Sismologo di formazione geologica, dirigente di ricerca dell’INGV, Gianluca Valensise è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: https://diss.ingv.it). Nel 2022 ha pubblicato un articolo, di cui è primo autore, in cui si presenta l’ipotesi che esista una anti-correlazione fra giacimenti di gas e faglie inverse sismogenetiche superficiali. Gli abbiamo rivolto alcune domande.
Nel comunicato stampa (1) dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale (4 febbraio 2022), rilasciato da questo ente in quanto alcuni autori vi appartengono, si afferma che “che la presenza di una giacimento di metano al di sopra di una grande faglia attiva indica che quella faglia difficilmente genererà terremoti forti”. È così?
Si, è così. L’articolo (2), scritto con quattro colleghi dell’OGS di Trieste, pone un questione intrigante ma in fondo semplice. La più diffusa modalità di creazione di un giacimento di metano è attraverso la generazione di ‘trappole strutturali’, come le anticlinali: porzioni della crosta superiore dove le rocce sono state inarcate dalla tettonica, e dove i vari orizzonti deformati generalmente mostrano una forte differenza di permeabilità (Fig. 1). In Italia, come lungo tutta la fascia di collisione tra Africa e Europa, il metano è molto spesso ospitato in giacimenti (‘gas reservoir’ in Figura 1) formati da rocce granulari, come le arenarie, sovrastate da strati di argille, che impediscono al metano di salire in superficie e disperdersi nell’atmosfera. Ma per generare una anticlinale ci vuole una faglia inversa (più propriamente, una faglia da thrust), ovvero compressiva. Si tenga presente che la struttura di tutto l’Appennino è fatta di faglie inverse e anticlinali generate da un regime tettonico ormai in parte estinto (l’Appennino è un tipico ‘fold-and-thrust belt’): anch’esse possono aver ospitato importanti giacimento di metano, ma il sollevamento che ha interessato tutta la catena durante il Quaternario ha causato l’erosione di quelle rocce più giovani che impedivano al gas di rimanere intrappolato, causandone la lenta ma inesorabile dispersione nell’atmosfera (e, incidentalmente, aumentando l’incidenza dei gas serra). Oggi i giacimenti produttivi sono solo quelli della cosiddetta ‘avanfossa’ – Pianura Padana, Mar Adriatico e Ionio, canale di Sicilia – dove l’edificio appenninico non è stato ancora sollevato e smantellato (un verbo molto appropriato, in questo caso).
Figura 1 – Rappresentazione schematica del margine compressivo dell’Appennino settentrionale, sepolto sotto i depositi della Pianura Padana.
Ci racconti brevemente come è nata questa idea e come avete provato a verificarla?
Tutto è iniziato dai terremoti del 20 e 29 maggio 2012 nella bassa modenese. Terremoti abbastanza forti ma non straordinari per l’Italia – di magnitudo Mw 6.1 e 5.9, rispettivamente – ma di certo inattesi, quantomeno dai non addetti ai lavori oltre che da alcuni nostri colleghi smemorati. In effetti si è trattato di terremoti normalissimi, ancorché rari, simili ad altri accaduti storicamente nella Pianura Padana. Tuttavia, complice la rarità dei terremoti in quelle zone, e forse complici anche le idee No-Triv che si stavano diffondendo in quegli anni, furono in molti – tra cui anche alcuni noti geologi e geofisici (3) – a sostenere che quei terremoti potevano essere stati innescati dalle attività di sfruttamento degli idrocarburi. Altri invece, tra cui Marco Mucciarelli e il sottoscritto, ritenevano che si trattasse di una mera coincidenza, e che fosse sbagliato usare le attività di estrazione degli idrocarburi come “capro espiatorio”. Io in particolare, già dal 1999 avevo lavorato e pubblicato sulle faglie sepolte della Panura Padana, nell’ambito di un progetto europeo coordinato da Marco stesso: una di queste era proprio la Faglia di Mirandola, quella che avrebbe poi causato il terremoto del 29 maggio 2012. Una faglia che fu censita nel database DISS (4) già dal prototipo pubblicato nel luglio 2000, e la cui proiezione in superficie è mostrata con il codice ITIS107 nella Figura 2, tratta da un primo articolo che scrivemmo sul tema nel 2015 (5). Marco osservò che intorno alla sorgente del terremoto del 29 maggio tutti i pozzi a metano erano sterili. Ricordo ancora cosa mi disse: “Luca, la ragione per cui in quella zona non ci sono campi a gas è esattamente la presenza di una faglia attiva e sismogenetica”.

Figura 2 – Il rettangolo azzurro mostra l’area di studio dell’articolo pubblicato nel 2015 (5), la proiezione in superficie delle Sorgenti Composite e Individuali (rispettivamente in arancione e in rosso) allora censite nel DISS, e i 455 pozzi analizzati. I simboli in violetto e in verde indicano rispettivamente pozzi produttivi e pozzi sterili.
L’idea era nata. Per l’area padano-adriatica – la regione da cui proviene gran parte del metano estratto in Italia – il database DISS nel 2012 già censiva nove ‘Sorgenti Individuali’ simili a quella di Mirandola (in rosso in Figura 2). Nel 2014 decidemmo di studiare le relazioni spaziali tra le sorgenti sismogenetiche note e la distribuzione di 455 pozzi per estrazione di gas in una porzione di circa 10.000 km2 della Pianura Padana centro-meridionale. L’obiettivo era capire se l’osservazione di Marco, ovvero che le faglie sismogenetiche rendevano sterili i giacimenti a gas posti al di sopra di esse, era sistematica o casuale. Nel citato articolo pubblicato nel 2015 (5) dimostravamo la sistematicità di quanto ipotizzato da Marco, sulla scorta di una validazione statistica della distanza tra la proiezione in superficie delle Sorgenti Composite e Individuali e i pozzi analizzati, produttivi o sterili. Si noti che questi ultimi non vanno confusi con i pozzi che oggi sono improduttivi perché il relativo giacimento è stato sfruttato completamente; questi pozzi, che ai nostri fini rientrano tra quelli produttivi, sono detti ‘depleti’.
Avete un modello che spieghi le cose oppure si tratta di una evidenza di tipo statistico, ancora da interpretare?
Sì. Abbiamo un modello semplice, anche se illustrarlo richiede qualche conoscenza di base di geologia e sismologia. La Figura 3 schematizza l’anticlinale sepolta di Mirandola: una anticlinale più grande della media, generata da una faglia in grado di generare terremoti di magnitudo 5.5 e più, come poi si è visto, e sepolta dai depositi successivi, molto più giovani e quindi meno deformati dalla tettonica, che coprono la struttura profonda come una coperta spessa da centinaia di metri ad alcuni km. Come tutte le grandi anticlinali, anche questa cresce in virtù della compressione, che causa l’avvicinamento dei blocchi crostali sui due lati della struttura. Tra il bordo inferiore della figura, che può corrispondere a una profondità tra 5 e 10 km, e il punto del piano di thrust (indicato in rosso) più vicino alla superficie, a circa 2-3 km, la compressione è accomodata dalla dislocazione sulla faglia stessa: la quale, come già detto, non si propaga fino alla superficie, ma resta “cieca”. Ne consegue che nei primi 2-3 km della crosta le rocce vengono inarcate, ma non fagliate, se non in maniera secondaria. L’inarcamento crea una trappola per i fluidi del sottosuolo che migrano verso l’alto – in questo caso il metano; lo strato impermeabile (in beige) li tiene intrappolati nel sottosuolo.

Figura 3 – Schema dell’anticlinale di Mirandola. Si veda il testo per la discussione delle sue diverse componenti.
Sappiamo anche che non tutte le faglie generano terremoti, anche se attive: una deformazione lenta ma non sismica può essere assorbita dal sistema senza guasti. Ma se la faglia si comporta in modo non asismico ma ‘stick slip’, ovvero caricando deformazione tettonica e poi scaricandola in un istante con un forte terremoto, allora ci dobbiamo aspettare che al di sopra della faglia stessa si creino – e progressivamente si rinnovino – della fratture. Questo avviene perché il forte terremoto richiede dislocazione istantanea su tutto il piano di faglia, massimizzando la formazione di fratture nella porzione più superficiale della crosta. Queste fratture potranno essere sia compressive, causate dal tentativo della faglia primaria di raggiungere la superficie, sia estensionali, create sul culmine dell’anticlinale come effetto secondario dell’inarcamento: queste sono chiamate faglie di estradosso, ed è soprattutto attraverso di esse che il serbatoio di metano può “perdere” e quindi svuotarsi (si veda il simbolo indicato con ‘gas leakage’ in Figura 3).
Torniamo ora alla ricerca di idrocarburi, che si concentra su queste anticlinali sepolte per trovare e sfruttare il metano. Se la struttura della trappola è ideale, come nell’immagine, quasi sicuramente il metano avrà provato a concentrarsi nel nucleo dell’anticlinale: ma dipenderà dal carattere sismico o asismico della sottostante faglia se poi sarà rimasto lì fino ad oggi, consentendo a noi di estrarlo, o si sarà disperso nell’atmosfera. La Figura 4, tratta dal nostro articolo del 2022 (2), documenta nel dettaglio come il metano che nel tempo geologico si era accumulato al nucleo dell’anticlinale di Mirandola potrebbe essersi disperso nell’atmosfera, terremoto dopo terremoto.

Figura 4 – Area delle Terre Calde in prossimità di Medolla (MO). In alto a destra: dettaglio della proiezione in superficie della sorgente sismogenetica già identificata come ITIS107, qui mostrata in giallo, responsabile del terremoto del 29 maggio 2012. In basso a destra: profilo topografico lungo la sezione mostrata da una linea bianca. I tre siti M3, M14 e M20 sono emanazioni di gas dominate dal metano: se ne veda la discussione nel testo. Nella colonna di sinistra sono mostrate le percentuali di metano rilevate sul totale delle emanazioni tra il 2008 e il 2015.
La Figura 4 mostra emanazioni naturali note già dalla fine dell’Ottocento perché causano il riscaldamento del suolo e distruggono la vegetazione, da cui il nome di ‘Terre calde’ dato alla località. Come mostra la sezione topografica, le emanazioni ricadono esattamente lungo l’asse di massimo inarcamento dell’anticlinale sepolta, dove è attesa l’esistenza di faglie normali secondarie di estradosso. Misure effettuate tra 2008 e 2015 (6) mostrano chiaramente sia un segnale di fondo pre-terremoto, sia un forte aumento iniziato in corrispondenza del terremoto e protrattosi per oltre due anni. Questo quadro è congruente con le ipotesi da noi formulate, ovvero che i giacimenti che si trovano al di sopra di faglie sismogenetiche siano soggetti a perdite continue, e sembra dimostrare il ruolo delle faglie di estradosso nel fungere da via di fuga preferenziale del metano.
Questa vostro risultato può avere un notevole impatto sia sugli aspetti legati alla estrazione che su quelli della pericolosità sismica. In particolare state sostenendo che si possono individuare faglie potenzialmente sismogenetiche che potrebbero essere “rimosse” dalle valutazioni di pericolosità sismica, giusto?
Esattamente. Il nostro lavoro ha una tripla valenza: ai fini della ricerca degli idrocarburi, perché sarà possibile dirigere l’esplorazione evitando in partenza aree quasi certamente prive di giacimenti produttivi; nei riguardi del rapporto tra terremoti potenzialmente disastrosi ed esplorazione per idrocarburi, perché dallo studio si evince che terremoti come quello del 29 maggio 2012 devono essere accaduti ripetutamente nel passato geologico, dunque senza responsabilità umane; e per una corretta valutazione della pericolosità sismica locale, perché la mera presenza di un giacimento a metano potrà essere assunta come una prova del comportamento asismico della faglia sottostante.
Sia chiaro: che esistano grandi faglie asismiche lo si sa da sempre: noi abbiamo solo proposto un criterio utile a riconoscerle e discriminarle. E come tu stesso hai sottolineato, una faglia che si muove in modo non sismico va studiata e censita, ma non è di interesse per la pericolosità sismica. A questo riguardo voglio sottolineare che il DISS è uno strumento che censisce sorgenti sismogenetiche potenziali: grandi faglie evidenziate soprattutto per via geologica o geofisica, ma per le quali non sempre si ha la prova che abbiano causato forti terremoti, cosa che potrebbe essere avvenuta in epoca preistorica. E ovviamente, se quelle faglie hanno generato terremoti in passato, ne genereranno altri in futuro.

Figura 5 – Slip-rates (ratei di dislocazione) di alcune delle Sorgenti Composite censite nel DISS in Italia settentrionale.
La Figura 5 mostra gli slip-rates (ratei di dislocazione) di alcune delle Sorgenti Composite censite nel DISS in Italia settentrionale, scelte tra quelle che mostrano cinematica compressiva e sono ‘cieche’, ovvero non arrivano ad interessare la superficie topografica. Si nota che i valori – espressi in millimetri/anno, equivalenti a metri/ millennio – decrescono lentamente da est a ovest.

Figura 6 – Sismicità della stessa area mostrata in Fig. 5, dal catalogo CFTI5Med.
La Figura 6 mostra invece la sismicità della stessa area, tratta dal catalogo CFTI5Med (7). Per quanto riguarda il lato appenninico (meridionale) della Pianura Padana, si nota una rarefazione della sismicità procedendo verso ovest, mentre sul lato sud-alpino (settentrionale) la sismicità è molto limitata e quasi assente a ovest di Brescia, con la sola eccezione del terremoto di Soncino del 1802 (mostrato da un asterisco rosso poco a nordest di Crema). Il rapporto tra l’energia sismica storicamente rilasciata in una determinata area e quella che le faglie censite in quell’area potrebbero generare (in funzione delle loro dimensioni e del loro slip rate) è detto ‘efficienza sismica’ o ‘accoppiamento sismico’. In Pianura Padana questo parametro è basso, nell’ordine del 20-30%.
La nostra interpretazione complessiva è che solo alcune delle strutture compressive censite, a ciascuna delle quali corrisponde una anticlinale e un giacimento di metano almeno potenziale, sono in grado di generare terremoti prossimi alla magnitudo massima tipica di questo settore, che è intorno a 6.0 o poco più. Le altre – che sono la maggioranza – si muovono in modo asisimico, e quindi dovrebbero essere escluse del tutto in una valutazione di pericolosità sismica a scala regionale, in quanto non in grado di generare forti terremoti ma al massimo sismicità di fondo.
Stiamo parlando di qualche cosa di tipicamente italiano oppure generalizzabile anche altrove, e eventualmente dove?
La nostra ricerca e le nostre ipotesi valgono solo per i giacimenti associati a faglie compressive, attraverso il meccanismo che ho delineato (creazione di una anticlinale e migrazione degli idrocarburi al nucleo della stessa). Questo è il tipo di giacimenti molto comune in Italia, ma non necessariamente in tutto il resto del globo. Un’area in cui la nostra ipotesi si potrebbe applicare è la catena montuosa degli Zagros, in Iran. Si tratta di uno dei distretti di produzione di idrocarburi più importanti al mondo, dove studi ormai consolidati basati su dati sismologici e geodetici mostrano che l’efficienza sismica è molto bassa, addirittura intorno al 10%. Condizioni simili si osservano in altri paesi del Medio Oriente, in California, nel Maghreb, ma non nelle aree stabili del pianeta, come il cratone russo-siberiano all’interno del blocco eurasiatico: zone dove peraltro il problema sismico non si pone affatto, e dove la presenza o assenza di idrocarburi dipende da altri meccanismi.
Oltre alla tua presentazione al Convegno del Gruppo Nazionale per la Geofisica della Terra Solida (GNGTS) di Ferrara del 2024, avete presentato altrove i vostri risultati? Che ricevimento ha ottenuto l’articolo in ambito scientifico, nazionale e internazionale? Mi sembra che la portata delle cose in ballo avrebbero dovuto suscitare molto interesse…..
L’articolo è stato presentato nel 2024 in una delle riunioni periodiche del Co2Geonet (8), un consorzio europeo nato nel 2004 per trattare le problematiche poste dalla pratica dello stoccaggio geologico permanente della CO2. Questa pratica condivide molti aspetti con quella dello stoccaggio temporaneo di metano, che prevede di pompare il gas in vecchi giacimenti ormai esauriti in estate per poi recuperarlo d’inverno, quando la richiesta di energia è maggiore. Devo però ammettere a malincuore che almeno fino ad oggi le nostre conclusioni non hanno suscitato un interesse all’altezza delle aspettative (quantomeno le mie).
Per quanto riguarda la prima e la seconda valenza del nostro lavoro, che riguardano la ricerca di idrocarburi e le possibili ‘colpe’ derivanti dal loro sfruttamento, io speravo che i nostri risultati potessero contribuire a tranquillizzare tutti coloro i quali temono che l’attività estrattiva o di stoccaggio possa causare forti terremoti. Ma la questione posta dai NoTriv evidentemente non è più così pressante, perché di nuove trivellazioni si parla sempre meno; e comunque, i giacimenti di metano più promettenti sono nel Mar Adriatico e nel Canale di Sicilia, quindi relativamente distanti dai centri abitati, e di conseguenza meno critici dal punto di vista ambientale.
Per quanto riguarda la terza valenza, quella relativa alla pericolosità sismica, osservo che:
(a) nelle valutazioni di pericolosità a scala regionale, l’uso diretto delle sorgenti sismogenetiche come quelle fornite dal DISS è tuttora in una fase iniziale;
(b) esiste una certa ritrosia a trattare il dualismo sismico/asismico, forse per la difficoltà di valutare questo carattere per ciascuna sorgente;
(c) al momento non sono in corso nuovi progetti di rivalutazione della pericolosità sismica a scala italiana. Questo ovviamente non impedisce ai ricercatori operanti su questo tema di intraprendere iniziative a scala più limitata: esperienze-pilota eventualmente estendibili a scala più ampia.
State proseguendo questa ricerca?
Al momento no: siamo in una pausa di riflessione, motivata sia da quanto ho appena scritto sul finora limitato recepimento dei nostri risultati, sia dal fatto che probabilmente abbiamo raggiunto un punto oltre il quale sarà difficile spingersi, perché:
(a) dal punto di vista delle osservazioni e di un possibile rafforzamento delle nostre ipotesi, annoto che nell’articolo del 2022 abbiamo correlato 1.651 pozzi a metano, sterili e produttivi, con 18 sorgenti sismogenetiche. Sappiamo che questi dati non aumenteranno né miglioreranno in un prossimo futuro, se non in misura marginale;
(b) per dimostrare che il fenomeno non è solo italiano si potrebbe esplorare come vanno le cose in altre aree del globo; ma purtroppo non sono molti i paesi per i quali si dispone di dati ordinati e di buona qualità come quelli che abbiamo avuto la fortuna di usare noi;
(c) si potrebbe poi esplorare meglio il meccanismo dal punto di vista teorico, ma onestamente non saprei da dove partire e comunque non avrei l’expertise necessario..
Nel campo delle applicazioni alla pericolosità sismica invece ci sarebbe molto da fare: ne farò un esempio pratico. Il DISS censisce sorgenti sismogenetiche che passano sotto grandi città come Bergamo e Brescia, e si avvicinano a Cremona e persino alla stessa Milano: tutte ben documentate da affidabili dati di sottosuolo forniti nel secondo dopoguerra dalla stessa esplorazione per la ricerca degli idrocarburi. Fino ad oggi queste sorgenti sono entrate in misura limitata nelle valutazioni di pericolosità – mi riferisco al modello MPS19, completato dall’INGV ormai qualche anno fa (9); ma ritengo che se entrassero con decisione aumenterebbero non poco la pericolosità sismica stimata per quelle città, a fronte di una sismicità storica e strumentale molto limitata.
Nell’articolo pubblicato nel 2022 abbiamo proposto che in future applicazioni si tenga conto di quanto da noi evidenziato: ma di certo il percorso da compiere sarebbe lungo, articolato, e non facilmente digeribile neppure dalla comunità scientifica di riferimento. Per spiegarmi meglio provo a fare un passo indietro e una sintesi:
– come già detto, le sorgenti sismogenetiche del DISS, ovvero derivate da dati geologici e geofisici, sono ancora poco usate nei modelli probabilistici, anche se si sta diffondendo il loro uso in applicazioni di tipo deterministico;
– nel corso del processo di individuazione delle sorgenti è aumentata la consapevolezza che anche in Italia esistono grandi faglie che hanno un comportamento prevalentemente asismico, e come tali non contribuiscono a creare pericolosità sismica. Una situazione abbastanza paradossale, in virtù della quale chiunque potrebbe chiedersi se il DISS non crei più dubbi di quanti ne dissolve;
– queste ‘faglie asismiche’ andrebbero identificate una per una, così da poterle “spegnere” selettivamente ai fini dei calcoli di pericolosità; ma questa identificazione non l’abbiamo ancora avviata, a causa di varie difficoltà e incertezze tra gli stessi geologi;
– il caso vuole che queste faglie asismiche siano localizzate soprattutto nel nord del Paese, in aree densamente popolate: questo rende qualsiasi scelta ancora più critica;
– per di più, parliamo di faglie cieche, sepolte sotto un paesaggio pianeggiante, il che nell’immaginario collettivo contrasta con i contesti montuosi che caratterizzano la maggior parte dei grandi terremoti italiani, come quelli del 2016-2017 nell’Appennino centrale. Faglie cieche che, per un ulteriore paradosso, sono ben illuminate dalla sismica d’esplorazione condotta a partire dal secondo dopoguerra per la ricerca di idrocarburi, e finiscono per essere meglio identificabili e note di molte delle faglie sismogenetiche che attraversano l’Appennino.
Potrebbe quindi crearsi un problema di ‘pubblica accettazione’ di questi risultati della ricerca. Per dirla in una battuta, bisognerebbe prima avvertire i lombardi – e non solo loro – che sotto i loro piedi esistono delle faglie simili a quelle che affliggono altre zone dell’Italia, e un attimo dopo rassicurarli spiegando che molte di quelle faglie in effetti sono innocue.
Quello che si dovrebbe fare a questo punto è lanciare un progetto-pilota per quantificare sia l’impatto dell’introduzione massiccia delle sorgenti sismogenetiche nei calcoli di pericolosità dell’Italia settentrionale, sia l’effetto del loro “spegnimento selettivo” alla luce delle considerazioni fin qui svolte. Anzi, approfitto di questa tua intervista per sollecitare contributi dialettici a questo dibattito e concrete proposte di collaborazione nella direzione che ho appena indicato. E ti ringrazio per aver creato questa occasione di dialogo.
Bibliografia
(2) https://www.nature.com/articles/s41598-022-05732-8
(3) https://www.science.org/doi/10.1126/science.345.6196.501
(5) https://nhess.copernicus.org/articles/15/2201/2015/nhess-15-2201-2015.html
(6) https://www.nature.com/articles/s41598-017-14500-y
(7) https://storing.ingv.it/cfti/cfti5/
(8) https://conference2024.co2geonet.com
(9) https://www.annalsofgeophysics.eu/index.php/annals/article/view/8579


Raffigurazione delle differenti tipologie di attività che possono indurre o innescare sismicità. In un articolo pubblicato dalla rivista Reviews of Geophysics nel 2017, Grigoli et al. fanno il punto sulla sismicità indotta e analizzano le possibili strategie di controllo delle attività e mitigazione della sismicità che si stanno sviluppando. Figura tratta da Grigoli and Wiemer (2017).

Rappresentazione grafica di uno dei meccanismi di innesco di terremoti da parte di attività svolte nel sottosuolo. La comprensione di questi meccanismi e la capacità di riconoscere e seguire l’evoluzione dei fenomeni che avvengono nel sottosuolo, in primis quelli sismici, sono argomenti di ricerca molto attuali. A questo argomento è dedicato una sezione speciale dell’importante rivista Journal of Geophysical Research – Solid Earth, dal titolo “Understanding and Anticipating Induced Seismicity: From Mechanics to Seismology”, da cui la presente figura è tratta.
Si badi bene che dietro questo dualismo ci sono due visioni molto differenti della ricerca sulla sismogenesi. Il DISS “parte dai terremoti”, mentre ITHACA (così come tutte le compilazioni simili in giro per il mondo) “parte dalle faglie”. Dove c’è stato un forte terremoto ci deve essere per forza una grande sorgente sismogenetica, e questo spiega anche perché il DISS sia nato in qualche modo “imparentato” con il CFTI, il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia, che non a caso è arrivato a piena maturazione fra il 1997 e il 2000. Sapendo che i grandi trend sismogenetici sono relativamente pochi e relativamente regolari, l’obiettivo iniziale del DISS era quello di ricostruire al meglio che fosse possibile questa “litania” di sorgenti sismogenetiche, messe in fila come un trenino. C’era un fatto certo, il terremoto – e questo implicava anche una sconfinata fiducia nelle capacità e nell’importanza della sismologia storica, che io ancora oggi difendo strenuamente – e c’era un esito incerto, ovvero la nostra capacità di “capire” la sorgente di quel terremoto. Viceversa, nella ricerca sulle faglie attive di superficie prima di tutto contano le faglie stesse, ovvero conta la capacità – mai scontata – di identificare importanti dislocazioni sul terreno e di certificarne “l’attività”; i terremoti semmai arrivano dopo, venendo “calati,” talvolta addirittura “forzati”, sulle strutture individuate, con la sola eccezione di quei pochissimi casi in cui siamo stati testimoni diretti sia dello scuotimento sismico, sia degli effetti geologici di superficie.














