Ricordare il lavoro fatto (e pensare a quello da fare)

Vincenzo Spaziante

Come a noi tutti è ben noto, l’unico modo serio e concreto di evitare che i terremoti uccidano è costruire in maniera adeguata.

Bene, nessuno ha ricordato in questo frangente tutto il lavoro fatto da larga parte delle persone condannate in primo grado all’Aquila per migliorare in questo senso la normativa italiana, per allinearla alle migliori normative esistenti al mondo (a cominciare da quella europea).

Nessuno ricorda le resistenze che abbiamo allora incontrato, le offese che abbiamo subìto, i fischi e le pernacchie, per tacere delle calunnie, che abbiamo ricevuto: indistintamente (dal mondo politico a quello istituzionale, dal mondo accademico a quello delle professioni) e ovunque (dove si dibatte pubblicamente e dove si insegna, dove si prendono le decisioni che toccano l’interesse e la vita di milioni di persone e dove si scrive). E non c’è, in queste, parole, nessuna enfasi retorica. Personalmente ricordo come se fosse ieri il coro di ululati che accompagnò il mio intervento di illustrazione della nuova normativa ad un Congresso nazionale degli ingegneri (Bergamo, settembre 2004) e le parole di derisione usate verso di me nella circostanza da un Ministro “tecnico” presente. Sembrava la Curva Sud dello Stadio Olimpico quando la Roma ospita la Juventus.

Nessuno ricorda la valanga di idiozie e di insensatezze che abbiamo dovuto ascoltare. Per tutte ne ricordo una particolarmente significativa: una lettera di un autorevole ed ascoltato consigliere di un Ministro dei lavori pubblici di quegli anni nella quale si sosteneva la originalissima opinione secondo cui in Italia i terremoti sono un problema simile a quello della malaria: “debellato da più di cinquant’anni”.

Nessuno ricorda che le norme varate allora grazie solo alla tenacia e alla passione civile di un gruppo ristretto di persone (tra le quali erano alcuni dei condannati “aquilani”, vale ripeterlo) sono rimaste congelate per oltre cinque anni. Tanti ce ne sono voluti perché i principi alla base di quella normativa, oggetto dell’ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3274 del 20 marzo 2003, venissero accolti e resi operativi attraverso il Testo unico delle norme tecniche per le costruzioni varato nel 2008.

Nessuno ricorda il numero infinito di riunioni e corsi di formazione (per professionisti come per amministratori pubblici: migliaia e migliaia di persone) che tenemmo allora in tutta Italia per favorire lo sviluppo di una cultura del costruire finalmente attenta ai problemi della sismicità.

Come nessuno si ricorda che, grazie all’opera ancora di alcuni dei “condannati”, da quasi dieci anni l’Italia possiede uno dei più grandi centri mondiali di ricerca e di prova nel campo della sismica, dove si lavora per migliorare le tecniche di progettazione e costruzione, dove si studiano le capacità di resistenza dei materiali da costruzione all’azione sismica; insomma, dove quella nuova cultura del costruire ha modo di radicarsi e di diffondersi concretamente, producendo risultati.

Nessuno ricorda. Ma forse, più precisamente, nessuno sa, nessuno ha mai saputo. Già, perché la cosa non faceva notizia, non suscitava clamore, non si vendeva bene. Eppure, quando quelle norme avranno fatto in largo e fino in fondo il loro lavoro, potremo dire di essere più sicuri nelle nostre case, nelle nostre scuole, nei nostri ospedali: nella consapevolezza, comunque, che la sicurezza assoluta non ce la potrà mai dare niente e nessuno. Proprio come da tempo è avvenuto in Giappone, negli Stati Uniti e in altre parti del mondo, dopo tanti anni di attenzione e di applicazione di norme sempre più tutelanti.

Nel sacrosanto rispetto delle vittime di quel terremoto, nella confermata vicinanza umana alle loro famiglie, il processo dell’Aquila, al di là delle distorsioni e dei preconcetti che l’hanno caratterizzato e accompagnato nel suo traghettamento verso l’opinione e le sensibilità collettive, deve essere occasione per far sapere al grande pubblico come stanno realmente le cose nel campo, l’unico che meriti attenzione, della protezione e della prevenzione dal rischio sismico.

E se proprio dobbiamo andare alla ricerca di responsabili, prima di tutto andiamoli a cercare tra quelli che con la loro inerzia, con la loro ostilità nemmeno tanto nascosta a metodi e criteri innovativi di progettazione edilizia, con la loro cultura conservativa (anche dei propri interessi), hanno consentito al terremoto di fare tante vittime.

Vincenzo Spaziante

PS: Volendo, la ricerca potrebbe utilmente estendersi a quanti ancora oggi ritengono che le certificazioni energetiche e termiche di un edificio, rese obbligatorie per legge, siano più importanti di quelle antisismiche, di cui nessuno vuole nemmeno sentir parlare. C’è qualcuno che voglia aprire una buona volta questo capitolo (o fascicolo)?

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