“Le tre velocità”: la cultura del terremoto in Abruzzo. Colloquio con Fabrizio Galadini

Dopo aver presentato in questo blog, lo scorso anno, il volume “Tracce ondulanti di terremoto” di Fabrizio Galadini (https://terremotiegrandirischi.com/2021/03/15/tracce-ondulanti-di-terremoto-colloquio-con-fabrizio-galadini/, è ora il turno del recentissimo, fresco di stampa, “Le tre velocità” (https://www.alepheditrice.it/prodotto/le-tre-velocita/) del medesimo autore, con il quale parliamo dei contenuti.

Copertina

Fabrizio Galadini è dirigente di ricerca dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ed è stato ricercatore del Cnr presso l’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria. Insegna Geologia per il rischio sismico all’Università Roma Tre. Svolge ricerche geologiche, geomorfologiche, archeosismologiche e storiche sulle faglie attive, sugli effetti dei terremoti del passato e sulle risposte antropiche alle criticità ambientali.

Questo tuo libro viene a valle di altri (recentemente, Tracce ondulanti di terremoto e la curatela di Marsica 1915-L’Aquila 2009. Un secolo di ricostruzioni) e, come affermi nella introduzione, rappresenta la sintesi della personale esperienza in rapporto a un concetto generale di cultura del terremoto. Ci puoi spiegare?

Il libro nasce da riflessioni su attività e personali esperienze di comunicazione della scienza negli anni seguenti al sisma aquilano del 2009. Mi riferisco, quindi, al secondo decennio di questo secolo che, in Abruzzo, è stato anche scandito dalle numerose manifestazioni legate al centenario del terremoto del 1915 e al decennale, appunto, di quello aquilano; in mezzo, la sequenza sismica del 2016-2017. Fino al 2009, svolgendo l’attività di ricerca nel campo delle Scienze della Terra, per me “cultura del terremoto” aveva senso quasi esclusivamente in riferimento al fenomeno fisico, alle sue evidenze geologiche, ai suoi effetti sul costruito, ai danni del passato ecc. Parlare di una storia della conoscenza, di evoluzione della cultura, poteva significare guardare a ciò che avevano scritto cento anni fa geologi e sismologi e confrontarlo con quanto sappiamo adesso.
Le urgenze del 2009, la necessità di un rapporto più stretto con i residenti nei territori sismici, di solito portatori di una conoscenza astratta o idealizzata dell’accaduto, l’impegno con i colleghi per la comprensione delle molteplici sfaccettature del “Processo Grandi Rischi” mi hanno costretto a un ampliamento dell’orizzonte. Quindi, nel tempo ho prestato attenzione anche a come la conoscenza scientifica fosse recepita in altri contesti, ad esempio al livello della società civile, delle amministrazioni territoriali e dei governi centrali che di quella dovrebbero essere specchio. “Cultura del terremoto”, nel libro, include certamente le conquiste scientifiche, ma anche le loro traduzioni in atti normativi cui si informa l’azione del cittadino e, soprattutto, la consapevolezza da parte di chi vive nei territori sismici di cosa sia e possa comportare un terremoto con effetti al di sopra della soglia del danno.

Il titolo del volume solleva una immediata curiosità. Puoi riassumere quali siano le tre velocità, in che relazione stanno fra di loro e il perché dell’uso di questo termine?

Se guardo alla cultura del terremoto nel senso ampio che ho detto, estremizzando, posso distinguere i tre aspetti prima richiamati, tenendo comunque presente che sono tra loro strettamente legati: i) l’avanzamento della conoscenza scientifica e la sua divulgazione, cioè l’esito del lavoro dei ricercatori; ii) la traduzione normativa delle acquisizioni scientifiche perché aggiornamenti e modifiche delle norme misurano il cambiamento della conoscenza, l’evoluzione di una cultura del decisore, oltre che il mutamento delle condizioni della società; iii) la cultura del cittadino in relazione a “sismicità”, “pericolosità sismica”, “vulnerabilità”, “riduzione del rischio sismico” ecc., temi rispetto ai quali, considerate le ricadute, proprio i cittadini dovrebbero rappresentare i principali portatori di interesse. Alle componenti che costituiscono questo sistema riferisco l’artificio delle tre velocità perché diversamente si evolvono la ricerca scientifica, l’azione dei decisori nei governi centrali e la sensibilità per la difesa dai terremoti da parte dei cittadini e di chi li rappresenta a livello locale.
Nonostante periodi più o meno fortunati, l’evoluzione della ricerca è caratterizzata da un andamento piuttosto costante. Anche la traduzione della conoscenza scientifica in atti normativi – il secondo elemento del sistema – è vincolata, sebbene dipendente dalla mediazione politica che stabilisce le priorità nei vari ambiti di intervento per la crescita del Paese. Il vincolo, in questo caso, è legato allo stesso progresso della scienza che il legislatore non può ignorare. In sintesi, come desumibile dalla storia della difesa dai terremoti nell’arco di un secolo, è accaduto che l’avanzamento della conoscenza scientifica sia stata non immediatamente tradotta sul piano delle politiche governative, ma in generale è impossibile non rilevare la consistente evoluzione. È il terzo elemento che compone il sistema, l’aggiornamento degli atteggiamenti culturali di coloro che vivono nei territori sismici, a procedere a rilento. Ed è una criticità non trascurabile, considerando che un aspetto come la riduzione del rischio necessita anche del convinto impegno del cittadino.
Le tre velocità, quindi, sintetizza una evoluzione della conoscenza scientifica che si attua con maggiore costanza rispetto a come avviene il suo recepimento sul piano normativo. Per entrambi gli aspetti si può comunque parlare di progresso assai più consistente della crescita della sensibilità per la difesa dai terremoti e della consapevolezza del rischio nei cittadini che, in ultima analisi, del cambiamento dovrebbero beneficiare.

La prima velocità, cui sono dedicati due capitoli, riguarda essenzialmente la geologia e in particolare le sorgenti dei terremoti. Possiamo dire che proponi uno sguardo particolare a questi aspetti?

Sì, diciamo per comodità, visto che si tratta del campo di ricerca nel quale ho lavorato per più di tre decenni. È stato più agevole guardare allo sviluppo della conoscenza sul rapporto tra faglie e terremoti. Per questa prima velocità, inizio con Federico Sacco, 1907: lo schema dell’Abruzzo con i colori tipici di una carta geologica, ma senza faglie. Queste sono riportate in una tavola a parte. La divisione, la geologia con le sue distinzioni stratigrafiche separata dallo Schema delle principali fratture degli Abruzzi (questo il titolo), fa capire che non era del tutto chiaro il ruolo dei movimenti delle faglie nell’evoluzione geologica di un territorio, come non lo erano le conseguenze in termini di sismicità. Se si paragona questa sintesi alle conoscenze rappresentate nei moderni schemi di faglie sismogenetiche, mettendo in fila tutte le tappe intermedie, si possono tangibilmente apprezzare gli enormi passi avanti della ricerca geologica in poco più di un secolo.

Figura_Sacco“Schema delle principali fratture degli Abruzzi” realizzato da Federico Sacco nel 1907 e pubblicato sul Bollettino della Società Geologica Italiana.

La seconda velocità riguarda la storia della cosiddetta “classificazione sismica”, ovvero della distribuzione delle aree (Comuni) nelle quali sono state adottate normative sismiche per la costruzione degli edifici. A questo proposito proponi anche qualche riflessione sul rapporto fra scienza e normativa. Argomento attuale e complesso, giusto?

Per una ricostruzione storica della classificazione sismica, ho riletto più volte i tanti atti normativi emanati nell’arco temporale di più di un secolo e ho fatto riferimento a quanto pubblicato in proposito, soprattutto i tuoi lavori con Carlo Meletti [es., Meletti et al., 2006; 2014]. Poi, ho approfondito il caso dell’Abruzzo, che di fatto ben si inserisce nel più ampio orizzonte dell’Italia sismica. Complessivamente, è facile cogliere il consistente progresso, nonostante interruzioni e qualche retromarcia (leggi declassificazione: comuni precedentemente classificati che non sono più considerati sismici o comuni in prima categoria che vengono posti in seconda). L’impostazione dei primordi, per cui la classificazione interessava territori per aggiunte di abitati terremotati, dopo singoli accadimenti particolarmente distruttivi (es. 1908, 1915) o insieme di eventi (es. quelli dell’Appennino settentrionale tra 1917 e 1920), ha comunque consentito avanzamenti anche significativi: i territori sismici soggetti a normativa per le costruzioni aumentavano, anche se i vincoli imposti avevano la prospettiva limitata del “già terremotato” e non quella delle conseguenze degli scuotimenti futuri in altre aree. L’impianto era sostanzialmente amministrativo, per aggiunte di liste di abitati danneggiati. Poi, a un certo punto, soprattutto dalla fine degli anni Settanta e in maniera più determinante dopo il terremoto del 1980, la conoscenza scientifica ha assunto un peso più determinante, con le ipotesi dell’epoca sulle aree sismiche, non definite solo sulla base di accadimenti degli anni precedenti. Non si è trattato esattamente dell’avvio di un sistema virtuoso; il ricorso alla conoscenza scientifica per aggiornamenti, modifiche, avanzamenti sostanziali in materia di classificazione e riferimenti normativi, come noto, è stato influenzato anche negli ultimi decenni dagli eventi sismici. Così, se c’è una costanza del progresso scientifico, all’impatto sul fronte dei vincoli per la società può attribuirsi l’andamento a singhiozzo: la necessità di fare il punto, tenendo conto dell’avanzamento della conoscenza, non è avvenuto fisiologicamente, ma è stato stimolato dall’evento esterno e luttuoso.

Class. AbruzzoA sinistra, la attuale classificazione sismica dell’Abruzzo. A destra, le tappe della classificazione del territorio. L’ultima tappa è del 2003.

La terza velocità riguarda il tentativo di leggere la consapevolezza del rischio sismico nella cittadinanza attraverso la mediazione dei programmi amministrativi per le elezioni in Abruzzo. In pratica, cerchi di analizzare se e come il tema della riduzione del rischio sismico sia presente nei propositi di liste e candidati delle varie tornate elettorali abruzzesi. Si tratta di un argomento piuttosto originale. Come mai hai scelto questa chiave di indagine?

Nelle realtà demograficamente contenute, come è il caso della maggior parte dei comuni abruzzesi, la politica ha un rapporto assai diretto con l’elettorato. In pratica, chi è eletto conosce bene necessità e desiderata di chi vota. Le visioni personali di un politico o le impostazioni generali di area politica, ammesso che ce ne siano, contano meno che nelle grandi e medie città. Allora, se ci sono priorità, esigenze, urgenze, più facilmente queste vengono incamerate e fatte proprie dai candidati e fissate nei programmi amministrativi. Ciò detto, in una regione negli ultimi anni colpita dai terremoti, ci si aspetterebbe che i residenti, cioè gli elettori, ponessero il tema della mitigazione del rischio al centro del dibattito politico e delle iniziative di governo locale. Perciò ho letto i programmi di tutte le liste e dei vari sindaci candidati in Abruzzo del 2015, 2016 e 2017: nel complesso, più di 3200 pagine, in verità non molto incoraggianti. A parte pochi casi virtuosi, che puntualmente richiamo, emerge la tendenza a non considerare il potenziale effetto di un terremoto come un problema prioritario. Si ravvisa un consistente disinteresse per l’argomento, oppure la tendenza ad affrontarlo in maniera inappropriata, su basi tecniche e culturali errate. Paradossalmente, nella regione in cui per anni si è parlato delle scosse sismiche e delle varie conseguenze sociali, emerge una maggiore attenzione per il rischio idrogeologico. Ecco la terza velocità: questo tipo di cultura del terremoto si evolve (se si evolve) col passo della lumaca.

Qua e là nel testo dedichi molta attenzione ai rapporti, diretti e mediati con la popolazione. Sembra di evincere che si tratta di un argomento complesso e controverso…

Della costante collaborazione tra esperti e cittadini dei territori sismici, a seguito del terremoto del 2009, sono prova le tante e multiformi iniziative e manifestazioni cui ho avuto modo di partecipare o assistere. Il carattere multiforme è, appunto, legato alle varie possibilità comunicative: si va dai seminari alle conferenze per platee selezionate, ai vari tipi di interventi nelle scuole, fino alle mostre, all’impegno nelle piazze con stand dedicati, alle visite guidate, alle escursioni geologiche e agli interventi sulla rete. Ho potuto constatare che ogni modalità ha positivi effetti, posto che si abbia la capacità di proporsi con rappresentazioni e linguaggio adeguati. Personalmente ho utilizzato con costanza, sperimentandone l’efficacia, immagini dal paesaggio fisico e dagli spazi edificati per trasmettere messaggi sulla storia sismica locale e sugli effetti delle manifestazioni della natura. Un versante montuoso su cui sia visibile l’emergenza di una faglia attiva, ruderi, edifici tipicamente riconducibili alle ricostruzioni post sisma, cesure nelle tessiture murarie, iscrizioni che ricordano l’evento distruttivo o celebrano l’avvenuta riedificazione – insomma tutto ciò che fa parte del quotidiano di chi vive in un certo luogo, e che però è legato alla natura sismica del territorio, può acquisire una forte valenza educativa. Del resto, questa potenziale funzione del paesaggio non è una mia scoperta.

Figura_Albe_colori

Resti dell’antico abitato di Albe distrutto dal terremoto del 1915, emersi a seguito degli scavi archeologici del primo decennio di questo secolo.

Gli argomenti trattati sono molto vasti; per certi versi potresti avere scoperchiato il classico vaso di Pandora, come già capitato ad altri. E, come d’obbligo, cerchi di proporre delle conclusioni. Quali, se è possibile sintetizzarle? In particolare, hai la sensazione che la cultura del terremoto sia aumentata in Abruzzo rispetto a cinquant’anni fa, e che di conseguenza il rischio sismico si stia riducendo?

C’è anzitutto la risposta alla seconda domanda, in pratica il punto di partenza. Il quadro della cultura del terremoto in Abruzzo, se ci si riferisce alla sensibilità e alla consapevolezza di chi vi abita, non è particolarmente confortante. È comunque per me difficile dire se la cultura media sia uguale o superiore a quella di cinquant’anni fa. A parte queste considerazioni, è evidente la non priorità della difesa dai terremoti per chi risiede nella regione. Le conseguenze di questo atteggiamento non investono soltanto chi vive nelle zone interne, se si considera che i territori costieri sono stati a lungo non classificati e quindi sono oggi caratterizzati da un significativo deficit di sicurezza sismica. L’obiettivo di chi dedica una parte del suo tempo alla divulgazione, indipendentemente dai modelli adottati, è semplice a dirsi e tante volte espresso: fare in modo che si passi da una sorta di aggiramento dei problemi da parte della maggioranza di residenti e proprietari a una maggiore attenzione e sensibilità, soprattutto considerando gli odierni strumenti per intervenire sul costruito che lo Stato mette a disposizione del cittadino.
Certo, le ragioni dell’inerzia su questo fronte sono molteplici. Ad esempio: l’enorme numero di seconde case, praticamente disabitate, di cui è costituito il tessuto di molti centri abitati non favorisce l’atteggiamento positivo dei proprietari. Può anche darsi che l’impegno per la divulgazione non sia stato ancora sufficiente a far sì che nei paesi ci siano più cantieri di quanti se ne vedono ora. Comunque, a fronte dei limitati interventi, piacerebbe almeno che i proprietari fossero più consapevoli delle caratteristiche dei loro immobili in termini di sicurezza sismica. Ciò sulla base di perizie determinate, ove possibile, anche attraverso azioni delle amministrazioni – ci sono un paio di casi di comuni “virtuosi” al proposito – oppure volute dagli stessi residenti più sensibili al problema di quanto non lo fossero in passato. Quindi, che siano disponibili le diagnosi, che siano note a chi usufruisce di un fabbricato e a chi lo possiede, che questi documenti siano un passaggio verso la responsabilizzazione, che non si debba sentire, a giochi fatti, a danni subiti “io non sapevo”. Ciò aprirebbe poi a scenari di altro tipo: forse lo Stato riparatore potrebbe avere uno strumento di misura per la sua azione.

In definitiva, riassumendo: la cultura del terremoto si sviluppa in Abruzzo secondo tre percorsi le cui velocità non sono sincrone, giusto? E adesso che hai concluso questo tuo libro, hai programmi per una successiva tappa?

Sulle velocità è come dici tu e credo che l’Abruzzo sia una sorta di parte per il tutto, in riferimento all’intero Paese. Con il pregio che valutare le tendenze in questa regione può essere di un certo interesse, in considerazione della peculiarità dei numerosi terremoti recenti e di ciò che a essi è seguito. Su un binario c’è l’impegno di chi fa ricerca e divulga la conoscenza, su un altro la traduzione di questa sul piano normativo e amministrativo, su un terzo la consapevolezza, la sensibilità e la cultura di chi vive nei territori sismici. Sembra che i tre percorsi, pur intersecandosi ogni tanto, soprattutto nei frangenti emergenziali, abbiano avuto per il resto una certa indipendenza e assai diverse siano state le velocità dei tre convogli portatori delle categorie culturali sopra citate.

Infine, uno sguardo al futuro: da un lato, personalmente, continuerò ad approfondire le potenzialità del paesaggio in funzione educativa. Anche riflettendo, criticamente, se sia opportuno o meno insistere sull’utilizzo di uno strumento come questo. Poi, mi piacerebbe ragionare e confrontarmi su una questione più alta: se a distanza di quasi tredici anni dal sisma dell’Aquilano stia cambiando qualcosa o meno al livello dei riferimenti su cui è stata finora incardinata la difesa dai terremoti. È chiaro che un qualsiasi cambiamento avrebbe per conseguenza la modifica del messaggio rivolto a chi vive nelle zone sismiche.

Riferimenti

Meletti C., Stucchi M., Boschi E., 2006. Dalla classificazione sismica del territorio nazionale alle zone sismiche secondo la nuova normativa sismica. In: D. Guzzoni (a cura di), Norme tecniche per le costruzioni, Milano, pp. 139-160, https://www.researchgate.net/publication/235960327_Dalla_classificazione_sismica_del_territorio_nazionale_alle_zone_sismiche_secondo_la_nuova_normativa_sismica

Meletti C., Stucchi M., Calvi G.M., 2014. La classificazione sismica in Italia, oggi. Progettazione sismica, 5 (3), pp. 13-23. https://bookstore.eucentre.it/progettazione-sismica/archivio-numeri/progettazione-sismica-2014/

Sacco F., 1907. Gli Abruzzi. Bollettino della Società Geologica Italiana, 26 (3), pp. 377-460.

 

Tracce ondulanti di terremoto: colloquio con Fabrizio Galadini

Fabrizio Galadini è dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ed è stato ricercatore del Cnr presso l’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria. Insegna geologia per il rischio sismico all’Università Roma Tre. Svolge ricerche sulle faglie attive, sugli effetti dei terremoti del passato e sulle risposte antropiche alle criticità ambientali, mediante indagini geologiche, geomorfologiche, archeosismologiche e di geologia storica.

1-Copertina Tracce ondulanti di terremoto_Tegris

Fabrizio, tu ti occupi prevalentemente di studio delle faglie attive e più in generale di geologia del terremoto anche in riferimento a eventi sismici storici. Su questi argomenti hai scritto articoli scientifici, saggi divulgativi e hai anche curato l’edizione di volumi per un pubblico più vasto, citati più sotto in bibliografia.
Questo volume è qualcosa di diverso. Il titolo del libro è particolarmente evocativo; ci puoi spiegare il progetto del libro e le ragioni del titolo?

I motivi della scrittura del libro e la ragione del titolo necessitano di chiarire un percorso personale che, come tu ricordi, parte dall’esperienza geologica. La geologia dei territori sismici ti porta a capire quanto le forme del paesaggio fisico siano manifestazione delle locali storie sismiche. Nell’attività divulgativa, ho spesso “utilizzato” il paesaggio del determinato territorio nel quale mi trovavo in quel momento per spiegare a chi vi risiede che le stesse immagini della quotidianità, in luoghi caratterizzati da elevata pericolosità sismica, testimoniano dei parossismi del passato. Col tempo ho ampliato la gamma delle immagini, utilizzando anche (e a un certo punto soprattutto) riferimenti agli spazi costruiti, le tracce delle distruzioni sismiche del passato e quelle delle ricostruzioni, mai assenti nei territori sismici, facendo vedere che sono gli stessi paesi a raccontarci la loro storia di danni, anche con i residui murari di un abbandono, e di rinascite, spesso con i macroscopici esempi di edificazione “altrove” di nuovi centri.
L’insieme di manifestazioni della sismicità negli ambienti naturali e negli spazi costruiti contribuisce a generare un paesaggio. Non invento granché… basta leggere il Codice dei beni culturali, art. 131: «Per paesaggio si intende una parte omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni». Ecco il paesaggio come costruzione di eventi del passato o come palinsesto di memorie (volendo citare Eugenio Turri). Se in quanto ci circonda si individua un portato informativo, ne consegue che anche immagini dei luoghi della quotidianità possono essere viste in funzione del loro potenziale didattico. Nel tentativo di migliorare la rappresentazione di questo paesaggio legato alla sismicità di un territorio, ho a un certo punto pensato di utilizzare anche la produzione letteraria, casualmente, durante una rilettura di Vino e pane di Ignazio Silone, riflettendo su un passaggio che faceva riferimento ai paesi che a distanza di decenni ancora recavano i segni del terremoto (quello che nel 1915 colpì la Marsica), rappresentati come alveari spaccati, diroccati, solo in parte ricostruiti. Immagine assai forte ma emblematica di una regione intera. A quel punto ho riletto l’intero Silone, alla ricerca di ulteriori richiami agli effetti di lungo periodo del terremoto, puntualmente trovati in quasi tutti i suoi romanzi e nella produzione di diverso genere. Ho quindi cominciato a citarlo insieme ad altri riferimenti letterari “sismici” relativi all’Abruzzo nei miei interventi pubblici, anche per far capire che non è necessario essere esperti di sismologia per leggere un paesaggio in funzione dei parossismi che hanno contribuito a generarlo, come accade in Silone, Laudomia Bonanni, Mario Pomilio, Massimo Lelj, per citare alcuni che hanno catturato tracce sismiche della regione.
Poi ho allargato lo sguardo all’intero territorio nazionale, riprendendo autori che sospettavo sensibili alle criticità naturali dei territori utilizzati come sfondi delle loro rappresentazioni. Data la mole del materiale letterario disponibile, ho cominciato a scriverci sopra per mettere ordine, trovare un filo logico.
Così è nato il libro. Il titolo, quelle strane tracce ondulanti, è la citazione di Edward Lear, il noto paesaggista inglese dell’Ottocento, che a un certo punto del suo viaggio in Calabria richiama le tracce ondulanti di terremoto come parte del paesaggio che ebbe modo di osservare prima di raggiungere Terranova. Chissà cos’erano nella realtà quelle tracce, ma è evidente, appunto, che siamo nel quadro della rappresentazione letteraria di un territorio sismico. Da qui all’idea di usare il riferimento come titolo del libro il passo è stato breve.

Ti riferisci alle trasformazioni di lungo periodo di un territorio che ha subito un forte terremoto: sappiamo però che gli stessi eventi sismici mentre avvengono sono oggetto di numerose attenzioni letterarie…

È così. Nelle tracce sismiche che costituiscono il paesaggio cercato nella letteratura non è incluso il terremoto mentre accade (e quindi non è compresa la cospicua letteratura che propone descrizioni sincrone alle scosse). Ciò è chiarito nel primo capitolo, nel quale di discute di quel “paesaggio” come rappresentazione – evidentemente personale – da parte di un osservatore, di un contesto naturale o antropico che abbia subito nel corso del tempo, geologico o storico che sia, gli effetti di uno o più terremoti: soprattutto in termini di improvvise o graduali, comunque persistenti, variazioni delle geometrie del costruito e delle forme relative all’ambiente naturale circostante. In sintesi, sono gli effetti di lungo periodo di una determinata scossa o di più eventi sismici.
Questo tipo di lettura implica, da parte dello scrittore, la consapevolezza della relazione tra manifestazioni parossistiche della natura, quindi espressioni della dinamica geologica, e conformazione del paesaggio in generale, sia esso relativo agli ambienti naturali che agli spazi edificati. È quella che Gadda (Le meraviglie d’Italia) definiva acquisita cognizione del profondo, enfatizzando il ruolo della consapevolezza della natura dei luoghi, originati ed evoluti mediante la catena delle cause remote. E in quel caso Gadda prendeva spunto da un vero e proprio territorio “simbolo” della sismicità come la Piana del Fucino.

2-panoramica_Fucino_(AQ)_Tegris

Piana del Fucino (AQ), panoramica da nord. Il bacino di origine tettonica, area epicentrale del terremoto del 1915, è oggetto delle riflessioni di Carlo Emilio Gadda in “Le meraviglie d’Italia”.

Quando si guarda a questi aspetti, cioè al paesaggio come esito di un percorso storico, ne consegue che la cospicua letteratura dedicata agli effetti dei terremoti “in corso” non è argomento prioritario. Tuttavia, è altrettanto vero che l’evento sismico costituisce l’origine dell’evoluzione e della conformazione di un territorio. Per questa ragione il secondo capitolo dà spazio proprio alle descrizioni che hai richiamato, ai terremoti “mentre avvengono”. Trattandosi di un argomento presente in numerosi testi letterari, i riferimenti si limitano alla regione abruzzese, anche in ragione di una storia sismica che sconfina nell’attualità. Nel secondo capitolo, pertanto, è possibile trovare descrizioni sincrone delle scosse del 1349, 1706, 1881, 1915, 1933, 2009 e 2017, da Giovanni Quatrario a Roberta Scorranese, passando per D’Annunzio e Silone.
Oltre alla costanza di riferimenti come la densa polvere causata dai crolli, rinvenibili dal Medioevo a oggi, mi colpisce il concetto di “novità” del paesaggio. Emerge ad esempio con Silone in riferimento al 1915: quando la nebbia di gesso si è dissipata, c’era davanti a noi un mondo nuovo. È l’inizio della trasformazione, un aspetto che riguarda tutti i parossismi della natura. Recentemente mi è accaduto di leggere un passaggio di Roland Barthes sull’alluvione di Parigi del 1955: la piena […] ha stravolto la stessa cenestesia del paesaggio, l’organizzazione ancestrale degli orizzonti: le linee abituali del catasto […]. Il dissesto dell’organismo, cui fa riferimento la cenestesia, è il preludio a geometrie che potranno ripetere le precedenti o essere del tutto estranee a quelle. Comunque, non saranno mai più esattamente le stesse di prima.

Il libro è diviso in alcune parti: ce le illustri per sommi capi?

Ai primi due capitoli ho già accennato; con i successivi si entra più direttamente nel paesaggio costituito dalle conseguenze di lungo periodo dei forti terremoti.
Nel terzo provo a rintracciare testimonianze letterarie che pongano in relazione forme dei paesaggi naturali o sensazioni legate al carattere dei luoghi e alla conoscenza della loro storia, con le caratteristiche sismiche dei territori. Un esempio per tutti, il Pascoli di Un poeta di lingua morta (Pensieri e discorsi), ricordo del poeta reggino Diego Vitrioli, in cui, in riferimento allo Stretto, si afferma che in fondo al mare […] è appiattata, dicono, la morte […] quella che sradica […] quella cui segue l’oblio. Si tratta di un luogo da cui s’irradia la rovina e lo stritolio. Che il passaggio sia di dieci anni precedente al terremoto del 1908 e la sua pubblicazione sia del 1907, sono aspetti che fanno riflettere.
Nel lungo periodo, il paesaggio sismico relativo agli spazi costruiti è rappresentato dai residui della distruzione dovuta al terremoto. A questi residui, quindi alle persistenti (negli anni, decenni, secoli) tracce del danno, alle rovine e ai ruderi sismici con le forme assunte nelle rappresentazioni letterarie è dedicato il quarto capitolo. Il pensiero qui si volge a Ignazio Silone, alla presenza continua, anche a decenni di distanza, della distruzione del terremoto del 1915 nei suoi scritti. I paesi sono sistematicamente residui di quello che furono secoli addietro, mal riparati o abbandonati, comunque in pieno irreversibile degrado.

3-Sulmona_San_Francesco_della_Scarpa_(AQ)_Tegris

Persistenza delle forme acquisite col danno sismico: abside della chiesa di San Francesco della Scarpa a Sulmona (AQ), priva della copertura (terremoto del 1706). A questa emergenza monumentale fanno riferimento, tra Ottocento e Novecento, testimonianze di viaggiatori inglesi come J. A. Cuthbert Hare e A. Macdonell.

4-Aquilonia_Vecchia_(AV)_Tegris

Trasformazione degli abitati a seguito dell’abbandono post-sisma: Aquilonia (AV); terremoto del 1930. L’antico abitato, oggi trasformato in area archeologica, è meta di Paolo Rumiz (“La leggenda dei monti naviganti”); a Franco Arminio si devono invece impressioni sul paese attuale (“Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia”).

Dopo la distruzione, gli spazi abitati subiscono una prima riedificazione, quella che per definizione sarebbe provvisoria, ma che spesso tale non è. A queste ricostruzioni, che spesso modellano indelebilmente gli ambienti edificati, è dedicato il quinto capitolo, con i riferimenti che spaziano da Goethe (Messina post-1783: una città di baracche) al Belice di Piero Chiara (le baracche […] formeranno […] dei falansteri) e di Vincenzo Consolo (i nuovi ghetti che sono le baraccopoli della Valle del Belice), passando per le baracche di Settecento e Ottocento descritte dai viaggiatori (in prevalenza stranieri) in Calabria, per quelle abruzzesi post-1915 (ancora Silone) e approdando a quelle friulane del 1976 (il Campo Ceclis di Chiusaforte,Pierluigi Cappello). Si tratta spesso delle ambientazioni di vicende quotidiane che si articolano su un piano di degrado sociale, come nel caso del romanzo di Fortunato Seminara dall’indicativo titolo Le baracche.

5-Pescina_nuova_(AQ)_Tegris

Persistenza delle costruzioni provvisorie: “casette asismiche” di Pescina Nuova (AQ); terremoto del 1915. I riferimenti a queste costruzioni e alle vere e proprie baracche post-sisma sono presenti in vari passaggi di Ignazio Silone (“Uscita di sicurezza”, “Una piazza è una piazza”, …), e altri letterati abruzzesi (Laudomia Bonanni, Ottaviano Giannangeli, Renzo Paris,…) e non (Nino Savarese, Guido Piovene,…).

Dopo la fase della residenza provvisoria, con l’inizio della perdita di identità dell’abitato (di cui rimangono le macerie alle spalle del residente) e lo spaesamento tipico di chi si trova a vivere nella promiscuità delle baraccopoli, i terremotati accedono a nuove dimore stabili, tipiche espressioni delle ricostruzioni post-sisma. Agli esiti di queste riedificazioni si riferisce il sesto capitolo, che attinge alle rappresentazioni degli spazi abitati generalmente realizzati ex novo, frutto di una rinascita lontanissima da forme e contenuti di quanto esisteva, a sancire la netta cesura con l’accumulo della storia, rappresentata proprio nei muri, negli ambienti, nei tessuti urbani plurisecolari. In sostanza, la perdita di identità è esemplificata, quasi sempre, dalle geometrie delle riedificazioni.

cof

Riedificazione post-sisma: Teora (AV); terremoto del 1980. La ricostruzione in Irpinia è argomento molto discusso. Al proposito, ad esempio, Cesare De Seta (“Terremoti”), Vinicio Capossela (“Il paese dei coppoloni”), Franco Arminio (“Viaggio nel cratere”, “Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia”, “Terracarne”,…).

Particolarmente interessante, su questo punto, la forte contrapposizione che emerge in Sicilia dall’accostamento di una ricostruzione famosa come quella del Val di Noto – Consolo vedeva nelle forme barocche l’immagine stessa, cristallizzata, dell’onda sismica, una specie di mirabile sfida alla natura – a quella più recente del Belice. Su quest’ultima, in riferimento al paradigma di Gibellina Nuova, le parole di Carola Susani sono indicative: “cose anche belle. Pensiero concentrato su un punto, solo che quel pensiero è del tutto scollato dal contesto […] Così capita che anche il pensiero incarnato dalle opere faccia un effetto comico: un pensierino.

7-Noto_chiesa_San_Domenico_Tegris

Ricostruzione post-sisma: Noto (SR), chiesa di San Domenico; terremoto del 1693. Nei movimenti delle forme barocche del Val di Noto, Vincenzo Consolo ha individuato «una suprema provocazione, una sfida ad ogni futuro sommovimento della terra, ad ogni ulteriore terremoto; e sembrano insieme, le facciate di quelle chiese, di quei conventi, di quei palazzi pubblici e privati […] la rappresentazione, la pietrificazione, l’immagine, apotropaica o scaramantica, del terremoto stesso […]» (“Di qua dal faro”).

Si possono individuare letterati che più di altri hanno spiccata sensibilità per le caratteristiche geologiche o sismiche dei territori?

Direi di sì. Volendo proporre un elenco – senza pretesa di completezza, atemporale per quanto riguarda i riferimenti anagrafici, estraneo a paradigmi stilistici e di contenuto e, infine, che guardi indifferentemente a narrativa, poesia e impressioni di viaggio – vedrei Vincenzo Consolo per la Sicilia e Stefano D’Arrigo per lo Stretto, Corrado Alvaro per la Calabria, Franco Arminio e Vinicio Capossela per l’Irpinia, Michele Sovente per l’area flegrea, Ignazio Silone per l’Abruzzo, Umberto Piersanti per l’Urbinate, Andrea Zanzotto per il Veneto prealpino. In pratica, siamo di fronte alla resa letteraria delle caratteristiche di territori che nella mappa di pericolosità sismica si trovano nelle zone 1 e 2, cioè nelle zone a maggior pericolosità sismica.

Evidentemente, anche se l’hai scritto in tempi di lockdown, il progetto del libro ha radice antiche; o sbaglio?

Il progetto del libro non è di molto tempo fa. Diciamo potrebbe essere nato nel 2018. Però è vero che si tratta di una maturazione piuttosto lenta, con un percorso iniziato anni prima. Figurarsi che in prima battuta, parlo del 2015 o del 2016, era mia intenzione che le rappresentazioni letterarie costituissero un semplice paragrafo all’interno di un saggio dedicato ad aspetti di cultura del terremoto in Abruzzo. Quando poi le pagine sono cominciate ad aumentare a dismisura (quelle pubblicate sono 481…) allora ho cambiato prospettiva. In effetti, la ricerca faceva continuamente emergere (o riemergere da libri letti in passato) punti di vista, riflessioni, passaggi di scrittori più e meno famosi, spesso originari dei territori sismici di cui trattavano, talora invece solo di passaggio in quegli stessi territori, magari avendo origini in altre regioni la cui storia è stata condizionata dai terremoti (si pensi al siciliano Nino Savarese che viaggia in Abruzzo o, viceversa, all’abruzzese Domenico Ciampoli che affronta l’Etna), oppure in regioni non particolarmente note per la sismicità (pensiamo al torinese Carlo Levi che si misura con la Basilicata). L’aumento del materiale a disposizione ha reso necessaria l’individuazione di una chiave di lettura e la definizione di un percorso critico; ciò si è risolto in abbozzi di capitoli anche poco organizzati. Poi, l’isolamento per il Covid ha reso possibile fare ordine e dare (spero) un senso.

Anche la disponibilità del consistente insieme di riferimenti deve avere radici antiche…

 La lettura mi ha sempre accompagnato. Mi pare che una volta tu mi raccontasti che durante i tuoi spostamenti, magari alla fine di una giornata di lavoro in attesa di un treno o di un aereo, ti “occorreva” fermarti in una libreria. L’ho sempre fatto anch’io. Questo fa capire che i libri sono spesso una necessità. Il risultato di questa necessità è che la casa in cui vivo è praticamente costruita attorno a svariate migliaia di libri incastonati nei pilastri e nelle travi di acciaio che rendono antisismico l’edificio in un paese del pluri-terremotato Appennino centrale. Poi, da quando faccio il ricercatore, durante la lettura mi è sempre venuto naturale sottolineare i passaggi che avessero riferimenti alle caratteristiche sismiche di un determinato territorio. Questa tendenza va avanti da decenni. Con ciò tante citazioni nel libro sono realmente il risultato di riletture di testi già letti magari venti o trenta anni fa.

Ritieni che questa ricerca possa avere ulteriori sviluppi in un prossimo futuro?

 Continuerò a utilizzare i segni dei terremoti del passato rinvenibili negli ambienti naturali e negli spazi costruiti di un determinato territorio in prospettiva divulgativa, nelle diverse forme in cui questa può essere declinata. Significa mettere insieme informazioni di vario tipo, dalla geomorfologia alla geologia storica, dalla cosiddetta archeosismologia alla storia sismica degli edifici e anche, qualora presenti, le testimonianze letterarie del paesaggio che si è realizzato scontando gli effetti dei terremoti. A questo proposito sto provando a fare una sintesi, quindi anche un bilancio, della personale esperienza degli ultimi dieci anni, periodo nel quale ho potuto rapportarmi alle varie comunità della regione abruzzese, raccontando con varie modalità le storie sismiche dei territori e le tracce di queste nella natura e nei manufatti.

Bibliografia

Galadini, 2020, Tracce ondulanti di terremoto. Rappresentazioni letterarie dei territori sismici d’Italia, Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano (AQ), 481 pp.;
Galadini, C. Varagnoli (a cura di), 2016, Marsica 1915 – L’Aquila 2009. Un secolo di ricostruzioni, Gangemi Editore, Roma, 367 pp.;
Galadini, 2014, Terremoto, geologia, tracce e cultura sismica, in: Il giorno che non vide mai l’alba, Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano, pp. 11-91;
Galadini, 2013, I terremoti in Abruzzo e la cultura sismologica tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, in: Pareva quel giorno dell’Universal Giuditio. Il terremoto aquilano del 1703 tra indagine storica e sviluppo della sismologia moderna, Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano, pp. XVII-CIV;
Castenetto, F. Galadini (a cura di), 1999, 13 gennaio 1915, il terremoto nella Marsica, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, 788 pp.

Segnaliamo che il volume è disponibile anche su amazon.it e ibs.it