Early Warning: facciamo il punto (colloquio con Marco Olivieri)

Periodicamente i media riportano notizie che riguardano il cosiddetto “Early Warning”, proponendolo come un sistema di allarme sismico (per inciso, il termine viene usato in una casistica estesa, non solamente sismica, dalle frane alle inondazioni ai movimenti di borsa ecc.).
In realtà l’Early Warning “sismico” non rappresenta un allarme pre-terremoto in senso stretto, ma un “avviso” che stanno per arrivare onde sismiche potenzialmente distruttive.
Per capirci: a molti di voi sarà capitato di sentire un terremoto, e magari di riuscire a distinguere l’arrivo delle onde compressionali, dette P, dall’effetto prevalentemente sussultorio, e in seguito le onde trasversali, dette S, dall’effetto prevalentemente ondulatorio. Ecco, se ciascuno di noi fosse in grado di discernere con precisione l’arrivo delle onde P potrebbe disporre di un certo numero di secondi per prepararsi all’arrivo delle onde S.
L’Early Warning rappresenta un perfezionamento tecnologico di questo principio semplice e geniale: in sostanza è il terremoto stesso che, una volta avvenuto, “avvisa” – mediante le onde P, le più veloci – che stanno per arrivare le onde S e quelle superficiali, più lente ma distruttive.
Più sotto riportiamo alcuni riferimenti ad articoli “divulgativi” italiani; uno di questi è addirittura firmato dall’attuale Ministro per la Ricerca, Gaetano Manfredi.
Per cercare di fare chiarezza ne discutiamo con Marco Olivieri, ricercatore all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, competente su queste tematiche. 

Ci spieghi in modo più preciso su che principio si basa l’Early Warning sismico?

Un sistema di Early Warning si basa su 2 ipotesi:

  • bastano i tempi di arrivo delle onde P registrate a poche stazioni intorno all’epicentro per localizzare accuratamente il terremoto.
  • bastano pochi secondi di forma d’onda P per determinare la magnitudo. 

La seconda ipotesi è quella più complessa, presume che già nei primi istanti di propagazione della rottura sulla faglia sia contenuta l’informazione sulla completa rottura della faglia che può non essere ancora completata.
Se il territorio è monitorato da una densa rete di stazioni sismiche possiamo avere una stima dei parametri di sorgente entro pochi secondi, meno di 10. In 10 secondi le onde S hanno viaggiato per circa 40 km.
Stimati questi parametri di sorgente (localizzazione, profondità e magnitudo), un sistema di Early Warning è in grado di predire lo scuotimento atteso (in termini di intensità o accelerazione) nell’area non ancora investita dalle onde S e fornire questo dato, con una realistica barra di errore o con una probabilità associata, alla popolazione o a chi può e deve prendere decisioni e agire (o non agire).
Vista la descrizione appena fatta, la traduzione che in italiano rende meglio l’idea di cosa sia un Early Warning è “avviso in anticipo”, cioè che arriva prima delle onde distruttive.

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Gravimoti: la discussione continua (Patrizio Petricca e Giuseppe De Natale)

Patrizio Petricca (Università Sapienza, Roma). Caro Gianluca, grazie per questa tua intervista che alimenta la discussione alla base della ricerca scientifica, importante sia tramite canali ufficiali (le riviste peer-reviewed) che, in qualche modo, su blog come questo. Condivido ciò che dice nel suo commento Giuseppe De Natale, che riprende un concetto di Popper, ovvero che la Scienza progredisce attraverso nuove proposte che spingono la comunità scientifica a chiarire meglio i concetti ed a trovare precisamente gli errori. Vedo con soddisfazione che l’argomento genera interesse e spero che in futuro il modello venga confutato o confermato da nuovi studi.

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Gravimoti: altri commenti (Giuseppe De Natale e Roberto Devoti)

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Gravimoti: alcuni commenti all‘intervista di Valensise (Carlo Doglioni)

Riceviamo da Carlo Doglioni questo commento, che pubblichiamo come contributo indipendente, all’intervista a Gianluca Valensise
https://terremotiegrandirischi.com/2019/12/17/gravimoti-un-nuovo-paradigma-intervista-a-gianluca-valensise/
 
Carlo Doglioni, geologo, è professore di geodinamica all’Università Sapienza di Roma dal 1997. Dal 2009 al 2014 è stato presidente della Società Geologica Italiana; dal 2009 è membro dell’Accademia dei Lincei e dal 2011 dell’Accademia dei XL. Dal 27 aprile 2016 è presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

La teoria del rimbalzo elastico è stata una grande innovazione all’inizio del secolo scorso. Questo modello assumeva l’ipotesi che le faglie sismogenetiche fossero “prevedibili” nel loro comportamento e che tendessero alla rottura in modo simile e con la stessa magnitudo in un ciclo potenzialmente infinito. Questa assunzione, indistinta per gli ambienti tettonici estensionali, compressivi o trascorrenti, si è dimostrata poco attinente alla realtà più complessa del ciclo sismico.
I terremoti estensionali hanno per esempio un certo numero di differenze rispetto a quelli compressivi che non possono essere spiegate se non con meccanismi genetici diversi.

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Gravimoti: un nuovo paradigma? (intervista a Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, del Dipartimento Terremoti, INGV, Roma, è sismologo di formazione geologica.Dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: http://diss.rm.ingv.it/diss/).  Ha dedicato oltre 30 anni della sua carriera a esplorare i rapporti tra tettonica attiva e sismicità storica, con l’obiettivo di fondere le osservazioni geologiche con l’evidenza disponibile sui grandi terremoti del passato.
Da qualche anno è emerso, nel panorama geo-sismologico italiano, il termine “gravimoti”: gli abbiamo chiesto di commentare l’origine e il significato.

Da qualche anno abbiamo cominciato a sentire parlare di “gravimoti”, in alcuni casi come alternativa al termine “terremoti”. Ci puoi riassumere da dove nasce questa idea e a cosa si riferisce?

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La scala macrosismica EM-98 è stata pubblicata in italiano: intervista a Andrea Tertulliani, Raffaele Azzaro e Giacomo Buffarini

La traduzione italiana della scala macrosismica europea (EMS-98), compilata da gruppo di lavoro della ESC (European Seismological Commission) nel decennio 1988-1998, esce a notevole distanza (21 anni) dalla pubblicazione della versione inglese, dopo che quest’ultima è stata utilizzata sul campo e sperimentata in occasioni di numerosi terremoti italiani, dalla sequenza di Colfiorito del 1997 (nell’occasione venne usata la versione 1992 della scala stessa) fino agli eventi del 2016-2017. Vale la pena ricordare le maggiori innovazioni introdotte dalla versione 1992, consolidate nella versione 1998: i) la definizione operativa di intensità macrosismica; ii) l’introduzione della nozione di vulnerabilità sismica come superamento delle tradizionali tipologie costruttive; iii) la compilazione di una guida all’utilizzo della scala stessa. Ne parliamo oggi con i curatori della versione italiana. Continua a leggere