificare importanti dislocazioni sul terreno e di certificarne “l’attività”; i terremoti semmai arrivano dopo, venendo “calati,” talvolta addirittura “forzati”, sulle strutture individuate, con la sola eccezione di quei pochissimi casi in cui siamo stati testimoni diretti sia dello scuotimento sismico, sia degli effetti geologici di superficie.




