Il “nesso causale” nel cosiddetto processo alla Commissione Grandi Rischi (Alessandra Stefàno)

Alessandra Stefàno è avvocato penalista e fa parte del collegio di difesa degli imputati al Processo “Grandi Rischi”. Ha scritto un articolo dal titolo “Il cosiddetto processo alla Commissione Grandi Rischi” – Il nesso causale”

https://tegris2013.files.wordpress.com/2014/06/a-stefacc80no-venezia.pdf

che riprende un suo intervento a un Convegno organizzato dall’Ordine degli Avvocati di Venezia sul nesso causale, svoltosi il 20 settembre 2013.
L’articolo,
pubblicato dalla rivista “Dialoghi del diritto, dell’avvocatura, della giurisdizione” (http://www.dialoghi.eu/home.html), è ricco di spunti per una rilettura del processo e della sentenza, che vanno al di là degli schemi abituali.
Abbiamo quindi ritenuto utile proporlo alla attenzione dei lettori; per facilitarne la fruizione abbiamo rivolto qualche domanda all’autrice.

Avvocato, il problema del “nesso causale” sembra aver giocato un ruolo importante, forse decisivo, nella sentenza. Ovvero, le accuse relative alla valutazione “approssimativa, contradditoria e generica” del rischio sismico, alla diffusione di notizie “rassicuranti”, ecc. da sole non sarebbero state sufficienti per emettere un verdetto di condanna se, secondo il giudice, non fosse stato dimostrato il nesso di causalità fra condotta delle vittime e relative morti o lesioni. E’ così?

Certamente. Una volta che il Tribunale ha ritenuto sussistente la colposità della condotta contestata agli imputati, e cioè una valutazione “approssimativa, contraddittoria e generica” del rischio sismico, unitamente alla violazione delle norme in materia di informazione, il nesso causale ha rappresentato l’elemento determinante di collegamento tra quella condotta e l’evento (morte e lesioni).

La centralità del “nesso causale” sarebbe testimoniata anche dal fatto che il giudice ha stabilito la colpevolezza degli imputati nei confronti di alcune delle vittime, fra quelle di cui al processo, ma non per tutte. E’ esatto ?

E’ esatto, ed è attestato dal fatto che pur avendo ritenuto sussistente la condotta colposa le assoluzioni che si sono registrate nel processo (così come tante altre posizioni per le quali sono intervenuti provvedimenti di archiviazione) sono dovute proprio al fatto che in relazione ad alcune parti civili il Tribunale ha ritenuto non dimostrata la sussistenza del nesso causale.

Nel suo articolo si insiste molto sulla “legge di copertura scientifica”, rappresentata in questo caso dal “modello delle rappresentazioni sociali” proposto dal consulente della procura Antonello Ciccozzi. Senza addentrarci nel merito qui, lei sostiene che tale “legge” non risponde ai requisiti di affidabilità che si sono affermati attraverso varie sentenze.

Quando si parla di scienza nel processo penale occorre molta cautela. La scienza ha via via assunto nel processo penale un’importanza fondamentale, al punto da sostituirsi, talvolta, alla valutazione del Giudice. Occorre però distinguere la ‘buona’ e la ‘cattiva’ scienza, e per far questo è doveroso – quantomeno – rispettare i canoni giurisprudenziali elaborati dalla Corte di Cassazione e che sono citati nell’articolo in commento. Nel caso del processo alla cosiddetta CGR il Giudice si è ‘accontentato’ di una pseudo tesi scientifica antropologica, promuovendola al rango di ‘legge scientifica’; tuttavia, le pur suggestive teorie del dott. Ciccozzi non hanno alcun pregio scientifico. Basti pensare che non sono passibili di falsificabilità e di verificabilità alcuna e che non rispettano nessuno dei criteri indicati dalla ns. Suprema Corte. Neanche quello della autonomia del consulente.

Verso la conclusione lei afferma che:
“la ricostruzione e l’affermazione del nesso causale tra condotta degli imputati così come contestata in imputazione ed evento non è suffragata né da leggi scientifiche di copertura né da valide massime d’esperienza. Essa appare, piuttosto, il frutto di una forzatura ingiustificabile del dato probatorio, in assenza della quale, ed in applicazione dei principi informatori del nostro ordinamento, altra soluzione non sarebbe stata possibile se non quella della assoluzione.”
Queste parole non hanno bisogno di spiegazione; testimoniano tuttavia del fatto che, a dispetto di alcune voci, le sentenze si possono discutere, anzi, vengono discusse – e abbondantemente – anche in sede giuridica.

Le sentenze si devono discutere; ovviamente in sede giuridica e dai cd addetti ai lavori. E’ grazie alle ‘discussioni’ di e tra giuristi che si assiste all’evoluzione giurisprudenziale, che consente la corretta interpretazione di una norma di legge – per definizione astratta e generale – sì da renderne giusta l’applicazione al caso concreto.

Articolo e convegno erano dedicati al nesso causale. Questo non toglie che la sentenza presenti diverse falle (es. il giudizio sulla analisi del rischio; le forzature sulla diffusione degli esiti della riunione della CGR, ecc.) che sono state oggetto di analisi preferenziale in diverse sedi, fra cui questo blog. Oltre che essere evidenti, anch’esse sono importanti?

Come accennato l’aspetto della condotta è fondamentale e preliminare rispetto ad ogni valutazione degli altri elementi costitutivi dell’illecito penale (evento e nesso causale). Articolo e convegno erano dedicati al nesso causale, ed è sicuramente un interessante tema di discussione. Ma ciò nulla toglie al fatto che non si sarebbe neanche dovuti arrivare a parlarne. La vicenda, se valutata correttamente e, forse anche, coraggiosamente, si sarebbe dovuta fermare alla condotta, totalmente insussistente.

4 thoughts on “Il “nesso causale” nel cosiddetto processo alla Commissione Grandi Rischi (Alessandra Stefàno)

  1. Pingback: Scienza per n̶e̶g̶a̶t̶i̶ Edoardi Stoppa | worldsoutsidereality

  2. [a proposito]
    Se può interessare, ho inviato a IL FOGLIETTO questo commento all’articolo del prof. De Vivo del 9/9/2014.

    Gentile Professor De Vivo,

    non entro nel merito del contesto tecnico-sismologico del processo de L’Aquila, in cui si è calato il documento firmato dai colleghi, che lei cita. (A molti non è tuttavia sfuggito che questo nuovo “ISSO” ha sede presso lo studio di un avvocato di parte civile nel processo).
    Vengo invece alla sua/vostra tesi di fondo, che cito: «l’assoluta necessità che i manufatti siano progettati e costruiti in modo da resistere al terremoto massimo credibile (Maximum Credible Earthquake – MCE), […] abbandonando l’approccio probabilistico noto come PSHA (Probabilistic Seismic Hazard Assessment). […] occorre che la sicurezza delle costruzioni e della popolazione siano garantite fino ai terremoti più pericolosi e distruttivi, che possono verificarsi in qualsiasi momento, indipendentemente dalla loro sporadicità».
    Mi permetta la prego di osservare che -secondo me- questa impostazione culturale a) non tiene conto delle acquisizioni dell’Ingegneria sismica internazionale, b) non è ragionevole.
    Cerco di spiegarmi in breve. La difesa delle costruzioni dai terremoti non si sottrae a valutazioni costi/benefici. Il fatto che le infrastrutture a rischio rilevante, ed altre con speciali funzioni, vadano protette più delle civili abitazioni mi sembra un dato internazionalmente acquisito.
    La precisazione «indipendentemente dalla loro sporadicità» estende il campo dei terremoti – da considerare anche per le civili abitazioni – ad eventi con periodi di ritorno lunghissimi, come si fa ad esempio per le centrali nucleari.
    Lei, mi scusi, forse non si rende conto che la difesa, così ipotizzata, avrebbe conseguenze macroeconomiche. Mi fermo qui. Non senza aver commentato che il terremoto massimo credibile potrebbe forse far parte delle informazioni da fornire al pubblico, per consentire a chi lo potesse/desiderasse di proteggersi più di quanto previsto dalle norme internazionali per le civili abitazioni. (Discorso difficilissimo, tanto più in un Paese con poca cultura del rischio come l’Italia).
    Scusi la critica, ma, posso sbagliare, mi pareva dovuta.
    Livio Sirovich (c/o Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale OGS).

    • Avevo già risposto ai commenti insinuanti del Sig Livio Sirovich su Il Foglietto della Ricerca. Ripropongo qui quanto avevo risposto al Sig. Sirovich in questa sede, visto che poco elegantemente non viene riportata anche la mia replica. Riporto anche altri commenti personali ricevuti da un collega Italiano dell’Univ. Complutense di Madrid, e di un collega Ingegnere Italiano. Non faccio ovviamente nessun commento sul Processo di Appello a L’Aquila, così come non ho mai fatto commenti in merito al Processo di I Grado, anche perché come ben sappiamo tutti sono innocenti fino alla sentenza di Cassazione. Spero solo che sia resa giustizia alle vittime del terremoto, e ai condannati in I Grado, se sono innocenti. Io credo nella Giustizia e sono un convinto sostenitore del fatto che i Processi si celebrano nei Tribunali e non sui media.
      Cordiali saluti al Sig. Sirovich.
      Benedetto De Vivo

      Replica Prof. B. De Vivo a Sig. L. Sirovich
      Il Sig. Livio Sirovich, commenta che l’organizzazione ISSO ha la sede presso l’Avv di parte civile del processo de L’Aquila. E allora? Forse vuol dire che scienziati di tutto il mondo sono stati “chiamati” a corte da qualcuno per costituire l’ISSO? Ovviamente il Sig. Sirovich potrà non crederci, ma io NON ho mai conosciuto l’Avv. di parte civile. Intanto bisognerebbe essere capaci di entrare nel merito delle posizioni contenute nella Position Statement, e non fare allusioni senza alcun valore scientifico. Posso dire che ho aderito a questo movimento, pur non essendo geofisico, sulla base di convinzioni di responsabilità civile e per onestà scientifica. Altre considerazioni non hanno senso. In merito invece alla “critica” tecnica essa é più che benvenuta, perché le critiche e il confronto delle opinioni sono il sale della ricerca. Ciò detto, vorrei non sfuggisse che nel mio documento ho chiaramente scritto che non spetta agli scienziati fare calcoli di costi-benefici. Questi calcoli li facessero i politici; gli scienziati viceversa siano fedeli solo alla scienza, e soprattutto mantengano l’autonomia e l’indipendenza rispetto alla politica e ai “potentati” lobbistici (come per esempio quello delle centrali nucleari). Penso che questo fosse il “messaggio” principale del mio articolo. Comunque nei prossimi numeri de Il Foglietto, non mancherò di tornare sull’argomento del conflitto di interessi fra scienza e politica.

      • Prof. Benedetto De Vivo credo che sia molto difficile quello che lei si auspica in quanto la giustizia, le vittime del terremoto, potranno ottenerla solo se vengono processati e condannati coloro che non hanno messo in campo le dovute azioni di prevenzione sismica, che per legge dovevano attuare, cosa che non riguarda il processo in questione. Quindi è impossibile che con la condanna o l’assoluzione degli imputati, con questo processo, venga fatta giustizia sia per le vittime che per gli imputati e si faccia un passo avanti nell’interesse delle future generazioni. Continuare a costruire gli alibi, attraverso l’individuazione di capri espiatori, a chi si disinteressa completamente, pur essendone preposto per legge, alla prevenzione sismica, non porta a nessun progresso nella nostra società anzi la porta pian piano a regredire.
        Infatti, se ha avuto modo di notare, non è stata mai condotta una sola inchiesta (tra le centinaia avviate a l’Aquila) a riguardo degli aspetti inerenti le mancate azioni di prevenzione per un evento che si contrasta con la prevenzione, anche di tipo giornalistico, non è stato indagato o criticato nessun amministratore locale preposto per legge a questo dandone il dovuto rilievo e, per quanto riguarda l’autonomia e l’indipendenza tra la scienza e la politica noto che l’avv. Wania Della Vigna, oltre ad essere un legale delle parti civili al processo presso il cui studio si è costituito l’ISSO, svolge anche attività politica:
        http://elezioni.regione.abruzzo.it/candidati-consiglieri/wania-della-vigna.
        Anche io come lei credo nella Giustizia, direi da generazioni, mio nonno, avvocato penalista, si è sempre battuto per i diritti delle persone più deboli tanto da guadagnarsi la fama di avvocato dei poveri o degli straccioni, ma non posso far a meno di notare che quando la magistratura affronta campi tecnici o scientifici in Italia si verificano troppo spesso dei grossi problemi che andrebbero risolti.
        Basti ricordare le eclatanti inchieste e sentenze nel campo medico dal caso Di Bella al caso Stamina fino quello dei vaccini in cui la scienza e il metodo scientifico ne escono massacrati.
        Il problema principale, a mio modesto parere, è nella individuazione degli specialisti a cui i magistrati per poter giudicare, per quello che riguarda le questioni tecniche o scientifiche, si affidano.
        Ad esempio in campo sismologico certo non ci si può affidare ad un vulcanologo e magari a seconda dell’importanza che il processo riveste si dovrà verificare anche il suo curriculum in tale campo o ci si potrà affidare a chi lo sa fare anche attraverso semplici metodi come l’ H-index dello specialista in quel campo.
        Certo è che se in campo sismologico uno specialista ha un H-index pari a 0, forse poi tanto specialista non è, non le pare prof. De Vivo?
        A volte, le garantisco per esperienze personali, che capita di peggio per cui i periti non hanno neanche la laurea adeguata alla materia tecnica o scientifica che si sta affrontando.
        Questo non è discutere le sentenze sui media ma è un dato di fatto di ciò che si ripete un po’ troppo spesso nel nostro paese e che va seriamente affrontato affinché in campo scientifico, nei tribunali, non sia tutto opinabile.
        Ecco sarà il caso, come afferma l’avv. Alessandra Stefàno, di rispettare i canoni giurisprudenziali elaborati dalla Corte di Cassazione. Bene, però mi viene allora da chiedere all’avv. Stefàno e per chi non lo fa quali strumenti esistono? Visto che i casi che si ripetono in tal senso, con effetti dannosissimi, diventano sempre più frequenti in Italia?

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