Dopo i terremoti: alloggi provvisori e ricostruzione consapevole (di Renato Fuchs)

Da varie settimane si assiste a un crescendo di proteste per i ritardi con cui vengono portati avanti i piani di ricostruzione dei paesi colpiti dai terremoti del 2016, il cui numero si è esteso a seguito degli eventi del gennaio 2017. Di recente, lo stesso Commissario Straordinario Vasco Errani ha sostenuto che poco è stato fatto.
E’ bene precisare, tuttavia, che si tratta di ritardi riferiti alla fase di assistenza post-terremoto, e non di ricostruzione vera e propria, della quale non si conoscono ancora i piani definitivi.
Abbiamo posto alcune domande a Renato Fuchs, di Eucentre, che ha svolto un importante ruolo organizzativo nell’ambito del “Progetto CASE” (L’Aquila, 2009) ed è ora responsabile del sistema informativo di supporto alla gestione delle necessità di assistenza alla popolazione a seguito delle recenti emergenze in Centro Italia, realizzato in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile (DPC).

Con quali strumenti è stata gestita la fase di prima assistenza, per assicurare ai terremotati un alloggio provvisorio dopo il periodo trascorso nelle tendopoli?
Ai cittadini colpiti dagli ultimi terremoti sono state offerte le seguenti forme di assistenza:
– Container collettivi: sono soluzioni “ponte” tra le tende e le altre sistemazioni, consistenti in edifici prefabbricati di grandi dimensioni, in ciascuno dei quali vengono ospitate 20-30 persone;
– CAS (Contributo di Autonoma Sistemazione): un contributo economico mensile alla famiglia che intenda alloggiare a proprie spese. L’importo dipende dal numero di componenti il nucleo famigliare e dalla presenza nello stesso di anziani, disabili o portatori di handicap. Tale importo, inizialmente fissato in 200 euro a persona al mese, è stato aumentato a partire dal 15 novembre 2016 a 300 euro a persona;
– Alloggio in strutture ricettive: è stata stipulata una convenzione con le associazioni di categoria, in base alla quale per ogni giornata di presenza di un cittadino presso una struttura ricettiva, viene riconosciuto alla stessa un importo di 40, 35 o 25 euro in funzione del trattamento ricevuto (rispettivamente pensione completa, mezza pensione o camera e colazione);
– SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza): sono edifici prefabbricati, realizzati dalle ditte che si sono aggiudicate nel 2014 una gara CONSIP, di diverse metrature in funzione della numerosità del nucleo familiare, generalmente “a schiera”. Le tempistiche per la loro disponibilità dipendono anche dall’individuazione delle aree e dalla realizzazione dei necessari lavori di fondazione e di urbanizzazione;
– MAPRE (Moduli Abitativi Provvisori Rurali Emergenziali): si tratta di edifici prefabbricati singoli, installati in prossimità di stalle o fattorie, destinati ad ospitare gli allevatori/agricoltori che abbiano la necessità di rimanere vicini ai propri luoghi di lavoro.

Ora è prevista l’installazione delle SAE, come avvenuto peraltro in occasione di altri terremoti e in particolare del terremoto dell’Aquila del 2009, con l’eccezione del Comune dell’Aquila, come vedremo nel seguito. Ci puoi spiegare che cosa è previsto e quali possono essere le cause dei ritardi?
In questa occasione quelli che a L’Aquila venivano chiamati MAP (Moduli Abitativi Provvisori) sono stati denominati SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza). Come accennato in precedenza, prevedono moduli da 40, 60 e 80 metri quadri, per poter accogliere le famiglie con diverso numero di componenti. Il costo a metro quadrato è di circa 1050 euro e comprende, oltre alla realizzazione e installazione, anche il servizio di progettazione delle opere di urbanizzazione e fondazione e la fornitura di arredi ed elettrodomestici.
I tempi stimati per la realizzazione delle SAE – come riporta il sito del Dipartimento della Protezione Civile (DPC) – sono di circa sette mesi, comprendenti sia la progettazione e realizzazione previste dal contratto, sia tutte le attività propedeutiche all’inizio dei lavori: individuazione e valutazione di idoneità delle aree, procedure di frazionamento ed esproprio, urbanizzazioni, ma anche quantificazione dei moduli necessari per accogliere le famiglie sulla base delle diverse tipologie e metrature disponibili.
Pare purtroppo evidente che queste tempistiche non siano state rispettate, visto che il numero di SAE disponibili ad oggi è una frazione delle necessità1.
Credo che l’allungamento dei tempi sia dovuto ad un insieme di fattori: difficoltà per ciascun Comune di individuare le aree, problemi idro-geologici delle stesse, effettuazione delle gare per i lavori di urbanizzazione, tempi degli stessi…
Personalmente credo che opere di questo tipo debbano essere gestite a livello commissariale e con poteri eccezionali, in deroga alle normative esistenti. Ovviamente questo comporta dei rischi in termini di trasparenza, ma penso che lo Stato debba avere la forza ed il coraggio di far comprendere ai cittadini che un’emergenza lo è sotto ogni aspetto. Ovviamente i controlli sulla legittimità e correttezza della struttura commissariale devono essere rigorosi, come puntuale deve essere la rendicontazione dei costi sostenuti e la pubblicazione delle ditte coinvolte.
Mi pare inoltre un errore quello di avere, nell’attuale emergenza, due diversi soggetti chiamati a gestirla: da un lato il Capo del DPC, Fabrizio Curcio, e dall’altro il Commissario alla Ricostruzione, Vasco Errani. Questo dualismo non può che generare confusione e conflitti, con scarico di responsabilità ed, alla fine, scarsi risultati. La dimostrazione mi pare si trovi proprio nelle recenti affermazioni di Errani, che ha criticato aspramente i metodi di gestione dell’emergenza, affermando che non rientrava nelle sue competenze occuparsi delle “casette”.

Figg. 1 e 2 – Viste esterna ed interna di un modulo SAE recentemente installato

Che cosa è necessario per installare le SAE? Come sono state individuate le ditte produttrici? Per quanto tempo sono garantite?
Per l’installazione della singola SAE è necessaria la realizzazione di una platea di calcestruzzo. Ovviamente, essendo le SAE installate a gruppi, devono essere contestualmente realizzate le necessarie opere di urbanizzazione (collegamenti stradali, elettrici, idraulici, ecc.) a servizio dell’intera area, nonché gli allacciamenti di ogni SAE alle varie reti tecnologiche.
Le ditte produttrici sono state individuate attraverso una gara, promossa dal DPC e gestita da Consip, inizialmente nel 2012 – ed andata deserta – e riproposta nell’aprile 2014. Divisa in tre lotti (Nord-Centro-Sud), con una base d’asta di 1 miliardo e 188 milioni di euro, è stata aggiudicata il 5 agosto 2015 e, a seguito di tutte le necessarie verifiche, i contratti sono stati sottoscritti il 25 maggio 2016.
Per le regioni dell’Italia Centrale gli aggiudicatari sono: Primo classificato, il Raggruppamento temporaneo d’impresa (Rti) tra il Consorzio Nazionale Servizi società cooperativa e Cogeco7 Srl. L’Rti si è impegnato a fornire, secondo necessità, fino a un massimo di 850 moduli in sei mesi. Secondo classificato, il Consorzio stabile Arcale (con un massimo di 780 soluzioni abitative in sei mesi). Terzo, il Raggruppamento temporaneo di imprese costituito da Modulcasa Line Spa, Ames Spa, Nav system Spa per una capacità massima semestrale di 225 SAE.
La prima e la seconda ditta classificata hanno offerto una garanzia di quattro anni, mentre la terza di tre.
Questi termini di garanzia ritengo si riferiscano agli aspetti non strutturali (impianti, finiture, ecc.) visto che circa i danni strutturali maggiori prevalgono quelli di legge, validi per 10 anni2.

Nel 2009, a seguito del terremoto che colpì l’aquilano, prese il via il Progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili), che realizzò la maggior parte delle abitazioni destinate ai residenti nel Comune di L’Aquila e che fu criticata da più parti. Puoi darne una breve descrizione?
Il Progetto C.A.S.E. ha visto la realizzazione di 185 edifici sismicamente isolati, ciascuno comprendente in media 24 appartamenti, destinati ad accogliere un’importante frazione delle famiglie aquilane che avevano perso la propria abitazione a causa del sisma del 6 aprile 2009. I lavori, iniziati l’8 giugno, hanno portato alla consegna dei primi 300 appartamenti il 29 settembre: in seguito ne sono stati mediamente ultimati e consegnati circa 150 a settimana, raggiungendo un totale di 4.449 appartamenti (per oltre 15.600 persone alloggiate) a fine marzo 2010.
Quel tipo di intervento si era reso necessario per diversi motivi:

  • Il fatto che il terremoto avesse colpito una città di medie dimensioni ed in particolare il suo centro storico, densamente abitato;
  • La distribuzione sul territorio delle numerose frazioni di L’Aquila interessate, con la necessità di realizzare le abitazioni in prossimità di quelle danneggiate;
  • La previsione di tempi lunghi per la ricostruzione definitiva;
  • L’elevato numero di residenti da alloggiare, con la conseguente necessità di realizzare molte abitazioni provvisorie senza, peraltro, occupare eccessivo territorio;
  • Le condizioni climatiche dell’area, che imponevano di contenere i tempi di realizzazione per far sì che il maggior numero di persone potesse disporre dei nuovi alloggi in pochi mesi, possibilmente entro la fine del 2009;
  • L’elevata pericolosità sismica della zona, che richiedeva la realizzazione di edifici il più possibile sicuri.

La straordinarietà di tale progetto è consistita, soprattutto, nei ridotti tempi di realizzazione dovuti all’idea geniale di realizzare delle “basi”, sismicamente isolate (costituite da due “piastre” di calcestruzzo di circa 60 x 20 m, la superiore poggiata su 40 isolatori montati su altrettanti pilastri), sopra le quali costruire gli edifici.

Non sono mancate le critiche, è vero. C’è chi ha parlato di “casette”, chi di “new town”, chi di operazione mediatica.
Di sicuro casette non sono. Mi pare una forzatura anche parlare di new town, in quanto le 19 aree in cui sono stati realizzati questi edifici si trovano in prossimità dei luoghi dove gli assegnatari degli appartamenti risiedevano in precedenza: certamente questo non vale per il centro storico, dove lo spazio disponibile ha consentito di realizzare una sola area.
Sicuramente le tragedie e la gestione delle loro conseguenze attirano l’attenzione e, quindi, i media: il Progetto CASE è stato quindi sfruttato da chi voleva mostrarsi al pubblico ma non mi pare che questo possa definirlo “operazione mediatica”.

Fig. 3 – Vista esterna di un edificio del Progetto CASE – Si notino le due piastre, di cui la superiore appoggiata agli isolatori sismici

Nel 2014 si verificarono dei problemi al Progetto CASE (il caso dei famosi “balconi”), che fecero molto scalpore e per i quali venne anche avviata una inchiesta giudiziaria. Di chi è oggi la proprietà degli edifici, e da quando? A chi spetta il compito della manutenzione?
Il DPC ha effettuato, a fine marzo 2010, il passaggio di consegne dell’intero Progetto CASE al Comune di L’Aquila.
Per quell’occasione fu redatto un apposito documento che illustrava dettagliatamente la consistenza di quanto realizzato, indicando le problematiche ancora aperte e le attività di manutenzione cui gli edifici avrebbero dovuto periodicamente essere soggetti.
In particolare, veniva specificato che, per tutti i 185 edifici, erano stati redatti i regolamenti condominiali e le tabelle millesimali ed erano stati individuati gli amministratori condominiali provvisori, che avrebbero potuto essere successivamente sostituiti dalle assemblee condominiali.
Inoltre era stata affidata, per quattro anni, la manutenzione e la pulizia delle parti comuni degli edifici alla Manutencoop, sulla base di una gara Consip, con costi a carico del DPC.
Successivamente la manutenzione è stata affidata ad altre ditte, riducendone i compensi (e quindi le prestazioni).
Per quanto ne so, non fu mai dato corso alla costituzione delle assemblee condominiali e, ad oggi, non sono stati nominati gli amministratori.
Questa mancanza è, a mio parere, particolarmente grave perché, in assenza di un amministratore, il singolo edificio non ha avuto nessun responsabile che si occupasse di verificarne lo stato, di segnalarne i problemi né, tantomeno, di gestirli e risolverli.
Gli edifici e le loro pertinenze ne risentono pesantemente. Già all’inizio del 2011, quindi meno di un anno dopo il passaggio di consegne al Comune, in occasione di un viaggio a L’Aquila, feci un sopralluogo in alcuni edifici e trovai una situazione sconfortante: recinti per cani e depositi di materiali nei garages, quasi tutti gli estintori mancanti o svuotati, ascensori danneggiati, lampadine negli androni rubate, locali caldaia lasciati aperti alla mercé di chiunque…
Segnalai la cosa al DPC, che mise al corrente il Sindaco. Ovviamente senza risultati.
Riguardo ai problemi ai balconi, i collaudatori tecnico-amministrativi degli edifici cui appartengono segnalarono una serie di problematiche che portarono all’applicazione di penali importanti che furono dedotte dagli importi dovuti e versate al Comune: non mi risulta che questo le abbia impiegate per risolvere i problemi segnalati.
In ogni caso, tutti sanno che lasciare qualsiasi edificio abbandonato a sé stesso non può che provocarne il degrado: ciò è particolarmente vero per edifici in legno – come quelli dei “balconi” – che richiedono una manutenzione particolare ed un’attenzione maggiore rispetto a quelli realizzati con altri materiali di costruzione.
La vicenda giudiziaria relativa ai balconi crollati è tuttora in corso ed è recentissima la notizia che è stato disposto il trasferimento del processo a Piacenza, dove ha sede la ditta costruttrice e dove sarebbero stati commessi i maggiori reati (truffa aggravata e frode nelle pubbliche forniture).
Resta la mia convinzione circa il fatto che le carenze di attenzione e manutenzione siano state e continuino ad essere gravi e colpevoli: la notizia di apertura del 16 marzo 2017 sul “Centro”, quotidiano abruzzese, è “Furti a raffica nel Progetto CASE – sciacalli portano via cucine e frigo. Denuncia del Comune”… A me pare che sia il Comune a dover essere denunciato, per l’evidente inerzia ed incapacità di gestire un patrimonio immenso che, con un minimo di volontà e capacità, avrebbe potuto costituire un reddito e non un peso3.

Risulta che un discreto numero di edifici del Progetto CASE siano vuoti, per svariati motivi. Non potrebbero essere utilizzati per i terremotati? Risulta che questo sia avvenuto in piccola parte e che le persone che vi si sono trasferite siano particolarmente contente, e che altre ne invochino la possibilità. Vero?
Sul sito del Comune di L’Aquila4 viene detto che, al 28 febbraio 2017, le famiglie assegnatarie di alloggi nel Progetto CASE erano 3.356, per un totale di 8.627 persone.
Sui 4.449 appartamenti realizzati ve ne sono quindi poco meno di 1.100 liberi, da cui vanno dedotti quelli in manutenzione o chiusi per altri motivi. Purtroppo dallo stesso sito non è possibile sapere quanti siano effettivamente liberi, in quanto viene riportata la dicitura “Per quanto riguarda gli alloggi liberi, si precisa che quelli attualmente disponibili sono destinati alle assegnazioni emergenziali conseguenti al sisma del 18.01.2017, alle ordinanze di sgombero di Arischia e San Gregorio e agli esiti dei sopralluoghi sulle abitazioni già classificate A”.
Al 31 dicembre 2016, dallo stesso sito, risulta che il numero di appartamenti liberi era 372: francamente lo trovo inspiegabilmente basso.
In ogni caso, è evidente come sarebbe opportuno assegnare questi appartamenti a chi è rimasto senza casa a seguito degli ultimi terremoti, sia per contenere i costi a carico della comunità sia perché ben diverso è disporre di una casa propria rispetto ad alloggiare in albergo.
E difatti circa cento famiglie, in particolare provenienti dai Comuni colpiti dalle scosse del 24 agosto 2016 – Amatrice ed Accumoli – si sono sin da allora trasferite in questi edifici e recenti notizie sui media ne testimoniano la soddisfazione.
Singolare poi è la situazione di Arischia, una frazione di L’Aquila in cui sono stati realizzati 4 edifici del Progetto CASE, per un totale di 90 appartamenti, tutti dalla ITER, quella dei “balconi crollati”. Questi edifici, quindi, sono stati oggetto di ordinanza di sgombero, con lo spostamento degli assegnatari in altre aree del Progetto.
Ora i cittadini di Arischia5, che è stata ulteriormente danneggiata dal terremoto del 18 gennaio scorso, stanno chiedendo a gran voce al Comune di “effettuare i pochi lavori di manutenzione necessari” per la riapertura delle CASE, consentendone nuovamente l’utilizzo.
Recentissima, poi, è la notizia della presentazione di un progetto6, da parte del Comune di L’Aquila, nel quale è previsto l’utilizzo di alcuni degli edifici CASE per giovani o anziani che si occupino direttamente della loro manutenzione e gestione oppure per attività sportive, formative e culturali.

A L’Aquila, nel 2009, erano stati realizzati anche i MAP? Possono rappresentare una buona soluzione?
I MAP sono stati realizzati nei Comuni del cosiddetto “cratere”. Si tratta in genere di edifici monopiano (solo qualche insediamento è composto da edifici su due piani), adatti ad ospitare ciascuno una famiglia. L’occupazione di territorio risulta ovviamente maggiore rispetto alle CASE ed inoltre la loro durata stimata è di pochi anni: per tali motivi a L’Aquila ne sono stati costruiti pochi. Ma nel caso di piccoli centri, di un numero relativamente piccolo di persone da alloggiare e di tempi previsti per la ricostruzione relativamente contenuti, questa soluzione è certamente preferibile.
Quindi gli odierni MAP, le SAE, nel caso dei terremoti recenti in Centro Italia, che hanno colpito molti piccoli paesi distribuiti su un territorio vasto, possono effettivamente costituire la migliore soluzione.

Le SAE quindi rappresentano soluzioni provvisorie. La ricostruzione “vera” è certo più lontana. Pur rispettando le speranze di chi vorrebbe poter tornare ad abitare la propria terra nel più breve tempo possibile, non ti sembra che – in generale – a livello di popolazione e di amministrazioni locali vi sia una pressoché totale inconsapevolezza degli effetti drammatici, a breve e lungo termine, che un terremoto può provocare?
Definire se le costruzioni realizzate in emergenza debbano avere carattere provvisorio o definitivo è complesso: qual è, infatti, il confine tra l’uno e l’altro? E chi stabilisce tale confine, ed in funzione di cosa?
La Corte dei Conti Europea ebbe modo di criticare il Progetto CASE per la sua caratteristica di definitività. Ma se quegli edifici fossero stati provvisori, quindi destinati a durare ad esempio 4 anni, dove alloggerebbero ora le migliaia di persone che ci abitano?
E’ di questi giorni la notizia7 dello stanziamento di fondi per la realizzazione di interventi di riqualificazione delle aree attualmente occupate dalle baracche realizzate a Messina per ospitare i terremotati del 1908: nel 2013 – 105 anni dopo! – erano oltre 13.000 le persone che ci vivevano8. Si trattava certamente di costruzioni provvisorie, ma credo che la storia ne dimostri il carattere definitivo.
Di ricostruzione “vera” per ora si parla poco e, forse, è un bene: perché ci si prenda il tempo di capire e far capire che l’unico modo per continuare a vivere con tranquillità in questi splendidi borghi appenninici è realizzare degli edifici in grado di sopportare le azioni sismiche.
Lo spero davvero: negli scorsi anni ho dovuto constatare di persona come Sindaci di Comuni in zona 1 ignorino totalmente tale fatto, per quanto, come sappiamo, siano i responsabili della protezione civile del proprio Comune. Possiamo quindi immaginare il grado di informazione e consapevolezza dei loro amministrati.
Sono convinto che l’ “informazione sismica” dovrebbe essere al primo posto nelle priorità dello Stato, con attività nelle scuole – fino dalle elementari – e verso la popolazione, al fine di dare indicazioni chiare e trasparenti sia sulla pericolosità dell’area sia dello stato degli edifici pubblici e privati in cui vive.
Questo porterebbe certamente ad un miglioramento complessivo delle condizioni dell’edificato, con una parallela riduzione delle perdite e, quindi, dei costi sociali.
Finora mi pare si sia scelto invece, consciamente od inconsciamente, di tacere e tacersi il problema, “rimuovendolo” alla radice. Salvo, poi e purtroppo inevitabilmente, quando il terremoto arriva, piangere e disperarsi per i morti ed i danni, cercando affannosamente i colpevoli.
Certo, bisogna evitare al contrario di creare un allarmismo costante ed un allontanamento da tutte le aree ad elevata pericolosità sismica: aumentando la conoscenza, anche di come costruire o adeguare gli edifici, crescerà la consapevolezza che viverci in sicurezza è possibile.

——
NOTE:

1 – Al momento le SAE ordinate alle ditte aggiudicatrici sono circa 1.500: 640 saranno destinate ai Comuni del Lazio, altrettante nelle Marche e 190 in Umbria. In Umbria sono state consegnate lo scorso 19 febbraio le prime 18 soluzioni abitative realizzate nelle frazione di San Pellegrino di Norcia. Ad Amatrice sono terminati il 15 marzo i lavori per ultimare le opere di urbanizzazione intorno alle 25 casette installate: gli assegnatari hanno quindi potuto iniziare ad utilizzarle.
Le aree individuate per la realizzazione delle SAE sono poco più di 100 mentre i cantieri attualmente aperti sono 19: 15 nel Lazio (13 ad Amatrice e 2 ad Accumoli), 1 nelle Marche (a Pescara del Tronto ad Arquata) e 3 in Umbria, tutte a Norcia, dove i lavori sono in stato avanzato. Così come ad Amatrice dove le SAE sono già state installate su un’area, mentre i lavori sono in fase avanzata su due ulteriori aree. (fonte: DPC, 12 marzo 2017)

2 – La legge – articolo 1669 del Codice Civile – tutela, infatti, il proprietario dichiarando che: “Quando si tratta di edifici o di altre cose immobili destinate per la loro natura a lunga durata, se, nel corso di dieci anni dal compimento, l’opera, per vizio del suolo o per difetto della costruzione, rovina in tutto o in parte, ovvero presenta evidente pericolo di rovina o gravi difetti, l’appaltatore è responsabile nei confronti del committente e dei suoi aventi causa, purché sia fatta la denunzia entro un anno dalla scoperta.”