A proposito di terremoti “di origine antropica”: la situazione in Italia (conversazione con Enrico Priolo)

Di seguito viene pubblicata la seconda parte del post A proposito di terremoti “di origine antropica”: aspetti generali pubblicato in precedenza (https://terremotiegrandirischi.com/2023/02/27/a-proposito-di-terremoti-di-origine-antropica-aspetti-generali-conversazione-con-enrico-priolo/)
Questo secondo post è dedicato alla situazione italiana.

Schermata 2023-02-27 alle 09.46.03Raffigurazione delle differenti tipologie di attività che possono indurre o innescare sismicità. In un articolo pubblicato dalla rivista Reviews of Geophysics nel 2017, Grigoli et al. fanno il punto sulla sismicità indotta e analizzano le possibili strategie di controllo delle attività e mitigazione della sismicità che si stanno sviluppando. Figura tratta da Grigoli and Wiemer (2017).
Tra le attività rappresentate nella figura, in Italia non sono svolte: la produzione di olio o gas dalle rocce di scisto, con la meglio nota tecnica del fracking; la produzione di energia geotermica da rocce anidre con fratturazioni stimolate; il confinamento del CO2 nel sottosuolo, anche se per quest’ultima è prevista la costruzione di un impianto a Ravenna nel prossimo futuro.

Quali sono le tipologie di terremoti di origine antropica riscontrate nel nostro paese?
Vorrei iniziare con una premessa. In Italia, l’argomento della sismicità indotta è stato trascurato per lunghissimo tempo. In un articolo del 2013 Mucciarelli, riprendendo delle considerazioni fatte da Caloi nel 1970, riconduceva questo disinteresse alla (micro-)sismicità registrata prima del distacco della frana che portò al disastro del Vajont. Non era il primo caso di sismicità indotta in Italia, ma “ La possibile correlazione al Vajont tra sismicità indotta ed il seguente distacco franoso creava un precedente di cui alcuni avrebbero preferito tacere e dimenticare al più presto”. Mentre l’articolo andava in pubblicazione avvenne il terremoto dell’Emilia, che dette impulso a nuovi studi e iniziative. Una ricognizione della sismicità indotta in Italia fu effettuata nel 2014 da un tavolo di lavoro coordinato da ISPRA (ISPRA, 2014), e fu successivamente completata da alcune pubblicazioni scientifiche (es: Braun et al., 2018). Il quadro che ne scaturisce evidenzia poco più di una quindicina di casi/siti interessati da attività per i quali si è verificata sismicità potenzialmente indotta. Tuttavia, per circa metà di questi casi il fatto che la sismicità sia stata causata dalle attività umane svolte è solo una ipotesi.
Ci sono 6 casi di sismicità associata ai bacini idrici, tutti di magnitudo piuttosto ridotta (M<3), eccetto uno per il bacino di Campotosto in Abruzzo, più forte ma solo ipotizzato. Altri 6 casi sono quelli associati alla geotermia, la maggior parte localizzati nell’area del Monte Amiata e Larderello e la cui causa umana è ancora solo ipotizzata (tra questi spicca l’evento di magnitudo M4.9 del Monte Amiata del 2000).
Sono poi censiti tre eventi legati alle attività di produzione di idrocarburi, di cui due sono ipotizzati associati alla estrazione di olio (Caviaga (LO) 1951 ed Emilia 2012) e uno è associato alla reintroduzione di fluidi di produzione in profondità (Montemurro 2006). Tornerò in seguito su questi tre eventi.
Un altro evento è infine associato, ma solo come ipotesi, alle attività minerarie svolte a Raibl/Predil (Friuli – Venezia Giulia); per questo evento, avvenuto nel 1965, in una area di rilevante sismicità naturale, è stata stimata solo l’intensità macrosismica, ovvero gli effetti generati, che è stata valuta pari a V MCS (appena sotto la soglia del danno).
Come già accennato, i casi probabilmente più noti in Italia per i quali venne attribuita inizialmente una origine umana sono quelli dei terremoti dell’Emilia del 2012 (con Mmax 5.9) e degli eventi avvenuti a Caviaga nel 1951 (Mmax 5.4). Entrambi gli eventi furono associati all’attività di produzione di idrocarburi, rispettivamente il primo per l’estrazione di olio e reiniezione delle acque di strato residue all’interno del giacimento presso la concessione di Mirandola-Cavone, e il secondo per l’estrazione di gas presso l’omonimo deposito naturale. In entrambi i casi, tuttavia, studi successivi hanno mostrato come essi siano plausibilmente legati a cause naturali, cioè tettoniche, e non innescati dalle attività svolte in loco. Come già detto, la scarsità di dati osservazionali pone grandi difficoltà nell’interpretazione univoca dei fenomeni potenzialmente ritenuti indotti, e questo è estremamente grave se pensiamo che questa situazione era vera pochi anni fa e non è ancora risolta dappertutto.

Restando nell’ambito della produzione di idrocarburi, i campi della Val D’Agri rappresentano una delle aree cui è rivolta la maggiore attenzione in questo periodo, sia per la vastità della zona coinvolta (i depositi della Val d’Agri, per quanto considerati non enormi a livello mondiale, sono il più grosso giacimento di olio on-shore europeo) sia perché, con lo scopo di ridurre l’impatto ambientale del trasporto a distanza delle acque residue (le cosiddette acque di strato) per il loro smaltimento, era stato avviato un progetto di sperimentazione per iniettare queste acque in un pozzo profondo all’interno di strati posti ben al di sotto del giacimento. Quest’attività provocò un terremoto di poco inferiore a magnitudo 2 nel 2014 che destò molta preoccupazione, dato che la Val d’Agri si colloca in una zona considerata tra le più pericolose d’Italia dal punto di vista sismico e nel 1857 fu teatro di uno dei terremoti più forti mai avvenuti in Italia (magnitudo stimata 7.1) e per il quale il sistema di faglie causativo è ancora in discussione. Sia a seguito di questo evento sia per la contiguità del bacino artificiale del Pertusillo, si è proceduto a un notevole irrobustimento delle reti locali di monitoraggio che oggi producono dati molto dettagliati.

Tornando ai casi di sismicità indotta in Italia, si noti anche che per la maggior parte dei casi, la sismicità associata ai bacini idrici è ben documentata e quindi non vi sono dubbi circa la sua natura. Questo fatto non è casuale, in quanto le dighe sono da sempre soggette a monitoraggio accurato in Italia, per questioni di sicurezza. Per contro, stupisce la scarsità di dati —per lo meno, dati pubblicamente disponibili— relativamente alle attività legate alla produzione di idrocarburi. È difficile stabilire se queste attività siano effettivamente meno “pericolose” o se il supposto minore impatto derivi da una mancanza di informazioni frutto di scelte deliberate da parte delle compagnie del settore. L’esperienza del terremoto dell’Emilia del 2012 mostra, a mio parere, che l’assenza o la inadeguatezza dei monitoraggi sia stata controproducente per tutto il paese e, probabilmente, anche per le compagnie stesse.
Riguardo agli idrocarburi, ricordo anche che l’Italia ha circa una quindicina di stoccaggi sotterranei di gas ed è il sesto/settimo paese al mondo per capacità complessiva di stoccaggio. Per questi stoccaggi non ci sono segnalazioni di sismicità indotta correlata all’attività svolta. Sottolineo però che solo alcuni di questi stoccaggi sono dotati da alcuni anni di monitoraggi sismici e della deformazione molto efficienti (ad esempio i siti di Collalto, Cornegliano Laudense e Minerbio) e per questi l’assenza di sismicità è un fatto scientificamente comprovato (es. Romano et al., 2019), che dimostra che se l’attività è ben progettata e ben gestita può non causare sismicità pericolosa per l’uomo. Ricordo anche che la maggior parte delle aree dove si effettuano queste attività è comunque soggetta a terremoti naturali che prima o poi avverranno indipendentemente dalle attività, dunque la riduzione del rischio sismico resta una priorità per vivere in sicurezza.
Infine, vale la pena sottolineare, anche se ormai dovrebbe essere piuttosto noto, che in Italia non viene praticato il “fracking”: ciò perché, al di là di scelte politiche circa l’opportunità o meno di praticare questa tecnica, la risorsa primaria, cioè gli scisti che contengono gas, non esiste in Italia.

E per quanto riguarda la recente vicenda dei terremoti emiliani del 2012?
A mio avviso, l’aspetto importante di questo caso, oltre a quello umano e dei danni economici, è rappresentato dall’insieme delle iniziative messe in atto dal governo nazionale e dall’amministrazione regionale per stabilire se gli eventi disastrosi fossero stati causati, o meno, da alcune attività umane svolte vicino all’area colpita. Il terremoto ebbe origine in strutture di faglie attive, già note nella letteratura scientifica. Dato che praticamente tutta l’Italia è un paese esposto ai terremoti, già solo l’ipotesi di una possibile attribuzione di causa antropica al terremoto, comportava una rivalutazione della potenziale pericolosità di tutte le attività simili esistenti o per le quali era in corso la concessione di nuove licenze. Per almeno due anni furono bloccate tutte le istanze di nuovi permessi di ricerca nel sottosuolo.
Le perplessità e la difficoltà a giungere a conclusioni ultimative era dovuta alla scarsità di dati osservazionali adeguati. La scarsità di monitoraggi specifici e di informazioni pubbliche circa le attività svolte nel sottosuolo favorirono la diffusione di una moltitudine di affermazioni false o distorte, creando in Italia un ambiente assolutamente ostile a una valutazione serena dei fatti e influenzando l’opinione pubblica e della classe politica riguardo alle azioni future da intraprendere in tema di politica energetica. Oggi assistiamo a una precipitosa inversione di rotta, che temo possa portare ad allentare le procedure di controllo e monitoraggio, anche con detrimento per gli avanzamenti in termini di conoscenza scientifica.

FOTO DEI LETTORI: SISMA EMILIA, SEI VITTIME
I danni del terremoto dell’Emilia 2012 sul campanile di Finale Emilia (LaPresse/Gianfilippo Oggioni)

Quali sono state le iniziative adottate in Italia a seguito del terremoto dell’Emilia e qual è oggi la posizione dell’Italia relativamente al problema della sismicità indotta sia a livello politico sia riguardo all’opinione pubblica?
Dopo il terremoto dell’Emilia, il Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE), allora competente per le attività svolte nel sottosuolo, istituisce la commissione scientifica internazionale ICHESE con il compito di stabilire se il terremoto possa essere attribuito a tre attività svolte nell’area circostante, e cioè la produzione di olio nella concessione di Mirandola-Cavone, l’estrazione di acqua calda a Casaglia per il teleriscaldamento della zona ovest di Ferrara, e le attività di ricerca presso la concessione di Rivara per un futuro stoccaggio di gas, comprendenti perforazioni profonde. La Commissione ICHESE rilascia il proprio rapporto a inizio 2014 (ICHESE, 2014), non escludendo che le attività svolte a Mirandola-Cavone possano avere contribuito a generare il terremoto e insistendo fortemente sulla necessità di dotare le attività svolte nel sottosuolo di monitoraggi di dettaglio per la sismicità, le deformazioni superficiali e le pressioni di poro nel sottosuolo. A seguito dei risultati della Commissione ICHESE viene bloccato il rilascio di nuove concessioni di “coltivazione” e il MiSE istituisce un gruppo di lavoro con lo scopo di definire delle linee guida per l’attuazione di monitoraggi dedicati per le attività svolte nel sottosuolo riguardanti l’estrazione di idrocarburi, lo stoccaggio di gas e la reintroduzione di fluidi in profondità. Le risultanze dell’attività di questo gruppo di lavoro vengono pubblicato in un rapporto a fine 2014 (MISE, 2014), e seguono la pubblicazione del rapporto di un altro gruppo scientifico, coordinato da ISPRA (2014), che fa lo stato dell’arte delle conoscenze sulla sismicità indotta in Italia. A seguito di queste iniziative, viene avviata una sperimentazione delle Linee Guida presso la concessione di Mirandola-Cavone di concerto con la Regione Emilia Romagna, che si concluderà alcuni anni dopo. Nel 2016 il MiSE rilascia un ulteriore documento che integra le Linee Guida anche per le attività geotermiche a media e alta entalpia (MISE, 2016).
Ritengo che l’attività del gruppo di lavoro che ha redatto gli Indirizzi e Linee Guida sia stato molto importante perché si sono cercate di definire le migliori modalità e pratiche di monitoraggio e di eventuale intervento sulle attività sulla base delle conoscenze scientifiche allora disponibili. Mancando in Italia una solida esperienza in questo settore (o, se vogliamo, appartenendo l’esperienza diretta solo alle compagnie private che gestiscono l’attività in proprio) si era prevista una fase di sperimentazione successiva. Per alcune (poche) attività avviate successivamente sono stati realizzati dei monitoraggi in linea con i suggerimenti delle Linee Guida (una prima riflessione sull’esperienza di applicazione delle Linee Guida è stata pubblicata da Braun et al, 2020), ma siamo ancora distanti dall’avere una modalità ben strutturata di condivisione e accesso anche pubblico ai dati rilevati, sia per quanto riguarda i monitoraggi sia per le attività. Questo è ancor più vero per le concessioni già esistenti. Direi quindi che c’è molto da fare in tal senso: da una verifica ex-post delle Linee Guida e un eventuale loro aggiornamento, alla verifica dello stato dei monitoraggi in essere per le varie attività esistenti, alla realizzazione di un punto di riferimento unico, ben strutturato e che favorisca l’accesso e l’uso, anche da parte del pubblico, di tutti i dati e le informazioni raccolti.
Certamente i cambi di Governo e delle competenze assegnate ai Ministeri nel corso del tempo non agevolano questa evoluzione. E credo anche che le compagnie vedano nella trasparenza più un rischio che un valore per le loro attività, anche se ho notato una progressiva, seppur lenta, modifica nell’atteggiamento. Purtroppo, questi vuoti lasciano campo libero alle interpretazioni di parte avversa e alle ipotesi più varie, spesso prive di fondamento scientifico.
Il panorama delle difficoltà connesse alla gestione delle attività in atto nel sottosuolo non riguarda solo l’Italia, ma genericamente tutti i paesi, seppur con alcune rilevanti differenze. Ci sono alcuni punti chiave comuni a tutti che devono assolutamente essere affrontati e risolti meglio, quali: l’esercizio del controllo sulle attività svolte (qui mi riferisco nello specifico all’uso dei monitoraggi come quelli suggeriti dall’ICHESE) da parte di enti indipendenti rispetto al concessionario e legati all’interesse pubblico; la diffusione di  informazioni complete in modo trasparente e autorevole; e di conciliare le necessità energetiche e di risorse di un paese con gli interessi delle compagnie private e con i diritti delle popolazioni residenti sia in termini di serenità che di utilizzo del territorio.

Come noto, capita spesso che i terremoti che interessano la fascia costiera marchigiana vengano messi in relazione alle attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi. Ricordiamo il caso della sequenza sismica dell’anconetano nel 1972 e anche dei recenti terremoti al largo di Fano. Che cosa si può dire al riguardo?
Tutta la fascia a Est degli Appennini è ricca di risorse di idrocarburi. Molte infrastrutture di estrazione/produzione si concentrano lungo la costa a partire dall’area al confine tra Veneto e Romagna fino all’Abruzzo. Nell’area marchigiana, molte installazioni si trovano off-shore nella zona prospicente Pesaro-Ancona approssimativamente dai 20 ai 60 km dalla costa. Un’altra concentrazione si trova lungo la costa a sud di Ancona, nell’area di Civitanova Marche e Porto S. Elpidio.
D’altra parte, è ben noto che la fascia costiera marchigiana è in grado di rilasciare terremoti moderati (cioè fino a circa M6) sia lungo la costa sia off-shore. La localizzazione fornita dall’INGV colloca i terremoti avvenuti a fine 2022 all’interno della fascia dove si trovano le concessioni di estrazione di idrocarburi, tuttavia bisogna dire che, dato che le stazioni usate per localizzare si trovano per la maggior parte dal medesimo lato (quello costiero) e distano almeno 25 km dall’evento, la localizzazione non può essere ben vincolata. A maggior ragione, mancando stazioni al di sopra dell’evento, anche la profondità stimata in 5 km è mal vincolata. Pertanto non è possibile determinare con sufficiente accuratezza quanto i terremoti recenti siano vicini ai giacimenti di estrazione. Il meccanismo focale stimato è totalmente in linea con lo stile compressivo già riconosciuto in passato per eventi occorsi in quell’area e attribuito a strutture di sovrascorrimento che sono effettivamente presenti. Non è stata rilevata alcuna sismicità nei giorni precedenti.
Non ho altre informazioni riguardo alle attività in corso, e, in assenza di situazioni eclatanti di cui non vi è notizia, penso che l’evento si inquadri coerentemente nella sismicità naturale che caratterizza l’area.

Come possiamo concludere queste riflessioni?
Spero che si sia compreso perché sia così importante rilevare la microsismicità e altre grandezze fisiche, in sostanza disporre di monitoraggi efficaci, nelle zone dove vengono svolte le attività nel sottosuolo. Avere una rete di monitoraggio che permette di riconoscere i microsismi (per intenderci fino a magnitudo compresa tra 0 e 1, ma anche meno se necessario) consente di vedere da subito la fenomenologia in atto e di capire se il sistema complessivo si evolve o è stabile. Inoltre il rapporto tra il numero di terremoti piccoli e più grandi è riconosciuto come parametro che può aiutare a discriminare la sismicità naturale da quella indotta. È su questo gioco “di anticipo” che si sviluppano oggi le linee di ricerca scientifica per cercare di prevenire dinamiche che possano sfuggire dal controllo (cfr. ad esempio Grigoli et al., 2017).
A differenza dei terremoti naturali, quando si parla di sismicità indotta vi è sempre la necessità di dovere attribuire o meno gli eventi a delle attività svolte. Purtroppo, eccetto che per alcuni casi eclatanti, l’interpretazione è sempre difficile, e ciò è tanto più vero se le attività sono svolte in zone sismiche, come in pratica è tutt’Italia. Non è sufficiente né agevole stabilire una correlazione tra un episodio di sismicità e le attività svolte, a meno di situazioni che si ripetono regolarmente, come ad esempio la microsismicità legata alle fluttuazioni dei bacini idrici. La ricchezza e la qualità dei dati di monitoraggio è una base fondamentale e imprescindibile per poter effettuare interpretazioni che abbiano un minimo di solidità. Non sono completamente convinto che oggi si stia procedendo con la necessaria determinazione in questa direzione.
Vorrei insistere ancora su due concetti che devono essere assolutamente rinforzati, quali l’indipendenza degli enti che acquisiscono e interpretano i dati osservativi, e la trasparenza e il libero accesso alle informazioni e ai dati sia per le attività svolte sia per i monitoraggi effettuati. Solo in questo modo si potrà ridurre la diffusione di una moltitudine di affermazioni false o distorte e favorire, in Italia e altrove, un clima adatto a una valutazione serena dei fatti e delle azioni da intraprendere in tema di politica energetica per il futuro.
Infine, è evidente nel periodo che stiamo vivendo quanto sia importante per un paese avanzato, come l’Italia vorrebbe essere, poter disporre di energia e poter svolgere attività che portino occupazione e progresso. Tutto ciò ha un costo, anche in termini di rischi e il concetto di rischio zero non è sostenibile né praticabile, neanche a livello personale. Se vogliamo dare spazio al progresso dobbiamo investire parallelamente in controllo, sicurezza e trasparenza, ma non come mera pratica burocratica. Un altro aspetto collegato a questa considerazione è quello dell’utilizzo delle “royalties”, cioè degli indennizzi, dati dalle compagnie alle amministrazioni dei territori dove le attività si svolgono. Penso in tal senso che, dato che una delle principali argomentazioni di opposizione da parte dei residenti sia quella relativa ai terremoti, sarebbe opportuno che molti di questi soldi fossero investiti per la riduzione del rischio sismico a livello locale anziché per altre iniziative che magari sono ritenute più remunerative per acquisire consenso nell’immediato.
Qualsiasi tipo di produzione di energia ha effetti collaterali e capire su quali attività investire e come queste debbano essere gestite al meglio è frutto di scelte politiche che in democrazia dovrebbero essere condivise. Per esempio, si pensa (e si spera) che molta dell’energia del futuro potrà venire dall’idrogeno. Si tenga però presente che l’idrogeno dovrà essere contenuto in qualche posto, e che, per le grandi quantità che saranno necessarie, lo stoccaggio sotterraneo rappresenterà l’opzione più favorevole. E qui si riaprono le danze …

Riferimenti
Braun T., Cesca S., Kühn D., Martirosian-Janssen A., Dahm T. (2018).  Anthropogenic seismicity in Italy and its relation to tectonics: State of the art and perspectives. Anthropocene, 21, 80–94; https://doi.org/10.1016/j.ancene.2018.02.001
Braun T, Danesi S., Morelli A. (2020). Application of monitoring guidelines to induced seismicity in Italy. J. Seismol., 24,  1015–1028; https://doi.org/10.1007/s10950-019-09901-7
Caloi P. (1970). Come la natura reagisce all’intervento dell’uomo – Responsabilità di chi provoca e di chi intrepreta tali reazioni, Annali di Geofisica, XXII, 247-282.
Grigoli, F., Cesca, S., Priolo, E., Rinaldi, A.P., Clinton, J.F., Stabile, T.A., Dost, B., Garcia Fernandez, M., Wiemer, S., and Dahm, T. (2017). Current challenges in monitoring, discrimination, and management of induced industrial activities: a European Perspective, Rev. Geophys., 55, https://doi:10.1002/2016RG000542
Grigoli, F., and Wiemer, S. (2017), The challenges posed by induced seismicity, Eos, 98, https://doi.org/10.1029/2018EO074869. Published on 09 June 2017.
ICHESE (2014). International Commission on Hydrocarbon Exploration and Seismicity in the Emilia Region – Report on the hydrocarbon exploration and seismicity in Emilia region, February 2014, http://geo.regione.emilia-romagna.it/gstatico/documenti/ICHESE/ICHESE_Report.pdf
ISPRA (2014) Rapporto sullo stato delle conoscenze riguardo alle possibili relazioni tra attività̀ antropiche e sismicità indotta/innescata in Italia. Tavolo di Lavoro ai sensi della Nota ISPRA Prot. 0045349 del 12 novembre 2013, 71 pp.
MISE (2014). Indirizzi e linee guida per il monitoraggio della sismicità, delle deformazioni del suolo e delle pressioni di poro nell’ambito delle attività antropiche. https://unmig.mise.gov.it/unmig/agenda/upload/85_238.pdf
MISE (2016). Linee guida per l’utilizzazione della risorsa geotermica a media e alta entalpia. https://unmig.mite.gov.it/risorse-geotermiche/linee-guida-per-lutilizzazione-della-risorsa-geotermica-a-media-e-alta-entalpia/
Mucciarelli M. (2013). Induced Seismicity and Related Risk in Italy. Ingegneria Sismica, XXX (1-2), 118-125.
Romano M. A., Peruzza L., Garbin M., Priolo E., and Picotti V. (2019). Microseismic Portrait of the Montello Thrust (Southeastern Alps, Italy) from a Dense High-Quality Seismic Network. Seismol. Res. Lett., 90(4), 1502-1517; https://doi:10.1785/0220180387

A proposito di terremoti “di origine antropica”: aspetti generali (conversazione con Enrico Priolo)

Premessa. Attorno ai terremoti chiamati “di origine antropica” vi è molta confusione, generata soprattutto dai media ma anche, forse inconsapevolmente, da alcuni addetti ai lavori. L’immaginario più diffuso vorrebbe che questi terremoti siano una categoria completamente a parte rispetto ai terremoti di origine naturale; in definitiva che senza l’intervento dell’uomo non verrebbero generati. Le cose non stanno esattamente così; non va trascurato, tra le altre cose, il fatto che l’energia rilasciata da un terremoto deve essersi accumulata in qualche modo: occorre dunque capire se le attività umane sono del tutto responsabili di questo accumulo, e ciò pone ulteriori difficoltà, anche considerando le possibili conseguenze in termini di eventuali responsabilità.
Per cercare di fare un po’ di chiarezza abbiamo rivolto qualche domanda a Enrico Priolo. Poiché l’argomento è complesso e necessita di approfondimento, questa conversazione è divisa in due parti: la prima è dedicata agli aspetti generali, la seconda alla situazione italiana.

Enrico Priolo è stato per quasi quarant’anni ricercatore presso l’OGS, e direttore del Centro di Ricerche Sismologiche dell’OGS dal 2003 al 2008. È stato responsabile delle reti di monitoraggio delle attività di stoccaggio sotterraneo di gas a Collalto in Veneto e Cornegliano Laudense in Pianura Padana. Inoltre, è stato membro del gruppo di esperti nominato dal Ministero dello Sviluppo Economico per la stesura degli Indirizzi e Linee Guida per il monitoraggio delle attività svolte nel sottosuolo, ed è membro dell’Innovation Advisory Commettee del Thematic Core Service Anthropogenic Hazard del consorzio EPOS.

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Campi con torri di perforazione per l’estrazione del gas di scisto in Wyoming (USA). L’immissione di acque/fluidi di scarto di produzione derivanti dalla produzione di gas di scisto ma anche di altre attività industriali può innescare eventi sismici nel sottosuolo. Credito: Bruce Gordon, EcoFlight, CC BY 2.0

Puoi precisare ai lettori quali sono le tipologie di attività antropiche che possono contribuire a generare terremoti cui la ricerca scientifica fa riferimento?
La maggior parte delle attività che può generare terremoti è legata allo sfruttamento di risorse naturali, in particolar modo alla produzione di energia, argomento molto attuale. Storicamente, le miniere (di materiali lapidei, di carbone, e di diamanti) sono state i primi ambienti dove l’uomo ha generato terremoti. I terremoti si manifestano in forma molto simile a scoppi e sono dovuti al cedimento improvviso della roccia che, sottoposta naturalmente a sforzi tettonici e a compressione per il carico del materiale sovrastante, si riequilibra quando viene rimossa una porzione di materiale.
Poi, anche in ordine cronologico, ci sono i bacini idrici artificiali, che sono spesso identificati attraverso le dighe che intercettano e accumulano l’acqua lungo il corso dei fiumi. I meccanismi con cui i bacini idrici possono produrre terremoti sono principalmente due: a) l’effetto gravitativo, cioè il peso della massa d’acqua accumulata che agisce sulla roccia sottostante, e in particolare sulle faglie (discontinuità o frattura della roccia) eventualmente esistenti nel sottosuolo; b) l’effetto della pressione di poro, ovvero quello legato alla imbibizione e diffusione dell’acqua in profondità nel sottosuolo. Nel primo caso viene modificato lo stato delle forze statiche; il bacino idrico col suo carico può destabilizzare (ma anche stabilizzare) una faglia nel sottosuolo, a seconda delle caratteristiche geometriche della faglia e del campo di stress tettonico esistente. Nel secondo caso, l’acqua si infiltra e si muove all’interno di tutti i vuoti esistenti e, nel caso di faglie esistenti e già sottoposte naturalmente a carichi tettonici, trasmette tutte le variazioni di pressione, agendo talvolta come una sorta di lubrificante tra le superfici della faglia stessa; in sostanza agevolando, ovvero anticipando, la rottura di una faglia già prossima alla rottura. Per i bacini idrici artificiali, la fase più pericolosa per quanto riguarda la sismicità indotta è quella dei primi anni di riempimento e messa in esercizio. Successivamente, quando il sistema si stabilizza, si manifesta una micro-sismicità prevalentemente legata alle fluttuazioni del livello d’acqua dell’invaso.

Un altro tipo di attività è quello legato alla produzione di idrocarburi. L’estrazione di idrocarburi (olio o gas) svuota i depositi in profondità e crea uno stato di tensione nella crosta terrestre circostante che può dare origine a terremoti. Nei giacimenti di idrocarburi (spesso confinati, cioè in cui il deposito è sigillato da barriere di roccia o acqua che impediscono la comunicazione della pressione con l’esterno) si usa re-iniettare le acque reflue di produzione, le cosiddette acque di strato; esse in parte compensano la perdita di pressione interna e non creano problemi dal punto di vista della sismicità. Tuttavia, l’estrazione di olio o gas genera molti “scarti”, che devono essere smaltiti; nei decenni recenti si è affermata la pratica di re-iniettare questi fluidi esternamente al giacimento in pozzi profondi, all’interno di strati che stanno al di sotto dei livelli produttivi. C’è dunque una maggiore possibilità che i fluidi iniettati intercettino zone sismogenetiche, in quanto sottoposte a stress tettonico. E ciò è tanto più vero quanto più i volumi dei fluidi iniettati aumentano e si diffondono all’interno degli strati profondi.
Questa pratica di re-iniezione delle acque reflue in profondità è diventata una prassi in particolari tipi di giacimenti che sfruttano la presenza di microscopiche frazioni di idrocarburi dispersi nella roccia madre, come i giacimenti in rocce di scisto (oil- e gas-shales), che in Italia, peraltro, non esistono. Con la tecnica chiamata fracking (idro-fratturazione delle rocce ad alta pressione) vengono estratti idrocarburi a fronte della produzione di enormi quantità di scarti liquidi. Il fracking, di per sé, produce solo microsismi —con mini-cariche esplosive si frattura la roccia per liberare gli idrocarburi in essa contenuti— che hanno impatto per lo più trascurabile per l’uomo. E’ la reintroduzione dei fluidi in profondità, invece, la causa dell’enorme aumento dei terremoti indotti a livello mondiale e, in conseguenza, delle preoccupazioni e dell’ostilità da parte della popolazione.

Ci sono poi gli stoccaggi sotterranei di gas per i quali, nel mondo, sono usate diverse modalità. Essi possono provocare terremoti, ma bisogna anche dire che tra le varie modalità di stoccaggio sotterraneo ve ne sono alcune ritenute particolarmente sicure anche riguardo la sismicità indotta, come quella di usare depositi di gas naturali esauriti (cioè dove il gas si è creato naturalmente e già sfruttati per la produzione). Questo tipo di stoccaggi è l’unico utilizzato in Italia, e naturalmente è fondamentale che essi siano ben gestiti e controllati. Altra attività attuale per la produzione di energia in modo sostenibile è la geotermìa. Anche in questo caso vi sono svariate modalità di recupero del calore dal sottosuolo, e non tutte sono “pulite”. I maggiori problemi in termini di sismicità indotta si generano in due situazioni. La prima è quando il sistema di circolazione di acque calde profonde viene alimentato con ulteriore (molta) acqua a temperatura più bassa, per “estrarre” il calore residuo delle rocce. La seconda è la cosiddetta stimolazione di sistemi anidri (ovvero rocce prive di acqua) ad elevata temperatura, tecnica con cui vengono dapprima generate fratturazioni artificiali per aumentare la permeabilità della roccia anidra e successivamente viene iniettata acqua per estrarre il calore. Basta pensare a cosa succede se si riempie di acqua fredda un bicchiere rovente appena uscito dalla lavastoviglie, per capire cosa succede. C’è una forte sperimentazione di queste tecniche perché si ritiene che la risorsa geotermica possa essere una delle soluzioni per il futuro per generare energia in modo sufficientemente pulito e sostenibile. Spesso l’attività di sfruttamento geotermico si svolge in prossimità di grandi città, perché è lì che c’è il massimo bisogno di energia, e sfortunatamente ci sono stati alcuni casi importanti di terremoti a seguito di stimolazioni geotermiche avvenuti vicino a grandi centri (es. Basilea nel 2006 e Pohang in Corea nel 2017). Tuttavia vi sono altri casi in cui ciò non è successo e la produzione di energia procede in modo regolare (es. Helsinki).
Concludo questa carrellata, per completezza, con le altre attività umane, talvolta meno note,che possono generare sismicità e non sono legate allo sfruttamento di georisorse. La realizzazione di infrastrutture (gallerie, tunnel sottomarini); la costruzione di edifici, che esercitano pressioni molto localizzate (ricordiamo il caso del grattacielo di Taipei a Taiwan, che si ritiene abbia innescato un terremoto M3.8 nel 2004). Infine, impianti industriali (es. cementifici) e mezzi di trasporto (treni e veicoli pesanti) non generano terremoti in senso stretto, ma producono vibrazioni sismiche che possono avere un certo impatto sull’edificato e causare gran disturbo alla popolazione.

Da quanto detto sembra che i terremoti di origine antropica si possano diversificare a seconda delle attività umane. Se ciò è vero, quali sono le principali tipologie di terremoti di questa origine?

Volendo distinguere le tipologie di terremoti che l’uomo può generare ci dovremmo riferire alle diverse tipologie di sorgenti, perché il campo sismico propagato risponde alla medesima fisica per tutte le sorgenti. Questa distinzione ha interesse soprattutto scientifico, ma relativamente scarsa rilevanza per quanto riguarda la percezione da parte della popolazione e i danni potenzialmente causati. Riconoscere e studiare le modalità con cui la sismicità indotta si produce è però estremamente importante dal punto di vista scientifico, perché questo è l’unico modo che possiamo usare per sviluppare criteri e metodologie di gestione delle attività attraverso le quali si possa contenere, se non proprio controllare, la sismicità generata entro livelli accettabili.
Un concetto importante per comprendere meglio come si generano molti terremoti indotti è quello di stato di sforzo critico in cui si trova la crosta terrestre, che, sottoposta a enormi ma lenti movimenti tettonici, accumula al suo interno stress (in italiano, sforzo) meccanico. Questo accumulo di stress è molto difficile da quantificare, e quindi in generale non siamo in grado di sapere se le rocce in profondità siano in uno stato prossimo alla rottura (appunto, stato critico), tale che basti una minima perturbazione dello stato di sforzo per anticipare (ma, talvolta, anche ritardare) il rilascio del terremoto che comunque si starebbe preparando. Va detto che queste perturbazioni del campo di stress sono prodotte anche da numerose cause naturali, come ad esempio altri terremoti, le precipitazioni piovose, lo spessore del manto dei ghiacci, etc.
Ritornando alla domanda, si riconoscono due tipologie principali di terremoti di origine antropica, rispettivamente quelli “indotti” in senso stretto e quelli “attivati” o “innescati” (dall’inglese “triggered”). Si parla di terremoti indotti, in senso stretto, quando le attività antropiche sono responsabili della gran parte delle variazioni del campo di stress che genera la sismicità. In un terremoto indotto, la sorgente rilascia l’energia che è stata accumulata a seguito delle attività svolte. Si usa invece il termine di terremoti innescati per quegli eventi che sono generati da una perturbazione ridotta rispetto allo stato di sforzo in cui la roccia (prossima allo stress critico) si trova già; questa perturbazione può essere o un incremento dello stress lungo direzioni che favoriscono la rottura o una riduzione della forza d’attrito all’interno delle faglie presenti. Per un terremoto innescato, la sorgente rilascia energia che è fondamentalmente “naturale” (di origine tettonica), tuttavia l’uomo induce ovvero facilita/accelera la rottura come effetto indiretto della propria attività. Da quanto detto si intuisce anche che le attività̀ antropiche non sono in grado di indurre (in senso stretto) grandi e disastrosi eventi sismici ma possono invece innescarli.
Vi sono però terremoti che non ricadono in maniera netta in nessuna di queste due tipologie, ovvero sono un misto delle due. Ad esempio i terremoti che avvengono a seguito delle stimolazioni appartengono a questa tipologia. In generale, comunque, si può sempre parlare di sismicità indotta, o terremoti indotti, comprendendo tutti i casi enunciati, e la distinzione sulla tipologia di terremoto indotto viene menzionata solo se si vogliono meglio specificare certi fattori.

Tornando alle due tipologie principali, le principali cause di innesco di terremoti possono essere: a) la rimozione o l’aggiunta di grandi masse di materiale; b) l’estrazione o iniezione di fluidi in profondità in volumi confinati; c) l’iniezione o la percolazione o la circolazione di fluidi in profondità. Per a e b viene perturbato lo stato di sforzo nell’intorno della zona di attività, mentre per c, il fluido, penetrando in profondità all’interno delle fessure e delle faglie, esercita una pressione che allenta l’adesione delle due parti a contatto e riduce quindi la capacità della faglia di resistere allo stato di sforzo cui è già sottoposta.
Vorrei infine sottolineare l’importanza della profondità nella generazione della sismicità a seguito delle attività antropiche, dato che è a profondità elevate (alcuni km) che si accumula lo stress tettonico. Quindi l’iniezione di grandi volumi di fluidi è pericolosa se fatta in profondità perché la loro diffusione aumenta la probabilità di intercettare faglie pronte alla rottura. Similmente per le stimolazioni geotermiche (per le quali si cerca di scendere in profondità per trovare alte temperature) lo stress termico può avere un effetto maggiore in rocce già sottoposte a elevato stress tettonico.

Da quanto tempo si è cominciato a ipotizzare scientificamente la possibilità che alcuni terremoti siano di origine antropica?

La parola “scientificamente” mi costringe, giustamente, a non parlare delle ipotesi che ritengono la genesi dei terremoti come una punizione divina per dei comportamenti da parte dell’uomo ritenuti scellerati dal punto di vista morale; ciò non solo nei tempi antichi, ma anche di recente, come è ad esempio emerso da alcune dichiarazioni pubbliche durante l’ultima sequenza sismica che ha colpito l’Italia Centrale.
I primi studi scientifici sistematici sulla sismicità indotta sono stati sviluppati già negli anni ’50 per le miniere (soprattutto nel Regno Unito) e negli anni ‘60-’70 a seguito di alcuni casi importanti quali l’attività di produzione di olio con re-introduzione delle acque residue di strato in profondità a Rangely (Colorado), l’attività estrattiva di gas a Lacq (Francia) e a Gazli (Uzbekistan), e la realizzazione del bacino idrico con la diga di Koyna (India).
In Italia, vanno ricordati alcuni studi condotti da Pietro Caloi, geofisico dell’allora Istituto Nazionale di Geofisica, per il terremoto di Caviaga nel 1951, associato all’attività di estrazione del gas dal deposito omonimo (uno dei depositi considerati giganti che diede impulso allo sviluppo dell’allora AGIP), e successivamente, all’inizio degli anni ’60, per i microsismi provocati dal movimento della massa rocciosa che poi avrebbe causato il disastro del Vajont.
Collocando delle date importanti riguardo alla fenomenologia della sismicità indotta, direi che un altro periodo importante è rappresentato dalla prima decade degli anni 2000. Relativamente a questo periodo, ritengo utile ricordare alcune esperienze: ognuna di queste è stata seguita da numerosissimi studi scientifici e ha determinato sostanziali avanzamenti nelle conoscenze scientifiche e nella “coscienza” pubblica.
La prima è quella del terremoto M3.4 di Basilea del 2006, a seguito della sperimentazione di geotermia stimolata. Il terremoto produsse numerosi danni di debole entità e spavento in città e il progetto dell’impianto fu bloccato. La scossa principale si verificò a seguito di numerosi sciami di sismicità debole, per lo più non percepita dalla popolazione, effetto dei test di stimolazione. Probabilmente l’evento forte si sarebbe potuto evitare attuando modalità di controllo differenti, ma questa è una considerazione fatta con il senno di poi, dato che l’esperienza quella volta era limitata. Il caso di Basilea ha aperto la strada a una miriade di studi scientifici e di conoscenze che da allora sono progredite.
Un altro caso importante è quello dell’attività di produzione di gas olandese, di cui Groeningen è il principale centro. L’area di Groeningen (Olanda settentrionale) ospita il più grande giacimento di gas naturale europeo in terraferma e la produzione di gas, iniziata negli anni ’60, valeva fino a pochi anni fa più del 10% dell’intero bilancio olandese. Dal 1986, oltre a importanti fenomeni superficiali (subsidenza) incominciò a manifestarsi una sismicità inizialmente debole, ma che divenne via via più significativa, generando più di mille scosse nel corso degli anni successivi e un terremoto di magnitudo 3.6 nel 2012. Considerando che l’area non conosceva alcuna sismicità nel passato e gli edifici non erano stati costruiti seguendo criteri antisismici, questi fenomeni produssero danni, seppur lievi, in moltissimi edifici e generarono una forte opposizione nella popolazione locale.
La terza esperienza è lo studio pubblicato da W. Ellsworth nel 2013 in cui viene mostrata la prima evidenza a livello statistico (quindi di grandi numeri) della sismicità indotta. In pratica, questo studio mostra che, a partire dall’inizio degli anni 2000, il numero complessivo dei terremoti rilevato negli Stati Uniti, cresciuto fino a quel momento in modo uniforme, comincia ad aumentare con un tasso molto più elevato: questo incremento, mai riscontrato fino a quel momento, non è dovuto a cause naturali ma è effetto della sismicità indotta dalle attività umane, e principalmente —anche se non unicamente— allo sviluppo della tecnologia di estrazione mediante fracking. I “nuovi” terremoti comprendono numerosissimi eventi deboli con magnitudo da meno di 2 a 3, ma anche alcuni eventi più forti come il terremoto M5.7 avvenuto in Oklahoma nel 2011. Dato che le stime di pericolosità sismica si basano sul sul tasso di occorrenza dei terremoti, questo evidente incremento di sismicità innescò svariate discussioni sull’aggiornamento delle mappe di pericolosità adottate a livello nazionale.
L’ultima esperienza che voglio citare è quella di “Castor”. Il progetto Castor consisteva nello sviluppo di un impianto di stoccaggio di gas sotterraneo utilizzando come deposito il giacimento esaurito di olio di Amposta, situato nel Golfo di Valencia a circa 20 km dalla costa spagnola. L’iniezione di gas iniziò nel settembre 2013 e culminò con un terremoto M4.3 il 4 ottobre 2013, che è stato uno dei più forti associati a operazioni di stoccaggio del gas. Studi successivi spiegarono che la pressione dovuta all’iniezione del gas aveva attivato un ramo secondario del sistema di faglie di Amposta, situato direttamente sotto il giacimento. Questo caso mostrò che, per lo stoccaggio del gas, l’uso dei giacimenti di petrolio esauriti è più critico rispetto di quello dei giacimenti di gas esauriti, soprattutto nelle fasi iniziali, perché, dato che l’olio originariamente contenuto è molto più denso e viscoso del gas iniettato per stoccaggio, non è detto che il serbatoio sia in grado di garantire la tenuta del gas al suo interno. Inoltre, a causa del sistema di monitoraggio troppo povero, non fu rilevata tempestivamente la microsismicità risultante dalla migrazione del gas iniettato verso il sistema di faglie. Questi fattori, insieme alla lentezza decisionale e alla “prudenza” nell’interrompere le attività in corso per motivi industriali, fecero sì che i fenomeni di sismicità indotta andassero fuori controllo. Il danno economico fu enorme, con l’ulteriore beffa che i debiti conseguenti furono addossati allo stato, ovvero alla popolazione spagnola. Relativamente a questa esperienza, consiglio vivamente di ascoltare la presentazione (in italiano) di M. Garcia-Fernandez che ho inserito in bibliografia.

Schermata 2023-02-18 alle 16.45.49Rappresentazione grafica di uno dei meccanismi di innesco di terremoti da parte di attività svolte nel sottosuolo. La comprensione di questi meccanismi e la capacità di riconoscere e seguire l’evoluzione dei fenomeni che avvengono nel sottosuolo, in primis quelli sismici, sono argomenti di ricerca molto attuali. A questo argomento è dedicato una sezione speciale dell’importante rivista Journal of Geophysical Research – Solid Earth, dal titolo “Understanding and Anticipating Induced Seismicity: From Mechanics to Seismology”, da cui la presente figura è tratta.  

Quali sono i livelli energetici “massimi” riferibili ai terremoti antropogenici?

Prima di rispondere è necessario fare una premessa e introdurre un paio di concetti. La premessa riguarda le fonti di dati parametrici sui terremoti di natura antropica. Pur essendoci varie fonti, direi che quella più esaustiva, in termini di eventi principali, deriva dal progetto di ricerca internazionale HiQuake (Foulger et al, 2018) che censisce gli eventi indotti o supposti indotti in seguito a studi scientifici. I dati sono riportati in un sito, regolarmente aggiornato, cui si può accedere liberamente (http://inducedearthquakes.org/) e da cui si possono ricavare moltissime informazioni (nella bibliografia in fondo a questa intervista ho riportato i link diretti al database e alla pagina dei riferimenti bibliografici). Sono inclusi nel database, e dunque sono classificati come indotti, eventi per i quali anche un solo lavoro scientifico ipotizza la possibile origine antropica; dunque, per molti casi queste informazioni vanno prese con molta, sottolineo, molta prudenza. Gli autori di HiQuake non necessariamente aggiungono lavori successivi che reinterpretano in qualche modo gli eventi, quindi eventi ipotizzati come indotti magari da un solo lavoro iniziale mantengono la classificazione di “evento indotto” senza possibilità di remissione. Questo è il caso, per esempio, dei due terremoti avvenuti in Pianura Padana nella località di Caviaga nel 1951. Il lettore tenga ben presente queste considerazioni nel prosieguo.
Il primo concetto è che la sismicità antropogenica deriva nella maggior parte dei casi dal progressivo accumulo di certe quantità correlate alle attività svolte: per esempio, accumulo di acqua che si infiltra e diffonde nel sottosuolo, accumulo di stress meccanico dovuto all’estrazione di materiale, accumulo di stress poro-elastico dovuto all’iniezione o estrazione di gas, accumulo di stress termico dovuto all’iniezione di fluidi in rocce calde. Eccetto che per le esplosioni o l’impatto di grandi masse, lo sviluppo di sismicità è quindi progressivo e parte, di norma, con il manifestarsi di micro-sismicità, inizialmente localizzate nelle zone di origine dell’attività e che poi via via si diffonde.
Poi, riguardo ai livelli energetici della sismicità indotta, la prima cosa da dire è che, in genere, essa si manifesta inizialmente come microsismicità localizzata in un intorno abbastanza stretto dell’attività svolta. Poi, nel tempo, se non viene raggiunto uno stato di equilibrio e se l’accumulo dei fattori influenti prosegue, la sismicità può aumentare e diffondersi in volumi di roccia via via più ampi fino a interessare zone di faglia anche importanti. Perciò la magnitudo dipende spesso dai sistemi faglia intercettati più che dall’attività stessa —è ovvio che qui ci stiamo riferendo alla sismicità innescata—, ed è quindi difficile definire in modo univoco una magnitudo massima che può essere indotta da una data attività. Inoltre, dobbiamo sempre tenere presente che in molti casi non è certa, ma solo possibile, l’attribuzione di un terremoto ad una certa attività, quindi i valori di magnitudo massima possono essere certamente sovrastimati.
Tuttavia, seguendo i principi già esposti si riescono a trarre delle considerazioni di carattere generale (per dati di base e i valori di magnitudo massima mi riferirò a quanto riportato da HiQuake, mentre ulteriori considerazioni sono mie personali). Bacini idrici, estrazione di acque dal sottosuolo e produzione di olio e gas convenzionale sono le tre classi per cui HiQuake documenta le magnitudo massime più elevate, con valori che superano il 7.
I bacini idrici, soprattutto quelli profondi oltreché grandi, sono i principali candidati a generare terremoti forti, soprattutto nei primi anni di messa in esercizio. Numerosi terremoti di magnitudo superiore a 6 e in qualche caso anche a 7 sono attribuiti ai bacini idrici (ricordo, per esempio, il terremoto di M6.3 di Koyna (India) del 1967, due terremoti in Grecia, rispettivamente M6.2 di Kremasta nel 1966 e M6.5 di Polyphyto nel 1995; ma anche per il terremoto M7.9 del Sichuan (o Wenchuan), Cina, avvenuto nel 2008 si ipotizza —sottolineo il “si ipotizza”— una possibile origine antropica dovuta al bacino formato dalla diga Three Gorges. Un caso molto noto è quello del terremoto M5.7 di Assuan (Egitto) del 1981, che avvenne 15 anni dopo il riempimento dell’invaso delimitato dalla diga omonima.  Inoltre, si ipotizza che l’estrazione di acque sotterranee possa aver causato il terremoto M7.8 di Ghorka (Nepal) del 2015. HiQyake attribuisce circa 200 casi ai bacini idrici e circa una decina all’estrazione di acque sotterranee.
Per l’estrazione convenzionale di olio e gas, sono citati tre terremoti di magnitudo superiore a 7.  Tra questi troviamo il terremoto M7.3 di Gazli (Usbekistan) del 1976, ben noto in letteratura, avvenuto relativamente vicino a un giacimento gigante da cui veniva estratto gas, e per il quale vi sono lavori scientifici di orientamento diverso. Tuttavia, troviamo anche due eventi molto forti, quali il terremoto M7.5 avvenuto nel 1995 a Neftegorsk all’estremo est della Russia, e il terremoto M7.4 avvenuto a Izmit in Turchia nel 1999, che si ipotizza possano essere causati dall’uomo in base a singoli studi, con argomentazioni che, a mio parere, dovrebbero essere come minimo approfondite. Per gli altri casi documentati (più di un centinaio) le magnitudo si attestano da circa 6 in giù.
Per la geotermia, su una settantina di casi censiti si documentano due casi con magnitudo 6.6 (in Messico e Islanda), poi si scende dal 5.5 in giù. Come caso importante ricordiamo il recente terremoto M5.5 di Pohang (Corea del Sud) nel 2017.
Per le miniere sono documentati circa 300 casi, e le magnitudo si sgranano da magnitudo 6.1 (terremoto generato da una miniera di carbone a Bachatsky, Russia, nel 2013) in giù.
Più di 400 casi sono documentati per il fracking, con magnitudo massima di 5.2 per un evento avvenuto in Cina nel 2018. Tuttavia il database distingue la categoria di “fracking” e quella di “reiniezione di fluidi di scarto” di vario tipo, la quale include in maniera massiccia i fluidi di scarto derivanti dal fracking stesso. Sicché, la categoria di reiniezione di fluidi di scarto nel sottosuolo registra una ulteriore cinquantina di casi, con magnitudo massima 5.8, i cui casi più forti sono due terremoti ben noti in ambiente scientifico avvenuti entrambi in Oklahoma, rispettivamente a Pawnee nel 2016 e Prague nel 2011, entrambi dovuti ad attività di produzione di idrocarburi con la tecnica del fracking.
Infine menziono anche il caso del grattacielo Taipei 101 di Taiwan, responsabile di un terremoto 3.8 nel 2004.

Vuoi aggiungere qualche commento, a conclusione di questa riflessione?

Solo un breve commento per inquadrare correttamente quanto detto finora. Abbiamo visto che le attività umane possono causare o favorire terremoti, anche grossi se sono in grado di attivare faglie importanti. Tutto il discorso è stato focalizzato al fatto che è possibile che ciò accada. Vorrei tuttavia sottolineare che non è detto che ogni attività debba generare terremoti pericolosi o dannosi, anzi, sono numerosissime le attività svolte nel sottosuolo che non hanno portato a problemi e questo dipende molto da come queste sono gestite. È una valutazione di rischio e di azioni atte a ridurlo. Per fare un paragone è come se ci concentrassimo sugli incidenti stradali causati dagli autoveicoli. Gli incidenti ci sono e sono numerosi, ma non per questo è stato proibito l’uso dei veicoli. Invece sono state realizzate azioni atte a prevenire gli incidenti e a causare feriti o morti. Queste vanno dalla maggiore sicurezza dei veicoli stessi, a norme di guida più stringenti, alla formazione alla guida dei conducenti, all’educazione stradale dei cittadini, fino al miglioramento delle strade e alla realizzazione di segnalazioni adeguate. Ecco, il mio commento è solo per dire che abbiamo visto il problema della sismicità indotta da una certa angolatura e nella seconda parte avremo sicuramente la possibilità di vederlo in modo più completo.

Come anticipato, la seconda parte di questa conversazione sarà dedicata alla situazione italiana.

Bibliografia
Ellsworth, W. L. (2013). Injection-induced earthquakes, Science, 341(6142), 1225942.
Foulger, G. R., Wilson, M. P. , Gluyasa, J. G. , Julian, B. R. , Davies, R. J. (2018). Global review of human-induced earthquakes. Earth-Sci. Rev., 178, 438-514, https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2017.07.008
Garcia-Fernandez M. (2015). CASTOR: Contesto scientifico e socio-economico. Workshop su “Sismicità indotta e innescata”, Roma 12 giugno 2015, Ministero dello Sviluppo Economico; https://www.youtube.com/watch?v=-tUApwW_V3k
HiQuake Database: http://inducedearthquakes.org/wp-content/uploads/2022/06/The_Human_Induced_Earthquake_Database_v11.16.22.xlsx
HiQuake Bibliography: http://inducedearthquakes.org/bibliography/

 

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Qualche considerazione a margine del terremoto in Turchia (‘the builder was at fault’, cit.) di Gian Michele Calvi

Pubblichiamo volentieri questa riflessione di Gian Michele Calvi sui terremoti del 6 febbraio, che contiene anche una poesia di C. Richter, ricordando che si è trattato di due terremoti, poco distanti nello spazio e nel tempo come indica la figura. E questo fatto ha contribuito, in particolare per le zone comprese fra i due epicentri, ad aumentare la distruzione e le vittime.

Gian Michele Calvi, professore allo IUSS di Pavia e Adjunct Professor alla North Carolina State University. Calvi è stato il fondatore della Fondazione Eucentre e della ROSE School a Pavia. Ha coordinato, fra le altre cose, il Gruppo di Lavoro che ha redatto il testo dell’Ordinanza PCM 3274 del 2003, che ha innovato il sistema della normativa sismica in Italia. È stato presidente e componente della Commissione Grandi Rischi, sezione rischio sismico.

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Charles Richter (si veda più sotto una sua poesia) avrebbe voluto diventare un astronomo.
Ma era il tempo della grande depressione e nemmeno con un dottorato a Caltech era facile rifiutare una posizione all’appena costituito Seismo Lab, diretto allora da Harry Wood (quello del sismometro Wood-Anderson).
In pochi anni Richter[1] osserva che “sarebbe desiderabile avere una scala per misurare le scosse in termini di energia rilasciata, indipendentemente dagli effetti che possono essere indotti in un particolare punto di osservazione”, propone una scala e decide di chiamarla magnitudo, il termine usato per classificare la luminosità delle stelle.
Richter certo non immaginava quante volte la parola magnitudo sarebbe stata usata male.

“Professore di che magnitudo è la scossa che avete applicato alla tavola?” È la domanda più ricorrente quando un giornalista assiste alla simulazione della risposta di una struttura costruita su tavola vibrante. Ma alla tavola si applica un moto, non un’energia; un moto che può essere originato da rilasci di energia (e quindi magnitudo) molto diversi, se originati a distanze diverse, o amplificati localmente da situazioni orografiche o stratigrafiche diverse. Il moto che sente un edificio può essere caratterizzato da diversi parametri, ad esempio dalla massima accelerazione, dalla domanda di spostamento ad un certo periodo di vibrazione, dal picco di velocità, dalla durata del moto. Non dall’energia rilasciata alla fonte.
Richter[2] era perfettamente cosciente del carattere relativo della scala che aveva proposto. Le conoscenze sull’energia rilasciata erano scarse: “visto che la scala è logaritmica, qualsiasi futuro adattamento ad una scala assoluta potrà essere ottenuto semplicemente correggendo i valori con l’aggiunta di una costante”.

Ci vollero quarant’anni per consentire a Kanamori[3] e altri di proporre una scala assoluta, esprimendo, con la bellezza della semplicità, che l’energia rilasciata è proporzionale alla superficie di rottura della faglia, al modulo di elasticità della crosta terrestre ed allo spostamento relativo. Poiché il modulo di elasticità è poco variabile (circa 30.000 MPa), l’energia rilasciata dipende dalla lunghezza di rottura della faglia e dallo spostamento relativo tra le sue due facce, entrambi fortemente correlati alla superficie di rottura. Per semplificare, in modo molto approssimativo:

  • magnitudo 6.2 (energia circa 2,5´1018 Nm): rottura 15-20 km e spostamento 0,10-0,15 m
  • magnitudo 7.0 (energia circa 4,0´1019 Nm): rottura 55-60 km e spostamento 0,5-1,0 m
  • magnitudo 7.8 (energia circa 6,3´1020 Nm): rottura ⁓200 km e spostamento 10-12 m.

Sento già qualcuno domandarsi “ma non doveva parlare del terremoto in Turchia?” Il punto è proprio qui.

Il terremoto di L’Aquila ha indotto accelerazioni massime al terreno inferiori a quelle indotte dall’evento turco-siriano, ma dello stesso ordine di grandezza. Tuttavia, i valori di picco si sono manifestati su un’area di poche decine di chilometri quadrati. Se la faglia non fosse stata proprio sotto la città probabilmente gli effetti in termini di danni, feriti, vittime sarebbero stati molto più modesti. Il terremoto turco-siriano ha indotto accelerazioni superiori a 0,5 g su un’area di decine di migliaia di chilometri quadrati. Ha colpito zone con ogni tipo di terreno, in grado di amplificare accelerazioni e spostamenti con fattori anche dell’ordine di due volte. Ha stanato ogni possibile deficienza in centinaia di migliaia di edifici, fatti bene e fatti male.
Se un evento di magnitudo 7.8 avvenisse in qualsiasi punto della dorsale appenninica gli effetti devastanti si sentirebbero dal Tirreno all’Adriatico. Probabilmente producendo diverse decine di L’Aquila.

Un secondo aspetto da non trascurare è connesso alla durata del moto.
Con un forte rilascio di energia le onde sismiche tendono a combinarsi, dando luogo ad accelerogrammi più lunghi (e disordinati), dell’ordine di diverse decine di secondi, soprattutto nella direzione opposta a quella di propagazione della rottura della faglia. E molti tipi di costruzioni (tipicamente quelle storiche in muratura, ma anche edifici moderni tirati su senza badare troppo ai dettagli, come è tipico nei paesi in via di sviluppo) tendono a deteriorarsi ciclo dopo ciclo, finendo per soccombere ad un’azione di lunga durata. Nella direzione di propagazione della rottura della faglia le onde tendono a sovrapporsi, con la possibile formazione di singoli impulsi con grandi accelerazioni, velocità, spostamenti. Un colpo solo, ma spesso mortale.

Un terzo aspetto.
È noto come il danno e la probabilità di collasso dipendano più dalla domanda in spostamento che da un confronto tra forza d’inerzia e resistenza della struttura.
La domanda in spostamento tende a diminuire in funzione della diminuzione della magnitudo e della distanza dalla faglia molto più rapidamente dell’accelerazione. Purtroppo la rottura della faglia è qui dell’ordine delle centinaia di chilometri, cosicché in migliaia di chilometri quadrati la domanda di spostamento è stata dell’ordine delle molte decine di centimetri per un ampio campo di risposta spettrale. Nelle ore e nei giorni che hanno seguito il terremoto sono state diffuse molte registrazioni poi rivelatesi inaffidabili o affette da errori, si veda comunque come esempio (considerandolo dunque verosimile piuttosto che attendibile) lo spettro in spostamento nella figura che segue, ripresa da uno dei primi rapporti disponibili[4] (in ascissa il periodo in secondi, in ordinata la domanda di spostamento, per la componente con orientamento 168° registrata alla stazione 3126).

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Si legge una domanda dell’ordine del metro per periodi compresi tra 2 e 6 secondi. In Italia si progetta generalmente per spostamenti inferiori ai 30 cm anche nelle zone ad alta sismicità.

Dopo il terremoto di Loma Prieta[5] fu predisposto un rapporto[6] per il Governatore della California, George Deukmejian, con il coordinamento di George Housner; si intitolava Competing Against Time. Nelle conclusioni si leggevano le righe seguenti.

“Futuri terremoti in California sono inevitabili. Terremoti più forti di Loma Prieta con più intensi moti al terreno accadranno in aree urbane ed avranno severe conseguenze – troppo rilevanti per continuare business as usual. […]

La Commissione ha identificato tre sfide essenziali che devono essere affrontate dai cittadini della California, se vogliono attendersi un futuro ragionevolmente sicuro nei confronti dei terremoti:

  • Assicurarsi che il rischio sismico[7] delle nuove costruzioni sia accettabile.
  • Identificare e correggere le condizioni di inaccettabile sicurezza sismica7 nelle costruzioni esistenti.
  • Sviluppare e implementare azioni che favoriscano una risposta rapida, efficace ed economica agli eventi sismici.

[…] Lo Stato della California non deve aspettare il prossimo grande terremoto, e le probabili perdite di miliardi di dollari e le migliaia di vittime, per affrettare le misure di mitigazione del rischio […].

I terremoti verranno – se saranno catastrofi o no dipende dalle nostre azioni”.

Il mandato del Governatore riguardava i sistemi di trasporto, anche a seguito del crollo del celebre double decker, l’autostrada a viadotti sovrapposti che collegava Berkeley al Bay Bridge e a San Francisco.

“La Commissione avrebbe potuto limitare le sue raccomandazioni ad azioni ritenute necessarie per correggere i problemi dei ponti posseduti dallo Stato. Ma così facendo avrebbe abdicato alla considerazione della più fondamentale responsabilità del governo – garantire la sicurezza pubblica”.

George Deukmejian aveva posto sei specifici temi da approfondire alla Commissione, che nel rispondere concluse con tre sfide (quelle riportate sopra) e otto raccomandazioni, al Governatore, al Direttore del Dipartimento dei Trasporti, alle Agenzie di gestione dei sistemi di trasporto. Rileggetele.

Il Governatore rispose con un Ordinanza[8] che diede il via al programma di adeguamento dei ponti californiani
(“The Director of the Department of General Service shall prepare a detailed action plan to ensure that all facilities maintained or operated by the State are safe from significant failure in the event of an earthquake and that important structures are designed to maintain their function following an earthquake”) ed all’enorme sforzo di ricerca[9] (“The Director of the Department of Transportation shall assign a high priority to development of a program of basic and problem-focused research on earthquake engineering issues, to include comprehensive earthquake vulnerability evaluations of important transportation structures […]”) che lo rese possibile ed efficace.

Sono passati trentaquattro anni.
In molti paesi è cambiato assai poco.
In Turchia è stato intrapreso un piano, avanzato e coraggioso, per isolare sismicamente tutti gli ospedali. I primi dati (per esempio la risposta dell’ospedale, isolato, di Malatya) sembrano confermare l’efficacia della scelta. Purtroppo garantire continuità di funzionamento agli ospedali sembra poca cosa di fronte a quarantamila morti.
Anche io avrei potuto limitarmi a dettagli tecnici sul terremoto in Turchia, i lettori li troveranno presto in moltissime fonti. Il problema non è trovare le informazioni, è capirne l’affidabilità, la rilevanza, l’impatto. E lavorare “in tempo di pace”.

Gian Michele Calvi
Scritto l’11 e il 12 febbraio 2023

Una poesia di Charles Richter
(riportata in: S. E. Hough (2007). Richter’s Scale. Measure of an earthquake measure of a Man. Princeton University Press)

Schermata 2023-02-16 alle 14.24.55

[1] Richter, C.F. (1935). An instrumental earthquake magnitude scale. Bulletin of the Seismological Society of America, 25:1, 1–32

[2] Ibidem

[3] Kanamori, H. and D.L. Anderson (1975). Theoretical basis of some empirical relations in seismology. Bull. Seismol. Soc. Am., 65, 1073-1095

Hanks, T. C., & Kanamori, H. (1979). A moment magnitude scale. Journal of Geophysical Research: Solid Earth, 84(B5), 2348-2350

[4] Baltzopoulos G., Baraschino R., Chioccarelli E., Cito P., Iervolino I. (2023) Preliminary engineering report on ground motion data of the Feb. 2023 Turkey seismic sequence V2.0 – 10/02/2023

[5] 17 ottobre 1989, magnitudo 7.1

[6] Competing against time, Report to Governor George Deukmejian from the Governor’s Board of Inquiry on the 1989 Loma Prieta Earthquake, George W. Housner, Chairman, Department of General Service, North Highlands, California, 1990

[7] Si noti l’uso della parola rischio, che include pericolosità, vulnerabilità, esposizione, e quindi perdite, per le nuove costruzioni; l’uso della parola sicurezza, con riferimento principale al crollo e quindi alla protezione della vita, per le costruzioni esistenti.

[8] Executive Department State of California Executive Order D-86-90, June 2, 1990

[9] Priestley, M.J.N., F Seible and G.M. Calvi (1996). Seismic design and retrofit of bridges. Wiley

 

20 anni fa, un terremoto nella normativa sismica: conversazione fra Massimiliano Stucchi e Gian Michele Calvi

Quello che segue è il racconto, necessariamente sintetico, di una vicenda che, in un tempo relativamente breve, modificò in modo straordinario il sistema della normativa sismica italiana. Molto è stato scritto in proposito. Qui la ricordano Massimiliano Stucchi e Gian Michele Calvi, che guidò la commissione incaricata della stesura delle nuove norme.

MS. Era la fine di ottobre del 2002. Era da poco evaporata la Agenzia di Protezione Civile auspicata da Franco Barberi. Al governo c’era Silvio Berlusconi: Guido Bertolaso era il capo del Dipartimento per la Protezione Civile (DPC), Vincenzo Spaziante il vice capo. Era nato da poco l’INGV con Enzo Boschi presidente. Eucentre stava per nascere. Vennero due terremoti in Molise, di pari magnitudo e localizzati poco lontani fra di loro, a distanza di un giorno. Zona povera, marginale, non classificata come sismica. Molti danni, non molti morti se non fosse stata per quella maledetta scuola di San Giuliano di Puglia che catturò tutta l’attenzione. La vecchia scuola resistette; quella nuova, sopraelevata da poco, no, con le conseguenze che sappiamo.

Il fatto che la zona di San Giuliano di Puglia non fosse classificata scosse tutti e soprattutto i sismologi: ma si sapeva bene che le classificazioni precedenti erano state fatte “al risparmio” per la rigidità del Ministero dei LL.PP. La situazione normativa ristagnava: in particolare ben 5135 Comuni (più della metà) non erano classificati in zona sismica. La proposta di riclassificazione del 1998 (“Proposta 98”, pubblicata nel 1999: Gavarini et al., 1999) a cura di Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (GNDT), Servizio Sismico Nazionale (SSN) e Istituto Nazionale di Geofisica (ING), che pure avrebbe lasciato 3500 Comuni non classificati, giaceva nei cassetti del Ministero. Era iniziato un lento confronto con le Regioni, ma il problema principale era l’aumento (circa 1700) dei Comuni da inserire in terza categoria. SSN aveva formulato una propria proposta alternativa, sottomettendola alle Regioni e ricevendo qualche commento. La normativa tecnica era quella del 1996 con i successivi aggiornamenti. Nell’ottobre 2001 era stato predisposto un nuovo testo, depositato al CNR per il parere previsto dalla L64/74. La Commissione Norme del CNR aveva espresso parere negativo.
Michele, tu eri stato appena nominato Presidente della Sezione Rischio Sismico (SRS) della Commissione Grandi Rischi (CGR). A parte una riunione rapida sul campo, a Larino, il 2 novembre, che ricordi hai?

GMC. Il 12 novembre si riunì a Roma la Sezione Rischio Sismico (SRS) della Commissione Grandi Rischi (CGR), composta da: Calvi pres., Marson, Lavecchia, Faccioli, Cosenza, Dolce, Romeo, Amato (assenti giustificati Bonafede e Lavecchia), completata da componenti della CGR (Pace, Berlasso, Coccolo, Boschi, Eva) e con la presenza di Bertolaso e Spaziante.
Tra le altre cose venne convenuto che la “Proposta 98” costituisse un avanzamento rispetto alla situazione di allora. La Regione Campania aveva già riclassificato (7.11.2002) sulla base della citata “Proposta 98”. Venne suggerito di adottarla e procedere con gli eventuali aumenti di classe, ma di attendere per eventuali declassificazioni. Venne auspicata l’istituzione di un tavolo unico per nuova classificazione sismica e nuova normativa in prospettiva Eurocodice 8 (EC8); i lavori avrebbero potuto essere conclusi in tre-sei mesi. Vennero auspicati incontri scientifici e Boschi offrì la disponibilità dell’INGV a realizzarli.
Venne raccomandata la necessità di valutazioni sistematiche di vulnerabilità sismica degli edifici. Venne inoltre raccomandato che gli interventi sugli edifici venissero svolti da professionisti competenti nel settore e venne ipotizzata la creazione di un apposito Albo. Venne raccomandata l’incentivazione della formazione degli addetti ai lavori. Questi elementi furono riassunti in un comunicato stampa.

MS. Per cercare di accelerare l’istituzione del tavolo unico auspicato dalla CGR, Boschi chiese un incontro al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (PCM) Gianni Letta e lo convinse a organizzare un incontro a Palazzo Chigi.
In vista di questo incontro il 28 novembre si riunì presso l’INGV un gruppo di lavoro convocato da Boschi. Erano presenti: Amato, Stucchi, Valensise, Bramerini, Di Pasquale, Sabetta, Calvi, Faccioli, Pinto, Slejko. Ne uscì un verbale che divenne una proposta concreta da portare alla riunione di Palazzo Chigi. In questo documento si delineavano l’adozione dell’EC8 come riferimento e le linee guida per la nuova classificazione sismica. La riunione convocata da Letta si tenne il 2 dicembre. Che cosa ti ricordi della riunione?

GMC. Letta convocò parte del gruppo di lavoro e persone del giro del Ministero, compreso il Ministro Lunardi. La riunione fu molto particolare, presieduta da un Sottosegretario con un Ministro presente, con battute del tipo “ma lo sapete che in Italia non esiste una norma per la progettazione dei ponti in zona sismica?” Lunardi al Presidente del Consiglio Superiore (Aurelio Misiti): “ma è vero?”, Misiti, guardando Marcello Mauro (credo allora presidente della prima sezione, poi del Consiglio Superiore): “Ehm …”, Mauro: “si, ma  …”. Si ebbe un confronto molto acceso, al termine del quale risultò chiara l’inadeguatezza del quadro normativo e della classificazione sismica e che il Ministero non era in grado di gestire il problema in tempi compatibili con la percezione della situazione. Dopo la riunione Letta nominò (4 dicembre) una Commissione per predisporre una versione della normativa sismica nella prospettiva dell’EC8.

MS. Della Commissione fecero parte Coccolo e Berlasso in rappresentanza delle Regioni, Faccioli, Cosenza, Pinto, Amato, Dolce, Stucchi, Eva e Slejko. Tu venisti nominato presidente. Contribuirono anche Sabetta e Mazzolani. La prima riunione si tenne il 12 dicembre. In particolare si convenne di proporre che le zone sismiche diventassero quattro e coprissero tutto il territorio, utilizzando come base la “Proposta 98”, senza procedere a declassificazioni. Per quanto riguarda la normativa si convenne di prendere come base una bozza di normativa del 1999 predisposta da un gruppo ristretto e anch’essa in stand-by. La commissione lavorò senza soluzione di continuità e, dopo un ulteriore incontro a Pavia il 10 gennaio, trasmettesti a Letta il materiale il 15 gennaio 2003, rispettando la scadenza prevista. In che cosa consisteva il materiale?

GMC. Il materiale consisteva in una lettera di accompagnamento, un documento esplicativo molto sostanzioso, una bozza di testo del provvedimento e quattro allegati, anch’essi in bozza: 1. Criteri per l’individuazione delle zone sismiche; 2. Edifici; 3. Ponti; 4. Opere di fondazione e sostegno dei terreni. I contenuti più salienti possono essere così riassunti:

  • l’adozione di un sistema normativo coerente con l’EC8, che consisteva nell’abbandono di un sistema puramente prescrittivo in favore di un sistema prestazionale, nel quale gli obiettivi della progettazione che la norma si prefigge vengono dichiarati e i metodi utilizzati allo scopo vengono singolarmente giustificati;
  • la definizione di due condizioni limite, relative al collasso e al danno strutturale e non strutturale, caratterizzate da azioni sismiche corrispondenti alla probabilità di superamento del 10% in 50 e 10 anni. Viene peraltro precisato che le strutture progettate secondo queste norme posseggono margini di resistenza che consentono loro di resistere senza collasso ad azioni sismiche ben superiori a quelle di progetto, e ne vengono spiegate le ragioni;
  • il superamento della dicotomia fra zone classificate e non classificate come sismiche, che in passato veniva interpretato come assenza di pericoli in queste ultime. Le zone divennero quattro (vedi Figura 1) per tutto il territorio e per ciascuna di esse veniva definito uno spettro di progetto (Figura 2). Per la zona 4, ovvero quella a minor pericolosità sismica, si ipotizzava che potessero essere utilizzate procedure di progetto e verifica semplificate;
  • la semplificazione, grazie all’EC8, delle modalità di definizione delle zone sismiche, fin qui largamente soggettive, mediante la relazione con un parametro fisico individuato nella accelerazione orizzontale di picco. In particolare veniva richiesta la predisposizione di una mappa di PGA 10%/50 anni entro un anno, secondo specifiche molto precise e stringenti;
  • l’attenzione verso il problema delle costruzioni esistenti, di cui si parla estesamente più sotto. Si sollecitava tra l’altro l’adozione di politiche assicurative. Si affrontava anche il problema della formazione degli operatori, anche mediante la costituzione di appositi Albi.

MS. Letta rispose il 30 gennaio ringraziando te e la Commissione. Nel frattempo, d’intesa con il Capo e il vice Capo del DPC, si diede da fare per determinare la forma normativa più opportuna e rapida per adottare il provvedimento, successivamente individuata nella Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri (OPCM). L’OPCM 3274/2003, intitolata opportunamente Primi elementi in materia di criteri generali per la classificazione sismica del territorio nazionale e di normative tecniche per le costruzioni in zona sismica”, venne firmata dal PCM il 20 marzo e pubblicata in Gazzetta Ufficiale l’8 maggio 2003. 

classificazione sismica 2003

Figura 1 – Mappa dei Comuni italiani afferenti alle 4 zone sismiche per effetto dell’OPCM 3274. La didascalia era provvisoria ma rifletteva il significato della classificazione sismica. La situazione aggiornata al 2022 è rintracciabile qui (la didascalia è diversa dalla precedente e non del tutto pertinente).

Spettri OPCM 3274:2003

Figura 2 – I quattro spettri di progetto relativi alle quattro zone sismiche (vale la pena di ricordare che questi spettri erano in generale più conservativi di quelli successivamente definiti dalla Norme Tecniche del 2008).

Le Regioni vennero invitate a adottare i relativi provvedimenti di classificazione sismica, con la possibilità di variare di +/- 1 la classe individuata dall’Ordinanza e la facoltà di decidere se introdurre o meno l’obbligo di normativa sismica in zona 4. Un’altra “facilitazione” consentiva per le opere già appaltate o i cui progetti fossero già stati approvati alla data dell’Ordinanza di continuare a utilizzare le norme e la classificazione precedente. Il problema venne discusso anche dalla SRS CGR del 10 giugno 2003, che concluse che le parole “in zona 4 è lasciata facoltà alle singole Regioni di introdurre o meno l’obbligo della progettazione antisismica” di cui all’art. 2 comma 1 dell’Ordinanza, andassero intese nel senso che in assenza di delibera regionale le norme dovevano essere comunque applicate, precisando che fosse inoltre opportuno suggerire alle Regioni che “l’obbligo di applicazione delle norme sismiche sia mantenuto almeno per le opere e gli edifici strategici o importanti”.
Questa sorta di deroga fu poi oggetto di numerose discussioni, interpretazioni, ricorsi che si protrassero per anni.

GMC. Nella stessa seduta della SRS CGR venne deciso di raccomandare di “ridurre al massimo i tempi di produzione della mappa di riferimento prevista al punto 4 dell’allegato 1 all’Ordinanza 3274, al fine di evitare ripetuti cambiamenti nella classificazione del territorio. Il prossimo mese di ottobre è ritenuto un termine adeguato”. Si raccomandava inoltre di “porre in essere ogni misura necessaria al fine di ottenere un prodotto unitario ed autorevole, che raccolga un consenso generale, assicurando peraltro piena coerenza tra norme e mappa”. Venne raccomandato inoltre “che il processo di revisione ed aggiornamento di tutti gli allegati all’Ordinanza 3274 venga sviluppato in un arco temporale di tre – cinque anni, con il concorso di tutte le componenti istituzionali e scientifiche interessate. A tal fine è opportuno che le ricerche e gli studi necessari vengano sostenuti e coordinati da subito”.

MS. A valle del punto precedente INGV si attivò per produrre la mappa richiesta dall’OPCM 3274 secondo i criteri ivi contenuti, istituendo un gruppo di lavoro cui vennero invitati i maggiori esperti italiani (alcuni peraltro rifiutarono di partecipare, anche per lo scarso tempo disponibile). La compilazione, senza finanziamenti ad hoc, fu guidata da un board internazionale di esperti istituito da DPC. Dopo una prima versione rilasciata nell’ottobre del 2003, il board richiese una nuova versione corredata dalla valutazione dell’incertezza, da calcolarsi mediante l’adozione di un albero logico. La versione finale, chiamata MPS04, fu resa disponibile nel maggio 2004 dopo approvazione del citato board e della SRS CGR, e successivamente adottata come riferimento dello Stato mediante l’OPCM 3516/2006. Le sue caratteristiche, finalità usi e abusi sono stati ampiamente discussi in questo blog e altrove.
Va ricordato che la finalità di questa mappa era quella di facilitare l’assegnazione dei Comuni alle zone sismiche, mentre le azioni sismiche di progetto restavano quelle di Fig. 2. 

GMC. L’OPCM 3274 riservò una attenzione particolare al problema degli edifici esistenti. In effetti l’OPCM faceva obbligo ai proprietari – entro cinque anni e con priorità per le zone sismiche 1 e 2 – di procedere a verifica sia di edifici di interesse strategico e delle opere infrastrutturali la cui funzionalità durante gli eventi sismici assume rilievo fondamentale per le finalità di protezione civile sia degli edifici e delle opere infrastrutturali che possono assumere rilevanza in relazione alle conseguenze di un eventuale collasso. Il programma di tali verifiche avrebbe dovuto essere stilato da DPC e Regioni entro sei mesi, individuando gli edifici di cui al punto precedente. Erano esclusi gli edifici costruiti dopo il 1984 se ricadenti in zone sismiche che non avevano subito variazione di categoria.
Si trattava di una operazione imponente, anche se limitata alla sola verifica. La stessa SRS CGR, nella sopracitata seduta, raccomandò di procedere con la massima urgenza nella definizione delle opere strategiche ed importanti, ai sensi dell’art. 2, comma 3 dell’Ordinanza 3274. “Tale elenco può essere assai esteso e conseguentemente in una prima fase si può ipotizzare di limitarsi alla creazione di un data base con coordinate geografiche e dati essenziali. Possono poi essere identificate alcune classi di opere (scuole, ospedali, ponti importanti, caserme dei vigili del fuoco) ed alcune loro caratteristiche (collocazione in zona 1 o 2, costruzione antecedente la classificazione sismica del comune di appartenenza) per le quali suggerire verifiche accurate ed omogenee sul territorio nazionale. Le modalità di verifica, da definire con urgenza, dovrebbero comunque consentire la definizione dei livelli di accelerazione del suolo per le quali si prevede il raggiungimento degli stati limite definiti nelle norme”.

MS. Purtroppo questo provvedimento fu attuato solo in parte. La prima scadenza, prevista nel maggio 2008, venne in seguito prorogata da DPC al 31.12.2010 e poi ancora fino al 31 marzo 2013.
Va anche ricordato che l’Ordinanza incontrò non poche resistenze, sia da parte delle Regioni che in ambito ingegneristico. Come è ovvio determinava e richiedeva un cambio di mentalità e anche di attrezzature (ad esempio, software di calcolo) non facili da digerire con rapidità. Determinava altresì, per certe Regioni un aumento notevole di Comuni classificati e di conseguenza un numero elevato di pratiche che dovevano essere esaminate da parte dei Geni Civili.
Dopo un certo numero di discussioni in convegni ad esempio il 13 ottobre 2003 “La Repubblica” uscì con un articolo dal titolo “Norme antisismiche – beffa”, che faceva seguito a un “errata corrige” ad alcuni contenuti dell’Ordinanza pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale. Tu rispondesti a nome del gruppo di lavoro precisando che gli errori in questione erano di natura non concettuale e che parte di coloro che secondo il quotidiano erano “saliti sulle barricate” avevano responsabilità nell’aver mantenuto per decenni norme e classificazione sismica in uno stato di inadeguatezza.

GMC. In realtà le correzioni rientravano in quanto previsto dall’OPCM stessa e cioè un periodo praticamente sperimentale in cui erano state raccolte svariate osservazioni formulate da Regioni e professionisti, confluite in una nuova Ordinanza (3336 del 2 ottobre). Queste e ulteriori modifiche avrebbero dovuto confluire in una versione del Testo Unico sulle costruzioni, per il quale il Ministero competente si era dato la scadenza del 28 giugno 2004 mediante proprio decreto-legge. Nel febbraio del 2005, pertanto, Bertolaso scrisse a Letta esponendogli la situazione e sollecitando la promulgazione di una nuova Ordinanza.
La vicenda si protrasse, nei fatti, fino alla definizione delle Norme Tecniche 2008 (NTC08), entrate in vigore solo nel giugno 2009 a valle del terremoto di l’Aquila.

In conclusione vale la pena ricordare quanto scritto nel già citato documento esplicativo di accompagnamento alla prima versione dell’Ordinanza: “Si sottolinea che le norme proposte non determinano automaticamente una riduzione del rischio sismico attuale, legato essenzialmente alle costruzioni esistenti. A tal fine è stata prestata particolare attenzione alle prescrizioni relative agli edifici esistenti, indicando i casi in cui si ritiene opportuno rendere obbligatorio procedere a eventuali interventi di adeguamento. Non si ritiene che ciò sia sufficiente a produrre rapidamente significativi effetti di riduzione del rischio, che in genere possono determinarsi solo a partire da concrete politiche di prevenzione che prevedano obblighi o incentivi per interventi di miglioramento e adeguamento”.

Riferimenti

Gavarini C., P. Pinto, L. Decanini, G. Di Pasquale, A. Pugliese, R. Romeo, F. Sabetta, F. Bramerini, M. Dolce, V. Petrini, A. Castellani, T. Sanò, D. Slejko, G. Valensise and T. Lo Presti (1999). Proposta di riclassificazione sismica del territorio nazionale, Ingegneria Sismica, XVI‑1, 5‑14.

Le “tradizionali precauzioni”: uscire di casa dopo una scossa di terremoto? (di Alessandro Venieri)

Le vicende processuali relative al terremoto dell’Aquilano del 2009 non sono ancora terminate. Esauriti i processi penali, e in particolare quello denominato “Grandi Rischi” che si è concluso – è bene ricordarlo – con la assoluzione di tutti gli imputati tranne uno “perché il fatto non sussiste”, restano ancora in essere alcuni processi civili. Di recente ha fatto scalpore una sentenza in cui il giudice ha individuato una parziale corresponsabilità negli inquilini – deceduti – per non avere abbandonato l’edificio secondo le presunte “consuetudini”. Nella stampa e nei social si è molto ironizzato su questa “corresponsabilità” invocando paragoni arditi e a volte infelici. La stampa stessa e alcune delle sue fonti locali non hanno esitato a ricordare il processo “Grandi Rischi”, ignorando o mistificandone le conclusioni ricordate più sopra.
Nell’intervento Alessandro Venieri analizza in dettaglio alcuni aspetti della sentenza, le cui motivazioni non sono ancora disponibili. Seguono commenti di Alessandro Amato e Rui Pinho.


Alessandro Venieri, geologo, ha lavorato per sei anni al Magistrato per il Po di Parma occupandosi di sistemazioni idrauliche e servizi di piena; poi un breve periodo alle Opere Marittime di Ancona e quindi per 15 anni alla Provincia di Teramo curando in materia di Protezione Civile il Programma Provinciale di Previsione e Prevenzione dei Rischi (che contiene gli studi prodotti dall’INGV a seguito della convenzione con la Provincia per gli aspetti legati al rischio simico). Dal 2015 ad aprile del 2022 ha lavorato presso la Regione Abruzzo occupandosi di concessioni di derivazioni d’acque e aree demaniali e a maggio del 2022 è stato trasferito presso l’Agenzia Regionale di Protezione Civile, sempre della Regione Abruzzo.


Nei giorni scorsi ha destato clamore a livello nazionale, con articoli di giornali e servizi televisivi, la sentenza definita da molti “choc” del Tribunale civile dell’Aquila riferita al crollo del palazzo di via Campo di Fossa all’Aquila, la tragica notte del 6 aprile 2009, dove morirono 24 persone.

Proteste
Il passaggio che ha destato clamore e proteste, con manifestazioni all’Aquila, è il seguente:

E’ infatti fondata l’eccezione di concorso di colpa delle vittime ai sensi dell’art. 1227 I comma c.c., costituendo obiettivamente una condotta incauta quella di trattenersi a dormire – così privandosi della possibilità di allontanarsi immediatamente dall’edificio al verificarsi della scossa – nonostante il notorio verificarsi di due scosse nella serata del 5 aprile e poco dopo la mezzanotte del 6 aprile, concorso che, tenuto conto dell’affidamento che i soggetti poi defunti potevano riporre nella capacità dell’edificio di resistere al sisma per essere lo stesso in cemento armato e rimasto in piedi nel corso dello sciame sismico da mesi in atto, può stimarsi nella misura del 30 per cento (dell’art. 1227 I comma c.c.), con conseguente proporzionale riduzione del credito risarcitorio degli odierni attori. Ne deriva che la responsabilità ascrivibile a ciascun Ministero è del 15 per cento ciascuno e per il residuo 40% in capo agli Eredi del costruttore Del Beato”.

https://www.tgcom24.mediaset.it/2022/video/l-aquila-sit-in-piazza-dopo-la-sentenza-shock_56018883-02k.shtml

Dalla pagina dell’Avvenire:

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/terremoto-l-aquila-sentenza-tribunale

“La richiesta di risarcimento da parte dell’Avvocatura dello Stato verso i proprietari degli appartamenti del palazzo di via Campo di Fossa a l’Aquila dove, a causa del crollo imputabile al sisma – avvenuto nell’aprile 2009 – morirono 24 persone, è stata accolta dalla sentenza del giudice del tribunale civile dell’Aquila Monica Croci.
Dopo la tragedia gli eredi delle vittime avendo dalla loro parte perizie che attestavano irregolarità in fase di realizzazione dell’immobile e una “grave negligenza del Genio civile nello svolgimento del proprio compito di vigilanza sull’osservanza delle norme poste dalla legge vigente, in tutte le fasi in cui detta vigilanza era prevista”, hanno citato in giudizio (per milioni di euro di danni) Ministero dell’Interno e Ministero delle Infrastrutture e Trasporti per le responsabilità della Prefettura e del Genio Civile per i mancati controlli durante la costruzione, il Comune dell’Aquila per responsabilità analoghe e gli eredi del costruttore per le responsabilità in fase di costruzione. I ministeri hanno chiamato in causa il condominio imputandogli una responsabilità oggettiva, cioè senza colpa, ma derivante solo dal fatto di essere proprietario della costruzione.”

Pertanto, ai sensi del comma 1 dell’art. 1227 del Codice Civile

Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate”,

è anche colpa delle vittime, rimaste sotto le macerie del crollo, per non essere uscite di casa dopo due scosse di terremoto non molto forti, appartenenti ad una sequenza sismica che durava da mesi.

Se si rileggono le motivazioni delle sentenze (Appello e Cassazione) di condanna del prof. Bernardo De Bernardinis relative al cosiddetto processo “Grandi Rischi”, per la morte di 13 persone – fra quelle che avevano presentato ricorso – si trova che in effetti le “tradizionali precauzioni” adottate dalla popolazione, consistenti nell’uscire dalle proprie abitazioni ad ogni scossa percepita, rappresentino una condizione essenziale per potersi mettersi in salvo da un terremoto. A pag. 12 si legge infatti:

Stralcio-cassazione-pag-12

Pertanto, se non si esegue tale azione, da una parte potresti essere ritenuto corresponsabile della tua morte e dall’altra di omicidio colposo se induci, indirettamente attraverso la tua autorità, altre persone a non adottare tali “tradizionali precauzioni”.

Nel ricorso in Cassazione i legali del prof. Bernardo De Bernardinis, per tale aspetto, fecero presente l’inesistenza di una regola che consenta di individuare con sufficiente certezza la durata dell’allontanamento dalla propria abitazione, in occasione di scosse sismiche, al fine di scongiurare un rientro prematuro. A pag. 14 si legge:

Stralcio-cassazione-pag-14

Il ricorso, come noto, è stato rigettato e la condanna a due anni è stata confermata.

Quindi per i magistrati che hanno emesso tali sentenze le “tradizionali precauzioni”, che consistono nell’uscire di casa ad ogni scossa di terremoto, costituiscono una procedura di sicurezza fondamentale da rispettare; sia di giorno che di notte, che faccia freddo o meno (quella notte all’Aquila faceva freddo), che si abbia o meno un posto dove rimanere al sicuro, sia se si è giovani o anziani, sia se si è stanchi o riposati e soprattutto a prescindere dalla durata di permanenza fuori dall’edificio.
Ricordiamo che la notte tra il 5 e il 6 aprile le scosse prese a riferimento per determinare il comportamento da seguire, cioè uscire fuori dalla propria abitazione, sono avvenute alle ore 22.48 (magnitudo 3.9) e alle ore 00.39 (magnitudo 3.5). In sostanza, quando il sonno gioca un ruolo determinante e può avere il sopravvento, quando fuori fa freddo e dormire in auto o all’addiaccio impone una buona forza di volontà che può essere dettata o da una estrema paura del terremoto scollegata da un aumento del rischio o da una effettiva condizione di reale aumento del rischio (cosa che sappiano non essere avvenuta), dopo una lunga sequenza dove non sempre è stato accertato se ad ogni scossa e in ogni condizione (notte o giorno) le vittime uscissero dalle proprie abitazioni o da qualsiasi altro edificio in cui si fossero trovati che sia il luogo di lavoro, di studio o di svago.

Come noto, peraltro, le due scosse di terremoto in questione non mutarono certo il rischio sismico per la città dell’Aquila, che all’epoca del terremoto era sempre alto, così come lo è tuttora.

Non entrando nello specifico delle sentenze, che sono molto articolate e vanno sicuramente rispettate, tutto ciò, a mio parere, ha una unica ragione logica e cioè ammettere che quelle due scosse, a cui fanno riferimento le sentenze (e solo a queste due scosse), possano essere considerate premonitrici di un evento catastrofico, come poi è avvenuto, e che le “tradizionali precauzioni” adottate dai cittadini aquilani includessero tale conoscenza.
Ma questo non è stato confermato dagli studi scientifici eseguiti a posteriori, perché solo a posteriori può essere valutata la probabilità di accadimento del mainschock, che tra l’altro hanno dato delle probabilità molto basse di accadimento.

Infatti, come si può leggere anche sulla pagina internet istituzionale dell’INGV:

allo stato attuale non esistono leggi note capaci di fornire indicazioni sull’evoluzione delle sequenze sismiche. Ogni sequenza ha delle caratteristiche proprie che possono essere studiate solo dopo che la sequenza sia senza ombra di dubbio terminata. In particolare, non c’è nessuna legge o indicazione che possa dirci se il culmine massimo della sequenza sia stato raggiunto oppure no”.

https://ingvterremoti.com/2014/11/09/linizio-e-la-fine-della-sequenza-sismica-dellaquila/

Altrimenti, mi viene da aggiungere, i terremoti sarebbero prevedibili…

Commento di Alessando Amato
Grazie Alessandro, e grazie Max. Peraltro aggiungerei che quello dell’uscita di casa in caso di sciame (?), scossetta/e (quante? quanto forte?), scossa, ecc., è un comportamento sbagliato, altro che “precauzione tradizionale”. Se uno vive in zona sismica e sa che la casa resiste non deve uscire! Se invece sa o teme che la sua casa non sia a norma e possa danneggiarsi o crollare, una volta uscito per la paura (lecita) non deve rientrare fintanto che non abbia adeguato la casa. Un M6 può arrivare sempre, con o senza scosse o sciami prima, come dimostra il terremoto di Amatrice del 24 agosto 2016.
Inoltre, mi verrebbe da chiedere alla giudice: in caso di terremoto distruttivo, quante ore o giorni bisognerebbe andare a ritroso per ritenerlo co-responsabile? Se il terremoto del 6 aprile fosse avvenuto il 7 o l’8 potremmo ancora ritenere irresponsabili coloro i quali fossero usciti la notte e poi rientrati la mattina dopo?

Commento di Rui Pinho

“Prima di venirci ad abitare presi alcune informazioni sulla tipologia della struttura, sull’anno di costruzione, sul progettista, parlai con il titolare dell’impresa che eseguì i lavori e diedi anche una occhiata alla relazione geologica geotecnica allegata al progetto” – esempio perfetto di quello che dovremo fare tutti noi, grazie!
Questo è il tipo di buona pratica (a mio avviso del tutto equivalente ad allacciare la cintura di sicurezza ogni volta che si sale in auto) che dovrebbe essere ripetutamente ricordata e ribadita dai media, al posto delle dannose chiacchiere su previsioni, mappe, preavvisi e tradizionali precauzioni.

“Le tre velocità”: la cultura del terremoto in Abruzzo. Colloquio con Fabrizio Galadini

Dopo aver presentato in questo blog, lo scorso anno, il volume “Tracce ondulanti di terremoto” di Fabrizio Galadini (https://terremotiegrandirischi.com/2021/03/15/tracce-ondulanti-di-terremoto-colloquio-con-fabrizio-galadini/, è ora il turno del recentissimo, fresco di stampa, “Le tre velocità” (https://www.alepheditrice.it/prodotto/le-tre-velocita/) del medesimo autore, con il quale parliamo dei contenuti.

Copertina

Fabrizio Galadini è dirigente di ricerca dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ed è stato ricercatore del Cnr presso l’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria. Insegna Geologia per il rischio sismico all’Università Roma Tre. Svolge ricerche geologiche, geomorfologiche, archeosismologiche e storiche sulle faglie attive, sugli effetti dei terremoti del passato e sulle risposte antropiche alle criticità ambientali.

Questo tuo libro viene a valle di altri (recentemente, Tracce ondulanti di terremoto e la curatela di Marsica 1915-L’Aquila 2009. Un secolo di ricostruzioni) e, come affermi nella introduzione, rappresenta la sintesi della personale esperienza in rapporto a un concetto generale di cultura del terremoto. Ci puoi spiegare?

Il libro nasce da riflessioni su attività e personali esperienze di comunicazione della scienza negli anni seguenti al sisma aquilano del 2009. Mi riferisco, quindi, al secondo decennio di questo secolo che, in Abruzzo, è stato anche scandito dalle numerose manifestazioni legate al centenario del terremoto del 1915 e al decennale, appunto, di quello aquilano; in mezzo, la sequenza sismica del 2016-2017. Fino al 2009, svolgendo l’attività di ricerca nel campo delle Scienze della Terra, per me “cultura del terremoto” aveva senso quasi esclusivamente in riferimento al fenomeno fisico, alle sue evidenze geologiche, ai suoi effetti sul costruito, ai danni del passato ecc. Parlare di una storia della conoscenza, di evoluzione della cultura, poteva significare guardare a ciò che avevano scritto cento anni fa geologi e sismologi e confrontarlo con quanto sappiamo adesso.
Le urgenze del 2009, la necessità di un rapporto più stretto con i residenti nei territori sismici, di solito portatori di una conoscenza astratta o idealizzata dell’accaduto, l’impegno con i colleghi per la comprensione delle molteplici sfaccettature del “Processo Grandi Rischi” mi hanno costretto a un ampliamento dell’orizzonte. Quindi, nel tempo ho prestato attenzione anche a come la conoscenza scientifica fosse recepita in altri contesti, ad esempio al livello della società civile, delle amministrazioni territoriali e dei governi centrali che di quella dovrebbero essere specchio. “Cultura del terremoto”, nel libro, include certamente le conquiste scientifiche, ma anche le loro traduzioni in atti normativi cui si informa l’azione del cittadino e, soprattutto, la consapevolezza da parte di chi vive nei territori sismici di cosa sia e possa comportare un terremoto con effetti al di sopra della soglia del danno.

Il titolo del volume solleva una immediata curiosità. Puoi riassumere quali siano le tre velocità, in che relazione stanno fra di loro e il perché dell’uso di questo termine?

Se guardo alla cultura del terremoto nel senso ampio che ho detto, estremizzando, posso distinguere i tre aspetti prima richiamati, tenendo comunque presente che sono tra loro strettamente legati: i) l’avanzamento della conoscenza scientifica e la sua divulgazione, cioè l’esito del lavoro dei ricercatori; ii) la traduzione normativa delle acquisizioni scientifiche perché aggiornamenti e modifiche delle norme misurano il cambiamento della conoscenza, l’evoluzione di una cultura del decisore, oltre che il mutamento delle condizioni della società; iii) la cultura del cittadino in relazione a “sismicità”, “pericolosità sismica”, “vulnerabilità”, “riduzione del rischio sismico” ecc., temi rispetto ai quali, considerate le ricadute, proprio i cittadini dovrebbero rappresentare i principali portatori di interesse. Alle componenti che costituiscono questo sistema riferisco l’artificio delle tre velocità perché diversamente si evolvono la ricerca scientifica, l’azione dei decisori nei governi centrali e la sensibilità per la difesa dai terremoti da parte dei cittadini e di chi li rappresenta a livello locale.
Nonostante periodi più o meno fortunati, l’evoluzione della ricerca è caratterizzata da un andamento piuttosto costante. Anche la traduzione della conoscenza scientifica in atti normativi – il secondo elemento del sistema – è vincolata, sebbene dipendente dalla mediazione politica che stabilisce le priorità nei vari ambiti di intervento per la crescita del Paese. Il vincolo, in questo caso, è legato allo stesso progresso della scienza che il legislatore non può ignorare. In sintesi, come desumibile dalla storia della difesa dai terremoti nell’arco di un secolo, è accaduto che l’avanzamento della conoscenza scientifica sia stata non immediatamente tradotta sul piano delle politiche governative, ma in generale è impossibile non rilevare la consistente evoluzione. È il terzo elemento che compone il sistema, l’aggiornamento degli atteggiamenti culturali di coloro che vivono nei territori sismici, a procedere a rilento. Ed è una criticità non trascurabile, considerando che un aspetto come la riduzione del rischio necessita anche del convinto impegno del cittadino.
Le tre velocità, quindi, sintetizza una evoluzione della conoscenza scientifica che si attua con maggiore costanza rispetto a come avviene il suo recepimento sul piano normativo. Per entrambi gli aspetti si può comunque parlare di progresso assai più consistente della crescita della sensibilità per la difesa dai terremoti e della consapevolezza del rischio nei cittadini che, in ultima analisi, del cambiamento dovrebbero beneficiare.

La prima velocità, cui sono dedicati due capitoli, riguarda essenzialmente la geologia e in particolare le sorgenti dei terremoti. Possiamo dire che proponi uno sguardo particolare a questi aspetti?

Sì, diciamo per comodità, visto che si tratta del campo di ricerca nel quale ho lavorato per più di tre decenni. È stato più agevole guardare allo sviluppo della conoscenza sul rapporto tra faglie e terremoti. Per questa prima velocità, inizio con Federico Sacco, 1907: lo schema dell’Abruzzo con i colori tipici di una carta geologica, ma senza faglie. Queste sono riportate in una tavola a parte. La divisione, la geologia con le sue distinzioni stratigrafiche separata dallo Schema delle principali fratture degli Abruzzi (questo il titolo), fa capire che non era del tutto chiaro il ruolo dei movimenti delle faglie nell’evoluzione geologica di un territorio, come non lo erano le conseguenze in termini di sismicità. Se si paragona questa sintesi alle conoscenze rappresentate nei moderni schemi di faglie sismogenetiche, mettendo in fila tutte le tappe intermedie, si possono tangibilmente apprezzare gli enormi passi avanti della ricerca geologica in poco più di un secolo.

Figura_Sacco“Schema delle principali fratture degli Abruzzi” realizzato da Federico Sacco nel 1907 e pubblicato sul Bollettino della Società Geologica Italiana.

La seconda velocità riguarda la storia della cosiddetta “classificazione sismica”, ovvero della distribuzione delle aree (Comuni) nelle quali sono state adottate normative sismiche per la costruzione degli edifici. A questo proposito proponi anche qualche riflessione sul rapporto fra scienza e normativa. Argomento attuale e complesso, giusto?

Per una ricostruzione storica della classificazione sismica, ho riletto più volte i tanti atti normativi emanati nell’arco temporale di più di un secolo e ho fatto riferimento a quanto pubblicato in proposito, soprattutto i tuoi lavori con Carlo Meletti [es., Meletti et al., 2006; 2014]. Poi, ho approfondito il caso dell’Abruzzo, che di fatto ben si inserisce nel più ampio orizzonte dell’Italia sismica. Complessivamente, è facile cogliere il consistente progresso, nonostante interruzioni e qualche retromarcia (leggi declassificazione: comuni precedentemente classificati che non sono più considerati sismici o comuni in prima categoria che vengono posti in seconda). L’impostazione dei primordi, per cui la classificazione interessava territori per aggiunte di abitati terremotati, dopo singoli accadimenti particolarmente distruttivi (es. 1908, 1915) o insieme di eventi (es. quelli dell’Appennino settentrionale tra 1917 e 1920), ha comunque consentito avanzamenti anche significativi: i territori sismici soggetti a normativa per le costruzioni aumentavano, anche se i vincoli imposti avevano la prospettiva limitata del “già terremotato” e non quella delle conseguenze degli scuotimenti futuri in altre aree. L’impianto era sostanzialmente amministrativo, per aggiunte di liste di abitati danneggiati. Poi, a un certo punto, soprattutto dalla fine degli anni Settanta e in maniera più determinante dopo il terremoto del 1980, la conoscenza scientifica ha assunto un peso più determinante, con le ipotesi dell’epoca sulle aree sismiche, non definite solo sulla base di accadimenti degli anni precedenti. Non si è trattato esattamente dell’avvio di un sistema virtuoso; il ricorso alla conoscenza scientifica per aggiornamenti, modifiche, avanzamenti sostanziali in materia di classificazione e riferimenti normativi, come noto, è stato influenzato anche negli ultimi decenni dagli eventi sismici. Così, se c’è una costanza del progresso scientifico, all’impatto sul fronte dei vincoli per la società può attribuirsi l’andamento a singhiozzo: la necessità di fare il punto, tenendo conto dell’avanzamento della conoscenza, non è avvenuto fisiologicamente, ma è stato stimolato dall’evento esterno e luttuoso.

Class. AbruzzoA sinistra, la attuale classificazione sismica dell’Abruzzo. A destra, le tappe della classificazione del territorio. L’ultima tappa è del 2003.

La terza velocità riguarda il tentativo di leggere la consapevolezza del rischio sismico nella cittadinanza attraverso la mediazione dei programmi amministrativi per le elezioni in Abruzzo. In pratica, cerchi di analizzare se e come il tema della riduzione del rischio sismico sia presente nei propositi di liste e candidati delle varie tornate elettorali abruzzesi. Si tratta di un argomento piuttosto originale. Come mai hai scelto questa chiave di indagine?

Nelle realtà demograficamente contenute, come è il caso della maggior parte dei comuni abruzzesi, la politica ha un rapporto assai diretto con l’elettorato. In pratica, chi è eletto conosce bene necessità e desiderata di chi vota. Le visioni personali di un politico o le impostazioni generali di area politica, ammesso che ce ne siano, contano meno che nelle grandi e medie città. Allora, se ci sono priorità, esigenze, urgenze, più facilmente queste vengono incamerate e fatte proprie dai candidati e fissate nei programmi amministrativi. Ciò detto, in una regione negli ultimi anni colpita dai terremoti, ci si aspetterebbe che i residenti, cioè gli elettori, ponessero il tema della mitigazione del rischio al centro del dibattito politico e delle iniziative di governo locale. Perciò ho letto i programmi di tutte le liste e dei vari sindaci candidati in Abruzzo del 2015, 2016 e 2017: nel complesso, più di 3200 pagine, in verità non molto incoraggianti. A parte pochi casi virtuosi, che puntualmente richiamo, emerge la tendenza a non considerare il potenziale effetto di un terremoto come un problema prioritario. Si ravvisa un consistente disinteresse per l’argomento, oppure la tendenza ad affrontarlo in maniera inappropriata, su basi tecniche e culturali errate. Paradossalmente, nella regione in cui per anni si è parlato delle scosse sismiche e delle varie conseguenze sociali, emerge una maggiore attenzione per il rischio idrogeologico. Ecco la terza velocità: questo tipo di cultura del terremoto si evolve (se si evolve) col passo della lumaca.

Qua e là nel testo dedichi molta attenzione ai rapporti, diretti e mediati con la popolazione. Sembra di evincere che si tratta di un argomento complesso e controverso…

Della costante collaborazione tra esperti e cittadini dei territori sismici, a seguito del terremoto del 2009, sono prova le tante e multiformi iniziative e manifestazioni cui ho avuto modo di partecipare o assistere. Il carattere multiforme è, appunto, legato alle varie possibilità comunicative: si va dai seminari alle conferenze per platee selezionate, ai vari tipi di interventi nelle scuole, fino alle mostre, all’impegno nelle piazze con stand dedicati, alle visite guidate, alle escursioni geologiche e agli interventi sulla rete. Ho potuto constatare che ogni modalità ha positivi effetti, posto che si abbia la capacità di proporsi con rappresentazioni e linguaggio adeguati. Personalmente ho utilizzato con costanza, sperimentandone l’efficacia, immagini dal paesaggio fisico e dagli spazi edificati per trasmettere messaggi sulla storia sismica locale e sugli effetti delle manifestazioni della natura. Un versante montuoso su cui sia visibile l’emergenza di una faglia attiva, ruderi, edifici tipicamente riconducibili alle ricostruzioni post sisma, cesure nelle tessiture murarie, iscrizioni che ricordano l’evento distruttivo o celebrano l’avvenuta riedificazione – insomma tutto ciò che fa parte del quotidiano di chi vive in un certo luogo, e che però è legato alla natura sismica del territorio, può acquisire una forte valenza educativa. Del resto, questa potenziale funzione del paesaggio non è una mia scoperta.

Figura_Albe_colori

Resti dell’antico abitato di Albe distrutto dal terremoto del 1915, emersi a seguito degli scavi archeologici del primo decennio di questo secolo.

Gli argomenti trattati sono molto vasti; per certi versi potresti avere scoperchiato il classico vaso di Pandora, come già capitato ad altri. E, come d’obbligo, cerchi di proporre delle conclusioni. Quali, se è possibile sintetizzarle? In particolare, hai la sensazione che la cultura del terremoto sia aumentata in Abruzzo rispetto a cinquant’anni fa, e che di conseguenza il rischio sismico si stia riducendo?

C’è anzitutto la risposta alla seconda domanda, in pratica il punto di partenza. Il quadro della cultura del terremoto in Abruzzo, se ci si riferisce alla sensibilità e alla consapevolezza di chi vi abita, non è particolarmente confortante. È comunque per me difficile dire se la cultura media sia uguale o superiore a quella di cinquant’anni fa. A parte queste considerazioni, è evidente la non priorità della difesa dai terremoti per chi risiede nella regione. Le conseguenze di questo atteggiamento non investono soltanto chi vive nelle zone interne, se si considera che i territori costieri sono stati a lungo non classificati e quindi sono oggi caratterizzati da un significativo deficit di sicurezza sismica. L’obiettivo di chi dedica una parte del suo tempo alla divulgazione, indipendentemente dai modelli adottati, è semplice a dirsi e tante volte espresso: fare in modo che si passi da una sorta di aggiramento dei problemi da parte della maggioranza di residenti e proprietari a una maggiore attenzione e sensibilità, soprattutto considerando gli odierni strumenti per intervenire sul costruito che lo Stato mette a disposizione del cittadino.
Certo, le ragioni dell’inerzia su questo fronte sono molteplici. Ad esempio: l’enorme numero di seconde case, praticamente disabitate, di cui è costituito il tessuto di molti centri abitati non favorisce l’atteggiamento positivo dei proprietari. Può anche darsi che l’impegno per la divulgazione non sia stato ancora sufficiente a far sì che nei paesi ci siano più cantieri di quanti se ne vedono ora. Comunque, a fronte dei limitati interventi, piacerebbe almeno che i proprietari fossero più consapevoli delle caratteristiche dei loro immobili in termini di sicurezza sismica. Ciò sulla base di perizie determinate, ove possibile, anche attraverso azioni delle amministrazioni – ci sono un paio di casi di comuni “virtuosi” al proposito – oppure volute dagli stessi residenti più sensibili al problema di quanto non lo fossero in passato. Quindi, che siano disponibili le diagnosi, che siano note a chi usufruisce di un fabbricato e a chi lo possiede, che questi documenti siano un passaggio verso la responsabilizzazione, che non si debba sentire, a giochi fatti, a danni subiti “io non sapevo”. Ciò aprirebbe poi a scenari di altro tipo: forse lo Stato riparatore potrebbe avere uno strumento di misura per la sua azione.

In definitiva, riassumendo: la cultura del terremoto si sviluppa in Abruzzo secondo tre percorsi le cui velocità non sono sincrone, giusto? E adesso che hai concluso questo tuo libro, hai programmi per una successiva tappa?

Sulle velocità è come dici tu e credo che l’Abruzzo sia una sorta di parte per il tutto, in riferimento all’intero Paese. Con il pregio che valutare le tendenze in questa regione può essere di un certo interesse, in considerazione della peculiarità dei numerosi terremoti recenti e di ciò che a essi è seguito. Su un binario c’è l’impegno di chi fa ricerca e divulga la conoscenza, su un altro la traduzione di questa sul piano normativo e amministrativo, su un terzo la consapevolezza, la sensibilità e la cultura di chi vive nei territori sismici. Sembra che i tre percorsi, pur intersecandosi ogni tanto, soprattutto nei frangenti emergenziali, abbiano avuto per il resto una certa indipendenza e assai diverse siano state le velocità dei tre convogli portatori delle categorie culturali sopra citate.

Infine, uno sguardo al futuro: da un lato, personalmente, continuerò ad approfondire le potenzialità del paesaggio in funzione educativa. Anche riflettendo, criticamente, se sia opportuno o meno insistere sull’utilizzo di uno strumento come questo. Poi, mi piacerebbe ragionare e confrontarmi su una questione più alta: se a distanza di quasi tredici anni dal sisma dell’Aquilano stia cambiando qualcosa o meno al livello dei riferimenti su cui è stata finora incardinata la difesa dai terremoti. È chiaro che un qualsiasi cambiamento avrebbe per conseguenza la modifica del messaggio rivolto a chi vive nelle zone sismiche.

Riferimenti

Meletti C., Stucchi M., Boschi E., 2006. Dalla classificazione sismica del territorio nazionale alle zone sismiche secondo la nuova normativa sismica. In: D. Guzzoni (a cura di), Norme tecniche per le costruzioni, Milano, pp. 139-160, https://www.researchgate.net/publication/235960327_Dalla_classificazione_sismica_del_territorio_nazionale_alle_zone_sismiche_secondo_la_nuova_normativa_sismica

Meletti C., Stucchi M., Calvi G.M., 2014. La classificazione sismica in Italia, oggi. Progettazione sismica, 5 (3), pp. 13-23. https://bookstore.eucentre.it/progettazione-sismica/archivio-numeri/progettazione-sismica-2014/

Sacco F., 1907. Gli Abruzzi. Bollettino della Società Geologica Italiana, 26 (3), pp. 377-460.

 

L’ossessione della mappa di pericolosità sismica (di Massimiliano Stucchi)

Questo post è il seguito di “Ferma restando l’autonomia scientifica”
https://terremotiegrandirischi.com/2021/11/09/ferma-restando-lautonomia-scientifica-di-massimiliano-stucchi
in cui si è analizzato il tentativo di INGV di “sganciarsi” dal controllo che DPC eserciterebbe sull’ente tramite la gestione di una parte dei suoi finanziamenti, limitandone così l’autonomia scientifica, senza che sia emersa alcuna evidenza di come questa limitazione si sia fin qui manifestata.
In questo post si dimostra che, se un lettore attento cerca nei documenti citati i motivi che mettono a repentaglio l’autonomia scientifica delle attività svolte da INGV per DPC trova ben poco. Trova solo critiche non nuove, inconsistenti e mal documentate, alla mappa di pericolosità sismica prodotta dall’INGV nel 2004: una vera e propria ossessione del suo attuale Presidente.

Un argomento che potrebbe prestarsi a una discussione seria sull’autonomia scientifica riguarda la Commissione nazionale per la previsione e la prevenzione dei grandi rischi, comunemente chiamata “Commissione Grandi Rischi” (CGR); questa è organo di consulenza tecnico-scientifica del Dipartimento della protezione civile, come recita ad esempio il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 16.09.2020, ultimo di una lunga serie di aggiustamenti.
La Commissione è costituita, in ciascuno dei settori in cui si articola, da ricercatori esperti nei settori di competenza e “fornisce pareri tecnico-scientifici su quesiti e argomenti posti dal Capo del Dipartimento della protezione civile”.

Della Commissione fanno parte anche i Presidenti (o loro delegati) dei Centri di competenza del DPC nei vari settori, centri che intrattengono rapporti di convenzione con il DPC stesso; pertanto può sorgere il sospetto che questi rapporti possano in qualche modo limitare l’autonomia di giudizio dei componenti della Commissione (il caso più noto è rappresentato dalle accuse che seguirono la riunione della CGR del 30 marzo 2009 e dal processo che ne scaturì, processo dalla cui celebrazione nacque questo blog).

Tuttavia non risulta che questo aspetto sia mai stato posto in modo esplicito. Come detto nel post precedente, le accuse pesanti a DPC di voler limitare l’autonomia scientifica di INGV o addirittura di voler controllarne le attività
https://www.huffingtonpost.it/entry/doglioni-la-protezione-civile-vuole-gestire-i-finanziamenti-dellingv-per-poterne-controllare-le-attivita_it_615c09d0e4b075408bdb42c9
non sono corredate da evidenze, tanto meno con particolare riferimento al tema del monitoraggio sismico vulcanico, cui è dedicata la parte maggiore dei finanziamenti in questione.

Lincei imprecisi. A leggere bene l’intervista rilasciata dai vertici dei Lincei
https://www.huffingtonpost.it/entry/la-liberta-dellingv-e-durata-quanto-la-vita-di-una-farfalla-di-r-antonelli-g-parisi_it_61557414e4b05025422edf27
in realtà si trova un accenno a un caso di presunta volontà coercitiva del DPC. Antonelli e Parisi affermano infatti che

...la Protezione Civile impone all’INGV molti dei criteri con cui svolgere queste attività. Tra questi, per esempio, anche quelli della mappa di pericolosità sismica nazionale, che detta le norme con cui costruire in modo antisismico. I criteri scientifici per fare questa mappa devono essere decisi da un ente scientifico, non da una struttura non scientifica…“.

Spiace leggere tante affermazioni imprecise da parte di persone tanto importanti in così poco spazio. Come coordinatore del Gruppo di Lavoro che ha realizzato nel 2004 la mappa di pericolosità sismica mi sento in dovere di fare qualche precisazione
(per una analisi più estesa si veda https://terremotiegrandirischi.com/2016/09/26/che-cose-la-mappa-di-pericolosita-sismica-prima-parte-di-massimiliano-stucchi/).

I criteri generali con cui sono state compilate le mappe di pericolosità sismica non sono “stati imposti da DPC” a INGV ma:

a) nel caso di MPS04 erano fissati da una norma dello stato (Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri, OPCM, 3274/2003) cui aveva contribuito primariamente una commissione di ricercatori istituita – su iniziativa dell’allora Presidente INGV – dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Tali criteri generali erano stabiliti per indirizzare la compilazione di qualsivoglia mappa di pericolosità finalizzata alla normativa sismica, a livello nazionale o regionale, al fine di garantirne la qualità e la omogeneità. MPS04 era stata una di queste;
b) nel caso della più recente MPS19 (2019), già pubblicata ma il cui utilizzo è ancora in stand-by presso la CGR, i criteri sono stati fissati dopo un’ampia consultazione della comunità ingegneristica, rifacendosi ai criteri precedenti e con riferimento all’aggiornamento della normativa tecnica per le costruzioni.

In queste operazioni DPC ha funzionato da tramite fra INGV e Governo, agevolando di fatto il rapporto con il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti che, in quanto titolare delle Norme Tecniche, dovrebbe in realtà essere il Committente delle mappe di pericolosità sismica, ma la cui velocità di esecuzione è purtroppo molto bassa.

Viceversa, i criteri scientifici sono stati fissati dai due gruppi di ricerca che nei due casi si sono fatti carico di realizzare le mappe. Nel caso di MPS04, tra l’altro, DPC non ha nemmeno fornito un contributo finanziario; INGV ha coordinato l’esecuzione dei lavori con fondi propri, mentre DPC ha istituito un board di review internazionale che ha assistito criticamente la compilazione, come avviene nei maggiori progetti scientifici. Nel caso di MPS19, DPC ha co-finanziato i lavori mediante convenzioni con INGV, regolarmente sottoscritte dal suo Presidente.
Infine, “last but not least”, la mappa non “detta” le norme che, redatte dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, sono rappresentate da apposito “corpus” cui le valutazioni di pericolosità contribuiscono per la propria parte.

Insomma, spiace osservare che le affermazioni di Antonelli e Parisi sono gravemente imprecise: fatto inaccettabile per degli scienziati da cui di solito ci si aspetta che si documentino prima di fare affermazioni importanti, senza limitarsi a utilizzare fonti di seconda mano.

Altri equivoci, al Senato. Che il tema della compilazione della mappa di pericolosità sismica sia di fatto l’unico argomento messo in campo per provare una eventuale “limitazione” dell’autonomia scientifica esercitata da DPC nei confronti di INGV è dimostrato anche da una recente audizione del Presidente dell’INGV al Senato, https://webtv.senato.it/Leg18/4621?video_evento=238625, nella fase di conversione in legge del Decreto dello scorso settembre (per la successione cronologica degli atti legislativi qui discussi si veda il post precedente). In questa audizione il Presidente ha ripreso in buona sostanzale argomentazioni dell’articolo dei Lincei sostenendo, erroneamente come già spiegato più sopra, che i criteri di compilazione delle mappe di pericolosità siano fissati da DPC. Poi, come ulteriore prova della presunta limitazione della azione scientifica, ha citato la seguente tabella, che fa parte dell’All.1 alla OPCM 3274/2003:

che a suo dire vincolerebbe, nella colonna di sinistra, i risultati della compilazione della mappa di pericolosità sismica, parlando addirittura di “accelerazione imposte”.
È stato spiegato in tutte le sedi possibili che la colonna di sinistra non aveva il compito di determinare le azioni sismiche di progetto ma di stabilire, per la prima volta nella storia italiana, dei criteri scientifici per l’assegnazione dei Comuni italiani a una delle quattro zone sismiche (in gergo riclassificazione sismica). A ciascuna zona la stessa OPCM 3274/2003 assegna uno spettro di risposta elastico, di cui in tabella (parte destra) vengono rappresentati i valori di ancoraggio.

Da dove provenivano i valori di soglia contenuti nella colonna di sinistra? Da scelte eseguite dalla citata commissione sulla base degli elaborati di pericolosità sismica resi disponibili -prima del 2003 – per l’Italia. Va comunque osservato che i valori determinati in seguito da MPS04 (2004), dal progetto europeo SHARE (2013) e di recente da MPS19 (2019) per lo stesso parametro di pericolosità sismica (accelerazione orizzontale su suolo rigido con probabilità di superamento del 10% in 50 anni) sono distribuiti più o meno intorno alla stessa scala di valori.
Le parole del Presidente (2:46:00 e segg.) potrebbero quasi adombrare che i valori della colonna di sinistra abbiano in qualche modo influenzato la compilazione di MPS04, quasi che quest’ultima avesse dovuto adeguarsi a essi, senza considerare – tra l’altro – gli esiti molto positivi del processo di revisione scientifica indipendente (peer-review) della mappa stessa.

Il Presidente ha poi mostrato il solito confronto con i valori di PGA registrati in occasione dei terremoti del 2016, avvenuti quindi dopo la compilazione di MPS04, senza segnalare che, rispetto al 2004:

•     la normativa per le costruzioni in zona sismica (NTC08 e NTC18) è cambiata, ovvero gli spettri di risposta elastici sono determinati in altro modo rispetto alla OPCM 3274/2003;

•     le zone sismiche di fatto non hanno più influenza sulle modalità di costruzione.

È vero che i terremoti del 2016 hanno fatto registrare valori elevati di scuotimento, superiori a quelli proposti da MPS04 per una probabilità di superamento del 10% in 50 anni: ma è altrettanto vero che il modello MPS04, così come il recente MPS19, rendono disponibili valori più elevati per probabilità di superamento inferiori. Senza contare che i valori forniti dai due modelli di pericolosità si riferiscono a condizioni standard del sito, ovvero non considerano le eventuali amplificazioni locali che vengono valutate a parte dal progettista.

Colpisce infine che non si voglia riflettere – o chiedere a chi ha elaborato le Norme Tecniche – come mai la normativa del 2018 non abbia modificato le caratteristiche dell’input sismico rispetto a quelle del 2008, precedenti i terremoti del 2016. Una analisi del problema dal punto di vista ingegneristico è contenuta qui
https://terremotiegrandirischi.com/2021/04/08/quando-le-azioni-sismiche-di-progetto-vengono-superate-colloquio-con-iunio-iervolino/
da cui emerge che la questione della sicurezza degli edifici – per chi ha voglia di affrontarla seriamente – non risiede nelle modalità di calcolo della pericolosità sismica ma dall’approccio integrale delle Norme Tecniche.

Qualche domanda. Il Presidente dell’INGV dovrebbe essere consapevole del fatto che MPS04 è un elaborato che tra l’altro ha da tempo esaurito il compito per il quale è stato prodotto (si veda ad esempio https://terremotiegrandirischi.com/2016/10/05/la-mappa-di-pericolosita-sismica-parte-seconda-usi-abusi-fraintendimenti-di-massimiliano-stucchi/).
Allo stesso modo non ignora certo che è stato il successo di MPS04 a consegnare a INGV un ruolo-guida in un settore che fino al 2004 era stato appannaggio di altri enti di ricerca; e che questo ruolo poi ha portato a INGV – oltre che un ritorno di immagine- ulteriori finanziamenti.

Ci si può chiedere allora perché – da quando è Presidente e solo sui media – ha prodotto critiche unilaterali che non sono mai sfociate in interventi di tipo e formato scientifico, e tanto meno in pubblicazioni scientifiche?
Perché, se ritiene di avere visioni e proposte scientifiche diverse, non ha mai promosso confronti scientifici sul tema, in particolare all’interno dell’INGV come peraltro è stato più volte sollecitato a fare, e quando sono stati organizzati da altri non vi ha partecipato?
Perché non ha ricercato il dialogo aperto con la comunità ingegneristica che predispone le norme tecniche e, quindi, determina le modalità più opportune per esprimere la valutazione della pericolosità sismica a supporto delle norme stesse?
Perché, in presenza di articoli di stampa o trasmissioni televisive a dir poco fuorvianti non ha preso l’iniziativa di difendere i prodotti dell’ente che presiede, e nemmeno ha permesso che i principali compilatori di MPS04 li difendessero sul blog del Dipartimento Terremoti?

E per concludere: il fatto che DPC, dipartimento della Presidenza del Consiglio, abbia richiesto a INGV, che ha accettato, la realizzazione di un prodotto scientifico secondo formati e modalità idonei al suo utilizzo non significa certo che INGV non sia libero di produrne infiniti altri, secondo i criteri più diversificati.
Perché dunque queste critiche contro le MPS (04 e 19) non hanno finora trovato riscontro nella produzione – all’interno dell’INGV – di mappe o modelli di pericolosità alternativi? I costi non sarebbero elevatissimi, i tempi neppure; non è necessario un CERN per realizzarle.

Quando le azioni sismiche di progetto vengono superate: colloquio con Iunio Iervolino

La stampa riporta, con attenzione crescente, informazioni sull’avvenuto superamento – in occasione di terremoti forti in Italia – delle azioni sismiche di progetto previste dalla normativa sismica. Il confronto fra le azioni sismiche di progetto, previste dalle attuali NTC, e i valori registrati in occasione di terremoti forti in Italia ha una storia abbastanza recente. Questo confronto è reso possibile dal fatto che le azioni sismiche di progetto sono espresse oggi in termini direttamente confrontabili con quelli delle registrazioni stesse, per esempio mediante spettri di risposta, cosa che non avveniva in passato.
Spesso l’informazione sui superamenti è accompagnata – nella stampa o da commenti inesperti – da un giudizio sommario di inadeguatezza delle norme sismiche e, a volte, dei modello di pericolosità sismica sui quali si appoggiano. Questo giudizio rischia di gettare un’ombra anche sulla sicurezza degli edifici costruiti secondo quelle norme.
Ne parliamo oggi con Iunio Iervolino, ingegnere, professore ordinario per il settore scientifico-disciplinare Tecnica delle Costruzioni presso l’Università Federico II di Napoli, dove coordina anche il dottorato di ricerca in Ingegneria Strutturale, Geotecnica e Rischio Sismico. Tra le altre cose ha conseguito un dottorato in Rischio Sismico ed è stato allievo di C. Allin Cornell alla Stanford University in California. Da circa vent’anni si occupa di ricerca nel campo della pericolosità e del rischio sismico delle costruzioni. Ha recentemente scritto, per Hoepli, Dinamica delle Strutture e Ingegneria Sismica.

Da diversi anni ti sei occupato dei problemi di cui al titolo di questo colloquio. Ricordo un tuo lavoro in cui sostenevi che il confronto fra lo spettro di una singola registrazione con gli spettri della normativa non fosse “lecito”. In altri lavori, pubblicati con i tuoi collaboratori, hai analizzato le caratteristiche e la distribuzione dei “superamenti” in occasione dei terremoti più recenti, il cui numero è aumentato nel 2016 anche a seguito dell’aumento del numero di registrazioni (si veda l’esempio, ormai classico, delle registrazioni di Amatrice). Se non vado errato tu concludi che è impossibile evitare che si verifichino tali superamenti.

La figura è tratta da: Iervolino I., Giorgio M. (2017). È possibile evitare il superamento delle azioni di progetto nell’area epicentrale di terremoti forti? Progettazione Sismica, 8 (3), https://drive.google.com/file//1lAcn0GMlBhvSeYEjgT7U0rdRbFuhsA8x/view

Sì, è praticamente impossibile qualunque sia la misura dell’intensità considerata (PGA, accelerazione spettrale, ecc.), oltre che essere incoerente con la logica dei codici di progettazione sismica più moderni, tra cui quello italiano. Le norme allo stato dell’arte, infatti, invece che fissare una intensità (cioè accelerazione) di progetto, fissano una probabilità tollerata che le azioni di progetto siano superate al sito della costruzione. Per esempio, se il periodo di ritorno di progetto è 475 anni, allora c’è il 10% di probabilità che tale azione sia superata in 50 anni, per definizione. Una volta stabilita tale probabilità di superamento si determina, con la analisi di pericolosità, quale sia la intensità (accelerazione) che vi corrisponde al sito della costruzione. Con questa procedura si fa sì che le intensità di progetto siano diverse per siti diversi, ma che abbiano – per equità – la stessa probabilità di essere superate.
Essendo l’accelerazione di progetto stabilita sulla base di una probabilità che sia superata, è ben strano sorprendersi se essa poi venga effettivamente superata. Al massimo ci si può sorprendere (cioè biasimare l’analisi di pericolosità) se, al sito della costruzione, la misura di intensità in questione è superata troppo frequentemente rispetto a quanto indicato dalla analisi di pericolosità. Tuttavia, siccome essa, sempre per definizione, è superata mediamente ogni 475 anni, vuol dire che parliamo di un fenomeno molto raro, quindi difficilmente nell’ambito dei dati a disposizione da quando si registrano sistematicamente i terremoti (cioè dagli anni ’70 in Italia) si può fare questa valutazione in modo convincente per un qualunque sito [1].

Questo ragionamento dovrebbe anche aiutare a capire che, anche se il superamento della accelerazione di progetto a un dato sito è un fenomeno raro, guardando all’Italia intera ogni qual volta che c’è un terremoto, di una magnitudo da moderata in su, c’è da attendersi che esso provochi almeno un superamento. Questo è il perché i superamenti non ci sembrano rari: perché, per definizione, lo sono per un dato sito, ma non per tutta l’Italia; si veda a tale proposito [2].
Vale anche la pena dire che si può verificare più facilmente, rispetto a quella prevista dalla analisi di pericolosità, la frequenza osservata di superamento di accelerazioni con periodi di ritorno inferiori a 475 anni, e più e basso il periodo di ritorno più è facile fare questa verifica ‘sperimentale’. Essa però, oltre che essere poco interessante perché quelli che interessano la sicurezza strutturale sono i terremoti rari, non sarebbe estrapolabile, almeno non direttamente, per le intensità corrispondenti ai periodi di ritorno più lunghi.

Che i superamenti siano impossibili da evitare è dovuto a questo tipo di normativa oppure al modello di pericolosità adottato?

Direi a nessuna delle due, ma alla conoscenza dei terremoti molto limitata che abbiamo. L’unico modo per trasformare in termini quantitativi, quindi utilizzabili dagli ingegneri (i professionisti), la conoscenza incompleta su un fenomeno, è il calcolo delle probabilità. Ecco perché c’è grandissimo consenso sulla analisi probabilistica di pericolosità sismica, e le critiche a essa portate (ciclicamente) non sono state finora mai convincenti, per chi ha gli strumenti per capire le questioni portate in discussione.
Infatti, siccome i terremoti sono un fenomeno su cui si ha una conoscenza parziale, non si può essere certi che per qualunque valore di accelerazione (intensità del moto al suolo, per essere precisi) si progetti, esso non possa essere superato. Per questo, come detto prima, le norme allo stato dell’arte, invece che fissare una accelerazione, fissano una probabilità tollerata che le azioni di progetto siano superate al sito della costruzione.
Si potrebbe cambiare approccio, passando da probabilità di superamento della azione di progetto accettata a rischio di fallimento strutturale accettato (la ricerca parla, in questo caso, di risk-targeted design [3]); è una strada che si sta cercando di percorrere in alcuni paesi, ma la sostanza non cambierebbe, non ci si può garantire in progettazione che non venga un terremoto che mandi in crisi la struttura.

Qui qualcuno potrebbe obiettare che basterebbe allora proteggersi dal massimo terremoto possibile…

Che – io almeno – non so definire, perché ammesso che lo si possa fare in termini di magnitudo massima e distanza minima dal sito, non lo si può fare in termini di accelerazione che ne scaturisce perché i residui delle leggi di attenuazione sono – in linea di principio – illimitati. Inoltre, ammesso e non concesso che si possa stabilire l’accelerazione massima possibile, non è detto ci siano le tecnologie progettuali e costruttive perché con certezza essa non mandi comunque in crisi la struttura. Da professore di dinamica strutturale devo qui ricordare che anche le accelerazioni (e.g., le pseudo-accelerazioni spettrali) hanno un potere esplicativo limitato della risposta sismica di strutture a molti gradi di libertà non-elastiche e non-lineari (cioè le strutture reali).

Sempre nei tuoi lavori recenti hai sostenuto che il fatto che i valori di progetto possano essere o vengano superati non pregiudica la validità delle norme. Puoi spiegare meglio?

Mi riferisco alla analisi di pericolosità alla base delle norme: i superamenti non solo non la mettono in discussione, ma forse più che altro la confermano. Come dicevo, si può pensare che l’Italia sia un bersaglio su cui si lancia una freccia che sarebbe il terremoto. Il bersaglio è grande, quindi ogni punto raramente sarà colpito (diciamo con un periodo di ritorno di 475 anni), ma la freccia un punto lo colpisce, e ciò sarà caratterizzato dal periodo di ritorno con cui sono scagliate le frecce, che è molto minore di 475 anni. È facilissimo dimostrare analiticamente anzi, che se si guardano le accelerazioni che a tutti i siti hanno 10% di probabilità di essere superate in 50 anni allora, ci si aspetta che il 10% del territorio italiano dovrà avere osservato almeno un superamento in 50 anni. In questo senso dicevo che, più che smentire l’analisi di pericolosità, i superamenti la confermano, a meno che – come si diceva sopra – non si dimostri che i superamenti siano ‘troppi’.

(Rispondendo a questa domanda si può anche tornare a una delle domande precedenti, precisando che i superamenti osservati finora non sono in generale abbastanza per una verifica della frequenza dei superamenti sito per sito, ma permettono una valutazione complessiva dei superamenti in Italia; finora anche questi calcoli non hanno mai convincentemente smentito la pericolosità).

Il messaggio che a volte passa, a volte solo indirettamente, è che se le azioni sismiche superano quelle previste dalle norme l’edificio possa, o debba, crollare. Non tutti hanno chiaro – tra l’altro – il fatto che le nuove norme richiedano la verifica di quattro stati limite. Si tratta di un timore teorico oppure vi sono evidenze (casi) concrete? Nei tuoi lavori fai riferimento a dei margini di sicurezza più o meno intrinseci nelle modalità costruttive, che tuttavia non sono esplicitati nelle NTC. Anche in questo caso, puoi spiegare?

Abbiamo già detto che le azioni sismiche, attraverso la analisi di pericolosità, sono controllate probabilisticamente in modo che sia raro che tali azioni siano superate al sito della costruzione (per esempio mediamente ogni 475 anni, cioè con probabilità 10% in 50 anni). Quindi, per definizione, esse possono essere superate. Abbiamo dimostrato, ma è facile intuirlo, che ciò avviene quando il sito si viene a trovare nei pressi della sorgente di un terremoto da una certa magnitudo in poi. In effetti, il modello di pericolosità MPS04 [5] prevede intrinsecamente che, qualunque sia il sito in Italia, se esso si trova vicino (e.g., entro 5 km) dalla sorgente di un terremoto di magnitudo almeno sei, c’è da aspettarsi che la PGA (ma anche altre ordinate spettrali) con periodo di ritorno 475 anni sia superata. Questi terremoti li abbiamo chiamati ‘terremoti forti’, costruendo la mappa delle magnitudo nella cui area epicentrale c’è da attendersi il superamento delle azioni di progetto [6] (si veda la figura sotto). Come già detto ciò non contraddice l’analisi di pericolosità, ma ne è una caratteristica intrinseca, perché che il sito si trovi nell’area epicentrale di un terremoto di magnitudo da sei in poi è una cosa che avviene – parlando grossolanamente – mediamente, molto più raramente di 475 anni.

Figura 1. Mappa dei terremoti ‘forti’, cioè le magnitudo minime con probabilità superiore al 50% di superare due ordinate spettrali con periodo di ritorno del superamento pari a 475 anni, qualora il terremoto occorresse entro 5 km (in alto), 15 km (al centro) e 50 km (in basso) dal sito. Le aree bianche indicano che per i siti in esse contenuti non ci sono terremoti, secondo il modello [5], che hanno più del 50% di probabilità di superare le ordinate spettrali in questione, qualora occorressero vicino al sito. Figura tratta da [6].

E per quanto riguarda la progettazione?

La progettazione è tale per cui ci sono altri margini di sicurezza (per esempio si usano resistenze cautelative dei materiali, criteri di gerarchia delle resistenze etc.) per cui è lecito aspettarsi che se la struttura è progettata con azioni con periodo di ritorno, per esempio 475 anni, il periodo di ritorno della crisi strutturale sia più grande di 475 anni, eventualmente anche di molto. Inoltre, la progettazione considera che la struttura vada in crisi, cioè sia ‘fallita’ violando lo stato limite di progetto, molto prima che essa ‘collassi’, cioè anche lo stato limite di progetto non è il collasso inteso come scompaginamento strutturale, ma una definizione molto convenzionale dello stesso, e questa è una cautela aggiuntiva.
Tuttavia, c’è da dire che tutti questi margini aggiuntivi sono controllati in modo semi-probabilistico e non probabilistico, per cui il rischio implicito delle strutture progettate secondo norma non è noto al progettista. Per cui non è lecito aspettarsi direttamente il collasso al superamento delle azioni di progetto, ma non si sa esplicitamente quanto, oltre le azioni di progetto, ciascuna struttura può resistere, a meno di fare ex-post analisi molto accurate della struttura progettata. Abbiamo visto in un progetto finanziato al consorzio ReLUIS dalla protezione civile, a cui hanno partecipato i più grandi esperti italiani di ingegneria sismica e che ho avuto (immeritatamente) l’onore di coordinare, che tale margine cambia con la tipologia strutturale e col sito di progettazione [7], per questioni che è difficile approfondire qui. In questo senso è difficile stabilire se e quanto si possa fare affidamento su tale margine ulteriore, perciò per me questo è un tema delicato.
Devo infine aggiungere che ritengo che proprio perché la parte di azioni sismiche è molto chiara nel suo significato (almeno per chi la ha studiata), mentre il resto della sicurezza strutturale è meno trasparente, la pericolosità sismica è sempre messa in discussione, mentre io personalmente ritengo si debba lavorare sul resto della sicurezza implicata dalla progettazione per renderla altrettanto esplicita.

Qualcuno si chiede comunque se non sia il caso di aumentare la severità delle norme, per lo meno nelle vicinanze delle faglie conosciute. Si deve peraltro osservare che le NTC18 hanno adottato le stesse azioni delle precedenti NTC08, che a loro volta non hanno considerato l’incertezza fornita dal modello di pericolosità MPS04. Inoltre, tali azioni risultano generalmente inferiori di quelle previste dall’OPCM 3279/2003. Posto che già ora le azioni previste dalle norme rappresentano un minimo ma non certo un massimo, pensi che un eventuale aumento sarebbe opportuno, valutando il rapporto costi-benefici? E, senza ricorrere all’obbligo, potrebbe essere introdotto come raccomandazione su base volontaria?

Questa è una domanda che è lecito porsi, ma la discussione è per me molto più complessa di come appare. Infatti, se il periodo di ritorno della intensità di progetto è lo stesso ovunque per un sito vicino a una faglia nota e per uno lontano, in principio non ci sarebbe bisogno di differenziare tra chi si trova in prossimità di una faglia oppure no; tuttavia sappiamo che non è possibile conoscere tutte le faglie (almeno in Italia) e per questo usiamo modelli a zone sismogenetiche che, di fatto, le faglie non le considerano esplicitamente. Inoltre, sappiamo che per “effetti di bordo” in alcuni casi confrontabili con l’effetto Doppler della acustica, si possono avere variabilità spaziali del moto sismico intorno alle rotture dei terremoti che possono creare effetti deleteri per alcune strutture (vedi anche una delle domande successive) e che la analisi di pericolosità classica non considera se non ‘mediamente’. Quindi più che alzare le azioni, ci vorrebbero modelli più raffinati (cioè maggiore conoscenza) per le faglie.

C’è da dire invece che, come dicevo nella risposta precedente, abbiamo trovato, che in Italia, le accelerazioni nelle zone ad alta pericolosità oltre il periodo di ritorno di progetto, sono disproporzionalmente più alte rispetto a rispetto a quelle dei siti a bassa pericolosità. In altre parole, le accelerazioni per periodi di ritorno maggiori di 475 anni crescono molto di più che proporzionalmente rispetto a quelle di Milano, per esempio. Questo fa sì che il rischio di fallimento cui è esposta una struttura a l’Aquila è molto maggiore di una struttura della stessa tipologia progettata, per lo stesso periodo di ritorno, a Milano [8]. Questo non ha a che fare con la pericolosità, ma solo col fatto che progettiamo con un numero limitato di periodi di ritorno, mentre quello che succede per periodi di ritorno più grandi comunque influenza la sicurezza. Questo problema non è un limite della norma italiana, ma mondiale, perché è lo stato dell’arte di tutte le normative più avanzate. Forse questa è una questione ancora più rilevante e che si più mitigare con il recente risk-targeted design e che consiste nel progettare fissando un periodo di ritorno del fallimento, e non fissando il periodo di ritorno del superamento della azione sismica. Ovviamente anche in questo caso si fa riferimento alla pericolosità probabilistica, ma si usa in modo diverso.

La tematica del confronto di cui al titolo del colloquio è solo italiana oppure il dibattito è esteso a livello internazionale?

Il tema è di rilevanza mondiale [9] [10]. Negli Stati Uniti si sta cercando di cambiare approccio passando, come detto, da norme che definiscono la probabilità di superamento delle azioni di progetto alla probabilità di fallimento accettata della struttura (risk-targeted design). È la strada giusta, e auspicata molti decenni fa dal padre della pericolosità sismica C. Allin Cornell, ma è anche questo approccio ha i suoi problemi, principalmente dovuti al fatto che la probabilità di fallimento di una struttura è molto difficile controllarla fin dal progetto se non facendo assunzioni forti.
In Europa, nel frattempo, si sta lavorando alla revisione dello Eurocodice 8 per la progettazione sismica, e io presiedo il gruppo italiano per conto dell’UNI. Siccome l’approccio sarà lo stesso delle NTC, le questioni che ci stiamo dicendo si ripropongono allo stesso modo, ma le idee sono poco chiare e la percezione è limitata, soprattutto da parte dei paesi ‘meno sismici’, soprattutto perché questi temi richiedono una competenza molto specifica. Stiamo cercando comunque di mettere l’esperienza del nostro paese e cultura sismica che portiamo, al servizio dell’Europa su questo tema.

Un aspetto emergente, del quale ti sei occupato di recente, riguarda i cosiddetti effetti “near source”, ovvero “near fault”. Ci puoi riassumere brevemente di che cosa si tratta? La normativa attuale italiana non ne tiene conto: esistono normative internazionali che invece hanno già affrontato il problema? Che cosa suggeriscono le tue analisi?

Come dicevo sopra, tra i vari effetti che si osservano vicino alle rotture dei terremoti ce n’è uno potenzialmente di interesse per l’ingegneria sismica: è quello dei cosiddetti terremoti impulsivi per direttività. Succede che, in date configurazioni della rottura rispetto al sito, la registrazione di velocità dello scuotimento sismico può mostrare un grande ciclo che concentra la maggior parte dell’energia portata in dote dal segnale. Che l’energia del segnale sia concentrata in un solo ‘impulso’ può essere particolarmente rilevante per strutture con proprietà dinamiche legate alla durata dell’impulso. Questo è un fenomeno noto da molti decenni e osservato anche in terremoti italiani come quello di L’Aquila [11]. Tuttavia, come dicevo, la sua rilevanza dipende dalla posizione del sito rispetto alla sorgente e se la struttura ha periodo di vibrazione naturale in una certa relazione con quello dell’impulso. In ogni caso, di tale effetto si può tenere in conto nella analisi di pericolosità probabilistica, ma richiede una conoscenza molto accurata delle faglie possibile origine dei terremoti [12].

Fin qui abbiamo parlato di accelerazioni. Non sarebbe forse opportuno ragionare anche in termini di spostamento?

È vero che le strutture si danneggiano per spostamenti (in effetti, rotazioni de nodi nelle strutture a telaio) imposti dai terremoti. Tuttavia, va ricordato che sono le accelerazioni che costituiscono il termine noto delle equazioni del moto delle stesse strutture e determinano tali spostamenti, quindi ha senso definire le azioni sismiche in termini di accelerazione. Inoltre, in effetti, come sai le azioni di norma sono in termini di pseudo-accelerazione che, per definizione, è la forza da applicare staticamente alla massa di un sistema, che abbia un certo periodo di oscillazione, per ottenere lo spostamento massimo imposto dal terremoto che ha quella pseudo-accelerazione spettrale a quel dato periodo [13].

Quanto discusso fin qui riguarda essenzialmente il rapporto fra domanda e capacità nel caso di edifici nuovo ben costruiti. Per edifici costruiti con normative precedenti, oppure in assenza di normativa (oppure costruiti “male” o ancora usurati o rimaneggiati) la questione si pone negli stessi termini?

Permettimi di escludere dalla mia risposta gli edifici costruiti male. Non ho elementi sufficienti per dire che “costruiti male” sia una condizione generalizzata del costruito esistente italiano. Per queste costruzioni ci sarebbe bisogno di una valutazione caso per caso. Più appropriato trovo invece porsi la questione delle strutture costruite con codici di progettazione ora considerati obsoleti o prima della adozione di qualunque norma sismica. Ciò praticamente tutto il patrimonio pre-terremoto di Messina del 1908 (tranne buone pratiche costruttive storiche in alcune zone di Italia). Tali strutture possono essere state progettate per soli carichi verticali o con azioni sismiche (cioè orizzontali) valutate con metodi convenzionali, cioè non su base probabilistica, e con criteri progettuali meno efficaci di quelli che usiamo oggi. In entrambi i casi tali strutture hanno comunque una capacità sismica, anche se controllata ancora meno di quelle di nuova progettazione e con minori margini di sicurezza attesi (per esempio per assenza di gerarchia delle resistenze). Questo è un tema molto rilevante per quanto riguarda la sicurezza sismica: infatti si può dire che le strutture costruite con le correnti norme tecniche, ancora per molto tempo saranno una frazione molto piccola dell’intero patrimonio italiano.

Riferimenti

  1. Iervolino, I. (2013). Probabilities and fallacies: Why hazard maps cannot be validated by individual earthquakes. Earthquake Spectra29(3), 1125-1136.
  2. Iervolino, I., Giorgio, M., & Cito, P. (2019). Which earthquakes are expected to exceed the design spectra? Earthquake spectra35(3), 1465-1483.
  3. Luco, N., Ellingwood, B. R., Hamburger, R. O., Hooper, J. D., Kimball, J. K., & Kircher, C. A. (2007). Risk-targeted versus current seismic design maps for the conterminous United States.
  4. Iervolino, I., Giorgio, M., & Cito, P. (2017). The effect of spatial dependence on hazard validation. Geophysical Journal International, 209(3), 1363-1368.
  5. Stucchi, M., Meletti, C., Montaldo, V., Crowley, H., Calvi, G. M., & Boschi, E. (2011). Seismic hazard assessment (2003–2009) for the Italian building code. Bulletin of the Seismological Society of America, 101(4), 1885-1911.
  6. Cito, P., & Iervolino, I. (2020). Rarity, proximity, and design actions: mapping strong earthquakes in Italy. Annals of Geophysics63(6), 671.
  7. Iervolino, I., Spillatura, A., & Bazzurro, P. (2018). Seismic reliability of code-conforming Italian buildings. Journal of Earthquake Engineering, 22(sup2), 5-27.
  8. Cito, P., & Iervolino, I. (2020). Peak‐over‐threshold: Quantifying ground motion beyond design. Earthquake Engineering & Structural Dynamics, 49(5), 458-478.
  9. Hanks, T. C., Beroza, G. C., & Toda, S. (2012). Have recent earthquakes exposed flaws in or misunderstandings of probabilistic seismic hazard analysis? Seismological Research Letters, 83(5), 759-764.
  10. Stirling, M., & Gerstenberger, M. (2010). Ground motion–based testing of seismic hazard models in New Zealand. Bulletin of the Seismological Society of America, 100(4), 1407-1414.
  11. Chioccarelli, E., & Iervolino, I. (2010). Near‐source seismic demand and pulse‐like records: A discussion for L’Aquila earthquake. Earthquake Engineering & Structural Dynamics, 39(9), 1039-1062.
  12. Chioccarelli, E., & Iervolino, I. (2013). Near‐source seismic hazard and design scenarios. Earthquake engineering & structural dynamics, 42(4), 603-622.
  13. Iervolino I. (2021). Dinamica delle Strutture e Ingegneria Sismica, Hoepli, Milano.

Sismabonus, un aggiornamento (colloquio con Alessandro Grazzini)

I recenti provvedimenti governativi hanno aggiornato la possibilità di usufruire degli aiuti di Stato per ridurre la vulnerabilità sismica degli edifici. Abbiamo chiesto a Alessandro Grazzini, che già aveva discusso l’argomento in https://terremotiegrandirischi.com/2020/07/02/sismabonus-qualche-spiegazione-dedicata-a-chi-abita-gli-edifici-colloquio-con-alessandro-grazzini/, di illustrarci le novità.

Alessandro, ci puoi riassumere le novità introdotte, di cui hai parlato ad esempio in https://www.ediltecnico.it/79648/sismabonus-superbonus-110-classificazione-sismica/?

Il D.L. 19/05/2020 n. 34 (c.d. Decreto Rilancio a sostegno dell’economia dopo il lockdown COVID-19) ha introdotto un superbonus di detrazione fiscale al 110% da utilizzare anche per i lavori di miglioramento sismico relativi al tradizionale Sismabonus. Il Superbonus può essere sfruttato per lavori svolti dal ‪1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021, anche se ci auguriamo una proroga in quanto gli interventi di miglioramento sismico, come sappiamo, richiedono più tempo nella pianificazione e nell’esecuzione. La novità principale consiste nel fatto che la super aliquota del 110% vale sia per gli interventi di semplice consolidamento statico (cucitura delle lesioni, consolidamento delle fondazioni, rinforzo di solai solo per fare qualche esempio) sia per gli interventi di miglioramento sismico.

Il Decreto ha eliminato la necessità di dimostrare che gli interventi abbiano portato al passaggio di una o due classi di “rischio”, come richiesto dalla normativa precedente. Non è forse un passo indietro nella direzione della prevenzione?

Col Superbonus tutti gli interventi strutturali sono premiati indifferentemente con l’aliquota di detrazione del 110% a prescindere dalla classe di rischio sismico che si è ottenuta a seguito dei lavori, facendo pertanto decadere la precedente differenziazione delle aliquote in base al risultato di miglioramento sismico raggiunto. Inoltre il Superbonus è stato esteso a un maggior ventaglio di interventi strutturali, anche solo locali, che sebbene utili ai fini statici non permettono di valutare e perseguire un aumento della sicurezza sismica.
Faccio un esempio: se inserisco delle catene solo in un piano di un edificio alto 4 piani, il tecnico può dimostrare che la situazione statica del fabbricato sia migliorata: magari le catene servono per contrastare la spinta di alcune volte; tuttavia averle inserite solo ad un piano potrà al massimo aver bloccato uno o due cinematismi di ribaltamento sismico della singola parete interessata, ma non contrastare le altre possibilità di ribaltamento delle singole pareti o dell’insieme di pareti che costituiscono la facciata, oltre a non contribuire ad alcun aumento di resistenza dell’intero scheletro strutturale.
Pertanto il loro inserimento così limitato non sarà sufficiente a ridurre il rischio sismico neppure di una classe. Tuttavia è una spesa coperta dal Sismabonus 110%.

E come si “valuterà” dunque la riduzione della vulnerabilità sismica dell’edificio sottoposto ai lavori?

La classificazione sismica serve a sensibilizzare il cittadino sui rischi della propria abitazione, aiutarlo a capire quali sono le vulnerabilità principali e quantificare in modo intuitivo di quanto potrà migliorare la risposta sismica del proprio fabbricato. Sebbene in questo frangente non sia più obbligatoria, è auspicabile che i tecnici continuino ad utilizzarla per queste finalità. Una volta intrapreso il calcolo strutturale per la progettazione dell’intervento, in generale costa davvero poco valutare anche la classificazione sismica.
Il professionista dovrà certificare, mediante i tradizionali calcoli statici, che l’intervento di consolidamento abbia migliorato la sicurezza strutturale almeno della porzione di struttura interessata. Nel caso di intervento antisismico, varranno le consuete procedure di calcolo legate alla modellazione complessiva del fabbricato da cui ricavare il rapporto tra l’accelerazione al suolo che può sopportare la struttura e quella richiesta dalla normativa tecnica per un edificio di nuova realizzazione. Ossia uno dei due parametri contenuti nella classificazione sismica, l’indice di sicurezza descritto nella precedente intervista.
A questo punto costa poco al professionista calcolare anche il PAM (perdita annua media) e redigere la classificazione sismica, anche se non è obbligatoria, ma auspicabile per far capire meglio al committente il guadagno in termini di sicurezza.

Il Sismabonus è senz’altro uno strumento importante per cominciare ad affrontare il problema della riduzione della vulnerabilità sismica degli edifici. Con l’offerta del 110% lo Stato ha deciso di accollarsi praticamente per intero il costo dei lavori, evidentemente perché la disponibilità dei cittadini ad assumere una quota di compartecipazione ai costi era risultata scarsa.
Mi viene una domanda: il Sismabonus verrà concesso indipendentemente da una valutazione su eventuali azioni volontarie di compromissione della vulnerabilità e/o non rispetto della normativa?

Per usufruire del superbonus 110% occorrerà avere un certificato di conformità urbanistica che attesti al massimo la presenza di lievi difformità (alcuni chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate parlano di una tolleranza del 2% delle misure prescritte relative a cubatura, distacchi, altezze, superficie). In presenza di abusivismi maggiori lo Stato non riconoscerà alcuna detrazione fiscale. La ingente quantità di certificazioni richieste per accedere al superbonus e l’aumento consistente dei controlli dovrebbero rappresentare la giusta garanzia per distribuire l’incentivo fiscale solo a chi è in regola.

Lo strumento dell’incentivo fiscale lascia alla libera iniziativa dei cittadini la scelta se prendersi cura o meno della propria (e di altri) sicurezza. In aggiunta agli ovvi problemi relativi alla gestione dei condomini, non vi è anche il rischio di interventi a “macchia di leopardo” in centri abitati dove l’eventuale terremoto potrà compromettere la “agibilità” di tutto l’abitato?

Inizialmente è probabile e addirittura fisiologico attendersi una distribuzione a “macchia di leopardo”. Occorre considerare sempre da che punto iniziale partiamo: un patrimonio edilizio esistente molto variegato caratterizzato da scarsa manutenzione e un’alta vulnerabilità sismica. E’ impossibile che tutti i proprietari partano nello stesso momento ad eseguire lavori di miglioramento sismico. Inizierà qualcuno, elevando il grado di sicurezza del proprio fabbricato. Ma resterà un gap rispetto alla vulnerabilità del vicino di casa che non ha ancora eseguito alcun intervento.
Questa rappresenta sicuramente una fase intermedia di potenziale rischio collettivo in caso di forte scossa di terremoto, in quanto come sappiamo gli edifici migliorati potrebbero comunque risultare inagibili per i collassi di quelli adiacenti non consolidati. Ma trattandosi di un processo a medio-lungo termine di progressiva sensibilizzazione del rischio e agevolazione fiscale per intraprendere in autonomia i necessari interventi di mitigazione sismica, resta auspicabile che col giusto tempo questo gap tenda a ridursi, al fine di avere aggregati edilizi o paesi quasi interamente resilienti.

Per finire: i benefici si applicano nelle zone sismiche 1, 2 e 3, secondo la classificazione attuale di competenza di ciascuna Regione. Posto che sembra ragionevole procedere secondo priorità, andrebbe comunque ricordato che la vulnerabilità sismica degli edifici, che è l’oggetto degli interventi, può essere molto elevata anche in zona 4, proprio perché in gran parte della zona non è mai stata applicata nessuna normativa sismica, oppure lo è stato con varie limitazioni. Sarebbe bene, insomma, che non passasse il messaggio che gli edifici in zona 4 sono “sicuri”, e che scuotimenti forti posso verificarsi anche lì, sia pure con probabilità molto bassa; concordi?

Sono perfettamente d’accordo con te. Hai usato il termine giusto: si parla di vulnerabilità, che deriva dal degrado dei materiali e dalla mancanza di manutenzione. Situazione pericolosa anche solo a livello statico, indipendentemente dalla mappa sismica. Magari con detrazioni più basse, ma sarebbe utile estendere il Sismabonus anche ai fabbricati della zona 4.


Sismabonus: qualche spiegazione dedicata a chi abita gli edifici (colloquio con Alessandro Grazzini)

I problemi legati alla pandemia Covid-19 hanno messo in secondo piano quelli legati alla sicurezza sismica. Tuttavia, in modo apparentemente sorprendente il Governo ha deciso di sostenere l’iniziativa del Sismabonus aumentando addirittura al 110% il valore del contributo dello Stato sotto forma di credito di imposta, abbassando il periodo di recupero del credito e agevolando la possibilità di cederlo a banche o imprese che possono farsi promotori delle ristrutturazioni.
L’iniziativa del Sismabonus nacque quando un Governo – come vedremo – cercò di rendere operativo il concetto secondo il quale è meglio spendere soldi per ridurre i danni piuttosto che per ripararli; ma, e questa fu la novità, introdusse il concetto che il problema non riguarda solo lo Stato, ossia la collettività, ma anche – almeno in parte – i proprietari. Da questo concetto, semplificando, proviene il Sismabonus.
La comunicazione al pubblico su questo argomento non è mai stata molto dettagliata. Vi sono molti articoli tecnici che ne parlano, ma è difficile trovare materiale che spieghi in modo chiaro i vantaggi. Spesso i proprietari di casa si affidano agli ingegneri in un modo simile a come un malato si affida al chirurgo che gli consiglia la soluzione migliore, che poi la praticherà nei fatti. Ora, un paziente non deve certo studiare medicina per capire ma è giusto che richieda qualche spiegazione e qualche alternativa. Questo dovrebbe avvenire anche nel caso del Sismabonus.

Ne parliamo oggi con Alessandro Grazzini, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria Strutturale Edile e Geotecnica del Politecnico di Torino, esperto in consolidamento e miglioramento sismico degli edifici storici in muratura, che ha scritto diversi interventi in materia che vengono ripresi nelle sue risposte. Alla formulazione delle domande ha contribuito Carlo Fontana.

Quando è nata l’iniziativa del Sismabonus e come si è sviluppata in questi anni? Sono disponibili dati relativi all’utilizzo?

Lo strumento del Sismabonus nasce con la Legge di Bilancio del 2017, subito dopo il terremoto del Centro Italia, per sensibilizzare maggiormente i cittadini sul tema della sicurezza delle loro case e fornire loro uno strumento tecnico-finanziario che incentivi gli interventi privati per la riduzione del rischio sismico. Questo rischio, a volte non così avvertito diffusamente dall’opinione pubblica, dipende sia dalla frequenza e intensità con cui accadono i terremoti in determinate aree ben identificate sulla mappa sismica italiana, sia dall’elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio. Esiste ancora oggi un gran numero di edifici antichi che non rispondono ai minimi requisiti di sicurezza in caso di forte terremoto.
Mentre i costi sociali e in perdite di vite umane rimarranno incalcolabili, limitare i danni in caso di terremoto significa salvare un maggior numero di vite umane e gestire in tempi più brevi la riparazione, limitando anche i disagi socio-economici. Per arrivare a questo risultato occorre partire da una base indispensabile: ovvero avere edifici esistenti molto più resistenti al sisma, quasi come quelli di nuova progettazione. Gli edifici privati di Norcia, precedentemente rinforzati in modo efficiente dopo il sisma del 1997, hanno dimostrato che investire in questa direzione conviene. Sono nuovamente inagibili. Ma non rasi al suolo come quelli di Amatrice. La comunità che li abitava potrà ritornare ad insediarsi nei medesimi luoghi di origine con costi inferiori a quelli della completa demolizione e ricostruzione. Significa salvare vite umane.
Per questo il legislatore ha scelto di intraprendere una strada battuta con successo affidandosi al già collaudato meccanismo delle detrazioni fiscali. Tuttavia, l’esordio del Sismabonus è stato molto timido malgrado le alte percentuali di detrazione fiscale offerte. Le pratiche sono state fino ad oggi inferiori, anche come ordine di grandezza, rispetto a quelle più gettonate delle ristrutturazioni edilizie e dell’Ecobonus, già conosciute e ampiamente utilizzate dall’opinione pubblica.

Quali sono i motivi?

I motivi sono molteplici. Complessità del progetto strutturale, che comporta oneri e tempi maggiori rispetto a quello di una semplice coibentazione. Per valutare il rischio sismico di un edificio occorre spesso una modellazione al computer molto complessa, oltre all’esecuzione di prove diagnostiche per la caratterizzazione delle resistenze meccaniche e della qualità degli elementi portanti.  Ancora scarsa sensibilità dell’opinione pubblica al tema della sicurezza del patrimonio immobiliare, contestualmente alla crisi economica che porta ad investire somme ridotte sull’abitazione, e spesso più propense all’Ecobonus o alle semplici ristrutturazioni. Inoltre mettere in sicurezza l’edificio comporta a volte cantieri più lunghi con lavori incompatibili con la presenza delle persone all’interno, pertanto può sussistere in alcuni casi anche il disagio di affrontare un trasloco temporaneo del nucleo familiare. Tuttavia resta evidente che questa è la strada principale da percorrere. Se vogliamo vivere più sicuri nelle proprie abitazioni, i cittadini prima di tutti devono prendere coscienza del rischio sismico e, con l’aiuto dello Stato, attivare i cantieri della messa in sicurezza; il prima possibile.

La “classificazione sismica” degli edifici (termine discutibile, che forse non a caso viene confuso con la zonazione di competenza regionale), ovvero la valutazione del rischio singolo del singolo edificio, è in uso ormai da qualche tempo. È possibile dare un’idea sintetica, ovviamente semplificata, di come le varie tipologie costruttive (cemento armato, muratura, misto etc.) ed epoche di costruzione sono state prevalentemente classificate? Probabilmente ad un addetto ai lavori ogni classe fa venire in mente un tipo di edificio. Gli utenti potrebbero trovare utile un primo riferimento di massima di questo tipo. 

La classificazione è funzione delle vulnerabilità dell’edificio, senza specifici riferimenti alla tipologia strutturale. Deriva dalla qualità degli elementi portanti, come la tessitura muraria, le resistenze, gli schemi di armatura degli elementi in cemento armato, la presenza o assenza di collegamenti tra solai e pareti, l’efficacia del comportamento scatolare, ecc. La classificazione è specifica per ogni singolo edificio. Così si può anche trovare un edificio in muratura ben costruito in una classe inferiore (lettere più “alte”) rispetto ad uno in cemento armato progettato prima del 1971 e magari mal costruito, per esempio. Gli utenti devono comunque considerare che un edificio di nuova progettazione, verificato ai minimi requisiti richiesti per la sicurezza sismica, si attesta all’incirca nella classe B, e non in A+.
Ovviamente molti edifici esistenti, soprattutto quelli costruiti prima delle prime norme antisismiche o mal costruiti/mantenuti, si posizionano allo stato di fatto nelle classi F o al più E. Senza distinzione di tipologia costruttiva. Se costruiti senza dettagli antisismici o soggetti a forte degrado, risiedono tutti nelle classi più alte (lettere più “basse”). Un po’ come accade per la certificazione energetica di un edificio datato, privo di coibentazioni, con caldaia e serramenti vecchi: si attesta inequivocabilmente nella classe a più alto consumo energetico.

Uno dei maggiori elementi di diffidenza, per quello che ho potuto percepire da persone sensibili al problema della sicurezza sismica e anche disponibili ad affrontare costi e disagi, è la scarsa comprensibilità, in termini di scala della sicurezza sismica, dei vari livelli “di rischio” previsti dal Sismabonus. Il pubblico non è certo in grado di decifrare concetti abbastanza astrusi quali le perdite annue medie (PAM), che inducono a credere che in ogni anno si verifichino danni sismici. In definitiva, che cosa vuol dire in concreto in termini di sicurezza sismica – ad esempio – diminuire di due classi il rischio sismico di un edificio?

La classificazione è uno strumento efficace per offrire al cittadino una valutazione facilmente comprensibile del rischio sismico della sua abitazione, sulla falsa riga di quanto già fatto con la certificazione energetica dove le classi contrassegnate con le lettere e le graduazioni di colore ad esse associate favoriscono al cittadino un’idea qualitativa del consumo energetico della propria abitazione. Qui è la stessa situazione. Provo a spiegare brevemente i due parametri su cui si basa la classificazione sismica. Il primo è la Perdita Annuale Media attesa (PAM), ossia quanto sarebbe l’onere economico da sborsare ogni qual volta l’edificio si danneggi in modo grave dopo una grossa scossa di terremoto. Chiaramente, più l’edificio è vulnerabile, maggiore sarà questo costo, che rappresenta appunto una perdita economica che lo Stato, insieme al cittadino, vogliono limitare in caso di forte evento sismico. L’altro parametro è più ingegneristico, e rappresenta un indice di sicurezza che attesta quanto sia vicina o distante la resistenza sismica del fabbricato se paragonata con quella di una casa di nuova costruzione progettata con gli attuali requisiti di sicurezza sismica dettati dalle recenti norme tecniche.
Nella grande maggioranza degli edifici esistenti questo indice è inferiore ad 1 perché l’accelerazione che potrebbe sopportare la struttura (in termini di capacità) è inferiore rispetto a quella prescritta dalle norme tecniche (in termini di domanda di sicurezza). I motivi sono molteplici, prima fra tutti la constatazione che moltissimi fabbricati esistenti sono stati progettati e costruiti prima delle norme antisismiche. Tengo a precisare che, sebbene non sia sempre possibile negli edifici esistenti (per ragioni economiche e/o tecniche) raggiungere un’uguaglianza tra capacità e domanda di sicurezza, tuttavia il miglioramento della capacità rappresenta già un buon risultato per ottenere un edificio più sicuro e meno danneggiabile. Il caso degli edifici di Norcia, consolidati ad un 60% della domanda, conferma la validità dell’intervento nel tempo.
Chiaramente, all’aumentare dell’indici di sicurezza, si abbasserà il PAM, ossia i costi legati alle riparazioni perché l’edificio maggiormente consolidato si danneggerà di meno, in modo meno grave, e quindi con tempi di inagibilità e recupero più brevi.

Che relazione c’è fra le classi di rischio del Sismabonus e altri due concetti abbastanza difficili per il pubblico, quali i cosiddetti “miglioramento sismico” e “adeguamento sismico”, dei quali già poco era chiaro il termine di aumento di sicurezza?

L’ “adeguamento sismico” consiste in una serie di interventi, a volte molto invasivi e sicuramente più costosi, per raggiungere gli stessi livelli di sicurezza di un edificio di nuova progettazione. Significa arrivare ad avere l’indice di rischio pari ad 1. Tuttavia, soprattutto in edifici storici o comunque di pregio, questo significherebbe devastarli e perdere i loro connotati storico-architettonici. All’adeguamento, spesso è preferibile attuare un “miglioramento sismico”, ossia non raggiungo l’unità nell’indice di sicurezza ma incremento comunque la capacità della struttura, ovvero l’accelerazione sismica che può sopportare. E questo, a mio modo di vedere, rappresenta già un bel passo in avanti, soprattutto nei casi (molteplici) in cui si parte con vulnerabilità molto elevate e una capacità quasi tendente a zero. (https://www.ediltecnico.it/72186/miglioramento-sismico-edifici-storici-sicurezza-conservazione/).
In un edificio esistente, per esempio in muratura, occorrerà prima di tutto intervenire sulla legatura dei suoi elementi portanti (solai e pareti), in modo da ottenere un buon comportamento d’insieme durante la scossa sismica ed evitare che singole pareti ribaltino a terra. Questo può essere ottenuto anche con semplici interventi puntuali e non invasivi, come l’inserimento delle catene e il rinforzo dei solai esistenti. Se si ha in previsione di rifare il tetto, procedere all’inserimento di presidi antisismici come il cordolo sommitale e preferire schemi di copertura non spingente. Sono tutti dettagli che poi faranno la differenza al momento opportuno. (https://www.ediltecnico.it/78440/sismabonus-come-detrazione-interventi-locali/).
Se sarà necessario intervenire anche sulle resistenze delle pareti o dei telai in cemento armato, a questo punto si passerà a lavori più onerosi che garantiranno un miglioramento sismico più consistente. (https://www.ediltecnico.it/78805/sismabonus-intervento-esteso-riduzione-rischio-detrazioni/; https://www.ingenio-web.it/26439-analisi-criteri-e-suggerimenti-per-scegliere-la-tecnica-di-rinforzo-adeguata-alledificio-esistente).
Ricordo, cosa non trascurabile, che molti rischi per l’incolumità delle persone derivano all’interno delle proprie abitazioni da tutta una serie di elementi non strutturali ma la cui caduta può comportare gravi danni alle persone: controsoffitti, pareti di tamponamento, mobili. Anche su di essi occorre intervenire. (https://www.ingegneri.cc/verifiche-elementi-non-strutturali.html).
Molti interventi di adeguamento sismico normati e suggeriti a partire dagli anni 70-80, consistenti in pesanti protesi in c.a., sostituzione degli originali solai e tetti in legno con strutture pesanti in c.a., hanno in alcuni casi fallito dopo le successive grandi scosse sismiche, se inseriti su strutture murarie già molto compromesse e non adeguatamente consolidate. La finalità dell’intervento sismico non deve stravolgere l’originario schema strutturale, portando ad un ibrido non facilmente interpretabile, bensì migliorarlo nei punti di vulnerabilità. Spesso è sufficiente intervenire con tecniche tradizionali, o riviste con materiali moderni, ma sempre compatibili con l’originaria tecnica costruttiva del fabbricato.

Gli interventi di riduzione del rischio, o comunque della vulnerabilità sismica, richiedono risorse, competenze e tempi di esecuzione. A meno che gli interventi vengano realizzati durante una ristrutturazione completa dell’immobile o di sua parte (come avvenne ad esempio nel mio caso, pre-Sismabonus purtroppo…..) è possibile che gli inquilini debbano spostarsi e vivere in un alloggio diverso. Questa eventualità accresce le difficoltà ad accettare l’iniziativa. Hai qualche informazione relativa a casi reali?

Rappresenta sicuramente il limite logistico più forte, se l’intervento viene eseguito su un edificio già abitato. Tuttavia, molti lavori di rinforzo possono essere anche solo puntuali, come l’inserimento di tiranti, il consolidamento di un solaio, le cuciture di lesioni, il rifacimento di una copertura con dettagli antisismici, per fare solo alcuni esempi, che al limite potrebbero richiedere delle inagibilità parziali (nel tempo e nello spazio) compatibili con la convivenza di persone all’interno dell’abitazione. Poi ci sono interventi più estesi (e maggiormente performanti per diminuire le classi di rischio), che riguardano l’aumento delle resistenze degli elementi portanti dell’intero scheletro strutturale della casa (murature o elementi in cemento armato), che potrebbero richiedere l’allontanamento dall’abitazione per alcune settimane. Molti interventi possono essere pianificati nel tempo a più riprese, magari in concomitanza con periodi di vacanza fuori dall’abitazione principale.

Il salto di due classi non ha lo stesso costo in tutte le zone italiane, ma il beneficio economico è uguale. Capisco che sia un problema nel problema, ma mi piacerebbe avere la tua idea in proposito.

È vero, sicuramente migliorare la sicurezza di un edificio destinato a subire terremoti di maggiore intensità e frequenza data la sua ubicazione in un’area ad alto rischio, non avrà il medesimo onere economico di una abitazione posizionata in un’area a basso rischio. Il legislatore dovrà probabilmente rivalutare i massimali a disposizione per le detrazioni fiscali, prevedendo un tetto di importo più alto per le zone ad alto rischio sismico. Oppure meccanismi fiscali più vantaggiosi.

Adesso ti pongo domande maturate da mie riflessioni, che riguardano più la strategia globale che non il Sismabonus propriamente detto.
Prima di tutto, il Sismabonus “vede” un edificio come unità minima di intervento, ma anche massima. MI spiego: io posso benissimo chiederlo per ristrutturare un immobile nel centro storico di una certa località; arriva un terremoto e danneggia gravemente il centro storico a eccezione del mio edificio che si conserva benissimo. A quel punto io sarò costretto comunque a sloggiare come gli altri abitanti per molto tempo e forse per sempre. Non è stato un buon affare né per me né per lo Stato (cioè noi) che ci ha messo i soldi….

 È un problema, hai ragione, ed è già successo in molti crateri sismici. Tuttavia, se ognuno non inizia a mettere nella collettività il proprio contributo, non si raggiungerà mai un risultato collettivo efficace ed esteso. La sicurezza degli aggregati edilizi è complessa. Ho visto unità strutturali consolidate rimanere integre ma martellare e distruggere, a causa della loro maggiore rigidezza, l’unità adiacente non rinforzata. Col risultato, come dici tu, che anche quella rimasta in piedi è diventata inagibile a causa del pericolo derivante dai crolli circostanti. O addirittura rischiare la demolizione, anche se la struttura è salva, perché l’intero borgo verrà ricostruito altrove. Provo a risponderti con un paragone medico di stretta attualità sanitaria: se si vaccinano in pochi, non si otterrà mai l’immunità di gregge. Credo che la stessa considerazione possa essere estesa alla sicurezza sismica degli aggregati edilizi. Difficile mettere d’accordo proprietari diversi, con differenti disponibilità economiche. Però, magari eseguendo lavori distinti differenziati nel tempo, si può ambire a raggiungere una resilienza collettiva che non faccia più correre il pericolo della dislocazione dei borghi.

Nel nostro paese la casa è sacra e ciascuno è abbastanza libero di costruire in barba alle regole, arrivando fino all’abusivismo. Una situazione come quella che si verifica in alcune città degli Stati Uniti, in cui certi edifici vengono definiti “pericolosi” e pertanto “inabitabili” o anche da demolire è pressoché impensabile. È logico/accettabile che il Sismabonus (risorse della comunità) venga concesso, ad esempio, a edifici che avrebbero dovuto essere costruiti secondo le norme sismiche e non lo sono, oppure hanno subito ristrutturazioni inopportune/illegali, o addirittura edifici abusivi?
E, parallelamente, è logico che lo Stato rimborsi il 50% per una ristrutturazione non “sismica” (non Sismabonus) di un edificio in zona sismica?

Sicuramente una buona parte della grande vulnerabilità sismica del patrimonio immobiliare deriva da interventi scellerati di ampliamento, elevazione, parti abusive costruite in barba ai criteri di sicurezza. È un problema complesso, che necessita di risposte ad hoc dal punto di vista amministrativo. Sarebbe opportuno non concedere l’incentivo fiscale, prima almeno di aver condonato l’abusivismo con una ammenda ad esso proporzionale. Per fare questo, occorre rendere obbligatoria una verifica strutturale per ogni edificio esistente che individui anche le parti non costruite a norma di legge. Si ritorna al dibattuto tema del certificato di idoneità statica per il costruito esistente. Sicuramente auspicabile, ma anche in questo caso da incentivare fiscalmente perché oneroso per complessità e responsabilità del tecnico incaricato.
Riguardo la semplice ristrutturazione, concordo con te che almeno nelle aree a maggior pericolosità sismica l’accesso allo strumento delle detrazioni fiscali in generale dovrebbe avvenire contestualmente all’obbligo di far eseguire almeno una verifica della vulnerabilità sismica per rendere il proprietario cosciente del rischio della casa in cui vive. Il buon senso vorrebbe che si intraprendessero prima gli interventi di messa in sicurezza strutturale, e poi, se ci sono ancora disponibilità economiche, anche la ristrutturazione edilizia e la coibentazione. E non viceversa.
Ho già espresso le mie perplessità sul bonus facciate, non perché non sia utile, anzi, ma il rischio è di offrire al cittadino tante possibilità di detrazione fiscale e di lavori da poter eseguire con essi, senza aiutarlo a comprendere che esistono alcune priorità, che riguardano prima di tutto la sicurezza delle persone che vivono all’interno delle proprie abitazioni. Il rischio è di rifare la facciata perché il cittadino tiene molto all’estetica, senza essersi minimamente preoccupato se quella parete offra la necessaria sicurezza sismica in caso di terremoto (https://www.ediltecnico.it/76133/detrazioni-fiscali-edilizia-incremento-ristrutturazione-sicurezza/)

Supponiamo che un edificio abbia diminuito la sua classe di rischio di qualche unità usufruendo del Sismabonus. Domani viene un terremoto e succede che l’edificio si danneggia “più del previsto”. Che cosa deve succedere a questo punto? Paga sempre lo Stato?

Sappiamo bene che una struttura, anche consolidata, sarà comunque soggetta ad una probabilità che il suo danneggiamento vada oltre i limiti previsti. Fa parte del calcolo probabilistico su cui si basa la moderna ingegneria sismica. Oggi le norme per le nuove costruzioni in zone sismiche prevedono che gli edifici non si danneggino per terremoti di bassa intensità, non abbiano danni strutturali per terremoti di media intensità e non crollino in occasione di terremoti forti, pur potendo subire gravi danni.
Aver migliorato sismicamente il proprio edificio, aderendo al Sismabonus, significa che, in caso di una forte scossa di terremoto, diminuisce il rischio di morire sotto il crollo e nello stesso tempo riduce l’entità dei danni con costi di ricostruzione ridotti, che probabilmente saranno o ad onere sempre dello Stato, oppure, se il legislatore lo riterrà opportuno, a carico di un’assicurazione. Il cui costo potrà essere proporzionale alla classe di rischio sismico, per esempio. Ma queste scelte sono di carattere politico e legislativo. Da ingegnere, ritengo che riuscire a migliorare la resilienza collettiva del costruito esistente sia un’impresa enorme in cui tuttavia credo fortemente. Per non contare più morti, ma solo danni riparabili in poco tempo. Niente più chiese interamente crollate. Comunità trasferite per breve tempo. Un’economia locale che riparte dopo pochi mesi. In questo diverso scenario, qualsiasi intervento economico di ricostruzione diventerebbe più facile e attuabile da diversi attori, senza chiedere più nulla al cittadino che ha già fatto prima la sua parte.

Naturalmente lo speriamo; ti chiedo che cosa è necessario, a tuo parere, per incentivare l’utilizzo del “Sismabonus”, sempre che le risorse dello Stato siano sufficienti: Ti chiedo anche se, a parer tuo, fra Sismabonus, estensione della normativa sismica a tutto il territorio, aumento delle competenze ecc. il rischio sismico del nostro paese è minore o no rispetto, ad esempio, a 30 anni fa.

Per incentivare l’utilizzo del Sismabonus a mio avviso è necessaria molta informazione da dare ai cittadini, in modo da sensibilizzarli riguardo al rischio e contestualmente offrire loro valide soluzioni tecniche di intervento. Ritengo che se ci fosse un incentivo iniziale per la sola valutazione della vulnerabilità, magari da rendere obbligatorio per accedere alle detrazioni fiscali dei successivi lavori sulla casa, sarebbe già un’occasione importante per discutere insieme al cittadino dei risultati di analisi sulla propria abitazione e quindi renderlo sensibile al tema. Poi deciderà lui (ci auguriamo di sì) se proseguire con gli incentivi e i relativi interventi del Sismabonus. Riguardo la progettazione ed esecuzione di importanti opere di consolidamento strutturale, ribadisco che solamente un tecnico esperto in ingegneria sismica e ditte specializzate possono offrire le adeguate competenze affinché questi interventi siano realizzati in modo efficace.
La normativa tecnica attuale è molto stringente e ci sta già garantendo nuovi edifici più sicuri. Ma, come ripetuto, resta un immenso patrimonio edilizio esistente che rappresenta la maggior parte della vulnerabilità collettiva. Qui sarà il Sismabonus, promosso dalla voglia dei cittadini di costruirsi un nido familiare più sicuro, a ridurre la differenza di sicurezza tra nuove costruzioni e quelle esistenti.

Nota. Un aggiornamento a questo colloqui è disponibile qui

Sismabonus, un aggiornamento (colloquio con Alessandro Grazzini)

 

 

 

La vulnerabilità dimenticata (colloquio con Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, del Dipartimento Terremoti, INGV, Roma, è sismologo di formazione geologica, dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: http://diss.rm.ingv.it/diss/).  Ha dedicato oltre 30 anni della sua carriera a esplorare i rapporti tra tettonica attiva e sismicità storica, con l’obiettivo di fondere le osservazioni geologiche con l’evidenza disponibile sui grandi terremoti del passato. Di recente, con altri colleghi ha pubblicato un lavoro che propone una sorta di graduatoria di vulnerabilità dei comuni appenninici. Gli abbiamo chiesto di illustrarcelo.

Luca, tu sei un geologo del terremoto. Ti occupi di faglie attive, di sorgenti sismogenetiche, di terremoti del passato, di pericolosità sismica. Di recente ti sei avventurato, con altri colleghi, nel tema della vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio italiano[1],[2]. Come mai questa scelta?

Premetto che io sono un ricercatore, ma mi sento anche un cittadino che si trova nella posizione di poter – e dover – fare qualcosa di immediatamente utile per il suo Paese. Ciò detto, credo che tutto sia nato dieci anni fa, con il terremoto dell’Aquila. Che l’estrema vulnerabilità del costruito fosse una delle cause degli esiti disastrosi di alcuni terremoti in effetti mi era apparso chiaro già da prima, se non altro per aver studiato gli effetti dei più forti terremoti italiani del ‘900; da quello del 1908 nello Stretto di Messina a quello dell’Irpinia del 1980, passando per la zona del Fucino, devastata dal terremoto del 1915.

Ma la storia in effetti inizia ancora prima, con il terremoto di San Giuliano di Puglia del 2002. Quel terremoto mostrò a tutti come nella difesa – o mancata difesa – dai terremoti si possono fare scelte così disastrose da vanificare sia la cultura materiale accumulata da chi abita nelle zone sismiche, sia l’avanzamento tecnologico in campo edilizio, che non riguarda solo le strutture in cemento armato ma anche quelle in muratura portante.

Il terremoto dell’Aquila del 2009 ha mostrato quasi un completo rovesciamento della situazione “normale”: se si escludono i beni culturali, per i quali valgono altre regole, il massimo numero di crolli e vittime si è registrato in edifici costruiti nel dopoguerra, mentre quelli di epoche precedenti – inclusi i palazzi settecenteschi della città storica – hanno risposto in modo complessivamente buono (questa differente performance include anche la scelta del sito, talora disastrosa nel caso di alcuni edifici recenti).

Sul caso dei terremoti del maggio 2012 in Emilia poi c’è poco da aggiungere. Il danno è stato dominato dai crolli nell’architettura ecclesiastica, probabilmente in buona misura inevitabili, e in quella industriale, che invece hanno rappresentato un fulmine a ciel sereno per tutti. Mi preme ricordare che i capannoni crollati erano stati costruiti senza considerare minimamente la possibilità di significative azioni sismiche laterali, che hanno quindi avuto buon gioco nel causare crolli apparentemente sproporzionati alla severità del terremoto stesso. Le norme precedenti non imponevano agli edifici di quella zona di cautelarsi contro i terremoti: cionondimeno, questo resta un dramma nel dramma, se si riflette sull’enorme sproporzione tra quanto poco sarebbe costato ridurre sostanzialmente la vulnerabilità di quei capannoni (a patto però che lo si fosse fatto in sede di costruzione), e il prezzo pagato da quelle comunità in termini di vite umane e di danni all’economia locale (e nazionale).
Infine, c’è il caso dei terremoti del 2016, che con l’ormai noto dualismo tra il centro storico di Amatrice, praticamente scomparso dalla carta geografica, e quello di Norcia, che seppure tra mille sofferenze ha avviato un percorso di rinascita, ha di fatto messo in moto la nostra ricerca.

La tesi di fondo che sostenete è che – forse semplifico io – la vulnerabilità sismica degli insediamenti aumenta con la distanza temporale dall’ultimo terremoto distruttivo. In un certo senso, sostenete, dopo un terremoto distruttivo si procede a riparazioni e ricostruzioni che diminuiscono la vulnerabilità complessiva; in seguito la memoria dell’evento sfuma e la vulnerabilità aumenta. E’ così?

La tesi in estrema sintesi è quella che hai tratteggiato, ma vanno fatte due premesse. La prima riguarda i dati utilizzati: per poter contare su dati omogenei e di buona qualità abbiamo scelto di analizzare solo l’Italia peninsulare, e in particolare la catena appenninica. La seconda ha invece carattere metodologico: nel nostro lavoro infatti si incontrano il dato storico, sotto forma di storia sismica di ogni singolo comune, e il dato geologico, che nell’ambito di un territorio vasto ci consente di isolare quei comuni che si trovano direttamente al di sopra delle grandi sorgenti sismogenetiche, e nelle quali quindi prima o poi ci si aspetta di raggiungere livelli di scuotimento elevati (si veda l’immagine qui sotto, cliccare per ingrandire). Si noti che i dati storici consentirebbero in molti casi di scendere anche al di sotto della scala comunale, ma per omogeneità di rappresentazione e per potersi rapportare con i dati ISTAT abbiamo deciso di riportare tutto al singolo comune.

Sorgenti sismogeniche composite (Composite Seismogenic Sources) tratte dal database DISS (DISS Working Group, 2018: http://diss.rm.ingv.it/diss/) e i più forti terremoti (Mw 5.8 e superiore) del catalogo CFTI5Med (Catalogo dei Forti Terremoti in Italia, GUIDOBONI et alii., 2018). Ogni sorgente rappresenta la proiezione in superficie della presumibile estensione della faglia a profondità sismogenica. Le sorgenti in giallo delineano il sistema di grande faglie estensionali che corrono lungo la cresta dell’Appennino e che sono state utilizzate per questa ricerca. Ogni sorgente è circondata da un buffer di 5 Km il cui ruolo è quello di tenere conto delle incertezze insite nella sua localizzazione esatta, e quindi della sua esatta distanza rispetto ai centri abitati che la sovrastano o la circondano (da Valensise et al., 2017: si veda la Nota 1).

È a partire dai comuni così selezionati  – 716 per l’intera Italia del centro-sud, dalla Toscana alla Calabria  – che abbiamo poi stimato l’attitudine di ogni comunità a sottovalutare il livello di pericolosità locale, e quindi ad abbassare fatalmente la guardia sul tema della vulnerabilità del costruito. Sarebbe stato inutile ragionare su tutti i comuni, inclusi quelli che sorgono distanti dalle grandi sorgenti sismogenetiche, perché una cosa è un edificio fatiscente in una zona scarsamente sismica, come è quasi tutto il versante tirrenico dell’Appennino, altro è se quello stesso edificio si trova ad Amatrice. Noi volevamo elaborare un “ranking” della vulnerabilità dimenticata dai cittadini e dai loro amministratori, e abbiamo messo in campo le migliori conoscenze geologiche, geodinamiche e storiche oggi disponibili – un patrimonio quasi unico al mondo – per raggiungere questo obiettivo. Un’ultima osservazione: i dati di ingresso sono congelati al pre-2016, quindi la graduatoria non tiene conto degli ultimi terremoti dell’Appennino centrale.

In questo modo avete stilato una sorta di graduatoria di vulnerabilità sismica degli insediamenti appenninici, basata sostanzialmente sulla distanza temporale dall’ultimo evento distruttivo. Ci puoi illustrare un poco questa graduatoria?

Abbiamo ordinato le nostre 716 località(si veda l’immagine qui sotto, cliccare per ingrandire)  in funzione della distanza nel tempo dall’ultimo scuotimento di VIII grado della scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg): un livello di intensità che a nostro avviso fa da spartiacque tra la semplice riparazione di edifici vetusti e la necessità di demolirli e ricostruirli ex-novo, con una presumibile drastica riduzione della vulnerabilità.

Figure 2 Mappa ranking_200

Distribuzione dei 716 capoluoghi dei comuni (rappresentativi delle intere aree comunali) selezionati con la procedura descritta nel testo (da Valensise et al., 2017). Le aree bordate in giallo rappresentano la proiezione in superficie delle grandi sorgenti sismogeniche che corrono in cima all’Appennino (si veda anche la Figura 4). Sono mostrati:

• in viola: 38 comuni per i quali la storia riporta solo notizie di danni lievi;
in rosso: 315 comuni che nella nostra graduatoria corrispondono alle aree comunali che non hanno subito terremoti distruttivi dal 1861 (Unità d’Italia);
• in nero: 363 comuni ordinati secondo la distanza nel tempo dall’ultimo terremoto distruttivo, avvenuto dopo il 1861.

Il riferimento al 1861 è puramente convenzionale. L’anno 1861 rappresenta uno spartiacque storico imprescindibile anche per i terremoti, con effetti variabili caso per caso (si pensi solo alle efficaci norme antisismiche borboniche, abrogate con l’Unità d’Italia).

Le prime 38 località sono quelle che non hanno mai vissuto uno scuotimento del livello fissato: seguono quelle in cui quel livello è stato raggiunto o superato molti secoli fa, mentre in fondo troviamo le località che hanno subito i terremoti più recenti, e quindi sono state presumibilmente ricostruite con sistemi antisismici. Le nostre elaborazioni sono facilmente accessibili a chiunque attraverso un sito dedicato, che mostra la nostra graduatoria sia in forma tabellare che in mappa, e consente di esplorare la storia sismica di ciascun comune[3]. Gli unici altri parametri che mostriamo, senza per il momento utilizzarli, sono la popolazione residente e la percentuale di edifici ante-1918, entrambi da dati ISTAT. Per illustrare le implicazioni del nostro studio farò degli esempi tratti dalla graduatoria stessa.

Un caso eclatante è quello della media Valle del Serchio, con diverse località nella parte altissima della classifica, quella dei comuni che non hanno mai sperimentato un VIII grado nella storia: procedendo da NW verso SE si incontrano Gallicano (193°), Coreglia Antelminelli (192°), Borgo a Mozzano (31°), a Bagni di Lucca (32°), tutti centri tra i 4.000 e i 6.000 abitanti circa. Si salva solo Barga (595°), l’ameno borgo montano celebrato da Giovanni Pascoli, che è poi il centro principale della valle. Si nota facilmente che la posizione in graduatoria sale – dunque peggiora – muovendosi verso SE, ovvero allontanandosi dalla sorgente del terremoto del 1920 in Garfagnana, ovvero nell’alta Valle del Serchio. Non vi è dubbio che le due porzioni della valle siano simili, ma i dati sismotettonici suggeriscono che mentre la parte settentrionale ha subito il “suo” grande terremoto meno di un secolo fa, la faglia che si trova sotto la parte meridionale è storicamente silente. Secondo il CFTI5Med, nel 1920 Barga subì un VIII grado, e il terremoto “…danneggiò il 75% degli edifici, abitati per lo più da popolazione povera, causando il crollo totale di molte case…”. Sarà sufficiente questa ricostruzione a salvare Barga dal prossimo forte terremoto della Valle del Serchio? Le cose andranno probabilmente meglio che nei comuni più a valle, anche perché, se è vero che secondo l’ISTAT il 37% del patrimonio abitativo di Barga è pre-1918, ovvero ha oltre un secolo, questa quota di edificato è verosimilmente costituita da case che hanno resistito al terremoto del 1920: o perché costruite meglio, o perché costruite dove la risposta sismica è stata meno severa della media, o per una combinazione di queste due circostanze.

Un altro esempio che vorrei portare riguarda il confine calabro-lucano, tra le provincie di Potenza e Cosenza. Si tratta di un caso simile al precedente, ma decisamente più conclamato. Siamo infatti in uno dei pochi settori della catena appenninica che non hanno mai subito un forte terremoto in epoca storica, anche se la completezza del record sismico della zona non supera qualche secolo (con Emanuela Guidoboni nel 2000 scrivemmo un piccolo contributo proprio su questo tema[4]). L’area era stata già individuata come una possibile “lacuna sismica” dal sismologo giapponese Fusakichi Omori all’indomani di uno studio da lui condotto sui grandi terremoti dell’Italia peninsulare. Nella zona in questione ricadono Mormanno (CS, 29°), Rotonda (PZ, 30°), mai colpite da un forte terremoto, ma anche Viggianello (PZ, 178°), colpita da un VIII-IX grado nel terremoto del 26 gennaio 1708 – che sempre secondo il CFTI5Med “…danneggiò molto gravemente l’abitato causando estese distruzioni e numerose vittime…”. Il 25 ottobre del 2012 questa zona è stata colpita da un terremoto con Mw 5.3, che ha testato la solidità degli edifici ma soprattutto ha messo in moto un circolo virtuoso di riduzione della vulnerabilità dell’edificato: una circostanza molto locale, legata al verificarsi di un terremoto non distruttivo ma sufficiente a innescare una solida reazione delle istituzioni, e che potrebbe rappresentare una gradita eccezione a quanto previsto dal nostro ranking. Sicuramente però la lista delle località nelle quali la “memoria sismica” è stata ben coltivata include molti altri centri, soprattutto in Italia centrale e meridionale: ma dell’efficacia di questi comportamenti virtuosi riceveremo conferma solo dai terremoti prossimi venturi.

Il caso di Norcia sembra del tutto particolare. Il celebre regolamento edilizio dello Stato Pontificio (1859) sembra aver contribuito da allora a limitare i danni, anche nel caso nel terremoto del 1979. Viceversa, per motivi imperscrutabili, Norcia venne inserita in zona sismica solo nel 1962. Nel 2016 ebbe più danni fuori le mura che all’interno. Hai un’opinione?

Norcia è al 676° posto della nostra graduatoria, principalmente in virtù del terremoto del 1979, ma in precedenza aveva già subito effetti di VIII o superiore nel 1730, 1859 e 1879. Il caso di Norcia in effetti è decisamente unico. La “fortuna” di Norcia nei confronti dei terremoti – se mi si concede il termine, forse poco appropriato se solo pensiamo a quello che sta succedendo in questi mesi in città[5]  – passa soprattutto per due terremoti-simbolo, quelli del 1859 e del 1979, entrambi con magnitudo intorno a 5.8, e per un terremoto-richiamo, quello del 1997. Mi spiego meglio. A seguito del terremoto del 1859 il prelato Arcangelo Secchi e l’architetto Luigi Poletti furono i protagonisti di un’analisi molto accurata di ciò che era successo, accompagnata da raccomandazioni sulla ricostruzione raccolte nel famoso “Regolamento edilizio” approvato tra la fine del 1859 e la primavera del 1860. Fu così che il terremoto del 1979 trovò un patrimonio edilizio mediamente più robusto di quello delle località circostanti, anche se forse si era già in parte persa la lezione impartita dal terremoto di 120 anni prima. Dopo il 1979 Norcia fu comunque ricostruita con grande impegno, sia dei residenti che delle istituzioni. Il terremoto del 1997, il cui epicentro era tutto sommato abbastanza lontano da Norcia, fu l’occasione per un “richiamo” di quanto fatto dopo il 1979, come si fa con i vaccini. I nursini quindi – e lo dico con cognizione di causa poiché lì sono nati e cresciuti dei miei cugini materni – hanno il terremoto nel DNA.

Credo che il famoso Regolamento edilizio di Secchi e Poletti abbia giocato un ruolo determinante; un esempio per tutti, quello della Torre Civica, uscita miracolosamente quasi indenne dal terremoto del 30 ottobre 2016. Norcia dimostra che il peso della storia nella cultura locale può essere tale da compensare gli eventuali ritardi nell’introduzione e nell’applicazione di norme antisismiche. A Norcia la cultura locale non ha aspettato le norme moderne ma le ha precorse, anche grazie a Secchi e Poletti. Ricordiamo peraltro che da sempre in Italia le norme incidono solo sugli edifici nuovi e su quelli ristrutturati in maniera significativa, ma non impongono nulla sull’esistente: questo a mio avviso è uno dei grandi nodi irrisolti, nonché una fonte di equivoci e di aspettative mal riposte. Se vogliamo, il caso che citi – quello di un maggior danneggiamento al di fuori della cerchia muraria di Norcia rispetto al centro storico s.s. – è una paradossale conferma proprio del ruolo della “memoria storica” nel mitigare gli effetti dei terremoti. Anche qui al posto mio dovrebbe parlare un ingegnere, ma tenterò di azzardare delle ipotesi, in parte peraltro scontate.

Intanto va detto che il valore della “memoria storica” di Norcia e dei nursini vale principalmente per la “componente storica” dell’edificato. Una affermazione che sembra tautologica, ma in effetti a che storia sismica può far riferimento un condominio costruito negli anni ’80, diversissimo dallo stile costruttivo del centro della città, ma semmai simile a quello che si vede in tante periferie urbane d’Italia? Lo stile costruttivo è anche alla base della mia seconda ipotesi, che parte dall’evidenza che un edificio in muratura portante può difendersi anche molto bene dai terremoti, a patto però che sia ben costruito/ristrutturato, secondo le più efficaci pratiche in uso nelle diverse epoche. Ricordo che quello del 30 ottobre è stato un terremoto di magnitudo 6.5 localizzato proprio sotto al centro di Norcia: le accelerazioni osservate sono state molto significative, al punto da rendere veramente straordinaria la performance degli edifici in muratura. Nei condomini sorti all’esterno della cerchia muraria, invece – ma lo ripeto, si tratta dell’opinione di un geologo – ancora una volta si è visto che nei normali edifici in cemento armato la performance della struttura portante può essere anche molto diversa da quella delle tamponature e delle strutture accessorie. Questo significa che l’edificio difficilmente crolla, a meno di marchiani errori di progettazione, ma anche che i danni non strutturali possono risultare così onerosi da rendere conveniente demolire e ricostruire: un paradosso sul quale ritengo siano intervenute efficacemente le nuove Norme Tecniche per le Costruzioni, quantomeno per il futuro.

Avete avuto modo di discutere questo studio con qualche ingegnere sismico, o avete ricevuto qualche reazione da parte di quell’ambiente? Come ritenete che i vostri risultati possano essere utilizzati, e soprattutto da chi?

Abbiamo ricevuto parole di plauso e incoraggiamento sia da vari ingegneri a cui abbiamo sottoposto la prima versione del manoscritto, sia dal pubblico al quale abbiamo presentato lo studio nei consessi più disparati. Ma ci si ferma lì, perché altre reazioni – e mi riferisco soprattutto a quelle delle istituzioni – non ce ne sono state, almeno per ora. Abbiamo anche tentato di stabilire un rapporto con i vertici della Struttura di Missione Casa Italia, quando ancora era diretta dal Prof. Azzone, ma non c’è stata alcuna reazione. Evidentemente Casa Italia non condivide con noi la necessità di fissare presto dei criteri di priorità per gli interventi di mitigazione del rischio: interventi che comunque non sta attuando, se non nei dieci cantieri-simbolo che verranno aperti in altrettante città-simbolo.
Noi riteniamo che oggi la mitigazione dei terremoti debba coniugare degli ottimi presupposti scientifici –  e in Italia riteniamo di aver sia un ricco patrimonio di dati sulla sismicità, sia un ottimo expertise per utilizzarli al meglio – con un sano realismo per quel che riguarda come e dove investire le eventuali risorse che si rendessero disponibili per il miglioramento sismico. Riteniamo anche che il Sisma Bonus potrebbe essere uno strumento utile, ma solo a patto di rivedere drasticamente i criteri di assegnazione dei benefici offerti (oltre a renderlo più “allettante”, rivedendo i meccanismi di erogazione: ma su questo lascio la parola agli esperti di cose finanziarie). In particolare va assolutamente stilata una graduatoria di priorità tra i diversi comuni e i diversi aggregati di edifici, scegliendoli in base alla loro vulnerabilità presumibile – sulla base di ipotesi come quelle da noi formulate – o reale – sulla base di rilievi puntuali, ancorché speditivi.
Per avviare armonicamente questo processo è necessaria una solida cabina di regia, che a mio avviso dovrebbe includere ricercatori, rappresentanti degli ordini professionali coinvolti, funzionari dell’ISTAT, oltre a rappresentanze istituzionali di varia provenienza (DPC, MiSE, ANCI ecc.). Per oltre due anni ho pensato e sperato che questa cabina di regia potesse coincidere con le strutture di Casa Italia, ma oggi mi è chiaro che sbagliavo.

Infine – last but not least, come si direbbe nel mondo anglosassone – è necessario varare un approccio pluriennale alla mitigazione del rischio sismico, che almeno su un tema così importante abbatta l’endemica visione “a cinque anni” (quando va bene) che da sempre caratterizza i governi del Belpaese. Ma la capacità di pianificare efficacemente il futuro non rientra tra le tradizionali virtù italiche, e dunque su questo versante temo non si andrà molto lontano.
Come ricercatore so distinguere bene ciò che ha senso da ciò che potrebbe essere scritto solo in un libro dei sogni. Tuttavia – e con questo chiudo il cerchio da te aperto con la prima domanda – mi piacerebbe dedicare i prossimi anni di attività a battermi perché ci sia un cambio di rotta su come oggi si affrontano questi temi in Italia. Lo ritengo un dovere morale della mia generazione di sismologi, figlia delle immense – e certamente evitabili – catastrofi del Friuli e dell’Irpinia, e della successiva nascita di una Protezione Civile moderna ed efficace.


[1]  https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2212420917302376?via%3Dihub(solo abstract: per scaricare l’articolo è necessario un abbonamento alla rivista)

[2] http://www.cngeologi.it/wp-content/uploads/2018/08/GTA01_2018_web.pdf (liberamente scaricabile)

[3] http://storing.ingv.it/cfti/cftilab/forgotten_vulnerability/#

[4] https://www.annalsofgeophysics.eu/index.php/annals/article/view/3672. L’articolo è liberamente accessibile.

[5] http://www.ansa.it/umbria/notizie/2019/04/19/continua-protesta-comitato-norcia_584b1669-91d1-4654-9563-504bdc31f3ba.html

The forgotten vulnerability (interview with Gianluca Valensise)


Gianluca Valensise, of the Earthquake Department of INGV, Rome, is a seismologist with a geological background, an INGV research manager, and the author of numerous studies on active faults in Italy and other countries. In particular he is the “founder” of Italy’s Database of Individual Seismogenic Sources (DISS, http://diss.rm.ingv.it/diss/). He has spent over 30 years of his career exploring the relationships between active tectonics and historical seismicity, with the goal of merging geological observations with the available evidence on the largest earthquakes of the past.
Recently, with other colleagues, he published a work that proposes a sort of vulnerability ranking of Apennines municipalities. We discuss it below.

Luca, you are an earthquake geologist. You deal with active faults, seismogenic sources, past earthquakes, seismic hazard. Recently, with other colleagues, you have ventured into the theme of seismic vulnerability of the Italian building heritage. How come this choice?

First of all let me recall that I am a researcher, but also a citizen who is in a position to be able – and having to – to do something immediately useful for his own country.
That said, I believe that it all started ten years ago, following the 2009 L’Aquila earthquake. That the extreme vulnerability of the built-up area was one of the causes of the disastrous results of some earthquakes had already become clear to me from before, if only for having studied the effects of the strongest Italian earthquakes of the ‘900; from that of 1908 in the Strait of Messina to that of Irpinia in 1980, passing through the area of Fucino, devastated by the earthquake of 1915.

But the story actually begins even earlier, with the earthquake of San Giuliano di Puglia in 2002. That earthquake showed everyone that some of the choices made in the defense – or lack of defense – from earthquakes can be so disastrous as to frustrate both the material culture accumulated by those who live in the seismic zones, both the technological advancements in the construction industry: these advancements concern not only reinforced concrete structures, but also those built with load-bearing masonry.
The 2009 L’Aquila earthquake showed almost a complete reversal of the “normal” situation: excluding cultural assets, for which other rules apply, the maximum number of collapses and victims was recorded in post-WWII buildings, while those of previous eras – including the eighteenth-century buildings of the historic city – overall responded quite satisfactorily (this different performance also includes the choice of the site, sometimes disastrous in the case of some recent buildings).

There is little to add on the case of the May 2012 earthquakes in Emilia. The damage was dominated by the collapses in ecclesiastical architecture – to a large extent inevitable – and in the industrial one, which instead represented a bolt from the blue for everyone. I would like to remind you that the collapsed warehouses had been built without considering the possibility of significant lateral seismic actions, which have therefore played a major role in causing collapses that are apparently disproportionate to the severity of the earthquake itself. The previous antiseismic code did not require buildings in that area to be earthquake-proof: nevertheless, this remains a tragedy in the tragedy, if we reflect on the enormous disproportion between how little it would have costed to substantially reduce the vulnerability of those industrial premises (provided, however, that the reinforcements had been planned ahead of construction), and the price paid by those communities in terms of human lives and damage to the local (and national) economy.
Finally, there is the case of the 2016, Central Italy earthquakes, and of the dualism between the historical center of Amatrice, that practically disappeared from the map, and that of Norcia, that has entered a path of rebirth, although this path is fraught with many difficulties. This dualism has spurred our research (1, 2).

The basic thesis that you support is that – perhaps I simplify – the seismic vulnerability of settlements increases with the temporal distance from the last destructive earthquake. In a sense, you argue, after a destructive earthquake, repairs and reconstructions are carried out which reduce the overall vulnerability; then the memory of the event fades out and the vulnerability increases. Is this so?

The thesis in extreme synthesis is the one you have outlined, but I must make two premises. The first concerns the data used: in order to rely on homogeneous and good quality data, we have chosen to analyze only peninsular Italy, and in particular the Apennines chain. The second one has instead a methodological character: in our work we use jointly the historical observations, in the form of the seismic history of each single municipality, and the geological observations, which within a vast territory allow us to isolate those municipalities that are directly located above the great seismogenic sources. As such these municipalities will experience strong ground shaking, sooner or later (see the image below). It should be noted that the historical data would in many cases allow to go even below the municipal scale, but in order to grant a homogeneous representation and to be able to relate to the ISTAT data we have decided to bring everything back to the single municipality.

Figure 1 CFTI-DISS_200

Composite Seismogenic Sources taken from the DISS database (DISS Working Group, 2018: http://diss.rm.ingv.it/diss/) and the strongest earthquakes (Mw 5.8 and larger) in the CFTI5Med catalog (Catalog of Strong Earthquakes in Italy, Guidoboni et al., 2018). Each source represents the surface projection of the fault at seismogenic depth. The sources in yellow outline the system of large extensional faults running along the crest of the Apennines and have been used for this research. Each source is surrounded by a 5 km buffer whose role is to take into account the uncertainties inherent in its exact location, and therefore its exact distance from the inhabited centers that surround it or lie above it (from Valensise et al., 2017: see Note 1).

It is from the municipalities so selected (see the figure above) – 716 for the whole of central and southern Italy, from Tuscany to Calabria – that we then ranked the attitude of each community to underestimate the level of local danger, and therefore to fatally lower the guard on the issue of building vulnerability. It would have been useless to consider all municipalities, including those that lie far from the large seismogenic sources, because one thing is a dilapidated building in a scarcely seismic area, such as most of the Tyrrhenian side of the Apennines, another is if that same building is located in Amatrice. We wanted to elaborate a “ranking” of the vulnerability forgotten by citizens and their administrators, and we have put in place the best geological, geodynamic and historical knowledge available today – an almost unique heritage in the world – to achieve this goal. One last observation: the data we used are frozen at pre-2016, so our ranking does not take into account the latest earthquakes in the central Apennines.

In this way you have drawn up a sort of seismic vulnerability ranking of the Apennine settlements, based essentially on the temporal distance from the last destructive event. Can you illustrate this ranking a little?

We have ordered our 716 locations (see figure below) as a function of distance over time since the last VIII intensity shaking (Mercalli-Cancani-Sieberg or MCS scale:): a level of intensity that we believe marks a boundary between the simple repair of old buildings and the need to demolish and rebuild them from scratch, with a presumably drastic reduction in vulnerability.

Figure 2 Mappa ranking_200

Distribution of the 716 municipalities (representative of the entire municipal areas) selected with the procedure described in the text (from Valensise et al., 2017). The areas outlined in yellow represent the surface projection of the large seismogenic sources that run along the crest of the Apennines. The map shows:
– in purple: 38 municipalities for which historical sources report only minor damage;
– in red: 315 municipalities that in our ranking correspond to the municipal areas that have not suffered destructive earthquakes since 1861 (the year of unification of Italy);
– in black: 363 municipalities ordered according to the distance in time from the latest destructive earthquake, which occurred after 1861.
The reference to 1861 is purely conventional. The year 1861 represents a historical watershed that is also essential for earthquakes, with variable effects on a case-by-case basis (just think of the very effective Bourbon seismic regulations, that were abolished following the Unity of Italy).

The first 38 localities are those that have never experienced a shaking of the set level: following are those where that level was reached or exceeded many centuries ago, while in the end we find the places that have suffered for the most recent earthquakes, and therefore have been presumably reconstructed with anti-seismic systems.
Our elaborations are easily accessible to anyone through a dedicated website, which shows our ranking both in table and on map, and allows to explore the seismic history of each municipality (3). The only other parameters we show, without using them for the moment, are the resident population and the percentage of pre-1918 buildings, both from ISTAT data.

To illustrate the implications of our study I will give examples taken from the ranking itself. A striking case is that of the Mid-Serchio Valley, with several localities in the highest part of the ranking, that collects the municipalities that have never experienced a VIII degree in history: going from NW to SE we find Gallicano (193°), Coreglia Antelminelli (192 °), Borgo a Mozzano (31°), at Bagni di Lucca (32 °), all centers around 4,000 to 6,000 inhabitants, all in the province of Lucca. Only Barga , the pleasant mountain village celebrated by Giovanni Pascoli that is also the main center of the area, is presumably safe (595°).

It is easy to see that the position in the ranking goes up – thus worsening – moving towards the SE, i.e. moving away from the source of the 1920 earthquake in Garfagnana, also known as upper Serchio Valley. There is no doubt that the two portions of the valley are similar, but the seismotectonic data suggests that while the northern part suffered its “great” earthquake less than a century ago, the fault beneath the southern part is historically silent. According to the CFTI5Med catalogue, in 1920 Barga suffered a VIII degree, and the earthquake “… damaged 75% of the buildings, mostly inhabited by a poor population, causing the total collapse of many houses …”. Will this reconstruction suffice to save Barga from the next strong earthquake in the Serchio Valley? Things will probably be better than in the most downstream municipalities, also because, if it is true that according to ISTAT, 37% of Barga’s housing stock is pre-1918, i.e. more than a century old, this share of buildings is probably made up of houses that resisted the 1920 earthquake: either because they were built better, or because they were built where the seismic response was less severe than the average, or because of a combination of these two circumstances.

Another example I would like to take concerns the Calabrian-Lucanian border, between the provinces of Potenza and Cosenza in southern Italy. The case is similar to the previous one, but definitely more evident. We are in fact in one of the few portions of the Apennines chain that have never suffered a strong earthquake in historical times, even if the completeness of the seismic record of the area does not exceed a few centuries (with Emanuela Guidoboni in 2000 we wrote a small contribution precisely on this theme: see Note 4). The area had already been identified as a possible “seismic gap” by Japanese seismologist Fusakichi Omori within a study he conducted on the largest earthquakes of the Italian peninsula. In the area in question lie Mormanno (Cosenza, 29°) and Rotonda (Potenza, 30 °), never affected by a strong earthquake, but also Viggianello (Potenza, 178°), hit by a VIII-IX degree in the earthquake of January 26 1708 – which according to the CFTI5Med catalogue “… seriously damaged the village causing extensive destruction and numerous victims …”. On 25 October 2012 this area was hit by an earthquake with Mw 5.3, which tested the solidity of the buildings but above all it spurred a vast effort for the reduction of building vulnerability: a very local circumstance, linked to the occurrence of an earthquake that is not destructive but sufficient to trigger a solid reaction from the institutions, and that could be a welcome exception to what would be expected based on our ranking.

The list of locations where the “seismic memory” has been well cultivated certainly includes many other centers, especially in central and southern Italy: but the effectiveness of these virtuous behaviors will receive confirmation only from the forthcoming earthquakes.

The case of Norcia seems quite special. The famous building regulations enforced by the Papal State (1859) seem to have contributed since then to limit the damage, even in the case of the 1979 earthquake. Viceversa, for mysterious reasons Norcia was included in the seismic code only in 1962. In 2016 it suffered more damage outside the walls than inside. Do you have an opinion on this?

Norcia is ranked 676° place in our classification, mainly by virtue of the 1979 earthquake, but had previously suffered intensity VIII or larger effects in 1730, 1859 and 1879.
The case of Norcia is indeed quite unique. The “fortune” of Norcia towards earthquakes – if the term is granted to me, being perhaps inappropriate in view of what has happened in the city over the past few months (5) – is largely due to two symbolic earthquakes, those of 1859 and 1979, both with a magnitude of around 5.8, and to a sort of wake-up earthquake, that of 1997. Let me explain it better.

Following the 1859 earthquake the prelate Arcangelo Secchi and the architect Luigi Poletti prepared a very accurate analysis of what had happened, accompanied by recommendations on the reconstruction collected in the famous “Building Regulations” approved between the end of 1859 and the spring of 1860. It for this reason that the 1979 earthquake found a building patrimony that on average was substantially more hard-wearing than that of the surrounding towns, although the lesson imparted by the earthquake of 120 years before had perhaps already been partly lost. After 1979 Norcia was rebuilt with a great commitment, both by residents and institutions. The 1997earthquake, whose epicenter was quite far from Norcia, was the occasion for a “recall” of what had been done after 1979, as it is done with vaccines. The nursini – the people of Norcia – have the earthquake in their DNA: and I state this with full knowledge of the facts because some of my maternal cousins were born and raised there.

I believe that Secchi and Poletti’s famous Building Regulations did play a major role; an example for all, that of the Civic Tower, which miraculously survived the 30 October 2016 earthquake. Norcia demonstrates that the lesson taught by history to the local culture may compensate for any delays in the introduction and implementation of anti-seismic codes. In Norcia the local culture has not waited for modern codes but has anticipated them, also thanks to Secchi and Poletti. We should also remember that in Italy the codes have always only affected only new buildings and those that have been significantly restored; nothing is imposed to the owners of existing buildings. In my opinion this is one of the great unresolved issues, perhaps the greatest, as well as a source of misunderstandings and ill-fated expectations.

If we want, the case you mention – that of greater damage outside the walls of Norcia compared to the historic center s.s. – is a paradoxical confirmation of the role of “historical memory” in mitigating the effects of earthquakes. Here, too, an engineer should speak in my place, but I will try to venture hypotheses, some of them quite obvious.

First of all it must be said that the value of the “historical memory” of the nursini applies only to the “historical component” of the building stock. This statements seems redundant, but in fact what could be the value of “historical memory” for a condominium built in the 1980s, very different from the constructive style of the city center but rather similar to what you see in many urban suburbs of Italy?
The construction style is also the basis of my second hypothesis, stemming from the evidence that a load-bearing masonry building can also defend itself very well from earthquakes, provided that it is well built or renovated, according to the best practices in use in the various epochs. Recall that the 30 October shock was a Mw 6.5 earthquake located just below the center of Norcia: the accelerations observed were very significant, to the point of making the performance of masonry buildings truly extraordinary. In condominiums built outside the walls, instead – but I insist that this is the opinion of a geologist – once again we have seen that in normal reinforced concrete buildings the performance of the supporting structure can also be very different from that of of infills and of any accessory structures. This means that the building is unlikely to collapse, unless there are evident flaws in its design, but also that non-structural damage can be so burdensome as to make it convenient to demolish and rebuild: a paradox which I believe has been addressed in the new Norme Tecniche sulle Costruzioni 2018 (Technical Standards for Construction, or NTC18), at least for the future.

Have you had the chance to discuss this study with some seismic engineer, or have you received any reaction from that environment? How do you think your results can be used, and above all by whom?

We have received words of encouragement both from various engineers to whom we have submitted the first version of the manuscript, and from the public to whom we have presented the study in the most diverse occasions. But that’s all, because there have not been other reactions, at least for now – and I refer above all to those of the institutions. We also tried to establish a relationship with the Casa Italia Mission Structure, when it was still directed by Prof. Azzone, but also in this case there was no reaction. Evidently Casa Italia does not share with us the need to set priority criteria for risk mitigation interventions soon: interventions that the Structure is not implementing anyway, if not in the ten symbol-building sites that will be opened in as many symbol cities.

We believe that earthquake mitigation must combine excellent scientific assumptions – and in Italy we believe we have both a rich heritage of seismicity data, and an excellent expertise to make the best use of them – with much pragmatism as regards how and where invest any resources that may become available for seismic improvement. We also believe that the Sisma Bonus (“Seismic Bonus”) could be a useful tool, but only on condition that the criteria for assigning its benefits are drastically reviewed (and that the Sisma Bonus is made overall more “attractive”, by reviewing the delivery mechanisms: but on this I leave the floor to the experts of financial things). In particular, we maintain that a ranking of priorities must be drawn up between the various municipalities and the various aggregates of buildings, choosing them on the basis of their presumable vulnerability – on the basis of hypotheses such as those formulated by us – or real – on the basis of punctual findings, even if expeditious.

Launching this process harmoniously requires a solid control room, which I believe should include researchers, representatives of the professional associations involved, ISTAT officials, as well as institutional representatives of various origins (the Italian Civil Protection, the Ministry of Economic Development or MiSE, the National Association of Italian Municipalities etc.). For over two years I thought and hoped that this control room could coincide with the structures of Casa Italia, but today it is clear to me that I was wrong.

Finally – last but not least – it is necessary to launch a multi-year approach to the mitigation of seismic risk; an approach which at least on such an important issue breaks down the endemic “five years perspective” (when it’s good) that from always characterizes the governments of the Belpaese. But the ability to effectively plan the future is not one of the traditional virtues of the Italians, and therefore I fear we will not go very far on this side.

As a researcher I can clearly distinguish what makes sense from what could only be written in a book of dreams. However – and with this I close the circle you opened with the first question – I would like to dedicate the next few years to promote a change of course on how these issues are coped with in Italy today. I consider it a moral duty of my generation of seismologists; a generation stemming from the immense – and certainly avoidable – catastrophes of Friuli and Irpinia, and from the subsequent birth of a modern and effective Civil Protection.

(1) https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2212420917302376?via%3Dihub

(2) http://www.cngeologi.it/2018/08/27/geologia-tecnica-ambientale-7/

(3) http://storing.ingv.it/cfti/cftilab/forgotten_vulnerability/#

(4) https://www.annalsofgeophysics.eu/index.php/annals/article/view/3672

(5) http://www.ansa.it/umbria/notizie/2019/04/19/continua-protesta-comitato-norcia_584b1669-91d1-4654-9563-504bdc31f3ba.html

L’educazione al rischio sismico: un bilancio parziale (colloquio con Romano Camassi)

Earthquake risk education: a partial statement (interview with Romano Camassi).


Romano Camassi è un ricercatore dell’INGV (Sezione di Bologna). ‘Sismologo’, di formazione eccentrica (una laurea in Pedagogia, una tesi in storia moderna), impegnato da oltre tre decenni in ricerche storiche su terremoti. Coautore dei principali cataloghi di terremoti italiani. Da oltre 15 anni dedica una parte del suo lavoro a progetti di educazione al rischio sismico.

Dopo ogni terremoto distruttivo, in Italia come altrove, viene richiamata la necessità di migliorare l’educazione al terremoto ovvero al rischio sismico, o addirittura di introdurla a vari livelli. E’ vero che, sia pure non in modo generalizzato, vi sono state e vi sono diverse iniziative in questo ambito. Ci puoi dare una idea, e magari rinviare a qualche pubblicazione che le riassuma? Continua a leggere

Earthquake risk education: a partial statement for Italy (interview with Romano Camassi)

Translated by Google Translate, revised

Romano Camassi is a researcher at INGV (Department of Bologna). ‘Seismologist’ of eccentric training (a degree in Pedagogy, a thesis in modern history), engaged for more than three decades in historical research on earthquakes. Co-author of the main catalogues of Italian earthquakes. For over 15 years he has dedicated a part of his work to seismic risk education projects.

After every destructive earthquake, in Italy as elsewhere, the need to improve the earthquake education the seismic risk education, or even to introduce it at various levels, is recalled. It is true that, albeit not generally, there have been and there are several initiatives in this area. Can you give us an idea, and maybe refer to some publication that summarizes them?
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Tutti sulla stessa faglia: un’esperienza di riduzione del rischio sismico a Sulmona (colloquio con Carlo Fontana)

Carlo Fontana è un ingegnere meccanico che vive nei pressi di Sulmona, e quindi nei pressi di una delle faglie appenniniche più pericolose: quella del Morrone. Lavora nel settore industriale e fino al 2009 non ha considerato il rischio sismico come rilevante nella sua vita. Con lui abbiamo discusso della sua esperienza di riduzione della vulnerabilità sismica della sua casa e di impegno pubblico sul tema della prevenzione nel suo territorio.

Ci racconti come era – dal punto di vista sismico – l’edificio in cui vivevi ?

L’edificio in questione è la casa paterna di mia moglie, che abbiamo deciso di ristrutturare dopo il matrimonio per renderla bifamiliare. Era composto da un nucleo originario in muratura calcarea tipica della zona, primi anni del 900, a cui è stato affiancato un raddoppio negli anni  ‘60 con muratura in blocchi di cemento semipieni. Solai in profili metallici e tavelle, scala in muratura e tetto in legno. E’ stata danneggiata e resa parzialmente inagibile dai terremoti del 7 e 11 maggio 1984. Nel 2008 era ancora in attesa del contributo per un intervento di riparazione progettato a ridosso del sisma.

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Qual è stata la molla che è scattata per indurti a rivedere il progetto relativo alla tua abitazione? Continua a leggere

Sisma Safe: come scegliere di “essere più antisismico” (colloquio con Giacomo Buffarini)

Quando un edificio può essere definito sicuro in caso di terremoto? E’ sufficiente che sia stato progettato e realizzato secondo le norme sismiche? E quali norme, visto che sono cambiate e migliorate nel corso degli anni?
Queste ed altre problematiche vengono affrontate dalla iniziativa “Sisma Safe”, un’associazione senza scopo di lucro che, attraverso un’attività informativa, vuol dare una risposta al bisogno di sicurezza individuando degli esempi positivi che siano in grado di trascinare il mercato edilizio. Ne parliamo con Giacomo Buffarini, ingegnere, ricercatore presso l’ENEA, ente che collabora a questa iniziativa.

Come è nata l’iniziativa “Sisma Safe” e quali sono gli obiettivi che persegue?

Sisma Safe nasce dalla sensibilità di alcune professioniste (ingegneri e architetti) che hanno compreso come ogni sforzo in ambito edilizio di miglioramento delle performance energetiche, del comfort abitativo, o ogni altro investimento risultano vani se non è garantita la sicurezza strutturale e che risulta, quindi, necessario limitare la vulnerabilità sismica di un edificio. L’obbiettivo è fare in modo che l’edificio, a seguito di un evento sismico della portata di quello previsto dalla normativa, non solo consenta la salvaguardia della vita (ossia non crolli), ma che possa continuare ad essere usato; più semplicemente subisca un danneggiamento nullo o estremamente limitato. Continua a leggere

Towards the new seismic hazard model of Italy (interview with Carlo Meletti)


In 2004 a small research group, coordinated by INGV, released the Map of Seismic hazard of the Italian territory (MPS04), compiled as required by the Ordinance n. 3274 of the President of the Council of Ministers (2003). The map was to serve as a reference for the Regions, whose task is to update the seismic classification of the respective territories. The map was then made “official” by the Ordinance n. 3519 of the President of the Council of Ministers (28 April 2006) and subsequently published on  the Official Gazette (No. 108 of 11 May 2006).
In the following, other elaborations were added to the map using the same conceptual structure. It  represents the first modern seismic hazard model for Italy. For the first time estimates for different return periods and for various spectral accelerations were released. This model has been then used as the basis for the building code contained in the 2008 Technical Regulations (NTC08), which became operational in 2008 and was also adopted by the 2018 Technical Regulations.
Features and events related to the success of MPS04 are described, among other things, in two posts of this blog:

Che cos’è la mappa di pericolosità sismica? Prima parte (di Massimiliano Stucchi)

La mappa di pericolosità sismica (parte seconda); usi, abusi, fraintendimenti (di Massimiliano Stucchi)

As usual in many seismic countries, since a few years a research group is compiling a new hazard model, which uses updated data and techniques.
Massimiliano Stucchi discusses about it with Carlo Meletti who, after its important contribution to MPS04, coordinates the new initiative through the INGV Seismic Hazard Center.

MPS04,  even if compiled  “in a hurry” in order to meet the State requirements, had a considerable success, both in the technical-administrative field and – after a few years – at the public level. What drives a new model to be built?

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Come ridurre una volta per tutte il rischio sismico in Italia (Patrizia Feletig e Enzo Boschi)

In un articolo sul Corriere della Sera lunedì 19 marzo, Milena Gabanelli scrive di copertura assicurativa contro i terremoti ipotizzando un intervento dello Stato come avviene in alcuni paesi esteri, quale alternativa finanziariamente più sostenibile rispetto al risarcimento finanziato con varie “tasse sulla disgrazia”.
Giusto, anche perché i costi per la ricostruzione inseguono una parabola incontrollabile considerato l’aumento della concentrazione di ricchezza per metro quadro. Ma soprattutto con la diffusione di un sistema di copertura assicurativa, gli edifici verrebbero per forza sottoposti a collaudi strutturali. Come dovrebbe essere per attuare la famosa “carta d’identità del fabbricato” rimasta lettera morta. Mentre negli altri paesi europei un fabbricato senza una validazione strutturale non ottiene l’allacciamento di luce, acqua, ecc. in Italia, ci si limita alla verifica formale della sola certificazione energetica del fabbricato in occasione di vendita o locazione!

Una polizza potrebbe allora diventare un incentivo alla prevenzione con la responsabilizzazione delle istituzioni come testimonia la copertura da rischio contro catastrofi naturali francese a partecipazione mista stato-mercato in vigore dal 1982 e incresciosamente non citato nell’articolo! Per non discriminare tra aree ad alto rischio e quelle poco esposte, il premio è fisso, varia invece la franchigia a secondo se il comune dove risiede il fabbricato ha adottato provvedimenti come dei lavori di contenimento di corsi d’acqua o adeguamenti alle norme antisismiche, per contenere la propria esposizione ad alluvioni, terremoti, eruzioni vulcaniche.
Considerando gli otto terremoti più forti che hanno colpito la Penisola negli ultimi 42 anni, non si può non convenire che una polizza contro il sisma sia una misura più che necessaria. Deplorevole che se ne discuta da un quarto di secolo (il primo disegno di legge risale al 1993) e sebbene a volte la proposta sia anche riuscita a spuntare in qualche Finanziaria, è stata velocemente stralciata come fosse l’ennesima gabella impossibile da fare ingoiare al popolo dei proprietari di case.

Ma proprio la politica è doppiamente colpevole.
Primo per il suo irresponsabile fatalismo a ritenere di poter continuare ribaltare sull’iniziativa del singolo la messa in sicurezza delle abitazioni recentemente “incentivata” con la detraibilità fiscale. Il sisma bonus è un lodevole strumento fortemente voluto da Ermete Realacci ma la cui efficacia si scontra con il cronico vizio dei lavori edili in nero.
Secondo, se il 70% del patrimonio immobiliare di un territorio sismico come l’Italia, risulta inadeguato a scosse di medie magnitudo, è anche grazie alla sconsideratezza con la quale gli amministratori locali spesso, non hanno vietato l’edificabilità in aree a rischio. Casamicciola è solo l’ultimo dei tanti casi. Lo stesso vale quando nelle nuove costruzioni o negli interventi di riqualificazione, non hanno fatto rispettare le leggi sulla prevenzione sismica.
Il sindaco di Amatrice è indagato proprio per il crollo di una palazzina che nel 2009 venne evacuata a seguito delle scosse dell’Aquila e, in seguito degli interventi di ripristino, dichiarata dal comune agibile salvo franare la notte del 24 agosto 2016 causando la morte dei suoi abitanti.

Decisamente scellerata poi è la piaga dei condoni, la cui madre di tutte le regolarizzazioni dell’abusivismo è la legge 47 del 1985 del governo Berlusconi. Una sanatoria per la quale grande fu la protesta affinché almeno i territori dichiarati sismici fossero esclusi da questa delittuosa fittizia idoneità assegnata per default all’edificazione precaria, fuori norma, illecita. Sì delittuoso, perché la natura è matrigna ma le vittime dei terremoti sono attribuibili all’abusivismo, alle irregolarità, alla sciatteria, che hanno molti corresponsabili. In un tragico intreccio dove i colpevoli magari finiscono anche per essere loro stessi vittime delle loro azioni o omissioni. Ma questa non è giustizia.

Belice 1968: 50 anni dopo – Belice 1968, 50 years after (Massimiliano Stucchi)

Si ringraziano Renato Fuchs, Maurizio Ferrini e Andrea Moroni

English version below

Il terremoto – o meglio la sequenza sismica – del Belice (i parametri sismologici si possono trovare in https://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/ arrivò nel gennaio del 1968, quando il “Sessantotto” non era ancora cominciato. Non si era “abituati” ai terremoti come lo siamo ai giorni nostri: sei anni prima c’era stato quello del Sannio-Irpinia e per avere un altro M6 bisognava risalire al 1930, anche se, nel frattempo, non erano mancati terremoti capaci di produrre danni.
I terremoti del Belice annunziarono in un certo senso il decennio sismico degli anni 70: 1971 Tuscania, 1972 Ancona, 1976 Friuli, 1978 Golfo di Patti, 1979 Norcia e Cascia, 1980 Irpinia e Basilicata. E il dopo-terremoto divenne simbolo di spopolamento, emigrazione, rapine di fondi pubblici, follie urbanistiche e quant’altro.

All’epoca studiavo fisica, con interessi prevalenti rivolti alla fisica cosmica. In occasione di un soggiorno a Palermo nel 1969 raccolsi le descrizioni di amici e parenti che avevano vissuto il periodo sismico. Scoprii Segesta e partecipai alla mattanza a Favignana ma non andai nel Belice. Visitai per la prima volta il Belice nel 1977, in autostop, in coda alla mia prima scuola di Geofisica di Erice, dopo aver partecipato alle celebrazioni del trentennale della strage di Portella della Ginestra. Si stava costruendo: diverse località – secondo tradizione – venivano ricostruite altrove, e le rovine di Gibellina non erano ancora state sigillate dal Cretto di Burri. 

Ci ritornai altre volte con la benemerita Scuola di Geofisica diretta da Enzo Boschi, sempre diretto alla mia preferita – e ancora viva – Poggioreale ormai “antica”.

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“Ricostruire…dove, come?” Un opuscolo del 1981 – “Reconstructing … where, how?” A 1981 booklet (Massimiliano Stucchi)

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Come già ricordato, il terremoto del 1980 trovò la comunità scientifica (sismologi, geologi, ingegneri, vulcanologi) impegnata nel Progetto Finalizzato Geodinamica (PFG) del CNR che stava volgendo al termine (avviato nel 1976 il PFG aveva incontrato i terremoti del Friuli, 1976; Patti, 1978; Norcia, 1979).

Lo sforzo fu enorme. Oltre alle osservazioni strumentali coordinate dall’Osservatorio Vesuviano, che consentirono in seguito una delle prime ricostruzioni “moderne” della sorgente sismica, furono svolte indagini macrosismiche e geologiche. Continua a leggere

Achille e la tartaruga, ovvero la riduzione di vulnerabilità e rischio sismico in Italia (colloquio con Gian Michele Calvi)

Come dopo ogni terremoto distruttivo in Italia, anche dopo la sequenza sismica del 2016-2017 si sono risvegliati i dibattiti sul rischio sismico, sulla messa in sicurezza degli edifici, i relativi costi, ecc.
Ne discutiamo con Gian Michele Calvi, professore allo IUSS di Pavia e Adjunct Professor alla North Carolina State University. Calvi è stato il fondatore della Fondazione Eucentre e della ROSE School a Pavia; è attualmente uno dei Direttori della International Association of Earthquake Engineering. Ha coordinato, fra le altre cose, il Gruppo di Lavoro che ha redatto il testo dell’Ordinanza PCM 3274 del 2003, che ha innovato il sistema della normativa sismica in Italia. È stato presidente e componente della Commissione Grandi Rischi, sezione rischio sismico. È stato imputato, e successivamente assolto “perché il fatto non sussiste”, nel cosiddetto “Processo Grandi Rischi”.

Ha sempre lavorato ad innovare la progettazione sismica, concentrandosi inizialmente sulle strutture in muratura e sui ponti, l’isolamento e la progettazione basata sugli spostamenti negli ultimi vent’anni. Ha pubblicato un gran numero di articoli sull’argomento e ricevuto vari riconoscimenti internazionali.

C’è qualcosa di nuovo all’orizzonte, secondo te?

Sai bene quanto me che si tratta di risvegli a carattere cronico, che si ripetono in modo analogo da più di un secolo. Nel caso specifico mi pare che ci siano ancora più chiacchiere e meno fatti. Incluso la fantomatica “Casa Italia” di cui confesso di non capire nulla, obiettivi strategia tattica risultati.
Gli unici momenti in cui ho percepito fatti veri, in modo diretto o attraverso lo studio della cronaca sono stati:

  • l’incredibile sviluppo scientifico e tecnico che ha seguito il terremoto di Messina del 1908;
  • la strategia di ricostruzione dopo il Friuli, in cui si è privilegiato il settore produttivo rispetto al residenziale;
  • la rivoluzione di norme e mappa di pericolosità dopo il terremoto di San Giuliano di Puglia del 2002;
  • la costruzione di 186 edifici isolati in poco più di sei mesi dopo il terremoto di L’Aquila.

So bene che gli ultimi due casi possono apparire come auto citazioni, ma ciò non toglie nulla ai fatti. Quello che ora mi piacerebbe vedere è un cambiamento della politica di intervento dopo un evento, con la creazione di incentivi che favoriscano l’azione dei privati ed il progressivo passaggio dallo Stato al sistema assicurativo della copertura delle perdite.
Spero, senza ottimismo. Continua a leggere

Achilles and the Turtle, or the reduction of vulnerability and seismic risk in Italy (interview with Gian Michele Calvi

(translated from the Italian by Google Translate, reviewed)

As after every destructive earthquake in Italy, the sequence of 2016-2017 has awakened the debates on seismic risk, on the safety of buildings, the relative costs, etc.
We discuss this with Gian Michele Calvi, who is professor at the IUSS of Pavia and Adjunct professor at North Carolina State University. He was the founder of the Eucentre Foundation and the ROSE School in Pavia; he is currently one of the directors of the International Association of Earthquake Engineering.
He coordinated, among other initiatives, the working group that drew up the text of the Ordinance PCM 3274 of 2003, which innovated the system of the seismic building code in Italy. He was president and member of the Commission of Major Risks, seismic risk section. He was accused, and subsequently acquitted “because the fact does not exist”, in the so-called “Great risks” or L’Aquila trial.
He has always worked to innovate the seismic design, concentrating mainly on masonry structures and bridges, isolation and design based on displacements over the last twenty years. He has published a large number of articles on the subject and received various international recognitions.

Is there something new on the horizon, according to you?

You know as well as me that there are chronic awakenings, which are repeated in a similar way since more than a century. In the specific case it seems to me that there is even more talking and less facts. Including the fancy “Casa Italia”, of which I confess I do not understand anything: tactics, strategy, goals.
The only moments in which I perceived real facts, directly or through the study of the history were:

  • the incredible scientific and technical development that followed the Messina earthquake of 1908;·
  • the rebuilding strategy after Friuli, where the production sector was more privileged than the residential one;
  • the revolution of codes and seismichazard maps the earthquake of San Giuliano of Puglia in 2002;
  • the construction of 186 isolated buildings in just over six months after the earthquake in L’Aquila.I know that the last two cases may appear as self-quotes, but that does not detract from the facts.
    What I would like to see now is a change in the policy of intervention after an event, creating incentives for private action and progressive transition from the state to the loss coverage insurance system.
    Hope, without optimism.

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Che cosa vuol dire “antisismico”? What does “anti-seismic” mean? (Colloquio con Rui Pinho)

English version below

Il termine “antisismico” è entrato da qualche tempo a far parte del linguaggio corrente dei media: si legge ad esempio che “il 70% degli edifici italiani non è antisismico”; “9 scuole su 10 non sono antisismiche” (si veda ad esempio un recente articolo pubblicato dall’Espresso che fornisce la possibilità di interrogare il database delle scuole italiane, gestito dal MIUR, ottenendo la risposta al quesito se la singola scuola sia o meno antisismica – ne discutiamo più avanti). Il termine, tuttavia, assume differenti significati a seconda di chi lo usa: l’immaginario collettivo lo percepisce, più o meno, come una sorta di sistema binario che si risolve per l’appunto in un sì o un no (antisismico uguale “a prova di terremoto”): l’ingegnere lo intende in un modo un po’ diverso, e preferisce parlare ad esempio di “quanto antisismico”.
Ne discutiamo con Rui Pinho, ingegnere sismico, professore associato all’Università di Pavia, per cinque anni segretario generale dell’iniziativa internazionale GEM (Global Earthquake Model) e che svolge ora l’incarico di Direttore Scientifico della Fondazione Eucentre di Pavia. Continua a leggere

Ischia, Torre Annunziata, percezione del rischio e magnitudo (Massimiliano Stucchi + 8 commenti)

L’Italia si stava avviando a ricordare l’anniversario del terremoto di Amatrice (24 agosto 2016) con modalità diverse, ovviamente, quando il terremoto di Ischia ha riaperto drammaticamente il problema della cosiddetta prevenzione, di cui tanto si è parlato e si parla. La mattina del 21, giorno del terremoto, il Ministro Del Rio aveva parlato al meeting di Rimini. Del Rio è ministro di un paio di governi che non mi piacciono, ma fra i tanti è una persona che stimo. Dopo aver (purtroppo) riproposto una “perla” che deve essergli rimasta in tasca dai tempi dei terremoti del 2012 (“la zona non era conosciuta come sismica”, ignorando il lavorio fatto dalla Regione Emilia e Romagna per ritardare il più possibile l’inserimento in zona sismica della gran parte del suo territorio), ha ricordato, illustrato e difeso il “sismabonus” e le iniziative di “Casa Italia”, ricordando anche che la soluzione dei problemi non è per domani. Stimolato da qualche interlocutore si è anche spinto più in là, parlando della necessità del fascicolo di fabbricato e di eventuali demolizioni, ove necessario. Ohibò! Continua a leggere

Dopo i terremoti: alloggi provvisori e ricostruzione consapevole (di Renato Fuchs)

Da varie settimane si assiste a un crescendo di proteste per i ritardi con cui vengono portati avanti i piani di ricostruzione dei paesi colpiti dai terremoti del 2016, il cui numero si è esteso a seguito degli eventi del gennaio 2017. Di recente, lo stesso Commissario Straordinario Vasco Errani ha sostenuto che poco è stato fatto.
E’ bene precisare, tuttavia, che si tratta di ritardi riferiti alla fase di assistenza post-terremoto, e non di ricostruzione vera e propria, della quale non si conoscono ancora i piani definitivi.
Abbiamo posto alcune domande a Renato Fuchs, di Eucentre, che ha svolto un importante ruolo organizzativo nell’ambito del “Progetto CASE” (L’Aquila, 2009) ed è ora responsabile del sistema informativo di supporto alla gestione delle necessità di assistenza alla popolazione a seguito delle recenti emergenze in Centro Italia, realizzato in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile (DPC).

Con quali strumenti è stata gestita la fase di prima assistenza, per assicurare ai terremotati un alloggio provvisorio dopo il periodo trascorso nelle tendopoli?
Ai cittadini colpiti dagli ultimi terremoti sono state offerte le seguenti forme di assistenza:
– Container collettivi: sono soluzioni “ponte” tra le tende e le altre sistemazioni, consistenti in edifici prefabbricati di grandi dimensioni, in ciascuno dei quali vengono ospitate 20-30 persone;
– CAS (Contributo di Autonoma Sistemazione): un contributo economico mensile alla famiglia che intenda alloggiare a proprie spese. L’importo dipende dal numero di componenti il nucleo famigliare e dalla presenza nello stesso di anziani, disabili o portatori di handicap. Tale importo, inizialmente fissato in 200 euro a persona al mese, è stato aumentato a partire dal 15 novembre 2016 a 300 euro a persona;
– Alloggio in strutture ricettive: è stata stipulata una convenzione con le associazioni di categoria, in base alla quale per ogni giornata di presenza di un cittadino presso una struttura ricettiva, viene riconosciuto alla stessa un importo di 40, 35 o 25 euro in funzione del trattamento ricevuto (rispettivamente pensione completa, mezza pensione o camera e colazione);
– SAE (Soluzioni Abitative di Emergenza): sono edifici prefabbricati, realizzati dalle ditte che si sono aggiudicate nel 2014 una gara CONSIP, di diverse metrature in funzione della numerosità del nucleo familiare, generalmente “a schiera”. Le tempistiche per la loro disponibilità dipendono anche dall’individuazione delle aree e dalla realizzazione dei necessari lavori di fondazione e di urbanizzazione;
– MAPRE (Moduli Abitativi Provvisori Rurali Emergenziali): si tratta di edifici prefabbricati singoli, installati in prossimità di stalle o fattorie, destinati ad ospitare gli allevatori/agricoltori che abbiano la necessità di rimanere vicini ai propri luoghi di lavoro. Continua a leggere

Terremoti e faglie nell’Appennino centrale, tra prevedibilità e sorprese (Gianluca Valensise)

Gianluca Valensise, sismologo di formazione geologica, dirigente di ricerca dell’INGV, è autore di numerosi studi sulle faglie attive in Italia e in altri paesi. In particolare è il “fondatore” della banca dati delle sorgenti sismogenetiche italiane (DISS, Database of Individual Seismogenic Sources: http://diss.rm.ingv.it/diss/).
Qualche settimana fa ha rilasciato una intervista sul potenziale sismico della faglia del Gorzano, interessata dai terremoti del 18 gennaio 2017, i cui contenuti non coincidevano esattamente con il comunicato del Dipartimento della Protezione Civile (DPC), che riassumeva il parere della Commissione Grandi Rischi (CGR).
La materia è complessa e le valutazioni sul potenziale sismogenetico di una faglia, prima e dopo un evento sismico importante, sono particolarmente difficili. Abbiamo chiesto a Gianluca di offrirci il suo punto di vista, per aumentare la nostra capacità di comprensione, senza per questo volerlo porre in contrapposizione ad altri pareri, in particolare a quelli “ufficiali”.

Gli eventi del 18 gennaio 2017 non possono essere analizzati a prescindere dalla sequenza di eventi iniziata il 24 agosto 2016. Qual’è la tua opinione su questa sequenza, lunga e dolorosa?

La mia opinione, che dettaglierò meglio nella risposta alla domanda seguente, è che le sequenze lunghe e articolate siano una caratteristica connaturata con l’essenza stessa dell’Appennino. Le rocce che formano la crosta terrestre al di sotto dell’Appennino sono sempre sotto tensione, più o meno “cariche” e più o meno vicine al punto di non ritorno, ovvero al terremoto. Ma il terremoto può accadere “in un’unica soluzione”, come avvenne ad esempio in Irpinia nel 1980, quando una devastante scossa di magnitudo prossima a 7.0 fu seguita da un corteo di repliche trascurabile rispetto a quello che abbiamo visto negli ultimi sei mesi, o può avvenire per scosse successive di dimensioni grossolanamente confrontabili, come è successo con i tre terremoti di Amatrice (24 agosto, M 6.0), Visso (26 ottobre, M 5.9), e Norcia (30 ottobre, M 6.5: si veda l’immagine allegata); i quali, tra l’altro, hanno rilasciato una energia complessiva che è ancora inferiore a quella rilasciata dal solo terremoto del 1980.

Valensise_sequenza 2016-2017

Distribuzione delle scosse principali (magnitudo 5.4 e superiori) della sequenza del 2016-2017. L’immagine è stata tratta dal sito INGVTerremoti ed è aggiornata al 23 gennaio scorso: risultano quindi in piena evidenza le quattro forti scosse del 18 gennaio e le successive repliche (https://ingvterremoti.wordpress.com/2017/01/23/sequenza-in-italia-centrale-aggiornamento-del-23-gennaio-ore-1100/).

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Terremoti e grandirischi: ci risiamo? (di Massimiliano Stucchi)

Una doverosa premessa: di seguito commento quanto letto su “social” e stampa, fonti che – come è noto – devono essere prese con il beneficio di inventario.

Il 18 gennaio 2017 alcuni terremoti di media magnitudo hanno interessato la zona a sud di Amatrice, già in parte colpita dalla sequenza sismica iniziata il 24 ottobre 2016, nella quale si trova il bacino d’acqua di Campotosto. Ai terremoti è seguita la valanga che ha sepolto l’hotel Rigopiano.
Il 20 gennaio si è riunita la Commissione Grandi Rischi, organo consultivo del Dipartimento della Protezione Civile (DPC) che – secondo le procedure in uso dopo la ridefinizione dei suoi compiti seguita alla vicenda aquilana del 2009 – ha rilasciato le proprie valutazioni mediante un verbale destinato a DPC. Continua a leggere

Terremoti, esposizione e assicurazioni (di Patrizia Feletig e Enzo Boschi)

Di tutti paesi dell’Europa l’Italia è il paese più esposto alle catastrofi. Terremoti, alluvioni, frane, maremoti, avversità atmosferiche eccezionali di ogni sorta, colpiscono regolarmente il Belpaese che deve mettere in conto dai 3-3,5 miliardi annui  di danni materiali. In media, perché se succede “the Big One”, ovvero l’evento con ricorrenza ogni 200 anni allora le perdite economiche causate da calamità schizzano molto in alto.

Per esempio, incrociando la storia sismica nazionale con gli strumenti parametrici di sofisticati modelli si ricavano proiezioni da brivido. Secondo una simulazione della società svizzera di riassicurazione Swiss Re, un terremoto di magnitudo 6.2 (come quello di Amatrice) nell’area di Parma potrebbe causare perdite per 53 miliardi di euro. A titolo di confronto, considerate che gli 8 rilevanti terremoti (escluso quello dell’ultima settimana) avvenuti negli ultimi 40 anni sulla Penisola hanno totalizzato danni per 60 miliardi di euro circa.
Per completare queste fosche statistiche bisogna sapere che, dal 1970 ad oggi, 7 dei 10 terremoti  più costosi d’Europa si sono verificati in Italia paese doppiamente esposto sia per la vulnerabilità del suo patrimonio artistico che per le costruzioni edificate in assenza o in barba alla normativa antisisimica. Aspetto che dovrebbe far riflettere sulla concessione  del governo di assicurare il risarcimento a tutti, comunque e nonostante le responsabilità precise di taluni, pubblico o privato che siano.

L’indesiderabile primato italiano di esposizione alle catastrofi naturali si accompagna di un’aggravante: risarcire costerà sempre di più. Si accresce il valore concentrato su ogni metro quadro. E’ un trend in accelerazione confermano nel settore assicurativo. Del resto basta paragonare i macchinari di una filanda con quelli di una fabbrica 4.0 di oggi; ma più semplicemente, basta il confronto tra la concentrazione edilizia ai tempi dei nostri nonni e quella di adesso o, ancora, tra gli elettrodomestici contenuti nella casa dei genitori e le apparecchiature elettroniche mediamente possedute oggi.
E’ evidente che con questo aumento vertiginoso dell’esposizione, indennizzare con il solo intervento dello Stato non può reggere alla lunga. Non sono solo le casse pubbliche a non farcela ma finisce per azzopparsi l’intero sistema paese con ripercussioni sulle valutazioni delle società di rating. Si calcola che un evento catastrofale con ritorno, ossia che avviene statisticamente ogni 250 anni può arrivare a produrre una retrocessione di quasi un punto.

C’è poi una prospettiva macro che va tenuta in considerazione. “Le misure di prevenzione e gli interventi strutturali antisismici sono fondamentali e imprescindibili ma neppure così il rischio può essere completamente annullato, in particolare quello di natura economico-finanziaria. Una grande calamità catastrofale, inoltre, sconvolge il sistema economico produttivo del Paese, mette a dura prova la sua resilienza, impatta sul PIL. Magari salviamo la vita ma perdiamo casa e lavoro: di qui l’importanza di una gestione del rischio ex-ante combinando prevenzione anti-sismica e copertura finanziaria-assicurativa” spiega Marco Coletta a capo di una compagnia di riassicurazione con 150 anni di attività alle spalle, sottolineando il deficit di protezione assicurativa in Italia.
Le PMI (Piccole e Medie Imprese) sono largamente sottoassicurate contro catastrofi naturali e poco più di 1% degli immobili residenziali è coperto. La penetrazione assicurativa del ramo danni non-auto misurata in volume dei premi danni non auto in rapporto al PIL in Italia è pari a 0,9%, in Francia a 2,4%, in Germania a 2,5% e mediamente sopra 2% in tutti gli altri paesi europei dove il meccanismo di mutualità permette di correggere l’incidenza economica del premio sul portatore di rischio più alto. Pagando tutti, pagheremmo molto meno.
“Con una penetrazione superiore a 90% si avrebbero premi medi di 100 euro l’anno. Ma c’è un problema culturale” riconoscono alcuni assicuratori che non nascondono la difficoltà di far accettare un concetto di obbligatorietà a consumatori già guardinghi con l’obbligo del RC auto e professionali e auspica una campagna di sensibilizzazione promossa dal governo. Singolare la modesta attenzione del legislatore alla funzione sociale della copertura assicurativa contro inondazioni e terremoti in un paese come l’Italia. Non godono di nessun incentivo fiscale: non sono deducibili nella dichiarazione dei redditi (come invece avviene per le polizze vita) e l’Iva è alta ( 22,25%). Gli schemi di copertura potrebbero prevedere una cooperazione tra pubblico e privato. Lo Stato potrebbe assumere il ruolo di riassicuratore in ultima istanza, dove per esempio le compagnie private coprono fino a concorrenza di un importo alto, oltre a quella soglia (caso meno probabile) interverrebbe lo Stato che potrebbe, per esempio, coprirsi con operazioni di cartolarizzazione di immobili pubblici.

Se il terremoto dell’Irpinia dove i primi soccorritori ad arrivare sul posto furono operai specializzati inviati dal sindacato, ha portato alla nascita della Protezione Civile, possiamo sperare che questi ultimi sismi in Centro Italia, portino a soluzioni efficienti e finanziariamente sostenibili di risarcimento dei danni economici da calamità naturali?

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La ricostruzione, ovvero: il grande condono? (Massimiliano Stucchi)

Premessa. In questo post si parlerà dei costi della ricostruzione del terremoto.  Si parlerà soprattutto di come i benefici vengano erogati: a favore di chi, a carico di chi. Senza che la solidarietà umana per chi ha perso la casa venga meno, e senza negare la necessità dei soccorsi e dei primi aiuti, ci si interrogherà sulla logica che presiede, tradizionalmente, alla ricostruzione post-sismica. E si cercherà di capire perché, a differenza di altri casi, in questo non si accertino eventuali responsabilità specifiche, ovvero perché tali responsabilità non costituiscano elemento discriminatorio per l’accesso ai benefici. E perchè non venga incentivato il ricorso alla assicurazione, argomento in parte affrontato in questo blog dal post di P. Feletig e Enzo Boschi (https://terremotiegrandirischi.com/2016/10/12/i-danni-dei-terremoti-chi-paga-di-p-feletig-e-e-boschi/).

Il Decreto per la ricostruzione. Il Presidente del Consiglio ha chiesto alla UE qualche decimo di maggiore “flessibilità” del deficit per la ricostruzione degli edifici danneggiati dal terremoto di Amatrice e dintorni. Si dovrebbe essere contenti se questa richiesta verrà accolta: un po’ come quando si dovrebbe essere contenti perché la Borsa è in positivo (l’andamento della Borsa occupa ormai uno spazio di poco inferiore a quello occupato dal meteo), come se fosse un segnale positivo per tutti – e così non è. Nel caso della flessibilità, qualche decimo in più significa un debito pubblico ancora maggiore. Continua a leggere

La mappa di pericolosità sismica (parte seconda); usi, abusi, fraintendimenti (di Massimiliano Stucchi)

Nella prima parte abbiamo analizzato la mappa MPS04 dal punto di vista scientifico: che cosa descrive, che cosa non descrive, come è stata compilata, ecc.
Le reazioni di chi ha commentato su Twitter sono interessanti: la maggior parte ha confermato però l’aspetto “iconico” che la mappa riveste oggi. Ci torneremo.
In questa seconda parte parliamo delle sue applicazioni: la materia non è semplice e neppure troppo semplificabile; ci ho provato e mi scuso se non ci sono riuscito del tutto.

6) A chi spetta il compito di aggiornare l’elenco dei comuni inseriti in zona sismica?
Fino al 1999 spettava allo Stato il potere/compito di dichiarare “sismico” un dato Comune, associandolo a una zona sismica, o categoria: prima, seconda, e terza solo dal 1981. La zona sismica determinava il livello di severità delle azioni sismiche da considerare in sede di progetto: tre livelli in tutto, quindi. Segnaliamo comunque una caratteristica tutta italiana, e cioè il fatto che alcuni Comuni, dopo essere stati inseriti in zona sismica a seguito di alcuni terremoti, hanno chiesto e ottenuto di esserne esclusi dopo pochi anni “in quanto non erano più venuti terremoti”. Continua a leggere

La prevenzione sismica come problema di risk governance (di Andrea Cerase)

A un mese esatto dal sisma di Amatrice, oltre al drammatico bilancio in termini di vite umane (al momento della pubblicazione il conteggio è fermo a 297 vittime accertate) c’è l’evidenza degli errori, anche involontari, emersi sin dalle prime analisi sui crolli, dell’inadeguatezza delle tipologie costruttive e, insieme, l’indignazione (legittima) per il denaro pubblico speso in interventi di adeguamento in seguito rivelatisi inefficaci e persino controproducenti. Le notizie sulle inchieste giudiziarie hanno avuto un peso rilevante, ma certamente non hanno monopolizzato la discussione com’è invece accaduto per il sisma dell’Aquila e, in misura minore, per quello dell’Emilia. Continua a leggere

L’importanza dei controlli e del ruolo dello Stato nella riduzione del rischio sismico (Alessandro Venieri)

E’ vero: sono pienamente d’accordo con l’articolo di Massimiliano Stucchi “le colpe degli altri”, non bisogna sempre piangersi addosso e delegare agli altri, allo Stato in genere, compiti a cui lo Stato stesso non riesce poi ad assolvere. Sicuramente è soprattutto un problema di carattere culturale, quindi di lunga e difficile risoluzione, ma il problema rimane, i terremoti ci saranno e alcuni saranno ancora più forti di quello dell’Aquila, dell’Emilia e di Amatrice, perciò un cambiamento dovremo pur farlo pensando ai nostri figli e alle future generazioni. Continua a leggere

23 novembre 1980: quando la “Grandi Rischi” non c’era ancora (Massimiliano Stucchi)

 

Il 23 novembre 1980 l’Italia Meridionale viene colpita dal terremoto più disastroso e mortifero dal 1915, terremoto di Avezzano. Le dimensioni del disastro vengono comprese solo nei giorni seguenti. I soccorsi si muovono con molto ritardo. Il presidente Pertini visita quasi subito le zone colpite e pronuncia un memorabile discorso alla TV: Continua a leggere

Franco Barberi e la lezione del terremoto del 1980 (Carlo Meletti)

Recuperare la memoria è un esercizio molto utile, in generale nella vita di tutti i giorni, ma in particolare nel settore della prevenzione dai terremoti, non fosse altro perché sappiamo che dove sono avvenuti già in passato i terremoti potranno verificarsi ancora.Facendo una ricerca con un motore di ricerca su alcune parole chiave relative alla difesa dai terremoti, mi è stato proposto il link ad un documento che conoscevo molto bene, ma che era rimasto in un angolo sperduto della memoria e ho così approfittato della combinazione per rileggerlo. Continua a leggere