Ancora sul rischio sismico – parte prima (Massimiliano Stucchi)

La condanna in primo grado dei sette imputati al processo dell’Aquila ha determinato, nell’opinione pubblica come in molti intellettuali, alcune convinzioni che l’assoluzione di sei di essi in secondo grado non ha contribuito, almeno per il momento, a modificare, e che hanno implicazioni importanti per il futuro della riduzione del rischio sismico.
Si tratta in particolare delle tesi secondo cui:

  1. gli imputati sono stati condannati per non aver valutato “correttamente” il rischio sismico;
  2. gli eventi di cui al processo dell’Aquila sono stati determinati da una errata comunicazione del rischio.

Questi due aspetti sono strettamente interconnessi, anche perché hanno a che vedere entrambi con il concetto di rischio; questo concetto, come è noto, assume connotati variegati e spesso determinati dall’immaginario di chi ne tratta. A riprova del desiderio di fissarne i contorni in modo sempre più personale si può osservare l’apparizione, in volumi recenti e meno recenti, del concetto di “nuova rischiosità del rischio” (nella società dell’irresponsabilità), così come il titolo “oltre il rischio sismico”.

1) La prima tesi rappresenta l’ultimo bunker in cui si sono rifugiati alcuni di coloro i quali hanno ritenuto di poter sostenere sul piano scientifico l’accusa e la condanna in primo grado.
Sfumata fin da quasi subito la possibilità di utilizzare direttamente la “mancata” previsione del terremoto come elemento di accusa, i colpevolisti si sono posizionati sulla tesi della mancata o errata valutazione del rischio sismico. Come ho già dimostrato (si veda ad esempio nel volume “Terremoti, comunicazione, diritto”), nonostante i giri di parole e le analisi scientifiche e pseudo tali di Pubblico Ministero, Giudice di primo grado e di vari analisti, questa tesi non può significare altro che i sette imputati avrebbero mancato di valutare un aumento della pericolosità sismica, visto che la vulnerabilità sismica degli edifici e l’esposizione della società successivamente colpiti dal terremoto non erano cambiati. E questo lo dimostra, indirettamente, anche il fatto che PM e Giudice, per non parlare di altri commentatori fra cui anche quanti hanno contribuito al blog di un antropologo (!), spendono la maggior parte delle loro pagine a discutere di pericolosità (comprensiva della storia sismica, dell’andamento dello sciame, ecc.).

Il fatto è che, al 31 marzo 2009, la pericolosità – o meglio, la probabilità che si verificasse un terremoto – non era aumentata in modo significativo per il fatto che fosse in corso una sequenza sismica. Non era aumentata in modo apprezzabile – e comunque non misurabile in tempi rapidi – nemmeno la vulnerabilità degli edifici, e neppure l’esposizione sociale, secondo gli standard consueti. Dunque, il rischio sismico – definito secondo le consuetudini scientifiche – non era variato significativamente il 31 marzo 2009. Chi ritiene che la riunione fosse stata indetta per eseguire una valutazione del rischio è in errore: sia perché non era questo il mandato, sia perché il rischio sismico non si valuta “al momento”, come la temperatura corporea, e non varia significativamente ogni poche ore, come ad esempio accade in meteorologia.
Erano sicuramente aumentate la confusione e la paura; ma questo era avvenuto in relazione ai celebri annunci di Giuliani, al comunicato-stampa dell’Assessore Stati e alla gestione approssimativa che di questi fecero i media. Si era, in definitiva, in una fase di emergenza sociale, dovuta non tanto ai terremoti ma ai fattori su esposti e alla cronica impreparazione della società ad affrontare il rischio sismico. E proprio per intervenire su questo aspetto Bertolaso organizzò la famosa riunione degli esperti [la valutazione dell’opportunità o meno di tale decisione non rientra negli scopi di questo post]. L’aumento di confusione e insicurezza, che purtroppo si ripete spesso, non è immediatamente classificabile come “rischio sismico”, e richiede una gestione da parte di altre competenze rispetto a sismologi e ingegneri. Se poi qualcuno intende usare un’altra definizione di rischio sismico (ne esiste anche una “di legge”)  dovrebbe dichiararlo e, inoltre, essere cosciente di generare confusione e quindi di alzare il rischio (oltreché di contraddire anche il PM di primo grado….).

Già, il rischio sismico. Le analisi descritte più sopra hanno tentato, in tutti i modi, di dimostrare che nell’aquilano – in relazione alla sequenza sismica – il rischio sismico si stesse alzando: proprio come teorizzano alcuni ricercatori superficiali, che prendono a prestito paradigmi relativi ad altri eventi naturali (es.: vulcani) per teorizzare anche per i terremoti periodi di quiescenza (verdi) e di emergenza (rossi). E qui non ci siamo proprio.
Il fatto dimenticato, nascosto o comunque marginalizzato in queste analisi, è che il rischio sismico nell’aquilano, prima del 31 marzo 2009 e anche prima dell’inizio della sequenza, era già maledettamente alto. Lo era per l’alta pericolosità sismica, l’alta vulnerabilità degli edifici e l’alta esposizione, dovuta in parte anche alla presenza di una forte popolazione studentesca di origine esterna. Lo era allora, come lo è oggi, ieri e l’altro ieri, il rischio sismico di una porzione notevole del territorio italiano: ad esempio, dove le caratteristiche complessive sono simili a quelle dell’aquilano. Ma anche dove la pericolosità sismica è più bassa ma la vulnerabilità sismica è comunque alta, magari perché fino a pochi anni fa non si è costruito in modo antisismico (per i motivi si rimanda ad altri post); e l’esposizione è alta anch’essa, per la presenza di attività industriali e/o di una maggior densità di abitanti.

Le conclusioni di questo punto sono che:

  1. il rischio sismico in una larga porzione di Italia è – oggi – alto;
  2. non aumenta in modo significativo a causa di sequenze sismiche non distruttive, quale era quella dell’aquilano al 31 marzo 2009;
  3. l’emergenza sismica non è iniziata con la sequenza. Era già iniziata (da sempre), ed è permanente, anche se la maggior parte degli italiani non se ne vuole convincere;
  4. quest’ultimo è il vero problema, e dovrebbe essere il cuore della comunicazione del rischio.

La discussione della tesi secondo la quale gli eventi di cui al processo dell’Aquila siano stati determinati da una errata comunicazione del rischio verrà presentata in un prossimo post.

One thought on “Ancora sul rischio sismico – parte prima (Massimiliano Stucchi)

  1. Non sono un esperto e tanto meno un intellettuale ma per quel che ho capito il rischio sismico ha una particolarità che lo distingue da tutti gli atri rischi legati a fenomeni naturali, che essi siano uragani, inondazioni, eruzioni vulcaniche, maremoti (anche se connessi all’evento sismico), frane, ecc.. Questa riguarda il fatto che l’elemento che costituisce pericolo per la pubblica incolumità è lo stesso che l’uomo costruisce e cioè l’edificio in cui esso si trova. Infatti per gli altri eventi la morte può sopraggiungere anche fuori dallo stesso edificio, anzi per quanto riguarda il rischio legato alle alluvioni o agli uragani l’abitazione costituisce spesso un rifugio da questi eventi.
    Raramente le vittime dei terremoti riguardano persone al di fuori degli edifici e non colpite da questi al di fuori di essi, per esempio per l’innesco di frane.
    Inoltre a differenza di altri fenomeni naturali il terremoto non presenta fenomeni precursori tali da poter agire in un lasso di tempo che consenta evacuazioni dalle abitazioni e dal momento in cui avviene la rottura della crosta terrestre le onde sismiche, che danno luogo al crollo poi degli edifici, si propagano con velocità elevatissime (1000-1500 Km/h). E’ noto che la pericolosità di un evento naturale è direttamente proporzionale alla velocità con la quale tale evento si manifesta, infatti sono molto più pericolose le frane di crollo rispetto alle frane a cinematismo più lento come possono essere alcune colate di terra.
    In base a queste semplici considerazioni è facile intuire che bisogna esclusivamente lavorare per diminuire la vulnerabilità degli edifici già esistenti e per costruirne altri sempre meno vulnerabili, con le priorità dettate dalla conoscenza del fenomeno….. di come si propaga e si amplifica e di come interagisce sulle strutture, anche perchè in questo campo c’è tantissimo da fare e in Italia il ritardo è notevole.
    A questo serve la valutazione del rischio sismico. La comunicazione del rischio sismico, anche se valutato in via speditiva, serve semplicemente a sensibilizzare la popolazione affinché pretenda dai propri amministratori che vengano eseguiti maggiori controlli sugli edifici da costruire e che si approfondisca la conoscenza su quelli in essere al fine di adottare misure di mitigazione.
    Durante una sequenza sismica è inutile questa forma di comunicazione in quanto sale il livello di agitazione nelle persone (lo scuotimento che provoca un terremoto evoca paure ancestrali… si ha paura di essere impotenti di fronte a tale forza della natura e che possa accadere quello che non è mai finora accaduto anche in zone che storicamente non hanno avuto terremoti altamente distruttivi) e ci si imbatte poi con un problema di ordine pubblico che aumenta il rischio della pubblica incolumità dei cittadini.
    Sfruttare il momento o come si suol dire battere il ferro quando è caldo nel corso di una sequenza sismica in atto, per sensibilizzare l’opinione pubblica e i politici, ha i suoi belli effetti collaterali la cui pericolosità non può essere ignorata e la riduzione del rischio attraverso una possibile diminuzione dell’esposizione ha effetti trascurabili in quanto la probabilità che si verifichi l’evento in tempi brevi è sempre molto bassa… altro che periodi di quiescenza o emergenza!!
    La comunicazione che va fatta principalmente riguarda le mancate azioni di prevenzione che andrebbero messe in atto, ad esempio chi dice di occuparsi di comunicazione del rischio e che ha scritto diversi libri su tali argomenti dovrebbe comunicare ai cittadini che si trovano in zone a pericolosità elevata (zone individuabili anche dalla nota carta dell’INGV) che ad esempio in tali zone non esiste un sistema di controllo efficace dei progetti che vengono approvati secondo la normativa sismica e spiegarne i motivi, che a seguito delle comunicazioni inviate alla Procura da tali Uffici sugli edifici difformi non segue il sequestro dell’edificio e spiegarne i motivi, che non esistono ancora studi che ci indicano quali zone potrebbero essere soggette ad amplificazioni degli effetti di un terremoto e spiegarne i motivi, che non esistono studi che ci indicano quale sia la vulnerabilità sismica degli edifici presenti… ecco questa è la vera comunicazione del rischio sismico che si dovrebbe fare e che non si fa, la quale non deve aspettare una sequenza sismica in atto per potersi fare e potrebbe si salvare tante vite umane e ridurre gli impressionanti costi di un terremoto!
    Una altra cosa di cui non mi capacito in tale vicenda e di quello che ne sta seguendo, è come si possa credere che in seno ad una riunione, anche se costituita da i massimi esperti in campo sismologico e di ingegneria strutturale, si possa arrivare a definire il rischio sismico (poi “correttamente”) di una vasta area come quella aquilana colpita dal terremoto del 2009 a prescindere da quello che la legge attribuisce realmente a tale commissione.
    Per capire quanto sia complessa la valutazione del rischio sismico basta ad esempio leggere la corposa tesi di laurea (disponibile on line, in basso riporto il link) di una studentessa in ingegneria che avrà impiegato almeno un anno a tempo pieno per lo studio della vulnerabilità sismica di un solo quartiere dell’Aquila (305 edifici), la cui vulnerabilità è solo una componente per la valutazione del rischio, tra l’altro in condizioni in cui già molte informazioni dopo il terremoto del 2009 erano fruibili per la mole di ricerca sviluppata (da Università ed Istituti..) a seguito dell’evento.

    http://wpage.unina.it/iuniervo/papers/Polidoro_Master_Thesis.pdf

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